Astrologia: Nettuno, fra illusione e illuminazione – di Pippo Palazzolo

Caspar David Friedrich (1774-1840)

 

 

 

 

 

 

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, 

io quello infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

“L’infinito” – Giacomo Leopardi

 Nettuno   Nettuno “dominante” in un tema natale (ma spesso anche quando il segno dei Pesci o la dodicesima casa sono in rilievo), difficilmente ci parla di individui con personalità comuni: qualunque sia il segno solare, il segno lunare o l’Ascendente, avremo di fronte soggetti “diversi”, stravaganti, devianti, illusi, artisti, idealisti, comunque “oltre i limiti”. Nettuno, infatti, è simbolicamente il pianeta delle acque, dell’Assoluto, della scomparsa del limite. Un limite posto da Saturno e abbattuto da Urano, che però ancora ci si confronta, mentre Nettuno ne è già al di là e chi ne è fortemente segnato vive proprio una vita “al limite”: sospeso, spesso, fra realtà e illusione, fra materia e spirito, fra egoistico edonismo e sublime spirito di sacrifico, fra genialità e follia, fra il vivere in una “comune” e il ritirarsi in completa solitudine, fra distrazioni plateali e percezioni nitide dell’inconscio collettivo e delle leggi della natura.

   In questo articolo, presenterò una sintesi di ciò che questo pianeta può simboleggiare nell’interpretazione astrologica.

   Dal punto di vista astronomico, Nettuno fa la sua comparsa nel 1846: appena due anni dopo avremo il “’48” in Europa, con tutta la sua carica idealistica dei moti insurrezionali; sempre del 1848 è il “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, proclama del prossimo avvento dell’ “utopia” in Terra; sono, inoltre, gli anni in cui il concetto di inconscio comincia a prendere forma, gli esperimenti medianici tentano di dimostrare l’esistenza dell’aldilà, il Romanticismo recupera i sentimenti, dopo l’ubriacatura razionalistica dell’Illuminismo.

   Ma non possiamo analizzare Nettuno senza inquadrarlo nella funzione complessiva di trasformazione simboleggiata dai pianeti trans-saturniani. E’ necessario, quindi, qualche sia pur breve considerazione sul passaggio dal tradizionale schema planetario (fino a Saturno) a quello attuale.

   Con Saturno siamo al “limite”, tocchiamo i confini della nostra condizione umana: è l’ultimo dei pianeti visibili ad occhio nudo. Oltre, per gli antichi, non c’erano altre possibilità, altri pianeti. La partita della vita si giocava, per l’uomo, nel percorso delle età: l’infanzia-Luna, la fanciullezza-Mercurio, l’età adulta-Sole, la maturità-Giove, la vecchiaia-Saturno. Ma l’umanità, nel suo insieme, cresce, si sviluppa. Il germe spirituale di cui ogni essere umano è portatore, è un potente fattore di cambiamento: dallo stato selvaggio, l’uomo inizia un cammino che, prima in tempi lunghissimi, poi sempre più accelerati, lo porta a superare i suoi stessi limiti fisici (segnati da Saturno): nel tentativo di dominio sulle forze della natura, l’uomo, attraverso invenzioni e scoperte, arriva ad attuare cambiamenti inimmaginabili non solo in campo materiale, ma anche in quello morale e spirituale: dalla “legge del taglione” alla “legge del perdono”, dalla società schiavista all’affermazione dei “Diritti dell’uomo e del cittadino”. I suoi strumenti di osservazione, sempre più sofisticati, gli permettono di aumentare le sue conoscenze dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. E, secondo le verità ermetiche, poiché come è in basso (sulla Terra), così è in alto (in Cielo), per la legge della sincronicità, nel 1781 (in piena Rivoluzione Industriale, tra Rivoluzione Americana e Rivoluzione Francese), William Herschel scopre un nuovo pianeta, Urano, oltre l’orbita di Saturno, un pianeta dall’asse così inclinato sul piano dell’eclittica (82°!) da renderlo diverso da tutti gli altri, oltre alla particolarità del movimento retrogrado dei suoi cinque satelliti.

