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Master Tarot: la struttura

di Dario Distefano

 

Terza Parte

 

Dopo aver cacciato i mercanti dal tempio cosa succede e cosa resta da fare?

Le prossime quattro carte ci mostrano un percorso fatto di semplicità ma difficile e doloroso contemporaneamente.

Dalla carta n. XIII, la Cena, alla n. XV, il Bacio, viene raffigurato i Maestro che avevamo visto solo nella carta n. I, il Figlio dell’Uomo. È l’archetipo di ogni singola vita individuale che sta percorrendo questo cammino lungo la Via.

 

La Cena (n. XIII)

Il volto del Maestro, la barba e i capelli lunghi, nelle mani tiene una tazza di vino, davanti a lui c’è il pane.

Tutto è di una semplicità estrema e proprio per questo così difficile da sostenere. Il Maestro e i suoi discepoli stanno consumando insieme la Cena. Quello che facciamo tutti noi quotidianamente, chi da solo, chi in compagnia; ma quanta attenzione portiamo a queste azioni così quotidiane e semplici. Diamo tutto per scontato: mentre ceniamo pensiamo ad altro, parliamo, leggiamo, guardiamo la tv.

Non siamo presenti, eppure “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Al di là di tutte le dispute teologiche o religiose, ancora una volta una verità semplicissima: il nostro corpo e il nostro sangue esistono perché mangiamo il cibo e condividere con gli altri il cibo e il vino è, veramente, condividere il corpo, il sangue, noi stessi.

Non posso fare a meno di pensare a quante volte, in una tradizione così lontana dalla nostra, i maestri zen ripetono che il loro miracolo è “mangiare quando ho fame, dormire quando ho sonno”.

Oppure bere una tazza di tè come essenza dello zen. Portare l’attenzione su gesti così quotidiani significa veramente essere presenti a questo momento.

Anche in questa occasione, poi, mi sembra che ci sia una santificazione del corpo e della materia. Il pane, il vino, le mani, la vite e i tralci: dov’è scritto che il nostro corpo e la vita su questa terra siano qualcosa da evitare, rinnegare o mortificare?

 

Amatevi l’un l’altro (n. XIV)

Il Maestro lava i piedi ai discepoli: un grande atto di umiltà, di purificazione e di amore.

Come prima il Maestro ha accettato l’offerta di essere unto e profumato, anche da parte di donne ritenute pubbliche peccatrici, ora dimostra che si può e si deve ricambiare questa offerta.

Siamo tutti bisognosi di amore, aiuto, servizio e, nello stesso tempo, siamo tutti in grado, chi più chi meno, di dare aiuto, servizio, amore.

A me sembra questa una grande lezione sull’amore non egoistico, sull’amore quindi, e sulla necessità e capacità di essere al servizio delle circostanze.

Sapere come accantonare le esigenze personali per assecondare le necessità imposte dal momento è un’arte preziosa.” (Deng Ming Dao, Tao per un anno, p. 147).

Questo prendersi cura parte proprio dai piedi, da quella parte del nostro corpo che riteniamo più umile, quasi da nascondere e da non nominare. I piedi che ci sorreggono, che ci permettono di camminare, che ci radicano sulla terra: da dove volete cominciare, altrimenti?

Prendersi cura dell’altro diventa un atto terapeutico per entrambi, come scrive Brazier in “Terapia Zen”: “Le piante hanno bisogno di essere innaffiate. Una stanza ha bisogno di essere pulita. I vestiti hanno bisogno di essere rammendati. Questi sono tutti atti di compassione, anche se il “destinatario” non è necessariamente un essere animato... La gente fa per compassione delle cose che non farebbe per se stessa” (p. 184/185) e più avanti “L’incapacità di avere compassione e la radice delle forme più acute di sofferenza mentale. La compassione è l’antidoto all’odio e alla repulsione.” (p. 187)

Guardiamoci attorno, ancora una volta portiamo l’attenzione a quello che ci circonda: se ad un bimbo piccolo cola il naso, non prendiamo il fazzoletto e lo puliamo?

Siamo tutti sperduti come bimbi piccoli e a tutti, a turno, ci cola il naso.

 

Il Bacio (n. XV)

Lo sfondo della carta è molto scuro con delle pennellate di rosso, così come è rossa una parte della cornice esterna della carta.

Vediamo il volto del Maestro che riceve il bacio da parte di un giovane che ci da le spalle. Anche sulla veste bianca del Maestro ci sono tratti di rosso.

Da chi possiamo essere traditi o chi possiamo tradire noi stessi?

Solo chi ci è vicino, solo chi ci è caro, può tradirci o essere tradito da noi. Il nostro mito comincia con il primo tradimento di Eva e del serpente e via via si snoda attraverso altri tradimenti.

Quali sono stati i primi tradimenti della nostra vita? Quando mamma e papà ci hanno fatto qualcosa che abbiamo vissuto come un tradimento del nostro amore e del nostro bisogno di sicurezza e fiducia.

O quando siamo stati noi a tradire la loro fiducia e le loro aspettative per affermare la nostra individualità e il nostro essere noi stessi.

Parlando della disposizione per quattro delle Carte Maggiori, ho già citato il saggio di J. Hillman sul tradimento e altre riflessioni interessanti sono state elaborate da Carotenuto in “Eros e Pathos” e “Amare Tradire”.

