Quale acqua berrò oggi? di Cosimo Alberto Russo

    Che l’acqua sia alla base della vita lo sappiamo tutti, ed anche che è il principale costituente del nostro organismo  (circa il 60% in peso); quindi siamo a conoscenza che è necessario assumere la quantità d’acqua sufficiente a mantenere l’equilibrio idrico del nostro corpo (bilancio idrico: acqua introdotta pari a quella eliminata). Bene, e allora che ne parlo a fare? Perché sempre più mi sembra che si siano cristallizzate “leggende” poco realiste (se no non sarebbero leggende…) e forse nate non del tutto casualmente.

    La prima idea oggi imperante è che più acqua si beve meglio è per la nostra salute; per cui si sente dire che si dovrebbero assumere due – tre litri di acqua al giorno. In realtà è vero che per mantenere il bilancio idrico costante occorrono 2-2,5 litri di acqua al giorno, ma complessivi! In una dieta regolare (né di tipo carneo, né vegetariano…) 1 litro d’acqua circa proviene dagli alimenti e 300 ml dalle reazioni metaboliche, quindi è sufficiente bere 1,2 litri di acqua e/o bevande che la contengano al giorno…

    Ma bere di più fa male? Dipende, come sempre, dalle quantità…3 litri al giorno, beh, non esageriamo.

    Seconda idea diffusa: l’acqua del rubinetto fa male! Qui è il caso di approfondire; la legge prevede che le acque potabili (quelle di acquedotto, cioè del rubinetto) non contengano sostanze nocive alla salute umana (dato che ad ogni specie vivente interessano solo i propri simili…), si dovrebbe quindi pensare che se l’acqua esce dal rubinetto dell’acqua diretta sia “buona”.

    Purtroppo le cose non stanno sempre così; bisogna tener conto dei componenti complessivi dell’acqua, che non è mai pura ma una soluzione diluita di parecchi ioni. Alcuni di questi tanto bene non fanno, ma la legge li tollera; il principale imputato di possibili fastidi per la nostra salute è lo ione nitrato; sarebbe bene che tale ione fosse presente in quantità inferiore a 5 mg/L (milligrammi in un litro).

    L’acqua del vostro paese quanta ne contiene? La ASL sarebbe tenuta a dirvelo, se glielo chiedete…

    Ma c’è un altro intruso che dà fastidio: il cloro; è obbligatorio aggiungerlo negli acquedotti per eliminare ogni traccia di possibili microrganismi (l’acqua potabile deve essere batteriologicamente pura). Il cloro viene usato per la potabilizzazione in quantità superiore al necessario (per essere sicuri degli effetti), la quantità che rimane si combina con le sostanze organiche formando i trialometani (per esempio il cloroformio) di odore sgradevole e tossici.

    Ma qual è la situazione del nostro acquedotto? Se l’acqua del rubinetto non “puzza” è bene informarsi presso il comune, se ha cattivo odore…non beviamola.

    Ricapitolando, se il contenuto in nitrati è basso informiamoci sui metodi di potabilizzazione del nostro comune e sulla presenza di residui organici clorurati.

    Molte aziende per la gestione dell’acqua usano ormai metodi più che sicuri. Solo in caso di risposte negative utilizziamo acqua minerale.

    E qui vengono le dolenti note: a parte il costo non indifferente, quale acqua scegliamo?

    Le acque minerali si dividono in:

    -minimamente mineralizzate (residuo fisso inferiore a 50 mg/L)

    -oligominerali (residuo inferiore a 500 mg/L)

    -ricche di sali minerali (superiore a 1500 mg/L)

    Evidentemente la scelta dipenderà dalle nostre esigenze; bisognerà vedere se abbiamo necessità di effetti diuretici, se abbiamo qualche disturbo (pressione alta, per esempio) o necessità particolari (aumentato fabbisogno di calcio…).

    Insomma ciò che conta è il contenuto in sali minerali; questi sono molto importanti per le varie funzioni che esplicano nel nostro organismo, occorre quindi tenerne conto nelle nostre scelte. Una alimentazione variata garantisce l’apporto di tutti i minerali, particolare attenzione va però prestata al calcio, al ferro ed al fosforo; i primi due spesso deficitari ed il terzo perché deve essere in un certo rapporto con il calcio.

    Purtroppo il calcio spesso risulta insufficiente e tale rapporto si sbilancia con effetti negativi sulla composizione delle sostanze inorganiche delle ossa (costituite per l’85% da fosfato di calcio).

    Altro rapporto importante è quello tra sodio e potassio (nelle diete vegetariane aumentando l’apporto di potassio occorrerebbe aumentare l’assunzione di sodio…).

    Insomma la scelta dell’acqua da bere implica vari fattori, che dipendono dal nostro stato fisico. Ne consegue che la moda di bere acque oligominerali o minimamente mineralizzate è, appunto, una moda (terza idea non sempre fondata).

    Per esempio, considerando che 7-800 mg di calcio al giorno sono il quantitativo necessario per mantenere il suo equilibrio nel corpo di un adulto, si può pensare che l’acqua non dovrebbe esserne priva o quasi, no?

    Rimane comunque il fatto che il calcio si assume quasi intermente tramite il latte ed i suoi derivati.

    Discorso un po’ diverso per il sodio, data l’usanza di salare i cibi che ne fornisce quantità più che sufficienti.

