La ferita narcisistica



 

Siamo
lieti di pubblicare la relazione del dott. Salvatore Valvo, esposta nel corso
del Convegno “Le nuove vie del benessere”, che si è tenuto a Ragusa,
il 26 marzo 2004.

 

La
ferita narcisistica e la ricerca della felicità

dott.
Salvatore Valvo – psichiatra

 

Saluto
i partecipanti e ringrazio il Prof. Pippo Palazzolo dell’invito rivoltomi.

Sono
uno psichiatra e come tale mi occupo di disturbi mentali da quasi un ventennio. La
mia formazione nel corso di questi anni si è sviluppata su due fronti uno di
matrice organica e meccanicista, l’altro umanistico, olistico ed esperenziale
(gestalt, danzaterapia, psicodramma e rebirthing). Quest’ultimo genere di
formazione mi ha aiutato e mi aiuta quotidianamente a capire meglio le mie
emozioni e a cercare di comprendere la sofferenza della persona che chiede
aiuto. Inoltre l’esperienza quotidiana alimenta sempre più la convinzione che
angoscia, tristezza, rabbia, euforia o passione non siano solo il risultato di
una danza di molecole, ma qualcosa di più complesso che ha radici nei vissuti
personali e relazionali di ognuno di noi.

 Inoltre
io ritengo che una società civile debba strutturare i suoi servizi sanitari e
formare i suoi operatori nel recupero di una dimensione etica e umana
dell’individuo che soffre e non solo nella ricerca di nuove molecole (pillole
della felicità!).

Il tema da me
scelto per questo convegno: “La ferita narcisistica e la ricerca della felicità” 
dove io aggiungerei “perduta”, è scaturito dall’idea di proporre
una riflessione sul significato da attribuire al termine peraltro oggi molto
inflazionato.

Prima
di procedere nella storia di questo concetto, che riguarderà necessariamente il
livello teorico e quindi rischierà di essere arida o difficile, può
essere utile partire dal dato clinico, affinché possiamo tenerlo come
punto di riferimento durante la discussione successiva. Le nostre disquisizioni
teoriche sono sterili se non ci aiutano a comprendere la clinica. A questo
proposito, il disturbo narcisistico di personalità è diventato molto di moda
negli ultimi tempi, e l’uso di questo termine, originariamente diffusosi nella
letteratura psicoanalitica, si nota sempre di più anche nel linguaggio comune.
Sembra che l’aggettivo “narcisista”, assieme a quello di “borderline
(che significa caso “al limite” o “al confine” tra nevrosi e
psicosi), a poco a poco abbiano preso il posto dell’aggettivo
“isterico”, usato per vari decenni anche questo in modo non sempre
rigoroso.

Quando
una parola viene usata per molto tempo, può diventare meno efficace, e alcune
parole nuove, forse solo per il fatto stesso di essere nuove, acquistano più
forza, forse perché vi è la fantasia che un interlocutore al quale esse non
sono familiari venga preso alla sprovvista e sia disposto a dare ragione a chi
magicamente le pronuncia; quando anch’esse si saranno diffuse, probabilmente
dovranno essere riciclate, e altre parole nuove avranno maggiore fortuna. Ci si
accorge a volte che ci lasciamo andare a tacciare un paziente di
“narcisismo” solo per il fatto di avere una sintomatologia vaga o di
difficile inquadramento diagnostico, oppure non facile da affrontare
psicoterapeuticamente, se non addirittura per scaricare la nostra frustrazione o
aggressività, proprio come a volte si faceva col termine “isterico”.

 

Il
mito di Narciso
(Caravaggio)

 

Evoluzione
storica del concetto

L’immagine
che ritrae il famoso Narciso di Caravaggio, mi permette di parlare del Mito di
Narciso, giovane di Tespi di eccezionale bellezza, figlio della ninfa Liriope e
del Dio del fiume Cefiso. Quando nacque il veggente Tiresia gli profetizzo che
sarebbe vissuto fino a tarda età se solo non si fosse visto.

