CALLIOPE, di Giuseppe Tumino

Calliope è la Musa per eccellenza, anzi viene spesso nominata per indicare le Muse in generale. Il suo nome significa “dalla bella voce”, ma questo non vuol dire soltanto dal suono gradevole, ma dalle belle e decisive parole, come quelle dei re e dei giudici da cui dipendono la giustizia e la pace.

Nella Grecia arcaica, infatti, il re di giustizia, l’indovino e il poeta sono accomunati dall’essere maestri di verità, verità che è luce, memoria ed elogio, assertoria, senza bisogno di dimostrazione.

Calliope. Dettaglio del dipinto Urania e Calliope di Simon Vouet (1634 ca.)

Per questo Calliope è riconosciuta come la più importante delle Muse fin dalla Teogonia di Esiodo dove è definita “la più illustre di tutte”; e anche Platone, nel Fedro, quando parla del mito delle cicale, ribadisce che Calliope è la prima e la più anziana delle Muse.

Essendo la maggiore e la più saggia delle nove sorelle, fu scelta da Zeus come giudice fra Afrodite e Persefone  per dirimere la loro disputa per contendersi Adone, e, come è noto,  anche in questo caso diede prova di salomonica saggezza.

Questo spiega perché nell’iconografia Calliope viene sempre raffigurata  con una corona d’oro ad indicare la sua supremazia sulle altre sorelle. I suoi simboli sono lo stilo e la tavoletta di cera, oppure un rotolo o un libro perché è protettrice di chi scrive in versi e in prosa.

Simon Vouet, pittore francese caravaggista, iniziatore del barocco in Francia, in un dipinto del  1634 conservato alla National Gallery of Art di Washington, raffigura Calliope insieme a Urania. Calliope tiene  in mano l’Odissea che appoggia sul grembo come una sua creatura.

E ancora Stravinskij nel balletto Apollon Musagete presenta Apollo nell’atto di donare a Polimnia una maschera, a Tersicore una lira e a Calliope una tavoletta.

La scrittura è frutto della conoscenza (il padre Zeus) e del ricordo (la madre Mnemosine) da cui si origina ogni opera d’arte, e  anche se per Platone la scrittura resta sempre una specie di gioco, una cosa poco seria e fredda rispetto all’oralità dialogante, senza la scrittura non sarebbero esistite né la storia né la filosofia e forse l’intera cultura occidentale.

Calliope, quindi, è la Musa di Omero, ispiratrice dell’Iliade e dell’Odissea, ed è definita da Lucrezio “callida Musa, Calliope, requies hominum divomque voluptas ”, saggia Musa Calliope, consolazione degli uomini e voluttà degli dei.

Oltre a Virgilio, pure Dante la invoca indirettamente nel II canto dell’Inferno e direttamente nel I canto del Purgatorio insieme alle altre “Sante Muse”, di cui si dichiara “vostro”. Lo  stesso   Foscolo ribadisce nei Sepolcri che Dante è “dolce di Calliope labbro”. Infatti Esiodo aveva detto che  beato è colui che le Muse amano; dalla sua bocca scorre la voce che fa scordare i dolori e i lutti”

Questa funzione consolatoria delle Muse in generale e di Calliope in particolare, è però un’arma a doppio taglio perché la  prima cosa che le Muse avevano detto proprio ad Esiodo all’inizio della Teogonia, è che esse possono, se vogliono, cantare il vero, ma possono anche dire molte menzogne simili al vero. Si tratta dello stesso incantamento provocato dalle Sirene che, nella tradizione alessandrina sono figlie di una Musa, probabilmente la stessa Calliope, e del fiume Achelaoo. Per questo il filosofo Boezio, in carcere perché ingiustamente condannato, si affiderà piuttosto alla razionale consolazione della Filosofia la quale caccerà via le Muse lusinghiere e ingannatrici definendole “scenicas meretriculas”, sgualdrinelle da teatro.

Tra l’altro le Muse non hanno esitato ad essere vendicative allorquando le Pieridi, che avevano osato sfidarle nel canto, furono mutate in rauche gazze. In quell’occasione Calliope ricevette il compito di gareggiare per tutte e fu proprio lei a dare il colpo di grazia intonando un inno a favore di Cerere e narrando della vasta isola di Trinacria sotto cui è schiacciato il gigante Tifeo che spesso muovendosi scuote la terra, come ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi.

