Recensione: “Il mito e il velo” di Federico Guastella

di Giuseppe Nativo

Fuori e dentro la storia. Mito e vicende umane. Intrecci indissolubili dove il cielo si incontra con la terra dando origine ad una dimensione altra, gravida di simboli e leggende. Lì il mito, sorta di “velo” tra immanente e trascendente, facendosi carico del “suo alto valore misterico”, si incarna come “libro sacro di una civiltà”. In tale prospettiva la Sicilia, centro del Mediterraneo, incrocio di pensieri e culture e culla di civiltà, conserva echi di vetusta testimonianza: incisioni rupestri preistoriche come quelle dell’Addaura, necropoli come Pantalica, insediamenti rupestri come Cava d’Ispica, mirabilmente descritta da Gesualdo Bufalino come “una valle lunga e magra” in cui è possibile farsi ammaliare da “un termitaio di grotte, loculi, sacelli che le meteore e gli uomini hanno misteriosamente scavato”.

Alfeo e Arethusa, di Carlo Maratta

E’ proprio in questa fascinosa Trinacria che le pietre narrano e cantano racconti dove coesistono almeno due dimensioni, quella immaginaria e quella allegorica. In Sicilia i miti abbondano: qui Odisseo incontra e acceca il gigante Polifemo, figlio di Poseidone; nei pressi di Enna, Ade rapisce Persefone; la Sicilia è luogo degli infelici amori di Aci e Galatea, di Alfeo e Aretusa.

Federico Guastella
Qual è il confine tra storiografia e narrazione mitica? A cercare di esaminare quel “velo” ultra-millenario di valore misterico e simbolico che ammanta il mito è il recente lavoro poliedrico di Federico Guastella, “Il mito e il velo – Simboli e leggende” (Gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2017, pp. 220). L’autore – paternese di nascita, ragusano per affezione e pronipote dello scrittore Serafino Amabile Guastella – con l’occhio clinico dello storico, la perspicacia del saggista consumato e la destrezza del narratore disincantato, apre la finestra del tempo offrendo al lettore un viaggio sulla cultura mediterranea, ai confini tra antropologia e storia che tocca da vicino la ricchezza delle tradizioni che rappresentano il “retaggio prezioso lasciato dalle civiltà precedenti”, come annota il prefatore Raffaele Puccio. In tale contesto si inserisce la civiltà egizia alla quale Guastella dedica ampio spazio. Quelle che attirano l’animo del lettore sono le magiche suggestioni offerte da un’Isola esoterica in cui riecheggiano radici lontane come i culti isiaci. 

Molteplici le tracce egiziane in Sicilia come una statuetta funeraria dedicata a Iside, rinvenuta nella necropoli di San Placido (Messina), la cui funzione era quella di risparmiare al defunto i lavori pesanti nell’al di là. I più importanti santuari dell’Iside siciliana erano ad Enna e ad Erice dove, fra rupi scoscese e grotte scavate nella roccia, si celebravano riti iniziatici. Colpisce non poco, a d esempio, la festa di Iside in Corinto la cui descrizione fatta da Apuleio nelle “Metamorfosi”, ha molte similitudini con quella di Sant’Agata a Catania. A parlarne fu il modicano Emanuele Ciaceri (1869 – 1944) mettendo specificamente in luce sopravvivenze di moduli isiaci in alcuni particolari della mascheratura e del comportamento dei partecipanti al rito.

Stimabile fatica, dunque, questa di Federico Guastella che si legge come un accattivante romanzo i cui protagonisti, sebbene appartengano a un mondo remoto, parlano ancora alla mente e al cuore di ciascuno.

Giuseppe Nativo

Ragusa, 15 giugno 2018

Nota: la presente recensione è stata pubblicata sul quotidiano “La Sicilia” di Catania del 13 giugno 2018.

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“Il Mito e il Velo” di Federico Guastella – Quarta Parte

 Pare di poter dire che il “logos” non può prescindere dai miti, e viceversa1. “L’inconscio si esprime per immagini”: è questa una affermazione di Jung, che distanziandosi da Freud (costui aveva visto i miti come  “sogni secolari di una umanità ancora giovane”  e, a livello psichico, come pulsioni regressive ed elementari), aveva attinto  visioni e dottrine dalle più antiche culture religiose,  misteriche, iniziatiche e figurative. E’ per tutto questo che Jung ha considerato il mito come manifestazione  di archetipi operanti nell’inconscio collettivo, come testimonianza di un patrimonio comune a ogni cultura a prescindere dal tempo e dello spazio.

Parlano ancora i miti? Possono trovare ancora spazio nella vita dell’uomo del nostro tempo, nel ritmo della ruota della vita?2

Questi interrogativi rimandano ai bisogni dell’anima e alle sue intuizioni creative, a una riflessione sul mondo della psiche, all’antagonismo tra bene e male, ai tesori e ai draghi in essa vengono allevati, a dirla con Jung. In quest’ottica, i miti sono l’essenza dell’anima. Interpretarli, coglierne l’essenza equivale ad aprirsi alla vita, a connessioni simboliche, a evocazioni, a prese di coscienza che nutrono l’Anima. Nel mito possono ritrovarsi la propria storia, la propria emozionalità, le proprie esigenze di trasformazione, nonché l’accettazione di ciò che non può essere modificato. La connotazione è tipica del pensiero immaginifico, del sentirsi internamente liberi malgrado la presenza di forti condizionamenti esterni. Il mito, in sostanza, affonda nelle radici del cuore e si pone come motore del libero fluire dell’immaginazione attiva. Senza di essa Afrodite viene sostituita dall’energia distruttiva dei Titani, ove si consideri la mera visione monoculare del gigante Polifemo sorretto esclusivamente dalla forza del corpo. 

James Hillman – foto tratta da Repubblica.it

J. Hillman constata che nella società moderna i miti si sono perduti e gli dei, sostiene, sono diventati malattie3. Si è perso il rapporto con il sacro, e con esso il senso dell’uomo. Eppure, gli dei non sono scomparsi, sono diventati patologie, giacché abbiamo creduto di liberarcene ma essi sono diventati le nostre patologie. “Cerca il tuo mito e troverai la tua guarigione”. Un tempo l’uomo era immerso nel sacro, ma, allontanandosi dall’invisibile, ha smarrito la propria anima, dimezzandosi. E’ questa in fondo la sua sofferenza, la sua deprivazione. Da qui nasce l’esigenza di una psicologia che faccia “anima”, andando cioè alle radici dell’inconscio: vale a dire “aprire la bocca ai morti”, farli di nuovo parlare, riconnettere l’uomo col mondo del sacro, attingendo agli archetipi, aprendo spazi di comunicazione con l’invisibile che trascende la realtà contingente.

Se nel mito in principio era il Caos, cioè un miscuglio universale e disordinato della materia, o una forma indefinibile e indescrivibile identificata con una divinità capace di generare divinità enigmatiche, cieche e capricciose; nella filosofia di Anassimandro esso prese il nome di “àpeiron”, cioè una quantità infinita e indefinita della materia, “abbracciane” e “governante” il tutto, da cui tutte le cose presero origine: siamo così ad una prima spiegazione naturalistica come prima elaborazione filosofica del mito, più sistematica delle precedenti tipiche dei presocratici. Nasce da qui l’attenzione ai dati dell’esperienza in un processo di continuità e discontinuità nel contempo: “Comincia, così,” – commenta Vincenzo Guzzo – “a definirsi la comprensibilità di passaggio dal “mythos” al “logos”, dal pensiero mitico a quello razionale4.  Le sue riflessioni in merito ad una possibile contrapposizione sono puntuali. La coppia mitologia-scienza è troppo spesso presentata come opposizione di errore e di verità e questo è un limitare la stessa razionalità che, ridotta all’esattezza della dimostrazione, si preclude il vastissimo campo della comunicazione immaginifica cui è collegata la storia simbolica di ciascuno. Indubbiamente, le funzioni del mito e della scienza sono diverse. E’ stato scritto che il primo è “materno” e racconta ciò che è stato; invece l’inquieto Logos è “paterno”, la cui tensione è orientata al futuro5. Eppure, anche il mito possiede una sua razionalità: ha le sue verità anche se sfuggono a una lucida chiarificazione per la natura ambigua dei simboli in esso racchiusi6. “Il mito”, ha scritto Vernant, “mette dunque in gioco un tipo di logica che si può chiamare, per contrasto con la logica di non contraddizione dei filosofi, una logica dell’ambiguo, dell’equivoco, della polarità7”. Abbraccia perciò narrazioni che affascinano l’uditorio, parlano di cose essenziali attinenti alle verità pi profonde dell’esistenza e presentano personaggi le cui avventure si svolgono in un altro tempo: “su un altro piano e secondo un modo d’essere diverso da quello della vita comune8”.

Roberto Calasso – foto tratta da Il Libraio.it

“Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre” è la massima di Salustio utilizzata come epigrafe  da R. Calasso nel suo splendido testo letterario9, dove egli senza spiegare racconta anche miti che mai sono stati ascoltati. Sapientemente sfoglia le plurime pagine della mitologia e mostra scenari suggestivi di quando uomini e dei erano in stretto contatto, come l’ultima volta fecero in occasione delle nozze di Cadmo e Armonia. Egli valorizza così il pensiero immaginifico, gettando in una sorta di ebbrezza che nutre il polimorfismo della psiche, il suo carattere onirico che, pur sfuggendo alla verificabilità fenomenica, vive plasticamente in noi in una serie continua di visioni, di cui la pittura, a partire dal Quattrocento in Italia, si è fatta interprete. Nel congedarsi Cadmo, il fenicio, è ben consapevole che il dono da lui portato alla Grecia, l’alfabeto, avrebbe rimpicciolito la presenza piena degli dèi nella sorte degli uomini. In effetti, fu la scrittura a dare al discorso un ordinamento più rigorosamente concettuale e a opporsi alla parola del mito. I Greci stessi ne furono coscienti: “alla seduzione che deve provocare la parola per tenere affascinato l’uditorio essi hanno opposto, spesso per preferirla, la serietà un po’ austera ma più rigorosa dello spirito10”. Ma si può rinunciare al drammatico e al meraviglioso, nonché alla partecipazione emotiva? Ha senso la distanza tra il mito e il Lógos senza opportunità di comunicazione? E’ davvero impossibile il dialogo? A questi interrogativi sono state fornite diverse risposte la cui analisi esula dallo scopo di questo libro. Si deve a Schelling l’affermazione del mito come “tautogoria”: egli si riferisce, respingendo la concezione allegorica, a una “mitologia della ragione” che attiva l’interdipendenza di sapere e vita a partire da un impulso psichico e necessario. Poiché la cultura concorre con ogni linguaggio di varie e molteplici manifestazioni del sapere che fanno luce sulla condizione umana, l’esigenza dell’unitarietà è insopprimibile. L’energia psichica è per Jung “attività immaginativa” che egli nutrì con sogni, visioni, fantasie e specificamente con lo studio della mitologia: “lavorare sulla mitologia lo entusiasmava fino a stordirlo11” ed egli distingueva il “pensare indirizzato”, logico e verbale, e il “fantasticare”, passivo, associativo e immaginifico: “la facoltà del pensiero indirizzato, estranea allo spirito degli antichi, è una tipica acquisizione moderna, mentre il pensiero fantastico si afferma là dove il primo non ha corso12”. In sostanza, si era reso conto, afferma il famoso prefatore, di che cosa significasse vivere senza un mito: “chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici, senza un vero rapporto con il passato, con la vita degli antenati (…) e con la società umana del suo tempo13”. L’avevano compreso gli gnostici per quali il mito era un messaggio esterno che risveglia il messaggio interno iscritto nell’anima: non sorgeva, pertanto, da un’incapacità di produrre un discorso razionale, ma era l’espressione più efficace per avere scintille di conoscenza su ciò che travalica la ragione14.

Abbiamo capito che a favore dell’esperienza umana totale le due realtà non sono incompatibili e possono stare insieme come convivono in Kant la “Critica della ragion pura” e la “Critica della ragion pratica”. Penso alle suggestioni, quanto mai singolari, dei miti sul problema del male (dal vaso di Pandora15 alle inquiete visioni del peccato originale); e mi apre a comunicazioni sottili l’arcaico schema del dio che soffre-muore-risorge (Osiride, Dumuzi-Tammuz, Purusha, Dioniso, Cristo). Disponiamo di due risorse immense: l’intuizione e il discorso. Non è sensato una scelta che escluda l’una per privilegiare l’altra. Occorre piuttosto costruire ponti per connettere e non per separare in analogia alla connessione tra l’emisfero destro e quello sinistro del cervello: ognuna delle due funzioni assolve a specifiche funzioni ed entrambi concorrono a interpretare la realtà in modo più compiuto. “Da secoli”, ha scritto Calasso, “si parla dei miti greci come se fossero qualcosa da ritrovare, da risvegliare. In verità sono quelle favole che aspettano ancora di risvegliarci ed essere viste, come un albero davanti all’occhio che si riapre16”. Se il mito accoglie la suggestione, l’incanto dei simboli, non cercando catene di causa ed effetto, il logos si nutre di ragionamenti e dimostrazioni in modo preciso e rigoroso. Solo attraverso l’unificazione della psiche è possibile giungere alla creatività, a elementi fondativi nella vita, al ricollegamento con il divino, al recupero delle proprie radici atemporali. Il mito è rappresentazione di simboli. A dirla con Calasso, quella stoffa, dentro il mondo, come dentro la nostra mente, continua a tessersi. Se è vero che la scrittura ha affievolito il legame tra il divino e l’umano, lo stesso studioso, tornando in argomento nell’opera La letteratura e gli dei (2001), affermerà che gli dei continuano a vivere nei libri. In realtà, il mito, la sua “sapienza romanzesca”, è uno strumento di ermeneutica metafisica. Sia mito che scienza vanno perciò considerati come complementarietà in uno scambio che arricchisce e integra più prospettive, tenendo distanti da uno scientismo assolutizzante e da una inventività di tipo irrazionale.

Accortamente, Guzzo chiarisce: 

“D’altra parte il pensiero mitico, senza il logos, può offrire il fianco alle infinite insidie dell’esistenza perché non dispone della capacità ordinatoria che può consentire alla coscienza di vincere il panico e di gestire il quotidiano venendo fuori dall’indistinto che è proprio della pre-esistente dimensione del chàos17”. 

Vorrei ora concludere, citando un pensiero di Ferdinando Testa, insigne analista e studioso accurato de Il libro rosso di Jung, che pone in evidenza il tramonto dell’attuale periodo storico, rinunciatario dell’evoluzione della coscienza attraverso il mito:

“Il simbolo, nel mito di Demetra-kore, è stato reciso, addormentato e coperto dal manto di neve in una terra fredda e sterile; Demetra, la madre terra, è adirata e a lutto perché la sua parte giovane e verginale, Kore, è stata rapita ed il sopra ha perso i contatti con il sotto: c’è frattura e separazione (…). Il mito, danza mitica per percorrere i sentieri del sacro, non ha più un temenos dove potersi manifestare e la luce di Apollo cerca di penetrare massivamente nelle azioni di Hermes: allora tutto appare, si mostra virtualmente, tradendo la funzione dell’immaginazione che si pone come uno spartiacque bordeline tra il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile, la parola e il silenzio18”.

Federico Guastella

14 giugno 2018

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Note:

1. V. Guzzo, In principio fu il mito, Tipheret, Acireale-Roma, 2013, p. 91.

2. Nella mitologia greca, Issione era il figlio di Flegias, re dei Lapiti ed ebbe una relazione, che sfociò in matrimonio, con Dia, figlia di Deioneo. Contrariamente ai patti, Issione non fece a Deioneo i doni che gli aveva promesso per le nozze, anzi lo uccise crudelmente, facendolo cadere in una fossa piena di carboni ardenti. Zeus lo perdonò, ma Issione, invitato ad un suo banchetto, cercò di sfruttare l’occasione per concupire Era; accortosene, il dio gli inviò una donna che aveva creato con le sembianze di Era da una nuvola, chiamata Nefele. Issione provò a toccarla e fu colto in flagrante nel tentativo di amplesso. Zeus, irato, lo consegnò ad Hermes perché lo torturasse; il dio messaggero obbedì, legando strettamente il re e flagellandolo senza pietà, fino a quando non avesse ripetuto: “I benefattori devono essere onorati”. Poi lo legò ad una ruota di fuoco che girava senza sosta nel cielo (Variazioni intendono la nascita dei centauri come frutto dell’unione fra Nefele ed Issione). Questo mito Verrà poi ripreso da Schopenhauer nella sua concezione dell’arte come liberazione. Issione è anche protagonista, insieme a Nefele, del primo racconto dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, intitolato “La nube” (L’opera comprende ventisette brevissimi racconti, strutturati in forma dialogica, scritti dal dicembre del 1945 al marzo 1947, anno della pubblicazione).

3. J. Hillman, Il lamento dei morti, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

4. V. Guzzo, In Principio fu il mito, op. cit., p. 91.

5. L. Loito, Il mito e la filosofia, Mondadori, Milano, 2003, p. 44.

6. K. Hübner, La verità del mito, Feltrinelli, Milano, 1990.

7. J. P. Vernant, Mito e società nell’antica Grecia, Einaudi, Torino, 1976, p. 250.

8. Ivi, p. 208.

9. R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988.

10. J. P. Vernant, Mito e società nell’antica Grecia, op. cit., pp. 195-196.

11. Sonu Shamdasani, Introduzione al Libro Rosso di C. G. Jung (Bollati Boringhieri, Torino, ediz. studio, 2009, p. XXXVI).

12. Ivi, p. XXXVII.

13. Ivi, p. XXXVIII.

14. Il canto della perla. Acta Thomae 108-113, a cura di Carlo Angelino, Il melangolo, Genova, 1987.

15. Sia nella “Teogonia” che ne “Le opere e i giorni”, Esiodo parla del furto del fuoco, offrendo due versioni che s’intrecciano l’una con l’altra. L’analisi formale di Vernant su tre livelli è quanto mai illuminante (in Mito e società nell’antica Grecia, op. cit., pp. 173-191). Ma atteniamoci al fatto in sé. Dopo che fu ingannato da Prometeo, trafugando il fuoco, Zeus premeditò un male: la donna, destinata esclusivamente agli uomini, un dono-tranello come segno della loro condizione infelice, plasmata per la celebrazione delle nozze. Con lei, beni e mali furono inscindibilmente uniti. Prima d’allora gli uomini ignoravano la sofferenza. Questo dono, da parte di tutti gli dèi, malefico e seduttore è chiamato “Pandora”. E’ Ermes a condurla fino a casa di Epimeteo, fratello di Prometeo. Questi l’aveva avvisato di non accettare mai un dono di Zeus, ma di rifiutarlo e rimandarlo indietro, e lei porta con sé un vaso regalatole dal re olimpico, che le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ecco, allora fronteggiarsi due aspetti della condizione umana: la sottile astuzia e l’impulsività che provoca errori. Malgrado le raccomandazioni, Epimeteo accetta il regalo ed è Pandora, spinta dalla curiosità, a sollevare il coperchio della giara. Dopo l’apertura, tutti i mali si riversano fra gli uomini. Mali invisibili e muti, imprevedibili e perciò inevitabili. Senza la possibilità di prevedere quel che accadrà domani, c’è per posto per la speranza, Elpís, che rimase chiusa nel ventre della giara finché Pandora l’aprì nuovamente per farla uscire. La speranza: illusione, consolazione che fa sopportare l’ambiguità della vita.

16. R. Calasso, Le nozze di Cadmo e armonia, Adelphi, Milano, op. cit., p. 315.

17. V. Guzzo, In Principio fu il mito, op. cit., p. 91.

18. F. Testa, I volti dell’immaginazione, “Hiram” 4/2013.

Il volume “IL MITO E IL VELO” è disponibile presso le librerie Paolino e Flaccavento di Ragusa.  Per l’acquisto on-line sul sito di Amazon  oppure Ibs.it

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“Il vento delle parole” di Ferdinando Testa – recensione

di Federico Guastella

«Il vento delle parole» è il titolo del libro di Ferdinando Testa, pubblicato da IOD edizioni (Casalnuovo di Napoli, 2017). Le sessanta pagine, divise in quattro capitoletti preceduti da una introduzione, risultano di godibile lettura e conducono lungo un percorso sulla specificità della poesia.
Le epigrafi scelte sono abbastanza significative e già danno il filo d’Arianna cui aggrapparsi per potere entrare e uscire in modo agevole dai meandri del labirinto in cui convivono il terribile e il sublime.

«La poesia aggiunge vita alla vita» dice un aforisma di Mario Luzi che, quasi in modo scultoreo, apre il varco ad una poesia che, pur non consolando, ha un ruolo trascendente in una prospettiva futurocentrica. Il soggetto è uno sguardo da dove può con stupore cogliere il fascino dell’altrove che nasce dall’eros entro una dialettica di desiderio e di superamento del limite che aspira all’unione di aree della mente individuale e collettiva: il conscio e l’inconscio, l’onirico e il reale, il visibile e l’invisibile:

“La parola poetica fende lo spazio della coscienza, apre dei solchi della madre terra, della realtà materiale e solleva l’Io verso dimensioni / Altre, nuove forme del vedere che portano ad oltrepassare i confini del noto, per bussare alla porta dell’ignoto, dell’irrazionale, di tutto ciò che invece deve ancora venire, ma che è già in nuce nel regno dei morti, l’inconscio.”

Nell’intreccio di mito e di poesia che agisce nella psiche, si può allora scorgere la bellezza di Afrodite con tutto ciò che incarna e simbolizza. Lei emana dall’incanto dello sguardo, assale l’anima, attiva il circuito dell’amore e dell’immaginazione, coinvolge la sfera del sensibile come risposta alla presenza nel mondo non disgiunta dal calore di metafore corporee. Da tali coordinate muove il recupero dell’Anima mundi che appare ferita nella sua immaginazione:

“Parlare di Afrodite vuol dire fare danzare l’Anima nei giardini della bellezza, in cerca di immagini che nutrono la necessità dell’incontro dell’incontro con Eros (…). Allora la bellezza, che ispira Afrodite, affonda il suo sguardo nella percezione di ciò che è visibile, privilegiando la presenza dei suoni, la fragranza degli odori, le sfumature dei colori, la delicatezza dei sapori.”

Sicché, la risposta estetica all’esistenza toccando il dolore, lenisce paure e angosce nel ritmo di emozioni impregnate di metafore pulsanti. Non c’è scampo per chi è preso da Afrodite. Costui mette a nudo l’Anima, manifestandola.
In tale cornice, la bellezza afroditica è «energia libidica» cui niente può opporsi, ed ecco che il poeta attinge a modalità e stili sfuggenti alla dimensione razionale per avventurarsi nel caleidoscopio di sogni e di simboli.

Leggendo questo libro, il cui impianto è sostenuto da preziose e documentate citazioni, ci si sente coinvolti da una singolare scrittura per metafore, mentre alchemica è la prospettiva che consente a Ferdinando Testa di guardare ai processi di trasformazione della personalità tra i due poli della materia e della psiche, della relazione e dell’immagine. Specificatamente, facendo interagire la poesia con le sue sapienziali esperienze di psicoterapeuta, introduce alla creatività come capacità emozionale di essere in un contesto di sensorialità grazie alla quale può gustarsi ogni presenza che si trova nell’essere al mondo.
Una delle riflessioni che pone è come stabilire una relazione tra terapeuta e paziente in cui è deficitario il rapporto con la realtà. Prende allora corpo la funzione di condivisione della parola poetica nella psicosi ed è tra relazione terapeutica e creatività che si celebra il farsi dell’Anima:

“Afrodite, come la poesia, apre all’attività immaginativa, getta i semi nel terreno freddo, gelido e gioioso dell’esistenza umana e dipinge la tragicità dell’evento con l’anelito alla totalità dell’assoluto, all’invisibile come motore dell’universo: l’imago dei.”

Come a dire che le parole poetiche, veicolate dal vento che viene da lontano, sottraggono all’effimero, restituiscono all’immaginazione la possibilità di ritrovare la scintilla divina e salvare il mondo.

Federico Guastella

Nota: la recensione è tratta dal sito Sololibri.net, su autorizzazione dell’Autore.

giugno 2018        

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Riflessioni (sulla vita…e sul buddismo), di Cosimo Alberto Russo


di Cosimo Alberto Russo

Si pensa che la vita abbia avuto inizio con la nascita di organismi monocellulari, come e perché non si sa. Questi organismi, con il passare degli anni (secoli e millenni), hanno dato luogo alla formazione di organismi pluricellulari, formati cioè dall’aggregazione di più cellule in un unico organismo più o meno complesso.

Cellula – Immagine tratta dal sito MeteoWeb

Si è avuto quindi l’inizio del lungo percorso evolutivo di piante e animali fino alla situazione attuale; ma ogni organismo pluricellulare (umani compresi) non è altro che l’aggregazione di miliardi di cellule connesse tra loro in modo molto elaborato.

Non è mia intenzione illustrare gli organismi viventi e le loro interazioni, mi interessa esporre alcune riflessioni estremamente personali che magari possono risultare interessanti per qualcuno.

Intanto va precisato cosa si intende per essere vivente: è qualcosa in grado di riprodursi autonomamente. Finora l’unico essere vivente che conosciamo è la cellula.

Infatti piante ed animali non sono altro che cellule aggregate che si riproducono formando altre cellule aggregate.

Queste cellule, sin dalla loro origine monocellulare, hanno come fine (almeno così appare) espandersi con la riproduzione e quindi aumentare di numero in modo esponenziale. Per far ciò hanno necessità di nutrirsi continuamente, e per questo non possono fare altro che divorarsi l’un l’altra, riproducendosi nel frattempo in maniera frenetica.

La vita non è altro, quindi, che un ribollire di cellule che si divorano e si riproducono forsennatamente.

Non è una descrizione particolarmente consolatoria e appagante, ma così è.

Possiamo pensare ad un osservatore nello spazio che vede il pianeta Terra; da lontano sembra un pianeta privo di vita, ma via via che l’osservatore si avvicina inizia a distinguere la presenza di animali e piante; più si avvicina, più vede la diversità biologica delle varie specie presenti, ma continuando ad osservare da vicino, fino ad entrare all’interno dei singoli corpi, scopre che tutti sono costituiti di cellule. Andando ancora più a fondo nello studio si accorge che le cellule non sono altro che un insieme di atomi (in massima parte atomi di carbonio e idrogeno) e poi ancora più in dettaglio particelle più piccole (protoni, neutroni, elettroni).

Ma andando ancora più vicino vedrà che anche alcune di queste particelle sono costituite da particelle ancora più piccole (quark) e, proseguendo, si renderà conto che in realtà non ci sono altro che quanti di energia (campi quantistici) che si esprimono sotto forma di particelle.

Ma rimanendo a livello delle cellule…questa visione, a suo modo terribile e quindi inaccettabile ai più, si può collegare al “primo giro della ruota del dharma” di Gautama (Siddharta, il Buddha della nostra epoca).

Siddharta, il Buddha -dal sito: Prashantpandyanet.wordpress

Il primo giro della ruota del dharma non è altro che il primo discorso tenuto da Gautama dopo “l’illuminazione”.In questo discorso il Buddha espose le “quattro Nobili Verità”:

 

  1. La vita è sofferenza
  2. L’origine della sofferenza è l’individuo (l’ego, l’io)
  3. Il superamento della sofferenza si ha con la fine dell’io
  4. La via per arrivare a ciò è la meditazione

La prima Nobile Verità mi sembra perfettamente comprensibile alla luce della visione della vita su esposta: cellule che si divorano e si moltiplicano.

Come si può superare la sofferenza se non uscendo da questo ciclo terribile di cannibalismo e riproduzione? Non c’è altra via!

Questo ciclo dell’esistenza è l’oceano del “samsara” senza fine, dove, anche morendo, si è subito cibo di altre cellule che daranno vita a nuovi organismi.

Il Buddha capì tutto questo e capì (dopo anni di meditazione e tentativi vani) che l’unica via per la “liberazione” è uscire definitivamente dalla vita: trasformarsi in pura energia! Nel buddismo tibetano si dice “realizzare il corpo di luce”, in fisica quantistica si potrebbe dire “dissolversi in quanti di luce”, tornare, cioè, alla vera natura dell’esistente: quanti di energia e campi quantistici.

Per far ciò bisogna iniziare a superare l’illusione (nell’induismo espressa con il termine maya) che gli organismi viventi esistano come singole entità; abbiamo visto già che non è così: sono semplici aggregati cellulari, uguali a qualsiasi altro organismo.

Il modo per arrivare alla comprensione e quindi alla conoscenza (il buddismo è noto come la via della conoscenza) è meditare.

Realizzare il “corpo di luce”…è un altro discorso.

Cosimo Alberto Russo

27 maggio 2018

“Ritmi” – Poesie di Federico Guastella

Siamo lieti di pubblicare due delle poesie dello scrittore e poeta Federico Guastella, appena pubblicate dall’editore  Libreria Editrice Urso di Avola (SR), per gentile concessione dell’Autore.

“Ritmi” di Federico Guastella, ed. Libreria Editrice Urso, Avola (SR), 2018

“Le poesie di Federico Guastella mostrano uno sguardo trasognato che s’apre a visioni suggestive quasi sempre di passione, di ardore, di attese e di scoperte. Continuo e instancabile è l’approccio che il poeta ha con l’Amore, vissuto ance in una dimensione ultra terrena fino a risolversi nell’infinito. (…). Non mancano venature di malinconia, ma è la gaiezza l’essenza dei componimenti di questa raccolta con cui l’Autore mostra la sua umanità aperta ai valori della speranza e della bellezza.” (tratto dalla Premessa).

 

Reti di anime

La notte soffia mistero fra le stelle, e ne stupisco.

Mistero d’inquietudine,

inquietudine di meraviglia.

Occhi lucenti scrutano distanze

da questa cerchia di monti.

Il sogno trafigge la stanca clessidra:

presagio di luce o cifra del nulla?

Mi sfugge il senso,

e sento che il desiderio cerca

reti d’anime in questi nostri

deserti di pietra.

Sorrido!

E ora è così grande quiete:

rinasce l’incontro

e umido, umido d’amore.

 

Mito

Mi piace guardare il sole

quando lento s’innalza

sull’orizzonte.

Incantesimo… E risuonano in me

i silenzi lungo i pendii dei colli.

Mi accoccolo entro il dono della luce.

Avanza sorridendo;

pettina la terra mentre le chiome

degli alberi luccicano di miele

da prendere in cucchiai d’argento.

Dimentico le prossime amarezze

e mi lascio accarezzare dal mistero

dell’alba.

Divento sogno e scivolo, estraniato,

oltre le colonne d’Ercole.

Sfioro con un soffio la vita non vissuta,

vibro con ciò che non è mai stato mio

e addolcisco la caffettiera che gorgoglia

con visioni rimaste senza storia.

Le porto in me: cristalli fantasiosi

di tante vite e di molti volti.

Il resto è sorte che scorre.

 

Federico Guastella

Marzo 2018

Federico Guastella

 

 

 

 

 

 

 

 

Ulteriori informazioni sull’Autore alla seguente pagina: Chi siamo?

 

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Dal volume “Il Mito e il Velo” di Federico Guastella – Terza Parte

Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto1  ha scritto:

“I miti non hanno autori: dal momento che sono percepiti come miti, qualunque sia la loro origine reale, non esistono se non incarnati in una tradizione. Quando un mito viene raccontato, gli uditori individuali ricevono un messaggio che non viene, propriamente, da nessuna parte; uesta è la ragione per cui gli si assegna un’origine sovrannaturale”.

Eliade, che ha insistito nei suoi scritti sull’origine sacrale del mito, ha dato risalto al motivo del perfezionamento individuale e collettivo:

“I miti descrivono le diverse, e talvolta drammatiche, irruzioni del sacro (o del «soprannaturale») nel Mondo. E’ questa irruzione del sacro che fonda realmente il mondo e che lo fa come è oggi. Anzi: in seguito agli interventi degli Esseri Soprannaturali l’uomo è quello che è oggi: un essere mortale, sessuato e culturale (…). I miti rivelano che il Mondo, l’Uomo e la Vita hanno un origine e una storia soprannaturale e che questa storia è significativa, preziosa ed esemplare2“.

L’animo ha bisogno di narrazioni che educano la mente, facendo scorrere fluidi psichici3. Il mito,  raccontando il mondo, è perciò luce che proviene dall’energia di “Estia”, dea dell’essenza delle cose secondo la lettura del nome fatta da Platone nel Cratilo e dal pitagorico Filolao, per il quale l’Uno che si trova in mezzo alla sfera è chiamato Estia. Essendo anche la dea dell’intimità e dell’interiorità, lei dona immagini e mette in moto l’impulso ad agire con il gusto della lentezza come nel movimento della spirale. Rinnova l’energia trasformativa, ampliando gli orizzonti a nuove prospettive. 

A quel tempo splendeva il Temenos di Eros, il divino e l’umano, comunicando, si compenetravano e quelli che Jung chiama “Archetipi dell’inconscio collettivo”, regolatori del rapporto tra microcosmo e macrocosmo, non erano stati ancora messi a tacere dalla banalità e dalla fretta, da fastidiosi rumori e da un esasperato razionalismo dell’utile economico che ha sacrificato l’immaginazione del pensiero mitico. C’è una memoria non personale in noi dove si situa il mito che tende a ripresentarsi nelle diverse culture: si potrebbe ad esempio fare riferimento al tema del confronto del bene e del male, a quello degli eroi, oppure ai vari racconti dell’arroganza e dell’orgoglio puniti come nell’episodio vetero-testamentale della torre di Babele. 

Il superamento del senso del limite, i desideri smodati della società esagerata e consumistica sono problemi attualissimi già presenti nel mito greco dei centauri4, portatori di violenze collettive, anche se, e qui sta la dimensione della complessità, alcuni di loro erano stati i portatori della medicina. 

E’ a tutt’oggi  ragionevole il senso del limite? Ovviamente c’è il desiderio e c’è anche una norma, ed entrambi devono poter coesistere, armonizzandosi nella giusta misura che era l’ideale di vita dei greci. Gli psicologi parlano di capacità di contenimento delle frustrazioni. Ci si potrebbe anche riferire alla prudenza dell’agire e alla rinuncia di volere tutto ad ogni costo, oppure agli esiti di un pragmatismo esasperato che viola gli equilibri ecologici. Il soddisfacimento è il più delle volte immediato e aggressivo; non tollera norme e le azioni sono selvatiche, liberando impulsi fine a se stessi. Legato a uno sfogo, esso sconosce ogni sorta di inibizione e di pudore, mentre cede all’esibizione narcisistica e lesiva.

E’ chiaro che l’andare oltre il limite senza dubbio è soddisfare la sete d’infinito, è trascendersi per perfezionarsi. Ma è la volontà di potenza, la razionalità illimitata come dominio incontrastato ad essere controllata nel mito di Prometeo5: egli certamente viene punito per avere rubato agli dèi il fuoco della conoscenza, e tutto questo dovrebbe intendersi come monito a non superare alcuni precisi limiti, la cui violazione comporta distruzioni inarrestabili. Se il mito ha incatenato Prometeo, da noi è stato scatenato, volendo ignorare che non è la tecnica a incutere timore, ma ciò che di male essa potrebbe fare.  

Anche Sisifo è punito per la sua malafede e per i continui imbrogli tramati per il suo esclusivo vantaggio funzionale all’estensione del suo dominio6. 

Sisifo – dipinto di Tiziano Vecellio, 1584 ca.

La lettura mandata avanti da Camus è invece riabilitativa del personaggio, e questo conferma che un mito va interpretato da diverse ottiche, sfuggendo a schemi ermeneutici rigidi e precostituiti. Spingere verso l’alto la pietra e vederla ogni volta ricadere, mostrando l’inutilità dei suoi sforzi, è il supplizio più atroce. Difficile immaginare una situazione più angosciante. Ma seguendo l’intuizione di Camus, si può arrivare alla conclusione opposta: è nell’attimo disperante della sua fatica, scrive Camus, che con vigore si manifesta la presa di coscienza; l’eroe tragico è cosciente della pena inflittagli ed è consapevole della passione per la vita che l’ha indotto a contraddire gli dèi. Pertanto, ricordare Sisifo è come ammirarne la forza d’animo, l’inesauribile speranza di riuscire a vincere la propria sorte. Ogni volta il suo sforzo è accompagnato da una coscienza di sé sempre più forte. Per Camus Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli Dei e solleva i macigni. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.  La sua risposta di fronte all’assurdo è la non-rassegnazione, anzi la rivolta contro l’insensatezza del mondo. L’uomo può e deve avere il coraggio di reagire, levando alta la sua voce, la sua protesta, la sua prospettiva di senso per affermare l’autonomia, il valore e la dignità della rivolta7. 

Il mito di Narciso (dipinto del Caravaggio)

Attualissimo, peraltro, il mito di Narciso per l’ossessiva  considerazione dell’ “ego” . Non è  forse vero che l’attuale contesto è inondato di immagini che corrispondono maggiormente alle idealizzazioni, scartando quelle della quotidianità che non  suscitano intense emozioni? La visione distorta della realtà è sempre in agguato, provocando quei disturbi di personalità indagati da Freud che parò di narcisismo primario e secondario.  La fisionomia del narcisista è ormai nota: non avendo egli un’adeguata stima di sé,  si sente confermato e rassicurato non tanto da autentiche relazioni affettive, ma dall’ammirazione che egli può trarne. Chi fu in effetti Narciso? Egli è personaggio mitologico di cui esistono diverse varianti in cui appare giovane superbo e bellissimo: soprattutto crudele, in quanto disdegnava ogni persona che l’amava. Vediamone alcuni dettagli. Il mito greco narra che aveva molti innamorati,  costantemente da lui respinti fino a farli desistere. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al suo volere, si trafisse l’addome, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta. Sicché, condannato dagli dèi ad essere innamorato di se stesso, Narciso trascorreva la propria vita ad ammirare la sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Preso dalla disperazione e sopraffatto dal pentimento, prese la spada che aveva donato ad Aminia e si uccise trafiggendosi il petto. Dalla terra sulla quale fu versato il suo sangue, si dice che spuntò per la prima volta l’omonimo fiore. Di bel altro effetto il pathos nel racconto di Ovidio, probabilmente basato sulla versione di Partenio. Quando Narciso raggiunse il sedicesimo anno di età, era un giovane di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o donna, giovane o vecchio, si innamorava di lui. Egli, orgogliosamente, li respingeva tutti. Un giorno, mentre era a caccia di cervi, la ninfa Eco furtivamente lo seguì tra i boschi fino a quando gli si mostrò, abbracciandolo. Narciso l’allontanò immediatamente in malo modo. Eco, con il cuore infranto, trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto: di lei rimase solo la voce. Nemesi, ascoltando i suoi lamenti, decise di punire  Narciso. Mentre era nel bosco, egli si imbatté in una pozza profonda. Appena vide per la prima volta la sua immagine riflessa, se ne innamorò perdutamente senza rendersi in un primo momento conto che fosse lui stesso. Comprendendo poi che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire, struggendosi inutilmente. Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, al suo posto trovarono un fiore a cui fu dato il nome narciso.  Si potrebbe ora sintetizzare dicendo che egli, innamorato di se stesso, finì per rimanere prigioniero della propria immagine, struggendosi dell’impossibilità di possederla.

Federico Guastella

Ragusa, 25 aprile 2018

Note:

  1. C. Lévi-Strauss, Mitologica I. Il crudo e il cotto, 1966.
  2. M. Eliade, Mito e realtà, Traduttore: G. Cantoni, Editore Borla, 1993.
  3. Marcello Veneziani nel volume “Alla luce del mito” (Marsilio, 2017), affrontando l’argomento in una circolarità ermeneutica tra miti classici e problematiche contemporanee, volge attenzione al mito come ad un “bisogno dell’anima”. Egli scrive che esso “non è un pensiero fondato sul calcolo e sul tornaconto, non è pensiero utile e conveniente, ma gratuito, essenziale, rivolto al bello, radicato nella tradizione, nella ripetizione e nel rito ma aperto all’inaudito, all’eccezionale, al miracoloso, mirato all’Essere, di cui il divenire è una vicenda interna”. L’uomo del post-moderno può scorgervi la bellezza di una verità altra rispetto alle inadeguatezze e agli scetticismi del vivere quotidiano, può ritrovarvi opportune chiavi di lettura sul mondo soggettivo e oggettivo e può ampliare gli orizzonti di vita, dilatando i confini del tempo e dello spazio: “La prima vita è quella che accade anche senza volerlo, la vita spontanea, quotidiana e ordinaria, immersa nel fluire delle cose e dei fatti, che si perde nella vita e poi nella morte. La seconda è la vita che si sporge oltre se stessa fino all’invisibile, la vita che pensa e che sogna; è cosciente di sé, ha una visione, coglie un disegno e si protende oltre la morte. Una si spande nel mondo e si spende nel tempo, l’altra cura di mettere in salvo. Le due vite scorrono quasi parallele ma talvolta, come accade negli scambi ai binari, s’intrecciano, stridono e perfino si urtano. Una può dirsi ‘la vita piccola’, l’altra ‘la vita grande’. La prima ha limitati orizzonti, rinchiusa nella gabbia dei giorni e dell’ego. La seconda è la vita del mito e del pensar grande”. In sostanza, l’uomo ha bisogno di grandi narrazioni che coinvolgano la sua sfera simbolico-immaginativa, perché torni a riflettere sulle grandi domande dell’esistenza: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. E’ questo lo scenario dell’immagine d’una verità radicata nella psiche: ripensare al mito equivale attrezzarsi di interpretazioni ricostruttive della smarrita dimensione umanistica: “Il pensiero mitico non è poi astratto ma intriso nel mondo, è un geo-pensiero che occhieggia nei luoghi e riconosce il genius loci. Il pensiero mitico si esprime quindi con la parola che si traduce in immagine e in metafora, ma non si esaurisce nel linguaggio delle parole, perché si esprime anche nel silenzio e nel canto, nella musica, nella danza e nel gesto, nel disegno e nella pittura, nel video e negli ologrammi. Il pensiero mitico non si rivolge solo alla mente ma ha come suo destinatario i cuori intelligenti, le anime pensanti, le intelligenze visionarie, cioè capaci di dotare la ragione di occhi lungimiranti. E ancora. Il pensiero mitico non esclude dai suoi orizzonti la fede e la mistica, il miracolo e la magia, il presagio e la profezia, il sentimento e la commozione, il carisma e il simbolo”. Indubbiamente non è un’ancora di salvezza, ma di certo, restituendo vitalità all’immaginazione, apre le porte ai fenomeni interni ed esterni alla Psiche: “il mito non ripara dal pensiero della morte, non offre soluzioni né panacee; può confortare, dona cerimonie d’addio, riti di purificazione e di propiziazione, ma non riesce a dire nulla al di là della soglia. Racconta, esplora, consola, rende concepibile la morte, rasserena il passaggio finale con amor fati, lo inserisce nel flusso perenne di nascite e morti, tramonti e rinascite; insegna che il mondo non nacque con noi e non finirà con noi, siamo solo un punto, un episodio, una vicenda minuta del cosmo. E la morte nostra non è la fine del mondo. Ma nulla può dirci, può darci per sciogliere il mistero. La morte – prosegue l’autore – è la verità da cui non si sfugge e che non si può dire; il mito può dotare di un viatico, un rituale, un abito cònsono per affrontarle ambedue. Ma non trattiene, non risolve l’enigma, non spiega la morte e il destino che segue. Racconta, racconta, ti riempie gli ultimi sguardi di ardite visioni e ti tiene la mano al passaggio …”. Il mito può perciò porsi come antidoto al consumismo dilagante che affievolisce il potere della riflessione, può aiutare a ritrovare il filo, può orientare a nuove rotte e a nuovi approdi: “La via d’uscita, facile a dirsi e ardua a realizzarsi, è restituire i sogni alla notte e la veglia al giorno, ridare il cielo agli dei e la terra agli uomini, ripristinando il duplice bisogno di miti e di realtà che ci rende uomini; collocati però nel loro giusto topos e kairos, mai scambiandoli di posto e di momento”.
  4. Il centauro, creatura della mitologia greca, ha la sembianza di metà uomo fino al basso ventre e metà cavallo. Campioni di tiro con l’arco, avevano la particolarità di esasperare i pregi e i difetti del genere umano: dall’estrema saggezza all’incredibile crudeltà. Costui ha origine dall’amore sacrilego fra il re dei Lapiti, Issione, e una sosia della dea Era, Nefele, dalla cui unione nacque, appunto, questo essere deforme che si accoppiò con le giumente del Monte Pelio ed originò una razza di creature ibride, metà uomini e metà cavalli. I centauri sono sempre dipinti con carattere irascibile, violento, selvaggio, rozzo e brutale, incapaci di reggere il vino. La raffigurazione li presenta armati di clava o di arco, ed essi caricavano i nemici emettendo urla spaventose. La più famosa leggenda che li coinvolge è quella della loro battaglia contro i Lapiti in occasione della festa nuziale di Piritoo: la cosiddetta “Centauromachia”. Invitati ai festeggiamenti ma, non essendo abituati al vino, si ubriacarono, dando sfogo al lato più selvaggio della loro natura. Quando la sposa Ippodamia (“colei che doma i cavalli”) arrivò per accogliere gli ospiti, il centauro Euritione balzò su di lei e tentò di stuprarla. In un attimo anche tutti gli altri centauri si lanciarono addosso alle donne e ai fanciulli. Scoppiò allora una battaglia nella quale anche l’eroe Teseo, amico di Piritoo, intervenne in aiuto dei Lapiti. I centauri furono alla fine sconfitti e scacciati dalla Tessaglia; ad Euritione furono mozzati naso ed orecchie. Alcuni centauri acquisiranno leggende proprie, come il saggio e pedagogo Chirone (colui che usa le mani non per violenza, ma per guarire in qualità di terapeuta; depositario della Tradizione come conoscenza sapienziale), amico di Apollo e dei Dioscuri, e non discendente da Centauro. Questi, maestro di Achille, era infatti figlio della ninfa oceanina Filira e del dio Crono e dovette la sua natura ibrida ad un incidente occorso durante la sua nascita: una maledizione scagliata da Rea, moglie di Crono, al figlio illegittimo del marito secondo Apollonio Rodio e Virgilio, o il suo concepimento per opera di due immortali mutatisi in cavalli: l’una per sfuggire al seduttore e l’altro per meglio inseguire la riottosa amata. Dante colloca i centauri nell’inferno (Canto XII) come custodi-giustizieri dei violenti contro il prossimo, in rapporto diretto con il loro carattere avuto in vita. Nel film “Medea” di Pasolini (1969), i protagonisti della prima scena sono l’infante Giasone e il Centauro Chirone. Così Pasolini: “(Il centauro) è un’immagine onirica relativamente chiara, nella simbolica freudiana: il simbolo del blocco parentale, padre e madre. Il cavallo raffigura sia il padre che la madre. E’ il simbolo dell’androgino: della potenza paterna e della maternità (nel senso in cui viene intesa la coppia madre-figlio, dato che la madre antica porta il bambino sulla schiena” in P. P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori, Milano, 1999, p. 1506).
  5. La fonte del mito di Prometeo è Esiodo (Teogonia, 535-616; Le opere e i giorni, 45-105 ). Il Titano Prometeo (pro-metis, colui che pensa in anticipo, è il preveggente e per questo anche l’astuto). A seguito di precedenti eventi fraudolenti (Egli offre a Zeus una porzione di bue appetitosa, ma immangiabile, mentre dona agli uomini le parti commestibili), che avevano indotto Zeus a rifiutare il fuoco agli uomini i quali già liberamente ne disponevano (“Zeus non dava più il fuoco” o “Zeus nascose il fuoco”), aveva astutamente sottratto un seme di fuoco agli dei (la “techne”, il potere della conoscenza, il simbolo della cultura, un processo intellettuale che differenzia gli uomini dalle bestie e ne consacra il carattere di creature civilizzate), portandolo sulla terra nascosto in una canna. Voleva donarlo all’umanità perché potesse progredire. Zeus, geloso e restio a metterlo in comune con gli uomini, si adira per l’inganno a suo danno e gli infligge il castigo: lo condanna a essere legato giorno e notte ad una rupe dove un’aquila gli rode il fegato che perennemente gli ricresce. Ecco la scena descritta dalle parole stesse di Esiodo: “Legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci, / con legami dolorosi, che a mezzo di una colonna poi avvolse, / e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali che il fegato / gli mangiasse immortale, che ricresceva altrettanto / la notte quanto nel giorno gli aveva mangiato l’uccello dalle grandi ali”. Così colui che aveva consegnato agli uomini una ineguagliabile fonte di energia, diventa il nutrimento dell’aquila di Zeus, l’uccello che, portando il fulmine del dio, è messaggero della sua forza invincibile. Tutti i giorni l’aquila di Zeus divora il suo fegato senza lasciarne una sola briciola, poi durante la notte l’organo ricresce, si rigenera affinché l’animale possa trovare, al mattino, il suo pasto intatto. Così sarà fino a quando Eracle, con il consenso di Zeus, libererà Prometeo, che riceverà una sorta di immortalità dalla morte del Centauro Chirone. Era quest’ultimo un eroe saggio e benevolo che aveva insegnato ad Achille e a molti altri eroi ad essere invincibili. Ha così luogo uno scambio. Prometeo, nato mortale, offre a Chirone il suo diritto alla morte e in cambio prende la sua immortalità. Alla fine, Prometeo, che non aveva saputo rimanere nel limite, sfidando l’ordine di Zeus attraverso l’ingegno e il coraggio, riacquista la sua libertà (Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Einaudi, Torino 2000). Nel Protagora, Platone, raccogliendo le suggestioni di Eschilo, racconta che Prometeo ruba a Efesto e ad Atena sia il fuoco che il sapere tecnico.
  6. Di Tanato si parla nella leggenda di Sisifo, figlio di Enàrete e di Èolo. Il suo identikit è negativo. Con l’astuzia e senza scrupoli, egli è riuscito ad estendere il territorio di Corinto. Tra l’altro, si narra che quando Zeus rapì Ègina, passò da Corinto e fu visto da Sìsifo. Dopo qualche tempo l’Asòpo, che dappertutto cercava la figlia, si presentò a Sìsifo per chiedergli se sapesse qualcosa di lei. Allora Sìsifo, per trarne vantaggi, disse al vecchio dio-fiume che gli avrebbe rivelato chi aveva rapito la figlia se a lui avesse reso il favore di donare una sorgente alla cittadella di Corinto. L’Asòpo acconsentì e fece scaturire la fonte Pirène. Fu così che Sìsifo gli disse il nome del rapitore . Allorché Zeus conobbe l’accaduto, lo fulminò e lo precipitò negli Inferi, dove gli fu imposta la pena di sospingere senza sosta, lungo la ripida erta di un monte dalla cima aguzza, un enorme macigno. Una volta trasportatolo alla sommità, di nuovo rotolava in basso. Sìsifo era costretto a ricominciare l’estenuante fatica. Senza sosta e per l’eternità. Con un tremendo colpo di folgore Zeus colpì anche l’Asòpo per avere osato contrastarlo, costringendolo a rientrare nei suoi argini e a non travalicarli più, sicché il fiume rimase per sempre nel suo alveo. A tutt’oggi, a prova di quella punizione, reca sul fondo tracce di carbone. Secondo un’altra versione, Zeus diede ordine a Tanato di andare a prendere l’infame delatore e di consegnarlo ad Ade per l’opportuno trattamento. L’astuto Sìsifo, che si aspettava qualcosa di spiacevole come conseguenza del suo incauto comportamento, si era però preparato: passando al contrattacco, non appena si vide in pericolo, riuscì a sorprendere il terribile demone e ad incatenarlo. Scansata la morte, Sìsifo continuò a vivere indisturbato. Zeus, vedendo che da qualche tempo sulla terra nessun uomo più moriva, indagò e intervenne personalmente per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Una volta scoperto che il fenomeno era da imputarsi a un’altra trovata di Sìsifo, mandò Ares ad imprigionare il temerario. A furia di minacce lo obbligò a rivelare dove teneva nascosto Tanato e a liberarlo. Naturalmente, appena liberato, il diligentissimo demone poté subito ritornare ai suoi compiti. Poiché rimaneva una questione in sospeso con quell’uomo che l’aveva incatenato, scelse proprio lui come sua prima vittima. Sìsifo si era preparato anche a questa evenienza, e prima di essere portato nell’Ade da Tanato, aveva preso a parte la moglie Mèrope, ingiungendole di non rendergli onori funebri e di tenere il segreto su questo suo ordine. Arrivato nell’oltretomba e interrogato da Ade circa il motivo per cui lì non giungeva nella maniera ordinaria, Sìsifo si lagnò a gran voce dell’empietà della sua donna, gemendo e gettandosi per terra, perché la mancanza di una sepoltura gli impediva un degno soggiorno nel regno dei morti. Ade e Persefone, indignati dal comportamento di una simile donna, acconsentirono alla richiesta di Sìsifo di poter ritornare sulla terra a rimproverare e castigare la consorte come meritava appunto per ricordarle i suoi sacrosanti doveri. Naturalmente, una volta risuscitato, Sìsifo si guardò bene dal richiamare e dal punire la sua complice. Tanto meno si diede la pena di ridiscendere agli Inferi. Egli visse fino a tardissima età. Quando poi morì, gli dèi infernali, che ancora lo stavano aspettando, se lo videro riconsegnare da Hermes in persona che raccomandò loro di stare attenti a non lasciarselo sfuggire di nuovo. Per impedirgli altri imbrogli, gli riservarono un trattamento coi fiocchi al fine di evitare un’altra evasione di Sìsifo dal Tartaro: l’occupazione anzidetta, perché non potesse escogitare alcuna opportunità di sottrarsi alla pena per l’eternità.
  7. A. Camus, Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo (Le mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde, pubblicato da Albert Camus nel 1942 presso Gallimard (Parigi), quando non aveva ancora trent’anni, in nuova edizione con aggiunta del saggio su Kafka nel 1948 e con nuovo confronto critico rispetto al manoscritto nel 1957. In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947 dall’Editore Bompiani.