   L’umanità fa un salto evolutivo: si tratta di una potenzialità che si apre, poiché la rottura degli equilibri naturali, in una prima fase, porterà soprattutto ad uno sconvolgimento di usi, schemi e valori millenari, che creerà anche disadattamento e forti reazioni contrarie. E dopo Urano, vengono scoperti Nettuno e, infine, Plutone (1930).

  E’ ormai comunemente accettato, in astrologia, considerare Urano, Nettuno e Plutone pianeti che, dopo i primi cinque pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, riprendono la sequenza su un livello più elevato, rappresentandone l’essenza più elevata, potremmo dire, musicalmente, l’ottava superiore. Così Urano è l’ottava superiore di Mercurio, Nettuno lo è di Venere e Plutone di Marte.

  E’ importante, quindi, per un lavoro di interpretazione astrologica che sia anche di reale aiuto ai consultanti, prendere in attenta considerazione i tre pianeti trans-saturniani, inserendoli nella prospettiva dell’evoluzione individuale, cogliendone le sfumature in vista della trasformazione del soggetto, più che della conservazione e difesa del suo “status quo”. Se ci si oppone alle energie dei pianeti trans-saturniani, si avrà, con molta probabilità, la manifestazione negativa del loro simbolismo. In questo senso i tre pianeti richiedono un adeguamento della personalità: con Urano un superamento dei vecchi schemi, con Nettuno un’apertura alle altre dimensioni della vita, sia in verticale (misticismo), che in orizzontale (umanitarismo) e con Plutone una forte azione creativa e di trasformazione.
Nettuno partecipa al lavoro di trasformazione individuale e collettiva, dissolvendo quanto già Urano aveva contestato e distrutto, preparando il terreno alla rigenerazione di Plutone, energia creativa. Nettuno simboleggia una energia che vibra ad un livello così elevato da provocare il dissolvimento di schemi e barriere spazio-temporali, elevandosi ad una dimensione spirituale, trascendente. La sua influenza mette quindi alla prova la capacità di un individuo di confrontarsi con le dimensioni più eteree della realtà, con quell’inconscio collettivo junghiano, simile all’akasha indù, che contiene la memoria di tutto, al di là del tempo e dello spazio. L’irrompere di tali contenuti, in una mente già predisposta e strutturalmente forte, con un solido senso della realtà comune, può favorire il processo di “illuminazione”, il sorgere di capacità intuitive, di ideali universali, di amore cosmico, di comprensione delle più profonde leggi della natura (non possiamo non pensare ad Einstein ed alla sua “legge di relatività”, intuita prima che dimostrata con calcoli matematici…). Dall’altro lato, il suo effetto su soggetti che non hanno elaborato e raffinato alcune sensibilità, potrebbe essere dirompente e portare stati d’animo negativi, confusione, incertezza, illusioni, fino ad arrivare a vere e proprie forme di alienazione mentale. Prevenire in tempo simili rischi, specie in soggetti i cui temi natali indichino una predisposizione verso tali difficoltà di integrazione, diventa di fondamentale importanza, tanto più che lo strumento astrologico ci consente di indicare con relativa precisione quando il soggetto attraverserà un momento difficile, sia interiore che relazionale.

   Vorrei portare, a sostegno di queste mie osservazioni, due esempi che mi sembrano esprimere bene ciò che comporta l’effetto Nettuno, uno a livello collettivo, l’altro a livello individuale.

