Note su “Il libro rosso” di C. G. Jung

di  Federico Guastella

Carl Gustav Jung

Ci furono anni inquieti per il nostro psicoanalista. Già nel 1912 aveva pubblicato I simboli della trasformazione, segnando nella seconda parte notevoli divergenze con Freud fino all’interruzione brusca della scambio epistolare e alle dimissioni dalla direzione della rivista dell’associazione psicoanalitica. Nell’ottobre del 1913 Jung ruppe i rapporti con questi ed entrò in crisi fino a dimettersi, nell’aprile del 1914, da presidente di detta Associazione internazionale, cominciando a intraprendere un particolare tipo di viaggio: quello del rapporto con l’inconscio che, protraendosi fino al 1930, risulta trascritto nel “Il libro rosso”: opera “sorprendente” e “inclassificabile” per Nante, il quale esclude che possa rientrare in qualche genere letterario. Per l’acuto studioso, essa è piuttosto paragonabile “alle grandi narrazioni profetiche o mitiche del passato più remoto”. Poi aggiunge:

“Nondimeno l’opera esprime il vissuto e la voce di un uomo del nostro tempo, eco della voce del profondo, che trasmette una nuova comprensione di sé in risposta al disorientamento dell’uomo contemporaneo 1 ”.

Il volume, salutato dal New York Times Magazine come “Il Santo Graal dell’inconscio”, è rilegato in pelle rossa, trascritto in caratteri gotici, ornato di fregi e disegni sul modello dei manoscritti medievali, nonché corredato da dipinti mandala2.   

Ecco come Jung ne ha descritto il lavoro di stesura:

“Annotai le mie fantasie come meglio potevo, e feci un serio sforzo per analizzare le condizioni psichiche in cui erano sorte; ma mi riuscì di farlo solo con un linguaggio approssimativo. Per prima cosa esponevo le fantasie come le avevo osservate, di solito con un “linguaggio elevato”, perché questo corrisponde allo stile degli archetipi. Gli archetipi parlano un linguaggio patetico e persino ampolloso. E’ uno stile che mi riesce fastidioso e mi dà ai nervi, come quando qualcuno sfrega le unghie su un intonaco o il coltello su un piatto” ( in Ricordi, sogni, riflessioni).

Tormentato da «un flusso incessante» di visioni e di voci esistenti nella sua psiche, egli prese appunti per oltre 16 anni, via via rielaborati per comporre questo originalissimo libro che inquieta e coinvolge: “presagio numinoso”, lavoro immane in cui c’è il nucleo della sua futura attività specialistica; “diario intimo”, o “giornale di bordo” d’una personalissima navigazione che conduce all’individuazione del Sé passando attraverso la sofferenza.

Sonu Shamdasani osserva che, intraprendendo un’esplorazione del proprio inconscio, Jung ha applicato a se stesso la tecnica dell’autosperimentazione, impiegata all’epoca sia in medicina che in psicologia. Sicché, l’analisi dei suoi processi psichici inconsci lo portò ad annotare ogni particolare con cura, superando notevoli resistenze. Il procedimento consisteva nell’evocare di proposito una fantasia in stato di veglia, per poi addentrarsi in essa come se si trattasse di una rappresentazione teatrale3”.

Forse a costituire il maggior pregio dell’opera sono le visioni che, spontaneamente generate, esprimono un mondo di incantesimi, dove si muovono personaggi fantastici. Spesso è difficile coglierne il senso, ma ciò che suggestiona è l’amabilissima e intrigante capacità descrittiva tale da fare rivivere magie e simboli che fanno da tramite fra la sua e la nostra psiche, indirettamente sollecitata a sperimentare il proprio mondo e a recuperare il proprio mito: il senso della propria esistenza, a dirla con Nante. Come per il mito, è l’intimo sentire, la cui qualità è intuitiva e non discorsiva, incantatoria e non freddamente logica e argomentativa, ad affascinare. Il procedimento immaginifico, rimasto a lungo ai margini della cultura in nome di un esasperato razionalismo, diventava così un percorso privilegiato sulla vicenda esistenziale. Per Jung era importante far fluire i contenuti dell’inconscio senza ricercarne una spiegazione che avrebbe potuto tradirli; meglio allora accontentarsi delle sensazioni interne che valgono più delle interpretazioni.

L’immagine della spiaggia utilizzata da R. Mercurio nel suo intervento a un seminario, a “Temenos”, sul “Libro Rosso”, ripreso nella rivista “Babele”4, costituisce un eccellente sfondo  entro cui inserire le molteplici sfaccettature del viaggio junghiano. Poiché la metafora affascina per la succosa significatività e per finezza espositiva, è opportuno tentare di esporla.

   In una spiaggia immaginale, da una sponda si scorge la terra ferma, la solidità, la logica, la coerenza, l’affermazione dell’io, la concretezza di tutta la realtà che ci circonda (cioè, lo spirito del tempo). Dall’altra sponda, c’è il mare: la fluidità, la fantasia, l’irrazionale, la necessità di abbandonare il solito atteggiamento dell’Io e di lasciarsi andare col rischio di rimanere in balia dalle correnti e di essere portati via dalle onde.

    La spiaggia, dunque: territorio mediano tra solidità e fluidità, tant’è che  partecipa alla vita delle due sponde senza essere nell’una e nell’altra. La sabbia ha una solidità non proprio solida: una solidità “sui generis”, speciale e psicologica:

“Essa nasce e cresce nella coscienza quando questa è a contatto in modo consapevole e fiducioso con l’inconscio”.

In sostanza, la spiaggia è vista come la metafora di un atteggiamento psicologico flessibilmente scorrevole che non abbandona il legame con la concretezza della terra ferma: Un ottimo osservatorio, un ottimo territorio simbolico, l’angolazione migliore perché “il liquido e il solido si incontrano qui e si compenetrano”. In tale ottica, la logica e la fantasia si amalgamano in un fecondo interscambio:

“Jung sa di non potere restare aggrappato alla terra ferma, limitandosi ad interpretare con distacco nei riguardi di chi, con presunzione e con arroganza, pensa di sapere tutto e di avere la scienza dalla sua parte. Questi elementi, quelle presenze nel suo inconscio esigevano di più (…). Meritavano un’accoglienza attenta e prudente (…). Jung si è avvicinato al mare, ha affrontato le onde e ha corso i suoi rischi; facendo questo egli ha trovato una nuova base, un nuovo asse portante della sua personalità. E allo sesso tempo ha aperto per tutti noi una nuova “prospettiva psicologica”.

Siamo nell’integrazione di “Logos” e di “Eros” da cui si genera, scrive Mercurio, una diversa e altra prospettiva “di intendere la psiche con ciò che vive e nel modo di relazionarsi con ciò che vive e che si fa sentire dentro di noi”.

Nella «Nota alla traduzione» italiana (Bollati Boringhieri, prima edizione studio novembre 2012, Torino), Anna Massimello e Giulio Schiavoni (ai traduttori va aggiunto Giovanni Sorge) ricordano come Jung avesse dichiarato di prediligere uno stile «equivoco e ambiguo», ricco di sottintesi, evocativo, più «letterario che scientifico», «per rendere giustizia alla natura della psiche». Hanno altresì evidenziato la compresenza di almeno tre registri espressivi, tenuti insieme dalla sua feconda esperienza: quello letterale-narrativo, quello di commento analitico-concettuale e quello mantico-profetico, da intendersi, facendo tesoro delle indicazioni fornite da Platone nel Fedro, come capacità divinatoria dell’anima oltre le facoltà razionali. I riferimenti colti, impliciti ed espliciti, sovrabbondano: sono evidenti quelli dello “Zarathustra” di Nietzsche, del “Faust” di Goethe, nonché della “Commedia” di Dante. Forte è la coloritura religiosa, biblica, gnostica, cabalistica, ma anche orientale, hindu e buddhista. Sono queste le ascendenze cui fa riferimento anche Paulo Barone nella sua accurata recensione (21 novembre 2010, “Il Manifesto”), dove specificamente definisce il Libro Rosso testo “multimediale”5 e “multiculturale ante litteram”, nonché atto a contenere “tutte le linee guida della psicologia analitica junghiana, la parte consistente del suo metodo” come accoglienza di “immagini originarie”, come urgenza “di trovare un’alternativa inconscia al tempo presente, ormai precipitato in un vicolo cieco”.

