
L'ABUSO DI SE STESSI NELLA
RICERCA DELL'APPROVAZIONE
di
Pina Pittari
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Cosa è l’abuso?
“..Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di
un’autorità. In particolare nel diritto si definiscono abuso varie ipotesi di
reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’uso illegittimo di una
cosa o l’esercizio illegittimo di un potere”.
Nella definizione sopra indicata, l’abuso di se
stessi si racchiude nell’espressione: “...l’esercizio illegittimo di un potere”,
quello che esercitiamo su di noi stessi “illegittimamente”. Visto solo così sembra un pò difficile capire nella sua completa
estensione cosa è l’abuso
di se stessi. Per espandere
il concetto ci possiamo domandare quale è l’opposto di abuso, e sarete
d’accordo che questo si potrebbe definire come rispetto, perciò
possiamo dedurre che se
non c’è rispetto ci può essere l’abuso:
qualcuno, noi stessi, va oltre le “frontiere”.
E
queste “frontiere” alle quale mi riferisco, chi le stabilisce, come
sapere dove iniziano, come si fissano? Esse sono i limiti imposti da noi
stessi per preservare la legittimità delle nostre azioni nei nostri confronti.
Senz’altro la misura dei limiti sarà diversa per ciascuno di noi e
molte volte nemmeno siamo molto consapevoli della sua esistenza o della
necessità di “stabilirla”.
Gli
atteggiamenti o le azioni di abuso di se stessi possono coesistere in noi da
tanti anni, che ci sembrano naturali, parte di noi, tanto come possono essere le
nostre braccia o mani, nemmeno ci soffermiamo a riflettere che essi siano abusi.

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DROG.htm
Esempi tipici di abusi di se stessi e conseguenze:
- Dire SI
quando vogliamo dire NO. Qui entriamo nella famosa storia di “accontentare
qualcuno, comunque, cosa mi costa?”. Costa il prezzo di quello che
sacrifichiamo di noi stessi, e poi paghiamo questa fattura in diverse forme:
ammalandoci, rinchiudendoci, oppure infliggendoci qualche altro tipo di
maltrattamento, come quelli descritti nel punto che segue. In questo caso ci
sentiamo vittima
di qualcuno che indichiamo come il nostro carnefice.
- Maltrattamento
fisico con l’eccesso di: cibo, alcol, droghe, dipendenze chimiche
(ansiolitici, antidepressivi, ecc.), giochi d’azzardo, sigarette, lavoro,
ecc. Questo ci porta sensi di colpa, depressione, stabilire rapporti di
dipendenza, bassa autostima e alimenta il circolo vizioso di ricorrere
ancora una volta al tipo di “abuso scelto”, diminuendo sempre di più
davanti ai nostri occhi il nostro valore, la stima di noi stessi.
Molte
volte entriamo in questo tipo di abuso quando non siamo le persone che i nostri
genitori ci hanno fatto pensare che “volevano come figli”. Ci sentiamo
colpevoli di non essere quello che loro “aspettavano” e nella consapevolezza
di non riuscire a trasformarci, ci sentiamo in un labirinto senza uscita, non
degni. Può anche succedere che ci sforziamo per “essere quello che loro
vogliono” e nel negare noi stessi prendiamo impegni per compiacere loro,
perdiamo forze facendo quello che non ci piace o non siamo portati a fare,
avendo come conseguenza l’inevitabile fallimento o la nostra insoddisfazione,
per entrare e rientrare nel circolo vizioso della colpa-maltrattattamento-depressione.

Cosa cerchiamo con questi atteggiamenti?
-
Certo che non è una scelta
consapevole quella di abusare di se stessi, sono azioni/atteggiamenti che si
“scelgono” nella speranza di avere
qualcosa in cambio, che viene sempre interpretata come una forma
d’amore, come: l’approvazione,
il riconoscimento. Invece di essere, facciamo,
per avere l’approvazione, l’attenzione, un poco “d’amore”.
Come impariamo ad abusare di noi stessi?
Siamo toccati,
manipolati, senza che nessuno ci chieda se siamo disposti o meno a tutto quello
che accade dal momento stesso della nostra uscita dal ventre materno. Ancora
oggi non tutti quelli che sono coinvolti in un parto hanno coscienza che il
neonato è un persona completa che percepisce, sente, che registra assolutamente
tutto quello che sta accadendo, e questo può portarli a non essere abbastanza
amorevoli nel gestire le loro azioni; molte volte c’è anche fretta...la
manipolazione del neonato viene fatta senza tutta la cura che ci vorrebbe. Il
cordone si taglia prima che sia il suo momento (quando smette di battere), la
temperatura ambiente non è la più adeguata, la bilancia dove si pesa il
bambino troppo fredda, e così via. Tanti elementi sconosciuti che invadono il
corpo, lo spazio di questo essere: il
neonato. Immaginiamo che, oltre a tutto questo, può anche darsi il caso di
non essere del sesso che i genitori preferivano, o l’arrivo nel momento
inopportuno, nelle circostanze difficili, basta questo per sentire che c’è
qualcosa in noi che non va, e ci sentiamo rifiutati, crediamo che per essere amati dovevamo essere quello che abbiamo capito che volevano.