  Siamo alla fine degli anni ’60, il mondo è percorso da un vento di rinnovamento, da “nuove frontiere”, “immaginazione al potere” e così via. In Italia, nel 1969, abbiamo l’”autunno caldo” e il proliferare di gruppi di impegno sociale e politico, che dopo una fase di grande euforia, avrà il suo tragico sbocco nei movimenti del ’77, la P38, Autonomia Operaia, BR. Che cosa stava succedendo? A parte le analisi socio-politiche, un fenomeno così vasto, che ha coinvolto milioni di persone, si presta ad una analisi astrologica. A partire dalla fine del 1942 fino alla fine del 1956, Nettuno ha attraversato il segno della Bilancia; dal 1948 alla metà del 1956, Urano transita nel segno del Cancro, formando, soprattutto negli anni 1952-1956, una quadratura con Nettuno, naturalmente con un’orbita variabile, ma mediamente abbastanza stretta (3-4°). I nati negli anni dal 1942 al 1951 (più o meno!) hanno avuto, accanto ad una forte spinta ideale, rivolta al sociale, una “neutralità” di Urano, accanto al prolungato sestile di Plutone, in Leone, all’incirca dal 1945 al 1960 e oltre. Sui singoli temi di nascita tali aspetti si combinano variamente e danno luogo a diversi caratteri.

   Tuttavia, la presenza di questa combinazione Nettuno in Bilancia, quadrato a Urano e sestile a Plutone, rende molto probabile il manifestarsi, nella struttura della personalità, di un bisogno di una società diversa, giusta (Nettuno in Bilancia), la contestazione degli schemi socio-familiari tradizionali  (Urano in Cancro) e una grande creatività e gioia di vivere (Plutone in Leone). Quando i nati negli anni 1952-1956 entrano nel mondo degli adulti, non gli sta bene, vogliono cambiarlo, subito e radicalmente, sostituendo ai vecchi valori i nuovi: indipendenza, giustizia sociale, sessualità vissuta con libertà, contestazione del principio di autorità: sono gli “hippies”, i “figli dei fiori” della seconda metà degli anni sessanta: l’”Immaginazione al potere”! Purtroppo, la quadratura di Urano dal segno del Cancro rende deboli le capacità operative, organizzative, di analisi lucida delle situazioni e porta, quasi inevitabilmente, al fallimento di un progetto ambizioso ma irreale, utopistico. I fiori appassiscono e il duro confronto con la realtà porterà i più sensibili figli di questa generazione a sbocchi che tutti conosciamo: da un lato le droghe, dall’altro una allucinata lotta armata, fuori da ogni considerazione politicamente realistica (anni ’70).

 

“Neptune”, tratto da www.occultopedia.com

   Il secondo esempio riguarda l’effetto Nettuno in un oroscopo individuale. Nelle consultazioni è frequente osservare come la presenza di un  Nettuno dissonante si traduca nella difficoltà, per il soggetto, di inquadrare obiettivamente e realisticamente le situazioni che vive, in qualsiasi campo si manifesti la dissonanza. Le classiche richieste di rassicurazioni in merito ad amori infelici, l’ossessivo chiedersi se il partner tornerà, se il nuovo amore durerà, se è l’uomo/la donna giusta, ci vengono soprattutto da consultanti nel cui tema natale spiccano forti valori nettuniani (ma anche un segno dei Pesci o una dodicesima casa rilevanti). La tendenza ad annullare la propria personalità in un rapporto, ad idealizzare, illudersi, non accettare la realtà, prendere abbagli clamorosi, la sensazione che nessuno possa soddisfare le proprie aspettative, sono caratteristiche ricorrenti nei soggetti con precisi aspetti astrologici, quali Venere in dodicesima casa o in aspetto forte con Nettuno, la quinta casa nel segno dei Pesci o con il suo governatore comunque in relazione a Nettuno/Pesci/dodicesima casa.   Personalmente, ritengo che difficilmente si possa arrivare a dimostrare statisticamente tali correlazioni, come vorrebbero i fautori di una “astrologia scientifica”, ma per fortuna la nostra esperienza e sensibilità ci consentono di non avere dubbi sulla loro veridicità. L’esempio che vi presento è solo uno dei numerosi casi in cui Nettuno gioca un ruolo fondamentale nella personalità del soggetto.