Vorrei riportare questo passo da Eros e Pathos: “Pensiamo alla figura tragica di Giuda. Al di là della “lettera” dei Vangeli, tutti gli scrittori che si sono successivamente misurati con questo personaggio non hanno mai dubitato del suo amore per Gesù. Per quanto il suo nome sia diventato ben presto sinonimo di traditore, al “bacio di Giuda” non si può non dare un significato ambivalente... Io personalmente sono convinto che nel fenomeno del tradimento c’è sempre una complicità; tradito e traditore, oltre che corresponsabili, sono anche complici in quello che accade”. (p. 94)

E più avanti: “L’esperienza del tradimento, tradotto in termini psicologici, ci rimanda a uno dei processi fondamentali della nostra vita psichica, e cioè a quella che chiamiamo “integrazione della propria ambivalenza”. Vorrei anche sottolineare il fatto che questa particolare esperienza non riguarda soltanto il portatore dell’aspetto peggiore, e cioè chi inganna, ma anche il tradito, il quale ha inconsapevolmente messo in moto dei meccanismi tali per cui il partner ha preso sulle spalle tutto il male, tutta la negatività della situazione” (ibidem, p, 95)

Infatti nella Carta che stiamo esaminando le due figure sono unite in questo abbraccio e questo bacio e non sembra esserci, da parte del Maestro, nessun tentativo di sottrarsi.

Così si esprime Jodoroswsky a proposito di Giuda: “Senza Giuda, Gesù non avrebbe trionfato dato che la sua gloria passa attraverso la crocifissione. Giuda perciò deve essere venerato: è una bella figura, dovremmo dedicargli delle chiese... Dobbiamo capire che è stato Gesù a obbligare Giuda a tradirlo, ad affidargli la sacra missione di tradirlo, e che Giuda ha obbedito affranto dal dolore”. (p. 376)

Parole forse difficili da accettare secondo una visone semplicistica dei fatti, della vita, una visione ingenua in cui il bene è tutto da una parte e il male tutto dall’altra.

Ma è proprio così?

 

L’Urlo (n. XVI)

Questo non significa sottovalutare o negare il dolore e la sofferenza. Giuda va ad impiccarsi, Gesù sulla croce grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” E poi, secondo il racconto di Matteo e di Luca, a quel grido si verifica un vero e proprio terremoto, la terra stessa trama, i sepolcri si aprono.

Il processo che è iniziato con la Frusta (n. XII) è un processo che porta allo scoperto il nostro io, che porta ad uno scontro interiore ed esteriore. Nel momento in cui cominciamo a fare pulizia nel nostro tempio, ad abbattere idoli e consuetudini, stiamo lavorando per la morte del nostro vecchio io e, con esso, di tutti i rapporti e le relazioni che esistevano con quella vecchia modalità. Allora l’io e i vecchi rapporti si ribellano e si difendono con tutte le loro forze.

Quando tradiamo o siamo traditi, consapevolmente o più spesso inconsapevolmente, stiamo lavorando per uscire da quella situazione di “fiducia primaria”, di giardino dell’Eden, che è piacevole ma non ci permette di integrarci, di individuarci o di risvegliarci.

Infatti solo nel momento in cui Dio lo abbandona, Gesù diviene veramente umano, soffre la tragedia dell’uomo... Padre e Figlio non sono più una cosa sola: questo è un mutamento radicale nel cosmo maschile... dopo che il fianco di Gesù, tradito e morente, fu squarciato, nel mondo entrò l’amore” (J. Hillman, op. cit. p. 103)

L’urlo è anche un non trattenere dentro di sé, un non ripiegare su se stessi. L’Urlo ci impedisce, e impedisce al mondo, di dimenticare, di rimuovere, di sotterrare nelle profondità dell’inconscio il proprio dolore e la propria sofferenza.

L’Urlo, vorrei dire, ha anche la funzione di essere levatrice verso il nuovo, come l’urlo di dolore del parto precede la nascita della nuova vita.

L’Urlo da solo non basta ma tacere o trattenersi non serve.

L’Urlo esce da tutto noi stessi, in quel momento siamo l’Urlo e questo acquista un potere quasi magico.

Un maestro zen stava per morire. I suoi discepoli gli chiedono di lasciare, come tradizione, una poesia. Il maestro detta tre strofe. Un discepolo dice: “Maestro manca la quarta”. Il Maestro lancia il suo urlo trionfante e muore.

L’Urlo ci ricorda anche che per quanto realizzati possiamo essere, o illuminati, questo non ci mette al riparo dalla sofferenza e dal dolore.

L’Urlo ci dice che dobbiamo diventare un tutt’uno con la sofferenza e il dolore stesso, dobbiamo porre fine alla separazione. 

Dario Distefano

Aprile 2005

La quarta ed ultima parte di "Master Tarot: la struttura" sarà pubblicata sul prossimo numero de "Le Ali di Ermes", on line dal 21 aprile 2005.

 

    Master Tarot: la struttura - prima parte

              Master Tarot: la struttura - seconda parte

           Master Tarot: la struttura - quarta parte

 

Altri articoli di Dario Distefano su "Le Ali di Ermes":

- La retta visione nel Master Tarot

- La Via umida dei Tarocchi: tra mondo infero e mondo notturno

 

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Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2011