Parte Terza – Introduzione all’opera “Il Libro Rosso” di C.G. Jung: PERCORSI INIZIATICI

di Federico Guastella

 

La psicologia analitica di Jung, diversamente da Freud, presenta una più ampia prospettiva che, collegata con l’inconscio collettivo, include un particolarissimo intuito, un istinto psichico in grado di cogliere percezioni sottili come se la vita fosse già scritta in noi. Per lo psicologo svizzero avere un segreto, o una premonizione di cose sconosciute ha un grande valore, perché l’uomo si accosta alla percezione di un mondo misterioso e inesplicabile. La vita è completa soltanto quando lo sguardo trascende l’immediatamente verificabile per cogliere qualcosa che resta inesplicabile. Jung riconosce alle immagini una realtà psichica di grande valore che colma la solitudine e le presenta nel recinto sacro del cuore, quasi accarezzandole, dal momento che costituiscono la trama della microstoria, aperta a diversi percorsi iniziatici. L’immaginazione non è astrazione dalla realtà; in quanto attività creatrice dello spirito, essa, con lo stupore e con la meraviglia delle emozioni, dà consistenza a ciò che dimora in noi. Immergendosi nell’attività onirica, Jung si sente “profeta”; egli vive in un diverso stato di coscienza, i cui effetti benefici si riversano nel mondo dei pensieri; tratta le sue visioni come “un’opera d’arte” con rispettosa, discreta attenzione e le racconta alternando toni di lirismo con quelli di un crudo realismo a volte a fosche tinte. Siamo nel dialogo, del tutto originale, tra inconscio e coscienza, dove le “visioni” interagiscono con le “riflessioni”, con le “massime” e con “i commenti” che  egli riporta nel corso della narrazione. Senza le visioni, la psiche diventa nevrotica se non psicotica: l’esperimento, egli ha scritto, gli ha insegnato quanto possa essere d’aiuto – da un punto di vista terapeutico – la scoperta di immagini che si nascondono dietro le emozioni. Siamo nel linguaggio dell’anima che apre a nuovi mondi e a nuovi personaggi; siamo nel libero scorrere del racconto che i Greci amavano con la meraviglia dell’irrazionale. Anche il suo accostamento alla cultura dei “Ching”, che gli ha consentito  di elaborare il concetto di “sincronicità”, testimonia quanto grande sia stata la sua attenzione nei confronti di ciò che non è spiegabile razionalmente1. E’ l’Io, il Tu di Jung come in una sorta di specchio, il protagonista del Libro Rosso che appare direttamente nel capitolo VI, “Scissione dello spirito”. Prima di allora è egli stesso a raccontare le sue fantasie visive e a ritrovare la propria anima con cui dialoga e si confronta anche attraverso lo scontro. Si nutre delle sue energie, ritirandosi dalle cose e dalle persone, nonché liberandosi da abitudini e da stereotipi; è con lei che prende parte attiva nel sofferto pellegrinaggio che conduce al “Dio in noi” attorno al quale l’Io ruota come fa la terra intorno al sole. Passando dall’inconscio, si individua, assimila qualità dei personaggi incontrati, si rinnova ed esprime la biografia personale e collettiva fino a incontrarsi con il “Sé” che abbraccia coscienza e inconscio: espressione indifferenziata di tutte le possibilità umane e, nel contempo, il punto dal quale si sviluppano ulteriori opportunità che in esso vogliono convergere. Come nel gioco degli specchi, il quale con tutti i suoi illusionismi moltiplica la “figura” facendo sconfinare il reale nella finzione che incanta e disorienta, l’Io si dissocia nella pluralità. Le rifrazioni alterano la dimensione del tempo e dello spazio visibile, mentre la narrazione viene affidata alla magia dell’imprevedibilità. Senza mai annoiare, sul palcoscenico si stagliano i suoi personaggi che in buona parte provengono dal mondo mitologico e biblico. L’Io li considera reali2 e spesso li associa ad altre figure. Alcuni viaggiano in compagnia e altri si manifestano l’uno dipendente dall’altro. C’è chi cerca la solitudine illudendosi di scoprire significati e ci sono quelli che scelgono di percorrere altre vie, agli antipodi di quelle consuete, per tentare di rinnovarsi.3