Quando
Narciso ebbe raggiunto i sedici anni si era lasciato alle spalle una schiera di
amanti respinti di ambo i sessi. Tra gli spasimanti vi era pure la ninfa Eco che
fu punita da Era, perché la distraeva raccontandole lunghe favole mentre le
concubine di Zeus sfuggivano ai suoi occhi, privandola della parola e lasciandole
solo la possibilità di ripetere le ultime sillabe delle parole udite.

Narciso
respinge bruscamente Eco e gli Dei (Artemide) lo condannano a innamorarsi senza
poter soddisfare la propria passione. E così mentre Narciso passeggiava si
avvicinò ad una fonte incontaminata, e vide l’immagine riflessa di cui si
innamorò, ogni volta che tentava di abbracciare o baciare quel bel fanciullo
l’immagine scompariva, cosi capì che era se stesso e rimase ore a fissarsi
riflesso nell’acqua. L’amore gli veniva concesso e negato, egli si struggeva
per il dolore ma insieme godeva del tormento ben sapendo che almeno non avrebbe
tradito se stesso. Cosi morì, alcuni sostengono d’inedia, altri dicono che si
trafisse il petto con una spada, comunque si trasformò in un fiore il narciso
che cresce lungo i bordi dei corsi d’acqua.(fiore bianco con la corolla rossa
da cui pare si estragga un unguento la Cheronea con proprietà antiinfiammatoria,
antidolorifica).   

 

 E’
significativo che Narciso si innamorò della sua immagine solo dopo aver
respinto l’amore di Eco. L’innamorarsi della propria immagine – diventare
cioè narcisisti – è interpretato nel mito come una forma di punizione per
l’incapacità di amare.

Ma
chi è Eco? Se non uno specchio sonoro, potrebbe essere la nostra stessa voce
che ritorna a noi? Se cosi fosse e Narciso avesse potuto dire : “ti amo” Eco
avrebbe ripetuto queste parole e il giovane si sarebbe sentito amato. Ma
l’incapacità di dire queste parole identifica il narcisista, avendo ritirato
la libido verso il proprio Io.

 Definizione:
il termine narcisismo descrive una condizione sia psicologica che culturale. Per
comprendere come mai la personalità narcisista acquistò una tale importanza
sulla scena psichiatrica da essere inclusa nel 1980 nel DSM-III dall’American
Psychiatric Association
, occorre conoscere e comprendere alcuni sviluppi
avvenuti sia in campo sociale che psicoanalitico. Per quanto riguarda i primi,
si pensi solamente al famoso libro del 1978 di Christopher Lasch La cultura
del narcisismo
[Milano: Bompiani, 1981], cultura che caratterizzerebbe l’era
del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre
complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il
significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su
se stesso”: è ormai un luogo comune dei mass media definire le
ultime decadi di questo secolo come “l’era del narcisismo

 A
livello culturale

il Narciso può essere inteso: come una “perdita di valori umani”,
viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per
i propri simili.

Una
società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere rivela la
sua insensibilità, per le esigenze umane.

Quando
la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza o la notorietà è più
ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di
se allora vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine e deve
essere ritenuta narcisista.

A
livello individuale:
indica
un disturbo della personalità caratterizzato da un esagerato investimento sulla
propria immagine.(a spese del Se, intendendo per Se secondo A. Lowen sentimenti
e percezioni del proprio corpo).

I
narcisisti sono più preoccupati di come appaiono che non di cosa sentono.

 

Il
quadro clinico


Per
avere un’idea più precisa di cosa si intente per narcisismo in termini
descrittivi, è utile vedere i criteri diagnostici del DSM-IV-TR

In
ambito clinico il concetto di Narciso acquista un significato specifico, nel
campo della patologia esiste infatti un Disturbo narcisistico della personalità,
dove per disturbi della personalità intendiamo disturbi psichici
caratterizzati
da tratti permanenti del carattere che pur essendo patologici, non vengono
avvertiti dal soggetto come aspetti problematici.

I
criteri diagnostici del D.NarcisoD.P secondo il DSM IV sono principalmente:
una
modalità pervasiva di grandiosità, nelle fantasie, nel comportamento ed uno
stile relazionale basato sullo sfruttamento dell’altro.

