CALLIOPE, di Giuseppe Tumino

Calliope è la Musa per eccellenza, anzi viene spesso nominata per indicare le Muse in generale. Il suo nome significa “dalla bella voce”, ma questo non vuol dire soltanto dal suono gradevole, ma dalle belle e decisive parole, come quelle dei re e dei giudici da cui dipendono la giustizia e la pace.

Nella Grecia arcaica, infatti, il re di giustizia, l’indovino e il poeta sono accomunati dall’essere maestri di verità, verità che è luce, memoria ed elogio, assertoria, senza bisogno di dimostrazione.

Calliope. Dettaglio del dipinto Urania e Calliope di Simon Vouet (1634 ca.)

Per questo Calliope è riconosciuta come la più importante delle Muse fin dalla Teogonia di Esiodo dove è definita “la più illustre di tutte”; e anche Platone, nel Fedro, quando parla del mito delle cicale, ribadisce che Calliope è la prima e la più anziana delle Muse.

Essendo la maggiore e la più saggia delle nove sorelle, fu scelta da Zeus come giudice fra Afrodite e Persefone  per dirimere la loro disputa per contendersi Adone, e, come è noto,  anche in questo caso diede prova di salomonica saggezza.

Questo spiega perché nell’iconografia Calliope viene sempre raffigurata  con una corona d’oro ad indicare la sua supremazia sulle altre sorelle. I suoi simboli sono lo stilo e la tavoletta di cera, oppure un rotolo o un libro perché è protettrice di chi scrive in versi e in prosa.

Simon Vouet, pittore francese caravaggista, iniziatore del barocco in Francia, in un dipinto del  1634 conservato alla National Gallery of Art di Washington, raffigura Calliope insieme a Urania. Calliope tiene  in mano l’Odissea che appoggia sul grembo come una sua creatura.

E ancora Stravinskij nel balletto Apollon Musagete presenta Apollo nell’atto di donare a Polimnia una maschera, a Tersicore una lira e a Calliope una tavoletta.

La scrittura è frutto della conoscenza (il padre Zeus) e del ricordo (la madre Mnemosine) da cui si origina ogni opera d’arte, e  anche se per Platone la scrittura resta sempre una specie di gioco, una cosa poco seria e fredda rispetto all’oralità dialogante, senza la scrittura non sarebbero esistite né la storia né la filosofia e forse l’intera cultura occidentale.

Calliope, quindi, è la Musa di Omero, ispiratrice dell’Iliade e dell’Odissea, ed è definita da Lucrezio “callida Musa, Calliope, requies hominum divomque voluptas ”, saggia Musa Calliope, consolazione degli uomini e voluttà degli dei.

Oltre a Virgilio, pure Dante la invoca indirettamente nel II canto dell’Inferno e direttamente nel I canto del Purgatorio insieme alle altre “Sante Muse”, di cui si dichiara “vostro”. Lo  stesso   Foscolo ribadisce nei Sepolcri che Dante è “dolce di Calliope labbro”. Infatti Esiodo aveva detto che  beato è colui che le Muse amano; dalla sua bocca scorre la voce che fa scordare i dolori e i lutti”

Questa funzione consolatoria delle Muse in generale e di Calliope in particolare, è però un’arma a doppio taglio perché la  prima cosa che le Muse avevano detto proprio ad Esiodo all’inizio della Teogonia, è che esse possono, se vogliono, cantare il vero, ma possono anche dire molte menzogne simili al vero. Si tratta dello stesso incantamento provocato dalle Sirene che, nella tradizione alessandrina sono figlie di una Musa, probabilmente la stessa Calliope, e del fiume Achelaoo. Per questo il filosofo Boezio, in carcere perché ingiustamente condannato, si affiderà piuttosto alla razionale consolazione della Filosofia la quale caccerà via le Muse lusinghiere e ingannatrici definendole “scenicas meretriculas”, sgualdrinelle da teatro.

Tra l’altro le Muse non hanno esitato ad essere vendicative allorquando le Pieridi, che avevano osato sfidarle nel canto, furono mutate in rauche gazze. In quell’occasione Calliope ricevette il compito di gareggiare per tutte e fu proprio lei a dare il colpo di grazia intonando un inno a favore di Cerere e narrando della vasta isola di Trinacria sotto cui è schiacciato il gigante Tifeo che spesso muovendosi scuote la terra, come ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi.

Calliope è la protettrice della poesia epica. Epos è parola, narrazione, e la poesia epica è fortemente legata alla tradizione orale che costringe gli aedi a memorizzare una gran quantità di versi da recitare accompagnandosi con la cetra. Nei poemi epici vengono cantate le gesta  di un eroe , usati spesso in funzione politica per fissare la memoria e l’identità di un popolo. Come dice il Dodds, la creazione poetica contiene qualcosa che non è stato scelto, ma concesso dagli dei; non a caso il poeta, quando invoca le Muse, chiede sempre che cosa deve dire, non come deve dirlo. I poeti, quindi, non inventano dal nulla, ma rappresentano e richiamano un sapere condiviso, che li precede e che tramandano perché l’eroe che cantano non è solo il protagonista del mito, ma ha pure un ruolo importante nelle istituzioni religiose e civili della città, sebbene a livello solo locale. Esisteva infatti un culto degli eroi  provocato dalla stessa poesia epica che decretava la gloria (kleos) dell’eroe in seguito quasi sempre ad una  bella morte. L’eroe quindi non è tale  solo per la sua nascita dovuta all’unione fra divinità e mortali (Platone nel Cratilo aveva detto che la parola eroe deriva da eros), ma anche per la superiorità del coraggio o del talento e pure per la sua morte che è sì un discrimine tra umano e divino, ma ne consacra lo statuto eroico e ne decreta il successivo culto della tomba.