    Rimane un ultimo punto: quando bere? Risposta semplice, dovrebbe essere, quando si ha sete! Ma (quarta idea diffusa) si dice (ma chi?): lontano dai pasti. Se si beve a stomaco vuoto l’acqua viene escreta rapidamente, non così se si beve durante il pasto (aumentando quindi il suo assorbimento). L’acqua passa comunque subito nell’intestino, l’acqua calda sembra favorire l’attività gastrica. Il fatto che l’acqua passi subito nell’intestino la rende un pericoloso veicolo di infezioni; attenzione quindi…

Cosimo Alberto Russo

giugno 2011

 

Fonti bibliografiche:

– R. Calcolini, Scienza dell’alimentazione, Signorelli editore, 1984

 P. Cappelli-V. Vannucchi, Chimica degli alimenti, Zanichelli, 1990

 E. Piccari, Che minerali ci sono nell’acqua minerale?, Unione Consumatori

 

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Astrologia: Nettuno, fra illusione e illuminazione – di Pippo Palazzolo

Caspar David Friedrich (1774-1840)

 

 

 

 

 

 

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, 

io quello infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

“L’infinito” – Giacomo Leopardi

 Nettuno   Nettuno “dominante” in un tema natale (ma spesso anche quando il segno dei Pesci o la dodicesima casa sono in rilievo), difficilmente ci parla di individui con personalità comuni: qualunque sia il segno solare, il segno lunare o l’Ascendente, avremo di fronte soggetti “diversi”, stravaganti, devianti, illusi, artisti, idealisti, comunque “oltre i limiti”. Nettuno, infatti, è simbolicamente il pianeta delle acque, dell’Assoluto, della scomparsa del limite. Un limite posto da Saturno e abbattuto da Urano, che però ancora ci si confronta, mentre Nettuno ne è già al di là e chi ne è fortemente segnato vive proprio una vita “al limite”: sospeso, spesso, fra realtà e illusione, fra materia e spirito, fra egoistico edonismo e sublime spirito di sacrifico, fra genialità e follia, fra il vivere in una “comune” e il ritirarsi in completa solitudine, fra distrazioni plateali e percezioni nitide dell’inconscio collettivo e delle leggi della natura.

   In questo articolo, presenterò una sintesi di ciò che questo pianeta può simboleggiare nell’interpretazione astrologica.

   Dal punto di vista astronomico, Nettuno fa la sua comparsa nel 1846: appena due anni dopo avremo il “’48” in Europa, con tutta la sua carica idealistica dei moti insurrezionali; sempre del 1848 è il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, proclama del prossimo avvento dell’ “utopia” in Terra; sono, inoltre, gli anni in cui il concetto di inconscio comincia a prendere forma, gli esperimenti medianici tentano di dimostrare l’esistenza dell’aldilà, il Romanticismo recupera i sentimenti, dopo l’ubriacatura razionalistica dell’Illuminismo.

   Ma non possiamo analizzare Nettuno senza inquadrarlo nella funzione complessiva di trasformazione simboleggiata dai pianeti trans-saturniani. E’ necessario, quindi, qualche sia pur breve considerazione sul passaggio dal tradizionale schema planetario (fino a Saturno) a quello attuale.

   Con Saturno siamo al “limite”, tocchiamo i confini della nostra condizione umana: è l’ultimo dei pianeti visibili ad occhio nudo. Oltre, per gli antichi, non c’erano altre possibilità, altri pianeti. La partita della vita si giocava, per l’uomo, nel percorso delle età: l’infanzia-Luna, la fanciullezza-Mercurio, l’età adulta-Sole, la maturità-Giove, la vecchiaia-Saturno. Ma l’umanità, nel suo insieme, cresce, si sviluppa. Il germe spirituale di cui ogni essere umano è portatore, è un potente fattore di cambiamento: dallo stato selvaggio, l’uomo inizia un cammino che, prima in tempi lunghissimi, poi sempre più accelerati, lo porta a superare i suoi stessi limiti fisici (segnati da Saturno): nel tentativo di dominio sulle forze della natura, l’uomo, attraverso invenzioni e scoperte, arriva ad attuare cambiamenti inimmaginabili non solo in campo materiale, ma anche in quello morale e spirituale: dalla “legge del taglione” alla “legge del perdono”, dalla società schiavista all’affermazione dei “Diritti dell’uomo e del cittadino”. I suoi strumenti di osservazione, sempre più sofisticati, gli permettono di aumentare le sue conoscenze dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. E, secondo le verità ermetiche, poiché come è in basso (sulla Terra), così è in alto (in Cielo), per la legge della sincronicità, nel 1781 (in piena Rivoluzione Industriale, tra Rivoluzione Americana e Rivoluzione Francese), William Herschel scopre un nuovo pianeta, Urano, oltre l’orbita di Saturno, un pianeta dall’asse così inclinato sul piano dell’eclittica (82°!) da renderlo diverso da tutti gli altri, oltre alla particolarità del movimento retrogrado dei suoi cinque satelliti.

   L’umanità fa un salto evolutivo: si tratta di una potenzialità che si apre, poiché la rottura degli equilibri naturali, in una prima fase, porterà soprattutto ad uno sconvolgimento di usi, schemi e valori millenari, che creerà anche disadattamento e forti reazioni contrarie. E dopo Urano, vengono scoperti Nettuno e, infine, Plutone (1930).

  E’ ormai comunemente accettato, in astrologia, considerare Urano, Nettuno e Plutone pianeti che, dopo i primi cinque pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, riprendono la sequenza su un livello più elevato, rappresentandone l’essenza più elevata, potremmo dire, musicalmente, l’ottava superiore. Così Urano è l’ottava superiore di Mercurio, Nettuno lo è di Venere e Plutone di Marte.

