Alla scoperta di Cava d’Ispica – di Federico Guastella

Ricca simbologia quella della roccia, così magistralmente evidenziata da Mircea Eliade: “La sua resistenza, la sua inerzia, le sue proporzioni, come i suoi strani contorni, non sono umani: attestano una presenza che abbaglia, atterrisce e minaccia. Nella sua grandezza e nella suan durezza, nella sua forma e nel suo colore, l’uomo incontra una forma e una realtà appartenenti ad un mondo diverso da quel mondo profano cui fa parte”1. 

Tomba della necropoli di Calicantone, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

L’utilizzo della roccia a sepolcreto nel periodo preistorico è un dato costante. Difatti il segno incisivo, il connotato peculiare dell’area iblea è fornito da grotticelle artificiali funerarie che aprono le pareti dei declivi rocciosi. Anche l’ipogeo rispondeva a tali esigenze. A Ragusa, in contrada Calaforno del Comune di Monterosso Almo, il ritrovamento di un ipogeo, rudimentale e inornato, fa pensare a quello maltese di Hal Saflieni ed è un documento dell’attività mineraria di selce, oltre che funeraria. 

Diciamo appena che le fasi – bronzo antico, medio, tardo, finale – vanno dal 2200 all’850 a.C. con l’insediamento prolungatosi fino alla colonizzazione greca intorno al 730 a.C. Probabile che la popolazione fosse distribuita in varie borgate e quasi sicuramente le grotte, vicine le une alle altre, furono utilizzate come abitazione da famiglie dedite alla lavorazione dei campi (“aratores”). 

Uno dei luoghi certamente più noti è “Cava d’Ispica” (il termine “Cava” è da intendersi non come luogo di estrazione, ma come fondovalle). 

Panoramica di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org 

Insieme a “Pantalica” rappresenta la forma culturale più significativa. Holm la chiamò “La città delle caverne” ed è situata lungo i costoni meridionali dei monti Iblei, a pochi chilometri da Modica e fino alle porte di Ispica2. Grazie alle esplorazioni di Paolo Orsi, avviate nel 1905, è stato possibile conoscerne il percorso di sepolture, ipogei, chiesette. La valle, che ha l’aspetto di canyon, lunga quasi tredici chilometri, larga un centinaio di metri e profonda in qualche suo punto fino a trenta e più metri, riporta a comunità chiuse da un territorio inaccessibile e facile alla difesa da attacchi esterni.

Grotta di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Meta di escursioni e gite scolastiche, Gesualdo Bufalino nell’opera La luce e il lutto ha scritto: “E’ una valle lunga e magra, un termitaio di grotte, loculi, sacelli, che le meteore e gli uomini hanno misteriosamente scavato nei secoli (…). Dopo poche centinaia di metri, senza bisogno di spingervi oltre, vi sentirete già promossi a catecumeni di un felice e verde Aldilà. Senza le verghe, le catene, i lamenti di lemuri, i flosci voli di pipistrelli che accompagnano di norma le trasferte sottoterra di ogni Orfeo, Enea, Vasd’elezione”3.

Non meno accattivante la descrizione dello storico Solarino:

“Ispica è una valle lunga quasi otto miglia, che con varia curvatura si frappone fra Modica e Spaccaforno. In fondo, il piccolo Busaidone qua dorme in piccoli stagni, sotto le tremule foglie del capelvenere, là si risolve in cascatelle: le roccie in certi punti s’avvicinano, e si guardano come i fabbricati che fiancheggiano una via, in certi altri s’allargano e si ripiegano, dando più aria e più luce agli acanti latifolî, agli oleandri e ai carrubi, le cui radici si insinuano fra le loro fenditure. Ma i fianchi di quelle rupi son tutti perforati da innumerevoli grotte, a piani sovrapposti, con sottili spartimenti, con incomodo accesso, e senza alcuno abbellimento nell’interno. Verso l’estremità nord-est se ne trovano più ampie, e più comode, fornite di scale, comunicanti tra loro con qualche corridoio, divise in appartamenti”4.