   Pur essendo una donna con Sole e Ascendente in Scorpione e la Luna nel concreto e razionale segno della Vergine, Anna ha Nettuno in posizione forte, in prima casa/Scorpione, congiunto al suo Sole e all’Ascendente, in sestile con Luna e Plutone. Notiamo anche che Nettuno governa la quinta casa/Pesci e che Venere è in dodicesima casa/Bilancia, congiunta a Mercurio e con la quadratura di Saturno. Per evitare interpretazioni che potrebbero essere considerate soggettive, non traccerò il profilo della personalità di Anna, ma indicherò alcuni fatti obiettivi della sua vita. Laurea in ingegneria informatica, chitarrista e leader di un gruppo musicale affermato, manager in una impresa di progettazione di software; matrimonio a 33 anni, separazione a 35; oggi 42enne e single. Non ho voluto elencare gli eventi, che pure ci sono stati, relativi alla difficile vita affettiva di Anna, proprio per attenermi ad una esposizione obiettiva, non discutibile. Una donna di grandi capacità, razionali ed artistiche, di successo nella carriera lavorativa e con numerose amicizie, diventa invece fragile, insicura e confusa non appena si muove nel campo dell’amore: scelte sbagliate, illusioni, delusioni e inganni costellano la strada della sua vita affettiva e matrimoniale (Venere governa la settima casa). Un destino inevitabile? Certamente no, a condizione di superare alcuni ostacoli; in particolare, soffermandoci sulla Venere in dodicesima casa, la lezione da apprendere è che l’amore dovrà essere accompagnato dall’affinità spirituale, dovrà contenere il bisogno di assoluto richiesto da Nettuno. Non si dovrà cercare un partner da salvare, da liberare, ma amare prima se stessa, accettandosi ed elevando la sensualità venusiana alle vibrazioni superiori. Compito non facile, ma verso cui il consulente dovrà decisamente orientare un soggetto che, diversamente, correrà il rischio di passare da una delusione all’altra.

     Una persona che vive fortemente il simbolismo di Nettuno, ha bisogno di elaborarlo anche con tecniche o terapie che facilitano la consapevolezza e che lo riportano al vissuto della sua connessione con il Tutto. Solo in questo modo Nettuno può portarci dall’illusione all’illuminazione.

Pippo Palazzolo

 

La versione in lingua spagnola di questo articolo si trova all’indirizzo  http://horoscopiadef.blogspot.it/2009/12/neptuno-y-jupiter-entre-ilusion-e.html

Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson
Neptune, the Mystic, di Dean Gustafson

 

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Il Mito – dal volume “Il Mito e il Velo” di Federico Guastella

Le divinità nacquero in un tempo indefinito e con loro gli esseri umani raggiunsero la consapevolezza di una sfera soprannaturale, essendo pervenuti ad un alto grado di civiltà. Agli dèi eressero templi per esprimere l’aspirazione all’Ordine universale e con la recinzione d’uno spazio sacro, considerato un “centro”, o “il cuore del mondo” che fa superare la condizione umana per il recupero di quella divina, divisero l’interno da tutto l’esterno.

Pasolini nel film “Medea” pone in evidenza la ricerca insopprimibile di un centro, l’omphalós, luogo sacro dell’insediamento. Quando gli Argonauti giungono nella spiaggia di Iolco e piantano le loro tende, producono la ribellione di Medea per non avere essi dapprima svolto il rito richiesto dalla Tradizione:

“Questo luogo sprofonderà perché senza sostegno! Aaaah! Non pregate Dio, perché benedica le vostre tende! Non ripetete il primo atto di Dio … Voi non cercate il centro. No! Cercate un albero, un palo, una pietra! Ah.”.