Il volume “Il Mito e il Velo” di Federico Guastella è disponibile presso le librerie Paolino e Flaccavento di Ragusa e può essere acquistato on-line.

 

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HÒLOS, poesia inedita di Fabio Strinati

HÒLOS

Agli occhi vi si creano somme di parti,
un colore d’aria che sferza e spira
dove mente e corpo,
sono un tutt’uno col “ comportamento emergente ”.
Integro: indiviso tronco mescolato
che nasce e procrea la sua forma
al microscopio che non varia né sfuma
fra il suolo e i biomi:
intero e tutto figli di una scatola, ( uno scatolone? )
unità – totalità che al ritmo della vita
è vivente come il piccolo pensiero
che nel “ complesso corpo “
si assembla e si trasforma,
nell’infinitamente e perpetuo moto,
quel mutamento ch’è anima “ X ”
e intimamente,
energica ch’è l’evoluzione.

Fabio Strinati

Marzo 2018

 

Spartiti di musica visiva contemporanea

Per contattare l’Autore, scrivere a strinati.fabio@tiscali.it

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Il Mito – dal volume “Il Mito e il Velo” di Federico Guastella

Le divinità nacquero in un tempo indefinito e con loro gli esseri umani raggiunsero la consapevolezza di una sfera soprannaturale, essendo pervenuti ad un alto grado di civiltà. Agli dèi eressero templi per esprimere l’aspirazione all’Ordine universale e con la recinzione d’uno spazio sacro, considerato un “centro”, o “il cuore del mondo” che fa superare la condizione umana per il recupero di quella divina, divisero l’interno da tutto l’esterno.

Pasolini nel film “Medea” pone in evidenza la ricerca insopprimibile di un centro, l’omphalós, luogo sacro dell’insediamento. Quando gli Argonauti giungono nella spiaggia di Iolco e piantano le loro tende, producono la ribellione di Medea per non avere essi dapprima svolto il rito richiesto dalla Tradizione:

“Questo luogo sprofonderà perché senza sostegno! Aaaah! Non pregate Dio, perché benedica le vostre tende! Non ripetete il primo atto di Dio … Voi non cercate il centro. No! Cercate un albero, un palo, una pietra! Ah.”.

Tempio di Zeus – immagine tratta da http://www.archart.it/olimpia-tempio-di-zeus.html

E’ la stessa etimologia della parola a suggerirne il significato: “Tempio” deriva, infatti, dal latino “Templum”, che in origine, designava il tratto di cielo circoscritto dall’auriga con il lituo, isolandolo idealmente dal resto. La radice “Tem” si ritrova nella lingua greca, dove “Tèmenos” vuol dire recinto sacro e “Tèmno”, tagliare: cioè, separare, dividere. In questo senso, il Tempio è stato forse considerato come una “centrale energetica”, dove aveva luogo la rigenerazione spirituale. Essenziale era circoscrivere uno spazio “sacro” e sentirne la “vibrazione spirituale” allo stesso modo di Anfione il quale col semplice suono della lira eresse le mura possenti della città di Tebe.

Nel Tempio, che spesso sorgeva accanto al Teatro (il sacro nel sacro), si svolgevano culti e riti di purificazione e fu dalla partecipazione esoterica (i riti riservati agli iniziandi) ed essoterica (la fede della popolazione che portava gli “ex-voto” nel periodo delle feste), che si sviluppò la cultura del mito, inteso come “parola”, “discorso”, “racconto”, “narrazione”1. L’intreccio tra Tempio e mito si rende concreto nel prologo dell’ Edipo re a Colono, a cui si accosta Furio Jesi2: Edipo, cieco e mendicante, si trova nel boschetto sacro delle Erinni; appena il coro dei vecchi di Colono vi scorge la sua presenza, senza nemmeno chiedergli chi fosse lo invitano ad uscire. La sfera sacrale non può essere violata dai profani: soltanto l’iniziato può fare il suo ingresso in un’altra sfera in cui è protetto da sguardi indiscreti ciò che può essere colto da tutti.

Forse i miti nacquero per un bisogno di rassicurazione, perché l’uomo potesse ripararsi dall’angoscia del vuoto, dall’oscurità dell’origine e della fine.

Nasceva così il tempo sacro delle cosmogonie come visione d’insieme sulla formazione del cosmo, come svolgimento dal Caos all’ordine3 unitamente ai miti degli dei cui seguiva il ciclo dell’eroe – l’homo novus – per il bisogno di avere figure esemplari in grado di indicare il sentiero dell’affermazione, di provocare l’insorgenza del sentimento della grandezza attraverso la lotta interiore che conduce a un orizzonte di vita superiore. Il mito, quindi, come prova da superare e come ricerca dell’immortalità. Non è forse la ricerca un mezzo insostituibile per tentare di ritrovare ciò che si è perduto? Non ci si mette in cammino quando si vuole approdare al luogo che custodisce il segreto delle origini? Del resto, in tutte le tradizioni si parla di qualcosa che è stata perduta e nascosta: è il Graal che i Cavalieri di Uthere di Arturo

Il Sacro Graal – tratto da http://www.crystalinks.com/

cercano affannosamente; è il vedico Soma, la bevanda di immortalità che in altre forme ritroviamo nei misteri greci; è il mazdeico Haoma; è la pronuncia del gran “Nome” presso gli Ebrei; è la Verità, insomma, della Tradizione iniziatica. Non importa che la divinità risorta si fosse chiamata in altri contesti Rha, Osiride, Attis, Dioniso, Bacco o in qualunque altro modo: il significato è identico e rimane immutato; c’è sempre un Dio che viene ucciso, ma che alla fine risorge. Tutti i personaggi citati, cui a titolo esemplificativo vanno aggiunti Orfeo, Mitra, Cristo, Krishnna, sono riconducibili al ciclo cosmico e vegetativo: cioè, al mito del Sole che scompare e ogni volta rinasce, mentre la Luna, inconsolabile vedova, lo va cercando nella notte stellata. Il mito è così discesa e ascesa, un viaggio in discesa e in salita come insegna il cammino che Dante compie dallo stato di peccamonisità a quello ascetico attraverso la percorribilità dei tre regni. La condizione di beatitudine è una conquista che procede dall’abisso alla luce, dalle apparenze della caverna platonica alle essenze dell’alto e della rinascita.

Campbell ha scritto che l’universo diventava così “un’immagine sacra”. La volta celeste4, luogo privilegiato dell’osservazione, educava e alimentava il bisogno di grandi trasformazioni che conducevano al superamento di prove aventi come tappa finale il ristabilimento dell’equilibrio violato, cioè la conquista di una potenza originaria perduta.

Il mito – si sa – è parola che si fonda sul “Vedere” rispetto al “Logos” che coinvolge il processo razionale. Se il pensiero razionale è per sua natura analitico e discorsivo, quello mitologico o simbolico è sintetico e crea un mondo aperto di significati, rendendo così accessibile al microcosmo l’universale. In quanto essenza dell’universo, è presenza di potenza nella storia, giacché è stato il primo passo illuminante intorno alla rappresentazione del mondo; si può dire che l’uomo pre-filosofico l’abbia concepito come affabulazione sacra relativa a contenuti religiosi coi quali si tenevano legati i membri della comunità. Ciascuno poteva ritrovarsi nelle narrazioni in cui il cielo si congiungeva con la terra. Essi si conoscevano, vi si riconoscevano, dandosi una spiegazione sul mistero dell’esistenza, ovvero sul senso nascosto delle cose. Poi l’arte e le religioni ne veicoleranno i significati grazie anche agli apporti dell’archeologia. Via via che gli archeologi scavavano nelle viscere del passato, ci si poteva trovare a contatto con statue, con disegni, con templi, con lingue che comunicavano le antiche credenze. Il Mito, quindi, che è intreccio di memoria e di parola, racconta eventi sulla formazione del cosmo elaborati attraverso l’intuizione e l’immaginazione. Con esso l’uomo ha narrato se stesso, il proprio dramma, l’anelito che l’attraversa, proiettandosi in una dimensione di eternità. Si potrebbe dire che il complesso dei miti di una determinata civiltà costituisca un vero e proprio libro sacro, l’“ubi consistam”, il punto di riferimento e di stabilità. Le leggende non avevano il carattere della conclusività: venivano dinamicamente accresciute o ridotte. Esse, come gli dèi, viaggiavano da un paese all’altro, da un’epoca all’altra, dando luogo alla rielaborazione sincretica di varie tradizioni.

Il mito è universale, è patrimonio collettivo dei popoli, coinvolge ogni civiltà e ogni epoca. Dal paleolitico al neolitico, dall’induismo al buddismo, dai tibetani agli egiziani, dal mondo iranico a quello ebraico, la mitologia ha da sempre fornito racconti e liturgie. Esso esula dal tempo e dallo spazio, non è inchiodato a una specifica civiltà, anche se in questa sede il discorso viene prevalentemente focalizzato sulle manifestazioni della cultura egizia e greca.

Nella bella presentazione al volume di Robert Graves I miti greci, Umberto Albini scrive:

“Il mito è il bisogno di spiegare la realtà, di superare e risolvere una contraddizione della natura (come nasca il primo uomo, per esempio), il mito è spiegazione di un rito, di un atto formale che corrisponde a esigenze della tribù (l’invocazione della pioggia), il mito è struttura delle credenze di un gruppo, di un etnos (la condanna dell’incesto) ecc. ecc. Ma, come dice la parola, il mito è innanzitutto un racconto; c’è una storia da presentare, che ha lati terribili, ma anche spesso risvolti patetici, ci sono dei personaggi in azione, una trama che si snoda5”.

I miti potrebbero essere pensati come storie sacre che diedero origine ai riti e alla drammaturgia: essi infatti rifluivano nelle tragedie e si concretizzavano nello spazio teatrale, dando agli spettatori, che già li conoscevano, l’opportunità d’una partecipazione più intensa. Così come può essere fondativo di un rito, un rito stesso può generare un ciclo mitologico e letterario6.

“Misterico” è parola che proviene dall’Ellade antica e designa quegli aspetti della “pòlis” indicanti segreti religiosi. Il termine sarebbe collegato con quello di “meyn”, che significa “chiudere la bocca”, ovvero “mantenere il segreto”, dato che il mito confluiva in particolari riti d’entrata in manifestazioni sapienziali, estranee alle credenze comuni. Senza lo psico-dramma, il mito avrebbe perso la sua essenza; senza poterlo rivivere in un cerimoniale in cui gli adepti sono attori e protagonisti ad un tempo, si sarebbe ridotto a favola che, per quanto educativa, è basata soltanto sull’ascolto senza essere rivissuta e partecipata.

Federico Guastella

Ragusa, marzo 2018

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  1. M. Bettini, Racconti romani “che sono lili’u”, in L. Ferro e M. Monteleone, Miti romani, Torino, 2010, pp. V-XXIX.
  2. F. Jesi, Mito, Isedi, Milano, 1973.
  3. L’architettura del cosmo, probabilmente elaborata dai discepoli di Orfeo, fa esplicito riferimento all’uovo cosmico. Suggestivo è il mito secondo cui la “Notte” profonda, come assenza di luce e di limiti, senza fecondazione produsse un Uovo d’argento, primordiale, da cui nacque Eros “colmo di desiderio”: aveva ali che stillavano oro ed era paragonato ai vortici sollevati dal vento. Per effetto di Eros, accoppiatosi nottetempo con Abisso, si produssero i diversi elementi costitutivi del cosmo: il cielo, l’oceano, la terra e anche la razza indistruttibile degli dèi. E’ questa la testimonianza che si trova nella parabasi degli Uccelli di Aristofane. Secondo un’altra tradizione, reinterpretata in senso neoplatonico nel Trattato sui Primi Principi del bizantino Damascio (V secolo), in origine esistevano tre forze primordiali: Kronos (il Tempo), Aither (l’Aria) e Chàos. La creazione ebbe inizio quando Kronos pose all’interno di Aither un Uovo, da cui uscì Phànes, il Brillante, lo splendente, ossia la Luce che poi si accoppierà con la buia Notte dando origine al Cielo e alla Terra. Nella versione attribuita a Ieronico ed Ellanico, Eros ha un carattere bisessuale, formato dal maschile e dal femminile, oltre a un Dio alato che, avente un corpo doppio e teste taurine, è l’ordinatore del cosmo. Costui è Protogonos, ma anche Zeus o Pan, creatore di tutte le cose dalla luce che emana (C. Calame, I Greci e l’Eros – Simboli, pratiche e luoghi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 146-150) .
  4. Un accenno merita il personaggio Atlante, denominato Atlas nella mitologia romana, di cui esistono diverse versioni sulla sua nascita. Per la maggior parte di queste, egli è il figlio del titano Giapeto e della ninfa Climene. Altre leggende invece, narrano di lui come il frutto dell’amore tra Zeus e Climene; per altre ancora risulta figlio di Poseidone e Clito. Nel mito egli è il pilastro della porta del cielo. Quando Zeus decise di affrontare il padre Crono per spodestarlo e prendere il suo posto come re degli Dei, dovette costringerlo con la forza a rigettare tutti i fratelli che, alla nascita, erano stati divorati proprio a causa di una profezia della quale Crono stesso era ossessionato. Durante tale rappresaglia anche i Titani vi presero parte, ma ebbero la peggio perdendo il sanguinoso scontro. In conseguenza di ciò, Zeus condannò Atlante, in quanto Titano, a sostenere con la nuca e la sola forza delle braccia l’emisfero celeste chálkeos (“bronzeo”), sidéreos (“ferreo”) e asteróeis (“stellato”). 
  5. R. Graves, I miti greci, Longanesi&C., Milano, 1963, p. V.
  6. A. Panaino, Riflessioni su alcuni aspetti esoterici ed iniziatici dei Misteri Eleusini, “Hiram”, 3/2014, pp. 13-15.

Il volume è disponibile presso le librerie Paolino e Flaccavento di Ragusa e può essere acquistato on-line sul sito www.tipheret.org

 

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Parte Terza – Introduzione all’opera “Il Libro Rosso” di C.G. Jung: PERCORSI INIZIATICI

di Federico Guastella

 

La psicologia analitica di Jung, diversamente da Freud, presenta una più ampia prospettiva che, collegata con l’inconscio collettivo, include un particolarissimo intuito, un istinto psichico in grado di cogliere percezioni sottili come se la vita fosse già scritta in noi. Per lo psicologo svizzero avere un segreto, o una premonizione di cose sconosciute ha un grande valore, perché l’uomo si accosta alla percezione di un mondo misterioso e inesplicabile. La vita è completa soltanto quando lo sguardo trascende l’immediatamente verificabile per cogliere qualcosa che resta inesplicabile. Jung riconosce alle immagini una realtà psichica di grande valore che colma la solitudine e le presenta nel recinto sacro del cuore, quasi accarezzandole, dal momento che costituiscono la trama della microstoria, aperta a diversi percorsi iniziatici. L’immaginazione non è astrazione dalla realtà; in quanto attività creatrice dello spirito, essa, con lo stupore e con la meraviglia delle emozioni, dà consistenza a ciò che dimora in noi. Immergendosi nell’attività onirica, Jung si sente “profeta”; egli vive in un diverso stato di coscienza, i cui effetti benefici si riversano nel mondo dei pensieri; tratta le sue visioni come “un’opera d’arte” con rispettosa, discreta attenzione e le racconta alternando toni di lirismo con quelli di un crudo realismo a volte a fosche tinte. Siamo nel dialogo, del tutto originale, tra inconscio e coscienza, dove le “visioni” interagiscono con le “riflessioni”, con le “massime” e con “i commenti” che  egli riporta nel corso della narrazione. Senza le visioni, la psiche diventa nevrotica se non psicotica: l’esperimento, egli ha scritto, gli ha insegnato quanto possa essere d’aiuto – da un punto di vista terapeutico – la scoperta di immagini che si nascondono dietro le emozioni. Siamo nel linguaggio dell’anima che apre a nuovi mondi e a nuovi personaggi; siamo nel libero scorrere del racconto che i Greci amavano con la meraviglia dell’irrazionale. Anche il suo accostamento alla cultura dei “Ching”, che gli ha consentito  di elaborare il concetto di “sincronicità”, testimonia quanto grande sia stata la sua attenzione nei confronti di ciò che non è spiegabile razionalmente1. E’ l’Io, il Tu di Jung come in una sorta di specchio, il protagonista del Libro Rosso che appare direttamente nel capitolo VI, “Scissione dello spirito”. Prima di allora è egli stesso a raccontare le sue fantasie visive e a ritrovare la propria anima con cui dialoga e si confronta anche attraverso lo scontro. Si nutre delle sue energie, ritirandosi dalle cose e dalle persone, nonché liberandosi da abitudini e da stereotipi; è con lei che prende parte attiva nel sofferto pellegrinaggio che conduce al “Dio in noi” attorno al quale l’Io ruota come fa la terra intorno al sole. Passando dall’inconscio, si individua, assimila qualità dei personaggi incontrati, si rinnova ed esprime la biografia personale e collettiva fino a incontrarsi con il “Sé” che abbraccia coscienza e inconscio: espressione indifferenziata di tutte le possibilità umane e, nel contempo, il punto dal quale si sviluppano ulteriori opportunità che in esso vogliono convergere. Come nel gioco degli specchi, il quale con tutti i suoi illusionismi moltiplica la “figura” facendo sconfinare il reale nella finzione che incanta e disorienta, l’Io si dissocia nella pluralità. Le rifrazioni alterano la dimensione del tempo e dello spazio visibile, mentre la narrazione viene affidata alla magia dell’imprevedibilità. Senza mai annoiare, sul palcoscenico si stagliano i suoi personaggi che in buona parte provengono dal mondo mitologico e biblico. L’Io li considera reali2 e spesso li associa ad altre figure. Alcuni viaggiano in compagnia e altri si manifestano l’uno dipendente dall’altro. C’è chi cerca la solitudine illudendosi di scoprire significati e ci sono quelli che scelgono di percorrere altre vie, agli antipodi di quelle consuete, per tentare di rinnovarsi.3

«Metamorfosi» di Kafka è una metafora dell’ineluttabile alienazione, ancorché vi sia qualche spiraglio (la musica e l’arte in genere), quella di Apuleio è rispondente a nuove opportunità di crescita e di perfezionamento a partire dalla sofferenza dovuta agli inquietanti nemici psichici. “Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero”: è detto nel capitolo XI, “Soluzione”, a volere indicare la riappropriazione di se stesso, intesa come affrancamento dalla dispersività introdotta dai conflitti presenti nell’anima (“fonte di sventura esterna”), da conquistare attraverso le varie fasi di un lungo viaggio che indirizzano all’unitarietà della personalità, tale da abbracciare l’insieme dell’umanità. Come Iside apre a Lucio un nuovo sentiero, analogamente è quanto avviene nel paragrafo 13 delle “Prove”, dove l’Io ha la visione della “Grande Madre” che indica la via della rinascita. Nell’ottica di tutto ciò che deve ancora venire, Il Libro Rosso rende dunque diretto il dialogo tra Jung e la sua anima, che è trasversale al mistero, e mostra la scissione tra svegliati e dormienti: i primi sono iniziati alla verità, alla vera via, o semplicemente alla vita; i secondi appaiono ciechi o addormentati dal potere della ragione che analizza senza immaginare l’impronta divina in noi. Non è consentito il dormire per chi vuole intraprendere il cammino iniziatico in compagnia dell’anima. Non può non venire in mente la Teologia platonica (1482), dove Marsilio Ficino le attribuisce un ruolo centrale: il legame tra la corporeità della materia, l’intelligenza angelica e Dio. Lei scende nella molteplicità del tempo e dello spazio e risale trascendendo le forme fisiche: quando vola al di sopra della mente, prevede il futuro in uno stato di visione trascendente.  Il  viaggio di Jung nelle insondabili profondità della psiche comincia con lo scoppio della prima Guerra. Non a caso Sonu Shamdasani scrive: “non è esagerato affermare che, se la guerra non fosse stata dichiarata, con ogni probabilità il “Liber novus” non avrebbe preso forma” . Quelle di Jung non erano fantasie personali, ma espressioni dell’inconscio collettivo, anticipatrici di eventi reali. E’ nella frattura del corso storico4, che si attua in lui la stretta connessione tra psiche individuale e psiche collettiva, evidenziando, in molteplici forme, lo spettro della follia che mutava l’antico ordine consolidato, ma ormai logoro e obsoleto. Siamo nel “Prologo” dove egli parla di visioni anticipatrici di un tempo in cui le tenebre prevarranno sulla luce: 

“Nell’ottobre 1913, mentre ero in viaggio da solo, durante il giorno fui improvvisamente sopraffatto da un visione: vidi una spaventosa alluvione che inondava tutti i bassopiani settentrionali situati tra il Mare del Nord e le Alpi. Andava dall’Inghilterra alla Russia e dalle coste del Mare del Nord fin quasi alle Alpi. Vedevo i flutti giallastri, le macerie galleggianti e la morte di innumerevoli persone5.

E’ la terrifica visione della Grande Guerra con cui Jung lotta. Per circa due ore non l’abbandona; ritorna più intensamente dopo due settimane al punto da fargli pensare che la sua mente si  sia ammalata. Folle l’evento che incombe sul destino dell’Europa. Un mare di sangue ricopre i paesi nordici: com’era possibile, si chiede quasi incredulo, lo smarrimento di quanto è umano negli uomini? Le visioni devastanti lo turbano ed egli le trascrive, ponendo attenzione ai segni che gli si stampano sulla retina. Il  resoconto è dettagliato:

“Nel 1914, all’inizio e alla fine del mese di giugno, e all’inizio di luglio, feci per tre volte il medesimo sogno. Ero in terra straniera, e all’improvviso, di notte e proprio in piena estate, dagli spazi siderali era calato un freddo inspiegabile e mostruoso, tutti i mari e i fiumi ne erano rimasti ghiacciati, e gelata era ogni forma di vegetazione6.

Simile al primo è il secondo sogno. In entrambi, Jung si trova in un paese sconosciuto; il terzo, agli inizi di luglio, lo impressiona di più:

“Mi trovavo in una remota regione inglese. Era necessario che tornassi in patria il più in fretta possibile con una nave veloce. Arrivavo in fretta a casa. In patria trovavo che in piena estate era calato dagli spazi siderali un freddo mostruoso che aveva congelato ogni forma di vita. Lì c’era un albero fronzuto, ma privo di frutti, le cui foglie si erano trasformate, per effetto del gelo, in dolci grappoli, colmi di un succo salutare. Io li coglievo e li offrivo a una grande folla in attesa. Nella realtà stava succedendo questo. Nel periodo in cui scoppiò la Grande Guerra tra i popoli europei mi trovavo in Scozia, costretto dalla guerra decisi di ritornare in patria con la nave più veloce e per la rotta più breve. Trovai il freddo polare, che aveva fatto gelare ogni cosa, trovai l’alluvione, il mare di sangue, e ritrovai anche il mio albero privo di frutti, le cui foglie il gelo aveva trasformato in rimedio salutare. E io colgo i frutti maturi e li offro a voi senza sapere che cosa vi dono, quale agrodolce e inebriante pozione, che vi lascia un sapore di sangue sulla lingua7.

 La solitudine si dilata all’infinito, l’assale con un gelido brivido. E’ la notte del 1914: eventi luttuosi stanno per arrivare nella tenebra che cancella la luce del mondo. Ad evidenziarsi è l’interconnessione dell’io personale con la storia. L’atteggiamento transpersonale emerge dal testo in tutta la sua evidenza. Jung partecipa al dramma del conflitto bellico, lo vive radicalmente e l’anticipa, interagendo con l’irrazionalità della storia; sente il suo Io contorcersi nel dolore per il carico dei morti gravante su di lui. E’ lo spirito del profondo, da lui percepito a seguito della visione dell’alluvione, a suggerirgli che la guerra è l’espressione di un diverbio interiore che si scatena esteriormente: gli uomini vivono grandi lacerazioni interne al punto da uccidersi reciprocamente. E’ il conflitto ad essere la causa della sventura esterna. L’arrovella il prevalere del demone sanguinario e il suo monito è deciso: l’uomo assassina una parte della sua vita quando uccide il suo prossimo. Sicché, egli viene invaso dal mistero dell’autosacrificio: vuole diventare “Cristo”, riconoscendo nella forza dell’amore il più alto del piacere. Era stata la Grande Guerra a modificare i suoi punti di vista, la rottura delle possibilità di rapportarsi con il mondo, messo radicalmente in crisi dal disordine devastante. Anche in questa prospettiva si colloca Il Libro Rosso che, agli albori del conflitto mondiale, interpreta il “caos” in cui sarebbe piombata l’umanità sonnecchiante sotto l’ordinato mondo della coscienza. L’opera non impone; stimola alla riflessione, fa sorgere interrogativi sui segreti dell’anima e sollecita a sguardi interiori alla scoperta di visioni che rigenerano attraverso il ricorso a simboli di cui i personaggi sono portatori. E’ nella prospettiva “della via di quel che ha da venire” – questo il titolo del Prologo – che Jung assume la “speranza” come motore della storia individuale e collettiva, come superamento della cappa di scetticismo opaco gravante sulla società del Novecento.

Federico Guastella

Ragusa, 19 febbraio 2018

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1. “I Ching” significa “Libro dei Mutamenti” ed è una delle opere più importanti della letteratura mondiale. Non si conosce l’età in cui fu scritto anche se per alcuni pare che fosse stato scritto nel XII secolo a.c.); fra l’altro, varie sue parti sono state aggiunte in tempi successivi. E’ in questo scritto che le filosofie dominanti in Cina – Confucianesimo e Taoismo – hanno qui le loro radici comuni in una visione oracolare della realtà. Riferendosi alla scienza, che si basa su leggi di natura statistico-probabilistiche,  egli non esclude le “eccezioni” ad opera del caso, e constata che già la cultura orientale aveva intravvisto le concezioni metodologiche dei fisici moderni. Egli scrive: “Secondo l’antica tradizione, sono delle “entità spirituali” operanti in modo misterioso quelle che fanno dare una risposta sensata. Queste entità formano, per così dire, l’anima vivente del libro. Essendo così quest’ultimo una sorta di essere animato, la tradizione vuole che all’I Ching si possano porre delle domande nella fiducia di ottenerne risposte intelligenti”.  Jung ammette di non avere una risposta alla moltitudine di problemi che sorgono quando si vuole di conciliare l’oracolo dell’I Ching con i canoni scientifici correnti. Non può fare però a meno di ammettere che “l’irrazionale pienezza della vita” gli ha insegnato a non scartare alcunché: è chiaro che questo metodo cinese di divinazione “mira alla conoscenza di sé, sebbene attraverso i millenni sia stato anche messo al servizio della superstizione”.

2. Nel mistero ho imparato a prendere sul serio sul piano personale quelle figure sconosciute che fluttuano liberamente nel mondo interiore in cui abitano, poiché sono reali in quanto agiscono”: capitolo I, “Liber secundus”, “Il Rosso”, p. 105.

3. Guida alla lettura del Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. 175.

4. A. Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino, [1991] 1998.

5. “Prologo”, “La via di quel che ha da venire”, ed. studio, p. 11.

6. Ivi, p. 12.

7. Ivi, pp. 12-13.

 

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Note su “Il Libro Rosso” – Parte seconda: Alchimia e visioni, di Federico Guastella

Suggestivo appare il contributo di Luisa Marinelli come messa a fuoco di alcuni temi fondamentali de “Il libro Rosso”. L’incipit coinvolge e già fornisce una chiave di lettura, quasi invitando, con raffinata discrezione, il lettore a utilizzare un’ermeneutica che, scevra di categorie logiche, faccia leva sul magismo dei flussi di coscienza. Lei scrive:

“Come un antico manoscritto di verità e saggezza Il Libro Rosso di Jung tocca e lascia presagire, accompagna fino all’uscio del significato e lì abbandona, trasuda principi di immemorabile origine che solo Intuito e Terzo Occhio possono afferrare. E se con spirito di erudito e scientifico raziocinio tento di comprenderlo divento come il cieco nell’oscurità che si muove a tentoni e striscia nel vuoto“1.

Jung, operando nelle infinite possibilità del regno onirico, dava così vita a un tessuto narrativo retto da leggi assolutamente personali, spesso al limite dell’incomprensibilità. Non a caso erano gli anni in cui il dublinese Joyce, uno dei più grandi autori di narrativa del XX secolo, strutturava la libertà di associazione e di ricerca in una direzione illimitata. Non soltanto egli si avvaleva della psicanalisi per sondare l’inconscio, ma frequentemente faceva ricorso all’allegoria in modo che una parola o un episodio non avessero mai un unico significato. E’ la presenza di una forte connotazione alchemica che dà ai contenuti il fascino particolare della “metamorfosi” come attiva partecipazione al processo individuativo. Nell’Epilogo, aggiunto nel 1959, Jung dichiara che l’incontro con l’alchimia2 l’aveva indotto a interromperne l’elaborazione, essendo riuscito a sistemare le sue esperienze in un tutto organico3. Peraltro, nei “Ricordi” si legge che fu lo studio di vecchi testi alchemici a fornirgli la chiave della sua esperienza clinica e delle sue riflessioni specificamente sul mondo simbolico delle fantasie.L’alchimia, dunque: chiave fondamentale de “Il Libro Rosso”, una sorta di «gnosi pagana» aperta alla scoperta del proprio mito, alla mitologia personale perché, facendo i conti con la sofferenza, si possa trasformare l’oscurità in opportunità di crescita consapevole, nell’accoglienza del mistero divino attraverso la discesa agli inferi e la conseguente risalita. Emerge da qui la stretta connessione del mito con l’operatività alchemica. In virtù dell’intreccio di Alchimia e mito, l’uomo assume un ruolo attivo: non subisce, ma elabora tutta quella ricchezza di energie che spingono ad osare per maturare nuovi livelli di presenze significative. Scrive Nante:

“Per Jung l’alchimista – in relazione al processo psichico – è un uomo in cerca del mistero divino, il mistero dell’inconscio proiettato sulla materia: insomma, un individuo teso alla realizzazione personale, diretta, di un’esperienza dell’inconscio”4.

Ci si potrebbe perciò riferire al “Libro Rosso” come al resoconto di un viaggio che racchiude immagini tra l’onirico e l’allucinatorio, a una singolare narrazione autobiografica che, incrociandosi perfino con la liricità del sentimento, ha molto del racconto filosofico la cui stazione di partenza è la scoperta dell’anima con l’immaginazione attiva. Far fluire i contenuti dell’inconscio senza ricercarne una spiegazione, accontentarsi di provare sensazioni, anziché adoperare parole vuote, equivale a confrontarsi con le proprie immagini interne attraverso la sperimentazione; lo spiegare, invece, è un’operazione arbitraria; è come se si compisse un assassinio: l’assassinio dei dotti è detto nel “Prologo”. Trovare una spiegazione razionale prima del tempo uccide l’esperienza simbolica e blocca un processo in atto. Le immagini non vanno interpretate, ma vissute fino in fondo; è la vita che col tempo darà le risposte adeguate5. L’essenziale, scrive nell’Introduzione Sonu Shamdasani, non sta nell’interpretare o capire le fantasie, bensì nel farne esperienza. L’energia psichica è per Jung “attività immaginativa” che nutre con i sogni, con le visioni, con le fantasie. Per una presa di coscienza era lo studio della mitologia a sostenerlo: “lavorare sulla mitologia lo entusiasmava fino a stordirlo”6, ed egli distingueva il “pensare indirizzato”, logico e verbale, e il “fantasticare”, passivo, associativo e immaginifico: “la facoltà del pensiero indirizzato, estranea allo spirito degli antichi, è una tipica acquisizione moderna, mentre il pensiero fantastico si afferma là dove il primo non ha corso”7. Jung si era reso conto, afferma il famoso prefatore, di che cosa significasse vivere senza un mito: “chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici, senza un vero rapporto con il passato, con la vita degli antenati (…) e con la società umana del suo tempo”8. Dai miti al proprio mito si svolge il suo tragitto alla ricerca della “propria equazione personale” con l’attivazione di un processo di auto sperimentazione. L’energia psichica, che lo travolge, gli si manifesta in sogni e in visioni allucinatorie evocate di proposito anche in stato di veglia che aprivano dinanzi al suo sguardo un teatro di rappresentazioni con plurimi personaggi i quali animavano una sorta di terapia della psiche. Siamo nell’effetto catartico di cui parla Aristotele a proposito della “tragedia”: vi era coinvolto lo spettatore al punto da rivivere le proprie passioni con equilibrio e con distacco. Sia che si tratti di sogni o di visioni avute da sveglio come quella dell’ottobre del 1913 quando si recava in treno a Sciaffusa (l’Europa gli appariva devastata da una spaventosa inondazione), come per Platone e Sant’Agostino, ecco profilarsi i dialoghi interiori. Sonu Shamadsani parla di un metodo di investigazione che aveva molte somiglianze con varie pratiche di auto-sperimentazione, sia del passato che coeve, con cui aveva familiarità: “Jung, trascrisse le proprie fantasie, datandole, nei Libri neri e vi aggiunse osservazioni relative agli stati d’animo e alle difficoltà che avevano accompagnato la loro comprensione. I Libri neri non sono dunque un diario di avvenimenti, e anche il numero dei sogni in essi riportati è ristretto. Sono, piuttosto, la registrazione di un esperimento. Jung stesso, nel dicembre 1913 definì il primo libro nero come ”il libro del mio esperimento più difficile (…). A questo punto Jung cominciò a comporre quello che diventerà il Liber novus (…). La principale differenza tra i Libri neri e il Liber novus sta nel fatto che i primi sono stati redatti da Jung per uso personale e possono quindi essere considerati come la registrazione di un esperimento, mentre il secondo si presenta nella forma di un’opera destinata alla lettura del pubblico, a cui difatti si rivolge. Non a caso il testo della minuta si apre con l’apostrofe “Amici”, e la medesima formula allocutiva ricorre anche in seguito“9.

Nel Capitolo del Liber primus “Insegnamento”, Jung, che parla di immedesimazione nelle visioni, dice di sentirsi libero e di provare piacere nelle esperienze primordiali, della foresta e delle bestie selvatiche, compiendo anche “esperienze sorprendenti” dal significato oscuro che lo spaventano. L’apparizione dell’immagine come una visione, o un’allucinazione, è già interpretazione del sogno. Le visioni sono da raccontare, sono racconti della vita psichica, rappresentano processi e percorsi di eventi biografici connotati da gioia e da sofferenza. L’inconscio si fa laboratorio poetico e fa affiorare storie che segnano la vita di dinamiche relazionali. E’ l’inconscio a organizzare visivamente risorse interne per costruire identità altre. In fondo, è questo il metodo dell’analisi: un mezzo per far leva sull’esperienza immaginativa che opera con l’inconscio per fare emergere tendenze non riducibili esclusivamente ai traumi infantili e al rapporto genitoriale nel periodo dell’infanzia.

Federico Guastella

Ragusa, 3 febbraio 2018

 

Note:

1. Dott.ssa L. Marinelli, Riflessioni su “Il Libro Rosso” di Carl Gustav Jung (http://psiche.org/pi…/riflessioni-su-il-libro-rosso-di-jung/).

2. “Alchimia”, che significa “Arte della pietra filosofale”, proviene dall’arabo “Al-Kimya”, ma l’ispirazione è egiziana: “Kemi” nell’antico Egitto equivale a “Terra nera”, cioè il limo del Nilo, indispensabile all’agricoltura in un paese insidiato dall’avanzare del deserto. Pur essendo amorfo, ha in sé una varietà di potenzialità senza le quali non è possibile alcuna manifestazione di vita. Kemi, dunque, è il “preformale”, il “potenziale”, il “virtuale”, presupposti per il compimento dell’Opus. Secondo Jung, l’alchimista, come il cabalista, che intraprende la via della “Grande Opera”, compie un viaggio all’interno del proprio inconscio, realizzando un processo di sviluppo verso la consapevolezza del Sé. Il compito è di “riunire ciò che è sparso”, disperso, frammentario, affrancandosi dalla fragilità dell’esperienza per ancorarla a livelli superiori. Ciascuno è attivatore delle proprie depurazioni; in alchimia la trasformazione ha luogo attraverso tre fasi fondamentali: l’Opera al Nero, l’Opera al Bianco, l’Opera al Rosso. Essenziale allo sviluppo del processo è la morte iniziale con la contestuale “putrefactio”, simbolicamente espressa dall’immagine del seme che deve marcire nella terra affinché possa fruttificare. Siamo così nella sequenza corrispondente alla “Nigredo” della stagione invernale che, nel linguaggio mitico è assimilabile al “chaos” o alle “acque primordiali”. E’ noto l’acrostico V.I.T.R.I.O.L. dell’alchimista medievale Basilio Valentino che per esteso recita Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem e che si può così tradurre: “Penetra nelle viscere della Terra e, percorrendo il retto sentiero, scoprirai la pietra che si cela ai tuoi occhi”. E’ il fuoco della conoscenza e dell’amore l’agente che attiva la combustibilità per lasciare il “caput mortuum”, cioè le scorie, la cui proprietà è quella di non infiammarsi più. L’Athanor, ovverosia il forno dell’alchimista, corrisponde all’interno dell’albero in cui circola la linfa. La bianca colomba, levatasi in volo torna così all’Arca recando il ramoscello d’ulivo ed è questa una chiara allusione al dominio di tutte le forze attivate  che rappresentano l’ “Albedo. Dall’argento infine si passa all’ultima fase del processo, la “Rubedo”, oppure “Opera al rosso”, che segna il termine delle fatiche di depurazione: l’oro qui ha il significato dell’anima liberata dalle sua ruggine; il corpo si riunisce e si fissa con quello dello Spirito. E’ nell’inconscio che bisogna sprofondare per operare sulle impurità, quali disagi e resistenze, blocchi e nodi che angosciano e deprimono, tentando di espellere ogni limitazione, ogni metallo pesante. Così, il guardare dentro di sé significa dare luogo a un senso di rinascita, al risveglio spirituale. E’ questa l’operazione dello svuotamento per consentire alla scintilla divina di purificare l’animo.

3. “Ho lavorato a questo libro per sedici anni. Me ne ha distolto il mio incontro con l’alchimia nel 1930. L’inizio della fine sopraggiunse nel 1928, quando Wilhelm mi spedì il testo di un trattato alchemico, Il fiore d’oro. A quel punto il contenuto di questo libro trovò la sua strada verso la realtà e non potei più continuare a lavorarci. All’osservatore superficiale esso si presenterà come un’assurdità. E lo sarebbe effettivamente diventato, se non fossi riuscito a cogliere la forza travolgente delle esperienze originarie. Con l’aiuto dell’alchimia, alla fine sono riuscito a sistemarlo in un tutto organico. Ho sempre saputo che quelle esperienze contenevano qualcosa di prezioso, e perciò non ho saputo far niente di meglio che trascriverle in un libro «prezioso», ovvero con un suo prezzo, e dipingere – meglio che potevo – le immagini che emergevano mentre le rivivevo. So che è stata un’impresa spaventosamente inadeguata, ma nonostante il molto lavoro e le distrazioni le sono rimasto fedele, anche se io mai un’altra / possibilità …”. Così si conclude il “Libro rosso”. Il testo si interrompe lasciando la frase incompiuta (pag 427). Si potrebbe dire che essa appare come una chiara indicazione verso varie e possibili risposte, sui plurimi sentieri da percorrere ai fini del proprio perfezionamento.

4. Nante, Guida alla lettura del Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. 129.

5. Dilthey, alla fine del XIX secolo,  rimprovera al positivismo di trascurare la peculiarità dell’oggetto, dello scopo e del metodo delle “scienze dello spirito”. Il positivismo infatti riteneva che le scienze dell’uomo, esattamente come le scienze della natura, ricerchino delle leggi capaci di spiegare i fenomeni per mezzo dell’osservazione. Secondo Dilthey questa concezione è errata in tutte le sue parti. In primo luogo, rifiuta assolutamente che le scienze dell’uomo ricerchino delle leggi. Egli, conformemente alla tradizione della “scuola storica” tedesca, nega l’autonomia disciplinare dell’economia, della sociologia e del diritto e riconosce la storia come la sola disciplina unitaria in cui viene a convergere ogni indagine sull’uomo. Tuttavia, contesta l’esistenza di leggi della storia: la storia è la creazione libera dello spirito umano; dunque, essa è il regno del fatto individuale, irriducibilmente singolare e imprevedibile.  In secondo luogo, le scienze dello spirito non mirano a “spiegare” i fenomeni, come insegnano i positivisti, deducendoli da altri fenomeni precedenti o concomitanti. Le scienze dello spirito ci fanno piuttosto comprendere il significato dei fenomeni che si studiano. In terzo luogo, il naturalista indaga su qualcosa di totalmente estraneo a sé. Lo storico invece indaga su un oggetto che ha la sua stessa natura. E’ peculiare, dunque, dei fenomeni storici che essi, in quanto fatti spirituali, siano fenomeni dello stesso genere cui appartiene anche l’attività di riflessione dello studioso e si colleghino a questa nell’unica e universale connessione della “vita dello spirito”. In virtù della affinità tra soggetto e oggetto, che caratterizza il campo delle scienze dello spirito, la realtà indagata si rivela si rivela accessibile dall’interno, attraverso un’ ”esperienza vissuta” (“Erlebnis”, in tedesco) del tutto diversa dall’osservazione sensoriale esterna. La comprensione cui mira lo storico è un “rivivere” il fenomeno indagato: un riprodurlo interiormente immaginando i motivi che l’hanno determinato simpateticamente, in forza dell’umana affinità con i protagonisti del fenomeno stesso. In proposito, il commento di Nante è pienamente condivisibile. Egli scrive: “Non è il caso di soffermarsi sulle controversie che portarono a queste distinzioni e formulazioni, ma è indubbio che esse gravitano nel pensiero di Jung e, di fatto, sono accolte nel suo metodo, che può essere definito “fenomenologico-ermeneutico” (Ibidem, p. 59).

6. Sonu Shamdasani, Introduzione a Il Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. XXXVI.

7. Ivi, p. XXXVII.

8. Ivi, p. XXXVIII.

9. Ivi, pp. XLVII-LIII.

 

Per contattare l’Autore, scrivere a federico.guastella@tin.it

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Dall’Illuminismo ai Cyborgs

di Claudio Messori*

Siamo lieti di pubblicare sul nostro sito questo ampio saggio di Claudio Messori. Si tratta di un lavoro originale e ben documentato, che offre diversi spunti di riflessione sulle inquietanti prospettive che si aprono all’umanità intera, dopo il tumultuoso sviluppo economico degli ultimi due secoli. “Le Ali di Ermes” pubblicherà volentieri i commenti che i lettori vorranno inviarci, per approfondire le tematiche trattate dall’Autore e aprire un dibattito. Buona lettura!       p.p.