Toma a finti pilastri, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Vi si insediarono i Sicani (autoctoni o di origine iberica5) che, secondo Solarino, le diedero il nome d’Ispica, la cui radice probabilmente deriva dal celtico ys (“Gli asili della rupe, ovvero la rupe degli asili”: “… Lo si tradusse poi pleonasticamente nel latino Ispicae-fundum, che fra i moderni divenne Spaccaforno”). 

Ai Sicani si sovrapposero i Siculi che arrivarono in Sicilia intorno al 740 a. C.: Sikeloi chiamati dai Greci, di probabile origine egeo-anatolica o africana oppure peninsulare per altri studiosi secondo le fonti di Tucidide, dello storico Dionigi di Alicarnasso, di Diodoro Siculo6. La loro presenza, oltre a Cava d’Ispica, si diffuse in buona parte del territorio, scegliendo pur sempre luoghi imprendibili dell’entroterra per il timore di scorrerie provenienti dal mare: a Ibla e a Canicarao, a Castiglione e a Cava dei Servi, a Chiaramonte, Giarratana, monte Casasia, Modica. 

Raffaele Solarino su una presunta diversità culturale tra l’una e l’altra popolazione ha scritto: “Guarentita da maggior stabilità, e da un nerbo di forze più significante, l’industria agricola cominciò, nell’isola, al tempo dei Siculi, il suo progresso, e deve riferirsi a costoro la leggenda di Cerere, quella di Aristeo, e quella del sangue di Urano, da cui proveniva la fertilità della Sicilia. Come il periodo ciclopico e sicano è rappresentato dal mito di Polifemo, così il periodo siculo viene rappresentato dal mito di Dafni: nell’uno la forza bruta, e selvaggia, che si divertiva a lanciare sassi a’ piè dell’Etna, nell’altro la vita quieta e pastorale, allietata da’ miti amori e dall’arte del canto”7.

Grotte di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Coraggiosi guerrieri e valenti agricoltori i Siculi che introdussero l’uso del cavallo e del rame. Dotati di propri costumi, coltivavano il grano e la vite; oltre all’uso della ceramica e della metallurgia, scavavano le ripide pareti rocciose di calcare tenero, allora raggiungibili per mezzo di corde, di scale, di liane, allo scopo di ottenere tombe a forno destinate ai defunti. E vi ponevano accanto oggetti d’uso quotidiano come armi, anfore, cibi in memoria della vita trascorsa o per un’eventuale credenza nell’anima immortale. 

Ambiente interno del Castello sicano, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Ad affiorare è una immagine di sofferta materialità, fra sopravvivenza e cerimonie funebri, che suggestionò Jaen Laurent Houël, viaggiatore francese del Settecento cui si devono preziose acqueforti sul luogo, riportate nell’opera Le voyage pittoresque de Naples et de Sicile8. Attraversando tortuosi sentieri che conducono alla parte mediana della valle, si incontra, ai piedi di una colonna rocciosa, il cosiddetto “castello”: un bubbone litico dalla geometria miocenica, costituito da almeno quattro ambienti intercomunicanti, che sembra voler governare sulle grotte. Di origine sicana per alcuni studiosi, e lì probabilmente alloggiava il sovrano; descritto dall’Holm, è chiamato “Castello d’Ispica” (u castieddu  rispica), maestoso “tra le montuose grandiosità di quel sito orrendamente bello”9. 

Nel periodo bizantino il luogo costituì un’ancora di salvezza per gli esuli siracusani e per gli anacoreti che vi si fermarono. Affreschi religiosi sono sparsi un po’ dovunque: segni di una tradizione che parla di Ilarione, il santo palestinese di indole tenace che nel 363 d.C., provenendo dall’Egitto approdò a Capo Pachino in “un villaggio del lido ricurvo” e si rifugiò all’interno a venti miglia dal mare, nella Cava, secondo le interpretazioni date allo scritto di San Girolamo, Dottore e Padre della Chiesa, confermate dalla tradizione locale attestata da Vito Amico: “E’ detto da S. Girolamo (Vita Ilarionis) che Ilarione si ritirò in un agellus vicino vicino ad una villa non lontano da una via di transito, coltivando un appezzamento di terreno vicino l’eremo”10. Vi dimorò per due anni, recandosi spesso nel villaggio vicino al mare, detto Ina o Ispa. E anche gli abitanti andavano a trovarlo per essere miracolati.    