«Metamorfosi» di Kafka è una metafora dell’ineluttabile alienazione, ancorché vi sia qualche spiraglio (la musica e l’arte in genere), quella di Apuleio è rispondente a nuove opportunità di crescita e di perfezionamento a partire dalla sofferenza dovuta agli inquietanti nemici psichici. “Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero”: è detto nel capitolo XI, “Soluzione”, a volere indicare la riappropriazione di se stesso, intesa come affrancamento dalla dispersività introdotta dai conflitti presenti nell’anima (“fonte di sventura esterna”), da conquistare attraverso le varie fasi di un lungo viaggio che indirizzano all’unitarietà della personalità, tale da abbracciare l’insieme dell’umanità. Come Iside apre a Lucio un nuovo sentiero, analogamente è quanto avviene nel paragrafo 13 delle “Prove”, dove l’Io ha la visione della “Grande Madre” che indica la via della rinascita. Nell’ottica di tutto ciò che deve ancora venire, Il Libro Rosso rende dunque diretto il dialogo tra Jung e la sua anima, che è trasversale al mistero, e mostra la scissione tra svegliati e dormienti: i primi sono iniziati alla verità, alla vera via, o semplicemente alla vita; i secondi appaiono ciechi o addormentati dal potere della ragione che analizza senza immaginare l’impronta divina in noi. Non è consentito il dormire per chi vuole intraprendere il cammino iniziatico in compagnia dell’anima. Non può non venire in mente la Teologia platonica (1482), dove Marsilio Ficino le attribuisce un ruolo centrale: il legame tra la corporeità della materia, l’intelligenza angelica e Dio. Lei scende nella molteplicità del tempo e dello spazio e risale trascendendo le forme fisiche: quando vola al di sopra della mente, prevede il futuro in uno stato di visione trascendente.  Il  viaggio di Jung nelle insondabili profondità della psiche comincia con lo scoppio della prima Guerra. Non a caso Sonu Shamdasani scrive: “non è esagerato affermare che, se la guerra non fosse stata dichiarata, con ogni probabilità il “Liber novus” non avrebbe preso forma” . Quelle di Jung non erano fantasie personali, ma espressioni dell’inconscio collettivo, anticipatrici di eventi reali. E’ nella frattura del corso storico4, che si attua in lui la stretta connessione tra psiche individuale e psiche collettiva, evidenziando, in molteplici forme, lo spettro della follia che mutava l’antico ordine consolidato, ma ormai logoro e obsoleto. Siamo nel “Prologo” dove egli parla di visioni anticipatrici di un tempo in cui le tenebre prevarranno sulla luce: 

“Nell’ottobre 1913, mentre ero in viaggio da solo, durante il giorno fui improvvisamente sopraffatto da un visione: vidi una spaventosa alluvione che inondava tutti i bassopiani settentrionali situati tra il Mare del Nord e le Alpi. Andava dall’Inghilterra alla Russia e dalle coste del Mare del Nord fin quasi alle Alpi. Vedevo i flutti giallastri, le macerie galleggianti e la morte di innumerevoli persone5.

E’ la terrifica visione della Grande Guerra con cui Jung lotta. Per circa due ore non l’abbandona; ritorna più intensamente dopo due settimane al punto da fargli pensare che la sua mente si  sia ammalata. Folle l’evento che incombe sul destino dell’Europa. Un mare di sangue ricopre i paesi nordici: com’era possibile, si chiede quasi incredulo, lo smarrimento di quanto è umano negli uomini? Le visioni devastanti lo turbano ed egli le trascrive, ponendo attenzione ai segni che gli si stampano sulla retina. Il  resoconto è dettagliato:

“Nel 1914, all’inizio e alla fine del mese di giugno, e all’inizio di luglio, feci per tre volte il medesimo sogno. Ero in terra straniera, e all’improvviso, di notte e proprio in piena estate, dagli spazi siderali era calato un freddo inspiegabile e mostruoso, tutti i mari e i fiumi ne erano rimasti ghiacciati, e gelata era ogni forma di vegetazione6.