Abstract

Il declino del sistema feudale e la progressiva ascesa della borghesia medievale a ruoli di potere e a funzioni di governo, conduce l’Occidente (17° secolo) a teorizzare e ad assumere un modello di pensiero materialista, riduzionista e meccanicista, basato su un rapporto privilegiato, tendenzialmente esclusivo, con la Scienza (metodo scientifico galileiano), la tecnica e la tecnologia. Il presente lavoro prende in considerazione gli elementi storici, sociologici e antropologici (come il perfezionamento illimitato dell’umanità auspicato dall’Illuminismo francese, e la meccanizzazione del ciclo produttivo prospettata dal proto-liberismo Inglese) di questa rivoluzione paradigmatica, che ci aiutano a comprendere il processo causale che ha portato al tecno-centrismo 4.0 contemporaneo.

Viene evidenziato come, grazie all’intreccio tra gli ideali dell’Illuminismo francese, con le sue due anime (Naturofila e Tecnofila), e la lungimiranza imprenditoriale anglosassone (dimostratasi vincente con la Rivoluzione Industriale 1.0), prenda forma il paradigma positivista, e con esso la religione secolare positivista, la cui affermazione e diffusione genera una corrente di pensiero ampiamente condivisa in tutto l’Occidente, l’Eugenetica, che radicalizza le istanze più ambivalenti (pseudo-scientifiche) e reazionarie (filo-colonialiste) dell’Illuminismo e del Positivismo, dando corso ad una serie di crimini contro la persona e contro l’umanità, che sfoceranno nelle eliminazioni di massa condotte, in particolare ma non solo, dal nazifascismo e dallo stalinismo (due regimi totalitari accomunati dalle stesse radici positiviste e dalla stessa passione per il pensiero eugenetico). 

Viene evidenziato come il cuore del processo di industrializzazione inizi a pulsare nelle fabbriche, dove l’introduzione dei sistemi meccanici nel ciclo produttivo innesca il processo di integrazione uomo-macchina, che presto diviene il fulcro, il fattore economico, sociale e culturale trainante della civiltà occidentale. Sarà quindi grazie alla evoluzione dei sistemi meccanici impiegati nelle filiere produttive e alla affermazione del modello economico liberista, che tra la seconda e la terza Rivoluzione Industriale si consolida l’alleanza tra mondo accademico, industriale e militare (academic/industrial/military iron triangle). Una alleanza destinata a giocare un ruolo determinante nelle due guerre mondiali del 20° secolo e in tutte quelle successive.

Il presente lavoro mette in evidenzia come le due guerre mondiali abbiano incrementato in misura esponenziale lo sviluppo scientifico e tecnologico occidentale, che, una volta trasferito dal settore militare a quello civile, ha fatto decollare la Rivoluzione Industriale 3.0.

Dalla seconda guerra mondiale, l’academic/industrial/military iron triangle statunitense esce rafforzato e diviene leader mondiale dello sviluppo scientifico, economico e tecnologico. La computerizzazione della società e lo sviluppo della cosiddetta Intelligenza Artificiale sono effetti collaterali del nuovo modo di concepire la relazione integrata tra soldato e armamento, maturato nel settore militare statunitense proprio nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il modello di automazione soldato-macchina uscito da quella esperienza bellica, e gli enormi sviluppi tecnici e tecnologici che si sono succeduti, hanno aperto la strada alla creazione di ibridi uomo-macchina (cyborgs) e alla robotizzazione della società (Rivoluzione Industriale 4.0), destinata ad essere un effetto complementare delle guerre contemporanee.

In conclusione, viene prospettata la nascita di una nuova religione secolare neo-positivista, ispirata ad una scientifica ed ermafrodita divinità, chiamata Coscienza Universale.

1. Dall’Uomo nuovo illuminista alla Rivoluzione Industriale positivista

“The necrophilous person is driven by the desire to transform the organic into the inorganic, to approach life mechanically, as if  all living persons were things. All living processes, feelings, and thoughts are transformed into things.”

Erich Fromm – The Heart of Man (1964)1

Il cambiamento rivoluzionario nel rapporto con la tecnica e con la tecnologia, di cui si è fatta promotrice e portatrice la civiltà occidentale con l’adozione del paradigma illuminista (18° secolo) e positivista (19° secolo), nella definizione del proprio impianto identitario [1], ha trasformato, in un arco di tempo di appena 300 anni, e trasformerà enormemente, le dinamiche e la struttura delle società sottoposte a questo cambiamento e vincolate alle leggi di mercato che lo governano. Da adesso in poi, tutta la vita politica, sociale culturale, economica e persino religiosa ruota attorno al sapere tecnico e tecnologico. Questa è la peculiarità e il carattere distintivo del paradigma occidentale contemporaneo, che lo distingue da tutti gli altri modelli paradigmatici, al tempo stesso la sua forza e il suo limite.

Dall’avvento della Rivoluzione Industriale 2.0 (seconda metà del 19° secolo) ad oggi, il potere maturato dal tecno-centrismo è cresciuto esponenzialmente. Sull’onda dell’incalzante sviluppo, prima militare e poi civile, di tecniche e soluzioni tecnologiche sempre più versatili e performanti, la rivoluzione tecnologica, il cui cuore ha iniziato a pulsare nelle fabbriche, è riuscita ad imporre una nuova scala di valori sociali, dove il patrimonio di capacità, di possibilità e di tendenze, filogenetiche ed epigenetiche, che conferiscono identità e dignità all’essere umano2, viene vincolato, e subordinato, alle capacità, possibilità e tendenze che dipendono dall’apporto tecnologico.

In particolare, l’attuale Rivoluzione Industriale 4.0, promossa dal vannevariano (Vannevar Bush, 1947) “academic/industrial/military iron triangle3, sta imprimendo un radicale cambio di passo al processo di integrazione uomo-macchina, teorizzato dall’Illuminismo e avviato dalla Rivoluzione Industriale 1.0, tale da aprire seri interrogativi sia sul destino dello statuto antropologico umano, che sul futuro della civiltà umana.

Nel nuovo scenario ipertecnologico contemporaneo, l’essere umano non si deve più solo adattare e conformare all’impiego di sistemi meccanici, più o meno sofisticati e performanti. Oggi, per essere competitivi e socialmente adatti (fit vs unfit), i soggetti umani, in particolare le nuove generazioni, devono sottoporsi ad una vera e propria mutazione tecno-genetica, che li spinge a fondersi e a confondersi con piattaforme, sistemi, dispositivi e soluzioni artificiali, che non aggiungono, ma semmai sottraggono, valore alla loro umanità. Ciò che invece acquisisce enorme valore e prestigio, è il consumo (compulsivo) delle nuove tecnologie, grazie al quale viene acquisita una identità digitale, che eleva al rango di nativi digitali.

La identità digitale è una locuzione legata al fenomeno della Digital Transformation (D.T.), o meglio della Digital Mutation (D.M.), che sta investendo con velocità le società tecnologicamente avanzate, coinvolgendo soprattutto il modo in cui si comunica, si consuma, ci si informa sul mondo, si studia e si lavora (è in atto un progressivo fenomeno di automatizzazione del settore manifatturiero e dei servizi, con conseguente estinzione di alcune tipologie di lavoratori e dei relativi posti di lavoro)4. La D.T. modifica abitudini, tradizioni, princìpi e relazioni grazie all’evolversi organico di un insieme eterogeneo e combinato delle quattro macro aree (megatrend) digitali delle tecnologie: mobile (mobile devices, smartphone e tablet); big data (analisi di data set e informazioni, sia correnti che future, in tempo reale, attraverso processi di analisi di dati strutturati e non strutturati); cloud computing (piattaforme di sviluppo o di gestione dati) e social (social network, piattaforme online che permettono agli users di creare un profilo pubblico, o semi-pubblico, e interagire con altri users in quella sede). Tutte quattro esposte a problemi di data security (hackeraggio).

Mutazione”, dunque, è il termine esatto per descrivere non una transizione, ma una vera e propria modificazione tecno-genetica e di pensiero delle persone e della società che porta alla generazione di identità digitali tanto reali quanto quelle appartenenti alla dimensione fisica, forse, addirittura, ancora più potenti di queste ultime, perché la digital identity si può plasmare a seconda delle proprie o delle altrui esigenze, e non è legata a limiti materiali. Attraverso la creazione, gestione e condivisione di contenuti digitali, si può dar vita a espressioni virtuali di se stessi (es. avatar), che contribuiscono allo stesso modo dell’identità fisica a definire chi è una persona e cosa è e rappresenta (alimentando la sedimentazione di un disturbo dissociativo dell’identità?).

Il processo di integrazione uomo-macchina contemporaneo, ci regala sistemi cibernetici antropomorfi pseudo-intelligenti (robot), ibridi uomo-macchina (cyborg) e nuove generazioni di organismi geneticamente modificati (ingegneria genetica). Effetti collaterali di un processo di integrazione uomo-macchina concepito in ambito militare durante la seconda guerra mondiale.

Come scriveva l’antropologo digitale Frank Rose agli inizi degli anni ’80 [2], all’alba della Rivoluzione Industriale 3.0: “The computerization of society……has essentially been a side effect of the computerization of war”.

Norbert Wiener (1894-1964) [3], padre della cibernetica moderna, fu uno degli scienziati che durante la II Guerra Mondiale collaborarono ad un progetto dell’OSRD (Office of Scientific Research and Development, lo stesso organismo governativo statunitense che sotto la direzione di Vannevar Bush [4] controllava anche il Manhattan Project, che portò alla realizzazione del primo ordigno nucleare), dal quale prese forma l’idea di ottenere il massimo di efficienza, di affidabilità e di efficacia operativa in combattimento, dalla integrazione dell’uomo (soldato) e della macchina (armamento) in un unico sistema, in cui l’elemento umano e l’elemento meccanico si fondono, da un punto di vista ingegneristico, in un’unica struttura.

Come racconta Wiener [il grassetto nel testo è mio]:

The antiaircraft gun is a very interesting type of instrument. In the First World War, the antiaircraft gun had been developed as a firing instrument, but one still used range tables directly by hand for firing the gun. That meant, essentially, that one had to do all the computation while the plane was flying overhead, and, naturally, by the time you got in position to do something about it, the plane had already done something about it, and was not there. It became evident—and this was long before the work that I did—by the end of the First World War, and certainly by the period between the two, that the essence of the problem was to do all the computation in advance and embody it in instruments which could pick up the observations of the plane and fuse them in the proper way to get the necessary result to aim the gun and to aim it, not at the plane, but sufficiently ahead of the plane, so that the shell and the plane would arrive at the same time as induction.  I had some ideas that turned out to be useful there, and I was put to work with a friend of mine, Julian Bigelow. Very soon we ran into the following problem: the antiaircraft gun is not an isolated instrument. While it can be fired by radar, the equivalent and obvious method of firing it is to have a gun pointer. The gun pointer is a human element; this human element is joined with the mechanical elements. The actual fire control is a system involving human beings and machines at the same time. It must be reduced, from an engineering point of view, to a single structure, which means either a human interpretation of the machine, or a mechanical interpretation of the operator, or both. We were forced—both for the man firing the gun and for the aviator himself—to replace them in our studies by appropriate machines. The question arose: How would we make a machine to simulate a gun pointer, and what troubles would one expect with the situation?

La Rivoluzione industriale 4.0 viene propagandata, con tutti i mezzi di cui dispone l’academic/industrial/military iron triangle contemporaneo, come se si trattasse di una Eldorado disseminata di promesse, destinate ad incrementare il Bene Privato & Pubblico, accarezzata dall’idea che ciò che è naturale debba essere progressivamente sostituito da ciò che è artificiale, e che il modello di essere umano da perseguire, debba aderire sempre più al modello iper-tecnologico e ingegnerizzato di uomo-macchina concepito per scopi militari.

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Fromm, E. (2011) The Heart of Man, Lantern Books, p. 37

2. È grazie alla disponibilità filogenetica ed epigenetica di capacità, possibilità e tendenze che consentono il superamento della stereotipia comportamentale animale, che il genere Homo si contraddistingue come l’unica specie in grado di aumentare volutamente la propria capacità, possibilità, tendenza ad esistere. Lo sviluppo della coscienza e della conoscenza umana impiegate a questo scopo, non è presente in nessun’altra specie animale, ma caratterizza la nostra specie [Messori 2016]

3. Vedi: Norbert Wiener, “Men, Machines, and the World About”, in Medicine and Science, 13-28, New York Academy of Medicine and Science, ed. I. Galderston, New York: International Universities Press, 1954.
http://21stcenturywiener.org/wp-content/uploads/2013/11/Men-Machines-and-the-World-About-by-N.-Wiener.pdf

4. In una recente intervista rilasciata alla free digital news publication Quartz, Bill Gates, co-fondatore della Microsoft, propone di ammortizzare le conseguenze negative che si avranno sul piano fiscale per la perdita di milioni di posti di lavoro (ovvero per la perdita degli introiti derivanti dalla tassazione applicata ai redditi da lavoro dipendente e autonomo), tassando i robot che andranno a rimpiazzare il personale umano in esubero: Certainly there will be taxes that relate to automation. Right now, the human worker who does, say, $50,000 worth of work in a factory, that income is taxed and you get income tax, social security tax, all those things. If a robot comes in to do the same thing, you’d think that we’d tax the robot at a similar levelVedi: The robot that takes your job should pay taxes, says Bill Gateshttps://qz.com/945493/get-out-shows-that-even-the-most-intelligent-films-can-fall-prey-to-asian-american-stereotypes/

1.1 L’anno zero illuminista

I should like you to consider that these functions  (including passion, memory, and imagination) follow from  the mere arrangement of the machine’s organs every bit as naturally as the movements of a clock or other automaton follow from the arrangement of its counter-weights and wheels.

Descartes – Treatise on Man (1633)5

Tra il 18° e il 19° secolo, quando l’età media degli europei passa da 35 a 40 anni, e quando “l’animale posto più in alto, che di solito si pensava fosse la scimmia, era collegato con il tipo di uomo posto più in basso, di solito essere ritenuto il nero” (George L. Mosse)6, l’Occidente ha elaborato e adottato, per la prima volta nella storia orale e scritta dell’umanità, un modello identitario che esautora la casta sacerdotale e nobiliare dalla loro millenaria funzione di governo delle anime e dei corpi, per trasferire il mandato del governo sui popoli nelle mani di un nuovo ceto dominante, la borghesia, erede storica dei valori e degli interessi maturati dalle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri medievali, con a capo i suoi esponenti più influenti e facoltosi, i banchieri rinascimentali.

A questo scopo, gli intellettuali illuministi (“une assemblée de philosophes occupés à préparer le bonheur du monde”, Pierre Louis Manuel, 1792) hanno escluso, con effetto retroattivo, dalla prospettiva di conoscenza dominante, tutto ciò che non attiene al mondo sensibile, instaurando un modello paradigmatico materialista, riduzionista e meccanicista, in base al quale solo ciò che può essere spiegato razionalmente, e da cui sia possibile ricavare un profitto materiale, ovvero solo ciò che può essere calcolato, misurato, riprodotto ed eventualmente commercializzato, è degno di attenzione e può essere considerato reale. Tutto il resto appartiene a un piano di realtà fittizio, come la mente (res cogitans vs res extensa), oppure è il frutto di fantasie e di superstizione.

L’effetto retroattivo applicato alle nuove categorie del reale, conferisce all’Età dei Lumi il carattere di spartiacque tra una storia superiore, inaugurata con la formulazione di, e il ricorso a, leggi fisiche traducibili in un linguaggio quantitativo universale e costante (metodo scientifico galileiano7), funzionale al catechismo del profitto imprenditoriale borghese, e una storia inferiore, scritta nel corso del tempo sulla base di categorie del reale generate in altri luoghi e in altre epoche, da altre comunità umane, attraverso forme di conoscenza diverse da quella adottata dagli illuministi.

A cadere sotto la ghigliottina dell’anno zero illuminista, non fu quindi solo la testa dei nobili, e con essi la credibilità dei misteri della fede cattolica (consustanzialità), strumentalmente invocati dalla casta sacerdotale, quella della Santa Romana Chiesa che tra il 12° e la metà del 15° secolo ha prima torturato e poi arso vive milioni di donne accusate di stregoneria dalla Santa Inquisizione; quella che tra il 14° e il 16° secolo, con la complicità della nobiltà feudale, ha intrapreso una fiorente attività commerciale basata sulla compra-vendita dell’indulgenza plenaria.

Vittima eccellente dell’impeto riformatore illuminista fu la centralità del ruolo assegnato all’Uomo dal nucleo fondativo di tutte le rappresentazioni interne della realtà esterna e di tutti i sistemi di valori, e dei rispettivi sistemi relazionali, sociali, culturali, cultuali, utilitaristici e non utilitaristici, generati dalle comunità umane dal Paleolitico Medio in poi. Questo ruolo, scaturito dalla nascita psicologica dell’essere umano (Paleolitico Medio) [5] [6], si esprime simbolicamente nella forma dell’Axis Mundi, l’Asse che mette in comunicazione ciò che sta in alto (vertice) con ciò che sta in basso (base), la triade archetipica che orienta l’esistenza umana (questo è anche il significato del simbolismo della croce [7] [8]) e le assegna una posizione ben precisa nella relazione gerarchica con il mondo immanifesto (immateriale intangibile dimensione incorporea) e con il mondo manifesto (materiale tangibile dimensione corporea), tale per cui: in alto è il Cielo, ciò che sta sopra, ciò che eccede e sovrasta il mondo ordinario delle forme e dei mutamenti (l’instabilità e l’impermanenza delle forme e delle loro ombre non permette di considerarle come reali,  bensì come quasi reali: solo il ritmo del movimento che le penetra le eleva alla realtà [7]), il non-luogo della alterità, del non-nato, del Non-Essere; in basso è la Terra, ciò che sta sotto, il mondo sensibile, il luogo dell’identità, della individuazione, del nato, dell’Essere; in mezzo è l’Uomo, il medium che cammina eretto sulla Terra cercando di accordare la propria identità-immanenza terrena con l’alterità-trascendenza del Cielo (sarà solo a decorrere dal Paleolitico Superiore che l’immagine primordiale da cui scaturisce l’Uomo-come-medium, prodotta nel corso del Paleolitico Medio dalla funzione imaginifica [6], e via via rivestita di contenuti magico-simbolici, verrà sottoposta ad un lento processo di elaborazione, che segna il passo alla formulazione delle norme e delle credenze religiose, che hanno prescritto i tempi e i modi delle trasformazioni culturali e sociali, a cui sono andate incontro le civiltà neolitiche e post-neolitiche; un ruolo prescrittivo che è tutt’ora presente, laddove i sistemi sociali sono retti da istituzioni, norme e credenze religiose).

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5. Citazione tratta da: Lopez-Cajun, Ceccarelli, M. (edited by) (2016) Explorations in the History of Machines and Mechanisms: Proceedings of the Fifth IFToMM Symposium on the History of Machines and Mechanisms; Koetsier, T.: Lewis Mumford Revisited; Springer, p. 178.

6. Mosse, G. L. (2003) Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Editori Laterza, p. 18.

7. Si divide in quattro fasi, due induttive e due deduttive: osservazione, ipotesi, sperimentazione, matematizzazione.

8. Come scrive C.G. Jung: My views about the ‘archaic remnants’, which I call ‘archetypes’ or ‘primordial images,’ have been constantly criticized by people who lack a sufficient knowledge of the psychology of dreams and of mythology. The term ‘archetype’ is often misunderstood as meaning certain definite mythological images or motifs, but these are nothing more than conscious representations. Such variable representations can not be inherited. The archetype is a tendency to form such representations of a motif—representations that can vary a great deal in detail without losing their basic pattern [ Jung, C.G. (1968) Man And His Symbols, Mass Market Paperback].

1.2  L’Homme nouveau

Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello
Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro
sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato
dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è
divenuto l’onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura
sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione
sociologica di questi concetti.

Carl Schmitt  – Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità (1922) 9

Al suo posto, al posto dei contenuti simbolici archetipici che hanno portato ad interpretare l’essere umano come mediatore elettivo tra la Terra e il Cielo, il riformatore illuminista settecentesco introduce la figura dell’Homo Technologicus (Homme Machine, J.O. de La Mettrie, 1747), un Uomo nuovo (Homme nouveau) che interpreta il mondo e sé stesso come un mosaico di componenti meccaniche in movimento, azionate dall’apporto di energia, suscettibile di essere misurato, calcolato, controllato, modificato, migliorato, riprodotto.

Per gli illuministi prima, e per i positivisti poi, l’Universo è un sistema meccanico di oggetti solidi (res extensa) che riempiono porzioni di uno spazio altrimenti vuoto, posti in relazione reciproca secondo leggi di moto che, almeno in linea di principio, sono calcolabili. Su questo Universo regna un Dio illuminista, un Deus otiosus. Un Dio logico come il suo predecessore, quello che si è fatto-Uomo-in-Cristo con un dogma della fede10 [1][7][8][9], accuratamente decontaminato da qualsiasi traccia di trascendenza, un Dio meccanico, un Grande Orologiaio. Un Essere Supremo, il Deus Absconditus degli esoterici, il Grande Architetto che grazie alla sublime arte della matematica e della geometria ha creato tutto ciò che popola lo spazio compreso tra la Terra e il Cielo, senza lasciare nulla al caso. Il Tutto, sostengono gli illuministi, è stato calcolato secondo un disegno matematico di causa-effetto, per essere consegnato nelle mani dell’Homme nouveau eletto dal Dio meccanico, ovvero nelle mani dei maschi-bianchi-istruiti-benestanti dediti allo studio, all’addomesticamento e alla manipolazione empiristica e utilitaristica della res extensa: gli unici esseri del creato in cui questo Dio ha compiutamente infuso la res cogitans.

Un Homme nouveau che sceglie di escludere (dualismo cartesiano) la dimensione immateriale, fittizia (res cogitans), vissuta soggettivamente e non circoscrivibile dalla razionalità (non traducibile in un linguaggio quantitativo universale e costante come quello impiegato per descrivere il mondo formale res extensa), dalla propria prospettiva di conoscenza11.

Un Uomo nuovo destinato a governare la, e ad essere governato dalla, Ragione (Pura?) della Scienza dell’utile e del costruttivo, tale metafisica applicata per scopi pratici [1][6][9] di aristotelica memoria, che può modificare radicalmente la struttura dell’esistenza umana e dell’essere umano stesso; il luogo dove risiedono le Idee e gli Universali (le Idee prime, che hanno come oggetto di conoscenza la res cogitans, e le idee seconde, che si occupano della res extensa); il piano (logico) di lavoro del dubbio metodico, fulcro del procedimento analitico e deduttivo cartesiano, attraverso il quale possono essere generate proposizioni indubitabili, assolute.

Un Uomo nuovo incarnato dai banchieri-mercanti-artigiani del diciassettesimo e diciottesimo secolo, che non vogliono più essere secondi a nessuno, né al clero né alla nobiltà feudale. La borghesia imprenditoriale e liberista, che più di tutti è riuscita a trarre vantaggio e impulso dagli effetti della Riforma Protestante (16° secolo), dalla circolazione delle idee promossa con l’invenzione della stampa a caratteri mobili (1455) e dalla lezione di economia e finanza impartita ai contemporanei e ai posteri dalla famiglia dei Fugger (16°-17° secolo).

Un Uomo-macchina che capitalizzerà le risorse tecnologiche (seconda metà del 18° secolo, Inghilterra, Rivoluzione Industriale 1.0), vale a dire il sapere e il saper fare relativi alla ideazione, produzione e applicazione intenzionale di tecniche (procedure)  manuali e/o strumentali finalizzate al soddisfacimento di bisogni antropici [10], introducendo e promuovendo la meccanizzazione del ciclo produttivo.

Un Uomo-macchina che nel corso dei cento anni che separano la Rivoluzione Industriale 1.0 dalla Rivoluzione Industriale 2.0, sottopone la credibilità della Trinità e l’autorità della casta sacerdotale cattolica ad un processo di secolarizzazione, tutt’ora in corso, che traccia i confini della loro ingerenza nelle faccende terrene e negli affari pubblici, le subordina agli interessi stabiliti dalla borghesia per il Bene Privato & Pubblico12, e le pone in aperta competizione con una nuova forma di Legge divina, stabilita con criteri scientifici, e con una nuova categoria di rappresentanti del sacro (secolarizzato), gli scienziati, consegnando alla storia l’epopea della rivoluzione liberista e tecnologica moderna, dove “Government has no other end but the preservation of Property13 (John Locke, 1632-1704).

Gli Hommes nouveau, i libertini-imprenditori di cui narra il Divin Marchese de Sade (1740-1814), dediti alla pratica del laissez-faire14 e alla disintegrazione del culto religioso, che prendono a sostituire i simboli sacri della cristianità con immagini erotiche, metafore di un erotismo utilizzato in modo pretestuoso, come strategia di vendita, come tecnica pubblicitaria per invogliare l’avventore ad acquistare i prodotti commercializzati, per sottoporlo ad un’orgia di immagini, argomentazioni, dimostrazioni, informazioni che dovranno dargli il senso di un sistema di valori in cui la violenza carnale e l’acquisto di una merce si equivalgono, in cui la rappresentazione fredda di una meccanica corporale si rivela essere metafora di qualcos’altro.

Un qualcos’altro a cui il liberismo assegna un valore di mercato.

Dottrina e politica economica che si sviluppa a partire dal XVII secolo, come reazione alle teorie (e alle politiche economiche) mercantilistiche, che avevano avuto grande diffusione in Europa tra il XVII e il XVIII secolo, il liberismo trova la sua compiuta formulazione in Inghilterra con Adam Smith (1723-1790). A differenza delle dottrine mercantilistiche, che affermano i vantaggi di politiche economiche protezionistiche statali, il liberismo si fonda sulla completa libertà di produzione e di scambio di merci e servizi, sia sul piano interno sia su quello internazionale, contrapponendosi in tal senso a qualsiasi forma di interventismo e di protezionismo in campo economico da parte dello Stato. Quest’ultimo, infatti, deve limitarsi a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere ai bisogni della collettività soltanto quando non possono essere soddisfatti privatamente.

Con tonalità, modalità e risvolti socio-politici diversi, il liberismo si fonda sul principio del laissez faire, espressione attribuita al mercante francese Legendre (1680) ma passata alla storia come laissez faire, laissez passer (lasciate fare, lasciate passare) grazie al protoliberista fisiocratico J.C.M Vincent de Gournay (1712-1759). Il laissez faire afferma che il funzionamento ottimale del sistema economico scaturisce dalla libera iniziativa dei singoli individui (che significa innanzitutto proprietà privata dei mezzi di produzione), che nel perseguimento del proprio interesse non devono essere condizionati né ostacolati da nessun vincolo esterno (imposto dall’interferenza dello Stato).

Quando viene interpretato in senso lockeiano (John Locke, 1632-1704), il laissez faire, laissez passer porta alla esaltazione delle virtù di un libero mercato concepito come un sistema a sé stante, autonomo, autodeterminato e autosufficiente, un sistema che non deve in alcun modo essere influenzato o controllato dal (ma che può influenzare e controllare il) contesto culturale e politico entro cui agisce. Come scriverà il neoliberista Friedrich von Hayek [11]: Chiunque controlli l’intera attività economica controlla i mezzi per tutti i nostri fini e deve quindi decidere quali di questi fini devono essere soddisfatti e quali no. (….) Il controllo economico non è solo il controllo di un settore della vita umana il quale possa venir separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia l’esclusivo controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbono essere realizzati, quali valori debbano venir considerati come superiori e quali inferiori: in breve, cosa gli uomini devono credere e a cosa devono aspirare.

Quando viene interpretato in senso smithiano, invece, il laissez faire, laissez passer del liberismo deve tenere conto del fatto che la libertà di mercato non può che realizzarsi in un contesto culturale e politico in cui sia garantita la libertà dell’individuo e la certezza del diritto.

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9. In: Miglio, G., Schiera, P. (a cura di) (1972) Le categorie del “politico”, Ed. Il Mulino, p. 61.

10. L’aver reso mortale l’immortale e immortale il mortale (la consustanzialità della pericoresi cristologica, base del dogma della Trinità), è una operazione di metafisica applicata per scopi pratici unica nel suo genere, che accoglie in pieno l’istanza aristotelica: ciò che attiene al Lògos (in Platone il Cielo iperuranico delle Idee), al Motore Immobile (in Aristotele la metafora della antistoricità della metafisica), per quanto sublime possa essere, è per definizione estraneo a questioni di ordine pratico e quindi non-utile, perciò, noi, cultori dell’arte-arma del logos (la Dialettica, la serrata applicazione pratica della logica, e la Retorica, l’abilità nell’uso della parola come chiave di ogni autorità nello Stato), ci volgiamo all’uso esclusivo della Ragione delle idee (della matematica e della geometria).

11. Palesando la limitatezza del proprio orizzonte culturale, l’Homme nouveau contemporaneo, il cui Ego è affetto da una forma geneticamente modificata di elefantiasi, ha deciso di investigare la res cogitans con gli stessi strumenti utilizzati per addomesticare la res extensa. Sebbene la res cogitans non possa essere tradotta in un linguaggio quantitativo universale e costante come quello impiegato per descrivere il mondo delle forme, noi facciamo in modo che lo sia. Come? Sappiamo da tempo che gli agenti e i processi chimici influenzano la condizione e l’attività del Sistema Nervoso Centrale e Periferico. Oggi sappiamo che anche i processi neuro-elettro-chimici, associati a fenomeni neuro-elettro-magnetici, svolgono una azione analoga. In ragione di ciò stabiliamo che sussista un rapporto di equivalenza tra di essi e l’attività mentale (processi di pensiero), tale per cui ad ogni porzione di un tracciato elettroencefalografico, corrisponda una porzione di pensiero. Il che è palesemente falso: il dito che indica la Luna non è la Luna. 

12. Bene pubblico è la traduzione corrente del bonheur commun dell’Illuminismo degli esordi, una discutibile traduzione che generalizza il significato francese originario: felicità per quella parte del popolo francese che merita di essere felice, la borghesia illuminista e i suoi sostenitori.

13. Locke, J. (1689) Second Treatise, § 94
http://press-pubs.uchicago.edu/founders/documents/v1ch17s5.html  

14. È interessante notare che la metafora del laissez faire è la traduzione francese seicentesca della locuzione cinese wu-wei, resa nota agli europei dai missionari gesuiti durante il quindicesimo secolo, appartenente al Taoismo, nel cui contesto assume il significato di azione-senza-azione (il saggio agisce in conformità alla Legge del Tao, o Dao, l’equivalente del Dharma vedico e del Motore Immobile aristotelico, ovvero, egli agisce in conformità a ciò che trascende qualsiasi principio egoico). Nel confucianesimo il wu-wei viene utilizzato come metafora del governare-senza-governare, ovvero, la Legge del Tao (incarnata dall’Imperatore) viene tradotta in un sistema di norme e di regole che vivono nella Tradizione (la Storia è una sequenza di eventi contingenti su cui regna l’immutabilità della Tradizione), per diventare principio di governo eterno e assoluto, inamovibile e indistruttibile come una montagna.
Sugli eventi storici che vanno dalla introduzione negli ambienti intellettuali europei della formula di governo sottesa al wu-wei sino alla sua trasposizione nel motto liberista del laissez-faire, si veda: Gerlach, C. (2005) Wu-Wei in Europe. A Study of Eurasian Economic Thought, London School of Economics
http://hsozkult.geschichte.hu-berlin.de/daten/2005/gerlach_christian_wu-wei.pdf

1.3 Le due anime dell’Illuminismo

…la modernità abolisce la religione, in quanto sistema di significati e motore degli sforzi umani, ma, nello stesso tempo, crea  lo spazio-tempo di una utopia che, nella sua stessa struttura presenta una affinità con la problematica religiosa del compimento e della salvezza.

Danièle Hervieu-Léger15

L’instaurazione del paradigma Illuminista segna il punto di non ritorno della parabola discendente a cui è andato incontro, con l’istituzione del dogma della consustanzialità (omoousia) del Figlio con il Padre (Concilio di Nicea, 325 d.C.), quel poco che rimaneva di impensabile16, di non commestibile dai sensi, di non attaccabile dalla forchetta delle emozioni e dal coltello del pensiero discriminativo e speculativo, nella rappresentazione interna della realtà esterna occidentale. Ciò che viene consegnato alla storia è una visione materialista del mondo, con qualche reminescenza panteistica e qualche inclinazione verso esperienze interiori sentimentali, come quelle predicate dal pietismo di Jakob Spener (1635-1705), governata da due anime, le due anime dell’Illuminismo.

Partendo da argomentazioni diverse ma complementari, le due anime dell’Illuminismo affermano che il futuro dell’umanità è posto, in ragione di un ordine naturale per l’una (anima Naturofila), e in ragione di un ordine meccanico per l’altra (anima Tecnofila), nelle mani dei popoli civilizzati occidentali17, ovvero nelle mani del ceto borghese francese e inglese settecentesco e dei loro alleati e discendenti.

Le radici dell’anima Naturofila pescano nel retroterra culturale di origine ermetica-rosacrociana-massonica-esoterica [12] (a cui si ispira il giacobinismo radicale e a cui si ispirerà sia Auguste Comte e la sua Chiesa Positivista, che la corrente conservazionista del tecno-scientismo progressivo ottocentesco), rintracciabile nel deismo di Voltaire18 e dei philosophes, nelle idee universalistiche di Rosseau (attraversate da una aspirazione messianica a realizzare una società naturalmente perfetta) e nel panteismo naturalistico di Robespierre19.

L’anima Tecnofila, invece, a cui si ispirerà la corrente meccanicista (the mechanical philosophy) e determinista del tecno-scientismo progressivo, è figlia del suo tempo e nasce nel segno del dualismo cartesiano e della fisica newtoniana, inneggia, come fa Turgot20, al progresso come meta a cui inarrestabilmente tende il genere umano (il che voleva anche dire legittimare il messianismo colonialista, conquistatore e razzista, che pretendeva di civilizzare popoli giudicati inferiori per le loro istituzioni o il loro sviluppo) e alla perfettibilità indefinita del genere umano, come fa Marie-Jean-Antoine-Nicolas Caritat, Marquis de Condorcet (1743-1794)21: “Such is the object of the work I have undertaken; the result of which will be to show, from reasoning and from facts, that no bounds have been fixed to the improvement of the human faculties; that the perfectibility of man is absolutely indefinite; that the progress of this perfectibility, henceforth above the control of every power that would impede it, has no other limit than the duration of the globe upon which nature has placed us.

E proprio l’ottimismo nei confronti della scienza, la fiducia nel progresso scientifico, contribuiranno a determinare un ribaltamento concettuale assai significativo: la categoria della naturalità, la supposta esistenza di un ordine naturale eterno e immutabile, viene incalzata da quella dell’artificialità, della modificabilità. La natura, compresa la natura umana, viene pensata come scientificamente perfettibile, liberandola dalla ferrea legge di necessità. Ciò che è scientificamente modificato e artificialmente costruito diventa desiderabile.

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15. Hervieu-Léger, D., Champion, F. (1986) Vers un nouveau christianisme?: introduction à la sociologie du christianisme occidental, Sciecies humaines et religions, 17, 187-227.

16.   Ciò che il domenicano Meister Eckhart (1260-1328? d.C.) esprime così: Now observe: God is nameless because none can say or understand anything about Him. Concerning this a pagan master says that what we understand or declare about the first cause is more what we ourselves are than what the first cause is, because it is above all speech or understanding. If I now say God is good, it is not true; rather, I am good, God is not good. I will go further and say I am better than God: for what is good can become better, and what can become better can become best of all. Now God is not good, therefore He cannot become better. And since He cannot become better, therefore He cannot become best; for these three, good, better, and best, are remote from God, since He is above them all. Thus, too, if I say God is wise, it is not true: I am wiser than He. So too if I say God is a being, that is not true: He is a transcendent being, and a superessential nothingness. St. Dionysius says the finest thing one can say about God is to be silent from the wisdom of inner riches. So be silent and do not chatter about God, because by chattering about Him you are lying and so committing a sin. So, if you want to be without sin and perfect, don’t chatter about God. Nor should you (seek to)understand anything about God, for God is above all understanding. One master says, ‘If I had a God I could understand, I would no longer consider him God.’ So, if you understand anything of Him, that is not He, and by understanding anything of Him you fall into misunderstanding, and from this misunderstanding you fall into brutishness, for whatever in creatures is uncomprehending is brutish. So, if you don’t want to become brutish, understand nothing of God the unutterable.
– ‘Oh, but what should I do then?’ You should wholly sink away from your youness and dissolve into His Hisness, and your ‘yours’ and His ‘His’ should become so completely one ‘Mine’ that with Him you understand His uncreated self-identity and His nameless Nothingness. [O’C Walshe, M. (translated by) (2009) The Complete Mystical Works of Meister Eckhart, Herder & Herder Book, p. 463. https://philocyclevl.files.wordpress.com/2016/10/meister-eckhart-maurice-o-c-walshe-bernard-mcginn-the-complete-mystical-works-of-meister-eckhart-the-crossroad-publishing-company-2009.pdf]

17. Will not every nation one day arrive at the state of civilization attained by those people who are most enlightened, most free, most exempt from prejudices, as the French, for instance, and the Anglo-Americans? [Caritat de Condorcet, M.J.A.N. (1794) Outlines of an historical view of the progress of the human mind, Tenth Epoch, Future Progress of Mankind.
http://oll.libertyfund.org/titles/condorcet-outlines-of-an-historical-view-of-the-progress-of-the-human-mind#lf0878_head_013]

18. Il deismo è una religione senza misteri e senza riti, contrapposta al teismo, che afferma solo verità ammesse e comprese dalla ragione: l’esistenza di un Essere Supremo, il Deus Absconditus degli esoterici, creatore e ordinatore dell’universo, causa superiore dell’esistenza e dell’ordine del mondo; l’esistenza del bene e del male e di una certa morale naturale; l’esistenza di un’anima immortale e/o di una vita post-mortem. Tutti temi che sono tornati in voga grazie al sincretismo che si è prodotto tra rivoluzione quantistica e filosofie orientali, in particolare il buddhismo, da cui ha preso forma una generazione di neo-deisti, sempre più convinti di avere prove scientifiche e argomentazioni filosofiche a sostegno dell’esistenza di una Coscienza Universale e di una vita post-mortem (→NDE).

19. Il 9 novembre 1792 il filosofo e matematico Caritat, marchese di Condorcet, sul giornale Chronique de Paris, di tendenza girondina, scrisse che Robespierre era il “capo di una setta”, un “predicatore” che “sale sui banchi e parla di Dio e della Provvidenza”. E concluse che Robespierre “è un prete e non sarà mai altro che un prete”. E non si può dire che Condorcet avesse torto. Il 7 maggio 1794, Robespierre fece decretare dalla Convenzione l’esistenza dell’Essere supremo e l’immortalità dell’anima, nominando se stesso – per la Festa dell’Essere supremo – sommo sacerdote di questa evanescente divinità.

20. Anne Robert Jacques Turgot, barone di Laulne (1727-1781), fu un noto uomo di stato ed economista di notevole levatura, oltre che filosofo. Per Turgot la storia è diversa dalla natura, perché al contrario di essa non si riproduce in modo sempre uguale. Essa è opera dell’uomo e per questo nella storia c’è il progresso verso una sempre maggiore perfezione. Questo è il cardine della filosofia della storia di Turgot: il progresso come meta a cui inarrestabilmente tende il genere umano. «Ragione, passione e libertà», sono queste, per Turgot, le anime del progresso (Anne Robert Jacques Turgot, Discourses on Universal History and a Project on Political Geography, 1751). 

21. Caritat de Condorcet, M.J.A.N. (1794) Outlines of an historical view of the progress of the human mind, Tenth Epoch, Future Progress of Mankind.
http://oll.libertyfund.org/titles/condorcet-outlines-of-an-historical-view-of-the-progress-of-the-human-mind#lf0878_head_013

1.4 L’alba del processo di industrializzazione

Fu solo con il sorgere dell’industrialismo che la tecnica  cominciò ad occupare i pensieri degli uomini (….) il più importante effetto della produzione meccanica sulla rappresentazione del mondo è un enorme aumento del sentimento di potenza dell’uomo. (….) nessun cambiamento  sembra impossibile. La natura è solo una materia prima;  e tale è quella parte della razza umana che non partecipa effettivamente al governo.

Bertrand Russell – Storia della filosofia occidentale

Sotto l’azione propulsiva impressa dalle due anime della rivoluzione paradigmatica illuminista, prendono avvio due processi di cambiamento epocali. Uno segna la transizione da una monarchia di diritto divino, assoluta, retta dalla divisione dei beni e dei privilegi tra nobiltà feudale e clero, ad una monarchia costituzionale basata sui principî laici e repubblicani di uguaglianza libertà e fratellanza proclamati dalla Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (1789), che condurrà l’Occidente ad assumere sì forme di governo parlamentari, ma che lo esporrà anche a derive di autoritarismo del Bene Pubblico (come nel caso del totalitarismo stalinista e hitleriano, e come è per l’attuale deriva imperialista alias globalizzazione, che pretende di instaurare un regime del Bene Pubblico mondiale retto da interessi finanziari sovranazionali oligarchici).

L’altro processo, forse ancora più caratterizzante del primo e destinato ad avere uno sviluppo e un’azione ancora più incisiva e trasversale sul destino dei popoli, segna la transizione da un modello economico protezionista e mercantile, basato su agricoltura-artigianato-commercio, ad un modello liberista industriale, basato sull’uso mirato, imprenditoriale, specialistico dei sistemi meccanici azionati da fonti energetiche inanimate, che sfocerà nel processo di industrializzazione (Rivoluzione Industriale 1.0, Inghilterra, seconda metà del XVIII secolo) [Fig. 1].

A differenza del processo di trasformazione sociale, i cui presupposti e le cui dinamiche richiedono tempi di elaborazione e di attuazione complicati e incerti, difficilmente estrapolabili dal contesto storico e culturale occidentale, e quindi difficilmente esportabili in altri contesti socio-politici, il processo di trasformazione economica presenta un elevato grado di penetrazione in, e di adattabilità a, ambienti socio-culturali anche molto diversi da quello occidentale, garantisce a chi lo governa elevati margini di guadagno, favorisce l’acquisizione di nuovi potenti strumenti di potere ed apre prospettive di ben-essere altrimenti impensabili. Sarà questo processo, infatti, a diffondersi con diverse modalità e velocità prima nel continente europeo occidentale (XVIII secolo/Rivoluzione Industriale 1.0 XIX secolo/Rivoluzione Industriale 2.0) per poi essere esportato e progressivamente adottato (XIX secolo/Rivoluzione Industriale 2.0 XX secolo/Rivoluzione Industriale 3.0) dalle colonie europee del Nuovo Mondo, dal continente europeo orientale, dal Giappone e a seguire dalla Cina, dalle colonie europee dell’Oceania, del Sud Africa e del Sud America, dall’Est asiatico, dal Medio Oriente ed infine, con il crollo del muro di Berlino (XX secolo/Rivoluzione Industriale 3.0 XX secolo/Rivoluzione Industriale 4.0), dall’India e in parte anche dal Nord Africa.

La centralità dei sistemi meccanici nel modello economico industriale, richiede un adeguamento del capitale umano, impiegato nella filiera produttiva, direttamente proporzionale alle esigenze imposte dalle caratteristiche del capitale tecnologico investito22. È in quest’epoca che il processo di integrazione tra uomo e tecnologia (sistemi meccanici) muove i suoi primi passi, partendo dal presupposto che il capitale umano scarsamente o per nulla dotato di res cogitans (gli schiavi deportati dalle colonie e tutti i non appartenenti alla razza bianca, le donne, i bambini e i maschi prestatori d’opera) deve esercitare il proprio ruolo produttivo in funzione del capitale tecnologico.

Come conseguenza di questa ineludibile prescrizione, prende corpo un processo di integrazione uomo-macchina che, in conformità ai postulati delle due anime dell’Illuminismo, contempla l’idea di una umanità suscettibile di correzioni e di adeguamenti, che possono essere indotti sia naturalmente che artificialmente, allo scopo di rendere le caratteristiche e le prestazioni antropiche conformi alle caratteristiche e prestazioni dei sistemi meccanici.

La Rivoluzione Industriale 2.0 (seconda metà del XIX secolo) decolla con la consapevolezza che il  processo di integrazione uomo-macchina non è l’unica condizione a caratterizzare il processo di industrializzazione. Perché questo processo possa essere efficace, prevedibile e riproducibile nel tempo e nello spazio del modello economico liberista (ma anche di quello protezionista elaborato dal materialismo storico), deve poter soddisfare, e qui il fine giustifica i mezzi (tutte le guerre del XX e XXI secolo lo dimostrano), almeno altre tre condizioni:

– un adeguato approvvigionamento e sfruttamento delle fonti energetiche (adeguamento dell’offerta alla richiesta crescente di energia, prevalentemente derivata da combustibili fossili, necessaria al funzionamento dei sistemi meccanici; è da qui che nasce la definizione di energia come capacità di un corpo o di un sistema di compiere lavoro)

– un adeguato approvvigionamento e una adeguata lavorazione delle materie prime (adeguamento dell’offerta alla richiesta crescente dei materiali necessari alla produzione dei componenti dei sistemi meccanici e dei loro prodotti finali23)

– una adeguata ricerca e implementazione di nuove soluzioni tecniche e tecnologiche (adeguamento dell’offerta alla richiesta di ampliamento, diversificazione e ottimizzazione delle caratteristiche e delle prestazioni fornite dai sistemi meccanici; è in questa direzione che, a decorrere dalla prima metà del ‘900, andrà rafforzandosi l’academic/industrial/military iron triangle”). 

Da e su questi presupposti viene varata la nave dell’Homo Technologicus.

Salpata dal porto inglese della Rivoluzione Industriale 1.0, con a bordo la prima generazione di soluzioni, correzioni e adeguamenti (integrate strada facendo dalle soluzioni e dagli strumenti eugenetici) delle caratteristiche e delle prestazioni antropiche, in funzione delle caratteristiche e prestazioni dei sistemi meccanici, la nave dell’Homo Technologicus giunge a noi, al porto globalizzato della Rivoluzione Industriale 4.0, in versione Homo Artificialis, con un carico incredibilmente rinnovato, iper-tecnologico, sofisticato, futuristico, potenziato da soluzioni, correzioni e adeguamenti supportati dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale, dalla manipolazione genetica24 e dalla mutazione digitale, che nel breve e nel medio termine promettono di trasformare gli esseri umani, manipolando le loro linee germinali (CRISPR-Cas9) [13] [14] [15] [16] ed equipaggiandoli con componenti elettroniche interne ed esterne (brain machines interfaces/brain computer interfaces) [17] [18] [19] [20] [21] [22] [23] [24] [25], in ibridi uomo-macchina (cyborg), destinati ad essere di supporto a sistemi meccanici computerizzati pseudo-intelligenti o diversamente intelligenti, ai quali già oggi viene giuridicamente riconosciuto lo status di personalità elettroniche (robot)25 .

                                 Fig. 1 – Le quattro Rivoluzioni Industriali

Durante la seconda metà del XVIII secolo, l’Inghilterra iniziò un processo di industrializzazione che spinse il Vecchio e il Nuovo Mondo ad abbandonare gradualmente il sistema economico mercantilista, basato su agricolutura-artigianato-commercio, in favore di un sistema economico industriale, caratterizzato dall’uso estensivo e intensivo di macchine alimentate da energia meccanica e dall’uso di fonti inanimate di energia. La figura mostra la cronologia delle principali innovazioni che hanno accompagnato le trasformazioni più significative in campo tecnologico e scientifico, dalla prima alla quarta Rivoluzione Industriale. Image source: http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/rivoluzione-252.htm

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22. Il pragmatismo imprenditoriale borghese e scientifico, reinterpretato in chiave collettivista dal materialismo dialettico di C. Marx e F. Engels, ha sistematizzato il rapporto tra capitale umano (mano d’opera) e capitale tecnologico (sistemi meccanici, tecnici) nel cosiddetto ciclo produttivo, che consiste nell’organizzazione del lavoro e del profitto regolata da una scala di valori piramidale, dove il capitale umano (facilmente rimpiazzabile) occupa il gradino più basso, e il capitale tecnologico (difficilmente rimpiazzabile) quello più alto.