Calliope fu pure madre di Imeneo, che presiedeva alle nozze e dei Coribanti, sacerdoti di Cibele;  da Eagro, re di Tracia, o dallo stesso Apollo, ebbe il grande Orfeo, fondatore di importanti culti misterici. Orfeo era così abile nel suonare la lira che incantava ogni creatura, sovrastando col suo canto le stesse Sirene. Dopo aver commosso persino i signori degli inferi, riebbe Euridice, la sua sposa morta per il morso di un serpente, ma venne meno alla promessa di non voltarsi a guardarla prima di averla condotta fuori e la perse per sempre. Orfeo finì poi squartato dalle donne tracie, Baccanti istigate da Afrodite che volle così vendicarsi su Calliope perché non aveva gradito il suo giudizio espresso in quella contesa che aveva avuto con Persefone per Adone.

Marcuse in Eros e Civiltà definisce Orfeo la voce che canta e non comanda perché la musica ha il potere di dare ordini senza comandare, e forse in questo si può compendiare l’eredità che  oggi ci resta di Calliope: il fascino della voce, del racconto e dell’armonia tra uomo e natura.

Il mito, insomma, ci consente di guardare la realtà sotto una nuova luce conferendo visibilità a ciò che altrimenti sarebbe invisibile. Lasciarsi incantare ancora dal canto di Calliope vuol dire trovare rifugio nel dono della bellezza liberandoci dall’ossessione dell’utilità.

Giuseppe Tumino

17 novembre 2018

Nota: Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista LE MUSE, nel supplemento di marzo 2018.

Che cos’è l’epigenetica. Come l’ambiente, l’alimentazione, il pensiero influenzano gli organismi viventi.

di Silvia Giannella

L’epigenetica è una nuova scienza che ha rappresentato una vera e propria  rivoluzione nelle conoscenze scientifiche di vari ambiti di studio quali la biologia, la genetica, la medicina e la farmacologia determinando un  capovolgimento nell’approccio allo studio di queste discipline.

Infatti, mentre fino a pochi anni fa si pensava che i geni di un individuo  ne determinassero il destino, oggi sappiamo che l’ambiente in cui l’organismo vive (le sostanze chimiche, l’ambiente intrauterino, l’alimentazione, lo stress) riveste un ruolo altrettanto importante per l’individuo stesso ma anche per i suoi figli.

L’epigenetica nasce in seguito alla genetica, la scienza dell’ereditarietà: essa descrive tutte quelle modificazioni  che insorgono nel corso della vita di una cellula o di un organismo a causa dell’interazione con l’ambiente; l’aspetto particolare di tali modificazioni è che esse possono essere ereditabili pur non trasformando direttamente il DNA, il materiale ereditario per definizione.

Per capire bene l’importanza dell’epigenetica sia dal punto di vista teorico sia per le possibili applicazioni mediche, bisogna definire che cos’è la genetica e  descrivere sommariamente le principali conoscenze che la caratterizzano.

La genetica viene definita anche come la scienza dell’ereditarietà; essa riconosce nei geni, piccoli segmenti di DNA, le unità ereditarie. I geni sono contenuti in gruppi all’interno dei cromosomi, organelli presenti all’interno del nucleo di ogni cellula, in numero definito per ogni specie animale e vegetale (per es. nell’uomo ce ne sono 46).

I geni, oltre ad essere trasmessi dai genitori ai figli mediante la riproduzione sessuale, hanno il compito di far funzionare ogni singolo organismo, e, più in generale, ogni singola cellula in cui sono contenuti. Possiamo dire che essi si esprimono nella cellula cioè determinano la produzione di sostanze, le proteine, che a loro volta determinano la struttura e  permettono il funzionamento delle cellule. Per fare un esempio, possiamo dire che nelle cellule del pancreas alcuni geni permettono la produzione della proteina insulina la quale ha il compito di regolare il metabolismo del glucosio. Se i geni in questione sono alterati (per esempio a causa di una mutazione), l’insulina non viene prodotta e l’organismo risulta affetto dal diabete, la malattia per cui il glucosio non viene smaltito nell’organismo e si accumula nel sangue provocando gravi alterazioni patologiche.

In sintesi, tutti i geni di un organismo costituiscono il suo genotipo mentre i caratteri fisici e funzionali dell’organismo ne costituiscono il fenotipo.

Gli studi che si sono susseguiti nel XX secolo hanno portato a una conoscenza dettagliata della struttura degli acidi nucleici (DNA, RNA) della cellula e delle strutture cellulari implicate nel meccanismo di costruzione delle proteine (sintesi proteica).

