Il miele degli Iblei – di Federico Guastella

Si chiamano “Iblei” i monti che si estendono nella zona sud-orientale della Sicilia, degradando sino al mare. L’aspetto è unico. I continui movimenti orogenetici provocarono la formazione delle suggestive e selvagge “cave”: una sorta di canyon che in ogni senso solcano il tavolato ragusano. Il carrubo, assieme a qualche bagolaro, al fico selvatico e al gelso, è l’emblema floristico più ricorrente. Lo rappresentano in modo magistrale i dipinti di Piero Guccione; nell’immaginario collettivo viene spesso associato alla ragnatela dei muretti a secco che, per favorire le rotazioni agrarie, separano i campi gli uni dagli altri. 

Gli Iblei, copiosi di timo e altre piante spontanee, sono pur sempre un richiamo per le api1. Non era sfuggita la loro importanza a Filippo Garofalo che nella seconda metà dell’Ottocento scriveva:

Ape succhia il nettare dal fiore d’agrume

“La coltivazione dei cereali è sì estesa che ha fatto disboscare tutte le terre anche le più aride e sabbiose, le balze più ripide, e manca il timo, il rosmarino, e la copia di altre erbe odorifere la cui abbondanza in queste terre dava prova dell’Ibla in Ragusa (…). L’aere tiepido della nostra marina favoreggia la nutrizione delle api, ed i nostri maggiori vedevano nelle nicchie sepolcrali esistenti in molte rupi volte a mezzogiorno delle nostre valli, dei naturali alveari, dai quali scorreva profluvio di miele (…), e tutta questa visione poetica altro non era che sciami di api avventuriere nidificanti a caso in quelle cellette. Tuttora però non mancano sciami errabondi, non mancano le api stazionarie, e se si avesse cura di non far mancare artificialmente i fiori come il timo e il rosmarino ed altre erbe, si vedrebbe al primiero stato l’abbondanza del miele e della cera”. 

Venere consola Cupido punto da un’ape – Benjamin West

In un tempo lontano vi soggiornarono dunque in abbondanza, producendo un soavissimo miele di cui parlarono Virgilio2, Seneca3, Marziale4, Plinio5, ed altri tra cui Ovidio6. Non a caso Virgilio, che ben conosceva la pratica apistica sviluppata al suo tempo, nel IV libro delle Georgiche racconta la leggenda del pastore Aristeo: il mitico eroe libico, figlio di Apollo e di Cirene che aveva appreso dalle ninfe l’arte di allevare le api.

Antica l’arte del melaio, esperto maestro che padroneggiava strumenti e praticava l’apicoltura, avendo ereditato di generazione in generazione conoscenze legate alla terra e alle erbe. Ancora oggi, sia pure in modo alquanto ridotto, viene esercitata malgrado la paventata estinzione dei preziosi insetti. 

Miele dei Monti Iblei

Le arnie di ferùla7 (i “vasceddi”) con il loro calore accolgono le misteriose api, timorose del freddo. Nomadi i “milari”: trasportavano le loro arnie nei luoghi della fioritura primaverile e chiamavano con un nome specifico le diverse qualità di miele prodotto: “meli ri satra” (miele di timo), “meli ri çiuri” (miele di fiori), “meli ri carrua” (miele di carrubo). 

I melari di Chiaramonte Gulfi, pittoresco paese in provincia di Ragusa, dovettero essere in numero cospicuo al punto da avere i loro statuti come risulta dal testo di Corrado Melfi, Barone di San Giovanni, che si intitola “Capitoli della maestranza dei maestri fascellari d’api della città di Chiaramonte del 15 gennaio 1795” (Tip. “Lo Statuto”, Palermo, 1897). 

Dopo la pastorizia, era l’industria del miele a produrre un sufficiente sviluppo in un territorio dallo scarso sfruttamento agricolo: perciò, bisognava regolamentare l’attività al fine di dirimere possibili controversie. Furono gli stessi melari ad avvertire il bisogno di specifici regolamenti, si auto-organizzarono e presso un notaio ne fu dato il crisma della legalità con l’obbligo dell’osservanza. Due Consoli, eletti ogni quattro anni nella chiesa di San Giuseppe, erano addetti alla sorveglianza. Dieci i “capitoli” redatti con un linguaggio fluido e chiaro a testimonianza della sapienza di chi ha vissuto con le api. 

