L’uomo di fil di ferro, di Nunzio Brugaletta

Tratto dal racconto di fantascienza del precursore Ciro Khan, il nuovo libro a fumetti di Nunzio Brugaletta affronta, con efficacia e sensibilità, due dei temi più dibattuti sull’Intelligenza Artificiale: l’autocoscienza dei robot e il rapporto uomo-macchina. Il pensiero corre al famoso HAL 9000 del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrik, del 1968 e, ancora prima, al racconto Io, robot, di Earl e Otto Binder, del 1939 e al Ciclo dei robot di Isaac Asimov, del 1950. In effetti molti sono i contenuti che potrebbero rinviare a tali lavori statunitensi, se non ci fosse il piccolo dettaglio che L’uomo di fil di ferro fu pubblicato addirittura nel lontano 1932, in Italia, tanto da essere classificato (Wikipedia) come Protofantascienza italiana.

Al di là dell’alone di mistero che aleggia intorno all’autore del racconto, rimane la profondità delle riflessioni e la forza della storia narrata, nonché una straordinaria capacità di anticipare, sia pure a grandi linee, un futuro ancora lontano ma già inquietante. L’adattamento mirabile dell’artista Nunzio Brugaletta, riesce nella non facile impresa di rappresentare e trasmetterci ambienti fantastici e stati d’animo inusuali, specie se riferiti a “semplici” macchine. Il risultato finale è un’opera di grande impatto, sia grafico, sia emotivo. Addentrandoci nella lettura, mano a mano che scorrono le stupende tavole dell’Autore, veniamo trascinati nel vortice di una storia umanissima, che vede tra i protagonisti proprio la macchina, il robot Zeta Otto, potentissimo e al tempo stesso umanamente così fragile.

Pubblichiamo di seguito, su gentile concessione dell’Autore, alcune tavole tratte dal libro e l’introduzione integrale, scritta da M.R. Cultrera, che ci offre con chiarezza le coordinate culturali ed artistiche entro le quali collocare l’opera di Nunzio Brugaletta, potendone così apprezzare al meglio la lettura.

                                                                      Pippo Palazzolo

Ragusa, 18 giugno 2022

 

Introduzione – di M.R. Cultrera

Uomo-macchina: diade o dicotomia?

Nel complesso e variegato panorama culturale degli anni trenta, in dislocazione periferica, si manifesta a Palermo una inconsueta epifania, l’uomo di fil di ferro di Ciro Kahn, pseudonimo di Antonio Prestigiacomo. Le radici lontane, affondano, non come specifico humus culturale dell’autore (non possiamo presumerlo), nella rivoluzione industriale che aveva partorito con lo spettro dell’automazione l’incubo della macchina che fagocita l’uomo (Frankenstin, M.Shelley 1818). L’esito disastroso della vicenda causato dalla hibris dello scienziato (Victor Frankenstein) spintosi oltre le colonne d’Ercole della morale, si poneva come ammonimento ad ogni faustiano eccesso o tentazione.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.5

Negli stabilimenti Falqui fondati nel 1950 dal capostipite Guido per la produzione di automi in serie, eventi e personaggi, umani e non, si susseguono in aggrovigliate vicende al cui interno i rivoli non sempre sono definiti con lineare consequenzialità. Il tessuto narrativo si dirama in filoni tematici che compongono un puzzle intrigante e policromo: la storia delle dinastia Falqui, percorsa dal fil rouge sentimentale di Al e Viola e impreziosita dalla creazione del primo robot “inconsumabile”, Zeta Otto; lo scontro tra gli stabilimenti e la Somma Accademia d’Europa di E.I.Sedana, illuminato scienziato, timoroso degli esiti di una meccanizzazione sottratta al controllo della società civile; il colpo di stato di C.Mundus nel Gran Consiglio e l’inizio delle ostilità con gli uomini di ferro che conquistano pacificamente la metropoli convertendo gli attacchi iniziali degli abitanti nell’indiscussa acclamazione di Zeta Otto, osannato dalla folla.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.17

Nelle pagine conclusive il flusso narrativo sfocia in un epilogo denso di significati, che riannoda ogni filo della storytelling, anche quello affettivo di Al e Viola declinato sul registro ironico del “e il matrimonio tolse loro il gusto dei dispetti”.

Questo per quanto riguarda la historia rerum gestarum, ma se ci si prende la briga di spingersi oltre la superficie evenemenziale si coglie il leitmotiv basso e dolente, che accompagna il confronto costante uomo-macchina.

Zeta Otto, sullo sfondo delle rovine romane e dello skyline di una città all’orizzonte, proclama orgogliosamente di rappresentare l’ordinamento umano di essere custode dei valori della tradizione e della legalità, di non volere in alcun modo nuocere agli uomini, scegliendo di intrattenere con loro un rapporto di operosa collaborazione. Eppure … Eppure la tensione etica e l’amore per la pace e l’armonia che convertono in cosmo il caos minacciato dallo scontro non compensa l’impossibile equivalenza “inconsumabilità=vita”. Nessun avanzato tecnicismo si può mai convertire nella pulsante dimensione biologica della carne e del sangue. Tale urticante consapevolezze rappresenta lo spannung della narrazione.

Ma come rendere visivamente l’irriducibile alterità della macchina all’uomo? Ed ecco l’ingegnosa risposta di N.Brugaletta: la maschera.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.39

La maschera nasconde e inganna, copre ogni congerie di viti e assemblaggio meccanico, copre, ma rende chiara l’impossibilità della trasmutazione materica. Trasmutazione, invece, dalla scrittura all’immagine che riesce perfettamente a N.Brugaletta, quando traduce la storytelling in segni asciutti sicuri, essenziali, come se i segmenti narrativi perdessero spessore fonico per guadagnare in icasticità ed evidenza. Pennellate di colore ravvivano il monocromatismo delle pagine fino all’esaltazione naif dello splendore del sole che nei riquadri conclusivi diventa simbolo, al tramonto, di un progetto incompiuto, destinato a dissolversi nella catabasi al mare e al suo preludio di una nuova realtà che, nel verde coltivato, rigetta ogni idolatria tecnologica e i suoi santuari per riaffermare l’unicità dell’uomo, potente nella sua fragilità. Utopia? Forse, ma il termine significa in nessun luogo, non in nessun tempo.

M.R. Cultrera

L’Autore

Nunzio Brugaletta

Nato a Ragusa nel 1950, Nunzio Brugaletta si è laureato in Matematica presso l’Università di Catania. Dopo aver superato il concorso a cattedra ha insegnato Informatica presso l’Istituto Tecnico Commerciale F.Besta di Ragusa dedicandosi anche alla produzione di materiali didattici. Appassionato da sempre di arti grafiche e da tutto ciò che ruota attorno ad esse (fumetti principalmente ma anche grafica in tutte le sue declinazioni,
arti pittoriche), al pensionamento si è dedicato alla ripresa di una antica passione, coltivata da giovane ma in stand-by durante l’attività lavorativa: il disegno di fumetti. Fondamentalmente si occupa di adattare a fumetti testi letterari e ha pubblicato adattamenti da Kafka, Pirandello, Dostoievskji, Gogol…

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Contatti: brugaletta.nunzio@gmail.com