Simile al primo è il secondo sogno. In entrambi, Jung si trova in un paese sconosciuto; il terzo, agli inizi di luglio, lo impressiona di più:

“Mi trovavo in una remota regione inglese. Era necessario che tornassi in patria il più in fretta possibile con una nave veloce. Arrivavo in fretta a casa. In patria trovavo che in piena estate era calato dagli spazi siderali un freddo mostruoso che aveva congelato ogni forma di vita. Lì c’era un albero fronzuto, ma privo di frutti, le cui foglie si erano trasformate, per effetto del gelo, in dolci grappoli, colmi di un succo salutare. Io li coglievo e li offrivo a una grande folla in attesa. Nella realtà stava succedendo questo. Nel periodo in cui scoppiò la Grande Guerra tra i popoli europei mi trovavo in Scozia, costretto dalla guerra decisi di ritornare in patria con la nave più veloce e per la rotta più breve. Trovai il freddo polare, che aveva fatto gelare ogni cosa, trovai l’alluvione, il mare di sangue, e ritrovai anche il mio albero privo di frutti, le cui foglie il gelo aveva trasformato in rimedio salutare. E io colgo i frutti maturi e li offro a voi senza sapere che cosa vi dono, quale agrodolce e inebriante pozione, che vi lascia un sapore di sangue sulla lingua7.

 La solitudine si dilata all’infinito, l’assale con un gelido brivido. E’ la notte del 1914: eventi luttuosi stanno per arrivare nella tenebra che cancella la luce del mondo. Ad evidenziarsi è l’interconnessione dell’io personale con la storia. L’atteggiamento transpersonale emerge dal testo in tutta la sua evidenza. Jung partecipa al dramma del conflitto bellico, lo vive radicalmente e l’anticipa, interagendo con l’irrazionalità della storia; sente il suo Io contorcersi nel dolore per il carico dei morti gravante su di lui. E’ lo spirito del profondo, da lui percepito a seguito della visione dell’alluvione, a suggerirgli che la guerra è l’espressione di un diverbio interiore che si scatena esteriormente: gli uomini vivono grandi lacerazioni interne al punto da uccidersi reciprocamente. E’ il conflitto ad essere la causa della sventura esterna. L’arrovella il prevalere del demone sanguinario e il suo monito è deciso: l’uomo assassina una parte della sua vita quando uccide il suo prossimo. Sicché, egli viene invaso dal mistero dell’autosacrificio: vuole diventare “Cristo”, riconoscendo nella forza dell’amore il più alto del piacere. Era stata la Grande Guerra a modificare i suoi punti di vista, la rottura delle possibilità di rapportarsi con il mondo, messo radicalmente in crisi dal disordine devastante. Anche in questa prospettiva si colloca Il Libro Rosso che, agli albori del conflitto mondiale, interpreta il “caos” in cui sarebbe piombata l’umanità sonnecchiante sotto l’ordinato mondo della coscienza. L’opera non impone; stimola alla riflessione, fa sorgere interrogativi sui segreti dell’anima e sollecita a sguardi interiori alla scoperta di visioni che rigenerano attraverso il ricorso a simboli di cui i personaggi sono portatori. E’ nella prospettiva “della via di quel che ha da venire” – questo il titolo del Prologo – che Jung assume la “speranza” come motore della storia individuale e collettiva, come superamento della cappa di scetticismo opaco gravante sulla società del Novecento.

Federico Guastella

Ragusa, 19 febbraio 2018

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1. “I Ching” significa “Libro dei Mutamenti” ed è una delle opere più importanti della letteratura mondiale. Non si conosce l’età in cui fu scritto anche se per alcuni pare che fosse stato scritto nel XII secolo a.c.); fra l’altro, varie sue parti sono state aggiunte in tempi successivi. E’ in questo scritto che le filosofie dominanti in Cina – Confucianesimo e Taoismo – hanno qui le loro radici comuni in una visione oracolare della realtà. Riferendosi alla scienza, che si basa su leggi di natura statistico-probabilistiche,  egli non esclude le “eccezioni” ad opera del caso, e constata che già la cultura orientale aveva intravvisto le concezioni metodologiche dei fisici moderni. Egli scrive: “Secondo l’antica tradizione, sono delle “entità spirituali” operanti in modo misterioso quelle che fanno dare una risposta sensata. Queste entità formano, per così dire, l’anima vivente del libro. Essendo così quest’ultimo una sorta di essere animato, la tradizione vuole che all’I Ching si possano porre delle domande nella fiducia di ottenerne risposte intelligenti”.  Jung ammette di non avere una risposta alla moltitudine di problemi che sorgono quando si vuole di conciliare l’oracolo dell’I Ching con i canoni scientifici correnti. Non può fare però a meno di ammettere che “l’irrazionale pienezza della vita” gli ha insegnato a non scartare alcunché: è chiaro che questo metodo cinese di divinazione “mira alla conoscenza di sé, sebbene attraverso i millenni sia stato anche messo al servizio della superstizione”.