Calliope è la protettrice della poesia epica. Epos è parola, narrazione, e la poesia epica è fortemente legata alla tradizione orale che costringe gli aedi a memorizzare una gran quantità di versi da recitare accompagnandosi con la cetra. Nei poemi epici vengono cantate le gesta  di un eroe , usati spesso in funzione politica per fissare la memoria e l’identità di un popolo. Come dice il Dodds, la creazione poetica contiene qualcosa che non è stato scelto, ma concesso dagli dei; non a caso il poeta, quando invoca le Muse, chiede sempre che cosa deve dire, non come deve dirlo. I poeti, quindi, non inventano dal nulla, ma rappresentano e richiamano un sapere condiviso, che li precede e che tramandano perché l’eroe che cantano non è solo il protagonista del mito, ma ha pure un ruolo importante nelle istituzioni religiose e civili della città, sebbene a livello solo locale. Esisteva infatti un culto degli eroi  provocato dalla stessa poesia epica che decretava la gloria (kleos) dell’eroe in seguito quasi sempre ad una  bella morte. L’eroe quindi non è tale  solo per la sua nascita dovuta all’unione fra divinità e mortali (Platone nel Cratilo aveva detto che la parola eroe deriva da eros), ma anche per la superiorità del coraggio o del talento e pure per la sua morte che è sì un discrimine tra umano e divino, ma ne consacra lo statuto eroico e ne decreta il successivo culto della tomba.

Calliope fu pure madre di Imeneo, che presiedeva alle nozze e dei Coribanti, sacerdoti di Cibele;  da Eagro, re di Tracia, o dallo stesso Apollo, ebbe il grande Orfeo, fondatore di importanti culti misterici. Orfeo era così abile nel suonare la lira che incantava ogni creatura, sovrastando col suo canto le stesse Sirene. Dopo aver commosso persino i signori degli inferi, riebbe Euridice, la sua sposa morta per il morso di un serpente, ma venne meno alla promessa di non voltarsi a guardarla prima di averla condotta fuori e la perse per sempre. Orfeo finì poi squartato dalle donne tracie, Baccanti istigate da Afrodite che volle così vendicarsi su Calliope perché non aveva gradito il suo giudizio espresso in quella contesa che aveva avuto con Persefone per Adone.

Marcuse in Eros e Civiltà definisce Orfeo la voce che canta e non comanda perché la musica ha il potere di dare ordini senza comandare, e forse in questo si può compendiare l’eredità che  oggi ci resta di Calliope: il fascino della voce, del racconto e dell’armonia tra uomo e natura.

Il mito, insomma, ci consente di guardare la realtà sotto una nuova luce conferendo visibilità a ciò che altrimenti sarebbe invisibile. Lasciarsi incantare ancora dal canto di Calliope vuol dire trovare rifugio nel dono della bellezza liberandoci dall’ossessione dell’utilità.

Giuseppe Tumino

17 novembre 2018

Nota: Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista LE MUSE, nel supplemento di marzo 2018.

IL TERZO MUNTU, di Santo Burgio – Recensione di Giuseppe Tumino

Aimé Césaire, il padre della négritude, sosteneva che per l’uomo africano ci sono due modi di perdersi: segregarsi nel particolare o dissolversi nell’universale.

Anche per l’uomo europeo ci sono due modi estremi, sbagliati, di porsi verso il migrante africano: la chiusura becera o la finta accoglienza per specularci sopra.

Intanto gli africani, che non sono più razziati e deportati e non sono più colonizzati, spontaneamente si presentano per offrirsi a un nuovo sfruttamento.

Tra le finzioni ideologiche dello straniero-minaccia e dello straniero-risorsa, c’è una terza via da percorrere: quella più difficile dell’intelligere, per una mediazione culturale che si sforzi di tenere insieme i fili di molte matasse, tra accettazione e rinuncia, tra identità e alterità.

E “Intelligere” è proprio il nome della collana editoriale che presenta l’ultimo lavoro, uscito lo scorso aprile, per le edizioni Agorà & Co., del prof. Santo Burgio, docente di filosofia comparata nella sede universitaria di Ragusa Ibla.

In questo libro intitolato Il Terzo Muntu. Filosofia e tradizione nel pensiero africano contemporaneo, l’autore presenta una panoramica della filosofia africana dalla sua nascita nel 1945 con l’opera di P. Tempels, La philosophie bantue, fino agli ultimi esiti attuali.

Il terzo muntu è il migrante africano che subentra al colonizzato e al “primitivo” edenico precoloniale.

Parecchi e interessanti gli autori passati in rassegna dopo Tempels: Oruka, Kagame, Senghor, Boulaga.

Oltre l’etnofilosofia e la retorica di una tradizione africana, creata a posteriori, o la négritude, che ha inventato una presunta personalità africana, intuitiva e sensitiva, complementare alla fredda razionalità occidentale, si scopre la finezza argomentativa e l’acume critico di una filosofia africana che rilegge e riusa l’ontologia, la morale e la politica.

Santo Burgio ci guida sapientemente in questo percorso non consentendoci nessuna indifferenza alla questione e, nel frattempo, facendoci luce su un mondo di riflessioni, meritevoli di essere conosciute, che non hanno ancora trovato spazio adeguato nel mondo accademico e nella pubblicistica.

Si tratta di una filosofia interculturale, “una provocazione che tiene insonne il pensare europeo” e cerca di ripensare la modernità in modo alternativo al progetto di dominio della natura e dell’uomo.

Giuseppe Tumino

28 agosto 2018