Verso la metà del 1900, si è arrivati addirittura a definire il cosiddetto dogma centrale della biologia,secondo il quale il flusso di informazione procede in un’unica direzione:

          trascrizione                                                      traduzione

   DNA ————————>   RNA —————-> proteine

Secondo questo schema, il DNA contiene il codice genetico di un determinato organismo; esso viene trascritto in un altro tipo di acido nucleico, l’acido ribonucleico (RNA), poi, attraverso una serie di complesse reazioni chimiche, dalle istruzioni presenti nell’RNA si costruiscono le proteine. Queste ultime vanno a formare le strutture di cui sono composte le cellule e i cosiddetti enzimi che permettono alla cellula di svolgere tutte le sue funzioni. Il codice genetico rimane sempre invariato e quindi si esprime sempre nello stesso modo. Esso si modifica soltanto in seguito ad errori, le mutazioni, che avvengono in modo casuale. Queste portano, nella maggior parte dei  casi, ad alterazioni in alcune strutture e funzioni cellulari determinando malattie nell’individuo che ne è portatore.

 Si definiscono invece epigenetici quei cambiamenti che influenzano il fenotipo senza  alterare il genotipo. Questi cambiamenti vengono spesso trasmessi alle cellule figlie attraverso la riproduzione cellulare però essi non sono permanenti, ma possono essere cancellati o modificati in risposta a diversi stimoli, come, per esempio, i fattori ambientali.  Sono epigenetici per esempio, i fenomeni di differenziamento cellulare, quel processo che permette alla prima cellula uovo fecondata da uno spermatozoo, lo zigote, di dare luogo alle diverse linee cellulari, cellule nervose, muscolari, epidermiche, connettivali, senza modificare il DNA presente nello zigote, ma silenziandone alcune parti e stimolandone altre ad “esprimersi”; si formano così solo quelle proteine che caratterizzano un determinato tessuto. 

Ed è proprio a causa della natura epigenetica del differenziamento che una cellula differenziata può essere riprogrammata e diventare totipotente (cellula staminale), permettendo così la clonazione cioè la formazione di un intero organismo a partire dal suo nucleo.

Altri importanti studi in campo epigenetico riguardano l’influenza dell’alimentazione nel determinare l’insorgenza di una malattia: si è visto, per esempio, che esiste una correlazione tra l’aumento di assunzione di cibo di un soggetto e un maggior rischio di diabete e di malattie cardiovascolari . Molti studi hanno dimostrato che spesso questo rischio viene trasmesso anche alle generazioni  successive: ciò dimostra  che anche alcune modificazioni epigenetiche possono essere trasmesse  dai genitori ai figli.

Molto interessanti si sono rivelati gli studi sui gemelli monozigoti (i gemelli uguali, che derivano dalla scissione di una cellula fecondata da uno spermatozoo). Questi, pur avendo lo stesso DNA, nel corso della crescita si possono differenziare l’uno dall’altro a causa dell’ambiente cioè delle diverse esperienze affrontate, dei differenti stili di vita; questo può determinare cambiamenti nell’espressione di alcuni geni, attivandoli o disattivandoli.

Un altro campo in cui l’epigenetica si sta rivelando fonte di nuove conoscenze è quello oncologico.

Si è sempre pensato che all’origine del cancro ci sia una mutazione genetica: uno dei più noti risultati di questa alterazione è l’incontrollata riproduzione cellulare che, insieme ad altre trasformazioni patologiche, porta a morte l’individuo affetto dal cancro. Attualmente sappiamo  che la malattia può essere causata anche da processi epigenetici che modificano la trascrizione di alcuni geni bloccandoli o attivandoli in modo incontrollato. Questa scoperta  ha rivoluzionato le conoscenze sul cancro nel senso che non si pensa più a questa malattia come a qualcosa di scritto nel destino di un individuo – i suoi geni – ma  a qualcosa che può essere determinata dal nostro stile di vita, dalla nostra alimentazione dalle sostanze inquinanti con cui entriamo in contatto.

Non solo, ma anche l’approccio terapeutico cambia: mentre appare arduo andare a modificare a monte l’alterazione genica causa del cancro, sembra molto più fattibile sintetizzare farmaci in grado di interagire con un prodotto genico alterato come per esempio una proteina modificata e dannosa per l’organismo. L’alterazione diventa così potenzialmente reversibile, individuando il percorso terapeutico mirato a un bersaglio più accessibile.

E’ così che l’epigenetica nata come un corollario della genetica (epì-genetica), si è trasformata in una disciplina a sé stante in grado di aprire importanti prospettive di studio.

Silvia Giannella

10 novembre 2018

I cicli planetari e gli aspetti

di Pippo Palazzolo*

Introduzione

In tutte le cose troviamo la ciclicità, tutto ha un inizio, una crescita, un declino e una fine. La durata dei cicli può essere variabile, ad esempio la vita umana, oppure relativamente regolare, ad esempio il ciclo di lunazione.

Fin dall’antichità l’osservazione dei movimenti planetari e dei loro cicli è stata effettuata con grande attenzione, fino a raggiungere la capacità di prevederne in anticipo le posizioni celesti e pubblicarle nelle effemeridi, che oggi hanno raggiunto una precisione scientifica.

Tutto ciò ci permette di poter analizzare i fenomeni connessi alle fasi dei cicli e a poterne prevedere i tempi. Ad esempio, già oggi vi posso dire che la prossima Luna Piena si formerà il 23 novembre 2018, alle 5:40 ora di Greenwich, con il Sole a 0°52′ e 6” del segno del Sagittario e la Luna allo stesso grado dei Gemelli. 

Le osservazioni puntuali fatte in questi millenni anche sulle fasi dei cicli planetari del sistema solare, hanno sempre più affinato l’analisi astrologica, che si è arricchita anche delle moderne conoscenze psicologiche. Già Tolomeo, nel I secolo d.C., distingueva tuttavia la scienza dei movimenti degli astri, l’astronomia, esatta in quanto misura i movimenti di entità fisiche, dall’astrologia, non altrettanto esatta perché il suo oggetto di studio è l’essere umano, con tutta la sua complessità (vedi “Tetrabiblos”, di Claudio Tolomeo), non riducibile a eventi univocamente definiti. 

Il cerchio zodiacale

La rappresentazione dei movimenti planetari nel  sistema solare viene fatta nel cerchio zodiacale. I 360 gradi del cerchio vengono divisi in 12 settori di 30 gradi e i pianeti, il Sole e la Luna vi occupano un posto in un punto preciso, di cui conosciamo la longitudine (i meridiani), i gradi di distanza dal punto gamma (0° dell’Ariete). Nella volta celeste, i corpi occupano una posizione ben precisa anche in riferimento alla distanza dall’eclittica, misurata in gradi di distanza a Nord o a Sud di essa (i paralleli). Pertanto, può accadere che due pianeti occupino lo stesso grado longitudinale (es. 15 gradi Toro), ma trovarsi uno a 8 gradi Nord e l’altro a 5 gradi Sud, rispetto all’eclittica. In questo caso, noi diremo che sono “congiunti” (stesso grado nel segno zodiacale del Toro), ma all’osservazione diretta, non li vedremo vicini, avendo una distanza di latitudine di 8+5=13 gradi. La Luna, quando oltre che congiunta, si trova anche sullo stesso parallelo del Sole (ovvero il cerchio dell’eclittica), dà luogo al fenomeno delle “eclissi” soli-lunari.

Le fasi dei cicli

Considerando la nostra posizione sulla Terra come punto di osservazione del cielo, possiamo immaginare intorno a noi due cerchi: l’orizzonte terrestre, con i quattro punti cardinali e l’eclittica, il percorso apparente del Sole. Avendo questi due cerchi di riferimento, possiamo posizionare in un grafico i corpi celesti (rappresentazione geocentrica o tolemaica). La distanza apparente fra i pianeti, il Sole e la Luna si potrà quindi misurare in angoli del cerchio, da 0° a 360°. Ad esempio, quando la Luna si trova allo stesso grado del Sole, abbiamo la Luna Nuova, è l’inizio di un nuovo ciclo di circa 28 giorni, durante il quale la Luna si allontana apparentemente dal Sole, cominciando prima a “crescere”, per 14 giorni, per poi decrescere (Luna calante), per altri 14 giorni. Allo stesso modo, tutti i pianeti hanno momenti di congiunzione, allontanamento (fino all’opposizione), riavvicinamento (fino alla congiunzione successiva).

Gli “aspetti” maggiori o distanze angolari nascenti dalla divisione del cerchio per 1, 2, 3, 4 e 6.

Il rapporto di “aspetto” fra due pianeti indica delle “qualità” del tempo in cui si formano. Agli inizi delle teorie astrologiche, la qualità di tali aspetti veniva valutata come “positiva” o “negativa”, in riferimento ad eventi esteriori della vita personale o collettiva. Tale semplificazione non è ormai utilizzata, se non come residuo di una conoscenza astrologica superstiziosa, basata su frammenti delle teorie astrologiche ben più complesse, quali quelle utilizzate nel periodo rinascimentale ed ancora fino al XVII secolo. La rivoluzione illuministica, infatti, con il suo seguito di “scientismo” e di esaltazione del metodo scientifico quale unico parametro per misurare la veridicità di una disciplina, non esitò a relegare l’Astrologia ai margini del “sapere ufficiale”, non potendo accettare l’aspetto incerto delle previsioni astrologiche e la sua declinazione più deterministica e meno giustificabile. Gli studi sull’Astrologia tuttavia continuarono, anche se si svolgevano per lo più nel chiuso e nel riserbo di piccoli circoli culturali ed esoterici. 

L’inizio di un ciclo planetario è la congiunzione fra i due pianeti, quando la loro distanza è zero (i due pianeti hanno lo stesso grado nel cerchio zodiacale). La distanza zero si ha dividendo il cerchio per 1: 360:1=360 (identica posizione per entrambi i pianeti). I principi relativi ai due pianeti si uniscono e si fecondano reciprocamente, creando le premesse per una evoluzione che si potrà osservare nelle successive fasi del ciclo, quando il pianeta più veloce (o di transito rispetto ad uno di nascita), formerà delle distanze angolari significative dal pianeta più lento (o di nascita).