2. Nel mistero ho imparato a prendere sul serio sul piano personale quelle figure sconosciute che fluttuano liberamente nel mondo interiore in cui abitano, poiché sono reali in quanto agiscono”: capitolo I, “Liber secundus”, “Il Rosso”, p. 105.

3. Guida alla lettura del Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. 175.

4. A. Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino, [1991] 1998.

5. “Prologo”, “La via di quel che ha da venire”, ed. studio, p. 11.

6. Ivi, p. 12.

7. Ivi, pp. 12-13.

 

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Note su “Il Libro Rosso” – Parte seconda: Alchimia e visioni, di Federico Guastella

Suggestivo appare il contributo di Luisa Marinelli come messa a fuoco di alcuni temi fondamentali de “Il libro Rosso”. L’incipit coinvolge e già fornisce una chiave di lettura, quasi invitando, con raffinata discrezione, il lettore a utilizzare un’ermeneutica che, scevra di categorie logiche, faccia leva sul magismo dei flussi di coscienza. Lei scrive:

“Come un antico manoscritto di verità e saggezza Il Libro Rosso di Jung tocca e lascia presagire, accompagna fino all’uscio del significato e lì abbandona, trasuda principi di immemorabile origine che solo Intuito e Terzo Occhio possono afferrare. E se con spirito di erudito e scientifico raziocinio tento di comprenderlo divento come il cieco nell’oscurità che si muove a tentoni e striscia nel vuoto“1.

Jung, operando nelle infinite possibilità del regno onirico, dava così vita a un tessuto narrativo retto da leggi assolutamente personali, spesso al limite dell’incomprensibilità. Non a caso erano gli anni in cui il dublinese Joyce, uno dei più grandi autori di narrativa del XX secolo, strutturava la libertà di associazione e di ricerca in una direzione illimitata. Non soltanto egli si avvaleva della psicanalisi per sondare l’inconscio, ma frequentemente faceva ricorso all’allegoria in modo che una parola o un episodio non avessero mai un unico significato. E’ la presenza di una forte connotazione alchemica che dà ai contenuti il fascino particolare della “metamorfosi” come attiva partecipazione al processo individuativo. Nell’Epilogo, aggiunto nel 1959, Jung dichiara che l’incontro con l’alchimia2 l’aveva indotto a interromperne l’elaborazione, essendo riuscito a sistemare le sue esperienze in un tutto organico3. Peraltro, nei “Ricordi” si legge che fu lo studio di vecchi testi alchemici a fornirgli la chiave della sua esperienza clinica e delle sue riflessioni specificamente sul mondo simbolico delle fantasie.L’alchimia, dunque: chiave fondamentale de “Il Libro Rosso”, una sorta di «gnosi pagana» aperta alla scoperta del proprio mito, alla mitologia personale perché, facendo i conti con la sofferenza, si possa trasformare l’oscurità in opportunità di crescita consapevole, nell’accoglienza del mistero divino attraverso la discesa agli inferi e la conseguente risalita. Emerge da qui la stretta connessione del mito con l’operatività alchemica. In virtù dell’intreccio di Alchimia e mito, l’uomo assume un ruolo attivo: non subisce, ma elabora tutta quella ricchezza di energie che spingono ad osare per maturare nuovi livelli di presenze significative. Scrive Nante:

“Per Jung l’alchimista – in relazione al processo psichico – è un uomo in cerca del mistero divino, il mistero dell’inconscio proiettato sulla materia: insomma, un individuo teso alla realizzazione personale, diretta, di un’esperienza dell’inconscio”4.