Federico Guastella

11 gennaio 2018

Note:

1. B. Nante, Guida alla lettura del Libro rosso di C. G. Jung, Bollati Boringhieri, Torino, 2010, p. 25.

2. Si potrebbe dire che “Il Libro rosso” custodisca il segreto interiore di Jung da lui espresso anche con immagini mandaliche che compendiano il suo percorso di autorealizzazione dell’inconscio». Una storia, dunque, che procede nel duplice registro dell’immagine e della parola come autopoiesi della psiche. Sono i mandala che, raffigurando i suoi processi, illustrano in maniera incisiva la specifica concezione che egli aveva dell’immagine. Il mandala, che significa cerchio, ha forma circolare a simmetria quadrata con evidenziazione del centro. Ci si può riferire ad un archetipo ordinatore e dinamico presente nella realtà; è l’archetipo che in ogni cultura mitologica esprime la potenza demiurgica a trarre il “kosmos” (ordine) dal “Chaos” (disordine). Come tale, il mandala compensa il disordine e la confusione dello stato psichico attraverso il costituirsi di un punto centrale. Nasce da questa convinzione il suo valore  che si sostanzia di alcuni elementi costitutivi, tra cui: la circonferenza, il centro, nonché la struttura quadrangolare che perimetra l’insieme. La circonferenza delimita, abbraccia, circoscrive; il centro accentra, irradia, unifica; l’impianto quadrangolare orienta, stabilizza, consolida. Il mandala si presenta, dunque, come un’immagine sovra-stratificata che ha in sé proprietà figurative, fisiche e psichiche; nel contempo è una realtà simbolica che colloca l’individuo in un mondo unitario, nell’ “unus mundus”. Varia la molteplicità di mandala, tipicamente occidentali, che costellano la vita psichica; ne sono esempi i rosoni, gli orologi, le monete classiche, figure antiche tracciate sulle carte da gioco e fenomeni recenti impressi nei campi di grano (“Crop circe”). Sono immagini che «compensano il disordine e la confusione dello stato psichico» individuale e collettivo anzitutto attraverso l’azione delimitante della circonferenza. In tale ottica, l’associazione tra il cerchio divino di cui parla Agostino (“Deus est circulus cuius centrum est ubique, peripheria vere nusquam” – “Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è in nessun luogo”) è ineludibile. Claudio Widmann ha scritto:”Come il Dio di Agostino, anche il Sé è totalità psichica che sfugge a qualunque delimitazione e centro gravitazionale che si precisa in ogni manifestazione contingente.  Combinando il diverso con l’identico e il molteplice con l’unico, esso costituisce la matrice archetipica dell’individualità e in questo senso è il centro intimo e immutabile che alimenta le percezioni di continuità, stabilità e permanenza che sono alla base di ogni percezione di sé (Claudio Widmann, in rivista “Babele”, n.10 del 201, p. 19-26).

3. S. Shamdasani, Introduzione a IL libro rosso di C. G. Jung, Bollati Boringhieri, Torino, ediz. studio, 2009, p. XXXI-LII. Ivi, p. XXXVII.                                                                  

4. n. 10 – giugno 2011 – pp. 7-9.

5. In linea di massima, ogni capitolo sia del Liber primus che del Liber secundus è introdotto da un’immagine che, disegnata dallo stesso Jung, risponde all’esigenza di immettere in un contesto simbolico dalle più ampie e possibili interpretazioni. Rilevante l’apporto di Nante che opera una classificazione e dà una descrizione delle principali immagini unitamente a informazioni che ne facilitino la comprensione (Nante, Guida alla lettura del libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., pp. 182-187).

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Laboratorio Scuola

del prof. Giuseppe Tidona

Una delle correnti di pensiero dominanti la psicologia della
prima metà del Novecento era il behaviorismo. I behavioristi (o
comportamentisti) pensavano che l’unico, vero modo per conoscere l’uomo fosse
quello di osservarne il comportamento esterno, gli atti visibili, tutto ciò che
ha un impatto nel mondo “comune” e che, quindi, possa essere misurato
e valutato. Per quello che importa ai seguaci di questa teoria, la coscienza, i
sentimenti, le passioni, i pensieri potrebbero anche non esistere, data la loro
scarsa rilevanza scientifica, in quanto nascosti, sfuggenti.

H. Gardner (1999) riferisce una storiella che, nella sua
brevità, ci permette di andare al cuore di questo modo di vedere (comunque
ancora presente, anche se non più dominante). Due psicologi americani
comportamentisti si incontrano nella hall di un albergo dopo una nottata passata
con le rispettive piacenti mogli. Uno dice all’altro: “Ti vedo contento e
rilassato, ne devo desumere che stanotte…. è andata proprio bene! Ma tu,
invece, cosa mi dici, come è andata a me?”.

Non c’è barzelletta migliore di questa per esprimere la
filosofia delle competenze di matrice behaviorista: non esiste veramente
emozione o idea dentro di te finché tu non la “dimostri”, non la
esteriorizzi e conseguentemente non riceva un feedback da chi ti
circonda.

La filosofia delle competenze

E’ adesso di moda nella scuola l’’assunto che le
conoscenze dello studente devono diventare un’esecuzione, una prestazione
oggettivizzata e misurabile, altrimenti non si può affermare che esse esistano.
Sennonché paradossalmente possiamo dire che la vera competenza si vede ……quando
non bisogna mostrare a nessuno la propria competenza! E’ infatti notorio che
in situazioni formalmente controllate gli studenti (mi riferisco ai pochi, ai
migliori in senso assoluto, ovviamente) offrano performance impeccabili.
Diversa è la situazione quando noi li osserviamo (se riusciamo, evidentemente)
nel loro ambiente “naturale”, di fronte magari a problemi inconsueti:
questi stessi alunni seguiranno una procedura più incoerente e la loro
metodologia ci sembrerà molto più “infantile”. Hanno imparato qual
è la strada maestra, quando glielo abbiamo chiesto hanno saputo indicarcela con
precisione, ce l’hanno descritta, ma adesso non la seguono.

Che cosa è successo? Il fatto è che i contenuti sono stati
sì acquisiti in maniera corretta e logicamente avveduta, ma sono come una
sovrastruttura che si è sovrapposta al sapere naturale, ingenuo che il ragazzo
già possedeva da prima e che riaffiora in situazioni non “formali”,
laddove non conta più tutto ciò che è scolastico, ciò che tu “sai”
(nel senso di sai recitare o eseguire quando qualcuno te lo chiede), ma ciò che
tu “sei”.

In altri termini abbiamo preteso, da insegnanti, che gli alunni parlassero come libri stampati, con un linguaggio appropriato, e loro così si esprimono nelle situazioni che sanno essere formalmente controllate. Ci accontentano. Si adeguano. Ovviamente diverso è il discorso se gli studenti devono comunicare quello che è realmente dentro di loro, in una situazione di libertà, laddove non sono giudicati da nessuno: allora emerge il loro vero essere, la loro autentica comprensione. Seguono il procedimento che l’istinto suggerisce loro.

Gli insegnanti sanno anche che questa cesura non si produce
solo tra situazione scolastica e situazione non scolastica, ma
addirittura tra le varie discipline, nel passaggio da un insegnamento
all’altro (!): quante volte il docente di Italiano constata che il
ragazzo, il quale produce normalmente temi sintatticamente ed ortograficamente
corretti, quando un tema gli viene assegnato, scrive, invece, ad es., una
relazione di scienza sgrammaticata, magari accurata nel contenuto, ma dalla
forma zeppa di errori? Chiaramente quello che gli era richiesto era scienza,
non italiano, pertanto l’alunno non ha pensato alla struttura
dell’elaborato, non ha scritto, del resto, per l’insegnante di italiano, il
quale non avrebbe dovuto vedere quel documento che, invece, il docente di
scienze gli ha mostrato. Si è espresso, insomma, con le sue strutture
linguistiche, quelle a lui più naturali e congeniali.

E quante volte, per citare un caso differente, l’insegnante
di storia ha posto domande, pur elementari, di scienza, ricevendo risposte
strampalate, magari dai migliori in quella disciplina? Essi hanno risposto in
maniera istintiva, dicendo quello che immediatamente sembrava loro più
corretto. E’ come se i discenti si deconcentrassero, si mostrassero infantili
(ed, in effetti, infantili sono! Si è operata una sorta di regressione
cognitiva
).

Siamo oggi in grado di dire, sulla base delle tante ricerche
in materia di apprendimento dei concetti (vedi in particolare H. Gardner, The
unschooled mind
, 1991), che il bambino a cinque, sei anni non si è formato
solo, avendo già posto le basi della sua personalità, dal punto di vista
affettivo, ma anche da quello intellettivo (qualcuno ha definito questa teoria freudianesimo
cognitivo).

Tutte le esperienze più forti e significative che ci sono da
fare nella vita sono fatte entro i cinque, sei anni: a quell’età abbiamo già
incontrato l’amore e l’odio, la paura e la serenità, l’invidia e la gelosia, il
caldo e il freddo, abbiamo esperito le stagioni e i cicli della natura, sappiamo
che le cose nascono e muoiono. Ed è proprio sulla base di queste esperienze
fondanti che abbiamo abbozzato delle spiegazioni riguardo al mondo ed ai suoi
fenomeni, abbiamo delle congetture sulla vita, sul nostro modo di funzionare e
su quello degli altri. Ovviamente la stragrande maggioranza di tali spiegazioni
sono incoerenti, ingenue od assolutamente fantastiche. Ma esse sono state
formate sulla scorta di eventi forti, sulla base di concreti accadimenti
con notevole valenza psicoaffettiva, i quali si configurano, pertanto, come
fatti fondanti, in grado di orientarci e condizionarci ben al di là di questa
prima cruciale fase della nostra esistenza. Essi segnano per sempre la
preminenza di questo sapere esperienziale, primario, su ogni sapere successivo,
secondario. E se si crea un conflitto cognitivo tra questo sapere primo e
le conoscenze successive è molto probabile che la mente naturale
prevalga su quella sofisticata (al riguardo cfr. Ausubel, 1968, in
particolare la sua importante distinzione tra apprendimento meccanico ed
apprendimento significativo).

La mente non “scolarizzata”
e l’’insegnamento per la comprensione

Si può dunque affermare, per usare una metafora (v. il testo
di Howard Gardner citato sopra), che le conoscenze naturali costituiscono uno
zoccolo “duro”, esse sono la trama della “mente” non “scolarizzata”,
le fondazioni su cui successivamente poggeranno, sovente senza mai
ristrutturarle, i saperi sofisticati acquisiti in epoche successive.