  E’ importante, quindi, per un lavoro di interpretazione astrologica che sia anche di reale aiuto ai consultanti, prendere in attenta considerazione i tre pianeti trans-saturniani, inserendoli nella prospettiva dell’evoluzione individuale, cogliendone le sfumature in vista della trasformazione del soggetto, più che della conservazione e difesa del suo “status quo”. Se ci si oppone alle energie dei pianeti trans-saturniani, si avrà, con molta probabilità, la manifestazione negativa del loro simbolismo. In questo senso i tre pianeti richiedono un adeguamento della personalità: con Urano un superamento dei vecchi schemi, con Nettuno un’apertura alle altre dimensioni della vita, sia in verticale (misticismo), che in orizzontale (umanitarismo) e con Plutone una forte azione creativa e di trasformazione.
Nettuno partecipa al lavoro di trasformazione individuale e collettiva, dissolvendo quanto già Urano aveva contestato e distrutto, preparando il terreno alla rigenerazione di Plutone, energia creativa. Nettuno simboleggia una energia che vibra ad un livello così elevato da provocare il dissolvimento di schemi e barriere spazio-temporali, elevandosi ad una dimensione spirituale, trascendente. La sua influenza mette quindi alla prova la capacità di un individuo di confrontarsi con le dimensioni più eteree della realtà, con quell’inconscio collettivo junghiano, simile all’akasha indù, che contiene la memoria di tutto, al di là del tempo e dello spazio. L’irrompere di tali contenuti, in una mente già predisposta e strutturalmente forte, con un solido senso della realtà comune, può favorire il processo di “illuminazione”, il sorgere di capacità intuitive, di ideali universali, di amore cosmico, di comprensione delle più profonde leggi della natura (non possiamo non pensare ad Einstein ed alla sua “legge di relatività”, intuita prima che dimostrata con calcoli matematici…). Dall’altro lato, il suo effetto su soggetti che non hanno elaborato e raffinato alcune sensibilità, potrebbe essere dirompente e portare stati d’animo negativi, confusione, incertezza, illusioni, fino ad arrivare a vere e proprie forme di alienazione mentale. Prevenire in tempo simili rischi, specie in soggetti i cui temi natali indichino una predisposizione verso tali difficoltà di integrazione, diventa di fondamentale importanza, tanto più che lo strumento astrologico ci consente di indicare con relativa precisione quando il soggetto attraverserà un momento difficile, sia interiore che relazionale.

   Vorrei portare, a sostegno di queste mie osservazioni, due esempi che mi sembrano esprimere bene ciò che comporta l’effetto Nettuno, uno a livello collettivo, l’altro a livello individuale.

  Siamo alla fine degli anni ’60, il mondo è percorso da un vento di rinnovamento, da “nuove frontiere”, “immaginazione al potere” e così via. In Italia, nel 1969, abbiamo l’”autunno caldo” e il proliferare di gruppi di impegno sociale e politico, che dopo una fase di grande euforia, avrà il suo tragico sbocco nei movimenti del ’77, la P38, Autonomia Operaia, BR. Che cosa stava succedendo? A parte le analisi socio-politiche, un fenomeno così vasto, che ha coinvolto milioni di persone, si presta ad una analisi astrologica. A partire dalla fine del 1942 fino alla fine del 1956, Nettuno ha attraversato il segno della Bilancia; dal 1948 alla metà del 1956, Urano transita nel segno del Cancro, formando, soprattutto negli anni 1952-1956, una quadratura con Nettuno, naturalmente con un’orbita variabile, ma mediamente abbastanza stretta (3-4°). I nati negli anni dal 1942 al 1951 (più o meno!) hanno avuto, accanto ad una forte spinta ideale, rivolta al sociale, una “neutralità” di Urano, accanto al prolungato sestile di Plutone, in Leone, all’incirca dal 1945 al 1960 e oltre. Sui singoli temi di nascita tali aspetti si combinano variamente e danno luogo a diversi caratteri.

   Tuttavia, la presenza di questa combinazione Nettuno in Bilancia, quadrato a Urano e sestile a Plutone, rende molto probabile il manifestarsi, nella struttura della personalità, di un bisogno di una società diversa, giusta (Nettuno in Bilancia), la contestazione degli schemi socio-familiari tradizionali  (Urano in Cancro) e una grande creatività e gioia di vivere (Plutone in Leone). Quando i nati negli anni 1952-1956 entrano nel mondo degli adulti, non gli sta bene, vogliono cambiarlo, subito e radicalmente, sostituendo ai vecchi valori i nuovi: indipendenza, giustizia sociale, sessualità vissuta con libertà, contestazione del principio di autorità: sono gli “hippies”, i “figli dei fiori” della seconda metà degli anni sessanta: l’”Immaginazione al potere”! Purtroppo, la quadratura di Urano dal segno del Cancro rende deboli le capacità operative, organizzative, di analisi lucida delle situazioni e porta, quasi inevitabilmente, al fallimento di un progetto ambizioso ma irreale, utopistico. I fiori appassiscono e il duro confronto con la realtà porterà i più sensibili figli di questa generazione a sbocchi che tutti conosciamo: da un lato le droghe, dall’altro una allucinata lotta armata, fuori da ogni considerazione politicamente realistica (anni ’70).

 

“Neptune”, tratto da www.occultopedia.com

   Il secondo esempio riguarda l’effetto Nettuno in un oroscopo individuale. Nelle consultazioni è frequente osservare come la presenza di un  Nettuno dissonante si traduca nella difficoltà, per il soggetto, di inquadrare obiettivamente e realisticamente le situazioni che vive, in qualsiasi campo si manifesti la dissonanza. Le classiche richieste di rassicurazioni in merito ad amori infelici, l’ossessivo chiedersi se il partner tornerà, se il nuovo amore durerà, se è l’uomo/la donna giusta, ci vengono soprattutto da consultanti nel cui tema natale spiccano forti valori nettuniani (ma anche un segno dei Pesci o una dodicesima casa rilevanti). La tendenza ad annullare la propria personalità in un rapporto, ad idealizzare, illudersi, non accettare la realtà, prendere abbagli clamorosi, la sensazione che nessuno possa soddisfare le proprie aspettative, sono caratteristiche ricorrenti nei soggetti con precisi aspetti astrologici, quali Venere in dodicesima casa o in aspetto forte con Nettuno, la quinta casa nel segno dei Pesci o con il suo governatore comunque in relazione a Nettuno/Pesci/dodicesima casa.   Personalmente, ritengo che difficilmente si possa arrivare a dimostrare statisticamente tali correlazioni, come vorrebbero i fautori di una “astrologia scientifica”, ma per fortuna la nostra esperienza e sensibilità ci consentono di non avere dubbi sulla loro veridicità. L’esempio che vi presento è solo uno dei numerosi casi in cui Nettuno gioca un ruolo fondamentale nella personalità del soggetto.

   Pur essendo una donna con Sole e Ascendente in Scorpione e la Luna nel concreto e razionale segno della Vergine, Anna ha Nettuno in posizione forte, in prima casa/Scorpione, congiunto al suo Sole e all’Ascendente, in sestile con Luna e Plutone. Notiamo anche che Nettuno governa la quinta casa/Pesci e che Venere è in dodicesima casa/Bilancia, congiunta a Mercurio e con la quadratura di Saturno. Per evitare interpretazioni che potrebbero essere considerate soggettive, non traccerò il profilo della personalità di Anna, ma indicherò alcuni fatti obiettivi della sua vita. Laurea in ingegneria informatica, chitarrista e leader di un gruppo musicale affermato, manager in una impresa di progettazione di software; matrimonio a 33 anni, separazione a 35; oggi 42enne e single. Non ho voluto elencare gli eventi, che pure ci sono stati, relativi alla difficile vita affettiva di Anna, proprio per attenermi ad una esposizione obiettiva, non discutibile. Una donna di grandi capacità, razionali ed artistiche, di successo nella carriera lavorativa e con numerose amicizie, diventa invece fragile, insicura e confusa non appena si muove nel campo dell’amore: scelte sbagliate, illusioni, delusioni e inganni costellano la strada della sua vita affettiva e matrimoniale (Venere governa la settima casa). Un destino inevitabile? Certamente no, a condizione di superare alcuni ostacoli; in particolare, soffermandoci sulla Venere in dodicesima casa, la lezione da apprendere è che l’amore dovrà essere accompagnato dall’affinità spirituale, dovrà contenere il bisogno di assoluto richiesto da Nettuno. Non si dovrà cercare un partner da salvare, da liberare, ma amare prima se stessa, accettandosi ed elevando la sensualità venusiana alle vibrazioni superiori. Compito non facile, ma verso cui il consulente dovrà decisamente orientare un soggetto che, diversamente, correrà il rischio di passare da una delusione all’altra.

     Una persona che vive fortemente il simbolismo di Nettuno, ha bisogno di elaborarlo anche con tecniche o terapie che facilitano la consapevolezza e che lo riportano al vissuto della sua connessione con il Tutto. Solo in questo modo Nettuno può portarci dall’illusione all’illuminazione.

Pippo Palazzolo

 

La versione in lingua spagnola di questo articolo si trova all’indirizzo  http://horoscopiadef.blogspot.it/2009/12/neptuno-y-jupiter-entre-ilusion-e.html

Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson
Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson

 

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Recensione: “Il mito e il velo” di Federico Guastella

di Giuseppe Nativo

Fuori e dentro la storia. Mito e vicende umane. Intrecci indissolubili dove il cielo si incontra con la terra dando origine ad una dimensione altra, gravida di simboli e leggende. Lì il mito, sorta di “velo” tra immanente e trascendente, facendosi carico del “suo alto valore misterico”, si incarna come “libro sacro di una civiltà”. In tale prospettiva la Sicilia, centro del Mediterraneo, incrocio di pensieri e culture e culla di civiltà, conserva echi di vetusta testimonianza: incisioni rupestri preistoriche come quelle dell’Addaura, necropoli come Pantalica, insediamenti rupestri come Cava d’Ispica, mirabilmente descritta da Gesualdo Bufalino come “una valle lunga e magra” in cui è possibile farsi ammaliare da “un termitaio di grotte, loculi, sacelli che le meteore e gli uomini hanno misteriosamente scavato”.

Alfeo e Arethusa, di Carlo Maratta

E’ proprio in questa fascinosa Trinacria che le pietre narrano e cantano racconti dove coesistono almeno due dimensioni, quella immaginaria e quella allegorica. In Sicilia i miti abbondano: qui Odisseo incontra e acceca il gigante Polifemo, figlio di Poseidone; nei pressi di Enna, Ade rapisce Persefone; la Sicilia è luogo degli infelici amori di Aci e Galatea, di Alfeo e Aretusa.

Federico Guastella
Qual è il confine tra storiografia e narrazione mitica? A cercare di esaminare quel “velo” ultra-millenario di valore misterico e simbolico che ammanta il mito è il recente lavoro poliedrico di Federico Guastella, “Il mito e il velo – Simboli e leggende” (Gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2017, pp. 220). L’autore – paternese di nascita, ragusano per affezione e pronipote dello scrittore Serafino Amabile Guastella – con l’occhio clinico dello storico, la perspicacia del saggista consumato e la destrezza del narratore disincantato, apre la finestra del tempo offrendo al lettore un viaggio sulla cultura mediterranea, ai confini tra antropologia e storia che tocca da vicino la ricchezza delle tradizioni che rappresentano il “retaggio prezioso lasciato dalle civiltà precedenti”, come annota il prefatore Raffaele Puccio. In tale contesto si inserisce la civiltà egizia alla quale Guastella dedica ampio spazio. Quelle che attirano l’animo del lettore sono le magiche suggestioni offerte da un’Isola esoterica in cui riecheggiano radici lontane come i culti isiaci. 