Ci si potrebbe perciò riferire al “Libro Rosso” come al resoconto di un viaggio che racchiude immagini tra l’onirico e l’allucinatorio, a una singolare narrazione autobiografica che, incrociandosi perfino con la liricità del sentimento, ha molto del racconto filosofico la cui stazione di partenza è la scoperta dell’anima con l’immaginazione attiva. Far fluire i contenuti dell’inconscio senza ricercarne una spiegazione, accontentarsi di provare sensazioni, anziché adoperare parole vuote, equivale a confrontarsi con le proprie immagini interne attraverso la sperimentazione; lo spiegare, invece, è un’operazione arbitraria; è come se si compisse un assassinio: l’assassinio dei dotti è detto nel “Prologo”. Trovare una spiegazione razionale prima del tempo uccide l’esperienza simbolica e blocca un processo in atto. Le immagini non vanno interpretate, ma vissute fino in fondo; è la vita che col tempo darà le risposte adeguate5. L’essenziale, scrive nell’Introduzione Sonu Shamdasani, non sta nell’interpretare o capire le fantasie, bensì nel farne esperienza. L’energia psichica è per Jung “attività immaginativa” che nutre con i sogni, con le visioni, con le fantasie. Per una presa di coscienza era lo studio della mitologia a sostenerlo: “lavorare sulla mitologia lo entusiasmava fino a stordirlo”6, ed egli distingueva il “pensare indirizzato”, logico e verbale, e il “fantasticare”, passivo, associativo e immaginifico: “la facoltà del pensiero indirizzato, estranea allo spirito degli antichi, è una tipica acquisizione moderna, mentre il pensiero fantastico si afferma là dove il primo non ha corso”7. Jung si era reso conto, afferma il famoso prefatore, di che cosa significasse vivere senza un mito: “chi è privo di un mito è un uomo che non ha radici, senza un vero rapporto con il passato, con la vita degli antenati (…) e con la società umana del suo tempo”8. Dai miti al proprio mito si svolge il suo tragitto alla ricerca della “propria equazione personale” con l’attivazione di un processo di auto sperimentazione. L’energia psichica, che lo travolge, gli si manifesta in sogni e in visioni allucinatorie evocate di proposito anche in stato di veglia che aprivano dinanzi al suo sguardo un teatro di rappresentazioni con plurimi personaggi i quali animavano una sorta di terapia della psiche. Siamo nell’effetto catartico di cui parla Aristotele a proposito della “tragedia”: vi era coinvolto lo spettatore al punto da rivivere le proprie passioni con equilibrio e con distacco. Sia che si tratti di sogni o di visioni avute da sveglio come quella dell’ottobre del 1913 quando si recava in treno a Sciaffusa (l’Europa gli appariva devastata da una spaventosa inondazione), come per Platone e Sant’Agostino, ecco profilarsi i dialoghi interiori. Sonu Shamadsani parla di un metodo di investigazione che aveva molte somiglianze con varie pratiche di auto-sperimentazione, sia del passato che coeve, con cui aveva familiarità: “Jung, trascrisse le proprie fantasie, datandole, nei Libri neri e vi aggiunse osservazioni relative agli stati d’animo e alle difficoltà che avevano accompagnato la loro comprensione. I Libri neri non sono dunque un diario di avvenimenti, e anche il numero dei sogni in essi riportati è ristretto. Sono, piuttosto, la registrazione di un esperimento. Jung stesso, nel dicembre 1913 definì il primo libro nero come ”il libro del mio esperimento più difficile (…). A questo punto Jung cominciò a comporre quello che diventerà il Liber novus (…). La principale differenza tra i Libri neri e il Liber novus sta nel fatto che i primi sono stati redatti da Jung per uso personale e possono quindi essere considerati come la registrazione di un esperimento, mentre il secondo si presenta nella forma di un’opera destinata alla lettura del pubblico, a cui difatti si rivolge. Non a caso il testo della minuta si apre con l’apostrofe “Amici”, e la medesima formula allocutiva ricorre anche in seguito“9.