In una grotta, dove si svolgeva il suo culto, si è voluta identificare la sua abitazione (una nicchia sul muro forse per deporvi il lumicino ad olio). Forse nei pressi dovette vivere una modesta comunità religiosa. 

Cava d’Ispica, Convento dei Padri Carmelitani – foto tratta www.cavadispica.org

Del processo di bisantizzazione11, il periodo del Monachesimo, che invase ogni angolo della Sicilia dando vita a comunità di religiosi, fu certamente il miglior lascito: “Nella Cava d’Ispica, che bene si prestava all’isolamento ascetico, sorsero più comunità religiose che passavano il tempo ad allargare, modificare, ampliare gli antichi insediamenti rupestri, ricavando dalla viva roccia veri e propri conventi di molte stanze, a più piani, collegati mediante ardite scale a chiocciola e corridoi di collegamento”12. 

La chiesa più nota è quella dedicata a San Pancrati, che si trova fuori della Valle: per gli studiosi dovrebbe essere mantenuta la cronologia del VI secolo, periodo di intensa attività edilizia in in Sicilia. E il culto si riferiva a san Pancrazio, presenza documentata nell’epistolario di Papa Gregorio Magno (509-604). La tradizione lo ricorda come siciliano; per alcuni invece nacque a Simada in Cappadocia e per qualche tempo fu ospite dei fedeli di Cava d’Ispica. Sempre che sia stato lo stesso, nel 304 fu a Roma durante le persecuzioni cristiane e lì morì martire. Soltanto i resti rimangono della chiesa. Devastata dagli arabi e poi riedificata, venne quasi del tutto distrutta dal terremoto del 1693.  

L’ambiente, ricco di vegetazione, ha importanti testimonianze: la “Grotta dei Santi” (‘a rutta re Santi), perfettamente circolare e affrescata da 36 figure bizantine che hanno subito devastazioni e incuria; il convento rupestre di Sant’Alessandra; la grotta di San Nicola coi resti dell’altare, del fonte battesimale, degli affreschi della Madonna col bambino, dell’Annunciazione e del San Nicolò. 

Grotta della Larderia, Cava d’Ispica – foto tratta da www.wikipedia.it

Cava d’Ispica è anche ricettacolo d’un pianeta sotterraneo fatto di nicchie, di sepolcri a baldacchino e di corridoi. E’ la “larderia” (potrebbe significare “canale di acqua”), imponente ipogeo a tre corpi paralleli, che scorrendo per 28 metri testimonia i culti funerari in epoca cristiana (IV-V secolo); la “Spezieria” (‘a bizzarria), anch’essa ipogeica, è l’antica bottega dello speziale, data la sua particolare struttura a scaffali, nicchie, compartimenti. Al centro della grotta principale, un grosso buco sarebbe servito da mortaio che con un pestello di dura roccia gli erboristi utilizzavano per ridurre in poltiglia le erbe curative con cui preparare infusi e decotti. 

 

Torre Fortilitium, Cava d’Ispica – foto tratta www.it.wikipedia.org

Nel sud-est della Cava, procedendo sull’altura, a destra del convento del Carmine, al centro del fondo valle troneggia con la sua megalitica cinta muraria una rupe detta la “Forza”: inaccessibile, remota, interna fortezza. E sulla sua punta si ergeva il “Fortilitium” dai cui torrioni si avvistava l’arrivo del nemico che facilmente poteva essere respinto con il rotolare dei sassi. Vasta l’area protetta dalla natura rocciosa: un altopiano di tre ettari circa, alto da cento metri e oltre, capace di contenere tremila persone13.

Vi si svolgeva la vita dell’allora Spaccaforno, prima del terremoto del 1693. Luogo della memoria collettiva, privilegiato dalle diverse popolazioni succedutesi nel corso di vicende plurimillenarie, conserva le tracce d’una civiltà tenace: dai ruderi della chiesa dell’Annunziata a quelli del castello, al centro della cittadella, nel cui interno sorgeva il palazzo marchionale  (superba, sontuosa dimora dei conti Statella che vi soggiornavano quando si rendevano liberi da impegni e imprese militari). E’ il “Centoscale” nella zona Ovest del parco, ad essere il transito verso il ventre della terra, verso il sotterraneo Plutone. Dell’ardita, spettacolare costruzione – un tunnel ipogeico scolpito nella roccia – sono 238 gli scalini che fanno raggiungere il fondovalle fin sotto il tetto del torrente. E’ probabile che l’opera sia servita per approvigionare di acqua e viveri il gran castello, specialmente nei periodi di presenze minacciose. A poca distanza l’eremo di S. Maria della Cava, nel cui pittoresco spazio esterno si svolgevano le fiere14. Di fronte c’era la “Conceria” (“Cunzeria”), una grotta di vasche in successione, dove si lavoravano le pelli. Della chiesa dell’Annunziata, sull’estremo sperone meridionale del fortilizio, rimangono soltanto i tagli delle fondazioni nella roccia: il piano pavimentale veniva occupato da fosse sepolcrali per i notabili, le loro famiglie, i preti. 

Vegetazione di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Siamo in luoghi scenograficamente suggestivi dove fin dall’età del bronzo si costruirono villaggi; siamo nel sito rinascimentale del feudo e della preghiera ai santi che avevano soppiantato divinità scadute come Poseidone e Diana, del lavoro e dell’ingegnosità d’una comunità contadino-pastorale e artigianale in un territorio di ripidi pendii e verdeggianti vallate. Certo è che il paesaggio con una architettura tenace e cosparso di segni etnologici, oltre a offrire di sé le peculiarità più diverse e inconfondibili, comunica un’energia dirompente; tranquilla valle luminosa oltre la quale sta uno splendido mare: fra i sentieri di piante arboree (il platano, il bagolaro, il fico selvatico…) ed erbacee (l’edera, l’orchidea, il ficodindia…), si riesce a sentire il fascino della bella natura.