23. Attualmente Stati Uniti, Cina e Russia hanno avviato la pianificazione di appositi programmi spaziali destinati allo sfruttamento futuro (2050?) di materie prime rare (ad es. elio-3, plagioclasio, uranio, platino, titanio, palladio, iridio) necessarie al progresso tecnologico, presenti in percentuale non trascurabile sulla Luna o sugli asteroidi ma difficili o impossibili (o destinate ad esaurirsi) da reperire sul nostro pianeta.

24. Oggi gli scienziati sono in grado di modificare le linee germinali grazie ad una tecnica rivoluzionaria di editing del genoma nota come CRISPR-Cas9, una tecnica che secondo alcuni, come Robert Pollack (Department of Biological Sciences, Columbia University, New York), può aprire al ritorno del programma eugenetico: alla selezione positiva delle versioni “giuste” (fit) del genoma umano e all’eliminazione di quelle “sbagliate” (unfit) non solo per la salute di un individuo, ma per il futuro della specie.
Vedi: Pollack, R. (2015) Eugenics lurk in the shadow of CRISPR, Science, Vol. 348, Issue 6237, pp. 871. Available at:
http://www.columbia.edu/cu/biology/pdf-files/faculty/pollack/2015%20Pollack%20R.%20_CRISPR%20eugenics_%20Science.pdf

25. Vedi: Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL).
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P8-TA-2017-0051+0+DOC+XML+V0//IT

2. Dalla Rivoluzione Industriale 1.0 alla Rivoluzione Industriale 3.0: cenni storici

Capitalism is not only a better form of organizing human
activity than any deliberate design, any attempt to organize
it to satisfy particular preferences, to aim at what people regard
as beautiful or pleasant order, but it is also the indispensable
condition for just keeping that population alive which exists
already in the world. I regard the preservation of what is known
as the capitalist system, of the system of free markets and the
private ownership of the means of production, as an essential
condition of the very survival of mankind.

Friedrich August von Hayek (1899-1992)26

I sistemi politici, sociali ed economici di buona parte del mondo contemporaneo non esisterebbero senza l’introduzione dei sistemi meccanici nei cicli produttivi, un evento di portata epocale che si è concretizzato con la Rivoluzione Industriale 1.0 (Inghilterra, seconda metà del ‘700, meccanizzazione della produzione nel settore tessile e metallurgico, invenzione della macchina a vapore) e che a decorrere dalla prima metà del XIX secolo viene regolato dalle, ed è variamente subordinato alle leggi di mercato introdotte dalle oligarchie finanziarie che controllano i sistemi borsistici (merci e valori), tradizionalmente il London Stock Exchange (anno di fondazione 1801) e il New York Stock Exchange (1817).

L’epoca della Rivoluzione Industriale 1.0 si distingue dalle epoche precedenti per la sistematica introduzione di invenzioni e innovazioni tecnologiche che diedero corso: a) ad una crescente meccanizzazione dei processi produttivi; b) alla comparsa di macchine utensili efficienti e precise (come il telaio meccanico idraulico) e all’ideazione di macchine alimentate dalla forza del vapore (la messa a punto di una macchina a vapore economicamente e tecnicamente vantaggiosa ed efficiente, fu resa possibile dall’uso delle nuove alesatrici realizzate intorno al 1775 dal britannico John Wilkinson, utilizzate inizialmente per produrre canne di cannone, che consentirono a Watt di costruire con la dovuta precisione i cilindri per le sue macchine a vapore), dalle quali derivò l’incremento della produttività del lavoro salariato; c) alla possibilità di fabbricare oggetti standardizzati e dalle parti intercambiabili; d) all’ascesa del carbone quale fonte predominante di energia e f) alla meccanizzazione dei trasporti (prima metà dell’800, imbarcazioni e locomotive a vapore).
Questa accelerazione dei ritmi dell’innovazione tecnologica non interessò in modo omogeneo l’intero territorio europeo. Per circa un secolo, la rivoluzione industriale rimase circoscritta all’Inghilterra, al Belgio, a parte della Francia e a zone ristrette della Germania. Tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, l’industrializzazione si estese e si intensificò in Germania, nell’Italia settentrionale, in regioni dell’Impero austro-ungarico e di quello russo, in Giappone e negli Stati Uniti.
È allora che i nuovi valori dell’urbanesimo industriale, i valori della borghesia civile e operosa, prendono il sopravvento costruendo un diverso modello di riferimento e una nuova identità collettiva.

Dalla seconda metà del XIX secolo (Rivoluzione Industriale 2.0) andò accrescendosi l’influenza della ricerca scientifica sull’evoluzione dell’industria. La novità di questo periodo sta nell’inedita alleanza che si crea fra scienza, tecnica e industria. La ricerca scientifica  è sempre più orientata verso le sue potenziali applicazioni industriali e sempre più spesso realizzata nei laboratori delle grandi imprese, che ne applicano sistematicamente i risultati alla produzione, determinando lo sviluppo di comparti prima inesistenti o dalla rilevanza limitata, quali quelli dell’acciaio, dell’elettricità e della chimica. A differenza dei decenni precedenti, gli inventori tendono ad avere una solida preparazione scientifica (sono matematici, ingegneri, biologi, chimici, fisici) e quelle di scienziato, tecnico, ricercatore diventano professioni altamente specializzate.
Queste trasformazioni furono accompagnate da altre inerenti l’organizzazione della produzione. La crescita degli investimenti e dei costi da sostenere, sempre meno facilmente affrontabili da parte delle imprese familiari, condusse all’affermazione delle società per azioni, alla dipendenza di molte imprese dal credito bancario, alla ricerca di economie di scala tramite la crescita dimensionale delle aziende e a politiche di fusioni e di cartello volte a limitare la concorrenza e ad integrare in un’unica struttura societaria le imprese protagoniste delle diverse fasi della produzione di determinati beni.
In molti stati il sistema scolastico e universitario conobbe un’evoluzione funzionale ad assecondare le esigenze dell’industria, che andava esprimendo una crescente domanda di lavoratori qualificati.
Fu il sistema di fabbrica il cuore pulsante di quella che si delineava progressivamente come la nuova organizzazione della società e del lavoro. L’applicazione su vasta scala della tecnologia alla produzione portò sempre più a concentrare masse di lavoratori in fabbriche organizzate secondo criteri razionali, con funzioni, orari, ritmi definiti in base alle esigenze della divisione del lavoro. In quest’ambito, la meccanizzazione investì massicciamente le aziende a conduzione capitalistica, a partire dai settori tessili, minerari, siderurgici e meccanici, mentre, di pari passo, l’introduzione del vaporetto, delle prime linee ferroviarie e del telegrafo permise di costruire una nuova e potentissima rete per il trasporto delle merci e delle persone e per la comunicazione.

Per eugenetisti come Margaret Sanger (1879-1966), fondatrice del Planned Parenthood, gli effetti della Rivoluzione Industriale 2.0 rappresentavano una minaccia, in risposta alla quale veniva invocata la pianificazione e il ricorso ad appositi programmi per il controllo delle nascite dei non-adatti (unfit). Ecco cosa scrive la Sanger a questo proposito nel suo libro The Pivot of Civilization, pubblicato nel 1922 [26]:
The history of the industrial revolution and the dominance of all- conquering machinery in Western civilization show the inadequacy of political and economic measures to meet the terrific rise in population. The advent of the factory system, due especially to the development of machinery at the beginning of the nineteenth century, upset all the grandiloquent theories of the previous era. To meet the new situation created by the industrial revolution arose the new science of «political economy,» or economics. Old political methods proved inadequate to keep pace with the problem presented by the rapid rise of the new machine and industrial power. The machine era very shortly and decisively exploded the simple belief that «all men are born free and equal.» Political power was superseded by economic and industrial power. To sustain their supremacy in the political field, governments and politicians allied themselves to the new industrial oligarchy. Old political theories and practices were totally inadequate to control the new situation or to meet the complex problems that grew out of it.
Just as the eighteenth century saw the rise and proliferation of political theories, the nineteenth witnessed the creation and development of the science of economics, which aimed to perfect an instrument for the study and analysis of an industrial society, and to offer a technique for the solution of the multifold problems it presented. But at the present moment, as the outcome of the machine era and competitive populations, the world has been thrown into a new situation, the solution of which is impossible solely by political or economic weapons.
The industrial revolution and the development of machinery in Europe and America called into being a new type of working-class. Machines were at first termed «labor-saving devices.» In reality, as we now know, mechanical inventions and discoveries created unprecedented and increasingly enormous demand for «labor.» The omnipresent and still existing scandal of child labor is ample evidence of this. Machine production in its opening phases, demanded large, concentrated and exploitable populations. Large production and the huge development of international trade through improved methods of transport, made possible the maintenance upon a low level of existence of these rapidly increasing proletarian populations. With the rise and spread throughout Europe and America of machine production, it is now possible to correlate the expansion of the «proletariat.» The working-classes bred almost automatically to meet the demand for machine-serving «hands.»
The rise in population, the multiplication of proletarian populations as a first result of mechanical industry, the appearance of great centers of population, the so-called urban drift, and the evils of overcrowding still remain insufficiently studied and stated. It is a significant though neglected fact that when, after long agitation in Great Britain, child labor was finally forbidden by law, the supply of children dropped appreciably. No longer of economic value in the factory, children were evidently a drug in the «home.» Yet it is doubly significant that from this moment British labor began the long unending task of self-organization. Nineteenth century economics had no method of studying the interrelation of the biological factors with the industrial. Overcrowding, overwork, the progressive destruction of responsibility by the machine discipline, as is now perfectly obvious, had the most disastrous consequences upon human character and human habits. Paternalistic philanthropies and sentimental charities, which sprang up like mushrooms, only tended to increase the evils of indiscriminate breeding. From the physiological and psychological point of view, the factory system has been nothing less than catastrophic.
Dr. Austin Freeman has recently pointed out some of the physiological, psychological, and racial effects of machinery upon the proletariat, the breeders of the world. Speaking for Great Britain, Dr. Freeman suggests that the omnipresence of machinery tends toward the production of large but inferior populations. Evidences of biological and racial degeneracy are apparent to this observer. «Compared with the African negro,» he writes, «the British sub-man is in several respects markedly inferior. He tends to be dull; he is usually quite helpless and unhandy; he has, as a rule, no skill or knowledge of handicraft, or indeed knowledge of any kind… Over- population is a phenomenon connected with the survival of the unfit, and it is mechanism which has created conditions favorable to the survival of the unfit and the elimination of the fit.» (…) One thing is certain. If machinery is detrimental to biological fitness, the machine must be destroyed, as it was in Samuel Butler’s «Erewhon.» But perhaps there is another way of mastering this problem.
(…) Birth Control which has been criticized as negative and destructive, is really the greatest and most truly eugenic method, and its adoption as part of the program of Eugenics would immediately give a concrete and realistic power to that science. As a matter of fact, Birth Control has been accepted by the most clear thinking and far seeing of the Eugenists themselves as the most constructive and necessary of the means to racial health.

La prima metà del XX secolo fu segnata dall’accentuarsi in tutti i paesi industrializzati delle politiche protezioniste e dirigiste emerse nel corso del secolo precedente. Questa tendenza si manifestò soprattutto nelle epoche segnate dai due conflitti mondiali (nelle quali gli stati furono obbligati a ricercare l’autosufficienza nei vari settori produttivi e a sottoporre ad uno stretto controllo l’attività industriale, per renderla funzionale agli sforzi bellici).
Nei primi decenni del secolo il progresso scientifico-tecnologico favorì, come aveva già fatto nel tardo Ottocento, il progresso dei settori industriali esistenti e la nascita di nuovi comparti. In particolare, si ebbero allora una grande crescita dei consumi elettrici, la diffusione di inediti strumenti di comunicazione (telefono e radio), una crescente meccanizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo dell’aviazione e dell’industria automobilistica.
Dalla seconda guerra mondiale i paesi europei uscirono enormemente indeboliti sul piano industriale, a causa delle distruzioni belliche, della penuria di risorse finanziarie e della rottura dei rapporti commerciali con gli altri continenti, mentre gli Stati Uniti ne uscirono rafforzati, non soltanto perché i loro apparati produttivi non avevano subito danni diretti, ma anche perché la forte domanda bellica ne aveva stimolato l’espansione e la modernizzazione.
In questo scenario internazionale post bellico, l’academic/industrial/military iron triangle statunitense si aggiudica il potere, a tutt’oggi incontrastato, di trainare su scala planetaria il processo di industrializzazione e di decidere le sorti del processo di integrazione uomo-macchina. L’azione propulsiva impressa sull’uno e sull’altro dall’esercizio del sapere e del saper fare statunitense, diviene così il fattore determinante e caratterizzante della transizione dalla seconda alla terza, e dalla terza alla quarta, rivoluzione industriale.

3. Tecno-scientismo progressivo: dall’Eugenica alla Intelligenza Artificiale

[Eugenics] must be introduced into the national conscience,
like a new religion. It has, indeed, strong claims to become an
orthodox religious tenet of the future, for eugenics co-operate with
the workings of nature by securing that humanity shall be
represented by the fittest races. What nature does blindly, slowly,
and ruthlessly, man may do providently, quickly, and kindly.

Francis Galton27

L’affermarsi del pensiero positivista va di pari passo con la transizione dalla prima alla seconda rivoluzione industriale.

Grazie all’azione esercitata dalle due anime dell’Illuminismo, Naturofila e Tecnofila, sul processo di integrazione uomo-macchina 2.0, e sotto le suggestioni offerte dalla teoria darwinista dell’evoluzione, il ceto borghese europeo della seconda metà dell’800 non interpreta più la realtà secondo le tradizionali categorie metafisiche dell’immutabilità e della necessità, dell’innatismo e della fissità, ma piuttosto del dinamismo e del progresso (scientifico, tecnologico e industriale).
L’evoluzionismo, nuovo dogma ottocentesco della metafisica applicata per scopi pratici, descrive il movimento della storia, e soprattutto interpreta questo movimento universale finalisticamente, ossia come orientato ad un approdo positivo, la condizione di felicità universale, assimilando in questo senso la concezione progressiva della storia introdotta con la promessa giudaico-cristiano del Regno dei Cieli, poi reinterpretata in senso materialista dall’Illuminismo.
In questo contesto, sia culturale che sociale, si afferma quella corrente di pensiero che chiamiamo tecno-scientismo progressivo. Sul piano culturale, il tecno-scientismo progressivo radicalizza i motivi di convergenza tra scientismo (Francia, seconda metà del XIX secolo) e social-darwinismo (Inghilterra, seconda metà del XIX secolo), tra la fede nel potere della scienza come metafisica di certezze indubitabili-assolute e della tecnologia come prova tangibile della sua efficacia, e la convinzione che l’evoluzione lineare, progressiva e ascendente applicata da Darwin ai sistemi biologici possa essere applicata anche ai sistemi sociali (darwinismo sociale → Herbert Spencer): la realtà esprime uno sviluppo universale, costante, progressivo e necessario, verso forme sempre più evolute di vita, dal semplice al complesso, dall’omogeneo all’eterogeneo, dall’inferiore al superiore. Sul piano sociale, il tecno-scientismo progressivo accoglie in pieno le istanze più radicali, in odore di messianismo colonialista conquistatore e razzista, espresse dal ceto borghese illuminista, ovvero: i) la borghesia ha piena facoltà di rivendicare e di perseguire il diritto-dovere di civilizzare popoli e individui giudicati inferiori per le loro culture o il loro sviluppo [Fig. 2], affinchè tutti si conformino allo stato di civiltà e di sviluppo cui sono giunti i popoli e gli individui più illuminati, più liberi, più emancipati dai pregiudizi, quali i francesi e gli anglo-americani (Condorcet); ii) la borghesia ha piena facoltà di rivendicare e di perseguire il diritto-dovere di migliorare l’umanità attraverso una progressiva selezione e/o modificazione e/o integrazione e/o sostituzione, naturale e/o artificiale, dell’essere umano, seguendo i criteri dettati dal progresso scientifico (la scienza e la tecnica, in virtù dell’efficacia dei loro mezzi, possono trasformare ciò che si pensava naturalmente predeterminato).

Fig. 2 – Parisian world fair 1931

I Giardini zoologici umani erano mostre pubbliche (anche note come esposizione etnologica, mostra di esseri umani, villaggio dei negri) del XIX e XX secolo, che esibivano persone, quasi esclusivamente non-europei, trattate come animali da circo. Africani, asiatici, indigeni e molti altri esponenti di etnie non-europee venivano spesso ingabbiati ed esposti in habitat allestiti ad hoc per il piacere dei visitatori. I Giardini zoologici e le mostre di popolazioni esotiche divennero comuni dagli anni ’70 del XIX secolo agli anni ’30 del XX secolo, durante il periodo del Nuovo Imperialismo coloniale. Vennero allestiti in molte città del Vecchio e del Nuovo Mondo tra cui Amburgo, Anversa, Barcellona, Londra, Milano, Parigi, New York, Varsavia, St. Louis e New York City, e attirarono milioni di visitatori, con un giro d’affari enorme. La matrice razzista, alimentata dal darwinismo sociale e dal pensiero eugenetico, era il fattore comune a tutti questi eventi attrattivi, eventi capaci di celebrare la superiorità della razza bianca anche grazie alla esposizione denigratoria di un africano affiancato da una scimmia, a dimostrazione di una ostentata affinità morfologica e dunque genealogica.
Image source: https://gherkinstomatoes.com/2011/06/30/eating-around-the-empire-in-a-day-the-1931-paris-international-colonial-exposition/

L’Eugenica e l’Intelligenza Artificiale rappresentano rispettivamente il primo e l’ultimo Manifesto ideologico del progetto di perfezionamento illimitato dell’umanità intrapreso dal tecno-scientismo progressivo.

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27. Galton, F. (1904) Eugenics: its definition, Scope, And Aims, The American Journal Of Sociology, Volume X, Number 1. http://galton.org/essays/1900-1911/galton-1904-am-journ-soc-eugenics-scope-aims.htm 

28. In accordo con l’indicazione fornita da Francesco Cassata [Cassata, F. (2006) Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Bollati Boringhieri], adotto il termine eugenica come sostantivo e il termine eugenetico/a come aggettivo.

3.1 Tecno-scientismo progressivo e pensiero eugenetico

I propose that 100,000 degenerate Britons should be
forcibly sterilized and others put in labour camps to
halt the decline of the British race.

Winston Churchill29

Il pensiero eugenetico è il discorso in chiave Naturofila/conservazionista e Tecnofila/meccanicista sul perché la razza caucasica (John Friederich Blumenbach, 1865) sia superiore alle altre razze e sul come questo primato autoreferenziale e pseudoscientifico debba essere salvaguardato.
Una corrente di pensiero che sembra soddisfare il bisogno dei positivisti e dei neo-positivisti, già chiaramente espresso da Auguste Comte30, di trovare un sostituto scientifico dell’ortodossia clericale (Adam Cohen definisce l’Eugenica come una sorta di religione secolare [27]), capace di avverare concretamente il sogno di un perfezionamento illimitato e scientifico dell’umanità. Un sogno dove l’ordine e la felicità sono garantiti su base bio-psichica dalla segregazione, reificazione, eliminazione dei non-adatti (unfit), gli inferiori (disgenici), e dalla valorizzazione razziale, meritocratica (oggi tornata in voga sotto la spinta neo-liberista della globalizzazione) e di genere, degli adatti (fit), i superiori (eugenici).

La corrente conservazionista del pensiero eugenetico nasce all’insegna della biologia evolutiva, dalla elaborazione positivista dell’anima Naturofila illuminista, per sostenere la soppressione dei non-adatti (unfit) e il controllo della loro riproduzione e diffusione con strategie e metodi considerati naturali, una posizione che l’economista inglese Thomas Robert Malthus (1766-1834) anticipava bene con queste parole31: All the children born, beyond what would be required to keep up the population to this level, must necessarily perish, unless room be made for them by the deaths of grown persons. (…) To act consistently therefore, we should facilitate, instead of foolishly and vainly endeavouring to impede, the operations of nature in producing this mortality; and if we dread the too frequent visitation of the horrid form of famine, we should sedulously encourage the other forms of destruction, which we compel nature to use. Instead of recommending cleanliness to the poor, we should encourage contrary habits. In our towns we should make the streets narrower, crowd more people into the houses, and court the return of the plague. In the country, we should build our villages near stagnant pools, and particularly encourage settlements in all marshy and unwholesome situations. But above all, we should reprobate specific remedies for ravaging diseases; and those benevolent, but much mistaken men, who have thought they were doing a service to mankind by projecting schemes for the total extirpation of particular disorders.

La corrente meccanicista nasce all’insegna della concezione deterministica esposta dal matematico e astronomo Pierre-Simon de Laplace nel Système du monde (1814), dalla elaborazione positivista dell’anima Tecnofila illuminista, per promuovere il perfezionamento scientifico illimitato, con strategie e metodi artificiali, della specie umana, ovvero la sua progressiva omologazione “allo stato di civiltà cui sono giunti i popoli più illuminati, più liberi, più emancipati dai pregiudizi, quali i francesi e gli anglo-americani” (Condorcet). Una posizione già eloquentemente anticipata da Condorcet [28]: In sine, may it not be expected that the human race will be ameliorated by new discoveries in the sciences and the arts, and, as an unavoidable consequence, in the means of individual and general prosperity; by farther progress in the principles of conduct, and in moral practice; and lastly, by the real improvement of our faculties, moral, intellectual and physical, which may be the result either of the improvement of the instruments which increase the power and direct the exercise of those faculties, or of the improvement of our natural organization itself? (….) And who shall presume to foretel to what perfection the art of converting the elements of life into substances sitted for our use, may, in a progression of ages, be brought? But supposing the affirmative, supposing it actually to take place, there would result from it nothing alarming, either to the happiness of the human race, or its indesinite perfectibility (…) Would it even be absurd to suppose this quality of melioration in the human species as susceptible of an indefinate advancement; to suppose that a period must one day arrive when death will be nothing more than the effect either of extraordinary accidents, or of the slow and gradual decay of the vital powers; and that the duration of the middle space, of the interval between the birth of man and this decay, will itself have no assignable limit? Certainly man will not become immortal; but may not the distance between the moment in which he draws his first breath, and the common term when, in the course of nature, without malady or accident, he finds it impossible any longer to exist, be necessarily protracted?

Il neologismo eugenica (eugenics32) viene coniato nei primi anni ’80 del diciannovesimo secolo dall’antropologo, statista, psicologo, esploratore inglese Francis Galton33 (1822-1911), primo cugino di Charles Darwin, ed assegnato ad un sistema di pensiero che teorizzava, con argomentazioni scientifiche estrapolate dalla neonata teoria mendeliana (delle modalità di trasmissione dei caratteri ereditari) e dalla neonata teoria darwinista (dell’evoluzione lineare, progressiva e ascendente dei sistemi biologici), il miglioramento progressivo della razza (razzismo biologico34) e la presunta superiorità intellettiva degli europei di sesso maschile, bianchi, istruiti e benestanti, rispetto agli altri gruppi razziali (ivi inclusi i gruppi sociali giudicati inferiori, come gli adulti bianchi dei ceti sociali svantaggiati e le donne, che venivano equiparati, per caratteristiche anatomiche e mentali, ai bambini maschi bianchi dei ceti ritenuti superiori, e presentati in chiave darwinista come esemplari viventi di fasi primitive dell’evoluzione lineare, progressiva e ascendente di questi ultimi).
Concetti come evoluzione e adattamento sono usati da Galton per legittimare la leadership della ricca borghesia dell’industria e del commercio, che aveva fatto grande la nazione inglese nello scenario internazionale e nei rapporti culturali tra razze35. Lo stesso concetto di selezione naturale (la selezione naturale sceglie tra le possibili variazioni casuali emergenti tra individui di una specie, quelle più favorevoli alla sopravvivenza, e perciò alla riproduzione in un particolare contesto ambientale, garantendo la sopravvivenza ai soli individui più adatti nella lotta per la vita e la morte – struggle for life and death) è usato in funzione ideologica e conservatrice, come criterio di distinzione tra adatti (fit) e non-adatti (unfit), avendo però già deciso il criterio di individuazione degli adatti, come stabilirne le caratteristiche distintive, in rapporto a chi o che cosa.

Tra gli anni sessanta dell’800 e gli anni sessanta del ‘900 le politiche eugenetiche estesero agli europei giudicati non-adatti lo stesso trattamento disumanizzante, ora corroborato da tesi pseudo-scientifiche, che i coloni europei già riservavano da secoli ai popoli colonizzati36. Le idee eugenetiche si diffusero a macchia d’olio dalla Svezia alla Russia all’Inghilterra al Portogallo alla Germania all’Italia alla Danimarca al Giappone alla Francia agli Stati Uniti d’America al Sud America all’Oceania all’Africa e alle varie colonie europee sparse per il pianeta. Le pratiche di igiene razziale entrarono a far parte delle norme comportamentali collettive e istituzionali destinate al miglioramento della razza, legittimando una serie ininterrotta di crimini contro la persona e contro l’umanità:
– incrocio selettivo degli individui giudicati adatti, mediante selezione o modifica coercitiva delle linee germinali (→ sterilizzazione forzata di massa37; accoppiamento forzato tra individui secondo le tradizionali tecniche invalse nell’allevamento di bestiame, compresa la ibridazione);
– separazione forzata della prole in età fertile delle famiglie dei non-adatti, per diventare materiale umano ad uso e consumo degli adatti;
– applicazione sistematica della legge del più forte, evocata e giustificata da una supposta legge generale di natura, che si esprime nella struggle for life and death, e che legittima, sul piano biologico-antropologico, le disparità tra gli uomini e l’eliminazione dei non-adatti (→ schiavismo; segregazione razziale; eliminazione sommaria o riduzione all’impotenza di chiunque intralciasse o inquinasse la strada degli adatti);
– sperimentazione medica su cavie umane (decine di migliaia di individui giudicati non-adatti o non idonei o semplicemente inutili e dannosi, vennero rinchiusi in istituti psichiatrici o in speciali colonie per non-adatti e sottoposti a elettroshock, mutilazioni genitali, lobotomia frontale e ad altre pratiche restrittive e medico-chirurgiche che verranno emulate e applicate su larga scala dai nazifascisti, dagli stalinisti e dalle Forze Armate dell’Impero nipponico).

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29. As Home Secretary in a 1910 Departmental Paper. The original document is in the collection of Asquith’s papers at the Bodleian Library in Oxford. Also quoted in Clive Ponting, “Churchill” (Sinclair Stevenson 1994).

30. Negli ultimi anni della sua vita Auguste Comte (1798-1857), ideologo del positivismo, scrive il Catechismo positivista e fonda la Chiesa Positivista, dove vengono trasposti gli elementi dottrinali, etici e liturgici della tradizione cattolica.

31. Malthus, T.R. (1826) An Essay on the Principle of Population. Or a View of Its Past and Present Effects on Human Happiness; with an Inquiry Into Our Prospects Respecting the Future Removal or Mitigation of the Evils which It Occasions. Book IV, Chapter V, Of the Consequences of pursuing the opposite Mode, IV.V.1, Library of Economics and Liberty. Retrieved June 17, 2017 from the World Wide Web:
http://www.econlib.org/library/Malthus/malPlong30.html#dd12

32. Galton, F. (1883) Inquiries into Human Faculty and Its Development, Macmillan and Co., London.

33. Francis Galton fu un pioniere in discipline scientifiche come la biometria (elaborò le tecniche e i princìpi basilari per la rilevazione delle impronte digitali), la meteorologia (scoprì l’anticiclone), la statistica (realizzò i primi studi sulla correlazione multifattoriale) e la psicologia sperimentale (mise a punto i primi reattivi mentali).

34. Il razzismo biologico si consolidò a partire dalla prima metà del ‘700 grazie alla prima classificazione antropologica delle razze. Carl von Linné (1707-1778) e Georges-Louis Leclerc, Comte de Buffon (1707-1788) introdussero la Tassonomia e suddivisero i popoli a seconda del colore della pelle, della dimensione e della forma del corpo, asserendo che le somiglianze fenotipiche costituivano appunto la razza. 

35. Tra il XVI e XVII sec. d.C., l’espansione delle rotte commerciali verso le Americhe, l’Africa, le Indie e l’Estremo Oriente, e il consolidamento del primato inglese sui mari, conquistato a discapito delle flotte navali di Francia, Spagna, Portogallo e Olanda, e incentivato dai progressivi miglioramenti metallurgici nella costruzione dei cannoni e nell’impiego della polvere da sparo, consentì alle aristocrazie europee, e in particolare a quella inglese, di arricchirsi importando grandi quantitativi di materie prime, di metalli preziosi e di altre mercanzie (inclusi gli schiavi), esportando oltreoceano, questo sì, la ferocia dei conquistadores, l’evangelizzazione forzata dei miscredenti, l’alcool, il vaiolo, la gonorrea, la peste e altre calamità che hanno flagellato intere generazioni di razze inferiori.

36. Nel XVI sec. il conquistador J. Ginés de Sepúlveda distingueva gli uomini (spagnoli) dagli homunculi (indios), simili all’uomo, ma in realtà inferiori e animaleschi, quindi degni di essere trattati come animali.

37. Nel corso del XX secolo la istituzionalizzazione dei programmi di sterilizzazione coatta interessò centinaia di migliaia di persone giudicate non-adatte per la procreazione. Negli Stati Uniti questi programmi durarono dal 1907 al 1973 e interessarono 27 Stati su 50; in Canada dal 1928 al 1972; in Svizzera dal 1928 al 1985; in Danimarca dal 1929 al 1967; in Germania dal 1933 al 1945; in Norvegia dal 1934 al 1977; in Svezia dal 1935 al 1976; in Finlandia dal 1935 al 1970; in Giappone dal 1949 al 1994; in Francia dal 1950 al 1980.

 

3.2 La causa eugenetica e l’academic/industrial/military iron triangle

A part of eugenic politics would finally land us in an
extensive use of the lethal chamber. A great many people
would have to be put out of existence simply because
it wastes other people’s time to look after them.

George Bernard Shaw38

Tra la fine del XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale la causa eugenetica (eugenics cause) fece molti accoliti, gente comune, uomini politici, uomini di legge, stimati scienziati, accreditati ricercatori, imprenditori, facoltosi uomini d’affari, illustri psicologi, economisti, religiosi, sociologi, antropologi [29], farne un elenco completo sarebbe impossibile e superfluo, perché il consenso verso di essa non era l’eccezione ma la regola39.
Tuttavia, ai fini del presente lavoro è utile accennare almeno ad alcuni dei molti intrecci significativi (che tendono a sopravvivere alla dipartita dei loro attori) tra mondo accademico, industriale e militare, l’academic/industrial/military iron triangle, intercorsi nei paesi occidentali, e in particolare negli Stati Uniti d’America [30] [31] [32], prima della Seconda Guerra Mondiale, a sostegno della causa eugenetica.
Eccone alcuni.

Tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo alcuni investitori americani, banchieri olandesi e imprenditori tedeschi diedero vita ad un giro d’affari milionario, la New York-Rotterdam-Berlin Connection, che finanziò l’ascesa al potere di Adolf Hitler, continuando a fare affari con il Terzo Reich durante tutta la Seconda Guerra Mondiale [33]. Gli attori di questa business adventure furono: la famiglia tedesca dei Thyssen (magnati dell’acciaio); la società americana di investimenti W.A. Harriman & Co., con sede a New York City, fondata nel 1920 (di proprietà della famiglia Harriman e gestita da Averell Harriman, figlio maggiore di E. H. Harriman, magnate americano delle ferrovie, e da Edward Roland Harriman, il secondogenito); la August Thyssen Bank con sede a Berlino, di proprietà della famiglia Thyssen; la olandese Bank voor Handel en Scheepvaart con sede a Rotterdam, controllata dalla famiglia Thyssen; la americana Union Banking Corporation (UBC, con sede a New York City, nello stesso palazzo dove aveva sede la W.A. Harriman & Co.), fondata nel 1924 e controllata dalla famiglia Thyssen e dalla famiglia Harriman; la famiglia tedesca dei Flick (imprenditori nel settore del carbone e dell’acciaio); la famiglia dei Bush, nella persona di Prescot Bush (padre di George H. W. Bush, futuro presidente degli Stati Uniti d’America) nominato vicepresidente della W.A. Harriman & Co. nel 1926; la tedesca United Steel Works (USW), fondata nel 1926 dalla società americana di investimenti Dillon Read Co., di proprietà di Clarence Dillon, e da Fritz Thyssen, che divenne il maggiore finanziatore di Hitler; e infine, i vari clienti della W.A. Harriman & Co., tra i quali spicca la famiglia dei Rockefeller, che attraverso le società della famiglia Thyssen fece affari d’oro con la Germania nazista.

L’Eugenics Record Office (ERO), fu un Istituto di Ricerca dedito a studi di eugenetica e di ereditarietà umana, venne fondato nel 1910 da Charles B. Davenport e da Harry H. Laughlin (due dei maggiori sostenitori e diffusori dell’Eugenica negli USA), grazie ai fondi stanziati dalla facoltosa vedova Mary Harriman (moglie di E. H. Harriman), da John Harvey Kellogg (il magnate dei breakfast cereal, che nel 1911 fondò la Kellogg Race Betterment Foundation) e dal Carnegie Institution of Washington’s Station for Experimental Evolution, fondato nel 1902 dall’ultra milionario Andrew Carnegie (magnate dell’acciaio) [34]. Nel 1904, Davenport, sotto l’egida dell’Istituzione Carnegie di Washington, lanciò il movimento eugenetico americano sotto forma di alleanza tra le imprese, le chiese protestanti, l’intellighenzia americana e gran parte dei genetisti americani favorevoli ad affrontare i problemi di social disfunction mediante procedimenti di selezione dei tratti psicologici che associavano alla razza e alla classe sociale.

La American Breeders’ Association, fondata nel 1903, è stata la prima organizzazione scientifica negli Stati Uniti a riconoscere l’importanza delle leggi di Mendel e a sostenere la ricerca eugenetica (attraverso un sottocomitato presieduto dall’ittiologo e presidente della Stanford University David Starr Jordan), nel 1914 cambiò nome in American Genetic Association (AGA) [35], la denominazione attuale.

L’esclusivo Boone and Crockett Club (B&C, anno di fondazione 1887) fu la prima e più autorevole associazione conservazionista americana impegnata nel campo dell’Eugenica e della restrizione dell’immigrazione, tra i suoi membri, in gran parte naturalisti, compaiono Theodor Roosevelt (fondatore del Club e 26° presidente degli Stati Uniti), Madison Grant [36], autore del libro The Passing of the Great Race (“a torrid work of racial alarmism and pseudo-science that Adolf Hitler called ‘my bible’ in an admiring letter to Grant” [37]), e Ghifford Pinchot, strenuo sostenitore della purezza della razza anglo-sassone, delegato al primo (1912) e secondo (1921) congresso internazionale di Eugenica e membro dell’Advisory Council della American Eugenics Society dal 1925 al 1935.

La Rockefeller Foundation (RF), finanziò vari progetti di promozione e applicazione del pensiero eugenetico, sia negli Stati Uniti che al di fuori [38] [39] [40] [41]: “Attitude” was a key word in the Rockefeller vocabulary: finding individuals and institutions that shared its ideals and could be trusted to translate grants into tangible results [42]. Tra questi spiccano i progetti di igiene razziale condotti dal Kaiser Wilhelm Institute for Psychiatry di Monaco (iniziati nel 1918), diretto, a partire dal 1928 (anno in cui la Rockefeller Foundation donò all’Istituto 325.000 dollari per la costruzione di un nuovo edificio [43]), dallo psichiatra e membro del partito nazista tedesco Ernst Rüdin, e quelli condotti dal Kaiser Wilhelm Institute for Anthropology, Human Heredity and Eugenics di Berlino (anno di fondazione 1927), diretto (dal 1927 al 1942) da Eugen Fischer, antropologo, membro del partito nazista tedesco. Sempre la RF finanziò la costruzione e l’organizzazione della School of Public Health di Zagabria40. Numerosi eugenetisti vennero finanziati dalla RF, tra questi i tedeschi Heinrich Poll [44] e Alfred Grotjahn [45], socialista, strenuo sostenitore dell’igiene razziale e mentore di un altro eugenetista tedesco, George Wolff, che emigrò negli Stati Uniti (1937) dove esportò la dottrina razziale di Grotjahn [46], e dove ebbe una brillante carriera che nel 1952 gli valse il comando del Biometrics Branch della Civil Aeronautics Administration.

Eugenetisti illustri furono, tra gli altri, Alexander Graham Bell (1847-1922), inventore del telefono, presidente onorario del 2° Congresso Internazionale di Eugenica nel 1921.
Robert Mearns Yerkes (1876-1956), psicologo, durante la Prima Guerra Mondiale venne incaricato dalla American Psychological Association, su mandato del Ministero della Difesa americano, di dirigere il Committee on the Psychological Examination of Recruits, un team di 40 psicologi, tra i quali spicca la figura di un altro pioniere dell’IQ test, lo psicologo Henry Herbert Goddard (1866-1957), che elaborarono, in linea con il pensiero eugenetico, due test dell’intelligenza, l’Army Alpha e Beta test, che vennero somministrati a 1.75 milioni di reclute della US Army, aprendo la strada alla somministrazione su larga scala degli IQ test anche in ambito scolastico (l’allora sponsor degli IQ test, il National Research Council Psychology Committee, anch’esso presieduto da Yerkes, descrisse l’IQ test somministrato nelle scuole come “the application of the army testing methods to school needs”) [47].
Il Premio Nobel James Watson, biologo statunitense scopritore insieme a Francis Crick, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin, della struttura molecolare del DNA (1952), in una intervista del 2014 dichiarò che “Eugenics is sort of self correcting your evolution, and the message I have is that individuals should direct the evolution of their descendants, don’t let the State do it. I think it would be irresponsible not to direct your evolution if you could, in the sense that you could have a healthy child versus an unhealthy child, I think it is irresponsible not to try and direct the evolution to produce a human being who would be an asset to the world as well as to himself.”41
Karl Pearson (1857-1936), matematico inglese, presidente dal 1907 al 1933 del Galton Eugenics Laboratory (creato nel 1907, su iniziativa di Francis Galton, dalla fusione del Biometric Laboratory diretto da Pearson e dell’Eugenics Record Office fondato da Galton), con sede presso la University College of London.
Sir George Darwin e Leonard Darwin, quest’ultimo presidente della britannica Eugenics Education Society, entrambi figli di Charles Darwin.
George Bernard Shaw (1856-1950), Premio Nobel per la letteratura nel 1925, sostenitore e amico di Stalin, scrisse42: The moment we face it frankly we are driven to the conclusion that the community has a right to put a price on the right to live in it. If people are fit to live, let them live under decent human conditions. If they are not fit to live, kill them in a decent human way. Is it any wonder that some of us are driven to prescribe the lethal chamber as the solution for the hard cases which are at present made the excuse for dragging all the other cases down to their level, and the only solution that will create a sense of full social responsibility in modern populations?
Winston Churchill (1874-1965), fu Home Secretary della Eugenic Education Society dal 1910 al 1911 (società fondata nel 1907, cambiò nome in British Eugenics Society nel 1926 e poi ancora in Galton Institute nel 1989, la denominazione attuale); nel 1911, quando era ministro della marina militare, prese parte alla commissione di presidenza (assieme a Lord Alverstone, allora ministro della giustizia, Charles Eliot, presidente dell’università di Harvard e Alexander Bell, inventore del telefono) del primo congresso mondiale di Eugenica, organizzato dall’università di Oxford. Primo Ministro britannico dal 1944 al 1945 e ancora dal 1951 al 1955, Premio Nobel per la Letteratura nel 1953, fu tra i primi redattori del Mental Deficiency Act43 (1913). Nell’Ottobre del 191044, in un suo discorso al parlamento britannico aveva richiamato l’attenzione sul fatto che vi erano, allora, nel Regno Unito, «circa 120.000-130.000 persone affette da disturbi mentali degne di tutto quello che la civiltà cristiana e scientifica può fare per loro, dato che ormai sono al mondo», e quello che la civiltà cristiana e scientifica poteva fare per loro, negli auspici di Churchill, era «la loro segregazione sotto condizioni appropriate, così da far morire insieme a se stessi anche la loro sciagura, invece di propagarla alle generazioni future»45.
Nel 1935 il chirurgo e biologo francese Alexis Carrel, un premio Nobel dello staff del Rockefeller Institute, pubblica Man the Unknown. In esso egli propone lo smaltimento dei criminali e delle persone malate di mente in appositi istituti per l’eutanasia dotati di apposite camere a gas. Nel 1939 Hitler ordinò una vasta operazione di ‘mercy killing’ delle persone disabili e malate di mente. Il programma nazista di eutanasia, volto alla eliminazione della ‘life unworthy of life,’ venne avviato con il nome in codice Aktion T4 (acronimo che indicava la villa berlinese al numero civico 4 in Tiergartenstrasse). Si stima che almeno 275.000 persone non-adatte siano state uccise nell’ambito di questo programma tra il 1939 e 194546.

In molti si sono chiesti come sia stato possibile che la civiltà occidentale sorta dall’Età della Ragione, abbia potuto partorire tanta feroce devastazione e disumana sofferenza. Forse la risposta è nelle parole di Denis Diderot: The most dangerous madmen are those created by religion, and …. People whose aim is to disrupt society always know how to make good use of them on occasion [Conversation with a Christian Lady (1774)].

L’Illuminismo ha dato alla luce una religione secolare47 [48] [49] [50] [51] (monoteista) o religione politica: “…. quello che il pensiero illuministico non è riuscito a vedere, abbagliato com’era dalla luce della ragione moderna, è quanto profondamente radicata nello psichismo umano sia la simbologia e quanto imperiosa sia la necessità per ogni comunità umana di appoggiarsi ad un’alterità trascendente e fondatrice” [52].
Il Positivismo la ha consacrata sull’altare dell’industrialismo.
L’Eugenica ha istituito i tribunali di Inquisizione della Chiesa Positivista.
Uomini come Hitler, Mussolini e Stalin se ne sono serviti per mettere la nazione al servizio dei loro deliri di onnipotenza.
Uomini come Winston Churchill se ne sono serviti per mettere le loro ambizioni di potere al servizio della nazione: The religion of blood and war [Mahommedan] is face to face with that of peace [Christianity]. Luckily the religion of peace is usually the better armed. [Winston Churchill, The Story of the Malakand Field Force: An Episode of Frontier War (1898)].

Cosa ci possiamo aspettare dagli attuali predicatori, con in testa i transumanisti, del perfezionamento ipertecnologico dell’umanità?

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38. George Bernard Shaw, Lecture to the Eugenics Education Society, Reported in The Daily Express, March 4, 1910.

39. Care for the race, even if the individual must suffer — this must be the keynote of our future. This was the guiding principle which underlay all the discussions of the Second International Congress of Eugenics in 1921. Not quantity but quality must be the aim in the development of each nation, to make men fit to maintain their places in the struggle for existence. We must be concerned above all with racial values; every race must seek out and develop and improve its own racial characteristics. Racial consciousness is not pride of race, but proper respect for the Purity of race is today found in but one nation — the Scandinavian. [Henry Fairfiled Obsborn (1857-1935)]

40. Rockefeller foundation was financing German eugeneticists Poll and Grotjahn, as well as main eugenics institutes in Germany, such as Kaiser Wilhelm Institute for Psychiatry and Kaiser Wilhelm Institute for Anthropology, Eugenics, and Human Inheritance. The same foundation financially supported the construction and organization of the Zagreb School of Public Health”. In: Fatović-Ferencić, S. (2008) “Society as an Organism:” Metaphor as Departure Point of Andrija Štampar’s Health Ideology, Croatian Medical Journal, Dec; 49(6): 709–719.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2621036/  

41. Intervista: James Watson talks about eugenics and bioethics.
https://www.dnalc.org/view/15472-Eugenics-and-bioethics-James-Watson.html 

42. Citato in: Conroy, M. (2017) Nazi Eugenics: Precursors, Policy, Aftermath, Columbia University Press. Originally from George Bernard Shaw, Prefaces, Constable and Co., London, 1934, p. 296

43. Il Mental Deficiency Act classifica le persone con difficoltà di apprendimento e problemi di salute mentale come: ‘idiots’ (coloro i quali hanno un deficit tale da renderli incapaci di proteggersi dai rischi ordinari); ‘imbeciles’ (coloro i quali hanno un deficit tale da renderli non-autosufficienti, o, nel caso dei bambini, tale da non essere in grado di imparare ad essere autosufficienti); ‘feebleminded’ (coloro i quali necessitano di un supporto e di una supervisione costante, o, nel caso dei bambini, di una istruzione somministrata in scuole speciali); ‘moral defectives’ (coloro i quali denotano qualche debolezza mentale associata a una marcate propensione al vizio o al crimine e sui quali la punizione ha un effetto deterrente scarso o nullo). A poco a poco, le madri non sposate vengono inserite in quest’ultima categoria. Molte persone delle categorie sociali più svantaggiate vengono classificate come mentalmente deficitarie a causa della loro infanzia travagliata o della loro precoce istituzionalizzazione. Il Mental Deficiency Act farà sì che molte più persone con deficit di apprendimento vengano segregate in apposite istituti.

44. In October 1910 a deputation to the Government called for the implementation of the Royal Commission’s recommendations without delay. Churchill, in his reply, recalled the fact that there were at least 120,000 “feeble-minded” persons “at large in our midst” who deserved “all that could be done for them by a Christian and scientific civilization now that they are in the world,” but who should, if possible, be “segregated under proper conditions so that their curse died with them and was not transmitted to future generations.”[As quoted by Sir Martin Gilbert CBE, in Churchill and Eugenics.
https://www.winstonchurchill.org/publications/finest-hour-extras/churchill-and-eugenics-1] 

45. There are 120,000 or 130,000 feeble minded persons at large in our midst. These unhappy beings deserve our care and assistance, and deserve all that could be done for them, now that they are in the world, by a Christian and scientific civilisation. But let it end there if possible. If we  were able to segregate these people under proper conditions, so that their curse died with them and was not transmitted to future generations, we should have taken up our shoulders in our own lifetime a work of which those who came after us would owe us a debt of gratitude”. [Winston Churchill Reported in The Times 15th July 1910].

46. Malgrado ciò, un eugenetista del calibro di James Watson ritiene che: “Here we must not fall into the absurd trap of being against everything Hitler was for…. Because of Hitler’s use of the term Master Race, we should not feel the need to say that we never want to use genetics to make humans more capable than they are today.” [Watson, J. (2000) A Passion for DNA: Genes, Genomes, and Society, Cold Spring Harbor Laboratory Press]

47. In The Future of Secular Religions (1944), Raymond Aron definisce secular religions: “those doctrines that, in the soul of our contemporaries, take the place of the lost faith, and that place the salvation of humanity in this world, in a distant future, in the form of a social order to be built” [traduzione mia dalla versione francese citata in: Maier. H. (edited by) (2008) Totalitarianism and Political Religions Volume III: Concepts for the Comparison Of Dictatorships – Theory & History of Interpretations, Routledge, p. 160]. In Sociology of Communism (1949), Jules Monnerot descrive una secular religion come segue: “When a whole series of events, of peoples, of ideas escapes critics, this means that a sacred area is opposed to that dominated by the profane: in this case it can be talked about a religious phenomenon. Such is the secular religion (and such is the totalitarian state: the two phenomena are connected) characterized by the active presence of a faith, myths, and dogmas”. [traduzione mia dalla versione francese citata in: Ellul, J. (2008) La technique ou l’enjeu du siécle. Economica Paris, p. 335]

 

4. Tecno-scientismo progressivo 4.0: verso la robotizzazione della società

That is to say, if we humans are simply parts of systems – our skins not boundaries but permeable membranes, our actions measured as behavior rather than by introspection- the  autonomous, sufficient “self” begins to seem an illusion.
NWF48

Per l’academic/industrial/military iron triangle, due guerre mondiali, i programmi di igiene razziale, le armi chimiche e batteriologiche, lo sviluppo delle armi di terra, di aria e di mare, l’impiego delle armi nucleari su Hiroshima e Nagasaki e milioni di vittime civili, hanno rappresentato una opportunità per la messa a punto di strategie e di tecniche persuasive e dissuasive e di soluzioni tecnologiche, che hanno avuto enormi ripercussioni sia sul futuro del settore militare che in ambito civile. Una opportunità che non è indietreggiata di fronte alla possibilità di impossessarsi di informazioni di interesse scientifico, ottenute con metodi criminali condotti con inaudita crudeltà. Come quelli che contraddistinguono la pagina di storia (1936-1945) scritta dalla Unità 731 [53] [54] [55].