Tre api dorate nello stemma del Comune di Avola

Si potrebbe dire che dai melari affiora l’etica d’una civiltà fiorente da Ragusa a Siracusa, di cui vanno menzionati i paesi di Melilli8, Solarino, Noto, Avola, Sortino. 

Viene in mente l’avvincente brano in cui Vincenzo Consolo, iniziando da Pantalica il suo viaggio per la Sicilia, descrive l’incontro con il sacro depositario di una cultura tramontata e conservata dall’etnologo di Palazzolo Acreide Antonino Uccello9: “E come un re ci apparve il sapiente melaio di Sortino, Giuseppe Blancato, bianco di nome e bianco di capelli, assiso avanti all’uscio della casipola al centro del suo podere, in faccia alle grotticelle di Pantalica. <<Ho vissuto la mia vita con le api. L’ape e l’apicultura sono scienza in sé; conoscendolo bene, questo insetto, affascina. Nel mio ceppo familiare sono stati tutti apicultori, nonni bisnonni avi e bisavi>> ci disse. Ci portò poi a vedere le sue arnie di fèrula, accatastate sotto una tettoia, e ci offrì in una ciotola un pezzo di favo grondante miele. E disse ancora, guardando intorno per il suo podere: <<Qui ogni pietra è un ricordo per gli insegnamenti e la moralità che mi trasmise mio padre>>. Ci parve allora, Blancato, come uno degli ultimi interpreti di una cultura, di una civiltà pressoché tramontata, un sopravvissuto sacerdote di una religione quasi più da nessuno praticata, la religione della tradizione immutabile legata al mito della terra”10

Palazzo dei Mercenari – Modica (RG)

Lievi sensazioni, eventi e persone trascinati dal tempo nell’anonimato tornano a rivivere come d’incanto nel “Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni popolari ” S. A. Guastella”11, che si trova a Modica, ubicato al primo piano dell’ex convento dei Padri Mercedari: “Un’architettura del Settecento rimasta incompleta, elegante e sobria nel suo linguaggio tardo-barocco e rococò ad un tempo nel prospetto esteso lungo la collina di Monserrato”12.

Hanno valenze arcane i vari ambienti che fanno emergere i valori del territorio: sono risorsa e identità, espressione materica che viene da lontano. E qui il fruitore affonda le radici nella propria terra e in essa avvia e sviluppa la propria opera di rivisitazione. Spazi di vita potremmo definire i luoghi del percorso il cui  punto di partenza è dato dalla “Masseria” (massaría): un microcosmo semiologico connotato dalla presenza del carretto siciliano e dei muretti a secco (mura a siccu), dal baglio (bagghiu) e dalla casa contadina coi diversi vani: casa ri mannara (cucina rustica), casa ri stari (casa da abitare), stanza ro travagghiu (stanza per la tessitura), stadda (stalla). Chiara l’osmosi tra società contadina e paesana. E sono le botteghe artigiane, allestite ai lati del corridoio, a indicarne l’interdipendenza. Non poteva mancare quella del milaru (apicoltore). Scorrendo con lo sguardo, ecco l’affresco animato dagli attrezzi di lavoro e dalla materia prima per costruire il vascieddu ri ferra (arnia in ferula). C’è il “torchio a vite di legno” per la spremitura dei favi da cui si ottiene il biondo miele e ci sono le ghiarre di creta (giarre), in cui viene conservato per la fragrante cucina dei pasticcieri. Tutto qui sorprende fino al termine del ciclo di lavorazione che può dirsi compiuto quando si ottiene la cera per essere poi lavorata dai cirari. Sciami di api dunque nelle verdeggianti valli dei rocciosi Iblei, lievi ronzii propiziatori fra teneri germogli, fiori spontanei e papaveri rossi che fanno vivere il contatto generoso con la terra e l’aria. Non ci vorrà molta istruzione per ripensare alle tante famiglie che per secoli hanno fatto storia: quella della cultura materiale quale sintesi di esperienza e passione. Gesualdo Bufalino ha scritto: “Storia non è solo quella conservata negli annali del sangue e della forza; bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano in cui ciascuno di noi è stato educato. Storia è il gesto con cui si intride il pane nella madia o si falcia il grano; storia è un nomignolo fulmineo, un proverbio cattivante, l’inflessione d’una voce, la sagoma d’una tegola, il ritornello d’una canzone; tutto ciò, infine, che reca lo stemma del lavoro e della fantasia dell’uomo. Materia che deperisce prima d’ogni altra cosa e di cui nessuno, quasi, si cura di custodire i reperti”13. 