La prima fase importante del ciclo è il sestile, una distanza di 60° fra i due pianeti. L’angolo è il risultato della divisione del cerchio per 6 (360:6=60) e si può formare in due momenti del ciclo: in allontanamento o separazione, dopo la congiunzione, e in avvicinamento o in applicazione, prima della nuova congiunzione, che rappresenta la fine del ciclo. E’ una fase che rappresenta un momento di “costruzione”, di collaborazione facile fra i due principi relativi ai due pianeti. La relativa figura geometrica inscritta nel cerchio è l’esagono.

Il quadrato è la distanza di 90° fra i due corpi celesti e nasce dalla divisione del cerchio per 4 (360:4=90). Quattro angoli di 90° permettono di tracciare il quadrato inscritto nel cerchio. Nella fase del ciclo, il momento della quadratura è considerato come una sorta di “collaudo” di quanto si è avviato con la congiunzione, se il percorso che stiamo facendo non è quello giusto, si manifestano ostacoli e difficoltà che richiedono una soluzione, un aggiustamento di rotta. Anche il quadrato può essere di allontanamento (il primo) o di avvicinamento (il secondo). Questo aspetto può presentare difficoltà anche perché mette in relazione segni zodiacali ed elementi (fuoco, terra, aria e acqua) molto diversi fra loro. Contrariamente alla sua fama negativa, il quadrato, sia di nascita che di transito, deve essere considerato come un propulsore del tema, l’energia che consente di attuare cambiamenti, di prendere decisioni, di assumere impegni che in condizioni statiche non si prenderebbero (per “quieto vivere”…).  

Ed eccoci al famoso trigono, che nasce dalla distanza angolare di 120° fra i due pianeti, ovvero dalla divisione del cerchio per 3 (360:3=120). I due pianeti si trovano ai vertici del triangolo equilatero inscritto nel cerchio. Vi sono diversi motivi per i quali questo aspetto gode di buona fama, ad esempio l’incidenza di due forze con un angolo di 120° è la più fluida e i principi connessi ai pianeti si incontrano con facilità, i pianeti si trovano in segni affini e dello stesso elemento, insomma sembrano tutti elementi positivi. A mio avviso e non soltanto mio, il trigono è sopravvalutato in positivo, tanto quanto il quadrato lo è in negativo. Non sempre le facilitazioni simboleggiate dal trigono, nel tema o nei transiti, si trasformano in fortune eclatanti o grandi successi: l’equilibrio del triangolo può portare anche alla staticità e all’adattamento alle situazioni, anche poco gradite, senza sforzi ma anche senza grandi risultati. Nell’analisi, quindi, bisogna valutare attentamente il quadro complessivo del tema e gli altri  aspetti concomitanti.

La metà del ciclo si ha nella fase di opposizione, quando la distanza fra i due pianeti di 180°, data dalla divisione del cerchio per 2 (360°:2=180). I due pianeti si guardano, nel cerchio, uno di fronte all’altro, i principi a loro connessi si scontrano bruscamente e possono, a volte, portare ad una “impasse”, un blocco, una situazione in genere difficile, ma anche necessaria. E’ il momento nel quale ciò che si è iniziato con la congiunzione giunge ad una manifestazione chiara, in positivo o in negativo. In ogni caso, è il momento di fare il primo bilancio, per procedere agli eventuali aggiustamenti di rotta, a volte per abbandonare completamente il progetto. La tensione dell’aspetto è data anche dalla presenza dei due pianeti in segni ed elementi opposti, che è necessario portare a sintesi se si vuole continuare e non distruggere quanto iniziato al momento della congiunzione.

Dopo aver raggiunto l’opposizione, il pianeta più veloce comincerà ad avvicinarsi a quello più lento, percorrendo l’altra metà dell’eclittica, fino alla nuova congiunzione fra i due pianeti e la fine del ciclo. Anche la seconda metà del ciclo vedrà la formazione degli aspetti che abbiamo visto nelle fasi di allontanamento, anche se in questo caso saranno aspetti in avvicinamento, con un significato in parte diverso. Vedremo, quindi, formarsi il trigono, poi la quadratura e infine il sestile di avvicinamento. Il trigono in questo caso ha un significato di sviluppo armonioso di quanto ha resistito alla fase di opposizione, mentre il quadrato avrà il significato di “ultimo appello” per le cose che non vanno. Infine, il sestile avrà un significato di cooperazione per la preparazione di un nuovo progetto, di una nuova fase che prenderà il via con la successiva congiunzione.

Gli aspetti minori: la divisione del cerchio per 5, 7, 8, 9, 10, 12

Gli aspetti cosiddetti minori nascono dalla divisione del cerchio per 5 (quintile, 72°), per 7 (settile, 51,42°), per 8 (semiquadrato, 45°), per 9 (novile, 40°), per 10 (decile, 36°), per 12 (semisestile, 30°). Dobbiamo anche aggiungere il biquintile (72×2=144°) e il quinconce (distanza di 150°), che dà luogo ai due vertici del pentagono inscritto nel cerchio). 

Contrariamente alla definizione di “aspetti minori”, questi aspetti hanno un grande valore nell’interpretazione di un tema natale o dei transiti, pur trattandosi di distanze angolari non così evidenti come quelle degli aspetti maggiori, che per tale motivo sono utilizzati con più facilità e frequenza, specie nell’Astrologia divulgativa e semplificata. Forse la loro difficoltà di individuazione e la maggiore complessità interpretativa li ha fatti gradualmente cadere in disuso nella pratica astrologica comune. A tali aspetti dedicheremo un apposito incontro di approfondimento.

Conclusione

Questa conversazione ha avuto come principale obiettivo la presentazione di un modo di interpretare i simboli astrologici meno statico, sottolineando la natura ciclica e dinamica delle configurazioni planetarie che chiamiamo aspetti, sia di nascita che di transito. Ogni aspetto è un momento dei cicli planetari e non può essere interpretato senza riferirsi a tutto il ciclo al quale appartiene. Così, se analizziamo un Saturno “contro”, perché in un dato momento si trova opposto al nostro Sole di nascita, per valutarne i significati dovremo fare riferimento al contesto dell’intero tema, agli eventi del momento iniziale (congiunzione) di cui l’opposizione è il “momento della verità”. In poche parole, non potremo dare un giudizio di negatività solo perché è in opposizione al Sole: i confronti possono essere duri, a volte spiacevoli, ma possono essere utili a correggere errori e comprendere meglio i nostri obiettivi più autentici. Senza quei momenti di crisi, probabilmente avremmo perseverato in comportamenti oppure obiettivi sbagliati, negativi alla nostra evoluzione, al nostro particolare progetto di vita.

Infine, per dare un significato personale ed autentico ai cicli planetari ed agli aspetti, dobbiamo sempre partire dalla più profonda conoscenza di noi stessi, seguendo il motto socratico: “Conosci te stesso!”. Solo a partire da noi, dai nostri vissuti, dal percorso che vogliamo seguire nella nostra vita, i segnali che ci vengono dal cielo avranno un significato ben preciso, diverso e utile per ciascuno. Sta poi a noi comprenderlo e seguirlo oppure ignorarlo e proseguire nella via intrapresa: a questo punto scatta quello che Dante chiama “libero volere” e che ci rende responsabili delle nostre scelte.

Pippo Palazzolo

10 novembre 2018

 

*Il presente lavoro è una sintesi della Conversazione tenuta dall’autore il 10 novembre 2018 presso la Delegazione di Ragusa del Centro Italiano di Discipline Astrologiche.

IL TERZO MUNTU, di Santo Burgio – Recensione di Giuseppe Tumino

Aimé Césaire, il padre della négritude, sosteneva che per l’uomo africano ci sono due modi di perdersi: segregarsi nel particolare o dissolversi nell’universale.

Anche per l’uomo europeo ci sono due modi estremi, sbagliati, di porsi verso il migrante africano: la chiusura becera o la finta accoglienza per specularci sopra.

Intanto gli africani, che non sono più razziati e deportati e non sono più colonizzati, spontaneamente si presentano per offrirsi a un nuovo sfruttamento.

Tra le finzioni ideologiche dello straniero-minaccia e dello straniero-risorsa, c’è una terza via da percorrere: quella più difficile dell’intelligere, per una mediazione culturale che si sforzi di tenere insieme i fili di molte matasse, tra accettazione e rinuncia, tra identità e alterità.

E “Intelligere” è proprio il nome della collana editoriale che presenta l’ultimo lavoro, uscito lo scorso aprile, per le edizioni Agorà & Co., del prof. Santo Burgio, docente di filosofia comparata nella sede universitaria di Ragusa Ibla.

In questo libro intitolato Il Terzo Muntu. Filosofia e tradizione nel pensiero africano contemporaneo, l’autore presenta una panoramica della filosofia africana dalla sua nascita nel 1945 con l’opera di P. Tempels, La philosophie bantue, fino agli ultimi esiti attuali.

Il terzo muntu è il migrante africano che subentra al colonizzato e al “primitivo” edenico precoloniale.

Parecchi e interessanti gli autori passati in rassegna dopo Tempels: Oruka, Kagame, Senghor, Boulaga.

Oltre l’etnofilosofia e la retorica di una tradizione africana, creata a posteriori, o la négritude, che ha inventato una presunta personalità africana, intuitiva e sensitiva, complementare alla fredda razionalità occidentale, si scopre la finezza argomentativa e l’acume critico di una filosofia africana che rilegge e riusa l’ontologia, la morale e la politica.

Santo Burgio ci guida sapientemente in questo percorso non consentendoci nessuna indifferenza alla questione e, nel frattempo, facendoci luce su un mondo di riflessioni, meritevoli di essere conosciute, che non hanno ancora trovato spazio adeguato nel mondo accademico e nella pubblicistica.

Si tratta di una filosofia interculturale, “una provocazione che tiene insonne il pensare europeo” e cerca di ripensare la modernità in modo alternativo al progetto di dominio della natura e dell’uomo.

Giuseppe Tumino

28 agosto 2018

Nasce in Sicilia il Gruppo interculturale “Mundus”

Il Gruppo interculturale “Mundus” è nato per rispondere alle esigenze di dialogo aperto, interculturale e interdisciplinare, sulle maggiori questioni di carattere culturale e sociale di cui si dibatte oggi nel mondo.

