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Arlington Road

di Mark Pellington

(U.S.A. 1999 117’)

 

di alessandro de filippo

 

 

 

 

 

 

 

 

Dettaglio dei piedi di un uomo che procede barcollando. L’uomo calpesta la linea tratteggiata che delimita il centro della carreggiata. Gocce di sangue bagnano l’asfalto. Altre gocce macchiano le scarpe. L’uomo in controluce, forse è un bambino, avanza a fatica. Ha un braccio insanguinato.

Arlington Road funziona così: un racconto per frammenti, per dettagli. Dettagli che tendono a nascondere, piuttosto che mostrare la verità. L’immagine è sempre di per se stessa ambigua e necessita di un contesto per acquisire un significato preciso, per veicolare un messaggio. Per questo avvertiamo immediatamente la difficoltà di lettura delle immagini di questo film: ci mancano i riferimenti per comprendere i personaggi e le motivazioni che li muovono... molti elementi restano inspiegabili, perché la struttura narrativa piana e lineare del cinema classico è stata sostituita da una tecnica che tende a rappresentare la visione, sia essa il ricordo (i continui rimandi in flash-back alla vita e alle motivazioni della morte della moglie del professore), oppure l’ostinazione, al limite dell’ossessione paranoica, con cui il protagonista cerca di ricostruire dalle menzogne la trama del complotto terrorista del proprio vicino di casa.

La figura del “terrorista” è all’interno del sempre più consolidato e canonizzato genere della spy-story thriller: c’è l’FBI miope, come al solito, nella lettura analitica della realtà; c’è il cattivo, cinico e un po’ viscido (interpretato da un grandissimo Tim Robbins), che studia l’attentato supremo alla libertà democratica a stelle e strisce; c’è la famiglia dell’eroe, sacrificata (la fidanzata) o sacrificabile (il figlio) che funziona come stimolo, come spinta all’azione, al supremo atto eroico ed inevitabilmente al sacrificio; infine c’è appunto l’eroe (uno sbandato e credibilissimo Jeff Bridges, almeno negli ultimi 5 film sempre nel ruolo di alcolista), un uomo caparbio, circondato da un’incomprensione generale, che lentamente si trasforma in indifferenza e infine in fastidio da parte della cosiddetta società civile.

La diffidenza nei confronti del proprio vicino di casa porta quindi l’eroe al progressivo e inevitabile isolamento fino alla manifestazione terribile di un mondo al contrario, che difende i malvagi attraverso la sicurezza della privacy e della proprietà privata e che condanna i buoni che decidono di non rispettare le regole, se queste sono un limite all’attuazione del bene, inteso come salvezza globale. E credo che il professore di storia contemporanea, un intellettuale, che lavora all’università, che è abituato a ricercare la verità attraverso studi e analisi razionali, sia appunto un personaggio topico all’interno del panorama cinematografico classico americano e che “classicamente” sia condannato a perdere, a perire, ad essere male interpretato. C’è sempre stato il profeta inascoltato ad hollywood, dai film di argomento biblico, al detective del noir, al commissario violento nei polizieschi degli anni ‘70, al comandante Sigourney Weaver della navetta della saga di Alien, a Sara Connor di Terminator, agli umani delle invasioni aliene di Don Siegel prima e Abel Ferrara poi... e sempre, l’eroe-profeta si è confuso con il matto, con il paranoico, con l’ossesso. È interessante soprattutto per questo la scelta in Arlington Road di raccontare il mondo dal punto di vista del folle: immagini sconnesse, slegate; ancora frammenti di storia, di realtà, di verità storiche non ricostruite e non teorizzate; ricordi... il primissimo piano rende impossibile la comprensione, rende fallace persino qualsiasi forma di riconoscimento... chi è il terrorista? chi è l’eroe? chi è stato ferito e sanguina trascinandosi per la strada? chi gioca con l’esplosivo?

  

alessandro de filippo

adefi@tiscali.it

maggio 2005

 

l'autore:

 Alessandro De Filippo vive e lavora a Catania. Si occupa di critica cinematografica e televisiva; tiene annualmente cicli di lezioni di «Tecnica Cinematografica» e «Teoria Cinematografica» presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania; ha realizzato numerosi corsi-laboratorio di educazione all’immagine, rassegne cinematografiche e un workshop sulle costanti linguistiche del cinema hard-core, programmato in diversi festival italiani e all’interno del Triple X di Ljubljana e dell’InterFilm Festival Berlin. Da settembre 2001 è docente di Lettere.

È autore di cortometraggi, documentari e installazioni video: Occhio nudo (1994) Raus (1996) Birds as punctuation (1998) Joy (1999); Lebeul me (2001).

Direttore della fotografia e operatore di ripresa realizza nel 1998 la docufiction RAI Rimedi contro l’amore, vincitore del Nastro d’Argento come miglior mediometraggio; nel 1999 il documentario RAI su Minimalia – una visione del XX secolo, mostra d’arte contemporanea a cura di Achille Bonito Oliva, girato nel museo P.S.1 di New York; nel 2000 è ancora direttore della fotografia del documentario RAI Lava Flow, sull’arte contemporanea catanese; sempre nel 2000 è direttore della fotografia della fiction Strike a light, presentata al Festival di Cannes; per la televisione svizzera, cura la fotografia del documentario What is love? sulla Zürich Street Parade.

Nel 1996 entra a far parte del gruppo Cane CapoVolto; insieme agli altri due membri, Enrico Aresu e Alessandro Aiello, compie una ricerca radicale sui media dello Spettacolo; come membro del gruppo, è rappresentante italiano all’Experimental European Cinema Project, simposio organizzato a Tokyo dal cineasta sperimentale e scrittore Yann Beuvais, per l’Istituto Franco Giapponese.  

Collabora con il sito http://www.postcontemporanea.it/ .

Per contattarlo: e-mail adefi@tiscali.it.

 

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Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2011