Gesualdo Motta: da Mastro a Don – di Federico Guastella

In occasione del centenario della morte dello scrittore Giovanni Verga (Vizzini, 1840-Catania 1922), “Le Ali di Ermes” gli rende omaggio pubblicando questo articolo del dott. Federico Guastella, suo grande estimatore, dedicato ad una delle opere maggiori del Verga, il romanzo “Mastro-don Gesualdo” (Ed. Treves, Milano,  1889). 
Giovanni Verga (1840-1922)

Il romanzo, come ‘avantesto’ apparso a puntate nel 1888 sulla  Nuova Antologia, con sostanziali modifiche sul piano formale e dei contenuti verrà pubblicato dall’editore Treves l’anno successivo, ancorché datato 18901. Attento si mostra il Verga ai mutamenti sociali che attraversano la Sicilia tra il 1820 e il 1848, periodo in cui decade l’aristocrazia e si afferma l’ascesa di una nuova classe sociale: quella della borghesia che, venuta dal nulla, dispone della necessaria intraprendenza per guadagnare sempre di più. Dominante la presenza del protagonista che quasi solitaria giganteggia su tutta la folla dei personaggi. Il lettore lo incontra al capitolo I della parte prima in occasione dell’incendio in casa Trao, mentre il paesetto di Vizzini sprofondava nel sonno. Allo scampanio delle chiese, accorrono tutti gli abitanti: “Dalla salita verso la Piazza Grande e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata…”. Tra allitterazioni e metonimie, l’incipit manifesta il fascino della parola. E’ un pezzo di bravura timbrica la descrizione del trambusto che si viene a creare: un’occasione che introduce ai diversi personaggi che popolano il romanzo come per esempio il canonico Lupi e don Licciu Papa “il caposbirro”.

Il vicino di casa è Gesualdo, il quale si mostra preoccupato per il possibile estendersi del fuoco ai suoi possedimenti. Il palazzo dei Trao che va in rovina è l’immagine della fine di un prestigio parassitario, mentre la voce stizzosa di Gesualdo Motta già fa capire il suo carattere volitivo che lo configura come il custode della “roba”, accumulata con sacrifici e rinunce. I paesani lo conoscono così: l’infaticabile muratore (“mastro”) che si adopera nei traffici del commercio, spinto dalla sete del guadagno e diventare imprenditore (“don”). Ha fiuto Gesualdo che può permettersi di compiere l’ascesa con l’uso della razionalità economica. Ha preso l’appalto delle strade comunali e la sua attività non conosce soste; tiene sotto controllo gli operai e gli affari e si muove di qua e di là con la voglia del profitto. E’ il demiurgo che al cantiere misura “il muro nuovo colla canna; si arrampica “sulla scala a pioli”; pesa “i sacchi di grano”.

Uomo di successo, dunque, grazie all’instancabile lavoro che gli fa distruggere le barriere della tradizionale abulia impressa come spina genetica, dando vita all’epopea della “roba” con la consapevolezza delle strategie necessarie: osare finché è possibile e mettere in difficoltà l’avversario. Verga incarna in questo personaggio il nuovo tipo di proprietario terriero venuto dal nulla e in gara con i nobili del paese. Negli anni Sessanta del XX secolo, la sostituzione dei ceti era già un fatto compiuto: vincente il don Calogero Sedàra del “Gattopardo” in contrapposizione al principe Salina, l’aristocratico rassegnato che assiste alla decadenza del casato e al passaggio del suo patrimonio al suo affittuario2. L’ascesa sociale di don Gesualdo raggiunge poi il vertice con il matrimonio che si realizza col sacrificio dei sentimenti: sposa Bianca Trao di nobile casato “per avere un appoggio… per far lega coi pezzi grossi del paese”, spiega alla giovane e devotissima serva Diodata, da cui ha avuto figli, “poveri innocenti” che si trovano all’ospizio dei trovatelli.

