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poster e scene dal film "Slam",
di Marc Levin
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slam
di
Marc Levin
(U.S.A.
1998, 115’)
di Alessandro De Filippo
Slow shutter (otturatore lento); silhouette di giovani,
controluce; dreadlocks e teste rasate, nera tribù africana tra i
grattacieli di Washington DC; strette di mani, pesanti catene d’oro,
abbracci, occhiali scuri, pacche sulle spalle; banconote passano di mano
in mano; musica gangsta’rap. Dettagli e velocità: veloci dettagli
investono il nostro sguardo, che spesso fatica a seguire la connessione
logica di un digital-editing serratissimo, come fosse un video-clip, ma
con una tensione ed una voluttà espressiva cinematografiche.
Slam significa improvvisazione, poesia di strada, free style rap.
Raymond Joshua improvvisa nella poesia e nella vita: corre a ritmo hip hop
tra il fornitore di marijuana e i clienti; perché Raymond fa il pusher,
vende erba ai ragazzi del quartiere. E in una notte di risse e spari e
sirene e inseguimenti e botte, viene catturato e messo in gabbia dalla
polizia. Raymond non è una vittima, non è un bravo ragazzo: è un pusher
in gabbia: «if I am guilty, I will pay!», cantava Bob Marley, nella sua
celeberrima I shut the sheriff, e Raymond deve pagare per le sue
colpe.
Slow shutter; luce verde neon; pareti di plexiglas; paura. Raymond è in
prigione e ha paura. E in prigione ritrova i fratelli del quartiere, i
manubri per gonfiare i bicipiti, gli occhiali scuri; ritrova i cibi
precotti, il ritmo rap, battuto da mani di fratelli sulle panche, sulle
sbarre, sulle grate, sui muri, ritrova le gang e l’eroina.
Dei delitti e delle pene non è dato di discutere in questa sede, ma solo
di poesia. E Raymond è bravo, con la poesia, e incanta e stupisce e
conquista. Immagina, con la poesia: immagina di amare e ama immaginando.
La poesia è la sua libertà e il suo talento, che lo condanna a capire la
propria condanna: essere nero americano e vivere in un ghetto di
Washington DC, spacciando erba e amando una ragazza ispanica, che si
prostituiva per il crack. La poesia lega i due innamorati e li allontana:
perché la poesia dice la verità e la verità ferisce e rende duri. La
verità è una cella fatta di sbarre di ferro o di crack o di eroina. Ma
Raymond immagina.
alessandro
de filippo
adefi@tiscali.it.
luglio
2005
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