Tempio di Zeus – immagine tratta da http://www.archart.it/olimpia-tempio-di-zeus.html

E’ la stessa etimologia della parola a suggerirne il significato: “Tempio” deriva, infatti, dal latino “Templum”, che in origine, designava il tratto di cielo circoscritto dall’auriga con il lituo, isolandolo idealmente dal resto. La radice “Tem” si ritrova nella lingua greca, dove “Tèmenos” vuol dire recinto sacro e “Tèmno”, tagliare: cioè, separare, dividere. In questo senso, il Tempio è stato forse considerato come una “centrale energetica”, dove aveva luogo la rigenerazione spirituale. Essenziale era circoscrivere uno spazio “sacro” e sentirne la “vibrazione spirituale” allo stesso modo di Anfione il quale col semplice suono della lira eresse le mura possenti della città di Tebe.

Nel Tempio, che spesso sorgeva accanto al Teatro (il sacro nel sacro), si svolgevano culti e riti di purificazione e fu dalla partecipazione esoterica (i riti riservati agli iniziandi) ed essoterica (la fede della popolazione che portava gli “ex-voto” nel periodo delle feste), che si sviluppò la cultura del mito, inteso come “parola”, “discorso”, “racconto”, “narrazione”1. L’intreccio tra Tempio e mito si rende concreto nel prologo dell’ Edipo re a Colono, a cui si accosta Furio Jesi2: Edipo, cieco e mendicante, si trova nel boschetto sacro delle Erinni; appena il coro dei vecchi di Colono vi scorge la sua presenza, senza nemmeno chiedergli chi fosse lo invitano ad uscire. La sfera sacrale non può essere violata dai profani: soltanto l’iniziato può fare il suo ingresso in un’altra sfera in cui è protetto da sguardi indiscreti ciò che può essere colto da tutti.

Forse i miti nacquero per un bisogno di rassicurazione, perché l’uomo potesse ripararsi dall’angoscia del vuoto, dall’oscurità dell’origine e della fine.

Nasceva così il tempo sacro delle cosmogonie come visione d’insieme sulla formazione del cosmo, come svolgimento dal Caos all’ordine3 unitamente ai miti degli dei cui seguiva il ciclo dell’eroe – l’homo novus – per il bisogno di avere figure esemplari in grado di indicare il sentiero dell’affermazione, di provocare l’insorgenza del sentimento della grandezza attraverso la lotta interiore che conduce a un orizzonte di vita superiore. Il mito, quindi, come prova da superare e come ricerca dell’immortalità. Non è forse la ricerca un mezzo insostituibile per tentare di ritrovare ciò che si è perduto? Non ci si mette in cammino quando si vuole approdare al luogo che custodisce il segreto delle origini? Del resto, in tutte le tradizioni si parla di qualcosa che è stata perduta e nascosta: è il Graal che i Cavalieri di Uthere di Arturo

Il Sacro Graal – tratto da http://www.crystalinks.com/

cercano affannosamente; è il vedico Soma, la bevanda di immortalità che in altre forme ritroviamo nei misteri greci; è il mazdeico Haoma; è la pronuncia del gran “Nome” presso gli Ebrei; è la Verità, insomma, della Tradizione iniziatica. Non importa che la divinità risorta si fosse chiamata in altri contesti Rha, Osiride, Attis, Dioniso, Bacco o in qualunque altro modo: il significato è identico e rimane immutato; c’è sempre un Dio che viene ucciso, ma che alla fine risorge. Tutti i personaggi citati, cui a titolo esemplificativo vanno aggiunti Orfeo, Mitra, Cristo, Krishnna, sono riconducibili al ciclo cosmico e vegetativo: cioè, al mito del Sole che scompare e ogni volta rinasce, mentre la Luna, inconsolabile vedova, lo va cercando nella notte stellata. Il mito è così discesa e ascesa, un viaggio in discesa e in salita come insegna il cammino che Dante compie dallo stato di peccamonisità a quello ascetico attraverso la percorribilità dei tre regni. La condizione di beatitudine è una conquista che procede dall’abisso alla luce, dalle apparenze della caverna platonica alle essenze dell’alto e della rinascita.