Un brano del Mastro-don Gesualdo dà indicazioni su un costume del tutto singolare: “La sala stessa era parata a lutto, qual era rimasta dopo la morte di don Diego, coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale, com’era l’uso nelle famiglie antiche”. L’evento luttuoso era coinciso nella stessa casa, quella dei Trao nobili decaduti, con la nascita di Isabellina: “nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto (…); poscia un urlo fece trasalire tutti quanti”. In seguito, il battesimo. 

Consolo ha commentato: “Ecco allora che il nero luttuoso dei drappi trascolora nel bianco della vesticciola battesimale, ecco che la morte è vinta dalla vita; e gli alveari, disposti torno torno nella sala come scanni – usanza arrivata nel cuore della Sicilia con gli Spagnoli – simboleggiano questo passaggio, questa metamorfosi, questa vittoria; simboleggiano con l’immagine della “ninfa” o “pupa” (…) la vita che dal buio della cella viene alla luce”.

 L’ape, specifica il raffinato scrittore siciliano nell’opera Di qua dal faro14, è “sapiente” e “generosa”: “per noi raccoglie l’energia del mondo e la ridona in vischio saporoso e inebriante”.  ll suo miele, “cibo primigenio e incorrotto”, rigenera; è “la divina ambrosia”.

 

Federico Guastella

Ragusa, 20 aprile 2022

 

Note

  1. Per l’approfondimento: S. Burgaretta, Api e miele in Sicilia, Edizioni del museo etnoantropologico della valle del Belice, Gibellina, 1982.
  2. Da un lato la siepe sul vicino confino di sempre / delibata dalle api iblee nel fiore del salice, / spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno: Bucolica I, Milano 1978, vv. 53-55.
  3. Né tanti fiori fa nascere l’Ibla in piena / primavera, quando gli sciami s’intrecciano / fitti in alti grappoli: Edipo Re, atto III, vv. 93-94.
  4. Ibla fiorito si dipinge di vari colori, / quando in primavera è invaso dalle api: Epigrammi, libro II, vv. 1-2.
  5. E’ sempre l’ottimo miele quello / che le api producono dai calici / dei fiori migliori. Tale è … Ibla: Storia naturale, libro IX, cap. XIII
  6. Quante sono le lepri del monte Athos / e quante le api che vivono sull’Ibla: Arte d’amare, libro II, vv. 517-518.
  7. Pianta leggera e porosa, spontanea delle ombrellifere: ha il fusto alto fino a due metri circa, i fiori gialli ad ombrello ed è diffusa in luoghi incolti e nei dirupi. Raccolta a maggio, viene lasciata ad essiccare fino alla stagione invernale per essere manipolata e costruita.
  8. Sulla facciata del santuario di San Sebastiano si osserva il medaglione in pietra dove sono scolpite arnie e api. Sullo stemma di Melilli (“mel”) o Avola (“apicula”) compare l’ape. E ad Avola antica la produzione di miele era, al pari della canna da zucchero, una delle più redditizie attività del ‘600 -‘700. Nello stemma avolese la presenza di tre api è la testimonianza più evidente della diffusione dell’apicoltura.
  9. F. Guastella, Il territorio dei padri, “La provincia di Ragusa”, Anno VII, n. 6, dicembre 1992.
  10. V. Consolo (fotografie di G. Leone), La Sicilia passeggiata, Mimesis edizioni, Milano, 2021.
  11. G. Dormiente, Il museo ibleo delle arti e tradizioni popolari <<S. A. Guastella> (a cura di Gabriella D’Agostino e Janne Viback con l’introduzione di R. Galazzo e disegni di Duccio Belgiorno), S. T. ASS. s.r.l., Palermo, 1986
  12. P. Nifosì, Museo vivo, “La Provincia di Ragusa”, Anno III, n. 6, dicembre 1988.
  13. G. Bufalino, Museo d’ombre, Palermo, Sellerio, 1982.
  14. V. Consolo, Di qua dal Faro, Mondadori, Milano, 1999.