In
entrambi i casi il soggetto si pone sul palcoscenico e relega gli altri al ruolo
di spettatori sia che decida di occupare la scena prepotentemente reclamando gli
applausi, sia che preferisca restare nascosto dietro le quinte in attesa
dell’occasione propizia al trionfo.

Sia
il Narciso arrogante, che parla senza rivolgersi a nessuno come se fosse davanti
ad un vasto pubblico che il Narciso schivo, che sfugge gli sguardi per difendere
le sue fantasie di grandiosità, proiettano sullo specchio quell’ideale di
perfezione che li allontana da  se
stessi e dal mondo.

Il
termine infatti è etimologicamente connesso alla parola greca Narkè che
significa torpore. Infatti il Narciso è il torpore di chi insegue il miraggio
di un ideale senza riuscire a vedere oltre i vapori delle sue fantasie di
grandiosità.

La
psicoanalista Kerberg afferma che i Narciso non sono in grado di distinguere tra
l’immagine di chi credono di essere e l’immagine di chi effettivamente sono.

 

 

Criteri
diagnostici

 

Per
quanto riguarda i criteri diagnostici secondo il DSM IV TR andando un po’ di
più nel particolare si deve dire che perché sia diagnosticato come disturbo di
personalità è necessario che almeno cinque dei seguenti elementi siano
presenti:

    
1)    
Ha un senso grandioso d’importanza (per es. esagera i risultati e i
talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata
motivazione)

2)    
E’ assorbito da fantasie illimitate di successo, potere, fascino,
bellezza e amore ideale.

3)    
Crede di poter essere speciale e unico e di dover frequentare e poter
essere capito solo da altre persone speciali o di classe elevata.

4)    
Richiede eccessiva ammirazione

5)    
Ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè la irragionevole
aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie
aspettative.

6)    
Sfruttamento interpersonale

7)    
Mancanza di empatia, è incapace di riconoscere e di identificarsi con i
sentimenti e le necessità degli altri.

8)    
E’ spesso invidioso degli altri o crede che gli altri lo invidino

9)    
Mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi

 

Molti
individui di grande successo manifestano tratti di personalità che potrebbero
essere considerati narcisistici, ma soltanto quando questi tratti diventano
inflessibili, maladattativi e persistenti e causano conseguentemente
compromissione funzionale significativa o sofferenza soggettiva, configurano il
quadro che abbiamo descritto come Disturbo narcisistico di personalità.

Manifestazioni
e disturbi associati
:
la vulnerabilità dell’autostima, rende l’individuo con D.NarcisoD.P molto sensibile
alle ferite
dovute alle critiche o alla frustrazione. La critica può
tormentarli e lasciarli umiliati, avviliti, vanificati e svuotati. Tali
esperienze conducono a ritiro sociale o a una parvenza di umiltà che può
mascherare e proteggere la grandiosità.

   
Talvolta il funzionamento professionale può essere molto basso riflettendo
l’avversione ad accettare il rischio        
in situazioni competitive.

Sentimenti
persistenti di umiliazione e vergogna e l’autocritica che li accompagna,
possono associarsi a ritiro sociale, umore depresso, e disturbo distimico o
depressivo maggiore. Al contrario periodi prolungati di grandiosità possono
associarsi con umore ipomaniacale. Il D.NarcisoD.P. può essere associato con
l’anoressia nervosa, con i disturbi correlati a sostanze (specialmente con la
cocaina). Anche altri disturbi di personalità come: Istrionico, Borderline,
Antisociale, Paranoide, possono essere associati al D.NarcisoD.P.

Se
riteniamo inutilizzabile il concetto di narcisismo inteso solo come un eccessivo
amore per se stessi, sia per la superficialità che per la chiara intonazione
moralistica, allora dobbiamo chiederci, nell’utilizzare questo termine, a cosa
esattamente ci riferiamo.

 In
quanto medico psichiatra la mia ottica è orientata sul D.NarcisoD.P.

Ma
per fare chiarezza e proporre un discorso univoco sul narcisismo, mi sembra
necessario partire da due ipotesi.