Campbell ha scritto che l’universo diventava così “un’immagine sacra”. La volta celeste4, luogo privilegiato dell’osservazione, educava e alimentava il bisogno di grandi trasformazioni che conducevano al superamento di prove aventi come tappa finale il ristabilimento dell’equilibrio violato, cioè la conquista di una potenza originaria perduta.

Il mito – si sa – è parola che si fonda sul “Vedere” rispetto al “Logos” che coinvolge il processo razionale. Se il pensiero razionale è per sua natura analitico e discorsivo, quello mitologico o simbolico è sintetico e crea un mondo aperto di significati, rendendo così accessibile al microcosmo l’universale. In quanto essenza dell’universo, è presenza di potenza nella storia, giacché è stato il primo passo illuminante intorno alla rappresentazione del mondo; si può dire che l’uomo pre-filosofico l’abbia concepito come affabulazione sacra relativa a contenuti religiosi coi quali si tenevano legati i membri della comunità. Ciascuno poteva ritrovarsi nelle narrazioni in cui il cielo si congiungeva con la terra. Essi si conoscevano, vi si riconoscevano, dandosi una spiegazione sul mistero dell’esistenza, ovvero sul senso nascosto delle cose. Poi l’arte e le religioni ne veicoleranno i significati grazie anche agli apporti dell’archeologia. Via via che gli archeologi scavavano nelle viscere del passato, ci si poteva trovare a contatto con statue, con disegni, con templi, con lingue che comunicavano le antiche credenze. Il Mito, quindi, che è intreccio di memoria e di parola, racconta eventi sulla formazione del cosmo elaborati attraverso l’intuizione e l’immaginazione. Con esso l’uomo ha narrato se stesso, il proprio dramma, l’anelito che l’attraversa, proiettandosi in una dimensione di eternità. Si potrebbe dire che il complesso dei miti di una determinata civiltà costituisca un vero e proprio libro sacro, l’“ubi consistam”, il punto di riferimento e di stabilità. Le leggende non avevano il carattere della conclusività: venivano dinamicamente accresciute o ridotte. Esse, come gli dèi, viaggiavano da un paese all’altro, da un’epoca all’altra, dando luogo alla rielaborazione sincretica di varie tradizioni.

Il mito è universale, è patrimonio collettivo dei popoli, coinvolge ogni civiltà e ogni epoca. Dal paleolitico al neolitico, dall’induismo al buddismo, dai tibetani agli egiziani, dal mondo iranico a quello ebraico, la mitologia ha da sempre fornito racconti e liturgie. Esso esula dal tempo e dallo spazio, non è inchiodato a una specifica civiltà, anche se in questa sede il discorso viene prevalentemente focalizzato sulle manifestazioni della cultura egizia e greca.

Nella bella presentazione al volume di Robert Graves I miti greci, Umberto Albini scrive:

“Il mito è il bisogno di spiegare la realtà, di superare e risolvere una contraddizione della natura (come nasca il primo uomo, per esempio), il mito è spiegazione di un rito, di un atto formale che corrisponde a esigenze della tribù (l’invocazione della pioggia), il mito è struttura delle credenze di un gruppo, di un etnos (la condanna dell’incesto) ecc. ecc. Ma, come dice la parola, il mito è innanzitutto un racconto; c’è una storia da presentare, che ha lati terribili, ma anche spesso risvolti patetici, ci sono dei personaggi in azione, una trama che si snoda5”.

I miti potrebbero essere pensati come storie sacre che diedero origine ai riti e alla drammaturgia: essi infatti rifluivano nelle tragedie e si concretizzavano nello spazio teatrale, dando agli spettatori, che già li conoscevano, l’opportunità d’una partecipazione più intensa. Così come può essere fondativo di un rito, un rito stesso può generare un ciclo mitologico e letterario6.