Stanziata dall’esercito giapponese nel 1936 a Ping Han, presso Harbin, nello Stato fantoccio di Manchukuo (Manciuria, Cina nordorientale), l’Unità 731 era un centro militare segreto di ricerca e di sviluppo della guerra chimica e batteriologica, affidato al comando di un laureato in medicina, Shiro Ishii, dove i medici e altri laureati giapponesi vivisezionarono, infettarono con agenti batteriologici, sottoposero a trapianti, a mutilazioni e ad altre torture concepite come esperimenti, oltre tremila soggetti ritenuti adatti ad essere trattati come cavie umane, prevalentemente cinesi (donne e bambini inclusi), ma anche mongoli, coreani, russi e alcuni inglesi e americani. Alla fine della guerra, il comandante dell’Unità 731, Shiro Ishii, e la maggior parte dei suoi collaboratori vennero protetti dai servizi segreti americani e, in cambio dei risultati delle ricerche, coperte da segreto militare, condotte dall’Unità ottennero l’immunità. Nessuno di loro venne perseguito da un tribunale, né militare né civile, tutt’altro. Alcuni di loro vennero cooptati dall’industria farmaceutica e medica giapponese, come la Takeda Pharmaceutical Company, la Hayakawa Medical Company, la S.J. Company. La Green Cross, un’impresa farmaceutica fondata da Naito Ryoichi, Futagi Hideo e Kitano Masaji, membri dello staff di laureati di Ishii, ottenne un grande successo dopo la guerra. Altri entrarono nel mondo accademico, nella Tokyo University, Kyoto University, Osaka University, Kanazawa University, Showa University of Pharmacology, Nagoya Prefecture Medical University, Osaka Municipal University’s School of Medicine, e Juntendo University. Il governo giapponese reclutò una parte dei laureati presenti nelle fila di Ishii, tra cui un responsabile della sezione di Entomologia dei Laboratori di Ricerca sulla Prevenzione della Salute (Preventive Health Research Laboratories) del Ministero della Salute e del Benessere (Health and Welfare Ministry) e un direttore del National Cancer Center del Giappone, nonché un presidente dell’Associazione Medica Giapponese e un generale (chirurgo) della neonata Defence Force giapponese. Ad onore (disonore) dell’academic/industrial/military iron triangle nipponico, va notato che a partire dalla sua creazione, nel maggio 1947, fino al 1983, ogni direttore (con una sola eccezione) dell’Istituto Nazionale di Salute del Giappone (Japan National Institute) aveva prestato servizio militare presso una unità di guerra biologica. Molti uomini dell’Unità 731 hanno ricoperto altre posizioni importanti nella società giapponese, ottenendo onorificenze e riconoscimenti istituzionali, mentre i lavoratori, i tecnici e i soldati semplici si sono reinseriti nel tessuto sociale giapponese.

I do not expect to publish any future work of mine which may do damage in the hands of irresponsible militarists…“, scriveva Norbert Wiener nel 194749, ammettendo le proprie responsabilità, etiche oltre che professionali, nell’essersi prestato al gioco dello scienziato super partes che opera in nome della neutralità (smentita dai fatti) della scienza, senza preoccuparsi dell’uso che può essere fatto, soprattutto nella società ipertecnologica contemporanea, dei risultati del suo lavoro. Un gioco accomodante che continua ad essere condiviso a molti scienziati, tecnici, ricercatori, studiosi, esperti (matematici, ingegneri, biologi, chimici, fisici, psicologi, antropologi, filosofi, genetisti, etc.), ma non da tutti, a testimonianza del fatto che il sacerdote-scienziato positivista dovrebbe appendere l’abito (camice) talare al chiodo, e assumersi le proprie responsabilità. Responsabilità che iniziarono ad essere percepite dagli “addetti ai lavori” già a decorrere dalla Grande Guerra, quando si delineò un mondo in cui “For the first time in history, it has become possible for a limited group of a few thousand people to threaten the absolute destruction of millions” (Norbert Wiener, Moral Reflections of a Mathematician, 1956).
Come nel caso, per esempio, di Clara Immerwahr (1870-1915), chimica tedesca e moglie del chimico tedesco Fritz Haber, considerato il padre della guerra chimica, cercò in tutti i modi di dissuadere il marito dal dedicarsi alla realizzazione delle armi chimiche ma non ebbe successo e piuttosto che assistere al loro impiego (avvenuto nel corso della prima guerra mondiale) si suicidò sparandosi al cuore all’età di 45 anni.

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48. Dalla introduzione a “Men, Machines, and the World About”, di Norbert Wiener, a cura dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE).
http://21stcenturywiener.org/wp-content/uploads/2013/11/Men-Machines-and-the-World-About-by-N.-Wiener.pdf

49. Wiener, N. (1947) A Scientist Rebels, The Atlantic Monthly.
http://lanl-the-back-story.blogspot.it/2013/08/a-scientist-rebels.html 

 

4.1 Tecno-scientismo progressivo e AI

The following general definition of an animal:
a system of different organic molecules that have combined
with one another, under the impulsion of a sensation
similar to an obtuse and muffled sense of touch given to them
by the creator of matter as a whole, until each one of them
has found the most suitable position for it shape and comfort.

Denis Diderot – On the Interpretation of Nature (1753)50

E così arriviamo agli anni del dopoguerra, gli anni della Guerra Fredda, nel corso dei quali il processo di integrazione uomo-macchina, che sino a quel momento si era identificato con il presupposto del processo di industrializzazione, la meccanizzazione del ciclo produttivo, subisce una vera e propria mutazione genetica.
Le macchine si diversificano ed escono dal perimetro produttivo delle filiere industriali, dove fino a quel momento erano rimaste confinate. Irrompono nelle case e nella vita di milioni di occidentali, sotto forma di elettrodomestici, autovetture, apparecchi telefonici, radiofonici, televisivi. Diventano parte integrante dell’habitat domestico dei consumatori (nuova categoria sociale inventata ad hoc), entrano nelle loro vite e nelle loro dinamiche relazionali, si diversificano in base ai gusti e alle aspettative, creando i presupposti per quella che diventerà una progressiva, virale, tecno-dipendenza. Una dipendenza verso soluzioni tecnologiche che, con il trascorrere degli anni, diventano sempre più autoreferenziali, sempre più slegate dalle reali necessità dei loro fruitori, sempre più vincolate alle leggi del modello economico liberista e sempre più aderenti al mito illuminista del perfezionamento illimitato dell’umanità.
Nel corso degli anni ’50 del novecento, quando gli equilibri mondiali dipendevano da due super-potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, prendono corpo tre progetti: la manipolazione del materiale genico, la colonizzazione dello spazio e la creazione di macchine intelligenti. Il primo progetto si delinea grazie alla teoria cromosomica dell’ereditarietà (il materiale genetico è costituito da DNA e non da proteine → Hershey-Chase, 1952) e alla scoperta della struttura molecolare del DNA (J. Watson, F. Crick, M. Wilkins e R. Franklin, 1952). Il secondo progetto si concretizza quando i sovietici lanciano il primo satellite artificiale in orbita intorno alla Terra, lo Sputnik 1 (1957). Il terzo progetto si fa strada quando un giovane matematico americano, non ancora trentenne, John McCarthy, propose di creare un gruppo di lavoro che si occupasse di un nuovo campo di ricerca, che lui chiamò Intelligenza Artificiale (1956).
Un gruppo di lavoro che oggi ha assunto proporzioni mondiali e che: is conducted by a range of scientists and technologists with varying perspectives, interests, and motivations. Scientists tend to be interested in understanding the underlying basis of intelligence and cognition, some with an emphasis on unraveling the mysteries of human thought and others examining intelligence more broadly. Engineering-oriented researchers, by contrast, are interested in building systems that behave intelligently. Some attempt to build systems using techniques analogous to those used by humans, whereas others apply a range of techniques adopted from fields such as information theory, electrical engineering, statistics, and pattern recognition. Those in the latter category often do not necessarily consider themselves AI researchers, but rather fall into a broader category of researchers interested in machine intelligence51.

Ognuno di questi tre progetti verrà sviluppato separatamente sia dagli americani che dai sovietici, ma sarà l’academic/industrial/military iron triangle statunitense a dimostrare di possedere maggiore vigore quando, nel 1958, fonda l’Advanced Research Projects Agency (ARPA), erede dell’OSRD (Office of Scientific Research and Development, creato nel 1941) e futura Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA 1972), agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare)52.

La locuzione Artificial Intelligence, coniata da McCarthy, sta ad indicare una nuova e promettente frontiera della moderna Information Theory. L’Information Theory, è una disciplina nata nell’ambito delle Telecomunicazioni tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo, in particolare grazie ai lavori di ricerca e alle soluzioni militari (telecomunicazione crittografata e non) sperimentate durante la prima guerra mondiale, il cui sviluppo e la cui fortuna si consoliderà, sempre grazie al contributo fornito dalla ricerca e dalle applicazioni in ambito militare, nel corso della seconda guerra mondiale. Decisivo ai fini della elaborazione della versione contemporanea della Teoria dell’Informazione, fu il lavoro condotto tra gli anni ’40 e ’50 e separatamente da Claude Shannon (The Mathematical Theory of Communication) e da Norbert Wiener (Cybernetics).

Il termine intelligenza utilizzato per distinguere la nuova frontiera di ricerca dell’Information Theory, riesuma lo stesso termine impiegato da uno dei pionieri della teoria dell’informazione, Harry Nyquist, della American Telephone and Telegraph Company (AT&T). Nel 1924 Nyquist pubblica un articolo sul Bell System Technical Journal dal titolo Certain Factors Affecting Telegraph Speed, dove tratta dei fattori che condizionano la “maximum speed of transmission of intelligence”. Per gli addetti ai lavori dell’epoca, il termine metaforico “intelligence” utilizzato da Nyquist in relazione alla trasmissione di un segnale elettromagnetico, apparve improprio e fuorviante, compromesso da riferimenti antropomorfici e psicologici incompatibili con la materia trattata. La trasmissione di segnali tra macchine (coder/decoder), ovvero l’invio e la ricezione di variazioni di stato elettromagnetiche attraverso un mezzo (via etere o via cavo), non poteva essere in alcun modo confusa con la trasmissione di significati (messaggi) né poteva essere associata a proprietà intellettive come la abilità di apprendere, analizzare, comprendere, comunicare, fare progetti, ragionare, ipotizzare, trarre conclusioni, formulare pensieri astratti, risolvere problemi, etc. A quattro anni di distanza dalla pubblicazione dell’articolo di Nyquist, un suo collega del Bell Telephone Laboratories Inc., Ralph V.L. Hartley, pubblica un articolo sul Bell System Technical Journal dal titolo Transmission of Information, dove la metafora intelligence viene sostituita, per ragioni di “physical as contrasted with psychological considerations”, dalla metafora information.

Ma cosa intendeva Nyquist con il termine intelligenza? Di fatto niente che potesse avere a che fare con proprietà intellettive come quelle sopra elencate, o che potesse attribuire ad un segnale un contenuto semantico. Con il termine intelligenza Nyquist si riferisce alla componente statisticamente determinata e decifrabile di un segnale aleatorio (in altre parole si riferisce ai dati immessi, veicolati e resi disponibili da un segnale analogico, che Nyquist qualifica come “the number of characters, representing different letters, figures, etc.”, trasmessi in un certo arco di tempo), la cui trasmissibilità (senza perdita di intelligenza ovvero di dati) da un dispositivo trasmittente (coder) ad uno ricevente (decoder) dipende dal grado di risoluzione dell’incertezza (associata al rumore intrinsecamente generato dal mezzo trasmissivo o dagli apparati coinvolti) ottenuto nella trasmissione del segnale.

In realtà, il modello di intelligenza (e il modello cognitivo in generale) perseguito dalla ricerca sulla AI è costruito a immagine e somiglianza di quello sviluppato dalla Teoria dell’Informazione, dalla Cibernetica e dall’Informatica nell’ambito delle telecomunicazioni, derivato da sistemi algoritmici di feedback-loops che non hanno niente a che vedere con l’intelligenza umana, ma che invece hanno molto in comune con il modello di animale descritto da Denis Diderot [On the Interpretation of Nature (1753)] e con il modello di essere umano concepito da Descartes [Treatise on Man (1633)].

Nella migliore delle ipotesi, le performance delle cosiddette macchine intelligenti sono e resteranno una simulazione delle capacità manifestate da alcuni individui affetti dalla sindrome del savant (savant syndrome), o sindrome dell’idiot savant, dove con idiota ci si riferisce a un individuo (generalmente di sesso maschile) affetto da una serie di più o meno gravi ritardi cognitivi e mentali, ma che presenta una o più di una capacità super-sviluppate, tipicamente la capacità di calcolo e di memorizzazione. Questo è tutto quello che una macchina intelligente può e potrà aspirare a fare: simulare artificialmente la sindrome del savant (ASSS, Artificial Simulation of the Savant Syndrome) [56].
Se ciò è corretto, perché la ASSS viene declamata come AI?
Inseguire la realizzazione di ibridi uomo-macchina, immaginandoli come un primo passo verso la produzione di umanoidi artificiali, programmati per entrare a far parte dei CPSs (Cyber Physical Systems), interconnessi da reti neurali dotate di AI, è un progetto concepito e alimentato dal tecno-scientismo progressivo di ultima generazione nel grembo del neo-positivismo. La AI è la versione 3.0 dell’anima razionalista cartesiana: “When a rational soul is present in this machine it will have its principal seat in the brain, and reside there like the fountain-keeper”53. Un progetto che non rinuncia a trattare l’animale umano come un sistema meccanico che, per quanto complesso possa essere, è sempre riducibile ad un mosaico di unità costitutive (buildig blocks), e ad applicare alla res cogitans lo stesso schema riduzionistico e meccanicistico applicato dal paradigma positivista alla res extensa: la strutturazione degli oggetti e dei fenomeni che osserviamo dentro e fuori di noi, avviene grazie ad una sequenza di combinazioni (fattorizzabili), guidata da un codice (algoritmico), tra determinati elementi strutturali (building blocks). Nel caso di un oggetto materiale gli elementi strutturali possono essere molecole, atomi, particelle. Nel caso di un oggetto fittizio come l’intelligenza possono essere, ad es. l’intelligenza logico-matematica, l’i. verbale, l’i. spaziale, l’i. musicale, l’i. cinestesica, l’i. emotiva (Howard Gardner), a loro volta scomponibili in sotto-gruppi, e chi più ne ha più ne metta. Una volta scomposto in elementi strutturali oggettivabili, l’oggetto potrà essere sottoposto a misurazione ed eventualmente riprodotto e controllato.
Il risultato è un puzzle composto da tanti elementi collegati ad incastro in una cornice che sviluppa una data funzione.

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50.  Citato in: Dingle, C.A. (2000) Memorable Quotations: French Writers of the Past, iUniverse, p. 64

51. In: Computer Science and Telecommunications Board, National Research Council (1999) Funding a Revolution. Government Support for Computing Research, Chapter 9, Developments in Artificial Intelligence. http://www.nap.edu/read/6323/chapter/11#199

52. Nel 2012 La Russia ha creato una agenzia militare analoga all’americana DARPA, la Advanced Research Foundation (ARF) and Defence Industry. Cina, Giappone e Sud Corea si stanno attrezzando.

53. Descartes, Treatise on Man, 1633, § 131
https://www.colorado.edu/neh2015/sites/default/files/attached-files/descartes-treatise_on_man.pdf

 

4.2 Verso la robotizzazione della società

As scientific understanding has grown, so our world has become dehumanised. Man feels himself isolated in the cosmos, because he is no longer involved in nature and has lost his emotional “unconscious identity” with natural phenomena. These have slowly lost their symbolic implications. (…) No voices now speak to man from stones, plants, and animals, nor does he speak to them believing they can hear. His contact with nature has gone, and with it has gone the profound emotional energy that this symbolic connection supplied.

Carl Gustav Jung  – Man and His Symbols (1964)54

Tra gli anni ’60 e ’90 la AI, la cui mission è “designing systems that exhibit the characteristics associated with human intelligence, like understanding language, learning, reasoning, solving problems, and so on”, motivata dalla convinzione che “every aspect of learning or any other feature of intelligence can in principle be so precisely described that a machine can be made to simulate it”, diviene parte integrante della nascente computer science (Internet, data di nascita 1983, è l’evoluzione di una creazione per uso militare della DARPA [57], l’ARPAnetwork, 1969).

Negli anni ‘90 il know how maturato durante gli anni ‘80 dalla computer science, dalla cibernetica, dalla robotica e dalla ricerca sulla AI, confluisce nella realizzazione di un progetto chiamato Strategic Computing Program (SCP), finanziato con fondi sia pubblici (provenienti dalla immancabilmente presente agenzia federale americana DARPA) che privati (provenienti da investitori come il colosso industriale IBM, la compagnia Dragon Systems, la BBN, Bolt Beranek and Newman, e la SDC, Systems Development Corporation), grazie al quale nasceranno le cosiddette macchine intelligenti, ovvero: machine with advanced intelligence technology and high-performance computing, including speech recognition and understanding, natural-language computer interfaces, vision comprehension systems, and advanced expert systems development, provided by a significant increasing in computer performance, through parallel-computer architectures, software, and supporting microelectronics.

Ma gli anni ’90 sono anche gli anni segnati dal crollo del muro di Berlino e dal crollo degli equilibri internazionali e delle identità nazionali, disegnate dalla Guerra Fredda e dai relativi schieramenti. Il braccio di ferro tra Stati Uniti d’America e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si conclude per implosione e abbandono del campo da parte di quest’ultima, e il mondo da bipolare si ritrova improvvisamente unipolare.

La nuova Era viene salutata dalla “prima guerra postmoderna della storia” (Jean-François Lyotard), la Prima Guerra del Golfo (1990), una guerra che non ha avuto luogo (Jean Baudrillard), in cui le armi convenzionali fanno da sfondo all’impiego di nuove, sofisticatissime soluzioni tecnologiche (Cyberwar, Infowar, Technowar, Antiwar, Postmodernwar) [58], sviluppate per trasformare il soldato in operatore-semi-umano, integrato da dispositivi esterni (che presto verranno a loro volta integrati da dispositivi interni), in grado di potenziarne le capacità di combattimento, supportato da un network di dispositivi bellici controllati a distanza, che possono trasformare le zone di guerra in piattaforme per altrettanti video-games, arene virtuali in cui la gente muore d’avvero.

Grazie alle tecnologie della simulazione elettronica, la potenza persuasiva dei mezzi di comunicazione di massa trasforma le guerre in spettacoli per il piccolo e per il grande schermo, sotto-prodotti confezionati in stile hollywoodiano con la formula del super reality show, super video-game, super-saga di supereroi semi-umani che combattono il Male per il Bene del Mondo.
La Prima Guerra del Golfo è stata solo un assaggio delle guerre iper-tecnologiche che ci attendono nel prossimo futuro, dove i soldati-umani saranno progressivamente sostituiti da armamenti robotici affiancati da ibridi uomo-macchina, i cyborg-soldiers [59], l’ibrido uomo-macchina extra-integrato (EIMMH, Extra-Integrated Man-Machine Hybrid) nato per scopi militari, il modello di cyborg progettato per il combattimento, il fratello maggiore dell’ibrido uomo-macchina normo-integrato (NIMMH, Normo-Integrated Man-Machine Hybrid), progettato per scopi civili.
Inizia così, ufficialmente, il processo di dis-integrazione uomo-macchina.

Equipaggiato con un dispositivo interno inserito a dimora, ad es. un nanorobot o un microchip intracranico ad interazione neurale (brain-computer interfaces), o un semplice chip sottocutaneo (transponder implantation), che lo rendono parametrabile (rilevazione e trasmissione in tempo reale dei parametri fisiologici e ambientali) e identificabile (acquisizione automatica di tutti i dati relativi alla sua identità, ai suoi movimenti e alla sua localizzazione), il NIMMH potrà interagire, sul luogo di lavoro, a casa, a scuola, nei luoghi pubblici, etc., via Near Field Communication (NFC) o via Far Field Communication (FFC) [60], con un Cyber-Physical System (che può comprendere qualsiasi dispositivo elettronico esterno, dotato di sistema wireless o bluetooth e di apposita interfaccia, il che espone il soggetto al rischio di hackeraggio).

Diverso sarà il cyborg extra-integrato (EIMMH), un ibrido uomo-macchina addestrato e programmato per affrontare esperienze ad alto rischio (missioni militari, operazioni di polizia o di spionaggio, azioni terroristiche o criminali, viaggi spaziali e soggiorni in ambienti extra-terrestri), che oltre ad essere integrato da componenti tecnologiche interne come quelle del modello normo-integrato, potrà espandere le funzioni che autoregolano il corpo-mente (come la tolleranza al dolore, alla fame e alla sete, la termoregolazione, etc.), potenziare alcune prestazioni normali (come la capacità di calcolo, la memoria e le capacità percettive) e interfacciarsi con CPSs militari dotati di sistemi robotizzati come il MAARS (Modular Advanced Armed Robotic System, già operativo), il LAWS (Lethal Autonomous Weapons System, già operativo) [61], il Taranis (velivolo da combattimento completamente automatizzato, già operativo), il FLA (Fast Lightweight Autonomy, progetto DARPA), il CODE (Collaborative Operations in Denied Environment, progetto DARPA), etc.

L’impiego di sistemi integrati composti da EIMMHs e CPSs robotizzati, segna il passaggio dalla fase di computerizzazione della guerra (e della società) alla fase di robotizzazione della guerra (e della società): I see a greater robotization [of war], in fact, future warfare will involve operators and machines (….) They would be integrated into large comprehensive reconnaissance-strike system. The soldier would gradually turn into an operator and be removed from the battlefield [Lieutenant General Andrey Grigoriev, Russian Advanced Research Foundation (ARF), 2016].  

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54 Jung, C.G.. (1968) Man And His Symbols, Dell Publishing, p. 85

55 Vedi: J. G. Fleischer, G.M. Edelman, Brain-based devices: An embodied approach to linking nervous system structure and function to behavior, Ieee Robotics and Automation Magazine, 2009.         http://www.nsi.edu/~fleischer/fleischer_edelman_ram.pdf

 

4.3 La Coscienza Universale neo-positivista

L’Eugenica e la dilagante sottocultura post-umana promuovono lo studio, l’elaborazione e l’adozione di metodi scientifici volti al perfezionamento della specie umana, ovvero finalizzati alla promozione di caratteri fisici e mentali ritenuti positivi, o eugenici (genetica positiva), e alla rimozione di quelli ritenuti negativi, o disgenici (genetica negativa), mediante la selezione e la manipolazione degli individui o di loro parti (operazioni che in passato venivano effettuate seguendo le tradizionali tecniche invalse nell’allevamento del bestiame e in agricoltura, e che oggi si avvalgono di canali come l’high-tech communication marketing, di sofisticati dispositivi tecnologici e di tecniche sempre più efficaci di neuroingegneria e di bioingegneria genetica, molecolare, cellulare, tissutale e d’organo.

Entrambe promuovono il condizionamento operante del comportamento individuale e collettivo, e interpretano il capitale umano come utile nella misura in cui è subordinato al capitale scientifico-tecnico-tecnologico.
La sotto-cultura post-umana integra la speranza eugenetica nel miglioramento scientifico e selettivo del genere umano, con l’impiego di un armamentario tecnico e tecnologico molto avanzato. La relazione calcolata-programmata-codificata (→linguaggio informatico→feed back loops algoritmici) che intercorre tra le variabili condizionate (→software) e incondizionate (→hardware) dell’ibrido uomo-macchina o del robot (→nascita tecnologica), dà luogo a dinamiche comportamentali ampiamente (cyborg) o totalmente (robot) deterministiche e affidabili, cioè controllabili-prevedibili-riproducibili-reversibili. Per questa ragione, l’ibrido uomo-macchina, il robot antropomorfo e l’umanoide sono nettamente preferibili (superiori, più forti, più adatti) all’uomo-naturale.

Eugenica e sotto-cultura post-umana sono intrecciate dal rapporto di equivalenza che intercorre tra il tecno-scientismo progressivo di fine ‘800 (→Eugenica) e il tecno-scientismo progressivo di fine ‘900 (→AI). Un rapporto di equivalenza che può essere espresso nel modo seguente:
l’Eugenica sta alla teoria mendeliana (teoria della modalità di trasmissione dei caratteri ereditari → Johann Gregor Mendel, 1866) e alla teoria darwinista (teoria dell’evoluzione lineare, progressiva e ascendente dei sistemi biologici → Charles Darwin, 1859) come l’Intelligenza Artificiale sta alla teoria cromosomica dell’ereditarietà (il materiale genetico è costituito da DNA e non da proteine → Hershey-Chase, 1952), alla scoperta della struttura molecolare del DNA (J. Watson, F. Crick, M. Wilkins e R. Franklin, 1952), e alla teoria dell’informazione (IT, Information Theory), teoria nata dalla convergenza tra teoria cibernetica o teoria della comunicazione e dei sistemi di controllo nei sistemi artificiali e negli esseri viventi (→ Norbert Wiener, 1948), e teoria della modalità di trasmissione dell’informazione (→ Claude Shannon, 1948).

Sono trascorsi cento anni da quando la Teoria Generale della Relatività ha introdotto la nozione di spaziotempo, cambiando radicalmente il modo di concepire il tempo e lo spazio della fisica newtoniana, e da quando la Meccanica Quantistica ha radicalmente cambiato il modo di concepire l’energia/materia, ma ancora nessuno sa cosa sia lo spaziotempo e neppure cosa sia l’energia (“It is important to realize that in physics today, we have no knowledge of what energy is.”, Richard Feynman, The Feynman Lectures on Physics, Vol I, pag. 4-1). Tuttavia, il fatto che nessuno sappia cosa sia lo spaziotempo e cosa sia l’energia, non ha impedito di misurare, descrivere e utilizzare fenomeni che sono in relazione con l’uno e con l’altra. La portata e le conseguenze, scientifiche e culturali, nel breve, medio e lungo periodo, del cambiamento paradigmatico introdotto dalla fisica post-newtoniana sono e saranno rivoluzionarie. La dimensione fisica di cui facciamo parte non è più quella descritta dalla fisica classica, e gli strani fenomeni che stanno emergendo dalla dimensione quantistica e relativistica, stanno alimentando un crescente (morboso) interesse per la dimensione psichica. Un interesse che, sia all’interno che all’esterno del mondo scientifico, fa leva sulla pericolosa combinazione tra il tecnocentrismo e la deriva spirituale dell’Occidente (ma anche dell’Oriente e del resto del mondo!), che si dimostra sordo ad avvertimenti come quelli fatti da Richard Feynman “I think I can safely say that nobody understands Quantum Mechanics.“, (The Character of Physical Law, Cambridge, Massachusetts, 1967), da Niels Bohr “There is no quantum world. There is only an abstract physical description. It is wrong to think that the task of physics is to find out how nature is. Physics concerns what we can say about nature…”, o da Bo Gardiner “Quantum mechanics is often quoted as the explanation for many things, because it’s so weird that people latch onto it as a hope, to explain everything that they would like to believe about the universe… Quantum mechanics is a replacement for the phrase “anything goes. Once anything goes, you can have anything you want. So what better thing to have than something that gives you everything you want? The point is, with quantum mechanics, everything doesn’t go. On certain scales, for certain times, in certain regions, everything goes and strange things happen. But it’s not true for the universe at large”.

Le due anime dell’Illuminismo, eccitate dal sincretismo che si è sviluppato tra le stranezze indicate dalla Fisica Quantistica e le stranezze che affiorano da categorie di realtà generate in altri luoghi e in altri tempi, da altre comunità umane, attraverso forme di conoscenza diverse da quella adottata dalla scienza moderna (ad es. dal buddhismo, dal taoismo, dallo sciamanesimo), si stanno alleando per consegnarci una nuova, fiammante, religione secolare, dove l’Essere Supremo, in arte Deus otiosus, alias Deus Absconditus, si chiama Coscienza Universale.
Uno degli incubatori di religioni secolari più promettente attualmente offerto dal mercato della spiritualità scientifica, si chiama Science and Nonduality (SAND)56, una community internazionale post-materialista fondata nel 2009 dai coniugi Zaya e Maurizio Benazzo (lei è bulgara, lui è italiano) la cui conferenza annuale costituisce una occasione di incontro per eminenti scienziati, filosofi, maestri spirituali e mistici impegnati ad esplorare “the new paradigm emerging in spirituality and grounded in cutting-edge science”. Tra i suoi sostenitori e simpatizzanti, raggruppati nel 2014 attorno ad un Manifesto57, compaiono il California Institute of Integral Studies (CIIS)58, presso il quale è possibile frequentare un Master in Consciousness Studies; il Dipartimento di Psicologia presso la californiana John F. Kennedy University, che ha avviato un Master in Consciousness and Transformative Studies59; e l’inglese Schumacher College, con sede a Totnes, Inghilterra, che offre un Master in Holistic Science60.

Robespierre si autoproclamò sommo sacerdote dell’Essere Supremo.
Auguste Comte si autoproclamò sommo pontefice della Chiesa Positivista.
Francis Galton istituì i tribunali della Inquisizione della Chiesa Positivista.
Chi sarà il Guru della Chiesa della Coscienza Universale?

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56. Nonduality is the philosophical, spiritual, and scientific understanding of non-separation and fundamental intrinsic oneness. For thousand of years, through deep inner inquiry, philosophers and sages have come to the realization that there is only one substance and we are therefore all part of it. This substance can be called Awareness, Consciousness, Spirit, Advaita, Brahman, Tao, Nirvana or even God. It is constant, ever present, unchangeable and is the essence of all existence. https://www.scienceandnonduality.com/about/nonduality/

57. We are a group of internationally known scientists, from a variety of scientific lields (biology, neuroscience, psychology, medicine, psychiatry), who participated in an international summit on post-materialist science, spirituality and society. The summit was co-organized by Gary E. Schwartz, PhD and Mario Beauregard, PhD, the University of Arizon, and Lisa Miller, PhD, Columbia University. This summit was held at Canyon Ranch in Tucson, Arizona, on February 7-9, 2014.
http://opensciences.org/about/manifesto-for-a-post-materialist-science  

58. Vedi: https://www.ciis.edu/ 

59. The Master of Arts in Consciousness and Transformative Studies program provides a 58-unit curriculum with courses that challenge student’s beliefs, examine the relationship between consciousness and the world, and explore new possibilities for personal, social, and global transformation.
https://www.jfku.edu/Programs-and-Courses/College-of-Psychology/Consciousness-Transformative-Studies/Programs/MA-Consciousness-and-Transformative-Studies.html
Vedi anche:
http://opensciences.org/blogs/open-sciences-blog/online-ma-program-in-consciousness-tranformative-studies  

60. Vedi: https://www.schumachercollege.org.uk/courses/postgraduate-courses/holistic-science/holistic-science-programme

Conclusioni

Artificial intelligence is the future not only
of Russia but of all of mankind.
There are huge opportunities, but also threats
that are difficult to foresee today…. the industry
leader [in this sphere] will rule the world.

Vladimir Putin61

Perseguire la messa a punto di ibridi uomo-macchina, immaginandoli come un primo passo verso la produzione di umanoidi artificiali, ritenuti migliori degli umani (Ray Kurzweil, ingegnere capo di Google, teorizza il superamento dell’intelligenza umana da parte dei computer), può essere considerato un progetto che resuscita l’Eugenica in formato post-umano? Forse.
Di certo, ipotizzare, come stanno facendo in molti, la realizzazione di macchine intelligenti dotate di coscienza, è il segno tangibile di un corto circuito scientifico e intellettuale che non promette niente di buono.
Ciò che può essere fatto, e che si sta già facendo, è dotarsi di nuovi strumenti tecnologici persuasivi e dissuasivi, inclusi sistemi robotici e informatici che sfruttano la AI, da impiegare sia in campo militare che civile, come mezzi per l’espansione e il controllo del mercato, o come deterrente per la risoluzione dei conflitti legati ad esso, sia a livello locale che globale, su piccola e su larga scala.
Il nobile impiego delle nuove tecnologie, ad esempio in campo medico, serve come deterrente per liberare il campo ad impieghi molto meno nobili.

Il tecno-scientismo progressivo 4.0, con i suoi scenari fantascientifici, segna l’apogeo del processo di integrazione uomo-macchina e il punto di rottura nel rapporto di convivenza e di convenienza tra l’uomo-naturalmente-concepito (→nascita psicologica) e l’uomo-artificialmente-costruito (→nascita tecnologica). L’invasività e la pervasività delle nuove tecnologie non è paragonabile a quella delle tecnologie precedenti, e le sue applicazioni sono destinate a far precipitare il rapporto di integrazione uomo-macchina, innescato dalla Rivoluzione Industriale 1.0, in un processo di dis-integrazione uomo-macchina.
Il pensiero unico alimentato dall’academic/industrial/military iron triangle invita i nativi digitali ad acclamare l’avvento della Rivoluzione Industriale 4.0. Nel corso dei secoli, dicono, le resistenze ai cambiamenti tecnologici si sono sempre dimostrate irragionevoli, ingiustificate, deleterie. Il nuovo che avanza deve essere salutato con favore, perché favorevole è stato il passaggio dalla illuminazione con lampade a petrolio alla illuminazione elettrica, favorevole il passaggio dal trasporto a cavallo al trasporto su rotaia, favorevole il passaggio dal lavoro manuale nei campi a quello meccanizzato, favorevole il passaggio dalla coltivazione e dall’allevamento secondo natura a quello favorito dall’impiego dei prodotti chimici, favorevole, favorevole, favorevole.

È favorevole trasformare gli esseri umani in ibridi-uomo macchina?
È favorevole doversi relazionare e dover competere con sistemi robotici idioti dotati di AI, ai quali viene riconosciuto lo status giuridico di personalità elettronica?
È favorevole rottamare la dignità umana perché passata di moda, sostituendola con un codice a barre digitalizzato impiantato sottocute (come si fa con gli animali domestici)?

Unlike other potential manifestations of AI which still remain in the realm of science fiction”, dice Ryan Gariepy, fondatore & CTO del Clearpath Robotics62, “autonomous weapons systems are on the cusp of development right now and have a very real potential to cause significant harm to innocent people along with global instability.

Sfortunatamente, sembra che il monito lanciato da C. G. Jung62, quando in Occidente imperversava la seconda guerra mondiale, sia destinato a rimanere inascoltato: L’occidentale non ha bisogno di superiorità sulla natura all’esterno e all’interno, le possiede entrambe con perfezione quasi diabolica. È incapace invece di riconoscere coscientemente la propria inferiorità verso la natura che è in lui e intorno a lui. Quello che dovrebbe imparare è che non può fare come vuole; se non imparerà questo, la sua propria natura lo distruggerà; egli infatti ignora la sua anima, che gli si rivolta contro con atto suicida.

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61. TASS, 1 September 2017, Putin stresses whoever takes the lead in artificial intelligence will rule world
http://tass.com/society/963209

62. Vedi: https://futureoflife.org/2017/08/20/killer-robots-worlds-top-ai-robotics-companies-urge-united-nations-ban-lethal-autonomous-weapons/

63. Jung, C.G. (1992) La saggezza orientale, Bollati Boringhieri,Torino, pag. 38.

Claudio Messori*

14 gennaio 2018

* Corresponding author: Claudio Messori – Independent Researcher; Address: Str. Villaggio Prinzera 1, Fraz. Boschi di Bardone, Terenzo 43040, Italy; Phone: +393282876077, e-mail: messori.claudio@gmail.com

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Colpa collettiva e non-potere ne “Il libro rosso” di C. G. Jung

di Federico Guastella

C. G. Jung nella sua torre a Bollingen

Il viaggio di Jung nelle insondabili profondità della psiche comincia con lo scoppio della prima Guerra mondiale, tant’è che Sonu Shamdasani ha scritto: “Non è esagerato affermare che, se la guerra non fosse stata dichiarata, con ogni probabilità il Liber novus non avrebbe preso forma”. Leggiamo il brano di riferimento:

Nell’ottobre 1913, mentre ero in viaggio da solo, durante il giorno fui improvvisamente sopraffatto da un visione: vidi una spaventosa alluvione che inondava tutti i bassopiani settentrionali situati tra il Mare del Nord e le Alpi. Andava dall’Inghilterra alla Russia e dalle coste del Mare del Nord fin quasi alle Alpi. Vedevo i flutti giallastri, le macerie galleggianti e la morte di innumerevoli persone”. (“Prologo”, “La via di quel che ha da venire”, ed. studio, p. 11).

E’ la terrifica visione della Grande Guerra con cui Jung lotta. Per circa due ore non l’abbandona; ritorna più intensamente dopo due settimane al punto da fargli pensare che la sua mente si sia ammalata. Folle l’evento che incombe sul destino dell’Europa. Un mare di sangue ricopre i paesi nordici: com’era possibile, si chiede quasi incredulo, lo smarrimento di quanto è umano nell’uomo? Le visioni devastanti lo turbano ed egli le trascrive, ponendo attenzione ai segni che gli si stampano sulla retina. Il resoconto è dettagliato:

Nel 1914, all’inizio e alla fine del mese di giugno, e all’inizio di luglio, feci per tre volte il medesimo sogno. Ero in terra straniera, e all’improvviso, di notte e proprio in piena estate, dagli spazi siderali era calato un freddo inspiegabile e mostruoso, tutti i mari e i fiumi ne erano rimasti ghiacciati, e gelata era ogni forma di vegetazione”(Ivi, p. 12).

Simile al primo, è il secondo sogno. In entrambi, Jung si trova in un paese sconosciuto; il terzo, da lui avuto agli inizi di luglio, lo impressiona di più:

Illustrazione tratta da “Il libro rosso” di C.G. Jung

Mi trovavo in una remota regione inglese. Era necessario che tornassi in patria il più in fretta possibile con una nave veloce. Arrivavo in fretta a casa. In patria trovavo che in piena estate era calato dagli spazi siderali un freddo mostruoso che aveva congelato ogni forma di vita. Lì c’era un albero fronzuto, ma privo di frutti, le cui foglie si erano trasformate, per effetto del gelo, in dolci grappoli, colmi di un succo salutare. Io li coglievo e li offrivo a una grande folla in attesa. Nella realtà stava succedendo questo. Nel periodo in cui scoppiò la Grande Guerra tra i popoli europei mi trovavo in Scozia, costretto dalla guerra decisi di ritornare in patria con la nave più veloce e per la rotta più breve. Trovai il freddo polare, che aveva fatto gelare ogni cosa, trovai l’alluvione, il mare di sangue, e ritrovai anche il mio albero privo di frutti, le cui foglie il gelo aveva trasformato in rimedio salutare. E io colgo i frutti maturi e li offro a voi senza sapere che cosa vi dono, quale agrodolce e inebriante pozione, che vi lascia un sapore di sangue sulla lingua”. (Ivi, pp. 12-13).

La solitudine si dilata all’infinito, l’assale con un gelido brivido. E’ la notte del 1914: eventi luttuosi stanno per arrivare nella tenebra che cancella la luce del mondo. Ad evidenziarsi è l’interazione dell’io personale con la storia. Il lettore de “Il libro Rosso” scopre infatti un atteggiamento transpersonale: Jung partecipa al dramma del conflitto bellico, lo vive radicalmente e l’anticipa, interagendo con l’irrazionalità della storia; sente il suo Io contorcersi nel dolore per il carico dei morti gravante su di lui. E’ lo spirito del profondo, da lui percepito a seguito della visione dell’alluvione, a suggerirgli che la guerra è l’espressione di un diverbio interiore che si scatena esteriormente. Il male psichico non è altro che una resistenza al principio di individuazione: comprendere la propria ombra personale e interiorizzarla evita che essa si esteriorizzi con conseguenze maligne sulla collettività. Gli uomini vivono grandi lacerazioni interne fino ad uccidersi reciprocamente. E’ il conflitto individuale ad essere la causa della sventura esterna. L’arrovella il prevalere del demone sanguinario; il monito è deciso: l’uomo assassina una parte della sua vita quando uccide il suo prossimo. Sicché, Jung viene invaso dal mistero dell’autosacrificio: vuole diventare “Cristo”, riconoscendo nella forza dell’amore il più alto del piacere. Il riferimento agli eventi della prima guerra mondiale ritorna nel cap. V del “Liber primus”. L’atto d’accusa è spietato. La colpa è collettiva, giacché tutti prendono parte all’assassinio senza comprendere che il nemico da sopprimere è in se stessi. Con accenti profetici egli scrive:

Illustrazione tratta da “Il libro rosso” di C. G. Jung

Tutti voi prendete parte all’assassinio (…). Ma chi uccidono gli uomini? Uccidono i nobili, i valorosi, gli eroi. Dovrebbero sacrificare l’eroe presente in loro stessi e, poiché non lo sanno, uccidono i propri fratelli valorosi. A costoro mirano, ignorando che in essi intendono colpire se medesimi. Dovrebbero sacrificare l’eroe presente in se stessi e, poiché non lo sanno, uccidono i propri fratelli valorosi. I tempi non saranno maturi fin quando sarà possibile uccidere il fratello invece di se stessi. Deve accadere qualcosa di terribile perché gli uomini maturino. Ma non v’è altro modo perché l’uomo maturi. Perciò tutto quello che avviene in questi giorni deve succedere, affinché possa giungere il rinnovamento (…). Quello che i destini dei popoli rappresentano nella realtà concreta accadrà nei vostri cuori. Se in voi verrà ucciso l’eroe, allora sorgerà per voi il sole del profondo, che risplende da un luogo remoto e ancora ignoto”. (“Viaggio infernale nel futuro”, p. 41).

Fino a quando ogni eroismo non sarà spento, è l’abisso ad essere avido di beni. Jung, può allora parlare del non-potere che esige la sua quota di vita per fare apprezzare le più piccole cose, nonché la saggia moderazione richiesta dalle massime altezze. Se per lo spirito del tempo il non-potere è una perdita rispetto al potere, per lo spirito del profondo è invece un guadagno, non di beni esteriori, ma per il perfezionamento interno:

Il non-potere comunque esiste. Nessuno dovrà negarlo, criticarlo o zittirlo con le proprie grida”. (Ivi, p. 44).

L’atteggiamento non è quello dell’ascesi che si fonda sul rifiuto del mondo; il testo invita al recupero del vincolo fra realtà oggettiva e soggettiva. Nante spiega che Jung aveva già capito l’errore di Nietzsche consistente “nell’incapacità di mantenere un legame con la realtà sociale; questi si era perso e non era stato capace di tornare in superficie e mescolarla alla profondità”. (B. Nante, Guida alla lettura del libro rosso di C. G. Jung, op. cit., p. 221). Nietzsche si era identificato con il suo pensiero; non aveva integrato le scissioni della sua psiche, smarrendosi così nella psicosi. La posizione di Jung è invece molto attenta al sociale: egli non perde di vista il senso della responsabilità collettiva. La soluzione è quella di sacrificare, uccidendolo, tutto quello che nell’uomo è eroico:

L’eroe vuole intraprendere tutto ciò che gli è possibile. L’anonimo spirito del profondo invece fa emergere tutto ciò che l’uomo non può fare (…). Chi impara a convivere con il proprio non-potere ha appreso molto”. (Ivi, p. 43).

Federico Guastella

21 gennaio 2018

Note su “Il libro rosso” di C. G. Jung

di  Federico Guastella

Carl Gustav Jung

Ci furono anni inquieti per il nostro psicoanalista. Già nel 1912 aveva pubblicato I simboli della trasformazione, segnando nella seconda parte notevoli divergenze con Freud fino all’interruzione brusca della scambio epistolare e alle dimissioni dalla direzione della rivista dell’associazione psicoanalitica. Nell’ottobre del 1913 Jung ruppe i rapporti con questi ed entrò in crisi fino a dimettersi, nell’aprile del 1914, da presidente di detta Associazione internazionale, cominciando a intraprendere un particolare tipo di viaggio: quello del rapporto con l’inconscio che, protraendosi fino al 1930, risulta trascritto nel “Il libro rosso”: opera “sorprendente” e “inclassificabile” per Nante, il quale esclude che possa rientrare in qualche genere letterario. Per l’acuto studioso, essa è piuttosto paragonabile “alle grandi narrazioni profetiche o mitiche del passato più remoto”. Poi aggiunge:

“Nondimeno l’opera esprime il vissuto e la voce di un uomo del nostro tempo, eco della voce del profondo, che trasmette una nuova comprensione di sé in risposta al disorientamento dell’uomo contemporaneo 1 ”.

Il volume, salutato dal New York Times Magazine come “Il Santo Graal dell’inconscio”, è rilegato in pelle rossa, trascritto in caratteri gotici, ornato di fregi e disegni sul modello dei manoscritti medievali, nonché corredato da dipinti mandala2.   

Ecco come Jung ne ha descritto il lavoro di stesura:

“Annotai le mie fantasie come meglio potevo, e feci un serio sforzo per analizzare le condizioni psichiche in cui erano sorte; ma mi riuscì di farlo solo con un linguaggio approssimativo. Per prima cosa esponevo le fantasie come le avevo osservate, di solito con un “linguaggio elevato”, perché questo corrisponde allo stile degli archetipi. Gli archetipi parlano un linguaggio patetico e persino ampolloso. E’ uno stile che mi riesce fastidioso e mi dà ai nervi, come quando qualcuno sfrega le unghie su un intonaco o il coltello su un piatto” ( in Ricordi, sogni, riflessioni).

Tormentato da «un flusso incessante» di visioni e di voci esistenti nella sua psiche, egli prese appunti per oltre 16 anni, via via rielaborati per comporre questo originalissimo libro che inquieta e coinvolge: “presagio numinoso”, lavoro immane in cui c’è il nucleo della sua futura attività specialistica; “diario intimo”, o “giornale di bordo” d’una personalissima navigazione che conduce all’individuazione del Sé passando attraverso la sofferenza.

Sonu Shamdasani osserva che, intraprendendo un’esplorazione del proprio inconscio, Jung ha applicato a se stesso la tecnica dell’autosperimentazione, impiegata all’epoca sia in medicina che in psicologia. Sicché, l’analisi dei suoi processi psichici inconsci lo portò ad annotare ogni particolare con cura, superando notevoli resistenze. Il procedimento consisteva nell’evocare di proposito una fantasia in stato di veglia, per poi addentrarsi in essa come se si trattasse di una rappresentazione teatrale3”.

Forse a costituire il maggior pregio dell’opera sono le visioni che, spontaneamente generate, esprimono un mondo di incantesimi, dove si muovono personaggi fantastici. Spesso è difficile coglierne il senso, ma ciò che suggestiona è l’amabilissima e intrigante capacità descrittiva tale da fare rivivere magie e simboli che fanno da tramite fra la sua e la nostra psiche, indirettamente sollecitata a sperimentare il proprio mondo e a recuperare il proprio mito: il senso della propria esistenza, a dirla con Nante. Come per il mito, è l’intimo sentire, la cui qualità è intuitiva e non discorsiva, incantatoria e non freddamente logica e argomentativa, ad affascinare. Il procedimento immaginifico, rimasto a lungo ai margini della cultura in nome di un esasperato razionalismo, diventava così un percorso privilegiato sulla vicenda esistenziale. Per Jung era importante far fluire i contenuti dell’inconscio senza ricercarne una spiegazione che avrebbe potuto tradirli; meglio allora accontentarsi delle sensazioni interne che valgono più delle interpretazioni.