Molteplici le tracce egiziane in Sicilia come una statuetta funeraria dedicata a Iside, rinvenuta nella necropoli di San Placido (Messina), la cui funzione era quella di risparmiare al defunto i lavori pesanti nell’al di là. I più importanti santuari dell’Iside siciliana erano ad Enna e ad Erice dove, fra rupi scoscese e grotte scavate nella roccia, si celebravano riti iniziatici. Colpisce non poco, a d esempio, la festa di Iside in Corinto la cui descrizione fatta da Apuleio nelle “Metamorfosi”, ha molte similitudini con quella di Sant’Agata a Catania. A parlarne fu il modicano Emanuele Ciaceri (1869 – 1944) mettendo specificamente in luce sopravvivenze di moduli isiaci in alcuni particolari della mascheratura e del comportamento dei partecipanti al rito.

Stimabile fatica, dunque, questa di Federico Guastella che si legge come un accattivante romanzo i cui protagonisti, sebbene appartengano a un mondo remoto, parlano ancora alla mente e al cuore di ciascuno.

Giuseppe Nativo

Ragusa, 15 giugno 2018

Nota: la presente recensione è stata pubblicata sul quotidiano “La Sicilia” di Catania del 13 giugno 2018.

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“Il Mito e il Velo” di Federico Guastella – Quarta Parte

 Pare di poter dire che il “logos” non può prescindere dai miti, e viceversa1. “L’inconscio si esprime per immagini”: è questa una affermazione di Jung, che distanziandosi da Freud (costui aveva visto i miti come  “sogni secolari di una umanità ancora giovane”  e, a livello psichico, come pulsioni regressive ed elementari), aveva attinto  visioni e dottrine dalle più antiche culture religiose,  misteriche, iniziatiche e figurative. E’ per tutto questo che Jung ha considerato il mito come manifestazione  di archetipi operanti nell’inconscio collettivo, come testimonianza di un patrimonio comune a ogni cultura a prescindere dal tempo e dello spazio.

Parlano ancora i miti? Possono trovare ancora spazio nella vita dell’uomo del nostro tempo, nel ritmo della ruota della vita?2

Questi interrogativi rimandano ai bisogni dell’anima e alle sue intuizioni creative, a una riflessione sul mondo della psiche, all’antagonismo tra bene e male, ai tesori e ai draghi in essa vengono allevati, a dirla con Jung. In quest’ottica, i miti sono l’essenza dell’anima. Interpretarli, coglierne l’essenza equivale ad aprirsi alla vita, a connessioni simboliche, a evocazioni, a prese di coscienza che nutrono l’Anima. Nel mito possono ritrovarsi la propria storia, la propria emozionalità, le proprie esigenze di trasformazione, nonché l’accettazione di ciò che non può essere modificato. La connotazione è tipica del pensiero immaginifico, del sentirsi internamente liberi malgrado la presenza di forti condizionamenti esterni. Il mito, in sostanza, affonda nelle radici del cuore e si pone come motore del libero fluire dell’immaginazione attiva. Senza di essa Afrodite viene sostituita dall’energia distruttiva dei Titani, ove si consideri la mera visione monoculare del gigante Polifemo sorretto esclusivamente dalla forza del corpo. 

James Hillman – foto tratta da Repubblica.it

J. Hillman constata che nella società moderna i miti si sono perduti e gli dei, sostiene, sono diventati malattie3. Si è perso il rapporto con il sacro, e con esso il senso dell’uomo. Eppure, gli dei non sono scomparsi, sono diventati patologie, giacché abbiamo creduto di liberarcene ma essi sono diventati le nostre patologie. “Cerca il tuo mito e troverai la tua guarigione”. Un tempo l’uomo era immerso nel sacro, ma, allontanandosi dall’invisibile, ha smarrito la propria anima, dimezzandosi. E’ questa in fondo la sua sofferenza, la sua deprivazione. Da qui nasce l’esigenza di una psicologia che faccia “anima”, andando cioè alle radici dell’inconscio: vale a dire “aprire la bocca ai morti”, farli di nuovo parlare, riconnettere l’uomo col mondo del sacro, attingendo agli archetipi, aprendo spazi di comunicazione con l’invisibile che trascende la realtà contingente.

Se nel mito in principio era il Caos, cioè un miscuglio universale e disordinato della materia, o una forma indefinibile e indescrivibile identificata con una divinità capace di generare divinità enigmatiche, cieche e capricciose; nella filosofia di Anassimandro esso prese il nome di “àpeiron”, cioè una quantità infinita e indefinita della materia, “abbracciane” e “governante” il tutto, da cui tutte le cose presero origine: siamo così ad una prima spiegazione naturalistica come prima elaborazione filosofica del mito, più sistematica delle precedenti tipiche dei presocratici. Nasce da qui l’attenzione ai dati dell’esperienza in un processo di continuità e discontinuità nel contempo: “Comincia, così,” – commenta Vincenzo Guzzo – “a definirsi la comprensibilità di passaggio dal “mythos” al “logos”, dal pensiero mitico a quello razionale4.  Le sue riflessioni in merito ad una possibile contrapposizione sono puntuali. La coppia mitologia-scienza è troppo spesso presentata come opposizione di errore e di verità e questo è un limitare la stessa razionalità che, ridotta all’esattezza della dimostrazione, si preclude il vastissimo campo della comunicazione immaginifica cui è collegata la storia simbolica di ciascuno. Indubbiamente, le funzioni del mito e della scienza sono diverse. E’ stato scritto che il primo è “materno” e racconta ciò che è stato; invece l’inquieto Logos è “paterno”, la cui tensione è orientata al futuro5. Eppure, anche il mito possiede una sua razionalità: ha le sue verità anche se sfuggono a una lucida chiarificazione per la natura ambigua dei simboli in esso racchiusi6. “Il mito”, ha scritto Vernant, “mette dunque in gioco un tipo di logica che si può chiamare, per contrasto con la logica di non contraddizione dei filosofi, una logica dell’ambiguo, dell’equivoco, della polarità7”. Abbraccia perciò narrazioni che affascinano l’uditorio, parlano di cose essenziali attinenti alle verità pi profonde dell’esistenza e presentano personaggi le cui avventure si svolgono in un altro tempo: “su un altro piano e secondo un modo d’essere diverso da quello della vita comune8”.

Roberto Calasso – foto tratta da Il Libraio.it

“Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre” è la massima di Salustio utilizzata come epigrafe  da R. Calasso nel suo splendido testo letterario9, dove egli senza spiegare racconta anche miti che mai sono stati ascoltati. Sapientemente sfoglia le plurime pagine della mitologia e mostra scenari suggestivi di quando uomini e dei erano in stretto contatto, come l’ultima volta fecero in occasione delle nozze di Cadmo e Armonia. Egli valorizza così il pensiero immaginifico, gettando in una sorta di ebbrezza che nutre il polimorfismo della psiche, il suo carattere onirico che, pur sfuggendo alla verificabilità fenomenica, vive plasticamente in noi in una serie continua di visioni, di cui la pittura, a partire dal Quattrocento in Italia, si è fatta interprete. Nel congedarsi Cadmo, il fenicio, è ben consapevole che il dono da lui portato alla Grecia, l’alfabeto, avrebbe rimpicciolito la presenza piena degli dèi nella sorte degli uomini. In effetti, fu la scrittura a dare al discorso un ordinamento più rigorosamente concettuale e a opporsi alla parola del mito. I Greci stessi ne furono coscienti: “alla seduzione che deve provocare la parola per tenere affascinato l’uditorio essi hanno opposto, spesso per preferirla, la serietà un po’ austera ma più rigorosa dello spirito10”. Ma si può rinunciare al drammatico e al meraviglioso, nonché alla partecipazione emotiva? Ha senso la distanza tra il mito e il Lógos senza opportunità di comunicazione? E’ davvero impossibile il dialogo? A questi interrogativi sono state fornite diverse risposte la cui analisi esula dallo scopo di questo libro. Si deve a Schelling l’affermazione del mito come “tautogoria”: egli si riferisce, respingendo la concezione allegorica, a una “mitologia della ragione” che attiva l’interdipendenza di sapere e vita a partire da un impulso psichico e necessario. Poiché la cultura concorre con ogni linguaggio di varie e molteplici manifestazioni del sapere che fanno luce sulla condizione umana, l’esigenza dell’unitarietà è insopprimibile. L’energia psichica è per Jung “attività immaginativa” che egli nutrì con sogni, visioni, fantasie e specificamente con lo studio della mitologia: “lavorare sulla mitologia lo entusiasmava fino a stordirlo11” ed egli distingueva il “pensare indirizzato”, logico e verbale, e il “fantasticare”, passivo, associativo e immaginifico: “la facoltà del pensiero indirizzato, estranea allo spirito degli antichi, è una tipica acquisizione moderna, mentre il pensiero fantastico si afferma là dove il primo non ha corso12”. In sostanza, si era reso conto, afferma il famoso prefatore, di che cosa significasse vivere senza un mito: “chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici, senza un vero rapporto con il passato, con la vita degli antenati (…) e con la società umana del suo tempo13”. L’avevano compreso gli gnostici per quali il mito era un messaggio esterno che risveglia il messaggio interno iscritto nell’anima: non sorgeva, pertanto, da un’incapacità di produrre un discorso razionale, ma era l’espressione più efficace per avere scintille di conoscenza su ciò che travalica la ragione14.

Abbiamo capito che a favore dell’esperienza umana totale le due realtà non sono incompatibili e possono stare insieme come convivono in Kant la “Critica della ragion pura” e la “Critica della ragion pratica”. Penso alle suggestioni, quanto mai singolari, dei miti sul problema del male (dal vaso di Pandora15 alle inquiete visioni del peccato originale); e mi apre a comunicazioni sottili l’arcaico schema del dio che soffre-muore-risorge (Osiride, Dumuzi-Tammuz, Purusha, Dioniso, Cristo). Disponiamo di due risorse immense: l’intuizione e il discorso. Non è sensato una scelta che escluda l’una per privilegiare l’altra. Occorre piuttosto costruire ponti per connettere e non per separare in analogia alla connessione tra l’emisfero destro e quello sinistro del cervello: ognuna delle due funzioni assolve a specifiche funzioni ed entrambi concorrono a interpretare la realtà in modo più compiuto. “Da secoli”, ha scritto Calasso, “si parla dei miti greci come se fossero qualcosa da ritrovare, da risvegliare. In verità sono quelle favole che aspettano ancora di risvegliarci ed essere viste, come un albero davanti all’occhio che si riapre16”. Se il mito accoglie la suggestione, l’incanto dei simboli, non cercando catene di causa ed effetto, il logos si nutre di ragionamenti e dimostrazioni in modo preciso e rigoroso. Solo attraverso l’unificazione della psiche è possibile giungere alla creatività, a elementi fondativi nella vita, al ricollegamento con il divino, al recupero delle proprie radici atemporali. Il mito è rappresentazione di simboli. A dirla con Calasso, quella stoffa, dentro il mondo, come dentro la nostra mente, continua a tessersi. Se è vero che la scrittura ha affievolito il legame tra il divino e l’umano, lo stesso studioso, tornando in argomento nell’opera La letteratura e gli dei (2001), affermerà che gli dei continuano a vivere nei libri. In realtà, il mito, la sua “sapienza romanzesca”, è uno strumento di ermeneutica metafisica. Sia mito che scienza vanno perciò considerati come complementarietà in uno scambio che arricchisce e integra più prospettive, tenendo distanti da uno scientismo assolutizzante e da una inventività di tipo irrazionale.

