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La strega e il diavolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Streghe: eretiche o erboriste?

 

                           di Giuseppe Nativo

 

 

Peccano tutti quelli che credono “…alli sogni et alli incanti, alli indovini, a stregarie…”, così si esprime in maniera chiara e perentoria uno dei sinodi diocesani (1553 - Siracusa, sotto la cui giurisdizione ecclesiastica ricadevano i territori della Contea di Modica) in cui è disposto la scomunica alle esercenti delle “arti malvage”, alle indovine ed alle streghe che intrattengono “commercio con li demonij”.

In uno “Spettacolo degl’Inquisiti fatto in Palermo nel 1640” sono condannate per “magaria” (stregoneria) alcune donne per “haverse avantato… a certi rimedij che faceano…”.

Una credenza popolare, cantata in filastrocca, proveniente dal territorio modicano (Guastella, “Le Parità”, pp. 50 – 51), riporta con dovizia di particolari le operazioni e le caratteristiche più comuni delle “maliarde”:

“Lu suli cu la luna po’ aggrissari,/ jiri ppi l’aria comu va lu ventu,/ ‘mmienzu li porti ciusi trapassari,/ l’uomu cciù forti addivintari lientu,/ l’amici stritti falli cutiddiari,/ mariti e moggi sciarri ogni mumientu;/ uomini e donni po’ fari ciuncari,/ dulura fuorti, e nun aviri abbientu”.

Il Tribunale della Santa Inquisizione siciliana di rito spagnolo pone la massima attenzione alla delicata problematica, tant’è che la sede palermitana, nei primi decenni del XVII secolo, dispone la costruzione di un “edificio per chiudere e murare le magare, le quali fanno morire a loro volontà chi vogliono per odio o nimicizia…”.

Pozioni per guarire, per alleviare dolori, filtri magici per fare le “malie” ma anche per “distruggerle” sono le “armi” utilizzate da talune “femmine”, talvolta “esperte erboriste”, tal’altra “furbastre” che utilizzano tali espedienti per spillare soldi agli sprovveduti.

Secondo il Guastella, nella Contea di Modica una maliarda cerca di guarire un povero infermo “affatturato” (cioè colpito da “fattura”, “stregato”) svolgendo operazioni e segni “particolari” quale esperta nella sua “professione”! Essa “…congegna una crocina di canna in un corno dell’arcolaio, prende due foglie di valeriana e le mette sul capezzale; immerge un pugno di sale entro una brocca d’acqua, e ne sparge le pareti ed il pavimento”. Le comari presenti, imitando il suo esempio, si scoprono il seno, si “strecciano” i capelli, si inginocchiano, battono tre volte i ginocchi recitando apposito scongiuro.

In un’epoca in cui i medici sono troppo rari o costosi per il popolino, talune donne si rivelano il punto di riferimento per cercare di alleviare o guarire da alcune malattie, che oggi non vengono quasi neppure considerate ma che in quel periodo rappresentano un problema o un rischio reale.

Le streghe svolgono così la loro attività di curatrici, utilizzando, nella loro quotidiana pratica, oltre i segni e le “preghiere”, anche le proprietà intrinseche di determinate piante.

Le pratiche farmacologiche delle grandi scuole mediche dell’epoca si rivolgono perlopiù a problemi di igiene, dietetica e medicina preventiva, ma quando approdano all'ambito terapeutico si rivelano essenzialmente di tipo empirico o entrano nel campo del fantastico. A differenza dell'empiria o della simpatia del rimedio dotto, le erbe delle streghe (studi in proposito considerano quest’ultime come vere e proprie “erboriste”, conoscitrici di molti prodotti naturali e delle loro proprietà) cercano di operare una sorta di "audace omeopatia". Il veleno può diventare un antidoto, il convulsivo seda il delirio, gli urticanti guariscono le piaghe e un eccitante può diventare un analgesico.

 

  

                                                                          Giuseppe Nativo

 

 gennaio 2006

 

 

Bibliografia:

 

G. Pitrè, “Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, Edizioni Clio, Catania 1993, vol. IV, pp. 110 – 186;

 

P. A. Rossi, “Claviceps purpurea”, in “Anthropos & Iatria”, anno III, numero II, aprile-giugno 1999;

 

G. Nativo, “Inquisizione, questa sconosciuta. Approccio ad una esplorazione documentaria”, Edizioni “La Biblioteca di Babele”, Modica 2004; idem “Eresia, Chiesa e Santa Inquisizione”, saggio inserito in “Annali 12”, Centro Studi “Feliciano Rossitto”, Ragusa 2003, pagg. 91-114; idem “Le regine delle tenebre”, in “Quaderni di Parapsicologia”, edito dal “Centro Studi Parapsicologici” di Bologna, vol. XXXV, marzo 2004, n. 1, pp. 66-82; idem “Quando in cielo volavano le scope. Le erbe del diavolo”, relazione presentata nell’ambito di un ciclo di conferenze “Quattro Pietre”, II° edizione 2004, patrocinate dal Comune di Modica (Rg), pubblicazione a stampa in preparazione per i tipi “La Biblioteca di Babele” di Modica.

 

 

Giuseppe Nativo

L'Autore, Giuseppe Nativo, 45 anni, vive e opera a Ragusa. Ha condotto ricerche su problemi socio-demografici del territorio ibleo e studi storico-archivistici riguardanti la Sicilia del XVI secolo, nonché su tematiche medievali e rinascimentali. Attualmente è impegnato a ricostruire la biografia dell’illustre giureconsulto chiaramontano u.j.d. Ioannes Antonius Cannetius, la cui attività, negli anni ’50 e ’60 del Cinquecento, fu oggetto di attenzione da parte della Santa Inquisizione locale. Collabora alle testate locali Pagine dal Sud, La Provincia di Ragusa, Insieme, Dialogo e Bohémien (mensile di Acireale, Siracusa e Ragusa). "Le Ali di Ermes" ospita due altri suoi interessanti articoli di carattere storico, "L'Inquisizione in Sicilia" e "L'arte grafica degli inquisiti".

Chi volesse contattarlo, può scrivergli al seguente indirizzo e-mail: giusnati@tin.it

 

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Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2011