La
prima è che il Narciso è strettamente correlato, in senso genetico e
psicodinamico con la formazione e la struttura dell’Io.

   
La seconda è che la patologia non si esaurisce esclusivamente nel cosiddetto D.NarcisoD.P.
ma pur con tratti diversificati può attraversare una gran parte della
psicopatologia.

   
In Psicologia la storia del Narciso viene in genere fatta risalire a Freud
con il suo lavoro del 1914            
“Introduzione al Narcisismo”; studio finalizzato ad opporsi alle critiche di
Jung circa l’impossibilità di applicare la teoria della libido per spiegare
la psicosi schizofrenica.

 

 

Sigmund
Freud

Freud
parti dall’osservazione che in origine il termine Narciso era riferito a quei
soggetti che derivano una soddisfazione erotica dalla contemplazione del proprio
corpo, si accorse che molti aspetti di questo atteggiamento potevano essere
riscontrati nella maggior parte delle persone, quindi pensò che il Narciso
potesse far parte del normale decorso dello sviluppo sessuale.

 Secondo
Freud noi abbiamo originariamente due oggetti sessuali: noi stessi e la persona
che si prende cura di noi (madre). Questa convinzione nasce dall’osservazione
che un bambino può derivare piacere erotico dal proprio corpo come anche da
quello della madre. Pensando a questo Freud ipotizzò che un “narcisismo
primario
” sia presente in ogni essere umano, Narciso che può per alcuni
rivelarsi l’elemento dominante della scelta oggettuale.

Con
Narcisismo primario Freud intende quello stato precoce in cui il bambino investe
tutta la sua libido in se stesso prima di scegliere degli oggetti esterni.

Con
narcisismo secondario Freud indica indica al contrario un ripiegamento sull’Io
della libido che verrebbe cosi sottratta ai suoi investimenti oggettuali.

Il
problema è : se esiste una fase normale di narcisismo primario, come avvenga
nello sviluppo patologico il fallimento dell’evoluzione da una fase di amore
di se (narcisismo primario) all’amore d’oggetto(diretto verso gli altri).


implicito in questo fallimento una mancanza che blocca la normale
crescita.

 Altri
autori negli anni successivi hanno chiarito meglio di Freud in che cosa consista
questa mancanza e anche se non descrivono direttamente il Narciso
propongono delle dinamiche che risultano importanti per la comprensione di
questa istanza.
 

Il
primo è Fairbairn, che descrive un Io libidico alla ricerca di un
contatto emotivo-affettivo che è presente già alla nascita e un Io
antilibidico che si sviluppa per una cronica indisponibilità emotiva della
madre e che è il frutto del rapporto con l’oggetto rifiutante.

La
tensione che nasce dal conflitto tra questi due aspetti costringe il bambino ad
operare una scissione tramite una funzione definita Io realtà.

La
concezione di Fairbairn propone la psicopatologia come la scissione di un
Io primario unificato e coeso che ha però bisogno di un oggetto gratificante e
di una situazione ambientale favorevole.

Con
la concezione del Sé vero e Sé falso Winnicott amplia successivamente
questa concezione.

 

Donald
Winnicott


“Non
è la soddisfazione istintuale che fa si che il bambino cominci ad essere e a
sentire che la vita è reale e degna di essere vissuta”

(Gioco e realtà). Perché questo succeda è necessaria una holding (azione di
contenimento) che gli permetta di esperire un ambiente affidabile fonte di quel
senso di Se progressivamente emergente che si manifesta come sentimento di
essere vivi, d’integrazione e di personalizzazione. Ma se le situazioni
esterne non sono favorevoli il bambino percepirà ogni esperienza come
interferenza o sopruso. Di fronte a questo vissuto sarà costretto a costruirsi
un falso Se necessario a proteggere il Se vero dallo sfruttamento e
dall’annientamento.

La
madre funge da intermediario con la realtà esterna, è l’area del gioco e
dell’oggetto transizionale che rende possibile la separazione e il ritirarsi
in se stesso.