La scuola sarà per lo studente, il più delle volte, ciò
che dicono gli altri (in molti casi altri un po’ “strani”), ma se
egli deve agire sulla base di ciò che gli suggerisce la sua esperienza
“epidermica”, allora non c’è che una strada: far riemergere il
sapere “esperienziale”, quello primitivo (vedi, al riguardo,
l’appendice).

Non dobbiamo, perciò, immaginare l’evoluzione cognitiva
dell’alunno come un’accumulazione armonica e progressivamente sofisticata di
nozioni e concetti: bisogna, invece, parlare di sovrapposizioni a
“strati”. Raramente essi vengono integrati: spesso semplicemente
coabitano, una coabitazione che prelude ad un divorzio.

Se le cose stanno così la didattica cumulativa (che
ha anche assunto le forme della didattica recitativa) ha fatto il suo
tempo. E’ necessario, prima di aggiungere ancora qualcosa riguardo alla prima,
specificare in cosa consista la seconda.

La didattica recitativa
e la didattica
cumulativa.

La maniera tradizionale di impostare una lezione è di vedere
innanzi tutto quale segmento o unità didattica si vuole coprire nel tempo dato,
di studiarsi accuratamente la porzione prescelta (se necessario) e di porgerla
poi agli alunni usando un linguaggio accessibile.

La suddetta modalità potrebbe essere denominata come quella
dell'”Io dico, tu ripeti”. In altri termini, prima tocca al docente
esporre i concetti; sarà poi la volta del discente di ripetere quello che lui
ha sentito e memorizzato dopo la pausa dello studio a casa sul libro di
testo. Potremmo definire questa anche come la didattica recitativa: in
essa grande importanza ha la verbalizzazione; la chiarezza e coerenza dell’esposizione
da parte dello studente determinano la misura della sua valutazione.

Se vogliamo renderci conto se il discente ha veramente
capito, normalmente gli chiediamo: “Che cosa vuole dire quello che hai
detto? Puoi esprimere diversamente il contenuto di prima?”. Indice di
comprensione (necessario e sufficiente) dell’argomento trattato sarà, allora,
la capacità dell’allievo di riformulare, usando altri termini, sinonimi e
circonlocuzioni, quanto prima da lui stesso asserito.

Ora questa didattica presenta due grossi limiti.

In primo luogo è una didattica tutta basata sulla parola e
noi sappiamo dagli studi sull’intelligenza e sugli stili cognitivi che
tenderà a favorire alcuni a discapito di altri (chi preferisce la parola all’immagine,
chi ha una memoria uditiva rispetto a chi ha una memoria visiva) e per di più
quanto è stato appreso necessiterà di un richiamo continuo, di una ripetizione
costante alla pari di tutto ciò che è affidato solo all’imprinting
sonoro, altrimenti sarà ben presto consegnato al dimenticatoio, come purtroppo
avviene in tanti nostri allievi.

In secondo luogo noi abbiamo solo accertato, come insegnanti,
la capacità dell’allievo di mimare la comprensione, ma non sappiamo quanto
veramente abbia capito ciò che ha recitato, cioè non sappiamo se, fuori
del contesto scolastico e magari in situazioni nuove, cioè impreviste,
quei concetti, quelle nozioni troveranno applicazione valida. E questo non è il
massimo ma il minimo di ogni vera comprensione: di tutto ciò che non troverà
mai applicazione ed utilizzo (corretti ovviamente) qualsivoglia nella propria
vita, difficilmente si potrà dire che sia stato pienamente capito (dato e
concesso che a scuola s’insegnano delle cose utili).

Capire in altri termini significa modificarsi: è questo è
molto più difficile di quanto fin qui non sia stato presupposto. Per cambiare
non basta recitare concetti, accumulandoli, nella speranza che restino per
sempre lì, dentro di me e che da lì agiscano. Quello che ho esperito io prima
di incontrare tali “sofisticate” nozioni è molto più forte di quello
che dicono gli altri.

Allora far ripetere, accumulando, può non essere
sufficiente.

In effetti, dietro la maniera diciamo
“tradizionale” (nel senso almeno che è stato onorata da una lunga
tradizione) di impostare le lezioni si nasconde la concezione di un allievo all’inizio
completamente ignorante, tabula rasa, su cui il docente può andare ad
incidere le sue nozioni come vuole lui. Se così fosse, l’unico insegnamento
valido delle discipline non potrebbe che essere trasmissivo. Ma così non è.

E’ necessario, quindi, prima di cominciare la lezione vera
e propria, un lavoro di scavo, per far emergere quelli che sono i pre-concetti
dei discenti, i fondamenti che si presteranno come ancoraggio per i nuovi
concetti.

L’insegnante deve trattenersi dal comunicare subito le
nozioni del sapere così come sono formalizzate sui libri di testo; deve in
primo luogo portare a galla, sviluppare, attraverso un uso sapiente delle
domande, attraverso inviti espliciti ed il dialogo in classe nella fase
introduttiva, le riflessioni personali degli alunni circa i tanti rebus
che ci circondano e che specificatamente saranno oggetto della lezione che sta
per iniziare.

Non è un’opera facile perché i ragazzi sono abituati a
“pendere”, per così dire, dalle labbra dell’insegnante, e pertanto
sono portati a considerare qualsiasi loro teorizzazione come una perdita di
tempo: tanto sanno che poi arriva l’insegnante a correggere tutto e a fornire
la risposta esatta, che è quella che bisogna ripetere in caso di verifica. È
certamente quello che avviene in tantissimi casi, ma così si pongono le
premesse per una comprensione carente o distorta, perché alla fine, quando l’unità
didattica è terminata ed ogni verifica portata a compimento, il vecchio che sta
sotto, per così dire, nella mente del ragazzo, riassorbirà, trasformandolo
radicalmente, il nuovo che è stato recentemente acquisito. Ecco perché è
veramente utile cercare di tematizzare (anche se non sempre è facile far
emergere queste primitive precomprensioni) la base cognitiva da cui ognuno
prende l’avvio.

A questa fase preliminare di scavo, deve necessariamente
seguire uno stadio in cui si cerca di rimarcare il carico di dissonanza
cognitiva potenzialmente presente nei nuovi concetti.

Questo significa fare in modo che nella mente del discente
sorgano discrepanze, incertezze, dubbi, in quanto essi sono salutari e ottime
spie che si è sulla strada di una vera comprensione.

Significa anche che le nuove acquisizioni devono diventare
vere esperienze, vissute ed esaminate a vari livelli, proprio come è successo
con le prime esperienze che ci hanno strutturato da un punto di vista cognitivo.

La didattica secante

E’ quindi essenziale presentare, e far esperire, i concetti
della disciplina oggetto di studio da vari angoli di visuale, partendo proprio
dagli angoli più insoliti, dopo aver accertato quali sono le concezioni
infantili più diffuse nell’area affrontata. Bisogna, cioè, sovvertire il modo
comune di procedere: normalmente si parte dal centro verso la periferia, dalle
cose semplici verso le cose difficili, pensando così di assemblare un tutto
coeso ed organico. La costruzione del sapere viene immaginata come edificabile
per cerchi concentrici, in modo da sistemare ogni cosa al suo posto, partendo
dall’interno ed andando verso l’esterno. Solo che il semplice ed il
complesso, l’interno e l’esterno non sono definibili come sono stati
definiti finora. Il semplice può essere un cattivo punto d’inizio, l’interno
una pietra di fondazione instabile. Quello che era facile può, invece,
diventare confondente.

La didattica della dissonanza, che potrebbe anche essere
denominata come secante (ad alto profilo di impatto, direi provocatorio,
rispetto a quanto si presuppone l’alunno già comunque sappia), induce
sicuramente più riflessione. Possiamo definire tale didattica anche torsionale,
in quanto presenta i concetti, cerca di torcerli in maniera tale che
non possano essere accomodati facilmente con il sapere naturale dello studente.
Insomma bisogna fare in modo che essi non vengano “smussati”.

La didattica secante o torsionale impone di
partire dalle cose periferiche (cioè inusuali, meno consuete) e difficili ed
andare così verso le cose “facili” che solo allora potranno essere
comprese ed assimilate correttamente.

Se si parla delle leggi di gravità non bisogna partire dalla
nozione, facile facile, che i corpi sono attratti dalla terra e vi cadono
(questo non smentirebbe l’esperienza comune), ma dal fatto che le cose,
propriamente parlando, non “cadono” da nessuna parte (e questo produce
uno shock: ma basterebbe uscire dalla terra, ove fosse possibile per chi non è
astronauta, per costatarlo! Vedi l’appendice).

Se parliamo dell’anno, non dobbiamo partire dalla nozione
scontata delle stagioni, di “un tempo che ritorna”, ma piuttosto
muovere dal fatto che esso non è stato definito sul caldo e freddo ciclici (e
come potrebbe, d’altronde, un numero preciso, 365, collegarsi a qualcosa di
aleatorio come caldo e freddo? Vedi l’appendice). In tale
situazione sarebbe necessario fare esperire, tramite ripetute osservazioni, il
corso apparente del sole nel cielo, che molti alunni non hanno mai rilevato (al
contrario del caldo e del freddo).

Quindi, molte volte la didattica secante richiede che
il più possibile le energie degli studenti siano convogliate, magari in una
fase immediatamente successiva rispetto a quella della lezione vera e propria,
verso attività esplorativo-applicative. D’altronde, siamo un po’ tutti come San
Tommaso: se non vediamo e non tocchiamo con le nostre mani, non crediamo e non
capiamo.