L’immagine della spiaggia utilizzata da R. Mercurio nel suo intervento a un seminario, a “Temenos”, sul “Libro Rosso”, ripreso nella rivista “Babele”4, costituisce un eccellente sfondo  entro cui inserire le molteplici sfaccettature del viaggio junghiano. Poiché la metafora affascina per la succosa significatività e per finezza espositiva, è opportuno tentare di esporla.

   In una spiaggia immaginale, da una sponda si scorge la terra ferma, la solidità, la logica, la coerenza, l’affermazione dell’io, la concretezza di tutta la realtà che ci circonda (cioè, lo spirito del tempo). Dall’altra sponda, c’è il mare: la fluidità, la fantasia, l’irrazionale, la necessità di abbandonare il solito atteggiamento dell’Io e di lasciarsi andare col rischio di rimanere in balia dalle correnti e di essere portati via dalle onde.

    La spiaggia, dunque: territorio mediano tra solidità e fluidità, tant’è che  partecipa alla vita delle due sponde senza essere nell’una e nell’altra. La sabbia ha una solidità non proprio solida: una solidità “sui generis”, speciale e psicologica:

“Essa nasce e cresce nella coscienza quando questa è a contatto in modo consapevole e fiducioso con l’inconscio”.

In sostanza, la spiaggia è vista come la metafora di un atteggiamento psicologico flessibilmente scorrevole che non abbandona il legame con la concretezza della terra ferma: Un ottimo osservatorio, un ottimo territorio simbolico, l’angolazione migliore perché “il liquido e il solido si incontrano qui e si compenetrano”. In tale ottica, la logica e la fantasia si amalgamano in un fecondo interscambio:

“Jung sa di non potere restare aggrappato alla terra ferma, limitandosi ad interpretare con distacco nei riguardi di chi, con presunzione e con arroganza, pensa di sapere tutto e di avere la scienza dalla sua parte. Questi elementi, quelle presenze nel suo inconscio esigevano di più (…). Meritavano un’accoglienza attenta e prudente (…). Jung si è avvicinato al mare, ha affrontato le onde e ha corso i suoi rischi; facendo questo egli ha trovato una nuova base, un nuovo asse portante della sua personalità. E allo sesso tempo ha aperto per tutti noi una nuova “prospettiva psicologica”.

Siamo nell’integrazione di “Logos” e di “Eros” da cui si genera, scrive Mercurio, una diversa e altra prospettiva “di intendere la psiche con ciò che vive e nel modo di relazionarsi con ciò che vive e che si fa sentire dentro di noi”.

Nella «Nota alla traduzione» italiana (Bollati Boringhieri, prima edizione studio novembre 2012, Torino), Anna Massimello e Giulio Schiavoni (ai traduttori va aggiunto Giovanni Sorge) ricordano come Jung avesse dichiarato di prediligere uno stile «equivoco e ambiguo», ricco di sottintesi, evocativo, più «letterario che scientifico», «per rendere giustizia alla natura della psiche». Hanno altresì evidenziato la compresenza di almeno tre registri espressivi, tenuti insieme dalla sua feconda esperienza: quello letterale-narrativo, quello di commento analitico-concettuale e quello mantico-profetico, da intendersi, facendo tesoro delle indicazioni fornite da Platone nel Fedro, come capacità divinatoria dell’anima oltre le facoltà razionali. I riferimenti colti, impliciti ed espliciti, sovrabbondano: sono evidenti quelli dello “Zarathustra” di Nietzsche, del “Faust” di Goethe, nonché della “Commedia” di Dante. Forte è la coloritura religiosa, biblica, gnostica, cabalistica, ma anche orientale, hindu e buddhista. Sono queste le ascendenze cui fa riferimento anche Paulo Barone nella sua accurata recensione (21 novembre 2010, “Il Manifesto”), dove specificamente definisce il Libro Rosso testo “multimediale”5 e “multiculturale ante litteram”, nonché atto a contenere “tutte le linee guida della psicologia analitica junghiana, la parte consistente del suo metodo” come accoglienza di “immagini originarie”, come urgenza “di trovare un’alternativa inconscia al tempo presente, ormai precipitato in un vicolo cieco”.

Federico Guastella

11 gennaio 2018

Note:

1. B. Nante, Guida alla lettura del Libro rosso di C. G. Jung, Bollati Boringhieri, Torino, 2010, p. 25.

2. Si potrebbe dire che “Il Libro rosso” custodisca il segreto interiore di Jung da lui espresso anche con immagini mandaliche che compendiano il suo percorso di autorealizzazione dell’inconscio». Una storia, dunque, che procede nel duplice registro dell’immagine e della parola come autopoiesi della psiche. Sono i mandala che, raffigurando i suoi processi, illustrano in maniera incisiva la specifica concezione che egli aveva dell’immagine. Il mandala, che significa cerchio, ha forma circolare a simmetria quadrata con evidenziazione del centro. Ci si può riferire ad un archetipo ordinatore e dinamico presente nella realtà; è l’archetipo che in ogni cultura mitologica esprime la potenza demiurgica a trarre il “kosmos” (ordine) dal “Chaos” (disordine). Come tale, il mandala compensa il disordine e la confusione dello stato psichico attraverso il costituirsi di un punto centrale. Nasce da questa convinzione il suo valore  che si sostanzia di alcuni elementi costitutivi, tra cui: la circonferenza, il centro, nonché la struttura quadrangolare che perimetra l’insieme. La circonferenza delimita, abbraccia, circoscrive; il centro accentra, irradia, unifica; l’impianto quadrangolare orienta, stabilizza, consolida. Il mandala si presenta, dunque, come un’immagine sovra-stratificata che ha in sé proprietà figurative, fisiche e psichiche; nel contempo è una realtà simbolica che colloca l’individuo in un mondo unitario, nell’ “unus mundus”. Varia la molteplicità di mandala, tipicamente occidentali, che costellano la vita psichica; ne sono esempi i rosoni, gli orologi, le monete classiche, figure antiche tracciate sulle carte da gioco e fenomeni recenti impressi nei campi di grano (“Crop circe”). Sono immagini che «compensano il disordine e la confusione dello stato psichico» individuale e collettivo anzitutto attraverso l’azione delimitante della circonferenza. In tale ottica, l’associazione tra il cerchio divino di cui parla Agostino (“Deus est circulus cuius centrum est ubique, peripheria vere nusquam” – “Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è in nessun luogo”) è ineludibile. Claudio Widmann ha scritto:”Come il Dio di Agostino, anche il Sé è totalità psichica che sfugge a qualunque delimitazione e centro gravitazionale che si precisa in ogni manifestazione contingente.  Combinando il diverso con l’identico e il molteplice con l’unico, esso costituisce la matrice archetipica dell’individualità e in questo senso è il centro intimo e immutabile che alimenta le percezioni di continuità, stabilità e permanenza che sono alla base di ogni percezione di sé (Claudio Widmann, in rivista “Babele”, n.10 del 201, p. 19-26).

3. S. Shamdasani, Introduzione a IL libro rosso di C. G. Jung, Bollati Boringhieri, Torino, ediz. studio, 2009, p. XXXI-LII. Ivi, p. XXXVII.                                                                  

4. n. 10 – giugno 2011 – pp. 7-9.

5. In linea di massima, ogni capitolo sia del Liber primus che del Liber secundus è introdotto da un’immagine che, disegnata dallo stesso Jung, risponde all’esigenza di immettere in un contesto simbolico dalle più ampie e possibili interpretazioni. Rilevante l’apporto di Nante che opera una classificazione e dà una descrizione delle principali immagini unitamente a informazioni che ne facilitino la comprensione (Nante, Guida alla lettura del libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., pp. 182-187).

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L’imbroglio ecologico

di Cosimo Alberto Russo

 

Dario Paccino, in una foto del 1985 tratta da: http://scaloni.it/popinga

“L’imbroglio ecologico” era il titolo di un saggio pubblicato da Dario Paccino nel 1972; Dario Paccino era innanzitutto un grande uomo di cultura, giornalista professionista dal 1940, autore di numerosi saggi, che aveva colto in pieno le ripercussioni delle nascenti teorie ecologiste sul modello sociale, ma ancor più aveva visto come queste teorie venissero svuotate ed adattate a vantaggio del sistema esistente. All’epoca il suo saggio segnò ulteriormente la distanza tra ecologismo e marxismo, sottolineando in realtà una contrapposizione tra ideologie con presupposti culturali decisamente diversi: da un lato l’ecocentrismo, dall’altro l’antropocentrismo.

Oggi che le ideologie hanno perso quota e si ha un approccio ai problemi forse più legato al “buon senso” (nei casi migliori) o all’utilitarismo strumentale senza remore (nella maggior parte delle situazioni), si può ripensare ai temi dell’ambiente e dell’ecologia in termini più oggettivi (se si utilizza il buon senso…).

Il tema dell’ambiente entra prepotentemente nelle agende politico – socio – economiche di tutti i governi, nonostante si tenti continuamente di nasconderlo ed accantonarlo sperando che tocchi alle generazioni future occuparsene; lo stesso tema è anche molto lontano dal pensiero e dalle esigenze delle popolazioni “benestanti”, sia perché non ha ancora colpito il loro benessere, sia perché una continua e profonda azione di convincimento culturale le ha portate ad un progressivo rapido allontanamento dai valori legati all’ambiente (esempio, il mare: non è più importante che sia pulito, silenzioso, “spirituale”; ciò che conta è che sia occasione di svago simile a quello cittadino, quindi affollato, “riempito” dalla musica, consumistico…al limite non importa più neanche che ci sia, il mare).

Appare evidente, quindi, che il tentativo del sistema socio economico è quello di svuotare di significato i problemi  legati al degrado ambientale ed anzi utilizzarli per il mantenimento stesso del sistema, convincendo la gente (che non aspetta altro…) che i problemi ci sono, ma si risolvono senza dover cambiare nulla del proprio stile di vita.

Poiché è più importante dare indicazioni ed esempi chiari e dettagliati, piuttosto che trattare argomenti generici, pur teoricamente necessari, verranno elencati pochi ed esemplificativi casi di “imbroglio ecologico”.

foto da http://www.grillonews.com/content/view/115/6

Il primo riguarda proprio il mare. Come vengono indicate le zone balneari (termine già “raccapricciante” – il mare è solo strumento di balneazione) cosiddette “pulite”? Con le Bandiere blu! Chiunque abbia mantenuto un minimo di consapevolezza, leggendo l’elenco delle bandiere blu non si sognerebbe mai di considerare quelle zone come le più attraenti dal punto di vista naturale. Ed infatti la “bandiera blu” non tiene conto dell’integrità naturale del luogo, ma di ben altri parametri (servizi fruibili – cioè possibilità di consumare facilmente, senza dover  “faticare”, la merce in questione, cioè il mare). Così troviamo la bandiera blu assegnata a Pozzallo…

Al di là dell’imbroglio ecologico, è ancor più grave l’inganno culturale, che ci spinge ad accettare e riconoscersi nel ruolo di semplici consumatori anche di ciò che merce non è, o non dovrebbe essere.

E che dire dei “pacchetti” di turismo ecologico, interpretato come una attività equa e responsabile, proposti sempre più spesso dalle agenzie di viaggio? In realtà si tratta solo di un escamotage per aiutare un settore (quello del turismo di massa) che calamita giustamente critiche sempre più pesanti dai settori meno legati all’economia turistica. L’aiuto allo sviluppo dei paesi visitati è un falso alibi: a parte che solo una minima quota del costo del viaggio va al paese ospitante, si contribuisce alla corruzione della cultura e del tessuto sociale delle popolazioni visitate; inoltre, anche gli ambienti naturali soggetti a “turismo” non possono non subire un progressivo degrado.

Andando a toccare argomenti più “pesanti” dal punto di vista del modello di sviluppo in auge, e quindi sempre più mistificati, parliamo del MITO del secolo XX: l’automobile. Qui la truffa non ha limiti, né di tempo né di quantità di raggirati. L’automobile è tra i principali responsabili delle catastrofi ambientali prossime annunciate e dell’aumento esponenziale delle malattie respiratorie nei centri urbani (soprattutto per i bambini). Questo suo potenziale tossico e negativo viene utilizzato costantemente per spingere i consumatori (noi tutti) ad aggiornare periodicamente il parco auto, in modo da permettere ad un’industria (altrimenti agonizzante) di rimanere florida. Perché comprare un’auto nuova? Visto che non è più sufficiente (dati i costi del prodotto da vendere) il battage pubblicitario, si ricorre alla coercizione: se non si ha l’ultimo modello non si circola nei giorni di chiusura al traffico, addirittura non si circola in certe aree e così via.

                                                                                               foto   da: http://www.ilblogdeimotori.com

Stesso discorso è stato fatto con l’introduzione delle marmitte catalitiche (ricordate? Ci dicevano che così si sarebbero risolti i problemi legati alla qualità dell’aria, e infatti sono aumentati notevolmente gli inquinanti cancerogeni (benzene, idrocarburi policiclici aromatici) però effettivamente il piombo non c’è più (solo che il piombo era sì velenoso, ma non cancerogeno). Insomma, euro 4 inquina meno di euro 3 e così via, nessuno dice che bruciare combustibili fossili inquina sempre e comunque, e quindi…

foto da http://altrenotizie.org/alt/images/news/nucle.jpg

Procediamo nella scalata ai temi più importanti per il sistema economico e arriviamo alla questione energetica e, tema attualissimo, alle centrali nucleari. Su questa tema la mistificazione ha raggiunto livelli ammirevoli (e aberranti): dopo anni di bombardamento mediatico sul riscaldamento globale, la dipendenza dal petrolio e l’innocuità delle nuove centrali nucleari si è arrivati alla stoccata finale: le centrali nucleari si devono fare! Non ci sono alternative. E una popolazione stanca, distratta e (diciamolo) in gran parte ignorante è pronta a comprare il prodotto; comprare è la parola giusta, dato che le centrali si costruiranno con i nostri soldi! Ma dov’è “l’imbroglio”? I problemi relativi allo smaltimento delle scorie radioattive sono sempre irrisolti, le centrali nucleari utilizzano uranio (che l’Italia non ha, quindi la dipendenza dal petrolio diviene dipendenza dall’uranio) e, soprattutto, 4-5 centrali nucleari produrrebbero (tra 15 anni, se va bene) non più del 10% del fabbisogno energetico italiano.

In compenso pagheremo vagonate di soldi ai soliti “amici degli amici” per progetti e (forse) realizzazioni. Forse, perché il sospetto che ciò che conti è pagare i progetti (il ponte sullo Stretto insegna) senza poi procedere con la realizzazione è molto forte. Con pari investimenti si potrebbero dotare gran parte delle abitazioni, fuori dai centri storici, di pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua; si avrebbe un risparmio superiore al citato 10% dei consumi previsti, non si creerebbero grossi problemi ambientali (e di ordine pubblico…) ma, questo è vero, le vagonate di soldi cambierebbero binari… ”                                   

 Ecologia”, foto di Danilo Prudêncio  Silva tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Ecologia.jp

Giungiamo infine alla summa di tutti gli “imbrogli ecologici”: lo sviluppo sostenibile. Tutti i movimenti ambientalisti, i partiti più o meno verdi e, oramai, persino i partiti di governo ripetono ai quattro venti che occorre attuare lo sviluppo sostenibile. Quale inganno! Sviluppo equivale, nel lessico politico e comune, a sviluppo economico; come si può pensare ad uno sviluppo ulteriore, che non avrebbe mai fine (pena lo spettro della recessione), utilizzando risorse finite? Senza contare i popoli che questo sviluppo lo hanno da poco iniziato o ancora lo devono iniziare. Le tecnologie sempre più sofisticate e meno inquinanti non attenuano i danni prodotti da un modello economico basato sul consumismo e sull’esaurimento progressivo delle risorse naturali. Lo sviluppo sostenibile è solo uno slogan
finalizzato a mantenere i profitti e ad evitare il cambiamento delle abitudini, per questo è esattamente ciò che la popolazione vuole sentire: si può continuare così, basta solo qualche piccolo aggiustamento di rotta(come dice Beppe Grillo: “verso la catastrofe con ottimismo”).

 

Omaggio a Nettuno

“Neptune”, tratto da www.occultopedia.com

Alcune poesie di Salvatore Arcidiacono

Dalla raccolta “La linea delle croci”, di Salvatore Arcidiacono, pubblicata recentemente.

IL MONDO A WALSINGHAM *

 

Non vanno più scalzi

i penitenti a Norfolk,

non pregano più

ora che li affannano soltanto

orrore e distruzione.

È scomparsa la stirpe
temeraria

che si legava all’albero

per dirigere la rotta.

L’ulivo e il bove

cedono a corvi e arpie

e trascina sfaceli la corrente

di Eraclito l’oscuro.

Non una chiave schiude
santuari:

s’affloscia lo spinnaker

mentre languono i cutter in
bonaccia.

Né promette più tregua l’arco
d’Iride.

Covoni d’ossa rotolano

trebbiate a Josafat.

Pure, vorrà tornare il mondo
ancora

a Walsingham.

E corvi e arpie a miriadi

vedremo sprofondare negli
abissi.

(*)
Nel Medioevo i marinai andavano scalzi in
pellegrinaggi nel Norfolk, al Santuario di Nostra Signora di Walsingham.
Vedasi Robert Lowell, Il Cimitero dei Quaccheri a Nantucket,
in Poesie, Longanesi, Milano 1972 p. 39.

IL MIO POGGIOLO 

 

S’affaccia sullo Stretto il
mio poggiolo,

riflette il sole del mattino e
il raggio

della
luna. Vi sostano

gabbiani
ad ali chiuse,

ululando
messaggi incomprensibili.

Il mio poggiolo captai miei
pensieri,

consegna all’orizzonte

le fiamme ansiose delle mie
colombe.

 

Dalla raccolta “Solino blu”
(1996):

 GUARDANDO IL MARE

 

Se la terra ha segnali per la
mantica

non è da meno il mare.

Mugoli o mormori

palpiti ha di vivente.

Dio chiamò mare

la selva delle acque

ottima tra le creature.

Guarda il mare

mira nella maestà dell’onda

il Parnaso e l’Elicona

osserva l’infido mutamento

del suo flusso

e rammenta

che solo se hai cose di
maschio

tu potrai misurarti con
Nettuno.

 

ANCHE OGGI

 

Qui, dalla mia torretta

mirando le alte antenne

di Scilla e di Cariddi

le formiche dello Stretto

il reale e l’irreale

odo il vagito del mattino

scorgo la trama delle ombre

dileguarsi soffusa al raggio
d’Helios.
 

E mentre mulina la mente

– anche oggi correranno offese

si imperleranno fronti

invano piaghe attenderanno il
cauterio –

 

sento vicina la mia fosca
amante

unica che non mi ignora

unica a salutarmi.


Dalla raccolta “Il periplo” (1994):

 LO SCOGLIO DI ULISSE 

Nobile sei e incorrotto:

non ti hanno scalfito gorghi e
maree

nulla hanno potuto

gli adescamenti di Saturno

le tentazioni di Venere.

MORTE DEL PESCE SPADA

 Chiesero forza ai vogatori

Dissero all’intinnere: –
attento!

al traffiniere: – è tuo!

Scoccò la fiocina

e un urlo salutò

il fiotto del tuo sangue.

Non ti servì la spada

e fu vano scartare

sui fondali.

Alla tua residua forza

dettero caloma.

“A bordo”, gridò il capo
barca.

Sull’ultima tua scia

Pianse il mare la tua sorte.

Eri venuto per amore e pastura

ma la fame dell’uomo

ti condusse a morte.

 


Salvatore Arcidiacono, nato a Messina nel 1923, laureato in giurisprudenza col massimo dei voti, ha prestato servizio come ufficiale nella Marina militare, dove ha avuto l’onore di conoscere Luigi Rizzo, l’eroe Girolamo Fantoni e di veleggiare con il campione del mondo Straulino. E’ stato dirigente bancario e da lustri svolge attività di poeta e di critico letterario. Ha pubblicato nove raccolte di versi:

– Giri di Bussola,
Umbria Editrice, Perugia 1977.

– Cerchio di sale,
Città Armoniosa, Reggio Emilia, 1979.

– La sofferenza del mare,                                                                                                        Editrice Abbiatense, Abbiategrasso,1982.

– L’onda fusberta,
Editrice Abbiatense, Abbiategrasso, 1982.

– L’abbraccio dell’onda,                                                                                                             Zappia Editore, Sarzana, 1985.

– Il Periplo,
Carlo Mancosu Editore, Roma, 1994.

– Dalla torretta,
Lanterna Editrice, Genova, 1994.

– Solino blu,
Editrice Abbiatense, Abbiategrasso, 1996.

– La linea delle croci,
Edizioni il Meridiano, S. Marco di Castellabate (SA), 2002.


Vincitore di numerosi premi letterari: Funtana di li Rosi (Campofranco, 1980), Lucia (Como, 1982), Campoli Appennino (Campoli, 1985), Città di Fiumicino (Fiumicino, 1987), Arno (Firenze, 1987). È stato tra i selezionati o tra i finalisti dei seguenti premi letterari: Camaiore, Carducci, Ravenna Mare, Viareggio. Sue poesie sono state tradotte in francese, greco e rumeno ed è anche presente in molte antologie. È incluso (unico messinese vivente) nel “Dizionario della Letteratura italiana del Novecento” diretto da Alberto Asor Rosa ed edito da Einaudi, e nel Catalogo internazionale dell’Arte.

Svolge un’intensa attività di poeta e di critico; ha collaborato per trenta anni fra gli altri al quotidiano “Gazzetta del Sud”, e per 15 anni all’ “Osservatore politico letterario”, oltre che al mensile “Il Meridiano” e a numerosi periodici italiani e stranieri, ricevendo consensi da Montale, Caproni, Orsini, Giudacci, Turoldo, Villari.

Sulla sua poesia così si esprime il Dizionario
della Letteratura di Einaudi: “La poesia è dominata dal contrasto
violento tra terra e mare, tra la solarità di una terra desolata e
abbandonata e la nostalgia per il paradiso perduto”
.

 

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Immagini della Sicilia

di Pippo Palazzolo

Viaggio fotografico attraverso alcuni paesaggi delle colline e del mare ibleo

Ragusa Ibla – Sicilia

Ragusa Ibla, vista dal Carmine

veduta sul Largo San Paolo (Ragusa Ibla)

La Torre dell’Orologio (Modica)

scendiamo adesso per le dolci colline iblee…

la campagna ragusana: alberi di carrube

una “massaria” resiste al cemento della città

i muri a secco…

 

 

 

e infine, una passeggiata lungo la costa…

 

il golfo di Sampieri (Scicli)

l’antica fornace Penna, a Sampieri

Torre della Dogana (Marina di Ragusa)

il Faro di Punta Secca (S.Croce Camerina)

onde sugli scogli…

cielo, mare e sabbia…

tramonto sul mare allo Scalo Trapanese (Marina di Ragusa)

pescatori al tramonto

sorge la Luna al tramonto…

 

 

foto di Pippo Palazzolo

 

 

Continua, con la passeggiata nel barocco ibleo:

i balconi e le chiese

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“Andrea Camilleri” di Marco Trainito – recensione di Federico Guastella

recensione del libro di Marco Trainito “Il codice D’Arrigo”, a cura del dott. Federico Guastella

Un ritratto alla siciliana
di Federico Guastella

Agile per la levità della scrittura e complesso per la profondità delle tematiche trattate, il libro di Marco Trainito ANDREA CAMILLERI, sottotitolato Ritratto dello scrittore (Treviso, Anordest 2009, pp. 254), si presenta con una copertina abbellita dalla fotografia recante l’immagine della casa a mare di Montalbano lungo la spiaggia di “Punta Secca”, nel ragusano.

Nel risvolto di copertina risulta così sintetizzato sia la natura che lo scopo dello scritto: “un saggio e un’introduzione generale all’opera di Andrea Camilleri (…) accessibile al pubblico sia dei lettori accaniti del grande scrittore siciliano sia di quelli che ancora non si sono cimentati con le sue opere”. Dedicato al padre Nenè, si compone di una premessa, di tre capitoli ciascuno dei quali, viene suddiviso in quattro paragrafi, nonché di una essenziale bibliografia.

Già nella premessa Trainito fissa alcune ascendenze di Camilleri, tra cui la presenza ineliminabile di Pirandello: il suo insegnamento, afferma il critico, che è entrato “nella carne viva della sua parola, traendo una lezione di metodo, di stile e di poetica”. A partire da questa riflessione, egli poi percorre uno spazio tanto vasto, avvalendosi di numerose letture di libri da cui trarre gli ingredienti necessari alla costruzione della sua interpretazione.

Il capitolo primo, dopo alcune notazioni bio-bibliografiche, individua nel romanzo Un filo di fumo (edito la prima volta da Garzanti nel 1980 e premiato a Gela nel 1981) il nucleo essenziale della produzione di Camilleri: “vero e proprio generatore per le opere degli anni Novanta che hanno dato allo scrittore un clamoroso successo di pubblico”. In maniera chiara e dettagliata, ne riporta la trama e sintetizza il pensiero dei critici più autorevoli, quali Bruno Porcelli e Maria de Las Lieves Muñiz Muñiz.

Il dissenso con Gianni Bonina che, ne Il corso delle cose (1978) aveva visto la genesi del “nascente planisfero camilleriano”è chiaro. A conti fatti, le argomentazioni addotte a sostegno della tesi di Trainito appaiono convincenti. Sia la strategia compositiva adottata (la tecnica della mise en abyme) sia le strutture conoscitive (l’invenzione di Vigàta, nonché la spiccata vocazione socio-antropologica nel contesto post-unitario fin quasi all’avventura dei Fasci Siciliani) e le sonorità segniche (l’invenzione d’una inconfondibile lingua corredata di un glossario, funzionale alla resa espressiva della comunità dei parlanti nativi), sono i motivi che incideranno di più nella stesura delle successive opere. Inoltre, il revisionismo del Risorgimento, documentato da due Commissioni d’Inchiesta, sarà poi ripreso, ad esempio, nei romanzi La bolla di componenda, La stagione della caccia, Il birraio di Preston, La mossa del cavallo… Anche lettere fanno parte dell’apparato documentario del romanzo Un filo di fumo: dato, questo, rinvenibile ne La luna di carta (2005), ne La vampa d’agosto (2006) e ne Il campo del vasaio (2008), dove il commissario Montalbano scrive a se stesso per mettere in ordine le varie tessere delle sue indagini. “L’apice di questa tecnica – annota Trainito – è (…) raggiunto ne La scomparsa di Patò: qui Camilleri, inventandolo quasi interamente, utilizza un dossier che risulta costituito da articoli di giornali, lettere (scritte a mano o dattiloscritte che fanno avanti e indietro da un organo all’altro di polizia), rapporti giornalieri e riservati. Non ci sono capitoli nel libro, la voce dell’io narrante, che si è trasferita nel documento, risulta assente, e viene affidato al lettore il compito della decifrazione e riorganizzazione narrativa del materiale.”

Le corrispondenze individuate tra il glossario presente ne Il filo di fumo e Il gioco della mosca (1995, 1997) sono indubbiamente rilevanti, perché aiutano a ricomporre il puzzle che dà il ritratto dello scrittore di Porto Empedocle.  Al riguardo, Trainito, collocando Il gioco della mosca nel solco delle preferenze socio-antropologiche accordate da Sciascia (Kermesse, 1982 – Occhio di capra, 1984) e da Bufalino ( Museo d’ombre, 1982) alla cosiddetta “scienza certa” di Borges (quella, cioè, degli affetti di cui in maniera indelebile la nostra misura umana si è nutrita), può opportunamente parlare di un “trittico peculiare” per il recupero di espressioni dialettali che
racchiudono “storie cellulari” e si pongono come sintesi di aneddoti ed episodi locali. Siamo così nel linguaggio che segna l’innesto di proverbi, di modi dire, di termini dialettali nel codice nazionale. La lingua mista di cui Camilleri si serve, terragna e sanguigna, esprime con più efficacia i sentimenti e gli stati d’animo dei suoi personaggi, che parlano utilizzando il lessico dell’area geografica di provenienza. Trainito non manca, in proposito, di puntualizzarne la genesi. Attenendosi a quanto dichiarato dal nostro scrittore in Pagine scelte di Luigi Pirandello, egli, da studioso ed esperto di filosofia, può ampliarne il quadro teorico di riferimento e attirare l’attenzione su Gottlob Frege, lo studioso di semantica che elaborava la sua teoria negli anni in cui Pirandello studiava a Bonn. La distinzione pirandelliana tra il “concetto” espresso dalla lingua e il “sentimento” manifestato dal dialetto è quasi identica – scrive il critico – alla differenza fregeana tra “senso” e “rappresentazione”. Da qui bisognerebbe muovere per giungere a tutta “l’analisi pragmatica e antropologica” dei “giochi linguistici” e delle connesse “forme di vita” di Wittgenstein, anche se il commediografo agrigentino, “con qualche decennio d’anticipo”, aveva osservato che un dialetto esprime “particolari usi” e “particolari costumi”.

Vigàta, dunque: spazio immaginario modellato sul territorio reale di Porto Empedocle. “Nessuna” perché inesistente; “una”, in quanto ha una storia; “centomila”, ove si consideri la molteplicità delle sue rappresentazioni diacroniche (dal XVII secolo alla disfatta di Caporetto, dal fascismo a quella della fiction televisiva e della realtà virtuale). E’ a questo punto che Trainito si sofferma su alcuni romanzi, quali La stagione della caccia (1992), La presa di Macallè (2003), Il colore del sole (2007), Maruzza Musumeci (2007): li sintetizza con molta padronanza, li commenta con acume e disinvoltura, ne esplicita con accortezza e accuratezza rapporti intertestuali e intratestuali.

Ne La presa di Macallè, ad esempio, il senso del narrato, è attuale nel clima di smarrimento esistenziale che si sta vivendo. E’ la violenza ad imporsi, a trionfare sull’uso della ragione quando contraddizioni e sopraffazioni ideologiche, risentimenti e barriere etnocentriche, pregiudizi e stereotipi, facendo smarrire ogni certezza etica, trovano ampia risonanza nella mentalità collettiva, di cui il mondo infantile è parte integrante. Il più vulnerabile e il più fragile, appunto per la mancanza di esemplari modelli educativi che fanno perdere al comportamento la corretta direzione civica. Quest’atmosfera Trainito la analizza, la spiega, la racconta, instaurando apprezzabili confronti con Eros e Priapo di Gadda. Vi si incontra in ogni sua considerazione sia una mente coltissima, sia una sottigliezza di sguardo che gli consente di scoprire rapporti che danno l’idea del complesso universo della scrittura.

“Maruzza Musumeci” – egli poi scrive – merita una particolare attenzione”.
Anche a mio parere, l’opera è degna d’una puntuale ricognizione per il taglio favolistico che ci dà un diverso tratto dell’identità di Camilleri, ora rivolto ai miti e alla metafisica del fantastico. La narrazione, pur collocandosi su uno sfondo di ambientazione rusticana, dilata infatti i suoi orientamenti di spazio e di tempo per la magia di certi eventi. I “cunti” a volte scivolano nel surreale, facendo anche pensare alla leggenda di Cola Pesce (il personaggio metà uomo e metà pesce di cui si era occupato Giuseppe Pitrè in un suo pregevole studio), nonché alla novella di Tomasi di Lampedusa La sirena. Riguardo al mondo delle “sirene” sembra opportuno dire che le distinzioni sono notevoli tra le classiche e quelle rappresentate da Camilleri. Nel suo immaginario non sono voraci e distruttive come le perverse maliarde di Omero, ma apprezzano la vita e in qualità di donne ammalianti stanno soltanto tra gli uomini che non amano il mare per condividerne le esperienze terrene, tranne nei momenti in cui si trasformano in sirene per ricongiungersi al proprio passato: quello ancestrale (pensato dalla scuola ionica) della simbiosi della vita con l’acqua marina. La grotta sott’acqua in cui Resina, la Sirenetta, porta per sempre il proprio fratello Cola, studioso di astronomia, rievoca indubbiamente il racconto lampeduseo in cui l’ondina “Lignea”, dalle voluttuose sembianze ferali e divine, si incontra con il grecista La Ciura.
Don Fabrizio, che, nel Gattopardo, dinanzi alla fugacità degli eventi, aveva conosciuto l’astronomia, nei panni di La Ciura verifica ora l’illusione di una fine abbellita dalla presenza di una figura onirica. La bella e snella signora apparsa al principe nel momento dell’agonia viene ritrovata nella sirena per un’eutanasia che gli facilitasse l’inaccettata separazione dalla vita. Diversa, pur nell’identità del contenitore, appare in Camilleri la simbologia della medesima “grotta”: non luogo in cui viene saziata la sete di sonno nirvanico, ma ventre d’una vita generatrice di metamorfosi. Pure diversa, a mio avviso, la reinterpretazione di Maruzza Musumeci rispetto alle “femminote” darrighiane. Lo studioso ha sì percepito l’ineludibile rapporto tra le due realtà, ma ritengo che si sia mantenuto distante da una puntualizzazione sul diverso modo di sentire di entrambe: tanto “arcigne” e “lussuriose” le femminote, quanto votata agli affetti la Maruzza di Camilleri che svolge felicemente la vita in famiglia, dove i componenti sono legati da un grande vincolo.

Il discorso di Trainito, basato su accostamenti e rimandi, si fa decisivo nel cogliere i caratteri di Montalbano. Non manca di evidenziare la suggestione esercitata nell’animo di Camilleri da autori come Georges Simenon, Manuel Vàsquez Montalban, William Faulkner, Dashiell Hammett, Antonio Pizzuto e Joseph Conrad, mentre “nell’immaginaria biblioteca di Vigàta” – egli scrive – “non poteva mancare di certo l’autore de La biblioteca di Babele“. Il nostro critico non resiste, pertanto, alla tentazione di muoversi in un’indagine di estremo rigore scientifico per immettersi nel sentiero che conduce all’evoluzione caratterologica di Montalbano. Il campo d’indagine è l’attenzione rivolta ai suoi mutamenti psicologici: da una personalità estroversa al ripiegamento nell’introspezione e nel monologo con il conseguente deterioramento dei rapporti con le persone che gli stanno vicino (“Livia e Mimì Augello, in particolare”). Attraverso l’esame delle opere più significative, egli ripercorre le tappe di quello che chiama “sdoppiamento del sé” e il fenomeno, con l’uso di un linguaggio desunto dagli apporti della psicoanalisi, viene così commentato: “Montalbano, compiuti i cinquant’anni, comincia a sentire il peso della propria vecchiaia e la sua razionalità stanca tende a deragliare dal principio di realtà e a proiettarsi verso una dimensione surreale e fantasmagorica”.

Come non pensare a La luna di carta, dove il commissario è alle prese con l’irreversibilità del tempo che lo sta destinando alla senescenza?

Quanno viene il jorno della tò morti…”: questo il pensiero improvviso, alle sei del mattino, di Montalbano, ed esso non se ne andava più fino a diventare un vero e proprio chiodo fisso, magari nascosto in qualche angolo del suo cervello per aggallare quanto meno se l’aspettava.

Attenta è la rilevazione della dinamica che sta coinvolgendo il commissario e le osservazioni sono abbastanza calzanti: “Montalbano non ha mai usato appunti, contrariamente ad esempio al tenente Colombo, che non si separa mai dal suo taccuino. Ma ora Montalbano, a causa dell’età, comincia a dimenticare più facilmente. Che fare? (…). La lettera, dunque, diventa lo strumento che la parte più lucida e attenta di Montalbano, raccoltasi in pensosa concentrazione, usa per dare una mano al resto della persona del commissario immersa in mille e stressanti faccende quotidiane e preda di pensieri neri sul declino della vita”. E’ il tema del doppio, dunque, a suggestionare il nostro critico fino a ipotizzare una poliedrica fenomenologia dello sdoppiamento lungo un percorso che alla fine acquista il senso d’una accettazione della propria condizione, come risulta dalla lettera che egli si scrive ne La vampa d’agosto (2006): da un rapporto inizialmente più distaccato e diffidente di sé, il commissario giunge a “un’accresciuta familiarità con l’altro da Sé”.

La mia attenzione va ora rivolta al capitolo finale intitolato “Dalle bolle ai pizzini, lo spirito laico di Camilleri”. Sul piano letterario, il punto di partenza della questione “mafia” viene individuato nella novella di Verga La chiave doro. Trattandosi d’un racconto quasi sconosciuto, Trainito ne riporta il testo, dove è agevole riscontrare la presenza di tutti gli elementi atti a caratterizzare tale fenomeno, tra cui – precisa lo studioso- la “componenda”, cioè “il mettersi d’accordo tra galantuomini”. Proprio su tale accordo verte il romanzo di Camilleri La bolla di componenda.

Tante sono le storie a caratterizzarlo e pongono l’accento sulla connesione tra un tipo di cattolicesimo accomodante e i reati commessi da delinquenti (furto, corruzione, abigeato, falsa testimonianza), nonché da coloro (uomo o donna), che facevano mercimonio del proprio corpo. Nasce da qui il termine “componenda”: “accordo”, “patto non scritto”, “compromesso”. In tal senso, si è espresso Gino Pallotta nel Dizionario storico della mafia (Roma, 1977). Per cui, facendo propria questa definizione, Camilleri può così dirla: forma di tacita transazione in base alla quale si restituisce in parte o tutto il mal tolto, tenendo conto della percentuale dovuta per l’intermediazione, a condizione che venga ritirata la denuncia.

Data l’attualità del libro, tentiamo di seguire, sia pure con una certa libertà, il sommario che ne fa Trainito allo scopo di cogliere alcuni tra i passaggi più significativi.

L’espediente che consente allo scrittore di Porto Empedocle di sviluppare il racconto è dato dal ritrovamento, fra le carte della propria madre, di una “Bolla dei luoghi santi”. Muove da qui la sua scrittura sulle indulgenze, elargite con la vendita di tale bolla da parte dei frati, i quali assicuravano che essa preservava dai pericoli e dalle calamità naturali. La distinzione tra la bolla d’indulgenza e quella di componenda è molto rilevante, pur avendo entrambi parecchi tratti simili nella ritualità con la quale venivano concesse. La prima sortiva l’effetto di smorzare gli incendi o, scrive Consolo in Retablo, di preservare dalle ruberie; la seconda, invece, veniva venduta, fra il giorno di Natale e l’Epifania: vale a dire – annota il nostro scrittore – nei due sensi opposti – il passato e l’avvenire. L’intento stavolta era la discolpa di reati commessi, tranne quello dell’omicidio. L’autorità che la emanava almeno doveva essere un vescovo, mentre, il più delle volte, i parroci, avendo coscienza che questo operato fosse fondato sul male, delegavano il sagrestano all’adempimento dell’ingrato compito. In sostanza, si trattava di un Pactum sceleris, siglato da un tariffario variante a secondo il reato commesso: solo che uno dei contraenti era la più alta spiritualità, la Chiesa. Sicché, nella mentalità popolare il furto non è peccato e non bisogna temerne, anche perché a rubare è lo stesso clero imponendo una tassa, a suo favore, sul delitto: Gli basta – scrive Stocchi – essere certo (stolta ma esiziale ricetta) che non andrà “all’inferno”; e da questa unica paura lo guarentisce l’esempio e l’assoluzione del prete. Il professor Stocchi era studioso impregnato di storicismo positivistico, preside da qualche anno del severo e avanzato Regio Ginnasio “Ciullo” di Alcamo, che s’inserì nei lavori d’una Commissione d’inchiesta con le sue personali indagini, i cui risultati egli comunicava attraverso lettere. Di questa inchiesta parlamentare, datata 1875-1876, Camilleri si occupa per porre in evidenza le omissioni, la genericità delle dichiarazioni che non compromettevano nessuno, il silenzio appositamente voluto per occultare le radici del problema: quello, cioè, riguardante la presenza della mafia. Lo scrittore mostra simpatia per l’opinione del tenente generale Casanova, il quale sosteneva la necessità di creare nell’Isola le condizioni idonee alla nascita del progresso, individuate nell’abolizione dei privilegi e delle influenze nefaste. Egli era arrivato a Palermo il 7 gennaio del 1874 ed era stato interrogato il 12 novembre del 1875: in due anni aveva avuto l’opportunità di formarsi un’esatta idea della complessa realtà isolana, e quando parlava della “bolla”, nutriva il timore dell’incredulità altrui.
Ad essa Giuseppe Stocchi dedica la seconda lettera intitolata La questione sociale – Elemento religioso. Camilleri la trascrive nel capitolo quattordicesimo e la commenta, mettendo in risalto gli aspetti di maggiore rilievo, quale la relazione inscindibile tra religiosità e superstizione del siciliano.

Nel corso della narrazione il lettore si trova dinanzi a un commento, dolce eamaro nel medesimo tempo: che l’uso della bolla di componenda sia scomparso non può che rallegrarmi. Anche se rimane la componenda: la versione laica e in un certo senso addomesticata dell’autentica e originaria bolla di componenda. “Componenda”, dunque, che non si volle applicare nei cosiddetti “anni di piombo”: la bolla (…) ci avrebbe risparmiato, non la scia di sangue certamente, ma la tarantella dei pentimenti, delle dissociazioni, della crisi di coscienza, dei rimorsi, dei distinguo, dei cristiani perdoni. Tutti, assassini o no, innocenti o colpevoli, avremmo goduto di “tranquilla coscienza”. L’epilogo non sfugge all’attualità. Della componenda “laica” è rimasta la legalizzazione degli intrallazzi; in particolare, l’accordo della mafia con la politica, volto ad amalgamare il giusto con l’ingiusto e a rinsaldare i legami fra legalità e illegalità in un patto nascosto di coesistenza. Patto che, tuttavia, non esiste: non c’è un documento scritto che ne parli, perciò esso si riduce ad una “bolla di sapone”, appunto per evitare che rimanga qualsiasi traccia dell’irredimibile compromesso fra il bene e il male.

Uno sguardo d’insieme meritano, infine, gli ultimi due paragrafi del terzo capitolo. Il numero 3., intitolato I pizzini di Provenzano e la mafia clericale, si muove nell’ottica d’una religiosità distorta: quella tipica degli uomini di mafia che, nonostante i loro crimini, credono in Dio e lo pregano. Il moralismo dei buoni costumi non è assente dai biglietti (“pizzini”) che indirizzano ad amici e parenti così come viene invocata la volontà divina con umiltà e atteggiamento di servizio. Per la comprensione di tale curioso fenomeno, i testi di riferimento, specifica Trainito, sono La religiosità di Provenzano (lectio Doctoralis tenuta da Camilleri il 3 maggio 2007 a L’Aquila) e Voi non sapete, l’alfabeto mafioso in sessanta voci uscito presso Mondatori nell’ottobre dello stesso anno. Una cosa che interessa sottolineare, egli specifica, è l’accenno dei mafiosi ai preti definiti “intelligenti”: quelli, cioè, “che non considerano la mafia un peccato e che non di rado sono loro consiglieri e padri spirituali”. La collusione, dunque, tra clero “intelligente”e mafia: “Provenzano, addirittura, teneva, nel suo ultimo covo un vero e proprio arsenale religioso”. La religione al servizio del potere non può che fabbricare un universo di tenebre. Religiosità fatta di coreografia, esteriorità, idolatria e superstizione aveva già notato nel 1945 Sebastiano Aglianò (ricordato da Camilleri sia nella Lectio che in Voi non sapete) in Che cos’è questa Sicilia?, opera doverosamente citata dal nostro studioso, unitamente a La Gita a Tindari, in cui il capomafia don Balduccio Sinagra è assistito da un prete che si fa da tramite tra lui e Montalbano per consegnargli il nipote latitante.

Nel paragrafo 4. le domande poste da Trainito sono inquietanti: “Com’è possibile che si sia creata una convergenza così plateale tra le forze del male e i custodi del messaggio evangelico, tra il diavolo e l’acqua santa? E’ il diavolo che è davvero e per natura un portatore di luce o è l’acqua santa che è avvelenata nel pozzo?”

La risposta egli la trova in uno scritto di Sciascia e nel lavoro di Borges Evaristo Carriego. Riporta brani di entrambi, li commenta attraverso il filtro del Don Chisciotte, trova rispondenze tra il modo di sentire degli argentini e dei siciliani intorno allo Stato e alle sue leggi e pone in evidenza che la logica “non è dissimile da quella che Camilleri prima mette in bocca a Balduccio Sinagra e poi vede incarnata nella religiosità di Provenzano”. La spiegazione data da Trainito appare però unilaterale e di parte (la credenza in un ordine divino superiore e trascendente che si connette con la svalutazione delle leggi di uno Stato di diritto, nonché della giustizia), ma non c’è dubbio che il clero (in maggioranza o minoranza, non importa) si sia reso e si rende responsabile di connivenze di comodo, contrastanti con l’autenticità del messaggio cristiano. Come a dire che la “componenda”, a prescindere dagli interlocutori (politici, affaristi o religiosi che siano) sta sempre in agguato, pronta ad essere siglata all’insegna di avidi interessi che legittimano il crimine a danno alla comunità.

Marco Trainito

La conclusione del mio itinerario è ormai evidente. Il titolo dato da Trainito al suo libro, posso ora dirlo, appare riduttivo rispetto alla profondità della ricerca e documentazione, delle considerazioni (condivisibili o meno) e dei riferimenti ampiamente colti che denotano il possesso di poderose attrezzature mentali. Dal ritratto che egli fa di Camilleri, oltre a spiccare   l’invenzione di diversi generi letterari, si ricava l’attualità dello scrittore: l’impegno etico e della responsabilità che si staglia in un’esperienza plurilinguistica che va dalla tradizione realistica (dalla colonna infame di Manzoni) al documento sociologico di Leonardo Sciascia) alla favola onirica e tragicomica (dal realismo magico di Marquèz all’ironia divertita di Bufalino), alle scelte stilistiche. Tutto questo, in definitiva, dà la misura d’una spiccata coscienza critica e d’una ricerca della verità, al di là di pregiudizi e stereotipi, del tutto demistificati.

Federico Guastella

giugno 2010


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Cultura e musica Rom a Ragusa: spettacolo di Alexian e il suo Gruppo


I “Rom”: un popolo privato dei diritti fondamentali

Alexian Santino Spinelli

di Pippo Palazzolo

L’11 dicembre scorso, promossa dal Gruppo 228 di Ragusa di Amnesty International, con la collaborazione del Centro di Educazione alla Pace, dell’’Associazione A.s.tr.um., della rivista “Le Ali di Ermes”, dell’Assessorato alla Pace del Comune di Ragusa e del Centro Servizi Culturali di Ragusa, si è svolta un’iniziativa tendente a sensibilizzare l’opinione pubblica su una realtà ancora coperta da troppi pregiudizi: quella del popolo “Rom”. Il musicista Alexian Santino Spinelli e il suo gruppo, si sono esibiti in un applauditissimo spettacolo di cultura e musica “Rom”, presso l’Auditorium dell’I.T.I.S. “E. Majorana” di Ragusa.

Danilo Gallo (contrabbasso), “Arduinia”Alessandra La Spada (percussioni e danza), “Alexian”Spinelli (fisarmonica e canto), Andrea Castelfranato (chitarra).

 

“Arduinia” Alessandra Spada

La scelta di organizzare questo spettacolo, in occasione del 56°  anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è nata dall’idea di abbinare un momento spettacolare e piacevole, di ascolto di un genere musicale etnico, la musica “rom”, con un momento di riflessione sui pregiudizi e le costanti violazioni dei diritti umani di un popolo che, in Italia, conta circa 80.000 persone: i “romaní”, a volte impropriamente chiamati “zingari”, “nomadi” o “gitani” (termini che hanno connotazioni spregiative e razzistiche).

Alexian Santino Spinelli ha al suo attivo un’ampia produzione musicale e letteraria; oltre ad essere un valente musicista, docente di Lingua e cultura “romaní” all’Università di Trieste. Nel suo spettacolo, coadiuvato da artisti di grante talento, quali “Arduinia” Alessandra  La Spada (percussioni e danza), Andrea Castelfranato (chitarra) e Danilo Gallo (contrabbasso), è riuscito pienamente a coinvolgere il pubblico, facendolo immergere nelle magiche atmosfere degli accampamenti “rom”, in una vera e propria festa fatta di musiche e danze esotiche, suggestive e commoventi, intessute di una narrazione semplice ed efficace della storia del popolo “romaní”, facendolo conoscere al di là dei più diffusi pregiudizi.

