Le conseguenze della Rivoluzione Industriale

di Cosimo Alberto Russo

La seconda metà del ‘700 segna il punto di passaggio epocale della civiltà europea moderna e l’origine di tutte le problematiche del mondo di oggi.
In quel periodo si ha infatti l’affermazione della borghesia, col conseguente declino dell’aristocrazia, il sorgere della civiltà industriale e del capitalismo.

I due eventi fondamentali sono costituiti dalla rivoluzione francese e dalla cosiddetta rivoluzione industriale. Approfondire le tematiche collegate a quest’ultima permette di avere una visione più ragionata e consapevole della nostra vita quotidiana.

La borghesia aveva iniziato ad affermarsi in Inghilterra sin dalla seconda metà del ‘600, grazie all’affrancamento dell’agricoltura dagli usi e dai rapporti feudali e grazie allo sviluppo di un ceto mercantile sempre più benestante per il commercio con le colonie. Ma tutto ciò avrebbe avuto un effetto meno dirompente senza le dottrine delle Chiese Protestanti, che avevano esteso alla ricchezza la dignità sociale un tempo esclusiva della nobiltà.
E’ così che, aumentando la percentuale di possessori di un “capitale”, diviene necessario adoperarsi per accrescerlo, pena l’esclusione dal ceto privilegiato della borghesia benestante.
Si inizia così a pensare di investire il capitale nella produzione di beni di consumo e, per accrescerlo, ne deriva che occorre diminuire i costi di produzione, ampliare i mercati per la vendita dei prodotti, diminuire il costo delle materie prime: nasce l’industria cotoniera inglese. Parole d’ordine: innovazione tecnologica, prodotti economici, materie prime a basso costo.

Perché l’industria cotoniera? Il cotone era più economico della lana (materie prime), più facilmente lavorabile con metodi industriali (innovazione tecnologica) con conseguente diminuzione del costo del prodotto finito (maggior mercato).

Legato allo sviluppo dell’industria cotoniera c’è il progressivo aumento della tratta degli schiavi dall’Africa, in modo da aver mano d’opera gratuita per le coltivazioni americane di cotone; conseguenza di ciò: il crollo dell’economia indiana, basata in gran parte proprio sulla coltivazione del cotone (imposta dalla Compagnia delle Indie con metodi alquanto…persuasivi).

Ecco quindi l’origine di alcuni dei maggiori problemi irrisolti di oggi: estrema povertà dei paesi africani soggetti al prelievo di schiavi, crollo dell’economia indiana (che non si è più risollevata), problema dei neri negli USA.

In concomitanza con l’industria tessile, dopo l’invenzione della macchina a vapore, si sviluppa l’industria siderurgica con la necessità di reperire ben altre materie prime a buon mercato (carbone, ferro ed altri minerali).
La politica colonialista, dell’Inghilterra e delle altre nazioni europee industrialmente avanzate, deriva da questa necessità.

Nel frattempo anche il panorama sociale dell’Inghilterra cambia rapidamente: da una vita rurale e autosufficiente (pur se a livelli, spesso, di sussistenza), si passa alla nascita di agglomerati urbani, malsani e privi di servizi, intorno alle fabbriche nascenti; le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie estremamente misere favoriscono lo sviluppo del pensiero marxista.

Il marxismo non mette in dubbio la bontà del processo industriale, intervenendo solamente sulla redistribuzione economica dei profitti: crescita economica e sviluppo industriale rimangono la base dell’idea di progresso. Anche il capitale, pur diventando capitale di Stato, rimane il motore dell’economia. A questa idea di progresso si affianca, sia in campo capitalista che marxista, il pensiero positivista, che vede nella scienza e nello sviluppo tecnologico la via per il benessere sociale.

Tutto il resto lo conosciamo: affermazione globale del capitalismo e dei suoi principi, concetto di benessere legato solo a dati economici, industrialismo diffuso (spesso “selvaggio”), depauperamento delle materie prime, problemi ecologici sempre più diffusi, perdita dell’identità culturale e così via.

Certamente esistono risvolti positivi, principalmente dal punto di vista della salute umana e nel campo sociale (sviluppo democratico, minor discriminazione femminile). Però le “crisi” del nostro tempo derivano sempre dal concetto di progresso legato allo sviluppo industriale: la crisi energetica non è altro che la necessità di accaparrarsi il controllo delle materie prime e da questa esigenza deriva l’attuale “scontro delle civiltà”.

Il problema ambientale (totalmente sottostimato, in quanto si oppone ai principi capitalisti) assume caratteristiche sempre più drammatiche via via che anche i paesi asiatici si sviluppano con gli stessi criteri dell’Europa ottocentesca.

Il crollo del comunismo non ha minimamente influito sul percorso indicato, dato che, come già detto, in realtà ne era totalmente partecipe.

A questo cammino ben pochi movimenti hanno provato ad opporsi; a parte i Luddisti di inizio ‘800 (che, pur nella loro ingenuità, avevano, però, individuato nelle macchine e nel loro uso irrazionale il problema), indicherei il movimento Gandhiano (purtroppo finito con la morte del Mahatma), quello Hippie e quello ambientalista degli anni ’70.
Forse anche il movimento cooperativo aveva in origine un recupero dei valori necessari ad opporsi alla filosofia imperante: solidarietà, piccoli gruppi, principi di mantenimento economico e non di crescita.
Sappiamo come è finita…

Oggi non è rimasto quasi nulla; gran parte delle energie creative sono confluite nella new age (che in realtà non mette affatto in discussione il sistema sociale ed economico, rivolgendosi ad un ipotetico benessere individuale che dovrebbe provenire da pratiche più o meno esoteriche) o nel movimento no-global (in Italia anch’esso in gran parte inserito nelle attuali logiche produttive, al limite da “limare”). Gli unici tentativi che mi vengono in mente sono quelli di alcuni piccoli movimenti di base, come per esempio i GAS (gruppi di acquisto solidale) o la Rete Lilliput.

Sentivo l’esigenza di esporre queste idee; non ho suggerimenti, tranne tentare di sviluppare attenzione e consapevolezza individuali, però forse qualcosa andrebbe fatto…


Cosimo Alberto Russo

 marzo 2006

Bibliografia: 
  •  R. Villari: “Storia contemporanea”, Laterza, 1981; H. Marcuse: “L’uomo a una dimensione”, Einaudi, 1974;
  • Autori vari per il Club di Roma: “I limiti dello sviluppo”, Mondadori, 1974;
  • T. Terzani: “Un altro giro di giostra”, Longanesi, 2004;
  • E. F.  Schumacher: “Il piccolo è bello”, Moizzi, 1977;
  • Autori vari: “La sfida della complessità”, Feltrinelli, 1985.         

Siti: 

  • www.retegas.org
  • www.retelilliput.org.