La filosofia delle competenze e l’apprendimento

Da quanto si è detto sopra si intuisce come l’eseguire, il
dimostrare in situazione controllata, possa non significare nulla. E’ necessario
sostituire al motto “imparare per poter eseguire” il motto “si
impara….perché si impara”: in altri termini l’insegnamento per una
comprensione sempre più approfondita dovrà sostituire quello per l’esecuzione.

La nostra è ormai una società coinvolta in esperienze
continue di apprendimento: qualcuno parla, infatti, di società riflessiva, di
learning society
, di una verticalizzazione della comprensione che non potrà
avere mai fine. E bisogna imparare non perché ciò abbia un diretto beneficio
economico, sul piano produttivo, ma perché l’uomo è nato per capirsi e per
capire. Ovviamente tutto ciò potrà, poi, avere anche conseguenze sulla vita
concreta, materiale dell’uomo stesso.

Ecco, infine, in appendice, alcuni aneddoti che sono un po’
esempi concreti e curiosi di un apprendimento imperfetto, cioè di una
contraddizione tra i due “mondi” (“sapere naturale” e
“sapere sofisticato”) di cui si parlava dianzi. Sono casi
significativi di una conoscenza che non è diventata vero sapere personale.

Appendice

Che cosa è l’’anno?

In molte occasioni mi è capitato di chiedere a studenti di I
superiore di 14 anni (i quali hanno già ripetutamente incontrato nella loro
carriera scolastica queste nozioni) perché l’anno è formato da 365 giorni:
la risposta pressoché unanime di tutti è quasi sempre stata che 365 giorni è
l’intervallo che intercorre tra una stagione ed il suo ritorno. Alla mia
osservazione che la stagione intesa come temperatura esterna, come clima è un
dato variabile, non esatto come invece richiede il numero 365, molti mi hanno
risposto che sì, è vero, “si vede, però, che poi si fa una media!”.
Di fronte alla mia considerazione che non è possibile fare nessuna media e dopo
molto dibattere, qualcuno, tra i più preparati, ricordando nozioni libresche di
geografia astronomica, e pensando che esse fossero la soluzione gradita alle …
mie orecchie, è finalmente sbottato in un “Ah, …so io professore cosa
vuole sapere: 365 giorni è il tempo impiegato dalla terra a compiere un giro
attorno al sole!”.

Grande smarrimento, ovviamente, di fronte alla mia nuova
osservazione che la determinazione precisa dell’anno era stata fatta prima che
si scoprisse che la terra gira attorno al sole. Nessuno…. aveva, insomma,
collegato l’anno al corso apparente del sole in cielo, per il semplice motivo
che questa constatazione non era stata mai da loro compiuta. Paradossalmente
possiamo dire che la loro cultura naturale……era rimasta sostanzialmente
pre-sumerica, influenzata dal caldo e dal freddo, ma non dall’osservazione del
corso degli astri in cielo (ah, il vivere nelle città !…).

Ovviamente quanto appreso in maniera appiccicaticcia era
stato subito dimenticato da quasi tutti.

Il buco che attraversa la terra

In più occasioni ho chiesto a ragazzi dell’anno terminale
(cioè a diciottenni che avevano a lungo studiato la fisica newtoniana) di
tentare un “gedanken experiment“, un esperimento mentale (da me
tratto da una rivista scientifica). Poniamo di riuscire a fare un buco che
attraversi tutta quanta la terra da una parte all’altra e, affacciandoci ad
esso, di buttare un sasso: che cosa succederà ? Dove andrà a fermarsi? Questo
esperimento è stato pensato (da chi lo ideato) come una cartina di tornasole,
per vedere se la fisica newtoniana sia stata veramente compresa ed assimilata
dallo studente.

Ebbene nelle situazioni da me esperite, come sospettavo, la
stragrande maggioranza (e spesso erano classi di alunni abbastanza brillanti in
Fisica) hanno fatto prevalere il loro sapere naturale, la loro fisica
“aristotelica”: il grave cade perché ….è nel suo destino di
cadere, e continuerà ad andare …in giù, finché non incontrerà qualcosa di
solido che lo fermerà (ad es. un altro pianeta, un asteroide o un meteorite).

Solo pochi alunni hanno saputo fornire, e per di più dopo
una serie di tentativi a vuoto, la risposta esatta che la pietra si arresterà
attorno al centro della terra, dopo una serie di oscillazioni di intensità
decrescente (forza di gravità più principio di inerzia).

Del resto, per l’esperienza quotidiana che abbiamo noi le
cose si fermano solo quando incontrano un ostacolo!

L’’amore in poesia

Personalmente ad alcuni ragazzi molto brillanti del III anno
di un liceo classico, che avevano affrontato un’unità didattica sulla poesia
amorosa (dal Dolce stil novo ai contemporanei) sotto la guida di un
insegnante capace e preparato e che erano in grado di svolgere analisi testuali
stupefacenti su certi preziosismi formali di tanta poesia contemporanea,
assegnai una volta il compito di scrivere, dopo tanto studiare poesie altrui,
una loro poesia d’amore, così per divertimento, senza voto (si sarebbero
sentiti più liberi e spontanei). Mi aspettavo che qualcuna di queste tecniche
avrebbe trovato applicazione nelle loro composizioni.

Grande fu, perciò, la mia sorpresa (ero molto più giovane….)
nello scoprire che quegli stessi brillanti studenti avevano scritto poesie d’amore
molto elementari e di un infantilismo esasperato: evidentemente la loro
sofisticazione era solo una “crosta”. Le loro composizioni era delle
semplici, sdolcinate nenie, somiglianti molto alle filastrocche che i bambini
ascoltano ed amano ascoltare, piuttosto che a poesie d’amore di uomini e donne
fatti.

Le poesie d’amore degli altri si studiano e si commentano, si
fa anche finta di apprezzarle, perché….così vuole l’insegnante, ma è roba
d’altri (spesso giudicati altri …..un po’ bizzarri). I veri sentimenti degli
studenti rimangono al coperto (e quale insegnante, del resto, comunemente chiede
ai suoi alunni in che modo hanno provato l’amore, se l’hanno mai provato?).

La vita già vissuta e sperimentata dai discenti non si
incontra mai così con ciò che si studia a scuola, forse essa è roba che
scotta, di difficile trattazione, ma in questo modo è improbabile che la loro
sensibilità si sviluppi, rimanendo quella infantile di sempre.

Chi è Linda?

Interessante l’episodio riportato da Gardner nel suo testo, The
unschooled mind
, cit., ma ripreso da Amos Tversky, Daniel Kahneman et
al.
(1972).

Ad alcuni studenti (molti dei quali “esperti” in
statistica) fu sottoposta la seguente affermazione: ” Sappiamo che Linda è
una ragazza di 31 anni, “single”, molto battagliera e dinamica,
impegnata nel sociale.”

Gli intervistati dovevano, poi, decidere quale delle seguenti
due frasi è più probabilmente vera in termini statistici: “Linda è un’impiegata
di banca” oppure “Linda è un’impiegata di banca ed è attiva nel
movimento femminista”.

Più dell’ottanta per cento risposero con grande sicurezza
che la seconda è più probabile, senza riflettere che da un punto di vista
meramente logico la seconda affermazione contiene entrambe le clausole,
perciò è meno probabile (ma, ovviamente, è più attraente da un punto di
vista contenutistico!).

Anche qui il sapere pratico, “naturale” ha preso il
sopravvento ed ha suggerito che una donna di 31 anni, non sposata, battagliera,
per forza deve essere impegnata nel movimento femminista, prescindendo dalle
reali probabilità statistiche quali emergono dal confronto tra le due frasi!

L’aria pesante

Ripetutamente ho utilizzato in seconde classi della scuola
secondaria superiore (quindi parliamo di ragazzi di 15 anni) un breve brano
antologico (di natura vagamente fantascientifica) in cui si parla di un uomo che
decide di trasferirsi sulla luna e di vivere lì da solo. Quest’uomo si attrezza
ovviamente di tutto quanto è necessario per sopravvivere e riesce ad essere
perfettamente autosufficiente. È solo e, nonostante tutto, la vita lì non è
così noiosa come la sua solitudine farebbe presupporre: è così preso dai suoi
esperimenti scientifici, dalle osservazioni della terra e degli altri astri
dalla luna (da lì tutto sembra diverso rispetto alla terra) che non si accorge
nemmeno del fatto che non ha compagnia. L’unica particolarità a cui non si è
ancora, però, abituato è la differente gravità rispetto a quando abitava
sulla terra. Deve stare attento, deve ancora prendere confidenza con il fatto
che la gravità sulla luna è sei volte inferiore che sulla terra.

A questo punto del brano (che continua poi in una direzione
che qui non ci interessa), ho chiesto agli alunni cosa significasse “forza
di gravità sei volte inferiore” ed a cosa fosse dovuta questa differenza
rispetto alla terra. Ovviamente nel porre le domande non li invitavo a
richiamare, a ricordarsi dei concetti di scienza già studiati (e del fatto che
li avessero incontrati teoricamente ero certo, in quanto facenti parte
essenziale del programma curricolare). Volevo semplicemente sapere cosa, con la
“loro scienza”, mi avrebbero risposto.

Ebbene quasi tutti mi hanno sempre risposto che gravità
inferiore significava che sulla luna quest’uomo si sentiva più leggero. Ma alla
mia nuova domanda su che cosa avesse causato questo senso di leggerezza (per
stare nei termini in cui si esprimevano gli alunni), tutti, dico tutti, hanno
asserito che la leggerezza era dovuta all’aria fine, al fatto che sulla luna
c’è meno aria che sulla terra!