La popolazione “romaní”, di origine indo-ariana, comprende i romi sinti, i kale, i manouches e i romanichals.
Essi sono presenti in Italia a partire dal 1400 circa. Le persecuzioni subite da questo popolo sono costanti e risalgono già al loro primo apparire in Europa, a seguito della diaspora determinata, intorno all’XI secolo, dall’espansione islamica in India. Non si sa quanti siano stati i “romaní” impiccati, bruciati e torturati con l’accusa di stregoneria in Europa, sicuramente molti.
Eppure, nella società contadina medievale, avevano un loro ruolo: lavoravano i metalli, allevavano e vendevano cavalli, suonavano nelle feste e fiere paesane. Le persecuzioni verso di loro raggiunsero il culmine con lo sterminio nazista di circa 500.000 gitani. A differenza di altri popoli, però, essi non vennero nemmeno ammessi come testimoni al processo di Norimberga e non vennero loro pagati i danni di guerra.

Un altro momento della danza di “Arduinia”

Ma qual è il motivo di tanta discriminazione? Probabilmente è il loro spirito libero, il non voler mettere radici in nessun posto, l’essere apolidi, che disorienta i tranquilli cittadini, scardina il loro bisogno di “sicurezza”, “punti fermi”, “ordine”, “leggi”. Il loro “nomadismo”, tuttavia, è un diritto contenuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948 e ripreso dalla nostra Costituzione, oltre che dallo stesso Consiglio d’Europa, che ha affermato che deve essere facilitato il loro insediamento in abitazioni appropriate, per chi lo desideri. La cultura “romaní”, antica e ricca, merita rispetto e il popolo Rom deve godere di tutti i diritti umani, così come ogni altro popolo.

Pippo Palazzolo

Dicembre 2004

Nota: per ricostruire il clima festoso della serata, vi invitiamo ad ascoltare un brano musicale di Alexian e il suo Gruppo, tratto dall’album “Gjiem Gijem”, “La Danza del Fuoco”, cliccando qui La Danza del Fuoco (nota: è un file wma di 2,69 Mb, abbiate pazienza…!).

Ulteriori informazioni sulla cultura ROM e su
Alexian Santino Spinello, nel sito www.alexian.it 

Amnesty International, presente in tutto il mondo con oltre un milione di soci, lotta in difesa dei diritti umani, con la semplice ma efficace arma della denuncia e della pressione dell’opinione pubblica contro i responsabili delle violazioni. Dal 1998 un Gruppo di Amnesty International è presente anche a Ragusa. 

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Il mare quantico

Premessa: Negli ultimi tempi le teorie della fisica quantistica vengono utilizzate, più o meno a proposito, per dare consistenza scientifica ad altre discipline, dai contenuti molto meno scientifici. Con la seguente riflessione del prof. Cosimo Alberto Russo, vogliamo aprire un dibattito sull’argomento. Pertanto invitiamo i lettori ad intervenire, inviando alla redazione le loro opinioni. Infine, di seguito all’articolo, pubblichiamo due poesie di Marco De Gemmis, ispirate da tale riflessione. Buona lettura!   (p.p.)

Il mare quantico

di Cosimo Alberto Russo

   

Sulla base delle teorie termodinamiche, cioè della scienza che studia le trasformazioni energetiche, si ipotizza che ogni reazione/trasformazione spontanea del mondo fenomenico avviene solo se vi è una diminuzione dell’energia posseduta dal sistema; questa diminuzione energetica (a carico dell’energia “libera” del sistema) corrisponde ad un aumento dell’entropia del sistema stesso, ovvero del suo disordine. Si può dire quindi che l’universo tenda ad una situazione di minima energia e massimo disordine.

Si pensi ad un organismo vivente, procedendo verso la morte si assiste ad un progressivo aumento del disordine cellulare e ad una corrispondente diminuzione di energia; nel momento della morte inizia un processo di disgregazione che porta gli atomi che componevano l’organismo a distribuirsi casualmente e disordinatamente nello spazio.

Ovviamente l’energia non si distrugge, semplicemente si trasforma in forme meno utilizzabili e più  “diffuse” nell’ambiente; possiamo pensare ad un progressivo appiattimento energetico, con sempre meno picchi e pianure via via più vaste. Fintanto che vi è una disponibilità energetica sufficiente gli atomi tendono a scontrarsi e a dar luogo a nuove aggregazioni più o meno stabili, ma se l’energia non è sufficiente si avranno atomi quasi immobili e privi di attitudini reattive.

Si può dire che l’interazione tra gli atomi è ciò che determina la “vita” dell’universo, organica o inorganica che sia. Ma ciò che tiene insieme gli atomi sono, secondo le teorie più moderne, le interazioni quantistiche tra le particelle (protoni ed elettroni) che costituiscono gli atomi stessi. La teoria dei quanti afferma che l’energia si diffonde (la luce) sotto forma di “pacchetti energetici” chiamati, per l’appunto, quanti.

Una delle teorie ultime sulla costituzione dell’Universo ipotizza che questo sia costituito da un “mare” quantico, cioè un continuum di quanti che interagendo si aggregano in particelle e, via via, in tutto ciò che conosciamo. Per analogia il processo si potrebbe ipotizzare reversibile: diminuendo il contenuto energetico dell’esistente si  ritorna alla situazione di pacchetti energetici minimi, i quanti, con il disfacimento della materia.

Quindi il “mare” quantico (la distesa infinita di piccoli pacchetti energetici, i quanti) rappresenta l’unica realtà: le interazioni tra i quanti danno luogo allo spazio… e al tempo; in mancanza di interazioni quantiche non vi è né spazio, né tempo…

Resta da chiedersi se questo “mare” quantico sia eterno, cioè ci fosse anche prima della nascita dell’universo, o se si sia formato con il big bang; questo non è proprio dato saperlo…

Cosimo Alberto Russo

febbraio 2017

 

Prima che tutto si facesse pieno di dèi
(a Esiodo per i versi 116-123 della Teogonia)
di Marco De Gemmis

egli scrive per primo l’inizio,
dice la prima su cui ogni altra
storia crebbe e cresce, espone
l’alfa perentorio delle cose
poi scatenate a divenire e da lui
in ordinata successione elencate:
nell’ordine senza governi in cui
quel tempo remoto le faceva,
prima che arrembanti gli dèi
se ne potessero appropriare

dice Dunque per primo è Caos,
che diviene in un verso solo
e altro forse non è che vuoto abisso
buio: allora in tutto non c’era cosa
che creasse problemi, era ancora
che nessuno stava lì a guardare
e nominare senza dare il tempo
di accadere: embrione d’universo,
quel neutro sostantivo misterioso
faceva sempre quello che voleva
e indisturbato non disturbava
e non era chiamato a nutrire
neppure formiche o un alberello

poi qual genere di luci e suoni,
se e quali i colori, se una mescola
di materia in via di formazione,
e a quale velocità le cose, se cose
in un vortice prese assieme, chissà
se già in mezzo a loro l’acqua, se
e quanto immane e lungo intervallo
fra il vuoto e il pieno o tutto invece
in uno schiocco solo: molto prima
che esistessero semi e sangue
o il respiro eppure tanto vivo
che di noi non c’era alcun bisogno

e se così o in che modo altrimenti
prendono forma coi versi successivi
Terra dal grande seno, dove stiamo,
inizialmente sola, senza cielo e mare,
e quindi gli altri primordiali enti
generati da Caos, madre/padre
di tutto prima che tutto si facesse
pieno di dèi: Tartaro il più profondo,
Erebo scuro, e Notte che ci riposa,
e un primo Eros, non ancora il figlio
alato d’Afrodite ma originaria energia,
forse un motore in grado di avviare
la giovane macchina del mondo
che dal vuoto si andava costruendo

ordine senza governi in cui
quel tempo remoto le faceva,
prima che arrembanti gli dèi
se ne potessero appropriare

                                              Marco De Gemmis

febbraio 2017

 

Il mare quantico
di Marco De Gemmis

                                                                                            ad Alberto

 pure l’universo sai tende a uno stato
di massimo disordine e minima energia
sostiene Alberto andando sul Pontile
a riprenderci la forza bevutaci dal vino:
quindi non saremmo un’eccezione
lui e io né l’Italsider difronte tramortita

nuotando fra mare e mare quantico
che gli si agitano a gara nella testa
mi espone teorie termodinamiche
mentre scruta le ragazze passare
che gli sfumano le parole sul degrado:
loro son formate senza dubbio
da aggregati di particelle speciali

dice ogni trasformazione spontanea
del mondo fenomenico avviene
se il sistema cede qualche parte
dell’energia che ha a disposizione

poi dice dell’energia che si diffonde
sotto forma di energetici pacchetti
che si è deciso di chiamare Quanti:
forse costituiscono un continuum
addirittura preesistente all’universo

se ci cogliesse la morte sul Pontile
prenderemmo subito a diffondere
i nostri atomi casualmente nello spazio:
scontrerebbero l’affanno dei corridori
le ciacole le canne dei fumatori
o dei delusi pescatori e la Colmata

non è detto che si distrugga l’energia:
posso sperare che noi daremmo vita
ad ancor più miserande aggregazioni:
allora con incertezza maggiore
su chi sa quale Pontile camminando
un’altra domenica gli chiederei
se anche quell’altra vita è vita

                                         Marco De Gemmis

febbraio 2017

Amicizia e autostima

articolo di Pina Pittari sull’autostima e le relazioni di amicizia

Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!

di Pina Pittari

Questo articolo tratta dell’’autostima e dell’’essere amici di se stessi, anzi: il miglior amico.

Non è del tutto facile osservarsi, ma vale la pena fare uno sforzo e, per questo, t’’invito a prenderti alcuni minuti di riflessione e riconoscere il grado d’’intimità che hai nel rapporto con te stesso.

Forse alcune volte potrai identificarti come amicoin altri momenti e circostanze come conoscente e, perché no?, anche scoprire di avere agito nei tuoi confronti come nemico. Per facilitarti questa riflessione ti offro alcuni spunti.

Per me un amico è qualcuno che  ti dà la mano in un momento di difficoltà, una parola di sostegno quando ne hai bisogno; ti può anche dire in faccia quello che pensa di te o di quello che hai fatto per farti reagire; condivide con te momenti felici o di
divertimento. …Insomma, un amico è colui con il quale puoi condividere momenti brutti o felici, uno su cui puoi contare, a cui racconti i fatti tuoi e ascolti quelli suoi, lo sostieni e ti sostiene…c’’è intimità, ti vuole bene, ti accetta come sei.

Ti riconosci in un rapporto intimo di amicizia con te stesso? Con quale intensità e accettazione?

Un conoscente invece è qualcuno con cui condividi alcuni momenti della tua vita, ma senza intimità. Non conosci bene cosa sente, né come pensa veramente, le maschere sociali sono sul volto e si accomodano in rapporti cordiali ma superficiali, l’’accettazione è legata al rispetto delle norme sociali. In che grado tratti te stesso in questo modo? Rifletti un poco su quanto ti permetti di vederti senza maschere, di guardare le tue ombre e portarvi luce, di chiederti se pensi in un modo, senti in un altro e agisci in un altro ancora, totalmente diverso rispetto a come pensavi e/o sentivi.

Un “nemico” è quello che sa qualcosa di te, forse conosce solo le tue ombre e le utilizza per ferirti, non gli interessa conoscerti nella tua totalità, ti nega qualsiasi opportunità,  ti segnala come colpevole delle sue disgrazie, vuole distruggere qualsiasi
gioia che puoi avere, ti blocca la strada del successo o le tue iniziative, ti maltratta se può, ti alimenta i vizi… E’’ qualcuno che non ti vuole bene, non ti accetta, ti scoraggia, ti induce a fare cose che ti fanno male. 
Hai agito qualche volta in questo modo verso di te? In che grado?

La cosa che di più colpisce è che, senza renderci veramente conto, con molta frequenza ci comportiamo con noi stessi, alternativamente, come amici-conoscenti-nemici.

Osservare i tuoi rapporti interpersonali può fare chiarezza su questo tema, giacché cosi come stabiliamo rapporti al nostro interno, lo facciamo all’’esterno. Mi auguro che ne trovi di più simili ai primi due e, più raramente, al terzo tipo! Questo modo di osservare sarà utile poiché ti permetterà di individuare, come in uno specchio, quello che non riusciamo a vedere in noi stessi….

Pensa per un attimo alle persone con le quali condividi un “rapporto di amicizia” e guarda bene come gestisci i diversi tipi di rapporti. Fai un elenco di quelli che consideri amici, un altro dei conoscenti e per ultimo, i “non tanto amici”: con certe sfumature, il “nemico” lo vediamo sempre nelle incomprensioni di quelle persone che ci stanno attorno, sperimentando sentimenti dall’’AMORE all’’ODIO, passando nei rapporti con queste persone dal quasi-equilibrio allo squilibrio, per cercare di tornare al quasi-equilibrio.

Che tipo di rapporti interpersonali stabilisci? Quale è lo scambio in essi?

Quando non ci stimiamo, noi non ci accettiamo e siamo diffidenti verso noi stessi; facilmente possiamo stabilire all’esterno rapporti di dipendenza. Un indizio di ciò può essere la frequenza con la quale aspettiamo dagli altri l’’approvazione, la parola di sostegno, la telefonata di saluto e/o di compassione, la verifica di promesse fatte, mentre noi non siamo capaci di sostenerci o non è abbastanza quello che ci diamo.

Un altro indizio di poca stima di sé, è agire solo per avere l’’approvazione, senza renderci veramente conto se è quello che vogliamo fare e ci fa felici fare. Una persona con poca autostima è bisognosa di approvazione,  può permettere al suo ego persino di “vendersi l’’anima” solo per avere l’’approvazione, per ascoltare elogi e riconoscimenti esterni, agisce con la pretesa di essere diversa da come è, rimanendo così vuota: immagina un bicchiere senza fondo, puoi versare in esso qualsiasi quantità di liquido, ma rimarrà sempre vuoto.

Senza autostima, quando i complimenti esterni e l’’approvazione ci mancano, il senso di solitudine e di abbandono si appropriano di noi.

Sarai allora d’’accordo con me nel concludere che essere amico o nemico di se stesso dipende dalla nostra autostima. Essa è il “fondo del bicchiere”, anzi, molto di più che solo il fondo.

Per acquistare autostima ci vuole soprattutto conoscersi, accettarsi, essere se stessi. E se ci fosse qualcosa che non ci piace di noi? In quel caso allora: sostenersi, guarire, trasformare ciò che non ci piace di noi, essere auto compassionevoli (che è diverso da commiserarsi: compassione significa accompagnarsi con passione).

Una definizione di autostima è: fiducia e soddisfazione di se stessi”. Le domande che sorgono a questo punto sono: come conoscere te stesso? Come arrivare a sentirti fiducioso e soddisfatto di te stesso? Come sentirti realizzato? Come esprimere la propria personalità? 

Bob Mandel, nel suo libro “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada””1, ci dice: “…lei non è un luogo, una destinazione, lei è un forma di coscienza…””. Quando ho letto quest’’ultima frase, essa è rimasta come un’’eco nella mia mente invitandomi a riflettere, a capire cosa significa essere una forma di coscienza; le parole/pensieri che vi associo sono:
essere in contatto intimamente con me stessa, essere consapevole di chi sono, di cosa sento/penso/faccio e di come quello che sento/penso/faccio crea in me e in ciò con cui entro in rapporto; mi sono dettase sono una forma di coscienza, non posso fare altro se non essere me stessa, consapevole di me, responsabile dei mie atti nei riguardi miei e di tutto ciò che mi circonda!

Bob Mandel ci suggerisce un percorso verso l’’autostima in nove passi. Voglio qui offrirti una breve sintesi di questo percorso per tornare a se stessi, “a casa”. Quello che leggerai di seguito è una mia traduzione e rielaborazione libera di frasi prese dal libro al quale mi riferisco sopra1:

1. Accetta te stesso.

L’’autoaccettazione è alla base dell’’autostima. Smetti di dare giudizi, perdonati, dì no alle condotte compulsive, fai valere il tuo vero Sé al di sopra di qualsiasi falsa identità come: “sono un bugiardo”, “un falso”, “un incapace”, “sono colpevole”… Accettarsi significa rispettarsi ed essere compassionevole verso se stesso, soprattutto nei momenti in cui si osservano aspetti di sé che si vogliono cambiare.

2. Sii tollerante con gli altri

Quando ci accettiamo riusciamo ad essere più tolleranti con gli altri. Questa tolleranza inizia a casa e si estende anche agli sconosciuti. La diversità ci fa sentire minacciati, accettare la diversità negli altri ci permette di essere tolleranti, ci apre la strada al perdono, anche verso noi stessi. La tolleranza è cosa diversa dalla sottomissione e dall’’abuso, è accettare la diversità. Se ci sentiamo sfidati dalla diversità, possiamo affrontarla anche senza lotta, stabilendo le frontiere e non accettando le ingiustizie.

3. Recupera le parti di te che hai perduto

Si riferisce all’’utilità di seguire un tipo di percorso terapeutico che permetta di renderci conto e integrare le parti di noi che sono rimaste “a pezzi” nel tempo. Quanto possa durare questo percorso, difficilmente è stimabile, i tipi di terapie sono tanti, c’’è bisogno di trovare quella adatta per ognuno di noi e, nel momento in cui il benessere arriva, mettere fine al percorso di guarigione e decretare la salute.

4. Estendi agli altri il tuo sostegno

Condividere quello che si ha genera di più, lo aumenta. Se le persone con le quali condivido stanno meglio, il mio benessere aumenta. Sostenere non significa trasformarsi in uno schiavo della persona che
riceve il sostegno, non è sacrificarsi. Qui è importante capire che quello che facciamo come sostegno, non deve portare a presentare fatture”, si fa per il solo piacere di farlo, di condividere, per amore, perché dà pace. Il pericolo nel dare sostegno è adottare un atteggiamento non conveniente, come quello di “farsi carico”, controllare l’’altro, manipolarlo. Se non abbiamo autostima, possiamo cadere nell’’errore di sostenere cercando amore in cambio.

5. Crea un’’immagine positiva di te stesso.

Tu puoi solo controllare quello che pensi su di te e sugli altri, non puoi controllare quello che gli altri pensano di te ed è inutile preoccuparsi per questo. Per migliorare la nostra immagine possiamo utilizzare diverse tecniche e il potere del pensiero positivo, nelle sue più diverse forme: affermazioni, visualizzazioni, suggestione ipnotica. Tutto ciò può aiutarci nel creare una immagine positiva di noi, ma non basta, giacché è necessario sentire e agire conformemente, non
lasciarla nella mente come un’’illusione o una fantasia su se stessi.

6. Riconosci gli altri.

Riconoscere se stesso è la cosa più importante, riconoscere gli altri è un modo per appoggiarli. Criticare, specialmente alle spalle, è controproducente…quello che va, ritorna!

7. Trova il tuo luogo sacro.

Avere una vita spirituale, a prescindere dalla religione, ci permette di trovare un luogo sacro dentro di noi stessi, dove ci possiamo sentire avvolti nell’’amore universale.

8. Rispetta il luogo sacro degli altri.

C’’è la divinità in tutto ciò che vive, quando riconosciamo in noi la divinità è più facile riconoscere la divinità in tutti gli altri e in quello che ci circonda.

9. Scopri l’’allegria dell’’umiltà.

Senza umiltà corriamo il rischio di rimanere impantanati nell’egoismo spirituale. L’’umiltà si compone di diverse parti, tra le quali la gratitudine, il fare una vita di servizio con senso di pienezza e gratitudine per la vita, di sentirsi così innamorato della vita che si vuole condividere con il mondo. L’’umiltà non ha niente a che fare con un senso di superiorità o con l’’orgoglio della vana “spiritualità”. Helen Nielson ha detto: “l’umiltà è come la biancheria intima: è essenziale, ma è improprio e indecoroso mostrarla.”

Ricordati:

Accetta te stesso nel percorso del tuo viaggio

Sii tollerante con gli altri mentre fanno il loro percorso

Guarisci il danno fatto alla tua anima

Estendi il sostegno agli altri

Crea una immagine di te stesso positiva

Riconosci gli altri

Scopri il tuo luogo sacro

Rispetta il luogo sacro degli altri

Scopri l’’allegria dell’’umiltà.

Tempo fa ho iniziato questo viaggio verso la mia stima e oggigiorno il mio bilancio è positivo: sono la mia miglior amica e riesco a offrire di me stessa più di prima, con una maggior qualità nei miei rapporti.

Ti auguro un felice e dolce “ritorno a casa” e la crescita della tua amicizia con te stesso. Ti ringrazio per il momento che attraverso la lettura di questo articolo abbiamo passato insieme.

Pina Pittari

giugno 2005

Nota: 1. Bob Mandel, “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada”, Editorial Kier S.A., Buenos Aires, 2001 (titolo originale: “Return to Self”, Bob Mandel, 2000).

Per chi volesse approfondire il tema, segnaliamo il sito ufficiale di Bob Mandel e del Progetto Internazionale di Autostima:

www.bobmandel.com

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa. 

 

 

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Altri articoli di Pina Pittari in questo sito:
“L’abuso di sé nella ricerca dell’approvazione”, “Rebirthing, un modo per divenire consapevoli e ri-creare la vita”, “Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”, “Avrei il mondo ai miei piedi, se solo fossi…” e “La respirazione, ovvia ma potente”.

Per consultazioni,
anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a
pinapittari@hotmail.com

Coltivare la terra in armonia con il cielo…

intervista al dott.Pippo La Terra, pioniere dell’agricoltura biodinamica a Ragusa,la teoria di Rudolf Steiner alla base della pratica dell’agricoltura biodinamica>

Coltivare la terra in armonia con il cielo…

di Pippo Palazzolo

Incontriamo il dott. Pippo La Terra, titolare delle aziende agricole “Le Lanterne” e “La Castellana”, per una di quelle coincidenze “non casuali” della vita, in un tranquillo pomeriggio d’autunno, a Marina di Ragusa. Scambio di saluti e…perché non far conoscere ai lettori di “Le Ali di Ermes” la sua esperienza? Così è nata questa intervista “informale” con uno dei pionieri dell’agricoltura biodinamica a Ragusa.

D. Dott. La Terra, cosa si intende per “agricoltura biodinamica”?

Dott. Pippo La Terra

E’ un tipo di agricoltura basata sui principi di Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, che ha lasciato importanti opere sia nel campo dell’agricoltura che della pedagogia (sono famose le “scuole steineriane”). Steiner, già nel 1923, denunciò la “nuova” agricoltura, basata sulla costrizione degli animali di allevamento, forzati a diventare carnivori e “cannibali”.

D. In cosa si differenzia l’agricoltura biodinamica da quella biologica?

In entrambe c’è sicuramente il rispetto per la natura e per i suoi ritmi. L’agricoltura biodinamica interviene solo per favorire una migliore qualità dei prodotti, con l’utilizzo di preparati biodinamici: da spruzzo (il “cornosilice”) e da concime (il “cornoletame”, trattato secondo il calendario astrale delle semine,  della svizzera Maria Thun. Il cosiddetto “cumulo” che si utilizza, è per il 50 % letame fresco e per l’altro 50 % paglia, che vengono mischiati; ha una dimensione di un metro e mezzo per due. Vi si aggiunge corteccia di quercia, camomilla, achillea, valeriana dinamizzata, equiseto e tarassaco.

D. Nell’agricoltura biodinamica, quindi, si tiene conto delle posizioni di tutti i pianeti e non solo delle fasi lunari, come avveniva nell’agricoltura tradizionale? 

Sì, la Luna viene considerata uno “specchio” dei pianeti.

D. Questa teoria mi fa venire in mente Madame Blavatski, per la quale la Luna aveva un ridotto valore, quasi solo…un buco! Ciò ha a che fare con le origini teosofiche di Steiner? 

Sì, Steiner è stato un teosofo; si è staccato dalla Blavatski solo per una diversa valutazione della figura di Gesù, che per lui è centrale. 

 

Rudolf Steiner

“Nel caso di animali totalmente erbivori come le mucche, il corpo dell’animale possiede particolari forze (…che i carnivori non hanno!) che gli consentono di trasformare i vegetali in carne. Ora, se si alimenta la mucca con mangimi di origine animale si ottiene una “resa migliore” in quanto il corpo dell’animale non è più costretto a fare sforzi per trasformare l’erba in carne! Ma sorge il pressante quesito: cosa fanno quelle forze particolari, che sono in grado di trasformare i vegetali in carne, ora che la mucca si ciba direttamente di carne? Queste forze continuano ad esistere e ad agire, producendo sostanze dannose per l’organismo. In particolare esse producono acido urico e cristalli di sali di urea che si depositano principalmente sul sistema nervoso e nel cervello della mucca che, come conseguenza di ciò, impazzisce.”

Da un discorso di Rudolf Steiner, Dornach (Basilea) 13.1.1923

D. Da quanto tempo opera nell’agricoltura biodinamica?

Dai primi anni ’90. Oltre alla mia, ci sono diverse aziende agricole biodinamiche, in provincia di Ragusa, come l’azienda “Arte/Orto”, dei f.lli Zisa, a S.Croce Camerina. La più grande è forse l'”Agrilatina” di Sabaudia (Latina), di ben 200 ettari. C’è da dire che un impulso a questo tipo di agricoltura è stato dato dalla Comunità Europea, poiché con il Regolamento CEE n.2092 del 1991 si contempla anche l’agricoltura biodinamica. Per l’agricoltura biologica, vengono previsti una serie di controlli che vanno dal metodo di coltivazione alle etichettature, rilasciate da appositi organismi nazionali pubblici. In più, per l’agricoltura biodinamica, c’è l’obbligo di sottoporsi a controllo da parte dell’Associazione “Demeter”, che impone l’applicazione dei preparati biodinamici.

D. Ma è conveniente, in termini economici, praticare l’agricoltura biodinamica?

Certamente. Basta fare un semplice calcolo: anche se i prodotti utilizzati hanno un costo iniziale di tre o quattro volte maggiore di quelli dell’agricoltura tradizionale, nell’arco di due o tre  anni un’azienda sarà in grado di continuare a produrre con il 40% circa di costi di produzione in meno, non dovendo ricorrere ai costosi (oltre che nocivi) prodotti chimici.

D. Cosa possiamo consigliare a chi volesse saperne di più? 

Ci sono degli ottimi libri su questa materia, da quello classico di Rudolf Steiner, “Impulsi scientifici e spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura”, a quelli di Pfeiffer, “La fertilità della Terra”, di Merkenz, “L’’orto biologico” e di Alex Podoliski, “Lezioni di agricoltura biodinamica”.

Marina di Ragusa – tramonto

Il Sole è già sceso sul mare, siamo al tramonto. Non ci resta che congedarci dall’amico Pippo La Terra, ringraziandolo per la gentilezza con cui ci ha dato queste interessanti informazioni.

Forse, è ancora possibile un’agricoltura in cui la Terra continui ad essere in armonia con il Cielo…

Pippo Palazzolo

Per approfondimenti su questo tema, consigliamo anche l’ottimo sito Agricoltura Biodinamica.it

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L’abuso di sé

immagine tratta da: http://usuarios.iponet.es/casinada/

L’ABUSO DI SE STESSI NELLA RICERCA DELL’APPROVAZIONE

di
Pina Pittari

Cosa è l’’abuso?

Citando letteralmente il Vocabolario della lingua italiana Treccani, l’’abuso viene definito come: ““…Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’’autorità. In particolare nel diritto si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’’uso illegittimo di una cosa o l’’esercizio illegittimo di un potere”.”

Nella definizione sopra indicata, l’’abuso di se stessi si racchiude nell’espressione: “…l’’esercizio illegittimo di un potere”, quello che esercitiamo su di noi stessi “illegittimamente”. Visto solo così sembra un pò difficile capire nella sua completa estensione cosa è l’’abuso di se stessi. Per espandere il concetto ci possiamo domandare quale è l’’opposto di abuso, e sarete d’’accordo che questo si potrebbe definire come rispetto, perciò possiamo dedurre che se non c’’è rispetto ci può essere l’’abuso: qualcuno, noi stessi, va oltre le “frontiere”.

E queste “frontiere” alle quale mi riferisco, chi le stabilisce, come sapere dove iniziano, come si fissano? Esse sono i limiti imposti da noi stessi per preservare la legittimità delle nostre azioni nei nostri confronti. Sicuramente la misura dei limiti sarà diversa per ciascuno di noi e molte volte nemmeno siamo molto consapevoli della sua esistenza o della necessità di “stabilirla”.

Gli atteggiamenti o le azioni di abuso di se stessi possono coesistere in noi da tanti anni, che ci sembrano naturali, parte di noi, tanto come possono essere le nostre braccia o mani, nemmeno ci soffermiamo a riflettere che essi siano abusi.

immagine tratta da: www.ff.ul.pt/~atlopes/ DROG.htm

Esempi tipici di abusi di se stessi e conseguenze:

Dire SI quando vogliamo dire NO. Qui entriamo nella famosa storia di accontentare qualcuno: comunque, cosa mi costa?” Costa il prezzo di quello che sacrifichiamo di noi stessi, e poi paghiamo questa fattura in diverse forme: ammalandoci, rinchiudendoci, oppure infliggendoci qualche altro tipo di maltrattamento, come quelli descritti nel punto che segue. In questo caso ci sentiamo vittima di qualcuno che indichiamo come il nostro carnefice.

Maltrattamento fisico con l’’eccesso di: cibo, alcol, droghe, dipendenze farmacologiche (ansiolitici, antidepressivi, ecc.), giochi d’azzardo, sigarette, lavoro, ecc. Questo ci porta sensi di colpa, depressione, stabilire rapporti di dipendenza, bassa autostima e alimenta il circolo vizioso di ricorrere ancora una volta al tipo di “abuso scelto”, diminuendo sempre di più davanti ai nostri occhi il nostro valore, la stima di noi stessi.

Molte volte entriamo in questo tipo di abuso quando non siamo le persone che i nostri genitori ci hanno fatto pensare che “volevano come figli”. Ci sentiamo colpevoli di non essere quello che loro “aspettavano” e nella consapevolezza di non riuscire a trasformarci, ci sentiamo in un labirinto senza uscita, non degni. Può anche succedere che ci sforziamo di “essere quello che loro vogliono” e nel negare noi stessi prendiamo impegni per compiacere loro, perdiamo forze facendo quello che non ci piace o non siamo portati a fare, avendo come conseguenza l’’inevitabile fallimento o la nostra insoddisfazione, per entrare nel circolo vizioso della colpa – maltrattattamento – depressione.

Cosa cerchiamo con questi atteggiamenti?

Certo che non è una scelta consapevole quella di abusare di se stessi, sono azioni/atteggiamenti che si scelgono” nella speranza di avere qualcosa in cambio, che viene sempre interpretata come una forma d’’amore, come: l’’approvazione, il riconoscimento. Invece di essere,  facciamo, per avere l’’approvazione, l’’attenzione, un poco “d’’amore”. 

Come impariamo ad abusare di noi stessi?

Per capire meglio questo meccanismo rivediamo tutto dal momento della nascita: siamo toccati, manipolati, senza che nessuno ci chieda se siamo disposti o meno a tutto quello che accade dal momento stesso della nostra uscita dal ventre materno. Ancora oggi non tutti quelli che sono coinvolti in un parto hanno coscienza che il neonato è un persona completa che percepisce, sente, che registra assolutamente tutto quello che sta accadendo, e questo può portarli a non essere abbastanza amorevoli nel gestire le loro azioni; molte volte c’’è anche fretta…la manipolazione del neonato viene fatta senza tutta la cura che ci vorrebbe. Il cordone si taglia prima che sia il suo momento (quando smette di battere), la temperatura ambiente non è la più adeguata, la bilancia dove si pesa il bambino troppo fredda, e così via. Tanti elementi sconosciuti che invadono il corpo, lo spazio di questo essere: il neonato. Immaginiamo che, oltre a tutto questo, può anche darsi il caso di non essere del sesso che i genitori preferivano, o l’’arrivo nel momento inopportuno, nelle circostanze difficili, basta questo per sentire che c’’è qualcosa in noi che non va, e ci sentiamo rifiutati, crediamo che per essere amati dovevamo essere quello che abbiamo capito che volevano.

Durante l’infanzia dipendiamo dalle attenzioni dei nostri genitori o delle persone che si prendono cura di noi. Siamo allattati, puliti e vestiti al modo come viene determinato da loro. Quante volte si sostituisce il desiderio d’’amore/calore/braccia per un biberon? Sicuramente tante! Ecco qui solo uno degli esempi di sostituzione di quello che veramente volevamo con un altra cosa che almeno ci fa capire che riceviamo una certa attenzione, ma era veramente fame? Forse no… Così il tempo passa e continua la sostituzione dell’’amore con dolci, cioccolata, giocattoli…se ti mangi la minestra ti compro il giocattolo che vuoi, se la smetti di saltare ti voglio bene, devi fare il buono. Il tempo continua a passare e poi noi stessi ci prendiamo cura di riempirci di cibo o cose, cercando l’’amore. Mangiamo, fumiamo o abusiamo dell’’alcol senza limiti, ecco allora che non sappiamo capire i limiti (frontiere) del nostro corpo, questi difficilmente abbiamo imparato ad ascoltarli e nemmeno le nostre emozioni: trattiamo l’’ansia come se fosse fame, abbiamo bisogno di una sigaretta se siamo tesi, invece di cercare la soluzione a quello che ci mantiene tesi e così via.

Certo che questi comportamenti ci portano a farci del male, ingrassare, alcolizzarci, assumere droghe…la nostra autostima è danneggiata, la nostra difficoltà a stabilire le frontiere con noi stessi, ci sopraffa.

Durante la nostra infanzia ci sentiamo coinvolti con i rapporti dei nostri genitori e non sappiamo separare bene se siamo responsabili o meno di quello che accade; infatti, è un periodo nel quale crediamo che il mondo intero gira intorno a noi, siamo al centro della vita di tutti quelli che ci circondano, se vediamo soffrire uno dei nostri genitori, prendiamo posizione contro quello “responsabile” della sofferenza e cerchiamo di sostenere il sofferente, momenti ben precisi dove i ruoli si confondono ed essendo un(a) bambino(a), esce l’’adulto che è in noi per “sostenere” il bisognoso; comunque, essere buono è la consegna…ma chi sa, forse sono io il (la) colpevole della sofferenza di mia madre? Ho colpa! Sono cattivo! Debbo fare il buono! Una esperienza come questa ci può portare a stabilire rapporti dove pensiamo di essere i “forti” e l’’altro è una persona che ha “bisogno” di noi e che ci amerà perché “faremo i buoni”, sostenendoli nella loro debolezza, dimenticando in questo modo noi stessi, quello che vogliamo nella nostra vita, quello che ci fa felici… Saremo disposti a fare “sacrifici” e dopo presenteremo la fattura: tu mi devi il fatto che io abbia abbandonato quello che tanto volevo fare, non valuti quello che faccio per te, non mi approvi…e così via. Siamo andati oltre i nostri limiti, abbiamo infranto la frontiera del rispetto e abusato di noi stessi nel sottomettere la nostra espressione al bisogno d’’altri, cercando il loro “amore”, la loro approvazione.

Questo comportamento ci può portare a situazioni di difficoltà nello stabilire le nostre frontiere, anche nei rapporti meno intimi, come per esempio quelli di lavoro, ci può portare ad accettare condizioni di lavoro impegnative, con entrate non soddisfacenti, sperando in questi casi di essere almeno riconosciuti nelle nostre capacità e lusingati, senz’’altro l’’abuso è un aspetto che ci fa avere una autostima bassa e crea difficoltà a stabilire rapporti chiari, siano essi intimi o meno.

 Come mettere frontiere all’abuso?

Il problema, dopo tanti anni d’abuso, è come capire quali sono le nostre frontiere e, una volta capite, fissarle. Per capire questo, molte volte è necessario approfondire la conoscenza di noi stessi, attraverso qualche tecnica terapeutica, come il rebirthing, la psicoanalisi, la meditazione, ecc. Dopo di che bisogna accettarsi, essere se stessi, affermare il diritto di essere se stessi, la persona che si è, smettere di voler essere quello che altri aspettavano che fossi, fare per il piacere di essere e non per compiacere qualcuno, approvarsi e riconoscersi.

Questo certe volte ci può portare a dire NO alle persone care, ma è l’’esercizio della libertà di essere se stessi e tutti abbiamo questo diritto. Mettere le frontiere, rispettarle e farle rispettare ci può prendere tempo, specialmente in quei casi dove la dipendenza è presente (droghe, cibo…), ma è possibile, bisogna lavorarci con gli strumenti e l’’appoggio adeguato, che esistono e sono accessibili. 

Pina Pittari

marzo 2005 

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Altri articoli di Pina Pittari su questo sito:

“Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!” ,
“Rebirthing, un modo per divenire consapevoli e ri-creare la vita”,
“Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”,
“Avrei il mondo ai miei piedi, se solo fossi…” e “La respirazione, ovvia ma potente”.

dott.ssa Pina Pittari

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa. 

 

 

Per consultazioni, anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a: pinapittari@hotmail.com

Il Rebirthing

articolo introduttivo al rebirthing; efficacia del respiro consapevole, del perdono e delle affermazioni positive

REBIRTHING: UN MODO PER DIVENIRE CONSAPEVOLI E RI-CREARE LA VITA

di Pina Pittari

Oggi giorno possiamo contare su informazioni affidabili sul modo in cui i pensieri che abbiamo su noi stessi, la vita, i rapporti, ecc., possono limitarci o aprire per noi le porte del successo; specialmente, quando questi pensieri si trasformano in credenze inconsce, possiamo arrivare ad essere prigionieri del fallimento o virtuosi del successo.

La nascita è il nostro primo successo, è la nostra prima uscita. Durante il periodo precedente alla nascita, dal momento del concepimento, durante la gestazione e nella stessa nascita, sperimentiamo tante emozioni e pensieri i quali, fino a quando non diventeranno coscienti, determineranno la nostra vita in un modo involontario. La nostra tendenza è a ripetere inconsciamente il modello della nascita in tutti i momenti cruciale della nostra vita: studiare, lavorare, sposarsi o divorziare, ecc., ripetendo il ciclo: concepimento, gestazione e uscita, associata alla nascita.

Scoprire queste emozioni e pensieri inconsci, ci permette di vedere la vita in
un modo diverso; cambia il concetto che abbiamo di noi stessi, aumentando la nostra autostima; cambia il nostro sistema di credenze sulle circostanze che circondano la nostra vita, incita la volontà ad affrontare i cambiamenti e attuarli in un modo più cosciente, rendendoci così una migliore qualità di vita. Il Rebirthing è un processo che ci permette di ottenere tutto questo.

Il Rebirthing è stato creato e sviluppato da Leonard Orr, 25 anni fa. È un processo che utilizza la Respirazione Cosciente, il Pensiero Creativo e il
Perdono.

La respirazione rende cosciente, libera e trasforma le emozioni e i pensieri che ci limitano, che sono stati scolpiti durante il periodo di gestazione, nascita e infanzia, dando luogo a un nuovo modo di pensare, alla volontà ed energia necessaria per avviare e attuare i cambiamenti che ci porteranno a vivere una vita più ricca, gradevole e soddisfacente. La respirazione ci collega con il nostro desiderio e impulso di vivere. Possiamo passare giorni senza ingerire alimenti, ma solo secondi senza respirare.

Il Pensiero Creativo, si riferisce alla capacità che abbiamo di creare la realtà con il nostro pensiero, così come pensiamo che siano le cose, agiamo e si manifesta il risultato. La Programmazione Neuro Linguistica ha apportato, in questo campo, informazioni molto importanti: sappiamo che cambiando nella nostra mente una immagine negativa con una positiva, il cervello inserisce la nuova immagine come reale e genera tutto ciò che c´è bisogno per agire in un modo che ci porterà ad acquisire l´immagine positiva proiettata. Nel Rebirthing utilizziamo questa capacità creativa per cambiare il sistema di credenze, specialmente attraverso la scrittura di frasi positive.

Il Perdono è l´altro elemento importante, è la chiave che ci libera. Una volta che abbiamo perdonato, possiamo vedere le situazioni e le persone coinvolte senza giudicare, possiamo capire e assumere la nostra responsabilità in quello che è accaduto e possiamo riconoscere noi stessi come persone attive e non vittime, che in un momento determinato abbiamo fatto scelte che hanno contribuito a condurre le cose nel modo in cui sono avvenute. In questo processo del perdono, scopriamo che la prima persona alla quale dobbiamo perdonare è a noi stessi. Come ho accennato, il perdono ci collega con il nostro potere personale, significando questo la capacità che abbiamo di agire davanti alle diverse situazioni della nostra vita, permettendo di fare svanire il sentirsi vittima.

La nostra nascita influisce grandemente sul modo di avviare i nostri rapporti, tanto con le persone come con il mondo in generale. Stabiliamo i rapporti nel modo in cui è stato il nostro copione di nascita. I parti, incluso quelli chiamati “normali”, apportano un loro proprio copione di nascita. I nati con parto “normale”, usualmente sono persone che sentono loro vita un poco noiosa, come se non succedesse nulla di interessante, la vedono come abituale, non si sentono importanti e in questo modo stabiliscono il loro rapporto con il mondo. Un altro esempio che ha un grande contrasto con quello appena accennato, è la nascita con il forcipe, nel quale tanto la mamma come il bimbo sperimentano molto dolore. Le persone che sono nate con il forcipe, in genere, stabiliscono rapporti fondati sulla colpa, per loro è molto difficile concludere un ciclo, tanto nei rapporti come con tutto quello che iniziano; agiscono di tal modo la loro vita, che provano situazioni di grande dolore. Il domandare aiuto viene loro difficile, giacché l´aiuto inconsciamente gli fa ricordare il forcipe della nascita. Prendere coscienza dei propri copioni della nascita ci permette di fare le scelte di vita in un modo diverso, e questa diventerà pure diversa. Lasciando indietro i traumi della nascita, possiamo avere un migliore rapporto con il mondo che ci circonda.

Il Rebirthing è un processo che ci porta a scoprire chi siamo veramente, ad agire nella vita con potere e non come vittime, a stabilire un migliore rapporto con noi stessi e, perciò, a migliorare il nostro rapporto con gli altri; ci permette di scoprire che siamo degli esseri completi e con potenzialità illimitate.

Pina Pittari

Versione in spagnolo

Altri articoli di Pina Pittari su questo sito: “La respirazione, ovvia ma potente”, “Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!”, “Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”, “Avrei il mondo ai miei piedi se solo fossi…” (sull’autostima), “L’abuso di sé nella ricerca dell’approvazione”.

 

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa.

Per consultazioni, anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a
pinapittari@hotmail.com

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Le conseguenze della Rivoluzione Industriale

di Cosimo Alberto Russo

La seconda metà del ‘700 segna il punto di passaggio epocale della civiltà europea moderna e l’origine di tutte le problematiche del mondo di oggi.
In quel periodo si ha infatti l’affermazione della borghesia, col conseguente declino dell’aristocrazia, il sorgere della civiltà industriale e del capitalismo.

I due eventi fondamentali sono costituiti dalla rivoluzione francese e dalla cosiddetta rivoluzione industriale. Approfondire le tematiche collegate a quest’ultima permette di avere una visione più ragionata e consapevole della nostra vita quotidiana.

La borghesia aveva iniziato ad affermarsi in Inghilterra sin dalla seconda metà del ‘600, grazie all’affrancamento dell’agricoltura dagli usi e dai rapporti feudali e grazie allo sviluppo di un ceto mercantile sempre più benestante per il commercio con le colonie. Ma tutto ciò avrebbe avuto un effetto meno dirompente senza le dottrine delle Chiese Protestanti, che avevano esteso alla ricchezza la dignità sociale un tempo esclusiva della nobiltà.
E’ così che, aumentando la percentuale di possessori di un “capitale”, diviene necessario adoperarsi per accrescerlo, pena l’esclusione dal ceto privilegiato della borghesia benestante.
Si inizia così a pensare di investire il capitale nella produzione di beni di consumo e, per accrescerlo, ne deriva che occorre diminuire i costi di produzione, ampliare i mercati per la vendita dei prodotti, diminuire il costo delle materie prime: nasce l’industria cotoniera inglese. Parole d’ordine: innovazione tecnologica, prodotti economici, materie prime a basso costo.

Perché l’industria cotoniera? Il cotone era più economico della lana (materie prime), più facilmente lavorabile con metodi industriali (innovazione tecnologica) con conseguente diminuzione del costo del prodotto finito (maggior mercato).

Legato allo sviluppo dell’industria cotoniera c’è il progressivo aumento della tratta degli schiavi dall’Africa, in modo da aver mano d’opera gratuita per le coltivazioni americane di cotone; conseguenza di ciò: il crollo dell’economia indiana, basata in gran parte proprio sulla coltivazione del cotone (imposta dalla Compagnia delle Indie con metodi alquanto…persuasivi).

Ecco quindi l’origine di alcuni dei maggiori problemi irrisolti di oggi: estrema povertà dei paesi africani soggetti al prelievo di schiavi, crollo dell’economia indiana (che non si è più risollevata), problema dei neri negli USA.

In concomitanza con l’industria tessile, dopo l’invenzione della macchina a vapore, si sviluppa l’industria siderurgica con la necessità di reperire ben altre materie prime a buon mercato (carbone, ferro ed altri minerali).
La politica colonialista, dell’Inghilterra e delle altre nazioni europee industrialmente avanzate, deriva da questa necessità.

Nel frattempo anche il panorama sociale dell’Inghilterra cambia rapidamente: da una vita rurale e autosufficiente (pur se a livelli, spesso, di sussistenza), si passa alla nascita di agglomerati urbani, malsani e privi di servizi, intorno alle fabbriche nascenti; le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie estremamente misere favoriscono lo sviluppo del pensiero marxista.

Il marxismo non mette in dubbio la bontà del processo industriale, intervenendo solamente sulla redistribuzione economica dei profitti: crescita economica e sviluppo industriale rimangono la base dell’idea di progresso. Anche il capitale, pur diventando capitale di Stato, rimane il motore dell’economia. A questa idea di progresso si affianca, sia in campo capitalista che marxista, il pensiero positivista, che vede nella scienza e nello sviluppo tecnologico la via per il benessere sociale.

Tutto il resto lo conosciamo: affermazione globale del capitalismo e dei suoi principi, concetto di benessere legato solo a dati economici, industrialismo diffuso (spesso “selvaggio”), depauperamento delle materie prime, problemi ecologici sempre più diffusi, perdita dell’identità culturale e così via.

Certamente esistono risvolti positivi, principalmente dal punto di vista della salute umana e nel campo sociale (sviluppo democratico, minor discriminazione femminile). Però le “crisi” del nostro tempo derivano sempre dal concetto di progresso legato allo sviluppo industriale: la crisi energetica non è altro che la necessità di accaparrarsi il controllo delle materie prime e da questa esigenza deriva l’attuale “scontro delle civiltà”.

Il problema ambientale (totalmente sottostimato, in quanto si oppone ai principi capitalisti) assume caratteristiche sempre più drammatiche via via che anche i paesi asiatici si sviluppano con gli stessi criteri dell’Europa ottocentesca.

Il crollo del comunismo non ha minimamente influito sul percorso indicato, dato che, come già detto, in realtà ne era totalmente partecipe.

A questo cammino ben pochi movimenti hanno provato ad opporsi; a parte i Luddisti di inizio ‘800 (che, pur nella loro ingenuità, avevano, però, individuato nelle macchine e nel loro uso irrazionale il problema), indicherei il movimento Gandhiano (purtroppo finito con la morte del Mahatma), quello Hippie e quello ambientalista degli anni ’70.
Forse anche il movimento cooperativo aveva in origine un recupero dei valori necessari ad opporsi alla filosofia imperante: solidarietà, piccoli gruppi, principi di mantenimento economico e non di crescita.
Sappiamo come è finita…

Oggi non è rimasto quasi nulla; gran parte delle energie creative sono confluite nella new age (che in realtà non mette affatto in discussione il sistema sociale ed economico, rivolgendosi ad un ipotetico benessere individuale che dovrebbe provenire da pratiche più o meno esoteriche) o nel movimento no-global (in Italia anch’esso in gran parte inserito nelle attuali logiche produttive, al limite da “limare”). Gli unici tentativi che mi vengono in mente sono quelli di alcuni piccoli movimenti di base, come per esempio i GAS (gruppi di acquisto solidale) o la Rete Lilliput.