 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Il Barone e il Castello – di Federico Guastella

Situata tra il rilievo degli Iblei e la costa che degrada verso il mare, ecco l’accattivante campagna di Donnafugata, suggestiva per la fitta presenza del carrubo e l’intensità degli odori agresti che invadono la valle.

Romantico il toponimo di origine araba: ‘Ayn as Jafâiat, fonte della salute, che sottolinea un punto geografico ricco di sorgenti dall’acqua benefica. In quest’amena località, che si distingue dalla Donnafugata del Gattopardo, si trova un’abitazione gentilizia: superba costruzione di chiara origine feudale con sovrapposizione di motivi architettonici che denotano un’adesione estetica al gusto di epoche trascorse. 

Baronessa Vincenza Maria Caterina De Spucches (1802-1840)
Barone Corrado Arezzo De Spucches (1824-1895)

Fino alla prima metà dell’Ottocento era una casa di villeggiatura al centro del feudo; ma la bizzarra fantasia di Corrado Arezzo ( 1824-1895), figlio del Barone Francesco e di Vincenza De Spucches1, ridiede vita e spazi con la pretesa del castello. Eclettici gli interventi di diversi stili: il neoclassico sposato al gotico-veneziano con torrioni di gusto tardo-rinascimentale e immagini tipiche della cultura egizia quale la sfinge, merlature riecheggianti il fascino della lontana tradizione medievale. All’interno saloni e camere sono impreziositi da mobili e soprammobili. Per non dire delle statue neoclassiche lungo la scalinata all’ingresso centrale o del reliquiario araldico delle nobili famiglie siciliane nel salone degli stemmi o del pregevole lampadario di Murano nel salotto delle signore.  La ricca biblioteca e una raccolta di quadri testimoniano l’amore per lo studio e per l’arte. 

Labirinto del parco – Castello di Donnafugata

Nel vasto parco di circa otto ettari, cosparso di viali bene articolati e di vegetazione dai ficus secolari alle cactacee nei pressi delle fontane, si sente un’aria di serenità bucolica2. Qui Corrado Arezzo trascorreva con la famiglia e gli amici il periodo della villeggiatura estiva, trasferendosi poi nel palazzo di Ragusa Ibla per il rimanente periodo dell’anno. 

A 24 anni, rappresentante al Parlamento siciliano, partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848, stampando e dirigendo a Palermo in cui da ragazzo aveva studiato, il giornale Il Gatto: titolo metaforico allusivo della lotta contro i “sorci” borbonici. Un foglio di commenti politici oltre che di pungenti osservazioni; anche ricco di una satira mordace diretta ai nostalgici del regime borbonico e spesso agli inetti esponenti liberali. Vigilato dalla polizia in seguito al fallimento della rivoluzione, curò i beni di famiglia e collaborò col padre nella realizzazione di una filanda (1854), dove furono impiegati cinquanta operai. Deputato eletto nel collegio di Vizzini (7 aprile 1861) e dopo senatore per censo (1865), potremmo dirlo un personaggio che riuniva in sé le qualità di aristocratico agrario, qualificato esponente dell’aristocrazia liberale, e di patriota liberale con qualche simpatia – si suppone – per la Massoneria: ipotesi che potrebbe essere avvalorata dagli elementi simbolici qua e là sparsi nel parco che connotano significati segreti in omaggio all’esoterico di cui egli certamente dovette avvertire l’attrazione. 

Loggiato del Castello di Donnafugata

L’attenzione ai luoghi del giardino rivela segnali di un percorso iniziatico: a partire dalla presenza della sfinge egizia alla sommità della scalinata monumentale che dal parco conduce al loggiato (il piano nobile). Del resto, nella lingua copta, la Sfinge si dice “Be-Hit”: parola che significa “Guardiano”. Sfinge, dunque, come guardiana della vita o custode del Tempio-casa. Le grotte con stalattiti simboleggiano il ctonio da cui ha origine la vita, mentre il labirinto esprime percorsi esistenziali di ricerca3. Altro elemento della simbologia massonica è il tempietto neoclassico a pianta circolare che, posto sulla montagnola sovrastante le grotte, ha la cupola sostenuta da otto colonne con l’affresco della volta celeste. 