Ovviamente noi non viviamo mai specificatamente l’esperienza
della gravità, proprio ….perché ad essa siamo sempre sottoposti, mentre
viviamo continue e variegate esperienze di pesantezza o leggerezza dovute alla
densità dell’aria. Tutti sappiamo quanto l’aria marina in un’afosa giornata
estiva possa spezzare la gambe o quanto, magari, l’arietta di montagna possa
infondere un senso di leggerezza e di euforia in primavera. È facile quindi che
questo senso di pesantezza e di leggerezza dovuto all’aria venga considerato
come causa della differenza di gravità!

prof. Giuseppe Tidona

Per contattare l’autore, prof. Giuseppe Tidona, potete
inviare un e-mail gitidona@gmail.com 

Laboratorio Scuola (altre ricerche del prof. G. Tidona)

Studiare e pensare: i risultati di un esperimento (maggio 2004)

Insegnare e apprendere (ottobre 2003)

Studenti capaci e studenti incapaci (maggio 2003)

Il tema: quali metodiche per aiutare gli studenti nello sviluppo di idee? (gennaio 2003)

Riflessività e creatività a scuola: le lezioni Co.R.T., un secondo esperimento(settembre 2002)

E’ possibile migliorare la creatività e la riflessività dei ragazzi? (settembre 2001)

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amicizia e autostima

articolo di Pina Pittari sull’autostima e le relazioni di amicizia

 

Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!

di Pina Pittari

 

Questo articolo tratta dell’’autostima e dell’’essere amici di se stessi, anzi: il miglior amico.

Non è del tutto facile osservarsi, ma vale la pena fare uno sforzo e, per questo, t’’invito a prenderti alcuni minuti di riflessione e riconoscere il grado d’’intimità che hai nel rapporto con te stesso.

Forse alcune volte potrai identificarti come amicoin altri momenti e circostanze come conoscente e, perché no?, anche scoprire di avere agito nei tuoi confronti come nemico. Per facilitarti questa riflessione ti offro alcuni spunti.

Per me un amico è qualcuno che  ti dà la mano in un momento di difficoltà, una parola di sostegno quando ne hai bisogno; ti può anche dire in faccia quello che pensa di te o di quello che hai fatto per farti reagire; condivide con te momenti felici o di
divertimento. …Insomma, un amico è colui con il quale puoi condividere momenti brutti o felici, uno su cui puoi contare, a cui racconti i fatti tuoi e ascolti quelli suoi, lo sostieni e ti sostiene…c’’è intimità, ti vuole bene, ti accetta come sei.

Ti riconosci in un rapporto intimo di amicizia con te stesso? Con quale intensità e accettazione?

Un conoscente invece è qualcuno con cui condividi alcuni momenti della tua vita, ma senza intimità. Non conosci bene cosa sente, né come pensa veramente, le maschere sociali sono sul volto e si accomodano in rapporti cordiali ma superficiali, l’’accettazione è legata al rispetto delle norme sociali. In che grado tratti te stesso in questo modo? Rifletti un poco su quanto ti permetti di vederti senza maschere, di guardare le tue ombre e portarvi luce, di chiederti se pensi in un modo, senti in un altro e agisci in un altro ancora, totalmente diverso rispetto a come pensavi e/o sentivi.

Un “nemico” è quello che sa qualcosa di te, forse conosce solo le tue ombre e le utilizza per ferirti, non gli interessa conoscerti nella tua totalità, ti nega qualsiasi opportunità,  ti segnala come colpevole delle sue disgrazie, vuole distruggere qualsiasi
gioia che puoi avere, ti blocca la strada del successo o le tue iniziative, ti maltratta se può, ti alimenta i vizi… E’’ qualcuno che non ti vuole bene, non ti accetta, ti scoraggia, ti induce a fare cose che ti fanno male. 
Hai agito qualche volta in questo modo verso di te? In che grado?

La cosa che di più colpisce è che, senza renderci veramente conto, con molta frequenza ci comportiamo con noi stessi, alternativamente, come amici-conoscenti-nemici.

Osservare i tuoi rapporti interpersonali può fare chiarezza su questo tema, giacché cosi come stabiliamo rapporti al nostro interno, lo facciamo all’’esterno. Mi auguro che ne trovi di più simili ai primi due e, più raramente, al terzo tipo! Questo modo di osservare sarà utile poiché ti permetterà di individuare, come in uno specchio, quello che non riusciamo a vedere in noi stessi….

Pensa per un attimo alle persone con le quali condividi un “rapporto di amicizia” e guarda bene come gestisci i diversi tipi di rapporti. Fai un elenco di quelli che consideri amici, un altro dei conoscenti e per ultimo, i “non tanto amici”: con certe sfumature, il “nemico” lo vediamo sempre nelle incomprensioni di quelle persone che ci stanno attorno, sperimentando sentimenti dall’’AMORE all’’ODIO, passando nei rapporti con queste persone dal quasi-equilibrio allo squilibrio, per cercare di tornare al quasi-equilibrio.

Che tipo di rapporti interpersonali stabilisci? Quale è lo scambio in essi?

Quando non ci stimiamo, noi non ci accettiamo e siamo diffidenti verso noi stessi; facilmente possiamo stabilire all’esterno rapporti di dipendenza. Un indizio di ciò può essere la frequenza con la quale aspettiamo dagli altri l’’approvazione, la parola di sostegno, la telefonata di saluto e/o di compassione, la verifica di promesse fatte, mentre noi non siamo capaci di sostenerci o non è abbastanza quello che ci diamo.

Un altro indizio di poca stima di sé, è agire solo per avere l’’approvazione, senza renderci veramente conto se è quello che vogliamo fare e ci fa felici fare. Una persona con poca autostima è bisognosa di approvazione,  può permettere al suo ego persino di “vendersi l’’anima” solo per avere l’’approvazione, per ascoltare elogi e riconoscimenti esterni, agisce con la pretesa di essere diversa da come è, rimanendo così vuota: immagina un bicchiere senza fondo, puoi versare in esso qualsiasi quantità di liquido, ma rimarrà sempre vuoto.

Senza autostima, quando i complimenti esterni e l’’approvazione ci mancano, il senso di solitudine e di abbandono si appropriano di noi.

Sarai allora d’’accordo con me nel concludere che essere amico o nemico di se stesso dipende dalla nostra autostima. Essa è il “fondo del bicchiere”, anzi, molto di più che solo il fondo.

Per acquistare autostima ci vuole soprattutto conoscersi, accettarsi, essere se stessi. E se ci fosse qualcosa che non ci piace di noi? In quel caso allora: sostenersi, guarire, trasformare ciò che non ci piace di noi, essere auto compassionevoli (che è diverso da commiserarsi: compassione significa accompagnarsi con passione).

Una definizione di autostima è: fiducia e soddisfazione di se stessi”. Le domande che sorgono a questo punto sono: come conoscere te stesso? Come arrivare a sentirti fiducioso e soddisfatto di te stesso? Come sentirti realizzato? Come esprimere la propria personalità? 

Bob Mandel, nel suo libro “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada””1, ci dice: “…lei non è un luogo, una destinazione, lei è un forma di coscienza…””. Quando ho letto quest’’ultima frase, essa è rimasta come un’’eco nella mia mente invitandomi a riflettere, a capire cosa significa essere una forma di coscienza; le parole/pensieri che vi associo sono:
essere in contatto intimamente con me stessa, essere consapevole di chi sono, di cosa sento/penso/faccio e di come quello che sento/penso/faccio crea in me e in ciò con cui entro in rapporto; mi sono dettase sono una forma di coscienza, non posso fare altro se non essere me stessa, consapevole di me, responsabile dei mie atti nei riguardi miei e di tutto ciò che mi circonda!

Bob Mandel ci suggerisce un percorso verso l’’autostima in nove passi. Voglio qui offrirti una breve sintesi di questo percorso per tornare a se stessi, “a casa”. Quello che leggerai di seguito è una mia traduzione e rielaborazione libera di frasi prese dal libro al quale mi riferisco sopra1:

1. Accetta te stesso.

L’’autoaccettazione è alla base dell’’autostima. Smetti di dare giudizi, perdonati, dì no alle condotte compulsive, fai valere il tuo vero Sé al di sopra di qualsiasi falsa identità come: “sono un bugiardo”, “un falso”, “un incapace”, “sono colpevole”… Accettarsi significa rispettarsi ed essere compassionevole verso se stesso, soprattutto nei momenti in cui si osservano aspetti di sé che si vogliono cambiare.

2. Sii tollerante con gli altri

Quando ci accettiamo riusciamo ad essere più tolleranti con gli altri. Questa tolleranza inizia a casa e si estende anche agli sconosciuti. La diversità ci fa sentire minacciati, accettare la diversità negli altri ci permette di essere tolleranti, ci apre la strada al perdono, anche verso noi stessi. La tolleranza è cosa diversa dalla sottomissione e dall’’abuso, è accettare la diversità. Se ci sentiamo sfidati dalla diversità, possiamo affrontarla anche senza lotta, stabilendo le frontiere e non accettando le ingiustizie.

3. Recupera le parti di te che hai perduto

Si riferisce all’’utilità di seguire un tipo di percorso terapeutico che permetta di renderci conto e integrare le parti di noi che sono rimaste “a pezzi” nel tempo. Quanto possa durare questo percorso, difficilmente è stimabile, i tipi di terapie sono tanti, c’’è bisogno di trovare quella adatta per ognuno di noi e, nel momento in cui il benessere arriva, mettere fine al percorso di guarigione e decretare la salute.