Un
autore meno conosciuto è Grunberger che nel 1971 pubblica il suo lavoro
sul narcisismo. La tesi centrale è la seguente il Narciso è una energia
psichica che trova origine nello stato di elazione prenatale, costituita da una
perfetta omeostasi in assenza di bisogni, perché questi sono automaticamente
soddisfatti.

Dopo
la nascita il bambino deve affrontare le inevitabili frustrazioni dovute al
rapporto con la realtà, per sopperire al crollo del suo universo narcisistico
ha bisogno di elementi narcisistici provenienti dall’esterno (la madre).

In
un sano sviluppo è necessario che abbia luogo un rapporto dialettico tra la
componente istintuale-pulsionale e la componente narcisistica.

Per
realizzarsi nel modo più favorevole, questa dialettica narcisismo-pulsioni,
dovra appoggiarsi su due momenti o forme relazionali, la prima consiste nella
“valorizzazione narcisistica speculare”, rispecchiandosi nel genitore che
gli conferma attraverso l’amore il narcisismo.

Quest’apporto
(madre) non potrà tuttavia essere sempre completo, di qui la necessità di una
seconda forma di valorizzazione (di solito il padre) alla quale sarà dato un
valore unico ed esclusivo.Essa sarà idealizzata, divenendo il supporto
dell’ideale dell’Io (super Io) per il bambino. D’ora in poi, per amarsi,
dovrà passare attraverso la mediazione di questa formazione ideale.

Quanto
più precoci e intense saranno state le ferite narcisistiche tanto più rigorosa
diventerà questa istanza (super Io) e più difficile l’integrazione con la
componente pulsionale. La distanza tra l’Io e il suo ideale (Super Io) sempre
maggiore porterà a sentimenti di vergogna e a movimenti in senso depressivo
(1971, Studio sulla depressione)

.

Heinz
Kohut

Ma
e’ stato probabilmente Kohut l’autore che ha contribuito in modo decisivo
a stimolare l’interesse attorno al disturbo della personalità narcisista:
autorevole analista di Chicago, e già vice presidente dell’International
Psychoanalytic Association
, Kohut ha ispirato un grosso movimento
all’interno della psicoanalisi definito “Psicologia del Sé”, in
aperto contrasto con la corrente psicoanalitica tradizionale nota come
“Psicologia dell’Io”. Il movimento kohutiano, che secondo alcuni
rappresenta la più potente corrente di dissidenza all’interno della
psicoanalisi contemporanea ha posto al centro della teorizzazione il concetto più
esperienziale fenomenico di Self (il Sé, contrapposto a quello di Io, più
impersonale ed astratto), ha fatto leva su certe debolezze della tecnica
interpretativa classica riproponendo l’importanza di fattori quali
l'”empatia”, ha posto vari interrogativi sulla concezione tradizionale
dei fattori terapeutici della psicoanalisi, e così via. La sua influenza sul
movimento psicoanalitico è stata così grande che, al culmine del successo e
della espansione del movimento della Psicologia del Sé, alcuni addirittura
hanno affermato che Kohut sta a Freud come Einstein sta a Newton, nel senso del
discepolo che ha trasformato la teoria del maestro.

Il
pensiero di Kohut

Ma
vediamo brevemente come Heinz Kohut concepisce la psicodinamica dei
disturbi narcisistici. Kohut [1971, cit.] incominciò col notare due particolari
tipi di transfert nei pazienti narcisistici, che chiamò transfert
“speculare” e transfert “idealizzante”. Nel primo il
paziente esprimerebbe il bisogno di essere ammirato e “rispecchiato”
dal terapeuta, mentre nel secondo esprimerebbe il bisogno complementare di
idealizzare e ammirare il terapeuta stesso. Egli poi postulò che il compito del
terapeuta non è quello di frustrare questi bisogni, magari interpretandoli come
difese, ma quello di accettarli in quanto tali e di corrispondere empaticamente
ad essi per permettere al Sé di svilupparsi. Infatti secondo Kohut la genesi
dei disturbi narcisistici va ricercata in un atteggiamento “poco empatico”
da parte dei genitori che ha provocato l’arresto dello sviluppo a un “Sé
grandioso arcaico”, del quale appunto i due tipi di transfert prima
menzionati sarebbero la riattivazione nel transfert. E’ solo quindi permettendo
al paziente di ripercorrere queste tappe evolutive attraverso un rapporto
empatico col terapeuta, il quale ammira il paziente e permette a sua volta di
farsi ammirare da lui, che il paziente riesce gradualmente a mitigare o
modificare il suo Sé grandioso attraverso quelle che Kohut chiama “internalizzazioni
trasmutanti”.