Gli amici promotori del Gruppo appartengono a diverse aree culturali, dalla filosofia alla scienza, dall’arte alla psicologia, includendo discipline che non hanno al momento uno status epistemologico definitivo, pur essendo oggetto di seri studi e ricerche, che riteniamo meritevoli di attenzione.

Il libero dibattito e il rispetto delle posizioni di partenza di ciascuno è la premessa per conseguire una crescita nella comprensione dei diversi temi che verranno trattati.

Un piccolo con-tributo a Giordano Bruno, di Anna Livia Villa

Giordano Bruno (Nola, 1548-Roma 1600)  Helmstedt, Juleum – Bibliotheksaal, XVII secolo

“Forse con più timore voi pronunciate la sentenza contro di me, di quanto ne provi io nell’accoglierla”, queste furono le parole minacciose rivolte al Santo Uffizio dal frate Giordano Bruno alla fine della lettura della sentenza che lo avrebbe condannato a morte sul rogo, pronunciata l’8 febbraio del 1600, di fronte al Tribunale dell’Inquisizione presieduto dal cardinale Roberto Bellarmino in presenza del pontefice Clemente VIII.

L’esecuzione ebbe luogo pochi giorni dopo, il 17 febbraio, in piazza Campo dè Fiori a Roma, tristemente famosa per molte sentenze capitali che causavano notevole disturbo all’abitazione, di poco lontana, dell’ambasciatore francese, il quale si lamentava spesso dell’orrore e del puzzo di tali spettacoli.

La condanna del pensatore Giordano Bruno arrivò dopo sette anni di carcere, alla fine di estenuanti interrogatori accompagnati da tortura, che non fiaccarono e non portarono Bruno a tradire ed ad abiurare la sua filosofia.

In tempi recenti, la Chiesa di Roma ha riabilitato molti degli scienziati e pensatori del passato vittime del Santo Uffizio ( Inquisizione).

Le scuse e la richiesta di perdono di papa Giovanni Paolo II nei confronti di Galileo Galilei sono state molto attese e toccanti, ma il pensiero di Giordano Bruno nelle parole del segretario di Stato cardinal Sodano (Napoli 2000) è rimasto ancora “una scelta intellettuale…incompatibile con la dottrina cristiana”, anche se “le procedure” seguite dall’Inquisizione per accertare l’eresia “non possono non costituire oggi per la Chiesa motivo di rammarico”. Bruno, quindi, è fuori dal corpo della Chiesa ed è interessante notare come l’inquisitore gesuita, card. Roberto Bellarmino, che condusse il processo contro il presunto eretico, invece, venne canonizzato nel 1930 dal papa Pio XI e poi elevato a dottore della Chiesa (1931), da venerarsi come patrono dei catechisti associato al suo motto che recita “ La mia spada ha sottomesso i superbi”.

“Io ho nome Giordano della famiglia dei Bruni, della città di Nola…”, ma cosa e chi questo monaco nato nel 1548 minacciava con le sue parole e i suoi insegnamenti?

Mago, ciarlatano, dotto filosofo, conoscitore dell’anima della natura, esperto in mnemotecnica, queste sono alcune delle contraddittorie definizioni che i contemporanei danno di Bruno. Accolto, scacciato o esaltato nelle varie università d’Europa e dalle corti di Francia, Inghilterra e Germania.

Sicuramente la coscienza e la convinzione di ciò in cui crede lo rendono arrogante, inviso ai letterati e filosofi; ad Oxford, disputa con pedanti dottori in teologia e questi lo prendono per matto, “egli intraprese” ricorda George Abbott “il tentativo…di far star in piedi l’opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre per la verità era piuttosto la sua testa a girare e il suo cervello che non stava fermo”.

Rappresentazione tolemaica dell’Universo
La rivoluzione copernicana

L’astronomo Copernico viene salutato da Bruno come il liberatore dell’umanità (La cena delle ceneri) e conseguentemente ne accetta la teoria del moto della terra. Copernico, però, pur rovesciando lo schema  dell’universo, ne manteneva i suoi limiti e il suo essere finito; su questa teoria delle stelle fisse il   pensatore Bruno va oltre l’aspetto matematico; infatti un conto è pensare alla infinità dell’universo come ipotesi matematica, o come nozione che antiche cosmologie avevano elaborato, e altro punto di vista, profondamente diverso, è pensarlo come l’elemento corporeo in cui viviamo e che vive in noi.

L’opera di Bruno è quella di disporre di un modello teorico dove nell’eliocentrismo copernicano si abolissero le stelle fisse e si trasformasse questa pura possibilità teorica in necessità metafisica.

Il moto della terra si giustifica, secondo la filosofia naturale, con la vita universale e la morte apparente delle cose. Tutto è vivo e si muove, quindi anche la terra.

Se Dio, infinito, avesse creato un universo finito, ciò costituirebbe un suo limite, perciò non solo l’universo è infinito, ma è infinito anche il numero dei mondi che lo popolano.