4. Estendi agli altri il tuo sostegno

Condividere quello che si ha genera di più, lo aumenta. Se le persone con le quali condivido stanno meglio, il mio benessere aumenta. Sostenere non significa trasformarsi in uno schiavo della persona che
riceve il sostegno, non è sacrificarsi. Qui è importante capire che quello che facciamo come sostegno, non deve portare a presentare fatture”, si fa per il solo piacere di farlo, di condividere, per amore, perché dà pace. Il pericolo nel dare sostegno è adottare un atteggiamento non conveniente, come quello di “farsi carico”, controllare l’’altro, manipolarlo. Se non abbiamo autostima, possiamo cadere nell’’errore di sostenere cercando amore in cambio.

5. Crea un’’immagine positiva di te stesso.

Tu puoi solo controllare quello che pensi su di te e sugli altri, non puoi controllare quello che gli altri pensano di te ed è inutile preoccuparsi per questo. Per migliorare la nostra immagine possiamo utilizzare diverse tecniche e il potere del pensiero positivo, nelle sue più diverse forme: affermazioni, visualizzazioni, suggestione ipnotica. Tutto ciò può aiutarci nel creare una immagine positiva di noi, ma non basta, giacché è necessario sentire e agire conformemente, non
lasciarla nella mente come un’’illusione o una fantasia su se stessi.

6. Riconosci gli altri.

Riconoscere se stesso è la cosa più importante, riconoscere gli altri è un modo per appoggiarli. Criticare, specialmente alle spalle, è controproducente…quello che va, ritorna!

7. Trova il tuo luogo sacro.

Avere una vita spirituale, a prescindere dalla religione, ci permette di trovare un luogo sacro dentro di noi stessi, dove ci possiamo sentire avvolti nell’’amore universale.

8. Rispetta il luogo sacro degli altri.

C’’è la divinità in tutto ciò che vive, quando riconosciamo in noi la divinità è più facile riconoscere la divinità in tutti gli altri e in quello che ci circonda.

9. Scopri l’’allegria dell’’umiltà.

Senza umiltà corriamo il rischio di rimanere impantanati nell’egoismo spirituale. L’’umiltà si compone di diverse parti, tra le quali la gratitudine, il fare una vita di servizio con senso di pienezza e gratitudine per la vita, di sentirsi così innamorato della vita che si vuole condividere con il mondo. L’’umiltà non ha niente a che fare con un senso di superiorità o con l’’orgoglio della vana “spiritualità”. Helen Nielson ha detto: “l’umiltà è come la biancheria intima: è essenziale, ma è improprio e indecoroso mostrarla.”

Ricordati:

Accetta
te stesso nel percorso del tuo viaggio

Sii
tollerante con gli altri mentre fanno il loro percorso

Guarisci
il danno fatto alla tua anima

Estendi
il sostegno agli altri

Crea
una immagine di te stesso positiva

Riconosci
gli altri

Scopri
il tuo luogo sacro

Rispetta
il luogo sacro degli altri

Scopri
l’’allegria dell’’umiltà.

Tempo fa ho iniziato questo viaggio verso la mia stima e oggigiorno il mio bilancio è positivo: sono la mia miglior amica e riesco a offrire di me stessa più di prima, con una maggior qualità nei miei rapporti.

Ti auguro un felice e dolce “ritorno a casa” e la crescita della tua amicizia con te stesso. Ti ringrazio per il momento che attraverso la lettura di questo articolo abbiamo passato insieme.

Pina Pittari

giugno 2005

Nota: 1. Bob Mandel, “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada”, Editorial Kier S.A., Buenos Aires, 2001 (titolo originale: “Return to Self”, Bob Mandel, 2000).

Per chi volesse approfondire il tema, segnaliamo il sito ufficiale di Bob Mandel e del Progetto Internazionale di Autostima:

www.bobmandel.com

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa. 

 

 
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Altri articoli di Pina Pittari in questo sito:
“L’abuso di sé nella ricerca dell’approvazione”, Rebirthing, un modo per divenire consapevoli e ri-creare la vita”, “Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”, “Avrei il mondo ai miei piedi, se solo fossi…” e “La respirazione, ovvia ma potente”.

Per consultazioni,
anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a
pinapittari@hotmail.com

L’abuso di sé

immagine tratta da: http://usuarios.iponet.es/casinada/

L’ABUSO DI SE STESSI NELLA RICERCA DELL’APPROVAZIONE

di
Pina Pittari

Cosa è l’’abuso?

Citando letteralmente il Vocabolario della lingua italiana Treccani, l’’abuso viene definito come: ““…Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa, di un’’autorità. In particolare nel diritto si definiscono abuso varie ipotesi di reato o di illeciti che hanno come elemento comune l’’uso illegittimo di una cosa o l’’esercizio illegittimo di un potere”.”

Nella definizione sopra indicata, l’’abuso di se stessi si racchiude nell’espressione: “…l’’esercizio illegittimo di un potere”, quello che esercitiamo su di noi stessi “illegittimamente”. Visto solo così sembra un pò difficile capire nella sua completa estensione cosa è l’’abuso di se stessi. Per espandere il concetto ci possiamo domandare quale è l’’opposto di abuso, e sarete d’’accordo che questo si potrebbe definire come rispetto, perciò possiamo dedurre che se non c’’è rispetto ci può essere l’’abuso: qualcuno, noi stessi, va oltre le “frontiere”.

E queste “frontiere” alle quale mi riferisco, chi le stabilisce, come sapere dove iniziano, come si fissano? Esse sono i limiti imposti da noi stessi per preservare la legittimità delle nostre azioni nei nostri confronti. Sicuramente la misura dei limiti sarà diversa per ciascuno di noi e molte volte nemmeno siamo molto consapevoli della sua esistenza o della necessità di “stabilirla”.

Gli atteggiamenti o le azioni di abuso di se stessi possono coesistere in noi da tanti anni, che ci sembrano naturali, parte di noi, tanto come possono essere le nostre braccia o mani, nemmeno ci soffermiamo a riflettere che essi siano abusi.

immagine tratta da: www.ff.ul.pt/~atlopes/ DROG.htm

Esempi tipici di abusi di se stessi e conseguenze:

Dire SI quando vogliamo dire NO. Qui entriamo nella famosa storia di accontentare qualcuno: comunque, cosa mi costa?” Costa il prezzo di quello che sacrifichiamo di noi stessi, e poi paghiamo questa fattura in diverse forme: ammalandoci, rinchiudendoci, oppure infliggendoci qualche altro tipo di maltrattamento, come quelli descritti nel punto che segue. In questo caso ci sentiamo vittima di qualcuno che indichiamo come il nostro carnefice.

Maltrattamento fisico con l’’eccesso di: cibo, alcol, droghe, dipendenze farmacologiche (ansiolitici, antidepressivi, ecc.), giochi d’azzardo, sigarette, lavoro, ecc. Questo ci porta sensi di colpa, depressione, stabilire rapporti di dipendenza, bassa autostima e alimenta il circolo vizioso di ricorrere ancora una volta al tipo di “abuso scelto”, diminuendo sempre di più davanti ai nostri occhi il nostro valore, la stima di noi stessi.

Molte volte entriamo in questo tipo di abuso quando non siamo le persone che i nostri genitori ci hanno fatto pensare che “volevano come figli”. Ci sentiamo colpevoli di non essere quello che loro “aspettavano” e nella consapevolezza di non riuscire a trasformarci, ci sentiamo in un labirinto senza uscita, non degni. Può anche succedere che ci sforziamo di “essere quello che loro vogliono” e nel negare noi stessi prendiamo impegni per compiacere loro, perdiamo forze facendo quello che non ci piace o non siamo portati a fare, avendo come conseguenza l’’inevitabile fallimento o la nostra insoddisfazione, per entrare nel circolo vizioso della colpa – maltrattattamento – depressione.

Cosa cerchiamo con questi atteggiamenti?

Certo che non è una scelta consapevole quella di abusare di se stessi, sono azioni/atteggiamenti che si scelgono” nella speranza di avere qualcosa in cambio, che viene sempre interpretata come una forma d’’amore, come: l’’approvazione, il riconoscimento. Invece di essere,  facciamo, per avere l’’approvazione, l’’attenzione, un poco “d’’amore”. 

Come impariamo ad abusare di noi stessi?

Per capire meglio questo meccanismo rivediamo tutto dal momento della nascita: siamo toccati, manipolati, senza che nessuno ci chieda se siamo disposti o meno a tutto quello che accade dal momento stesso della nostra uscita dal ventre materno. Ancora oggi non tutti quelli che sono coinvolti in un parto hanno coscienza che il neonato è un persona completa che percepisce, sente, che registra assolutamente tutto quello che sta accadendo, e questo può portarli a non essere abbastanza amorevoli nel gestire le loro azioni; molte volte c’’è anche fretta…la manipolazione del neonato viene fatta senza tutta la cura che ci vorrebbe. Il cordone si taglia prima che sia il suo momento (quando smette di battere), la temperatura ambiente non è la più adeguata, la bilancia dove si pesa il bambino troppo fredda, e così via. Tanti elementi sconosciuti che invadono il corpo, lo spazio di questo essere: il neonato. Immaginiamo che, oltre a tutto questo, può anche darsi il caso di non essere del sesso che i genitori preferivano, o l’’arrivo nel momento inopportuno, nelle circostanze difficili, basta questo per sentire che c’’è qualcosa in noi che non va, e ci sentiamo rifiutati, crediamo che per essere amati dovevamo essere quello che abbiamo capito che volevano.