La stiratrice (1884) – Edgar Degas

E’ nella parte I del cap. IV che è rappresentata la nottata alla “Canziria” (a “circa due ore di notte”), una fattoria della campagna di Vizzini. Coinvolgente la descrizione, il cui paesaggio lunare è evocato da una melodiosa prosa. E Gesualdo si abbandona ai ricordi: la fanciullezza grama, la giovinezza travagliata, le prime lotte per la “roba”. Se ne ricava l’immagine di un uomo intraprendente che è riuscito a creare e ad accumulare ricchezze. Ed è anche un uomo affettuosamente tenero, a suo modo. Al sommesso pianto di Diodata, la quale si sente abbandonata insieme ai loro figli che si trovano all’ospizio dei trovatelli, fa di tutto per confortarla: “Non ti lascerei in mezzo a una strada… Ti cercherei un marito”. Irritato di quel pianto, si mette a bestemmiare come un vitello infuriato: “Santo e santissimo ! Sorte maledetta!… Sempre guai piagnistei!…”.

Durante il colera del 1837, che il popolo ritiene appositamente diffuso, apre “le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti”. A Mangalavite, dove si rifugia e in cui si sente “come un papa fra i suoi beni e i suoi dipendenti”, fa del bene a tutti e gli resta il cruccio “per l’ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali”. Mastro-don Gesualdo ha un intimo rovello e i suoi affetti, tra cui il profondo rispetto per il vecchio padre: per esempio, quando mastro Nunzio sta per morire si mostra raccolto nel dolore senza dire una parola. Non è soltanto segnato dall’avidità della roba; nutre sentimenti fino ai rimorsi che lo inducono ad una rivisitazione interiore. Diodata e Bianca due donne accomunate dal destino infelice, ma diverse nel tenere i rapporti con l’eroe del profitto. La prima, affettuosamente e lealmente dedita al padrone, non si nega mai; la seconda, pur avendo patito come lui la povertà testimoniata dalle sue dita “un po’ sciupacchiate”, ha insanabili difficoltà di comunicazione con lui: i condizionamenti delle origini, di cui Verga ha piena consapevolezza, sono il marchio del sangue.

Rappresentazione teatrale del Mastro-don Gesualdo, Teatro Bellini di Napoli, 2015

Il non poter comunicare è dunque la conseguenza del totale fallimento del matrimonio Motta-Trao, “un affare sbagliato” che lascerà tracce anche nel rapporto di don Gesualdo con la figlia Isabella. E’ il destino di solitudine che prende il sopravvento, quasi mai il successo economico conduce alla felicità quando sono messi da parte gli intimi rapporti domestici. Sicché, l’ombra della solitudine è sempre in agguato quando si gustano i beni materiali invece delle parole d’amore. E felice Mastro don Gesualdo di sicuro non era stato per aver barattato col denaro le ragioni del cuore, malgrado avesse tratto profitto da un fare veloce e intelligente. Felice non era stato dal giorno delle nozze con Bianca Trao: “Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote né l’aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un’ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover’uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello!”. L’uomo della fortuna creata con le proprie mani è ormai divorato da quella solitudine che nasce da certe scelte sbagliate, da lui fortemente avvertite.

Poche, ma incisive pennellate mostrano la finezza psicologica di Verga nel rappresentare il dramma familiare dell’incomunicabilità dovuta alla frizione di codici diversi. Fra l’altro, don Gesualdo aveva ostacolato la relazione della figlia con il povero orfano Corrado, imponendole un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, cui viene dato buona parte del patrimonio dotale. Verso la fine dei suoi giorni, lo troviamo non più avido di beni: egli ha ormai maturato una consapevolezza: è l’uomo solo con la spina nel cuore di cui non sa darsi pace. Il consuntivo è fallimentare, il turbamento è lacerante, avvertendo l’allontanamento della figlia da lui. Lo scacco è irrisarcibile, malgrado abbia impiegato la vita a staccarsi da una condizione di miseria e cambiare stato sociale.