Già
da questi pochi accenni si può intravedere la radicale diversità della teoria
kohutiana da quella freudiana classica. Kohut concepisce il Sé come qualcosa
che dipende dall’ambiente, che può farlo crescere o arrestare a seconda di
determinate proprie caratteristiche (come l’empatia dei genitori); il conflitto
è quindi tra il Sé e gli oggetti, e non è intrapsichico, come vuole la teoria
classica che postula una conflittualità tra Io, Es e Super-Io (in questo senso
si può dire che Kohut appartenga alla scuola della “teoria delle relazioni
oggettuali”, secondo la quale l’ambiente ha una grossa responsabilità
nella costituzione del soggetto).

Ma
perché si crea e che funzioni assolve questo Sé grandioso arcaico?

Alla
nascita il bambino per mantenere un senso di benessere a fronte delle difficoltà
e delle delusioni della realtà esterna, crea un’immagine grandiosa ed
esibizionistica del Sé (Sé grandioso) che successivamente verrà trasferita su
un oggetto-Sé transizionale che è la madre.

Ed
il bambino può mantenere questa immagine positiva (Sé grandioso), solo se
trova un reale oggetto che gli rinforza questo sentimento.

“L’accettazione
speculare della madre conferma la grandiosità nucleare del bambino; il suo
tenerlo e portarlo in braccio permette esperienze di fusione con l’onnipotenza
idealizzata dell’oggetto-Sé”.

Se
ci sono invece situazioni eccessivamente frustranti, si produce un
arresto evolutivo ed una messa in crisi traumatica del Sé grandioso che si
manifesterà, successivamente, come disturbo narcisistico di personalità.

 

Il pensiero di A.
Lowen

 

Uno
degli studiosi che più di tutti mi ha interessato per le sue teorie e il suo
metodo nella cura dei pazienti con disturbo narcisistico di personalità è A.
Lowen
medico psicoanalista formatosi alla scuola di Wilhelm Reich.

 


  
Alexander Lowen

Lowen
è d’accordo sulla definizione di Narciso come “disturbo della personalità”,
mentre non è d’accordo con Freud quando afferma che esiste un narcisismo
primario, ed interpreta il Narciso patologico come un fallimento del bambino
nella evoluzione dall’amore di se all’amore oggettuale, egli ritiene invece
che ogni forma di Narciso sia secondaria ad una difficoltà relazionale nel
rapporto tra genitore e figlio.

Lowen
è convinto che sia il Narciso dei genitori ad essere proiettato sul figlio.

L’autore
sostiene che il neonato nasce con un Se che è un fenomeno biologico,
Io è invece una organizzazione mentale che cresce e si sviluppa
insieme al bambino.

Il
senso o la coscienza del proprio Se prende forma e si sviluppa man mano che
l’Io mentale si definisce attraverso la consapevolezza.

Es.:
“Io mi sento adirato”

.

I
narcisisti operano una separazione o dissociazione dell’Io dal corpo,
risultandone una personalità scissa in due, una attiva che osserva: l’Io, e
una passiva l’oggetto osservato: il corpo.

Cosi
se sentiamo il nostro corpo entriamo in contatto con il nostro Se, se invece ne
abbiamo un immagine facciamo un contatto indiretto e falso.

Una
persona sana ha entrambe le esperienze e ciò non gli crea problemi, perché
l’immagine e l’esperienza diretta coincidono e vengono accettate.

L’accettazione
di se manca ai narcisisti che investono la propria libido sull’Io e non sul
corpo ritirandola dalle relazioni oggettuali, troncando o falsificando i
rapporti con il mondo esterno.