Durante l’infanzia dipendiamo dalle attenzioni dei nostri genitori o delle persone che si prendono cura di noi. Siamo allattati, puliti e vestiti al modo come viene determinato da loro. Quante volte si sostituisce il desiderio d’’amore/calore/braccia per un biberon? Sicuramente tante! Ecco qui solo uno degli esempi di sostituzione di quello che veramente volevamo con un altra cosa che almeno ci fa capire che riceviamo una certa attenzione, ma era veramente fame? Forse no… Così il tempo passa e continua la sostituzione dell’’amore con dolci, cioccolata, giocattoli…se ti mangi la minestra ti compro il giocattolo che vuoi, se la smetti di saltare ti voglio bene, devi fare il buono. Il tempo continua a passare e poi noi stessi ci prendiamo cura di riempirci di cibo o cose, cercando l’’amore. Mangiamo, fumiamo o abusiamo dell’’alcol senza limiti, ecco allora che non sappiamo capire i limiti (frontiere) del nostro corpo, questi difficilmente abbiamo imparato ad ascoltarli e nemmeno le nostre emozioni: trattiamo l’’ansia come se fosse fame, abbiamo bisogno di una sigaretta se siamo tesi, invece di cercare la soluzione a quello che ci mantiene tesi e così via.

Certo che questi comportamenti ci portano a farci del male, ingrassare, alcolizzarci, assumere droghe…la nostra autostima è danneggiata, la nostra difficoltà a stabilire le frontiere con noi stessi, ci sopraffa.

Durante la nostra infanzia ci sentiamo coinvolti con i rapporti dei nostri genitori e non sappiamo separare bene se siamo responsabili o meno di quello che accade; infatti, è un periodo nel quale crediamo che il mondo intero gira intorno a noi, siamo al centro della vita di tutti quelli che ci circondano, se vediamo soffrire uno dei nostri genitori, prendiamo posizione contro quello “responsabile” della sofferenza e cerchiamo di sostenere il sofferente, momenti ben precisi dove i ruoli si confondono ed essendo un(a) bambino(a), esce l’’adulto che è in noi per “sostenere” il bisognoso; comunque, essere buono è la consegna…ma chi sa, forse sono io il (la) colpevole della sofferenza di mia madre? Ho colpa! Sono cattivo! Debbo fare il buono! Una esperienza come questa ci può portare a stabilire rapporti dove pensiamo di essere i “forti” e l’’altro è una persona che ha “bisogno” di noi e che ci amerà perché “faremo i buoni”, sostenendoli nella loro debolezza, dimenticando in questo modo noi stessi, quello che vogliamo nella nostra vita, quello che ci fa felici… Saremo disposti a fare “sacrifici” e dopo presenteremo la fattura: tu mi devi il fatto che io abbia abbandonato quello che tanto volevo fare, non valuti quello che faccio per te, non mi approvi…e così via. Siamo andati oltre i nostri limiti, abbiamo infranto la frontiera del rispetto e abusato di noi stessi nel sottomettere la nostra espressione al bisogno d’’altri, cercando il loro “amore”, la loro approvazione.

Questo comportamento ci può portare a situazioni di difficoltà nello stabilire le nostre frontiere, anche nei rapporti meno intimi, come per esempio quelli di lavoro, ci può portare ad accettare condizioni di lavoro impegnative, con entrate non soddisfacenti, sperando in questi casi di essere almeno riconosciuti nelle nostre capacità e lusingati, senz’’altro l’’abuso è un aspetto che ci fa avere una autostima bassa e crea difficoltà a stabilire rapporti chiari, siano essi intimi o meno.

 Come mettere frontiere all’abuso?

Il problema, dopo tanti anni d’abuso, è come capire quali sono le nostre frontiere e, una volta capite, fissarle. Per capire questo, molte volte è necessario approfondire la conoscenza di noi stessi, attraverso qualche tecnica terapeutica, come il rebirthing, la psicoanalisi, la meditazione, ecc. Dopo di che bisogna accettarsi, essere se stessi, affermare il diritto di essere se stessi, la persona che si è, smettere di voler essere quello che altri aspettavano che fossi, fare per il piacere di essere e non per compiacere qualcuno, approvarsi e riconoscersi.

Questo certe volte ci può portare a dire NO alle persone care, ma è l’’esercizio della libertà di essere se stessi e tutti abbiamo questo diritto. Mettere le frontiere, rispettarle e farle rispettare ci può prendere tempo, specialmente in quei casi dove la dipendenza è presente (droghe, cibo…), ma è possibile, bisogna lavorarci con gli strumenti e l’’appoggio adeguato, che esistono e sono accessibili. 

Pina Pittari

marzo 2005 

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Altri articoli di Pina Pittari su questo sito:

“Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!” ,
“Rebirthing, un modo per divenire consapevoli e ri-creare la vita”,
“Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”,
“Avrei il mondo ai miei piedi, se solo fossi…” e “La respirazione, ovvia ma potente”.

dott.ssa Pina Pittari

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa. 

 

 

Per consultazioni, anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a: pinapittari@hotmail.com

Nettuno, fra illusione e illuminazione

articolo sul simbolismo di Nettuno nell’interpretazione astrologica

di Pippo Palazzolo

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi,
e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura.
E come il vento odo stormir tra queste piante, 
io quello infinito silenzio a questa vocevo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

“L’infinito” – Giacomo Leopardi

 Nettuno Nettuno “dominante” in un tema natale (ma spesso anche quando il segno dei Pesci o la dodicesima casa sono in rilievo), difficilmente ci parla di individui con personalità comuni: qualunque sia il segno solare, il segno lunare o l’Ascendente, avremo di fronte soggetti “diversi”, stravaganti, devianti, illusi, artisti, idealisti, comunque “oltre i limiti”. Nettuno, infatti, è simbolicamente il pianeta delle acque, dell’Assoluto, della scomparsa del limite. Un limite posto da Saturno e abbattuto da Urano, che però ancora ci si confronta, mentre Nettuno ne è già al di là e chi ne è fortemente segnato vive proprio una vita “al limite”: sospeso, spesso, fra realtà e illusione, fra materia e spirito, fra egoistico edonismo e sublime spirito di sacrifico, fra genialità e follia, fra il vivere in una “comune” e il ritirarsi in completa solitudine, fra distrazioni plateali e percezioni nitide dell’inconscio collettivo e delle leggi della natura.

     Nella mia relazione farò una sintesi di ciò che questo pianeta può simboleggiare nell’interpretazione astrologica.

 Dal punto di vista astronomico, Nettuno fa la sua comparsa nel 1846: appena due anni dopo avremo il “’48” in Europa, con tutta la sua carica idealistica dei moti insurrezionali; sempre del 1848 è il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, proclama del prossimo avvento dell’ “utopia” in Terra; sono, inoltre, gli anni in cui il concetto di inconscio comincia a prendere forma, gli esperimenti medianici tentano di dimostrare l’esistenza dell’aldilà, il Romanticismo recupera i sentimenti, dopo l’ubriacatura razionalistica dell’Illuminismo.

Ma non possiamo analizzare Nettuno senza inquadrarlo nella funzione complessiva di trasformazione simboleggiata dai pianeti trans-saturniani. E’ necessario, quindi, qualche sia pur breve considerazione sul passaggio dal tradizionale schema planetario (fino a Saturno) a quello attuale.

     Con Saturno siamo al “limite”, tocchiamo i confini della nostra condizione umana: è l’ultimo dei pianeti visibili ad occhio nudo. Oltre, per gli antichi, non c’erano altre possibilità, altri pianeti. La partita della vita si giocava, per l’uomo, nel percorso delle età: l’infanzia-Luna, la fanciullezza-Mercurio, l’età adulta-Sole, la maturità-Giove, la vecchiaia-Saturno. Ma l’umanità, nel suo insieme, cresce, si sviluppa. Il germe spirituale di cui ogni essere umano è portatore, è un potente fattore di cambiamento: dallo stato selvaggio, l’uomo inizia un cammino che, prima in tempi lunghissimi, poi sempre più accelerati, lo porta a superare i suoi stessi limiti fisici (segnati da Saturno): nel tentativo di dominio sulle forze della natura, l’uomo, attraverso invenzioni e scoperte, arriva ad attuare cambiamenti inimmaginabili non solo in campo materiale, ma anche in quello morale e spirituale: dalla “legge del taglione” alla “legge del perdono”, dalla società schiavista all’affermazione dei “Diritti dell’uomo e del cittadino”. I suoi strumenti di osservazione, sempre più sofisticati, gli permettono di aumentare le sue conoscenze dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. E, secondo le verità ermetiche, poiché come è in basso (sulla Terra), così è in alto (in Cielo), per la legge della sincronicità, nel 1781 (in piena Rivoluzione Industriale, tra Rivoluzione Americana e Rivoluzione Francese), William Herschel scopre un nuovo pianeta, Urano, oltre l’orbita di Saturno, un pianeta dall’asse così inclinato sul piano dell’eclittica (82°!) da renderlo diverso da tutti gli altri, oltre alla particolarità del movimento retrogrado dei suoi cinque satelliti.

  L’umanità fa un salto evolutivo: si tratta di una potenzialità che si apre, poiché la rottura degli equilibri naturali, in una prima fase, porterà soprattutto ad uno sconvolgimento di usi, schemi e valori millenari, che creerà anche disadattamento e forti reazioni contrarie. E dopo Urano, vengono scoperti Nettuno e, infine, Plutone (1930).