Accortamente, Guzzo chiarisce: 

“D’altra parte il pensiero mitico, senza il logos, può offrire il fianco alle infinite insidie dell’esistenza perché non dispone della capacità ordinatoria che può consentire alla coscienza di vincere il panico e di gestire il quotidiano venendo fuori dall’indistinto che è proprio della pre-esistente dimensione del chàos17”. 

Vorrei ora concludere, citando un pensiero di Ferdinando Testa, insigne analista e studioso accurato de Il libro rosso di Jung, che pone in evidenza il tramonto dell’attuale periodo storico, rinunciatario dell’evoluzione della coscienza attraverso il mito:

“Il simbolo, nel mito di Demetra-kore, è stato reciso, addormentato e coperto dal manto di neve in una terra fredda e sterile; Demetra, la madre terra, è adirata e a lutto perché la sua parte giovane e verginale, Kore, è stata rapita ed il sopra ha perso i contatti con il sotto: c’è frattura e separazione (…). Il mito, danza mitica per percorrere i sentieri del sacro, non ha più un temenos dove potersi manifestare e la luce di Apollo cerca di penetrare massivamente nelle azioni di Hermes: allora tutto appare, si mostra virtualmente, tradendo la funzione dell’immaginazione che si pone come uno spartiacque bordeline tra il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile, la parola e il silenzio18”.

Federico Guastella

14 giugno 2018

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Note:

1. V. Guzzo, In principio fu il mito, Tipheret, Acireale-Roma, 2013, p. 91.

2. Nella mitologia greca, Issione era il figlio di Flegias, re dei Lapiti ed ebbe una relazione, che sfociò in matrimonio, con Dia, figlia di Deioneo. Contrariamente ai patti, Issione non fece a Deioneo i doni che gli aveva promesso per le nozze, anzi lo uccise crudelmente, facendolo cadere in una fossa piena di carboni ardenti. Zeus lo perdonò, ma Issione, invitato ad un suo banchetto, cercò di sfruttare l’occasione per concupire Era; accortosene, il dio gli inviò una donna che aveva creato con le sembianze di Era da una nuvola, chiamata Nefele. Issione provò a toccarla e fu colto in flagrante nel tentativo di amplesso. Zeus, irato, lo consegnò ad Hermes perché lo torturasse; il dio messaggero obbedì, legando strettamente il re e flagellandolo senza pietà, fino a quando non avesse ripetuto: “I benefattori devono essere onorati”. Poi lo legò ad una ruota di fuoco che girava senza sosta nel cielo (Variazioni intendono la nascita dei centauri come frutto dell’unione fra Nefele ed Issione). Questo mito Verrà poi ripreso da Schopenhauer nella sua concezione dell’arte come liberazione. Issione è anche protagonista, insieme a Nefele, del primo racconto dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, intitolato “La nube” (L’opera comprende ventisette brevissimi racconti, strutturati in forma dialogica, scritti dal dicembre del 1945 al marzo 1947, anno della pubblicazione).

3. J. Hillman, Il lamento dei morti, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

4. V. Guzzo, In Principio fu il mito, op. cit., p. 91.

5. L. Loito, Il mito e la filosofia, Mondadori, Milano, 2003, p. 44.

6. K. Hübner, La verità del mito, Feltrinelli, Milano, 1990.

7. J. P. Vernant, Mito e società nell’antica Grecia, Einaudi, Torino, 1976, p. 250.

8. Ivi, p. 208.

9. R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988.

10. J. P. Vernant, Mito e società nell’antica Grecia, op. cit., pp. 195-196.

11. Sonu Shamdasani, Introduzione al Libro Rosso di C. G. Jung (Bollati Boringhieri, Torino, ediz. studio, 2009, p. XXXVI).