Alice
Miller

si basa sugli stessi presupposti del pensiero di Lowen, essa ha avuto modo di
verificare, nella lunga esperienza con pazienti narcisisti, come la modalità
relazionale con le figure genitoriali e in special modo come un rapporto non
nutriente con la madre possa determinare un blocco o una distorsione nella
evoluzione del Se autentico del bambino.

Spesso
i genitori non danno un sostegno e un affetto adeguato disconoscendo e non
rispettando l’individualità del proprio figlio, e al tempo stesso con la
seduzione cercano di plasmare il bambino e di farlo corrispondere alla immagine
che se ne sono fatti.

 Il
trattamento dei pazienti narcisisti secondo le tecniche bioenergetiche è
diretto ad aiutarli a essere in contatto con il proprio corpo, a recuperare i
sentimenti soppressi e a riacquistare l’umanità perduta.

Per
fare questo occorre ridurre le tensioni muscolari e le rigidità che impediscono
ai sentimenti e alle sensazioni di esprimersi.

La
chiave della terapia sta nella comprensione, senza di essa nessun
approccio o tecnica terapeutica ha senso o è efficace a livello profondo.

 Tutti
i pazienti hanno un disperato bisogno di qualcuno che li capisca, in quanto da
bambini non furono capiti, considerati e rispettati dai genitori.

Il
terapista che non riesce a capire la pena dei suoi pazienti, a sentire la loro
paura e a conoscere l’intensità della loro lotta per difendere il proprio
equilibrio in una situazione familiare che potrebbe condurre alla pazzia, non
sarà mai in grado di aiutare i pazienti a superare la ferita e il disturbo
narcisistico.

  

Caso
clinico
:
Il caso di Frank

 

  
  Frank aveva poco più di trent’anni quando mi consultò, circa la sua
incapacità di esprimere i sentimenti.

Aveva
un corpo ben fatto, muscoloso: era cresciuto in campagna e lavorava nella
fattoria dei genitori. A scuola aveva praticato la lotta (i lottatori sanno
incassare bene i colpi).

Frank
era il primo di cinque fratelli. “Per quanto riesco a ricordare,” narrò,
“mio padre non sapeva fare altro che gridarmi dietro, darmi dello stupido e
dirmi che “non valevo niente”.

Inoltre
mi picchiava ogni volta che facevo qualcosa che lo infastidiva –sul lavoro, a
tavola e perfino quando dormivo.Una volta, avevo undici anni, mi picchiò con un
tubo di gomma finché crollai sul pavimento pensando che mi volesse uccidere e
sentendo che stavo per morire. Mia madre, che era presente, mi disse: “Frank,
cerca di fare il bravo e fai quello che ti dice tuo padre.”

Durante
il racconto Frank non mostrò tracce di emozione. E’ vero che, avendomi
chiesto un consulto, voleva darmi rapidamente le informazioni necessarie, ma la
sua impassibilità mi sorprese.

Poi
raccontò di un ricordo che risaliva all’infanzia, “ricordo che avevo una
angoscia terribile e mi rotolavo sul pavimento mentre mia madre mi diceva che
ero un bambino cattivo. Non riuscivo a frenarmi, ero incapace di scappare. Mi
sentivo come se fossi posseduto da un spirito maligno.” Sono esperienze che
non possono non lasciare il segno, ma Frank aveva usato tutta la sua volontà
per superare questo vissuto devastante.

“Alle
scuole superiori e all’università,” proseguì, “ero duro e freddo. Dopo
essermi specializzato in psicologia, lavorai in un centro psicosociale, ma avendo
a che fare con gente che aveva dei problemi capii che anche in me c’era
qualcosa che non andava, arrivai al punto che durante un colloquio con un
paziente, mi parve di guardarmi allo specchio, sentivo di avere bisogno di una
terapia ma fu difficile ammettere di fronte a me stesso che in me c’era
davvero qualcosa che non andava.” “Ho dei problemi con le figure autoritarie
e con i pazienti, nei confronti delle prime provo terrore e rabbia, e ora so che
hanno origine dall’esperienza con mio padre. Con i pazienti mi sento superiore
e mi comporto come se sapessi già tutto.Mi accorgo d avere un forte
atteggiamento di sfida, un rifiuto che mi impedisce una qualsiasi azione
positiva. Adesso capisco che blocco me stesso per paura del fallimento e del
successo, che mento a me stesso su chi sono, che non posso concedermi un
intervallo di benessere. Mi è difficile lasciarmi andare all’intimità,
reprimo la rabbia e la collera e mi sono abituato a subire la violenza in
maniera masochistica.”