  E’ ormai comunemente accettato, in astrologia, considerare Urano, Nettuno e Plutone pianeti che, dopo i primi cinque pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, riprendono la sequenza su un livello più elevato, rappresentandone l’essenza più elevata, potremmo dire, musicalmente, l’ottava superiore. Così Urano è l’ottava superiore di Mercurio, Nettuno lo è di Venere e Plutone di Marte.

  E’ importante, quindi, per un lavoro di interpretazione astrologica che sia anche di reale aiuto ai consultanti, prendere in attenta considerazione i tre pianeti trans-saturniani, inserendoli nella prospettiva dell’evoluzione individuale, cogliendone le sfumature in vista della trasformazione del soggetto, più che della conservazione e difesa del suo “status quo”. Se ci si oppone alle energie dei pianeti trans-saturniani, si avrà, con molta probabilità, la manifestazione negativa del loro simbolismo. In questo senso i tre pianeti richiedono un adeguamento della personalità: con Urano un superamento dei vecchi schemi, con Nettuno un’apertura alle altre dimensioni della vita, sia in verticale (misticismo), che in orizzontale (umanitarismo) e con Plutone una forte azione creativa e di trasformazione.
Nettuno partecipa al lavoro di trasformazione individuale e collettiva, dissolvendo quanto già Urano aveva contestato e distrutto, preparando il terreno alla rigenerazione di Plutone, energia creativa. Nettuno simboleggia una energia che vibra ad un livello così elevato da provocare il dissolvimento di schemi e barriere spazio-temporali, elevandosi ad una dimensione spirituale, trascendente. La sua influenza mette quindi alla prova la capacità di un individuo di confrontarsi con le dimensioni più eteree della realtà, con quell’inconscio collettivo junghiano, simile all’akasha indù, che contiene la memoria di tutto, al di là del tempo e dello spazio. L’irrompere di tali contenuti, in una mente già predisposta e strutturalmente forte, con un solido senso della realtà comune, può favorire il processo di “illuminazione”, il sorgere di capacità intuitive, di ideali universali, di amore cosmico, di comprensione delle più profonde leggi della natura (non possiamo non pensare ad Einstein ed alla sua “legge di relatività”, intuita prima che dimostrata con calcoli matematici…). Dall’altro lato, il suo effetto su soggetti che non hanno elaborato e raffinato alcune sensibilità, potrebbe essere dirompente e portare stati d’animo negativi, confusione, incertezza, illusioni, fino ad arrivare a vere e proprie forme di alienazione mentale. Prevenire in tempo simili rischi, specie in soggetti i cui temi natali indichino una predisposizione verso tali difficoltà di integrazione, diventa di fondamentale importanza, tanto più che lo strumento astrologico ci consente di indicare con relativa precisione quando il soggetto attraverserà un momento difficile, sia interiore che relazionale.

  Vorrei portare, a sostegno di queste mie osservazioni, due esempi che mi sembrano esprimere bene ciò che comporta l’effetto Nettuno, uno a livello collettivo, l’altro a livello individuale.

  Siamo alla fine degli anni ’60, il mondo è percorso da un vento di rinnovamento, da “nuove frontiere”, “immaginazione al potere” e così via. In Italia, nel 1969, abbiamo l’”autunno caldo” e il proliferare di gruppi di impegno sociale e politico, che dopo una fase di grande euforia, avrà il suo tragico sbocco nei movimenti del ’77, la P38, Autonomia Operaia, BR. Che cosa stava succedendo? A parte le analisi socio-politiche, un fenomeno così vasto, che ha coinvolto milioni di persone, si presta ad una analisi astrologica. A partire dalla fine del 1942 fino alla fine del 1956, Nettuno ha attraversato il segno della Bilancia; dal 1948 alla metà del 1956, Urano transita nel segno del Cancro, formando, soprattutto negli anni 1952-1956, una quadratura con Nettuno, naturalmente con un’orbita variabile, ma mediamente abbastanza stretta (3-4°). I nati negli anni dal 1942 al 1951 (più o meno!) hanno avuto, accanto ad una forte spinta ideale, rivolta al sociale, una “neutralità” di Urano, accanto al prolungato sestile di Plutone, in Leone, all’incirca dal 1945 al 1960 e oltre. Sui singoli temi di nascita tali aspetti si combinano variamente e danno luogo a diversi caratteri.

  Tuttavia, la presenza di questa combinazione Nettuno in Bilancia, quadrato a Urano e sestile a Plutone, rende molto probabile il manifestarsi, nella struttura della personalità, di un bisogno di una società diversa, giusta (Nettuno in Bilancia), la contestazione degli schemi socio-familiari tradizionali  (Urano in Cancro) e una grande creatività e gioia di vivere (Plutone in Leone). Quando i nati negli anni 1952-1956 entrano nel mondo degli adulti, non gli sta bene, vogliono cambiarlo, subito e radicalmente, sostituendo ai vecchi valori i nuovi: indipendenza, giustizia sociale, sessualità vissuta con libertà, contestazione del principio di autorità: sono gli “hippies”, i “figli dei fiori” della seconda metà degli anni sessanta: l’”Immaginazione al potere”! Purtroppo, la quadratura di Urano dal segno del Cancro rende deboli le capacità operative, organizzative, di analisi lucida delle situazioni e porta, quasi inevitabilmente, al fallimento di un progetto ambizioso ma irreale, utopistico. I fiori appassiscono e il duro confronto con la realtà porterà i più sensibili figli di questa generazione a sbocchi che tutti conosciamo: da un lato le droghe, dall’altro una allucinata lotta armata, fuori da ogni considerazione politicamente realistica (anni ’70).

 

“Neptune”, tratto da www.occultopedia.com

  Il secondo esempio riguarda l’effetto Nettuno in un oroscopo individuale. Nelle consultazioni è frequente osservare come la presenza di un  Nettuno dissonante si traduca nella difficoltà, per il soggetto, di inquadrare obiettivamente e realisticamente le situazioni che vive, in qualsiasi campo si manifesti la dissonanza. Le classiche richieste di rassicurazioni in merito ad amori infelici, l’ossessivo chiedersi se il partner tornerà, se il nuovo amore durerà, se è l’uomo/la donna giusta, ci vengono soprattutto da consultanti nel cui tema natale spiccano forti valori nettuniani (ma anche un segno dei Pesci o una dodicesima casa rilevanti). La tendenza ad annullare la propria personalità in un rapporto, ad idealizzare, illudersi, non accettare la realtà, prendere abbagli clamorosi, la sensazione che nessuno possa soddisfare le proprie aspettative, sono caratteristiche ricorrenti nei soggetti con precisi aspetti astrologici, quali Venere in dodicesima casa o in aspetto forte con Nettuno, la quinta casa nel segno dei Pesci o con il suo governatore comunque in relazione a Nettuno/Pesci/dodicesima casa.   Personalmente, ritengo che difficilmente si possa arrivare a dimostrare statisticamente tali correlazioni, come vorrebbero i fautori di una “astrologia scientifica”, ma per fortuna la nostra esperienza e sensibilità ci consentono di non avere dubbi sulla loro veridicità. L’esempio che vi presento è solo uno dei numerosi casi in cui Nettuno gioca un ruolo fondamentale nella personalità del soggetto.

  Pur essendo una donna con Sole e Ascendente in Scorpione e la Luna nel concreto e razionale segno della Vergine, Anna ha Nettuno in posizione forte, in prima casa/Scorpione, congiunto al suo Sole e all’Ascendente, in sestile con Luna e Plutone. Notiamo anche che Nettuno governa la quinta casa/Pesci e che Venere è in dodicesima casa/Bilancia, congiunta a Mercurio e con la quadratura di Saturno. Per evitare interpretazioni che potrebbero essere considerate soggettive, non traccerò il profilo della personalità di Anna, ma indicherò alcuni fatti obiettivi della sua vita. Laurea in ingegneria informatica, chitarrista e leader di un gruppo musicale affermato, manager in una impresa di progettazione di software; matrimonio a 33 anni, separazione a 35; oggi 42enne e single. Non ho voluto elencare gli eventi, che pure ci sono stati, relativi alla difficile vita affettiva di Anna, proprio per attenermi ad una esposizione obiettiva, non discutibile. Una donna di grandi capacità, razionali ed artistiche, di successo nella carriera lavorativa e con numerose amicizie, diventa invece fragile, insicura e confusa non appena si muove nel campo dell’amore: scelte sbagliate, illusioni, delusioni e inganni costellano la strada della sua vita affettiva e matrimoniale (Venere governa la settima casa). Un destino inevitabile? Certamente no, a condizione di superare alcuni ostacoli; in particolare, soffermandoci sulla Venere in dodicesima casa, la lezione da apprendere è che l’amore dovrà essere accompagnato dall’affinità spirituale, dovrà contenere il bisogno di assoluto richiesto da Nettuno. Non si dovrà cercare un partner da salvare, da liberare, ma amare prima se stessa, accettandosi ed elevando la sensualità venusiana alle vibrazioni superiori. Compito non facile, ma verso cui il consulente dovrà decisamente orientare un soggetto che, diversamente, correrà il rischio di passare da una delusione all’altra.

     Una persona che vive fortemente il simbolismo di Nettuno, ha bisogno di elaborarlo anche con tecniche o terapie che facilitano la consapevolezza e che lo riportano al vissuto della sua connessione con il Tutto. Solo in questo modo Nettuno può portarci dall’illusione all’illuminazione.

Pippo Palazzolo

 

La versione in lingua spagnola di questo articolo si trova all’indirizzo  http://horoscopiadef.blogspot.it/2009/12/neptuno-y-jupiter-entre-ilusion-e.html

Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson
Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson