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Sabato, 29 aprile 2006, alle ore 18,
presso il Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa (via Ducezio, 13),
presentazione del libro di Salvatore Scalia "La punizione", edizione
Marsilio.
“La punizione” sotto le stelle di
primavera
di Giuseppe Nativo
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Una testimonianza di vita. Tasselli di
storia nel grande mosaico della vita. Questi gli ingredienti dell’ultima
fatica letteraria di Salvatore Scalia, “La punizione” (Marsilio) che segna
il suo esordio nella narrativa. Un libro che può definirsi
“inchiesta-racconto” e da cui si può cogliere il caldo Sole di Sicilia ma
anche la triste realtà sociale e di emarginazione in cui sono immersi i
quattro protagonisti del romanzo fatti rivivere dall’efficace penna di
Scalia, già autore di testi teatrali di successo. Il Centro Studi “F.
Rossitto” di Ragusa, nell’ambito delle iniziative volte a far conoscere
l’attività creativa di autori siciliani, si è fatto promotore della
presentazione del libro, per sabato 29 aprile, affidata al prof. Nunzio
Zago (Università di Catania - Sede di Ragusa). La lettura di alcuni brani,
tratti dall’inchiesta-racconto di Scalia e affidati alla voce dell’attore
Giorgio Sparacino, farà da preziosa cornice alla serata.
L’abilità narrativa di Scalia introduce il
lettore, quasi accompagnandolo per mano, in una vicenda tanto lontana nel
tempo quanto vicina al cuore di ogni siciliano. Da uno squarcio nel tempo,
una memoria fossile, che disperatamente cerca d’aprirsi un varco, un mezza
breccia, emerge assurdamente viva un’immagine di dolore che prende corpo
dalle rivelazioni di un pentito. Il verbale di una fredda e asettica
perizia psichiatrica di quel pentito fa da prologo al caldo incalzare
degli eventi che si consumano la mattina di sei lustri or sono nel
capoluogo etneo.
Quattro ragazzini, ancora implumi, si
aggirano ai margini del mercatino rionale di un quartiere popolare a
Catania. A bordo di due “Vespe cinquanta”, di quelle caratterizzate dallo
scoppiettio di un motore “smarmittato”, s’accostano, si allontanano, si
inseguono piroettando tra la gente, tra gli ingorghi del traffico urbano.
L’inebriante ed intenso profumo di zagara, che il vento porta in grembo
come preziosa creatura il cui embrione prende vita dagli agrumeti della
piana di Catania, avvolge, in un intimo abbraccio, quella giornata di
maggio foriera di tante speranze. Una giornata, forse, come le altre che
segna il destino dei quattro sbarbatelli. Adocchiata un’anziana signora
che, fatta la spesa, si avvia verso casa, i loro occhi si incrociano
puntando su quella ignara preda. Nello spazio di un miserere si consuma
l’insano gesto dello scippo. Strappata la borsetta a quella donna, si
dileguano. Un’azione veloce che schiude le porte di una dimensione altra
in cui di lì a poco verranno catapultati. Non sanno di aver derubato la
madre di un capo mafia.
Così da predatori diventano inconsapevoli
prede. Ma perché “predatori” e perché “prede”? Nel giro di poche ore sono
identificati, rintracciati, portati via. Spariranno nel nulla. All’ombra
di Mongibello si nasce e sotto di essa si muore. Ultima immagine è quella
crepuscolare che vede i quattro ragazzini condotti in quel viaggio di sola
andata cui fa eco il silenzio delle madri.
“Non morire nel proprio letto è per noi
siciliani un disonore, una mala morte” dice Bufalino. Così il cieco
destino di quei quattro adolescenti, la cui infanzia è spezzata sotto le
stelle di primavera. Urla senza suono. Sudori freddi. Battiti accelerati.
Poi il silenzio sotto quel cielo. Un cielo primaverile come tanti altri.
Un crepuscolo che Salvatore Scalia descrive con mirabili pennellate
narrative. Un crepuscolo che, con viso spaventato, instilla le ultime
gocce di luce. Il giorno fugge per fare spazio a quella linea d’ombra che
lentamente avanza come mare di piombo che inghiotte i ragazzi. Giustizia è
fatta, ma l’ingiustizia incombe.
Giuseppe Nativo
aprile 2006
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