Nel Capitolo del Liber primus “Insegnamento”, Jung, che parla di immedesimazione nelle visioni, dice di sentirsi libero e di provare piacere nelle esperienze primordiali, della foresta e delle bestie selvatiche, compiendo anche “esperienze sorprendenti” dal significato oscuro che lo spaventano. L’apparizione dell’immagine come una visione, o un’allucinazione, è già interpretazione del sogno. Le visioni sono da raccontare, sono racconti della vita psichica, rappresentano processi e percorsi di eventi biografici connotati da gioia e da sofferenza. L’inconscio si fa laboratorio poetico e fa affiorare storie che segnano la vita di dinamiche relazionali. E’ l’inconscio a organizzare visivamente risorse interne per costruire identità altre. In fondo, è questo il metodo dell’analisi: un mezzo per far leva sull’esperienza immaginativa che opera con l’inconscio per fare emergere tendenze non riducibili esclusivamente ai traumi infantili e al rapporto genitoriale nel periodo dell’infanzia.

Federico Guastella

Ragusa, 3 febbraio 2018

 

Note:

1. Dott.ssa L. Marinelli, Riflessioni su “Il Libro Rosso” di Carl Gustav Jung (http://psiche.org/pi…/riflessioni-su-il-libro-rosso-di-jung/).

2. “Alchimia”, che significa “Arte della pietra filosofale”, proviene dall’arabo “Al-Kimya”, ma l’ispirazione è egiziana: “Kemi” nell’antico Egitto equivale a “Terra nera”, cioè il limo del Nilo, indispensabile all’agricoltura in un paese insidiato dall’avanzare del deserto. Pur essendo amorfo, ha in sé una varietà di potenzialità senza le quali non è possibile alcuna manifestazione di vita. Kemi, dunque, è il “preformale”, il “potenziale”, il “virtuale”, presupposti per il compimento dell’Opus. Secondo Jung, l’alchimista, come il cabalista, che intraprende la via della “Grande Opera”, compie un viaggio all’interno del proprio inconscio, realizzando un processo di sviluppo verso la consapevolezza del Sé. Il compito è di “riunire ciò che è sparso”, disperso, frammentario, affrancandosi dalla fragilità dell’esperienza per ancorarla a livelli superiori. Ciascuno è attivatore delle proprie depurazioni; in alchimia la trasformazione ha luogo attraverso tre fasi fondamentali: l’Opera al Nero, l’Opera al Bianco, l’Opera al Rosso. Essenziale allo sviluppo del processo è la morte iniziale con la contestuale “putrefactio”, simbolicamente espressa dall’immagine del seme che deve marcire nella terra affinché possa fruttificare. Siamo così nella sequenza corrispondente alla “Nigredo” della stagione invernale che, nel linguaggio mitico è assimilabile al “chaos” o alle “acque primordiali”. E’ noto l’acrostico V.I.T.R.I.O.L. dell’alchimista medievale Basilio Valentino che per esteso recita Visita Interiora Terrae, Rectificando, Invenies Occultum Lapidem e che si può così tradurre: “Penetra nelle viscere della Terra e, percorrendo il retto sentiero, scoprirai la pietra che si cela ai tuoi occhi”. E’ il fuoco della conoscenza e dell’amore l’agente che attiva la combustibilità per lasciare il “caput mortuum”, cioè le scorie, la cui proprietà è quella di non infiammarsi più. L’Athanor, ovverosia il forno dell’alchimista, corrisponde all’interno dell’albero in cui circola la linfa. La bianca colomba, levatasi in volo torna così all’Arca recando il ramoscello d’ulivo ed è questa una chiara allusione al dominio di tutte le forze attivate  che rappresentano l’ “Albedo. Dall’argento infine si passa all’ultima fase del processo, la “Rubedo”, oppure “Opera al rosso”, che segna il termine delle fatiche di depurazione: l’oro qui ha il significato dell’anima liberata dalle sua ruggine; il corpo si riunisce e si fissa con quello dello Spirito. E’ nell’inconscio che bisogna sprofondare per operare sulle impurità, quali disagi e resistenze, blocchi e nodi che angosciano e deprimono, tentando di espellere ogni limitazione, ogni metallo pesante. Così, il guardare dentro di sé significa dare luogo a un senso di rinascita, al risveglio spirituale. E’ questa l’operazione dello svuotamento per consentire alla scintilla divina di purificare l’animo.