Il mondo di Bruno è magicamente animato e conserva un rapporto strettissimo con la divinità; Dio è nelle cose, non è essenza che agisce dall’alto. Dio non è scomparso, ma si è trasferito nel mondo: per questo fisica e metafisica per Bruno sono una sola cosa e l’universo acquista tutti gli attributi fino ad allora riservati ai paradisi, la materia è feconda perché ha in sé il seme di tutte le cose (il Logos vivificatore e creatore), è l’”anima mundi” che sta nelle cose.

Il mago di Bruno, la cui somma dignità consiste nella capacità di cogliere l’infinito, è tanto divino da non avere bisogno dell’ascesa, la sua mente magicamente preparata rifletterà in sé stessa il mondo e ne acquisterà “naturalmente” i poteri.

Il panteismo e il culto dell’Uno-Tutto, che escludendo l’idea di un Dio creatore avvicina semmai Bruno alla filosofia buddista, lo allontana pericolosamente dall’ortodossia cattolica e bolla la sua filosofia come eretica.

L’Uno-Tutto emana l’infinità dell’universo. L’unità fonda l’infinità vivente e costituisce la trama della natura.

L’emanazione dell’universo dall’Uno non avviene per livelli gerarchicamente distinti gli uni dagli altri, perché ciò significherebbe reintrodurre il principio della differenza qualitativa: vi è l’infinità dell’universo e la presenza nell’universo di mondi innumerevoli.

Mondi senza numero nella infinità dello spazio. Tuttavia l’idea dell’Uno infinito non è solo correlata alla dimensione spaziale e alla infinità numerica, ma anche al fatto che in ogni vivente, nella sua “finitudine”, è presente l’infinito. L’infinito non è quindi solo il luogo della vita, ma il modo della vita.

In tutti i corpi celesti, sostiene Bruno, vi sono le componenti di terra, acqua, aria e fuoco, ciò significa che nell’universo vi è anche uniformità di moti e che non esiste più un sotto e un sopra e non vi è più un luogo migliore rispetto ad un altro. Occorre vivere nella eguaglianza metafisica.

E’ proprio questo il punto nodale radicalmente nuovo rispetto al limite della rivoluzione copernicana: non c’è più un rapporto gerarchico.

Il sovvertimento dell’idea dell’universo è talmente drammatica anche perché non si parla di un artificio intellettuale ma di una corporeità vivente , un “animale” nel quale noi umani siamo e del quale siamo costituiti.

La morte, in questo senso, è un evento che accade in una proporzione finita, in un angolo antropomorfico e in una misura temporale. In realtà, se pensiamo in una dimensione più ampia, non c’è morte, ma solo un mutare di forme nel corpo della natura.

A questo punto, Bruno si interroga su cosa siano i sensi che ci danno la percezione della realtà che ci circonda, essi non sono illusioni, i sensi non “sbagliano”, ci danno “informazioni” che sono proporzionate al nostro livello. Questa illusione sensibile è l’organo fondamentale della nostra vita quotidiana.

Ma la verità è altro, la verità è eterna e indistruttibile, essa è la stessa cosa che l’essere medesimo.

Si apre, dunque, il problema della conoscenza della verità; come accedere alla verità superando i sensi illusori, le apparenze del mondo sensibile, i veli di Maya come direbbero i buddisti?

Attraverso l’esercizio dell’ ”amore intellegibile” ben distinto dall’ ”amore sensibile”, quest’ultimo effimero e transitorio e definibile come vincolo, relazione che si stabilisce con gli oggetti finiti come appaiono a chi vi ha gettato sopra lo sguardo, e questa esperienza è comune a tutti.

L”amore “intellegibile” non mira ad impossessarsi di oggetti finiti , ma s’impone il compito di specchiare nella mente l’unità infinita del cosmo. I due amori si contrappongono in quanto hanno oggetti diversi ( come senso e intelletto).

Solo quando l’uomo giunge alla condizione “intelligibile” comincia la sua avventura conoscitiva.

La novità espressa dal pensiero di Bruno è in questa immagine di un’unità organica dell’Uno infinito, concepito come un animale infinito che, immobile nell’istante dell’eternità, nell’istante del tempo è movimento, generazione e morte, unità temporale di materia e forma.

Rispetto a questa unità infinita, eterna, ogni altra cosa, ci dice Bruno, è “vanità”.

Anna Livia Villa

aprile 2006

 

Bibliografia essenziale:

G. AQUILECCHIA, Le opere italiane di Giordano Bruno. Critica testuale, ed. oltre 1991.

F. BATTAGLINI, Giordano Bruno e il Vaticano, ed. Handromeda 1996

M. CILIBERTO, Giordano Bruno, ed. Laterza 1992

A. INGEGNO, La sommersa nave della religione 1985

G. MUSCA, Il nolano e la regina. Giordano Bruno nell’Inghilterra di Elisabetta. ed. Dedalo 1996

N. ORDINE, Raccontare l’uomo, raccontare la natura: l’eterna ricerca nei “Dialoghi” di Bruno. 1997

P. SABBATINO, Giordano Bruno e la “mutazione” del Rinascimento. 1993

F. A. YATES, Giordano Bruno e la tradizione ermetica. ed. Laterza, 1995

 

Ritratto di Rodolfo II d’Asburgo come Vertumno – Arcimboldo, 1591

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