La solitudine di Mastro don Gesualdo, che è mancanza di affetti e della forza salvifica delle parole, raggiunge il culmine quando, ammalato, si trova nel “palazzone” della figlia. Non è più l’uomo libero d’un tempo; a tavola qualche giorno mangia “in gala (…) legato e impastoiato”. Addirittura viene relegato nelle stanze della foresteria, generalmente riservate agli estranei. L’uomo energico e volitivo, che aveva dedicato la vita ad accumulare ricchezze, è ora profondamente malinconico e trascorre i giorni dietro l’invetriata a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze nella corte vasta quanto una piazza o a contare le tegole dirimpetto. Amaro lo sguardo nel constatare lo sperpero della sua roba in mano a “quell’orda famelica”. Avverte l’inerte vita dell’aristocrazia ingabbiata in vuoti e falsi cerimoniali “di messa cantata”; vorrebbe tornarsene al paese, ma il desiderio non viene soddisfatto. Anche la volontà di fare testamento, pensando di lasciare qualcosa a Diodata e ai suoi figli naturali, viene bloccata malgrado le sue insistenze come atto di energica volontà. Il padrone di tutto è ormai il genero, ipocrita e ingordo. Anche i dottori lo disprezzano date le origini popolari e l’incomunicabilità si fa sempre più acuta con la figlia che resta indifferente alla sua condizione di moribondo, chiusa nel rancore contro di lui, avendola costretta ad un matrimonio non voluto.

Don Gesualdo finisce la sua vita senza neanche poter vedere la figlia, giacché “il servitore che gli avevano messo a dormire nella stanza accanto” non si cura di ascoltarlo. Anziché assisterlo, si mostra infastidito allorquando viene disturbato nel sonno dai rantoli dell’estrema agonia e solo agli ultimi momenti si alza “furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce”. Muore dunque solo, lontano da ogni affetto e la servitù, appena fa giorno, si mostra irriverente con frasi distaccate (“Mattinata, eh, don Leopoldo? – E nottata pure!”) o ironicamente feroci (“Si vede com’era nato… Guardate le mani!”). E’ la battuta finale che fa toccare con mano il comportamento irriguardoso, irrisorio dei servi, ostili a uno che ha tradito lo stato sociale di provenienza: “Sicuro, eh! E’ roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa”.

Muore Don Gesualdo, e scompare con lui un mondo di fatica operosa: la sua solitudine viene così inghiottita nel buco nero dell’arida fugacità d’ogni cosa. Commenta Luigi Russo: “Mai il Verga aveva toccato, così fondo, nel suo pessimismo”. Fallimentare il bilancio, di cui gli resta il rimorso: della roba “nulla gliene importava ormai”. Malgrado i successi economici, gli è stata avara la vita ed egli stesso s’è reso consapevole del suo errore: quello di aver subordinato il sentimento all’interesse economico. E’ il vuoto ad inghiottire Mastro don Gesualdo; è la solitudine a condannarlo ad una disperata oscurità senza un barlume di luce. Squallido il cinismo dei parenti. Anche nel momento della partecipazione all’evento funebre, tutti manifestano indifferenza, cercando il proprio tornaconto. Qui è l’autentica, sostanziale differenza: l’avaro e grottesco Mazarò, vittima delle sue stesse proprietà, è incapace di una riflessione sui propri vissuti; Gesualdo è sì l’accaparratore, ma è l’uomo – ha scritto Francesco Nicolosi – “assetato di affetti che sconta, con la solitudine e con una delusa volontà di amare, l’errore di avere assunto la roba a supremo valore dell’esistenza”3.

Federico Guastella

Ragusa, 2 marzo 2022

 

Note:

  1. G.Verga, Mastro don Gesualdo, Ediz. critica curata da C. Ricciardi, Firenze, Le Monnier, 1993.
  2. F. Guastella, Una rilettura del Gattopardo, Bonanno, Acireale-Roma, 2021.
  3. Dal vol. Il Mastro-don Gesualdo dalla prima alla seconda redazione, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1967.

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

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