Federico Guastella

Ragusa, 6 maggio 2022

Note

  1. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Torino: Bollati Boringhieri, 1999 (1949-64).
  2. S. Minardo, Cava d’ispica, Tip. Piccitto&Antoci, Ragusa, 1905; G. Di Stefano – D. Belgiorno, Cava Ispica: recenti scavi e scoperte, Modica 1983; G. Di Stefano, Piccola guida delle stazioni preistoriche degli iblei, Ragusa 1984; G. Di Stefano, Recenti indagini sugli insediamenti rupestri nell’area ragusana, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, atti del sesto Convegno internazionale di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania, Pantalica, Ispica, 7-12 settembre 1981), F. C. Damiano (a cura di), Congedo editore, Lecce 1986; M. Trigilia, Storia e guida di Ispica (con stradario di Corrado Monaca), Casa Editrice So. Ge. Me., CI. DI. BI., Ragusa, 1988; P. Nifosì, Guida di Ispica, Comune di Ispica, Litografia La Grafica – Modica, 1989. 
  3. G. Bufalino, La luce e il lutto, Sellerio, Palermo, 1988.
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I stampato nel 1885 tre anni dopo la pubblicazione dell’opuscolo I Comuni del Circondario di Modica).
  5. Trascrivo il prezioso contributo di Giuseppe Cocchiara: “I primi colonizzatori greci, secondo la testimonianza di Tucidide, al loro arrivo in Sicilia (VIII sec. a.C.) trovarono popolazioni di quattro gruppi etnici distinti: i Sicani, gli Elimi, i Siculi, i Fenici. A parte gli Elimi, stanziati in un territorio limitato ai distretti di Segesta e di Erice, e i Fenici, che avevano stabilito nella seconda metà del IX secolo i loro empori commerciali sulle coste e successivamente si consolidarono a Palermo, Solunto e Mothia, i Sicani e Siculi si dividono il dominio dell’Isola. I Sicani sono i più antichi abitatori della Sicilia di cui la storia abbia serbato il ricordo. Dapprima diffusi per tutta la regione, che avevano occupato nel III millennio a.C., furono respinti dai Siculi, sopraggiunti due millenni più tardi dall’Italia, nella parte occidentale (…). Per l’ “Odissea” i Sicani abitavano la Sicilia e i Siculi il continente della Penisola, in una regione probabilmente sulla costa della Puglia, dove da Itaca si poteva approdare con facilità (…). Al fondo autoctono e mediterraneo della Sicilia, rappresentato dai Sicani, gli archeologi riconoscono l’appartenenza di alcune belle armi di ossidiana o di basalto, la ceramica decorativa a motivi lineari e i vasi colorati degli scavi di Matrensa e di Stentinello (…). I Siculi, che in origine erano di razza e lingua ugualmente mediterranea, ma italicizzati nella lingua e nel costume della sovrapposizione di popolazioni proto latine, risospinti dagli Opici, rifluirono in Sicilia cacciando i Sicani nella parte occidentale dell’Isola (G. Cocchiara, “Non chiamatela Isola”, in “Cronache Parlamentari Siciliane”, 20.2.1991, pp. 44-45). C’è altresì da dire che nella fascia sud-orientale della Sicilia, prima dei Sicani si ebbe una fitta rete di centri di <<Castelluccio>> (1800-1400 a. C.), un sito tra Noto e Siracusa, indagato da Paolo Orsi.
  6. Per l’approfondimento: P. Militello, I Siculi fra tradizione storica ed archeologia, in L. Guzzardi (a cura di), Civiltà indigene e città greche nella regione iblea, Distretto scolastico 52 Ragusa – Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e alla P. I., C.D.B., Ragusa, 1996.
  7. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I, op. cit.
  8. Hélèn Tuzet, Jaen Houël, pittore di corte, in Guy De Maupassant, La Sicilia, Sellerio, Palermo, 1990.
  9. S. Bellisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne, vol. II, La tartaruga editrice, Ispica, 1987.
  10. G. Di Stefano – G. Leone, La regione camarinese in età romana, Edizioni del Comitato per le Chiese di Ibla, Litografia LA GRAFICA, Modica Alta, 1985.
  11. Affermano molti storici che la Sicilia fu dominata dai bizantini nel 535, l’anno in cui i Goti vennero cacciati da Belisario. Sicché, i siculi si accrebbero con l’arrivo dei romèi di Costantinopoli (immigrati provenienti dalla Grecia e dall’Asia minore). Attratti dal territorio (risorse naturali e attività produttive), vi rimasero per circa trecento anni (535-827), senza però arrecare benefici. Un “Prefetto Pretore” governava l’Isola servendosi di funzionari imperiali e di certo il malgoverno, tra cui la fiscalità dell’amministrazione, fu la loro impronta. L’abbandono delle città favorì lo sviluppo di villaggi rurali dalle povere condizioni di vita e come abitazioni si utilizzarono le grotte naturali. Anche quelle delle necropoli preistoriche o sicule. Sul piano religioso il culto bizantino divenne preponderante, unitamente alla cultura greca, anche se la popolazione era stata ormai romanizzata Gregorio Magno (590-604), che viaggiò per la Sicilia, raccolse in comunità gli anacoreti e fondò 6 monasteri: il sesto secondo il Pirri tra Ragusa e Modica, in località Buscello.
  12. S. Belisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne), vol. I, Tipolitografia “Moderna”, Modica, 1988.
  13. R. Fronterrè Turrisi, Il Fortilitium di Spaccaforno, ed. Comune di Ispica, Tipolitografia Martorina, Ispica, 1972.
  14. R. Fronterrè Turrisio, La Chiesa di S. Maria della Cava di Ispica (già Spaccaforno), ed. Comune di Ispica, Tipografia Martorina, Ispica, 1978.

Le foto sono tratte dai siti: www.cavadispica.org e www.it.wikipedia.org.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.