Durante
l’infanzia dipendiamo dalle attenzioni dei nostri genitori o delle persone che
si prendono cura di noi. Siamo allattati, puliti e vestiti al modo come viene
determinato da loro. Quante volte si sostituisce il desiderio
d’amore/calore/braccia per un biberon? Sicuramente tante! Ecco quì solo uno
degli esempi di sostituzione di quello che veramente volevamo con un altra cosa
che almeno ci fa capire che riceviamo una
certa attenzione, ma era veramente fame? Forse no... Così il tempo passa e
continua la sostituzione dell’amore con dolci, cioccolata, giocattoli...se ti mangi la minestra ti compro il giocatelo che vuoi, se la smetti di
saltare ti voglio bene, devi fare il
buono. Il tempo continua a passare e poi noi stessi ci prendiamo cura di
riempirci di cibo o cose, cercando l’amore. Mangiamo, fumiamo o abusiamo
dell’alcol senza limiti, ecco allora che non sappiamo capire i limiti
(frontiere) del nostro corpo, questi difficilmente abbiamo imparato ad
ascoltarli e nemmeno le nostre emozioni: trattiamo l’ansia come se fosse fame,
abbiamo bisogno di una sigaretta se siamo tesi, invece di cercare la soluzione a
quello che ci mantiene tesi e cosi via.
Certo che
questi comportamenti ci portano a farci del male, ingrassare, alcolizzarci,
assumere droghe...la nostra autostima è danneggiata, la nostra difficoltà e
stabilire le frontiere con noi stessi, ci sopraffa.
Durante
la nostra infanzia ci sentiamo coinvolti con i rapporti dei nostri genitori e
non sappiamo separare bene se siamo responsabili o meno di quello che accade;
infatti, è un periodo nel quale crediamo che il mondo intero gira intorno a
noi, siamo al centro della vita di tutti quelli che ci circondano, se vediamo
soffrire uno dei nostri genitori, prendiamo posizione contro quello
“responsabile” della sofferenza e cerchiamo di sostenere il sofferente,
momenti ben precisi dove i ruoli si confondono e essendo un(a) bambino(a), esce
l’adulto che è in noi per “sostenere” il bisognoso; comunque, essere
buono è la consegna...ma chi sa,
forse sono io il (la) colpevole della sofferenza di mia madre? Ho colpa! Sono
cattivo! Debbo fare il buono!. Una esperienza come questa ci può portare a
stabilire rapporti dove pensiamo di essere i “forti” e l’altro è una
persona che ha “bisogno” di noi e che ci amerà perché “faremo i
buoni”, sostenendoli nella loro debolezza, dimenticando in questo modo noi
stessi, quello che vogliamo nella nostra vita, quello che ci fa felici... Saremo
disposti a fare “sacrifici” e dopo presenteremo la fattura: tu
mi devi il fatto che io abbia abbandonato quello che tanto volevo fare, non
valuti quello che faccio per te, non mi approvi...e cosi via. Siamo andati
oltre i nostri limiti, abbiamo infranto la frontiera del rispetto e abusato di
noi stessi nel sottomettere la nostra espressione al bisogno d’altri, cercando
il loro “amore”, la loro approvazione.
Questo
comportamento ci può portare a situazioni di difficoltà nello stabilire le
nostre frontiere, anche nei rapporti meno intimi, come per esempio quelli di
lavoro, ci può portare ad accettare condizioni di lavoro impegnative, con
entrate non soddisfacenti, sperando in questi casi di essere almeno riconosciuti
nelle nostre capacità e lusingati, senz’altro l’abuso è un aspetto che ci
fa avere una autostima bassa e crea difficoltà a stabilire rapporti chiari,
siano essi intimi o meno.
Come mettere frontiere all'abuso?
Il problema
dopo tanti anni d’abuso è come capire quali sono le nostre frontiere e, una
volta capite, fissarle. Per capire questo, molte volte è necessario
approfondire la conoscenza di noi stessi, attraverso qualche tecnica
terapeutica, come il rebirthing, la psicoanalisi, la meditazione, ecc. Dopo di
che bisogna accettarsi, essere se stesso, affermare il diritto di essere se
stesso, la persona che si è, smettere di voler essere quello che altri
aspettavano che fossi, fare per il piacere di essere e non per compiacere qualcuno,
approvarsi e riconoscersi.
Questo
certe volte ci può portare a dire NO alle persone care, ma è l’esercizio
della libertà di essere se stessi, e tutti abbiamo questo diritto.
Mettere le frontiere, rispettarle e farle rispettare ci può prendere tempo, specialmente in quei casi dove la
dipendenza è presente (droghe, cibo...), ma
è possibile, bisogna lavorarci con gli strumenti e l’appoggio
adeguato, che esistono e sono accessibili.
Pina
Pittari
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"Il tuo più grande amico o nemico? Te
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La dott.ssa Pina
Pittari, italo-venezuelana,
è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e
Patrice Ellequain. E' anche specializzata nell'utilizzo dei Fiori di Bach
e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa.
Per
contattarla, scrivere a
pinapittari@hotmail.com
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