Sentivo l’esigenza di esporre queste idee; non ho suggerimenti, tranne tentare di sviluppare attenzione e consapevolezza individuali, però forse qualcosa andrebbe fatto…


Cosimo Alberto Russo

 marzo 2006

Bibliografia: 
  •  R. Villari: “Storia contemporanea”, Laterza, 1981; H. Marcuse: “L’uomo a una dimensione”, Einaudi, 1974;
  • Autori vari per il Club di Roma: “I limiti dello sviluppo”, Mondadori, 1974;
  • T. Terzani: “Un altro giro di giostra”, Longanesi, 2004;
  • E. F.  Schumacher: “Il piccolo è bello”, Moizzi, 1977;
  • Autori vari: “La sfida della complessità”, Feltrinelli, 1985.         

Siti: 

  • www.retegas.org
  • www.retelilliput.org.

Impedimenti ad una vera riflessione

Sommario

In questo studio, che è la continuazione di tre ricerche precedenti, sono esaminate le relazioni in ambito scolastico tra un compito impegnativo ed il contesto esterno nello svolgerlo, in alunni di età compresa tra i quattordici ed i diciannove anni.

A 59 studenti, iscritti al I, II e V anno dell’ITC “Besta” di Ragusa ed appartenenti a quattro classi differenti, nella primavera del 2007 sono stati assegnati dei brevi brani (7), raccordati in certo modo tra di loro, da leggere attentamente.

Le riflessioni in essi contenute si collegavano ai terribili eventi di fine 2004 verificatisi nel Sud-Est asiatico (maremoto), non più nel 2007 all’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa come allora. I passi scelti avevano come tema centrale le difficoltà dell’uomo di capire veramente la natura.

Alla fine del periodo prestabilito (45 minuti), gli studenti avrebbero dovuto, in un quarto d’ora, scrivere qual era il senso complessivo dei diversi brani letti e che messaggio personale ne avevano tratto.

In un certo modo, per usare la schematizzazione di Bartlett (1958), il compito assegnato era classificabile  come interpolativo.

I risultati confermano come in un frangente di carico cognitivo e di fatica il contesto esterno possa far fraintendere il senso dei testi assegnati: essi, infatti, sono stati letti come se fossero un atto d’accusa contro l’umanità e le sue colpe per i cambiamenti climatici tanto discussi nelle settimane di svolgimento della prova.

In questo studio gli allievi del quinto, posti nelle medesime condizioni di alunni di I e II anno, hanno interpretato i brani nella stessa maniera errata.

Pensare non è né facile né naturale: la riflessività vera va, pertanto, insegnata.

Abstract
Obstacles to True Thinking
by Giuseppe Tidona

In this study, which continues three previous investigations, the relationships between a difficult task and the influence of the outer context  in carrying it on are assessed in 14-19 year old pupils.

In spring 2007, seven short passages, interrelated in content, were given to 59 students from four different classes, enrolled on the first, the second and the final year of the ITC “Besta” (a high school in Ragusa- Italy).

The considerations included in them concerned the terrible events (i.e. tsunami) in South East Asia at the end of 2004, events which were not the mass media centre of attention any longer.

The chosen reading passages had as their focus mankind’s difficulty in truly understanding Nature and the powerlessness of human beings.

Students were asked to read the passages in 45 minutes and in a further 15 minutes to put the overall meaning of the different extracts and the personal message drawn from them in writing.

In a certain way, this task could be classified as interpolative, to use Bartlett’s (1958) scheme.

Results confirm that in case of cognitive load, the outer context can be misleading: at the time of the test climatic changes were much discussed on mass media and ascribed to people’s carelessness around the world. The seven extracts were, therefore, misinterpreted and read as if they blamed mankind for the events (which they were not doing).

In this research, the final year students (18-19 years old), put in the same conditions as pupils of first and second year, misunderstood the texts in similar ways.

Reflection  is not easy nor is it natural: true thinking, therefore, must be taught.

Introduzione

Pensare è una delle più affascinanti avventure umane. Più o meno intensamente tutti ne facciamo esperienza quotidianamente, ma se dovessimo darne una definizione in termini formali-astratti, indubbiamente ci troveremmo in difficoltà. Eppure tentare di capire questa pratica (che tra gli esseri viventi appartiene solo all’uomo e non, ad es., agli animali) è essenziale, soprattutto per l’educatore.

Tra gli obiettivi primari di ogni insegnamento (non importa di quale disciplina) c’è indubbiamente quello di promuovere la riflessività degli alunni. Ma che significa innanzitutto questo termine? Come fare? Quali sono le pratiche che possono favorire ed accrescere la pensosità dei discenti? E quali sono, invece, le metodologie negative, da evitare? Rispondere a queste domande è certo difficile, ma è uno sforzo che va comunque compiuto.

Per quanto riguarda la prima domanda possiamo partire da una delle schematizzazioni più conosciute, quella di Bartlett , il quale definisce il pensare come quell’attività umana che interviene tutte le volte in cui noi dobbiamo operare ma l’informazione che abbiamo di fronte a noi è lacunosa, ci sono vuoti ed essi vanno colmati. Incontriamo, ad es., un amico che non vediamo da un po’ di tempo e troviamo che il suo aspetto o i suoi modi sono completamente cambiati. Perché? Che cosa sarà successo? Certo potremmo chiederlo direttamente a lui, ma non lo facciamo, vuoi perché in questa fase ci sembra indiscreto, vuoi perché ci viene naturale tentare una risposta da soli. Partendo, allora, dai fatti di nostra conoscenza, da quello che noi sappiamo riguardo alle sue abitudini ed al suo stile di vita, cerchiamo di congetturare, ipotizzare quello che è avvenuto nel tempo intercorso. Oppure stiamo leggendo un bel romanzo quando ci accorgiamo che per un errore di stampa un pagina è bianca: che cosa mai diranno le righe mancanti? Muovendo, allora, da quello che abbiamo letto prima e da quello che leggiamo dopo possiamo immaginare più o meno precisamente il contenuto della pagina vuota.

Bartlett 2 individua tre diverse tipologie di pensiero, caratterizzate da processi e difficoltà differenti:

1)     l’interpolazione, richiesta come modalità quando nel mezzo di una catena di dati collegati tra di loro, c’è un dato mancante: chi pensa deve, allora, basandosi sull’informazione fornita prima e su quella dispiegata dopo, individuare la parte non presente;

2)     l’estrapolazione, necessaria quando informazioni interconnesse vengono offerte ma poi la serie viene interrotta: è compito dell’osservatore, in questo caso, aggiungere i dati mancanti, individuando al contempo come continuare e quando terminare (ovvero fino a che punto portare avanti la serie);

3)     nel terzo caso l’informazione è presente, ma essa va reinterpretata da un punto di vista diverso o va assemblata in maniera differente da come è stato fatto sinora. Potremmo definire questa terza modalità creativa o, se si vuole, manipolativa.

Secondo Bartlett3 è possibile affermare, se prendiamo in considerazione solo le due prime tipologie le quali si assomigliano abbastanza (in quanto pertinenti a sistemi chiusi, mentre la  terza è più aperta o avventurosa), che la modalità estrapolativa è più difficile della prima perché bisogna svolgere due attività distinte: individuare i dati mancanti ma anche decidere quando la catena ha raggiunto un suo termine naturale.

Indubbiamente nel contesto di una ricerca di laboratorio le asserzioni di Bartlett risultano valide: le condizioni sono standardizzate e non stressanti (al contrario dell’ambiente scolastico), e le prove sono semplificate (si lavora con serie numeriche o di parole collegate tra di loro): è naturale, quindi, che l’estrapolazione risulti più difficile dell’interpolazione. Infatti, con l’interpolazione il punto di arrivo ed un bel po’ di evidenza sulla via sono dati: quello che uno deve fare è colmare il vuoto; nel caso dell’estrapolazione bisogna, invece, portare a termine due compiti.

In un contesto ecologico, come vedremo tra un po’, non è, però, così: i risultati cambiano anche radicalmente rispetto alla previsione di Bartlett.

Ovviamente la maniera di Bartlett è una delle tante possibili di classificare il pensiero, altre ne sono state individuate.

Alcuni autori 4, ad es., sovrapponendo le operazioni interpolative ed estrapolative, in quanto appartenenti a sistemi chiusi, le etichettano egualmente come deduttive, analitiche, formali e convergenti, contrapponendovi la terza tipologia (vedi sopra Bartlett), che classificano come modalità induttiva, creativa, espansiva e divergente.

Questa unificazione, però, può fare perdere di vista la specificità delle prime due operazioni (oltre probabilmente ad ingenerare ulteriore confusione lessicale!), mettendo in secondo piano le difficoltà caratteristiche che si possono incontrare in contesti reali come quello scolastico in compiti di natura interpolativa rispetto a quelli estrapolativi. Mantenere la distinzione è, allora, utile: solo cosi ci possiamo accorgere, e lo vedremo più avanti, come le due tipologie diano origine a problematiche differenti e come il ruolo giocato dal contesto nei due casi sia diverso.

 

Studiare e pensare

Ma qual è la relazione tra lo studio in un normale ambiente scolastico ed il pensare?  Studiare nel più comune senso di ritenere fatti, idee o principi comporta normalmente una attivazione del pensiero? È vero, cioè, che la riflessività è un sottoprodotto naturale dello studio condotto bene?

Alcune mie ricerche al riguardo svolte con studenti di scuola media superiore negli anni passati hanno dato risultati che smentiscono decisamente la presupposizione corrente. Studiare è un’operazione cognitiva caratteristica che comporta operazioni e sforzi particolari, al termine dei quali non si può comunque affermare che la pensosità, come definita nei tre modi su esposti da Bartlett, sia aumentata. Anzi, sembra che diminuisca.

Nella prima ricerca 5 , ad alcuni gruppi di studenti di 14-15 anni sono stati sottoposti due brani antologici (venivano presentati come tali) da studiare, perché subito dopo avrebbero dovuto rispondere per iscritto ad alcune domande sul contenuto. Le risposte sarebbero valse come verifica infraquadrimestrale d’Italiano (si voleva imitare la più tipica, motivante, e forse anche stressante, delle situazioni scolastiche). In effetti le letture erano  state preparate appositamente dallo scrivente e contenevano delle incongruenze.

Le domande erano in parte fattuali (rispondervi era semplice: bastava ricordarsi alcuni eventi concreti citati nelle due letture) ed in parte erano di natura riflessiva, per così dire, in quanto richiedevano di rielaborare porzioni di informazione offerte in maniera abbastanza bizzarra nei testi: non si poteva rimanere alla lettera dei brani a meno di esprimersi in una maniera rivelante assenza di pensosità.

Ebbene la maggioranza degli alunni ha preferito attenersi alla mera lettera del testo piuttosto che rispondere in maniera ricca e soprattutto significativa. La preoccupazione di rimanere fedeli al testo, pur se questo sfiorava l’assurdità, ha fatto aggio su tutto il resto (anche nei discenti normalmente giudicati dagli insegnanti come i migliori).

Solo gli studenti  (le classi erano state divise in due metà equivalenti dal punto di vista delle abilità intellettuali) che esplicitamente, in privato, avevano ricevuto la consegna di utilizzare alcuni organizzatori mentali all’uso dei quali erano stati addestrati tempo prima, ed esattamente gli strumenti CoRT 6 di E. de Bono, fornivano risposte generative e ricche, le quali rivelavano l’attivazione di vera riflessione.

Se si vuole fare riferimento alla schematizzazione di Bartlett, possiamo asserire che le prove erano del terzo tipo, cioè di natura creativa (o manipolativa, per usare un termine che mi sembra abbastanza efficace). Infatti, i discenti dovevano ristrutturare l’informazione presentata per poterne cavare un senso adeguato e soddisfacente.

Studiare non aiuta a pensare

In una seconda ricerca 7 si sono volute vedere le precipue difficoltà riflessive di compiti di natura estrapolativa.

In questo caso lo studio ha coinvolto 141 alunni di 14-15 anni, divisi in tre gruppi. Agli studenti è stata data una storia, il cui finale era stato tagliato. Essi avevano lo stesso compito di prevedere la conclusione sulla base degli indizi logici presenti nella parte consegnata loro, ma seguendo procedure differenti, una delle quali comportava che dovessero “studiare” prima la storia.

Tutti i gruppi hanno raggiunto una buona conoscenza degli elementi del racconto necessari per anticipare la fine, ma i risultati delle loro riflessioni sono stati abbastanza differenti, a seconda della condizione assegnata loro.

“Studiare” è risultata la condizione peggiore per pensare. Gli alunni, cioè, in questo caso, non hanno utilizzato gli indizi sparsi nella parte della lettura presentata loro, non ne hanno fatto un uso logico per arrivare alla conclusione possibile (che è appunto un esercizio estrapolativo).

Ancora un volta la presupposizione corrente veniva smentita: studiare non equivale a pensare!

Dal confronto tra i vari gruppi è risultato che gli alunni nella condizione di studio avevano raggiunto spesso una conoscenza più approfondita dei punti nodali della storia, ma non li collegavano tra di loro, quasi non fossero capaci di autentica riflessione.

Molti, infatti, nel prevedere la fine della vicenda si erano abbandonati (come è stato possibile appurare in un momento successivo di dialogo e di escussione), piuttosto alle loro aspettative, cioè, come qualcuno dei discenti ha poi detto, a “quello che mi piacerebbe capitasse ora”, altri alla pura fantasia, oppure si erano appoggiati su luoghi comuni o su quello che “abbiamo sentito avviene in questi casi”. C’era quasi remora a collegare gli elementi reali presenti nella storia.

Non era il testo a guidare le loro supposizioni, ma il contorno, il resto (e questo aspetto è importante come vedremo tra un po’).

I discenti, invece, appartenenti alla condizione che nella ricerca viene definita di lettura erano stati in grado, in massima parte, di prevedere il finale della trama. Quindi ciò stava a testimoniare che questo compito di estrapolazione (utilizzare, cioè, i dati presenti per continuare la serie e condurla ad un suo termine naturale) non era particolarmente difficile e che comunque era alla loro portata.  Solo i discenti della condizione di studio si erano trovati in difficoltà.

Studiare e connettere

In una terza ricerca 8, invece, si sono voluti esaminare gli ostacoli che compiti di natura interpolativa pongono.

In essa sono state analizzate, grazie a 96 discenti (frequentanti prime e seconde classi di istituti secondari superiori della città di Ragusa), le possibilità dei ragazzi  di questa età di effettuare correttamente operazioni della summenzionata natura.

In che cosa può consistere l’interpolazione, non in un ambito laboratoriale, ma in un ambiente concreto, ecologico (quale è certamente quello scolastico)? Quando, cioè, essa non è svolta sotto forma di gioco, ma in un’attività della vita reale?

A me per l’occasione è parso che il cogliere il senso recondito, vero ma nascosto di una lettura  (e ci sono molti brani il cui significato profondo è nascosto tra le pieghe, sparso, per così dire, tra le righe) potesse essere considerato un test validissimo, una prova ecologica di interpolazione.

Sicuramente a tutti noi è già capitato molte volte di trovarci in situazioni in cui dobbiamo sfruttare tutte le nostre capacità interpolative per potere comprendere fino in fondo il messaggio che ci si offre, esistente ma non esplicitamente o manifestamente statuito.

Infatti, quali sono le operazioni mentali tipiche dell’interpolazione che noi possiamo incontrare anche nell’attività ermeneutica riguardo ad un testo?

Le operazioni compiute nei test interpolativi di laboratorio comportano, non necessariamente nell’ordine in cui qui sono esposte, innanzitutto il prendere atto dei dati che si hanno di fronte, per poi ipotizzare quale possa essere la logica (unica o anche plurale) che lega la catena prima e dopo l’interruzione: si veda il caso frequente in cui ci troviamo di fronte ad una serie numerica o verbale con un vuoto in mezzo, come  si fa anche nei giochi enigmistici svolti per passatempo.

Si può arrivare ad individuare il dato mancante o per intuito, per così dire (misteriosamente saltiamo alla conclusione, non ci è chiaro il modo come ci siamo arrivati, il sesto senso ci dice che funzionerà e che scopriremo dopo i passaggi intermedi).

Ma la meta può essere raggiunta, magari, attraverso un certosino e paziente lavoro di ripasso e di riesame dei collegamenti tra il primo ed il secondo anello della catena, tra il secondo ed il terzo, ecc., verificando di volta in volta ed in maniera completa le nostre ipotesi, anche con un andirivieni tra il primo ed il secondo spezzone della catena, in modo da stabilire che abbiamo una risposta.

E che cosa bisogna, invece, fare quando incontriamo un testo il cui senso non è così piano come ci aspetteremmo?

Possiamo, anche in questo caso, affidarci all’istinto (o intuito che dir si voglia, per poi comunque verificare le nostre ipotesi) oppure intraprenderemo attività di lettura ripetute, a strati per così dire, focalizzandoci sui tratti salienti, su alcuni passaggi topici per cogliere, attraverso la loro sovrapposizione, il vero senso del brano, non evidente a prima vista (costituente, quindi, una sorta di vuoto, di buco).

Come si vede, in ogni caso questa seconda attività somiglia tanto alla prima svolta nel laboratorio!

Dopo attenta ricerca è stato individuato un “test” adeguato alla bisogna, il racconto “Il Camaleonte” di Cechov. Tale brano ha un tenore satirico, ma solo attraverso un’opera di “interpolazione”, cioè riuscendo a collegare elementi distanti tra di loro, sarebbe stato possibile cogliere la sottile ironia che lo pervade, mai diretta ed esplicita.

Gli studenti avrebbero dovuto, dunque, scoprire il vero senso della storia, la carica di critica sociale in essa insita.

Gli alunni erano stati assegnati ad un’unica condizione, quella di studio. La convinzione di partenza era che delle tre operazioni fondamentali di pensiero l’interpolazione fosse la più semplice (v. Bartlett, citato), si voleva semplicemente vedere che percentuale di studenti avrebbero compreso la reale natura del brano e avrebbero formulato esplicitamente quello che nel testo resta implicito, in situazione appunto di studio.

Solo una certa parte dei ragazzi di secondo anno (di 15 anni) sono riusciti a cogliere il senso vero della lettura. Le considerazioni di tutti gli altri sono risultate in massima parte semplicistiche, elementari e fuori luogo.

Gli insegnanti, il profitto e la tipologia di istituto non sembrano avere giocato alcun ruolo, giacché le medesime tendenze hanno attraversato uniformemente tutte e sei le classi coinvolte.

Per vedere se la condizione di lettura avrebbero migliorato le cose (come del resto era avvenuto per l’estrapolazione, vedi la ricerca sopra citata del 2005) è stata ripetuta successivamente l’esperienza in altre prime e seconde (a fine anno scolastico 2006): questa volta gli alunni dovevano semplicemente leggere e provare a rispondere avendo il brano sempre sotto gli occhi. Nel complesso i risultati in termini statistici non sono cambiati significativamente.

Sappiamo già che la condizione di studio non è quella ideale per cogliere pienamente il senso di un brano, ma questa volta neanche la condizione di lettura aiutava.

Perché?

Perché l’interpolazione è, particolarmente in un contesto scolastico, più difficile rispetto all’estrapolazione (cosa che smentisce quanto affermato da Bartlett)?

 

Il ruolo del contesto e dei pattern in situazione di carico cognitivo e di stress

Molti autori, utilizzando il modello dell’Information Processing (e quindi prescindendo da un’analisi sull’importanza dei contesti), parlano di un carico cognitivo particolare, nelle operazioni di interpolazione, sulla memoria di lavoro (la cui capacità, come sappiamo, è abbastanza limitata).

Il dovere tenere contemporaneamente a bada due o più pezzi di una catena informativa causerebbe uno stress particolare, assente, invece, nelle operazioni di estrapolazione in cui c’è solo una stringa di dati da esaminare, passo dopo passo, sui quali ci si può concentrare.

Indubbiamente c’è della verità, in queste affermazioni.

Possiamo immaginare il procedimento estrapolativo come seriale (un passo dopo l’altro si prendono in considerazione gli anelli della catena e si vede che cosa può condurre da un anello all’altro fino all’interruzione, in modo da esaminare come essa possa dopo continuare). Questa operazione comporta difficoltà probabilmente non esorbitanti perché da un dato si può passare all’altro con calma, in modo da arrivare all’ultima stazione con un’ipotesi già verificata: ove essa risultasse, invece, falsificata dai passaggi intermedi si può sempre ricominciare con comodo daccapo.

Il procedimento interpolativo sarebbe, invece, più difficile perché richiederebbe pensiero parallelo, bisognerebbe lavorare contemporaneamente su due (o più) campi differenti con l’aggravio sulla memoria a breve termine di cui si parlava.

Ora io credo che ci sia della verità nelle asserzioni sopra esposte, ma penso anche che queste difficoltà e gli errori commessi durante l’attivazione di processi di tale natura non possano essere spiegati compiutamente ricorrendo solo ai limiti della memoria di lavoro, bisogna oltrepassare il terreno della psicologia cognitiva.

L’uomo si distingue dagli altri essere viventi proprio perché guidato non dal solo istinto ma anche dal pensiero, che è comunque fatica, sforzo, stress.

L’essere umano, allora, per ridursi lo sforzo riflessivo, altrimenti immane, partendo innanzitutto dalla propria esperienza accumulata, ricerca nella realtà, ripetizioni, occorrenze, si sforza di identificare prototipi che possano aiutarlo a trovare una risposta. Ogni persona, dice il neurobiologo Lowery 9, è ricercatore di pattern (o modelli), ed il cervello stesso dell’uomo è strutturato, preparato per questo compito.

Ciò significa che la reazione ad una situazione novella  è abbozzata dall’uomo sulla base della similarità della presente evenienza con circostanze precedenti.

Nella concretezza della realtà cosa comporta tutto questo? Che implicazione potrà mai avere nella pratica educativa?

I concetti sopra esposti sottolineano l’importanza del contesto interno (cosa peraltro affermata dalla stessa psicologia cognitiva, si pensi agli studi di Asubel 10 sull’impalcatura mentale che rende l’apprendimento significativo) e delle esperienze esterne nel guidare l’alunno nelle sue reazioni.

Le strutture concettuali sono costruite dallo studente sulla base di quanto vissuto internamente e di quanto offerto dall’esterno. Si stabiliscono in questo modo delle precomprensioni  le quali diminuiranno lo stress, che non è solo cognitivo, ma al contempo lo condizioneranno nell’interpretare la realtà e nel giudicarla.

Si vengono a costituire dei veri e propri cortocircuiti mentali (i pattern di cui si parlava): essi possono essere un ricchezza (velocizzano le risposte), ma rappresentare anche un pesante condizionamento.

In una circostanza difficile, come può essere l’esperienza di studio di un brano “complicato” come quello di Cechov, allora ci si affida alla legge della similarità, si cerca una corrispondenza tra la presente situazione ed analoghe vicissitudini antecedenti.

Così, il nocciolo del racconto è stato individuato da molti ragazzini nel fatto che “non bisogna maltrattare gli animali”.

Certo, chi asserisce questo è rimasto evidentemente colpito della parte in cui un tizio della folla afferma che Chriukin- uno dei protagonisti del racconto- ha premuto il sigaro sul naso del cane così, tanto per divertirsi, ma è molto probabile che l’importanza eccessiva data a questo passaggio della lettura sia causata dall’esperienza di attaccamento degli adolescenti agli animali considerati come amici, oltre che dalle ricorrenti campagne di stampa di sensibilizzazione riguardo ai maltrattamenti degli animali.

Un cortocircuito mentale ha guidato l’interpretazione del brano fino a falsarne il senso.

Altri, invece, ne ricavano la convinzione che le bugie hanno le gambe corte (probabilmente dando un’importanza eccessiva alle parole del commissario che mette in dubbio la veridicità di certe asserzioni), sicuramente guidati dall’eco di raccomandazioni morali tipiche della tarda infanzia- prima adolescenza!

Gli alunni più grandi che, invece, avevano compiuto sufficiente esperienza delle relazioni sociali e delle iniquità talora insite in esse, probabilmente proprio perché queste ingiustizie erano rimaste scolpite nella loro mente, riuscivano a cogliere fino in fondo la critica alla società!

 

La ricerca

Per valutare in dettaglio, però, la fondatezza di quest’ipotesi, ovvero per esaminare  la centralità del contesto nel guidare le interpretazioni e questioni ulteriori che si pongono con un compito interpolativo in ambito scolastico, è stata organizzata una nuova ricerca sulla scorta dei risultati della ricerca precedente (2006) 11.

Essa si è svolta  nel periodo intercorrente tra il 21/4/2007 ed il 14/5/2007.

A 59 alunni di età compresa tra 14 e 19 anni ed appartenenti ad una prima, a due seconde e ad una quinta dell’ITC “Besta” di Ragusa sono stati assegnati dei brevi brani (7), collegati in certo modo tra di loro, da leggere attentamente.

Alla fine del periodo prestabilito (45 minuti), gli studenti avrebbero dovuto, in un quarto d’ora, scrivere qual era il senso complessivo dei brani letti e che messaggio personale ne avevano tratto. Per motivarli a produrre il massimo sforzo, era stato anche detto che quanto da loro svolto sarebbe stato valutato ai fini del profitto complessivo.

Nella presente ricerca non è stata inclusa una condizione di studio perché  si volevano esaminare più in profondità le difficoltà poste dalla sola lettura di testi, scelti in modo che potessero prodursi sforzi interpolativi di un certo rilievo, per così dire da essere “impegnativi” ad età diverse: una situazione di apprendimento vero e proprio, come tentativo di ritenzione, avrebbe ulteriormente complicato le cose!

I brani assegnati, che di seguito si riportano integralmente, erano in effetti i documenti allegati nell’ambito tecnico-scientifico (tipologia saggio breve) dal Ministero della Pubblica Istruzione in occasione della prova di Italiano (sessione ordinaria 2005 dell’esame di Stato).

ARGOMENTO: Catastrofi naturali: la scienza dell’uomo di fronte all’imponderabile della Natura!

DOCUMENTI
“Natura! Ne siamo circondati e avvolti – incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna- tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra avere puntato tutto sull’individualità, ma non sa che farsene degli individui. Costruisce sempre e sempre distrugge: la su fucina è inaccessibile….Il dramma che essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta, la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita…. Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro….Non conosce passato  né avvenire; la sua eternità è il presente….Non le si strappa alcuna spiegazione, non le si carpisce nessun beneficio, che essa non dia spontaneamente….E’ un tutto; ma non è mai compiuta. Come fa oggi, potrà fare sempre”

J.W.GOETHE, Frammento sulla natura, 1792 o 1793

“Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua…. Quella storia, che un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quello che c’era sulla terra ed anch’egli morì fulminato, ha l’apparenza di una favola, però si tratta in realtà della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo, la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che c’è sulla terra… Quando invece gli dei, purificando la terra con l’acqua, la inondano… coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare…Nel tempo successivo, accaduti grandi terremoti e inondazioni, nello spazio di un giorno e di una notte tremenda… scomparve l’isola di Atlantide assorbita dal mare; perciò ancora quel mare è impraticabile e inesplorabile, essendo d’impedimento i grandi bassifondi di fango che formò l’isola nell’inabissarsi”.

PLATONE, Timeo, 22c-25d  passim

“La violenza assassina del sisma ci pone davanti alla nostra nuda condizione umana e alle nostre responsabilità. Inadeguatezza delle nostre conoscenze, l’insufficienza delle nostre tecnologie…Un punto tuttavia- tutto laico- è ineludibile: dobbiamo investire nuove energie sul nesso tra natura e comunità umana. Energie di conoscenza, di tecnologie ma anche di solidarismo non genericamente umanitario, ma politicamente qualificato.”

G. E. RUSCONI, L’Apocalisse e noi, LA STAMPA, 30/12/2004

“Mi fa una certa tenerezza sentire che l’asse terrestre si è spostato. Mi fa tenerezza perché fa della Terra un oggetto più tangibile e familiare. Ce la fa sentire più “casa”, piccolo pianeta dal cuore di panna, incandescente, che mentre va a spasso negli spazi infiniti insieme al Sole, gli gira intorno, ruota su se stesso e piroetta intorno al proprio asse- un ferro di calza infilato nel gomitolo del globo- che con la sua inclinazione di una ventina di gradi ci dà il giorno e la notte e l’alternarsi delle stagioni. Non è male ricordarsi ogni tanto che la Terra è grande, ma non infinita; che non vive di vita propria in mezzo al nulla, ma ha bisogno di trovarsi sempre in buona compagnia; che non è un congegno automatico ad orologeria, ma che tutto procede (quasi) regolarmente soltanto per una serie di combinazioni fortunate. La Terra è la nostra dimora, infinitamente meno fragile di noi, ma pur sempre fragile e difesa soltanto dalle leggi della fisica e dalla improbabilità di grandi catastrofi astronomiche…Quello dello spostamento dell’asse terrestre è solo una delle tante notizie-previsioni di matrice scientifica…..C’è chi dice che a questo evento sismico ne seguiranno presto altri a “grappoli”…Altri infine fanno previsioni catastrofiche sul tempo che sarà necessario per ripristinare certi ecosistemi…Ciò avviene… perché moltissime cose le ignoriamo, soprattutto in alcune branche delle scienze della Terra. La verità è che, eccetto casi particolarmente fortunati, non siamo ancora in condizione di prevedere i terremoti e i maremoti”.

E. BONCINELLI,  Dall’asse distorto ai grappoli sismici. Quando la scienza vuol parlare troppo, CORRIERE DELLA SERA, 21/1/2005

 

“Il paradosso è questo: i fattori che causano un maremoto…sono gli stessi che, ragionando in tempi lunghi, hanno reso il nostro Pianeta un luogo privilegiato del sistema solare, dove la vita ha potuto svilupparsi ed evolvere. Partiamo da considerazioni banali: gli ingredienti di uno tsunami o maremoto sono due: grandi masse d’acqua liquida, cioè l’oceano; e sotto all’oceano, uno strato solido e  rigido, la litosfera terrestre, che però si muove. La litosfera che giace sotto gli oceani varia di spessore tra i 10 e gli 80 chilometri; in alcune zone particolari è squassata periodicamente da improvvisi sussulti con spostamenti di masse che possono trasmettere grande energia alle acque sovrastanti e causare il maremoto. Ma perché questi sussulti, perché questa litosfera solida ma viva, vibrante, sempre in movimento….? E poi, perché questi grandi volumi di acqua liquida che coprono i due terzi della nostra Terra?”

E. BONATTI, Ma è l’oceano che ci dà vita, IL SOLE 24 ORE, 2/1/2005

 

“Il XX secolo ci ha insegnato che l’universo è un posto più bizzarro di quanto si immagini…né l’instabilità dell’atomo, né la costanza della velocità della luce si accordano allo schema classico della fisica newtoniana. Si è aperta una frattura fra ciò che è stato osservato e quanto gli scienziati possono invece spiegare. A livello microscopico i cambiamenti sono improvvisi e discontinui: gli elettroni saltano da un livello energetico all’altro senza passare per stadi intermedi; alle alte velocità non valgono più le leggi di Newton: la relazione fra forza e accelerazione è modificata, e così pure la massa, le dimensioni e perfino il tempo….La speranza che tutti i fenomeni naturali possano essere spiegati in termini di materia, di forze fondamentali e di variazioni continue è più esile di quanto si creda, anche negli ambiti di ricerca più familiari. Ciò vale per buona parte della fisica e per alcuni aspetti della chimica, scienza che solo nel XIX secolo è divenuta rigorosamente quantitativa, mentre è molto meno vero per la chimica organica e per la biochimica. Scienze della Terrra, come la geologia e la meteorologia, in cui la complessità non può essere troppo idealizzata, si basano più su descrizioni e giudizi qualitativi specializzati che su una vera teoria”.

R.     VOODCKOC- M. DAVIS, La teoria delle catastrofi, Milano, 1982

 

“Comprendere il mondo, agire sul mondo: fuor di dubbio tali sono gli obiettivi della scienza. In prima istanza si potrebbe pensare che questi due obiettivi siano indissolubilmente legati. Infatti, per agire, non bisogna forse avere una buona intelligenza della situazione, e inversamente, l’azione stessa non è forse indispensabile per arrivare ad una buona comprensione dei fenomeni? …Ma l’universo, nella sua immensità, e la nostra mente, nella sua debolezza, sono lontani dall’offrirci sempre un accordo così perfetto: non mancano gli esempi di situazioni che comprendiamo perfettamente, ma in cui ci si trova ugualmente in una completa incapacità di agire; si pensi ad un tizio la cui casa è invasa da un’inondazione e che dal tetto su cui si è rifugiato vede l’onda che sale o lo sommerge. Inversamente ci sono situazioni in cui si può agire efficacemente senza comprenderne i motivi… quando non possiamo agire non ci resta più che fare buon viso a cattivo gioco e accattare stoicamente il verdetto del destino…Il mondo brulica di situazioni sulle quali visibilmente possiamo intervenire, ma senza sapere troppo bene come si manifesterà l’effetto del nostro intervento”.

R. THOM, Modelli matematici della morfogenesi, Torino, 1985

 

Formulazione dell’ipotesi

 

I brani parlano, come si è potuto vedere, delle difficoltà dell’uomo di capire veramente la Natura.

L’ipotesi di partenza è stata che, nonostante la condizione assegnata fosse unica e  non impegnativa (gli alunni avrebbero dovuto leggere solo i passaggi, non studiarli, non ritenerli, quindi senza affaticarsi e preoccuparsi di questioni altre), i soggetti della ricerca avrebbero avuto difficoltà nel comprendere veramente il senso dei testi per almeno quattro motivi differenti:

1)     l’interpolazione è comunque operazione difficile, soprattutto per i soggetti più piccoli di età, probabilmente anche in una semplice condizione di lettura come questa;

2)      nel caso presente il test consisteva nel leggere ben 7 brani differenti (alcuni anche lunghi). Tentare di capire che cosa potesse accomunarli significava sovrapporre i brani, cavarne similarità e differenze: un bel problema;

3)     i documenti offerti erano come fuori contesto (essi erano stati assegnati all’esame di stato del 2005 quando erano di scottante attualità a causa dell’onda anomala causata dal terribile maremoto che aveva sconvolto il Sud-Est asiatico!): era, perciò, necessario un supplemento di sforzo riflessivo. Il titolo poteva aiutare in maniera sostanziale (il tema che li accomunava era, infatti, quello dell’insondabilità della natura): ma probabilmente sarebbe passato inosservato (come poi effettivamente è avvenuto).

4)     nella tarda primavera del 2007, quando il test è stato effettuato nelle classi summenzionate, sui mezzi di comunicazione si parlava in maniera insistente degli sconvolgimenti climatici, dell’effetto serra e delle gravi responsabilità dell’uomo in tutto ciò. Trattandosi comunque di Natura, si potevano innescare dei cortocircuiti mentali, che avrebbero creato l’illusione che l’interpretazione fosse facile e a portata di mano, ma che in effetti avrebbero confuso, facendo leggere i brani come un atto di accusa contro l’umanità e le sue colpe negli sconvolgimenti!

 

La presupposizione era, infine, che anche gli allievi di 5° anno (di 18-19 anni) avrebbero letto i brani allo stesso modo di quelli della prima classe: in situazioni di fatica e di confusione anche in loro si sarebbero innescati i cortocircuiti mentali di cui si parlava sopra. In altri termini, in circostanze difficili il contesto probabilmente avrebbe fatto aggio anche su aspetti importanti come la maturazione delle abilità cognitive o l’accresciuta resistenza allo stress.

Si può anche supporre che all’esame di stato del 2005 (ma non ho dati precisi al riguardo dei risultati di due anni fa) i candidati i quali hanno affrontato questa tipologia di prova siano riusciti a capire le letture in maniera percentualmente più elevata rispetto ai soggetti della ricerca 2007 (l’importanza del contesto!)

Dalla lettura delle loro risposte è emerso il seguente quadro.

I risultati

Tabella 1

 

Alunni di I Alunni di II Alunni di V Totali di riga
Risposta corretta(hanno colto il senso complessivo dei brani) 7 9 4 20
Risposta errata (hanno frainteso i brani) 13 18 8 39
Totali colonna 20 27 12  59

Nota sulla tabella 1: l’analisi del chi quadrato sulla differenza tra risposte corrette e risposte errate attraverso i tre livelli (I, II e V anno) mostra che essa è praticamente insignificante, corrispondendo a quanto atteso, X² (2, N=59)=0.16, p=.992, 2-sided: in termini concreti, non c’è stata diversità nei trend di risposta tra gli alunni di scolarizzazione ed età differenti. Evidentemente il contesto ha preso il sopravvento su tutto il resto!

È stato anche condotto un “good of fitness test” per vedere se la differenza tra risposte corrette ed errate degli allievi considerati nel loro insieme si allontanava dalla distribuzione teorica: questa volta lo scostamento è risultato abbastanza significativo, X² (1, N=59)=6.11, p=.013. In altre parole si può escludere che la percentuale superiore di risposte errate (66.1%) rispetto a quelle corrette (33.9%) sia da attribuire al caso.

Commento

 

Le considerazioni prodotte dai discenti sono state codificate, ovvero classificate in tipologie, a seconda dei concetti centrali che le reggevano, e su questa base giudicate errate o corrette.

Dalla tabella 1 si può notare come le tendenze di risposta non siano cambiate attraverso le classi: la maturazione cognitiva, l’abitudine a compiti “difficili” in preparazione dell’esame di Stato non hanno esentato gli allievi più grandi di quinta dal produrre considerazioni fuori luogo ed in massima parte simili a quelle degli iscritti al primo anno!

La differenza tra risposte errate (66.1%) rispetto a quelle corrette (33.9%) risulta, invece, significativa.

La percentuale superiore di risposte errate non può spiegarsi se non con la natura del compito e l’intervento del contesto, che è sembrato a tanti eliminare la fatica di pensare di fronte a ben sette brani diversi e soprattutto il tedio di esaminarli nel dettaglio attraverso letture e confronti ripetuti.

 Nel presente studio interessa discutere solo le risposte errate.

Le considerazioni “erronee”, a prescindere dalla tipologia di appartenenza, erano, comunque, indotte da riflessioni che in senso lato possono essere definite di natura “ecologistica” (dominanti al momento del test nel dibattito comune).

 Se ne sintetizzano ora le più comuni, che colpiscono tutte, perché è facile chiedersi quali possano essere i punti di contatto tra i testi consegnati e le considerazioni espresse!

 

La natura fragile e vendicativa…

“La natura è fragile, qualche volta si arrabbia, ma se noi la rispettiamo, essa non ci farà dispetti” (alunno di I anno).

“La natura ci fa soffrire, perché noi abbiamo fatto soffrire lei. Il nostro sfruttamento dello risorse è così intenso che la natura non può far altro che ribellarsi” (alunni di I, di II e V anno).

“La natura è grandiosa, ma qualche volta si arrabbia con l’uomo per il suo operato” (alunni di I e II classe).

La natura meravigliosa…

“Nell’universo ci sono tante bellezze, ma noi non le notiamo nemmeno e non ce ne curiamo” (alunno di I anno).

“La natura è un dono meraviglioso, ma noi non riusciamo ad apprezzarla, anzi la distruggiamo” (alunni di II e V anno).

“Nella natura ci sono tante specie animali e vegetali, guardandole ti rendi conto di quanto sei fortunato; dobbiamo collaborare per renderla migliore, altrimenti morirà” (alunno di V classe).

Potenziare la sensibilità verso la natura…

“Nelle scuole bisognerebbe insegnare di più a rispettare la nostra Terra, perché la stiamo distruggendo” (alunni di II anno).

“Questi brani cercano di infondere in noi la sensibilità che ci manca per rispettare la natura” (alunni di I e II classe).

La causa delle catastrofi…

“L’inquinamento dell’uomo causa fenomeni come terremoti, maremoti, ecc. (alunni di II anno).

“L’aumento eccessivo della temperatura, causato dall’inquinamento, provoca l’effetto serra, la liberazione di gas nocivi provoca il buco dell’ozono” (alunno di II classe).

“Adesso ognuno si comporta come vuole e la natura viene distrutta; dobbiamo imparare a stare in sua compagnia” (alunni di I e  V anno).

“Ho capito che bisogna fare qualcosa per salvare la natura, ad es. evitare di tagliare gli alberi” (alunno di II anno).

 I dati statistici e l’analisi qualitativa delle risposte errate sembrano confermare, dunque, l’ipotesi di partenza: i processi interpolativi sono particolarmente difficili anche in una condizione semplice qual è quella di lettura (evidentemente in una tipica situazione di studio le cose non potrebbero che ulteriormente peggiorare!).

In un frangente come questo, inoltre, di carico cognitivo e di fatica il contesto prende il sopravvento e guida le operazioni, perché sembra facilitare il tutto.

Nel presente studio gli allievi di V anno posti nelle condizioni di alunni di I e II classe hanno avuto le stesse reazioni cognitive, cadendo egualmente nella trappola “ecologistica”.

Conclusioni 

Quali sono dunque le migliori condizioni per pensare?

Dalle prime due ricerche (2004 e 2005) summenzionate la condizione di studio è  risultata paradossalmente la meno idonea a sviluppare riflessività. La condizione di lettura (2005) è parsa migliorare sensibilmente le cose, incrementando la “pensosità”.

Ma nel terzo studio (2006) è stato verificato come esistano compiti particolarmente impegnativi (quelli interpolativi) per i ragazzi di una certa età e come nemmeno la condizione di lettura (così è stato accertato poi) possa cambiare le cose. In questo caso non le abilità intellettive, non il profitto scolastico, non la condizione relativamente “rilassata”, ma solo i frangenti di vita vissuta hanno determinato le risposte pertinenti.

Solo che le esperienze, i contesti incontrati sono importanti e arricchiscono la persona, ma possono portare anche fuori strada, in quanto attivanti pattern, automatismi: e questo è il risultato della presente (2007) ricerca.

Il compito assegnato nel 2007 agli studenti, classificabile anch’esso come interpolativo, era senza dubbio più impegnativo rispetto a quello del 2006.

Ancora una volta la condizione privilegiata (quale abbiamo visto essere quella di lettura rispetto allo studio) non ha aiutato, ma ora, in presenza di una difficoltà pronunciata, neanche la maggiore esperienza (ovvero l’età) ha discriminato più: ciò ha fatto sì che una percentuale consistente di alunni non sia riuscito a cogliere il vero senso dei 7 brani offerti.

 Anche studenti di 18-19 anni hanno prodotto, di fronte ad un compito che era stato pensato da Ministero della Pubblica Istruzione proprio per loro nel 2005, le medesime considerazioni semplici di ragazzi di 14 anni.

In situazione di difficoltà pronunciata il contesto esterno ed interno determina l’attivazione di cortocircuiti mentali, di schemi che prendono il sopravvento ed in maniera spesso fallace sembrano risolvere ogni problema.

Che conclusioni trarne?

In generale sembra esserci una relazione inversa tra sforzo e pensosità: quando aumenta l’uno diminuisce l’altra (voglio specificare che lo sforzo  di cui qui si parla è lo stress, non l’impegno cosciente che ha, invece, una relazione diretta con i risultati)!

Leggere è meglio che studiare in termini di attivazione di vera riflessività: ma se il compito è particolarmente gravoso e lo stress interpretativo è notevole, è molto probabile che la persona si faccia comunque guidare da modelli di risposta suggeriti dal contesto, da schematismi che possono portare fuori pista.

Nelle condizioni di difficoltà il riflettere vero è meno diffuso di quanto non crediamo.

 Pensare significa, infatti, rivedere, ritornare, domandarsi, mettere in dubbiocomparare: tutte operazioni non semplici e faticose, che non vengono neppure favorite da una certa cultura dominante. In ambito scolastico, e non, sembra, infatti, vigere un principio assurdo: chi è bravo è anche veloce, cioè capace di trovare una soluzione nel più breve tempo possibile. Dunque ognuno si affretti a trovarla!

 La fretta è naturale ma in molte circostanze è uno dei più importanti fattori limitanti 12.

Pensare significa anche la disponibilità a pensare, la sensibilità nell’intravedere quelle situazioni lacunose che a prima vista potrebbero sembrare soddisfacenti. In altri termini, la persona riflessiva non è solo capace di risolvere i problemi, soprattutto li sa individuare!

Se pensare non è dunque naturale e istintivo come lo possono essere il respirare ed il mangiare e se nei compiti gravosi si ricorre a determinati pattern di risposta, spesso fallaci, è necessario che alla vera riflessività si venga abituati, addestrati.

Studiare non basta, così come non basta avere maturato una certa esperienza per dire di essere diventate delle persone “riflessive”.

I docenti devono esplicitamente insegnare a pensare, ad intravedere i problemi.

A questo fine possono essere utili gli organizzatori mentali che guidano il pensiero e lo reggono passo dopo passo, per evitare che esso ricorra a soluzioni stereotipate o si accontenti della prima risposta a portata di mano.13.

Alcune esperienze effettuate in un contesto italiano hanno già testimoniato la loro efficacia 14. Questi strumenti sono come dei passamano della riflessione e la disciplinano anche quando è necessario un sforzo intenso, come si diceva sopra, di pensiero parallelo.

Giuseppe Tidona

Ragusa, estate 2007

Per contattare l’Autore, si può scrivere all’indirizzo e-mail gtidon@tin.it .

1  Sir Frederic Bartlett,  Thinking- An Experimental and Social Study, London, Allen & Unwin LTD, 1958, pp. 21-22.
2 Sir Frederic Bartlett, op. cit., p. 22.
3 Sir Frederic Bartlett, op. cit., p. 33.
4Cfr., tra gli altri, Nickerson, Perkins & Smith, The Teaching of Thinking, London, Lawrence Erlbaum Associates,  1985, p.50.
5 G. Tidona, Studiare e pensare, Ragusa, 2004; è possibile leggere la versione integrale dell’articolo riferente i risultati  della ricerca accedendo al sito: http://www.itcbesta.it/Tidona.htm. La ricerca è stata presentata alla V Conferenza Internazionale sul Pensiero Creativo presso l’Università di Malta  e la sua versione inglese è stata pubblicata in Creative Thinking- Selected Proceedings of the Fifth International Conference on Creative Thinking,  edited by Sandra Dingli, Malta, Malta University Press, 2007.
6 E. de Bono, CoRT Thinking, Blandford, Dorset, Direct Education Services Limited, 1973-1975; vedi anche de Bono, CoRT Thinking Program. Workcards and Teacher’s Notes. Chicago, Science Research Associates, 1987.
7 G. Tidona, Studiare non aiuta a pensare, Ragusa, 2005; la ricerca è stata sottoposta al Comitato scientifico della 12th International Conference on Thinking presso l’Università di Melbourne, Australia (2005) ed accettata dallo stesso per la presentazione durante la conferenza. Anche in questo caso è possibile leggere la versione integrale dello studio accedendo al sito citato sopra.
8 G. Tidona, Studiare e connettere, Ragusa, 2006; anche in questo caso è possibile leggere la versione integrale della ricerca accedendo al sito:  http://www.itcbesta.it/Tidona.htm.
9 L. Lowery, The Biological Basis for Tinking,  in “Developing Minds” edited by A. Costa, Alexandria- USA, ASCD, 2001, p.175.
10 Cfr. D. Ausubel, Educazione e processi cognitivi,  Milano, Franco Angeli, 1998.
11 Cfr. G. Tidona, Studiare e connettere, cit.
12 Perkins, Outsmarting IQ, NY, The Free Press, 1995, volume in cui Perkins individua la hastiness come uno dei limiti riflessivi salienti dell’uomo di oggi.
13 Vedi, ad es. gli strumenti CoRT di E. de Bono, citato sopra.
14 Vedi i miei resoconti “E’ possibile migliorare la creatività e la riflessività dei ragazzi?”, in Dialogo, anno XXVI, n.7, ottobre 2001, Modica, pp 1-9, e “Riflessività e creatività a scuola”, in Dialogo, anno XXVII, n. 7, ottobre 2002, Modica, pp.7-8. Entrambi gli studi sono disponibili on line sul sito web citato sopra.