Nella mente innamorata del barone è possibile cogliere la pensosità di fronte ai destini eterni nonché la propensione a meditare non senza la malinconica certezza della precarietà della vita, richiamata nella parte più ombrosa del giardino, a nord-ovest, dalla presenza degli avelli di foscoliana memoria, circondati da cipressi. 

Di questo luogo gioiosamente vissuto è possibile dunque percepire la ricerca del mistero: proiezione dell’altro e dell’altrove entro lo splendido linguaggio della natura nell’assolata campagna mediterranea densa di miti e di memorie. Non è difficile immaginare che nel corso degli incontri al “castello”, le famiglie patrizie ospiti che potevano raggiungerlo da una strada collegata alla stazione ferroviaria, voluta dal barone già senatore, oltre ai divertimenti che il parco offriva, si raccontassero vicende di viaggi col vantaggio di conoscenze al di là del recinto ibleo.

L’atteggiamento meditativo del barone è altresì rinvenibile nel suo volumetto di poesie comprendente cinque componimenti (in Alcuni versi) e diciannove sonetti (in Voci dell’anima), raccolti col titolo Alcuni versi, pubblicato dalla tipografia e legatoria Clamis e Roberti in Palermo nel 1861: un momento quanto mai incandescente nella storia della Sicilia, all’indomani si può dire dello sbarco dei Mille, e che Tomasi di Lampedusa ha scelto come tempo storico del Gattopardo. Merita di essere ricordata la poesia L’Armonia che scritta in endecasillabi canta l’incanto dell’eden prima dell’irruzione della trasgressione, causa dei mali del mondo. Nel complesso si tratta della lirica privata di un gran lettore del suo tempo, il cui linguaggio non sa però farsi poesia. Si avverte la presenza di questo o di quell’altro autore – Leopardi in primo luogo – e ci sono motivi cari a un romanticismo estenuante e contemplativo come sono raccontati da un Prati o da un Aleardi. Amico del poeta dialettale, suo concittadino, Giambattista Marini, negli anni giovanili è da supporre che abbia frequentato gli ambienti letterari palermitani. Ed egli per parte di madre era cugino del poeta e traduttore Giuseppe de Spucches, principe di Galati, marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna. 

Il piccolo teatro di Palazzo Donnafugata – Ragusa Ibla – immagine tratta da www.tripadvisor.it

Non certo poeta, il barone Corrado Arezzo è essenzialmente un esteta che ama l’arte, tra cui la musica in particolare; ricercatore di razza, egli è mosso dalla molla della curiosità grazie alla quale costruisce la propria conoscenza. L’elezione a deputato nella prima legislatura (1861), che lo fece risiedere a Torino, fu certamente occasione preziosa per ulteriori spazi di riflessioni e di esperienze culturali. Personaggio, dunque, molto in vista ed influente nella vita politica ed economica. Dagli anni ‘70 fino al 1881 fu sindaco di Ragusa Ibla, dov’è la sua signorile abitazione: palazzo Donnafugata che ha un luogo segreto d’amore per l’arte, uno spazio inatteso e riservato come una loggia iniziatica, un teatrino appartato per lo svago intellettuale. Un amnio potremmo dirlo, dove giungevano gli echi della modernità europea. E non manca un pezzo di Malta incastonato nel palazzo: la “Gallarija”, la leggiadra loggetta in legno da cui si poteva guardare senza essere visti. 

L’economista Balsamo, che vi fu ospite, descrisse il gusto di una mondanità  deliziosa fra galanteria civettuola e voluttuose vivacità: un bel brano che sarebbe piaciuto a Tomasi di Lampedusa. 

A Ibla il barone frequentava il Circolo di Conversazione (il Circolo dei nobili detto caffè dei Cavalieri o ‘u circolu re cavalieri), nato per esigenze di socializzazione, di affari e di interessi comuni, di cultura in genere. Socio fondatore il padre insieme ad altri aristocratici ed alcuni borghesi. E’ un’elegante costruzione in stile neoclassico con la presenza di sfingi alate nei tre bassorilievi, fatta costruire intorno al 1850 e inaugurata nel 1856. All’interno rapiscono lo sguardo le pitture di Tino del Campo in un mutato clima simbolista. Eleganti i divani insieme allo scintillio dei lampadari, alla policromia del pavimento a scacchi romboidali4.