Il
racconto della brutalità subita da Frank mi sconcertò e mi venne in mente una
domanda: perché non era diventato uno psicopatico? Non avevo dubbi sul fatto
che potesse uccidere ma ero certo che non avrebbe tradotto in azione i suoi
impulsi. Aveva un sufficiente autocontrollo e c’era una incrinatura e non una
scissione nella sua personalità.

Il
consulto era stato deciso per vedere che cosa potessi fare per aiutare Frank a
ritrovare il contatto con la tristezza latente e con la collera che aveva
represso.

Piangere,
per Frank, significava ammettere di non essere capace di incassare. Era
dimostrando di saper sopportare qualsiasi cosa che aveva sconfitto il padre.

Con
l’esperienza che gli derivava dalla sua professione , Frank era in grado di
capire le dinamiche della sua condizione, mi basai dunque su questa
consapevolezza e usai un metodo molto semplice per farlo piangere.

Lo
feci sedere su uno sgabello con le mani protese verso una sedia dietro di lui.


una posizione stancante e se il corpo è rigido può essere anche dolorosa.

Per
resistere allo sforzo il paziente è costretto a respirare più a fondo. La
respirazione profonda carica il corpo di energia, perché permette di introdurre
più ossigeno nei polmoni.

Mentre
era steso sullo sgabello Frank fu incoraggiato ad emettere un suono fino a che
non avesse espulso tutta l’aria dai polmoni. Fare uscire completamente
l’aria agisce contro la tendenza a trattenersi e facilita così
l’espressione dei sentimenti.

Mentre
il paziente emette questo suono prolungato, arriva un punto, verso la fine
dell’espirazione, in cui la voce si rompe.

Il
suono che ne risulta è molto simile ad un singhiozzo, quindi se indugia nel
punto di rottura il paziente comincia a singhiozzare via via sempre più
profondamente man mano che cominciano a fluire i sentimenti soppressi di
tristezza. Questo sfogo si verifica se la persona vi è preparata e l’accetta.

Quando
fece questo esercizio Frank si abbandonò a una tristezza e a un pianto
profondo, tra i singhiozzi espresse anche la pena e la collera che provava.

“Dio
mio, perché mi hai fatto tanto male? Ti odio Come hai potuto farmi questo?”

Il
pianto e le grida durarono diversi minuti e per lui fu una vera conquista.

Ma
Frank aveva bisogno anche di esprimere più completamente la sua
collera……(lavoro sul lettino con pugni e racchetta). Il paziente può
abbandonare il controllo perché sa che c’è il terapista che lo mantiene.

Agli
occhi di chi guarda lo sfogo può sembrare spaventoso e pazienti sembrano dei
pazzi. Ma sono solo infuriati, non folli perché sanno quello che stanno facendo

Per
arrivare a conoscere se stessi i narcisisti devono ammettere la loro paura della
follia e sentire la rabbia omicida che hanno dentro e che identificano con la
follia.

Ma
possono farlo solo se il terapista conosce questi loro aspetti e non ne ha
paura.

La
vera pazzia è quella che loro considerano un segno di equilibrio mentale, cioè
la mancanza di emozioni.

 

 

     Comincia,
piccolo fanciullo,

a
riconoscere dal sorriso tua madre,

comincia
piccolo fanciullo;

a
chi i genitori non sorrisero,

nessun
dio lo degnerà della mensa,

nessuna
dea del suo letto.

 

                                          
                                       
(Virgilio:
Ecloga IV,vv 60-63)

 

dott.
Salvatore Valvo

 

 

 

 

Il dott.
Salvatore  Valvo,    psichiatra,  lavora presso
il Dipartimento di Salute Mentale dell’A.S.L. 7 di Ragusa.

 


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