3. “Ho lavorato a questo libro per sedici anni. Me ne ha distolto il mio incontro con l’alchimia nel 1930. L’inizio della fine sopraggiunse nel 1928, quando Wilhelm mi spedì il testo di un trattato alchemico, Il fiore d’oro. A quel punto il contenuto di questo libro trovò la sua strada verso la realtà e non potei più continuare a lavorarci. All’osservatore superficiale esso si presenterà come un’assurdità. E lo sarebbe effettivamente diventato, se non fossi riuscito a cogliere la forza travolgente delle esperienze originarie. Con l’aiuto dell’alchimia, alla fine sono riuscito a sistemarlo in un tutto organico. Ho sempre saputo che quelle esperienze contenevano qualcosa di prezioso, e perciò non ho saputo far niente di meglio che trascriverle in un libro «prezioso», ovvero con un suo prezzo, e dipingere – meglio che potevo – le immagini che emergevano mentre le rivivevo. So che è stata un’impresa spaventosamente inadeguata, ma nonostante il molto lavoro e le distrazioni le sono rimasto fedele, anche se io mai un’altra / possibilità …”. Così si conclude il “Libro rosso”. Il testo si interrompe lasciando la frase incompiuta (pag 427). Si potrebbe dire che essa appare come una chiara indicazione verso varie e possibili risposte, sui plurimi sentieri da percorrere ai fini del proprio perfezionamento.

4. Nante, Guida alla lettura del Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. 129.

5. Dilthey, alla fine del XIX secolo,  rimprovera al positivismo di trascurare la peculiarità dell’oggetto, dello scopo e del metodo delle “scienze dello spirito”. Il positivismo infatti riteneva che le scienze dell’uomo, esattamente come le scienze della natura, ricerchino delle leggi capaci di spiegare i fenomeni per mezzo dell’osservazione. Secondo Dilthey questa concezione è errata in tutte le sue parti. In primo luogo, rifiuta assolutamente che le scienze dell’uomo ricerchino delle leggi. Egli, conformemente alla tradizione della “scuola storica” tedesca, nega l’autonomia disciplinare dell’economia, della sociologia e del diritto e riconosce la storia come la sola disciplina unitaria in cui viene a convergere ogni indagine sull’uomo. Tuttavia, contesta l’esistenza di leggi della storia: la storia è la creazione libera dello spirito umano; dunque, essa è il regno del fatto individuale, irriducibilmente singolare e imprevedibile.  In secondo luogo, le scienze dello spirito non mirano a “spiegare” i fenomeni, come insegnano i positivisti, deducendoli da altri fenomeni precedenti o concomitanti. Le scienze dello spirito ci fanno piuttosto comprendere il significato dei fenomeni che si studiano. In terzo luogo, il naturalista indaga su qualcosa di totalmente estraneo a sé. Lo storico invece indaga su un oggetto che ha la sua stessa natura. E’ peculiare, dunque, dei fenomeni storici che essi, in quanto fatti spirituali, siano fenomeni dello stesso genere cui appartiene anche l’attività di riflessione dello studioso e si colleghino a questa nell’unica e universale connessione della “vita dello spirito”. In virtù della affinità tra soggetto e oggetto, che caratterizza il campo delle scienze dello spirito, la realtà indagata si rivela si rivela accessibile dall’interno, attraverso un’ ”esperienza vissuta” (“Erlebnis”, in tedesco) del tutto diversa dall’osservazione sensoriale esterna. La comprensione cui mira lo storico è un “rivivere” il fenomeno indagato: un riprodurlo interiormente immaginando i motivi che l’hanno determinato simpateticamente, in forza dell’umana affinità con i protagonisti del fenomeno stesso. In proposito, il commento di Nante è pienamente condivisibile. Egli scrive: “Non è il caso di soffermarsi sulle controversie che portarono a queste distinzioni e formulazioni, ma è indubbio che esse gravitano nel pensiero di Jung e, di fatto, sono accolte nel suo metodo, che può essere definito “fenomenologico-ermeneutico” (Ibidem, p. 59).

6. Sonu Shamdasani, Introduzione a Il Libro Rosso di C. G. Jung, op. cit., p. XXXVI.

7. Ivi, p. XXXVII.

8. Ivi, p. XXXVIII.

9. Ivi, pp. XLVII-LIII.

 

Per contattare l’Autore, scrivere a federico.guastella@tin.it

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