 Un siciliano illuminato e di raffinatissimo stile Corrado Arezzo, un siciliano che girava e tornava al luogo natio, portando con sé immagini del mondo, come tanti signori dell’Ottocento. Della sua cultura aristocratica, eclettica e manieristica, nostalgica e rievocativa, si conserva tanto: a Donnafugata, immersa nelle ombre melodiche del suo passato, vive quel particolare incanto per la mescolanza di gusti che esprimono la fresca vivacità dell’immaginazione.   

Federico Guastella

Ragusa, 2 aprile 2022

 

Note:

  1. Nel bel volume Il castello di Donnafugata a Ragusa (Kalós, Palermo, 2002), Gabriele Arezzo di Trifiletti scrive: “Cresciuto nella rigorosa educazione familiare, il giovane barone fu condotto in Palermo e avviato agli studi nell’ambiente religioso dei Padri Filippini, educandosi, ai classici, alle lettere, alla storia; studiò il francese, il tedesco e, strano per quei tempi, anche l’inglese. La sua raffinata formazione culturale piano piano si fuse con una preparazione filantropica lodevolissima. Coltivò nella sua esperienza palermitana le fasi eclettiche, il virtuosismo botanico-agrario e la nuova linea elaborata del neo-gotico, sviluppato nella capitale quasi a sostegno di una medioevale sicilianità”. Intraprendente anche sul piano socio-economico, coadiuvò il padre, nel 1854, nella realizzazione di una filanda che utilizzava macchine mosse dall’acqua e dal vapore e che accoglieva oltre 50 operai. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala funzionavano in Sicilia tremila telai; dopo l’unità ne rimasero meno di duecento. La stoffa cominciò ad arrivare da Biella, ebbe un costo doppio e i nostri lavoratori dei telai restarono disoccupati. Anche la filanda ragusana fu costretta a chiudere definitivamente i battenti nel 1874.
  2. Per l’approfondimento: Tiziana Turco, Il giardino di Donnafugata, in Il castello di Donnafugata a Ragusa, op. cit.
  3. E’ noto che il primo progetto fu attribuito all’architetto Dedalo. Si tratta di una costruzione architettonica caratterizzata da una pianta così tortuosa da rendere estremamente difficile sia l’ingresso, sia l’orientamento all’interno e, quindi, l’uscita. Richiama l’impresa di Teseo e il filo che Arianna: figlia di Minosse e di Pasife, che all’entrata,  aveva fornito. in molteplici riti di iniziazione vi era l’idea di partire dalle viscere della Terra per risalire alla luce. Nel monachesimo cristiano, le cripte hanno svolto una fondamentale funzione di ricerca interiore e di lotta contro le insidie del demonio. Si potrebbe per esempio ricordare che nelle cattedrali francesi, i fedeli, a commemorazione del Calvario, percorrevano i labirinti, riprodotti sul pavimento, chiamati Chemins de Jerusalem. Sicché, per uscire dal “Caos”, il neofita, all’interno di se stesso, incomincia il cammino iniziatico per misurarsi con umiltà, per interrogarsi in modo vigile e continuativo e per decidere la direzione da dare al suo cammino. Egli deve quindi conoscersi con purezza di intenti allo scopo di abbattere i mostri identificabili nei vizi. Entrare nel labirinto e uscirne è perciò ineliminabile per tessere il filo della propria coscienza e continuare l’opera di perfezionamento, giungendo alla luce che è desiderio dell’ascesa e della contemplazione della bellezza.
  4. Così Carmelo Arezzo di Trifiletti (Junior) nell’opera Carmelo Arezzo di Treffiletti: sfumature di un architetto, creatività e umanità di un uomo nella Ragusa Ibla del 1900 (autopubblicata su Amazzon, 2022): <<Ragusa Ibla con il suo circolo espresse la sua contraddittorietà, che mediava l’essenza conservatrice di giorno, vestendosi elegantemente di notte – secondo quanto appuntato da Eugenio Sortino Trono nel suo diario – con le numerose feste danzanti notturne che si avvicendano negli eleganti palazzi dei soci o nel circolo di conversazione, si festeggiarono nel tempo fidanzamenti e sequenziali eventi mondani incentrati sulla fondamentale presenza delle Dame>>. 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.