“Misterico” è parola che proviene dall’Ellade antica e designa quegli aspetti della “pòlis” indicanti segreti religiosi. Il termine sarebbe collegato con quello di “meyn”, che significa “chiudere la bocca”, ovvero “mantenere il segreto”, dato che il mito confluiva in particolari riti d’entrata in manifestazioni sapienziali, estranee alle credenze comuni. Senza lo psico-dramma, il mito avrebbe perso la sua essenza; senza poterlo rivivere in un cerimoniale in cui gli adepti sono attori e protagonisti ad un tempo, si sarebbe ridotto a favola che, per quanto educativa, è basata soltanto sull’ascolto senza essere rivissuta e partecipata.

Federico Guastella

Ragusa, marzo 2018

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  1. M. Bettini, Racconti romani “che sono lili’u”, in L. Ferro e M. Monteleone, Miti romani, Torino, 2010, pp. V-XXIX.
  2. F. Jesi, Mito, Isedi, Milano, 1973.
  3. L’architettura del cosmo, probabilmente elaborata dai discepoli di Orfeo, fa esplicito riferimento all’uovo cosmico. Suggestivo è il mito secondo cui la “Notte” profonda, come assenza di luce e di limiti, senza fecondazione produsse un Uovo d’argento, primordiale, da cui nacque Eros “colmo di desiderio”: aveva ali che stillavano oro ed era paragonato ai vortici sollevati dal vento. Per effetto di Eros, accoppiatosi nottetempo con Abisso, si produssero i diversi elementi costitutivi del cosmo: il cielo, l’oceano, la terra e anche la razza indistruttibile degli dèi. E’ questa la testimonianza che si trova nella parabasi degli Uccelli di Aristofane. Secondo un’altra tradizione, reinterpretata in senso neoplatonico nel Trattato sui Primi Principi del bizantino Damascio (V secolo), in origine esistevano tre forze primordiali: Kronos (il Tempo), Aither (l’Aria) e Chàos. La creazione ebbe inizio quando Kronos pose all’interno di Aither un Uovo, da cui uscì Phànes, il Brillante, lo splendente, ossia la Luce che poi si accoppierà con la buia Notte dando origine al Cielo e alla Terra. Nella versione attribuita a Ieronico ed Ellanico, Eros ha un carattere bisessuale, formato dal maschile e dal femminile, oltre a un Dio alato che, avente un corpo doppio e teste taurine, è l’ordinatore del cosmo. Costui è Protogonos, ma anche Zeus o Pan, creatore di tutte le cose dalla luce che emana (C. Calame, I Greci e l’Eros – Simboli, pratiche e luoghi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 146-150) .
  4. Un accenno merita il personaggio Atlante, denominato Atlas nella mitologia romana, di cui esistono diverse versioni sulla sua nascita. Per la maggior parte di queste, egli è il figlio del titano Giapeto e della ninfa Climene. Altre leggende invece, narrano di lui come il frutto dell’amore tra Zeus e Climene; per altre ancora risulta figlio di Poseidone e Clito. Nel mito egli è il pilastro della porta del cielo. Quando Zeus decise di affrontare il padre Crono per spodestarlo e prendere il suo posto come re degli Dei, dovette costringerlo con la forza a rigettare tutti i fratelli che, alla nascita, erano stati divorati proprio a causa di una profezia della quale Crono stesso era ossessionato. Durante tale rappresaglia anche i Titani vi presero parte, ma ebbero la peggio perdendo il sanguinoso scontro. In conseguenza di ciò, Zeus condannò Atlante, in quanto Titano, a sostenere con la nuca e la sola forza delle braccia l’emisfero celeste chálkeos (“bronzeo”), sidéreos (“ferreo”) e asteróeis (“stellato”). 
  5. R. Graves, I miti greci, Longanesi&C., Milano, 1963, p. V.
  6. A. Panaino, Riflessioni su alcuni aspetti esoterici ed iniziatici dei Misteri Eleusini, “Hiram”, 3/2014, pp. 13-15.

Il volume è disponibile presso le librerie Paolino e Flaccavento di Ragusa e può essere acquistato on-line sul sito www.tipheret.org

 

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