12. Ivi, p. XXXVII.

13. Ivi, p. XXXVIII.

14. Il canto della perla. Acta Thomae 108-113, a cura di Carlo Angelino, Il melangolo, Genova, 1987.

15. Sia nella “Teogonia” che ne “Le opere e i giorni”, Esiodo parla del furto del fuoco, offrendo due versioni che s’intrecciano l’una con l’altra. L’analisi formale di Vernant su tre livelli è quanto mai illuminante (in Mito e società nell’antica Grecia, op. cit., pp. 173-191). Ma atteniamoci al fatto in sé. Dopo che fu ingannato da Prometeo, trafugando il fuoco, Zeus premeditò un male: la donna, destinata esclusivamente agli uomini, un dono-tranello come segno della loro condizione infelice, plasmata per la celebrazione delle nozze. Con lei, beni e mali furono inscindibilmente uniti. Prima d’allora gli uomini ignoravano la sofferenza. Questo dono, da parte di tutti gli dèi, malefico e seduttore è chiamato “Pandora”. E’ Ermes a condurla fino a casa di Epimeteo, fratello di Prometeo. Questi l’aveva avvisato di non accettare mai un dono di Zeus, ma di rifiutarlo e rimandarlo indietro, e lei porta con sé un vaso regalatole dal re olimpico, che le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ecco, allora fronteggiarsi due aspetti della condizione umana: la sottile astuzia e l’impulsività che provoca errori. Malgrado le raccomandazioni, Epimeteo accetta il regalo ed è Pandora, spinta dalla curiosità, a sollevare il coperchio della giara. Dopo l’apertura, tutti i mali si riversano fra gli uomini. Mali invisibili e muti, imprevedibili e perciò inevitabili. Senza la possibilità di prevedere quel che accadrà domani, c’è per posto per la speranza, Elpís, che rimase chiusa nel ventre della giara finché Pandora l’aprì nuovamente per farla uscire. La speranza: illusione, consolazione che fa sopportare l’ambiguità della vita.

16. R. Calasso, Le nozze di Cadmo e armonia, Adelphi, Milano, op. cit., p. 315.

17. V. Guzzo, In Principio fu il mito, op. cit., p. 91.

18. F. Testa, I volti dell’immaginazione, “Hiram” 4/2013.

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“Il vento delle parole” di Ferdinando Testa – recensione

di Federico Guastella

«Il vento delle parole» è il titolo del libro di Ferdinando Testa, pubblicato da IOD edizioni (Casalnuovo di Napoli, 2017). Le sessanta pagine, divise in quattro capitoletti preceduti da una introduzione, risultano di godibile lettura e conducono lungo un percorso sulla specificità della poesia.
Le epigrafi scelte sono abbastanza significative e già danno il filo d’Arianna cui aggrapparsi per potere entrare e uscire in modo agevole dai meandri del labirinto in cui convivono il terribile e il sublime.

«La poesia aggiunge vita alla vita» dice un aforisma di Mario Luzi che, quasi in modo scultoreo, apre il varco ad una poesia che, pur non consolando, ha un ruolo trascendente in una prospettiva futurocentrica. Il soggetto è uno sguardo da dove può con stupore cogliere il fascino dell’altrove che nasce dall’eros entro una dialettica di desiderio e di superamento del limite che aspira all’unione di aree della mente individuale e collettiva: il conscio e l’inconscio, l’onirico e il reale, il visibile e l’invisibile:

“La parola poetica fende lo spazio della coscienza, apre dei solchi della madre terra, della realtà materiale e solleva l’Io verso dimensioni / Altre, nuove forme del vedere che portano ad oltrepassare i confini del noto, per bussare alla porta dell’ignoto, dell’irrazionale, di tutto ciò che invece deve ancora venire, ma che è già in nuce nel regno dei morti, l’inconscio.”

Nell’intreccio di mito e di poesia che agisce nella psiche, si può allora scorgere la bellezza di Afrodite con tutto ciò che incarna e simbolizza. Lei emana dall’incanto dello sguardo, assale l’anima, attiva il circuito dell’amore e dell’immaginazione, coinvolge la sfera del sensibile come risposta alla presenza nel mondo non disgiunta dal calore di metafore corporee. Da tali coordinate muove il recupero dell’Anima mundi che appare ferita nella sua immaginazione:

“Parlare di Afrodite vuol dire fare danzare l’Anima nei giardini della bellezza, in cerca di immagini che nutrono la necessità dell’incontro dell’incontro con Eros (…). Allora la bellezza, che ispira Afrodite, affonda il suo sguardo nella percezione di ciò che è visibile, privilegiando la presenza dei suoni, la fragranza degli odori, le sfumature dei colori, la delicatezza dei sapori.”

Sicché, la risposta estetica all’esistenza toccando il dolore, lenisce paure e angosce nel ritmo di emozioni impregnate di metafore pulsanti. Non c’è scampo per chi è preso da Afrodite. Costui mette a nudo l’Anima, manifestandola.
In tale cornice, la bellezza afroditica è «energia libidica» cui niente può opporsi, ed ecco che il poeta attinge a modalità e stili sfuggenti alla dimensione razionale per avventurarsi nel caleidoscopio di sogni e di simboli.

Leggendo questo libro, il cui impianto è sostenuto da preziose e documentate citazioni, ci si sente coinvolti da una singolare scrittura per metafore, mentre alchemica è la prospettiva che consente a Ferdinando Testa di guardare ai processi di trasformazione della personalità tra i due poli della materia e della psiche, della relazione e dell’immagine. Specificatamente, facendo interagire la poesia con le sue sapienziali esperienze di psicoterapeuta, introduce alla creatività come capacità emozionale di essere in un contesto di sensorialità grazie alla quale può gustarsi ogni presenza che si trova nell’essere al mondo.
Una delle riflessioni che pone è come stabilire una relazione tra terapeuta e paziente in cui è deficitario il rapporto con la realtà. Prende allora corpo la funzione di condivisione della parola poetica nella psicosi ed è tra relazione terapeutica e creatività che si celebra il farsi dell’Anima:

“Afrodite, come la poesia, apre all’attività immaginativa, getta i semi nel terreno freddo, gelido e gioioso dell’esistenza umana e dipinge la tragicità dell’evento con l’anelito alla totalità dell’assoluto, all’invisibile come motore dell’universo: l’imago dei.”

Come a dire che le parole poetiche, veicolate dal vento che viene da lontano, sottraggono all’effimero, restituiscono all’immaginazione la possibilità di ritrovare la scintilla divina e salvare il mondo.

Federico Guastella

Nota: la recensione è tratta dal sito Sololibri.net, su autorizzazione dell’Autore.

giugno 2018        

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