Il miele degli Iblei – di Federico Guastella

Si chiamano “Iblei” i monti che si estendono nella zona sud-orientale della Sicilia, degradando sino al mare. L’aspetto è unico. I continui movimenti orogenetici provocarono la formazione delle suggestive e selvagge “cave”: una sorta di canyon che in ogni senso solcano il tavolato ragusano. Il carrubo, assieme a qualche bagolaro, al fico selvatico e al gelso, è l’emblema floristico più ricorrente. Lo rappresentano in modo magistrale i dipinti di Piero Guccione; nell’immaginario collettivo viene spesso associato alla ragnatela dei muretti a secco che, per favorire le rotazioni agrarie, separano i campi gli uni dagli altri. 

Gli Iblei, copiosi di timo e altre piante spontanee, sono pur sempre un richiamo per le api1. Non era sfuggita la loro importanza a Filippo Garofalo che nella seconda metà dell’Ottocento scriveva:

Ape succhia il nettare dal fiore d’agrume

“La coltivazione dei cereali è sì estesa che ha fatto disboscare tutte le terre anche le più aride e sabbiose, le balze più ripide, e manca il timo, il rosmarino, e la copia di altre erbe odorifere la cui abbondanza in queste terre dava prova dell’Ibla in Ragusa (…). L’aere tiepido della nostra marina favoreggia la nutrizione delle api, ed i nostri maggiori vedevano nelle nicchie sepolcrali esistenti in molte rupi volte a mezzogiorno delle nostre valli, dei naturali alveari, dai quali scorreva profluvio di miele (…), e tutta questa visione poetica altro non era che sciami di api avventuriere nidificanti a caso in quelle cellette. Tuttora però non mancano sciami errabondi, non mancano le api stazionarie, e se si avesse cura di non far mancare artificialmente i fiori come il timo e il rosmarino ed altre erbe, si vedrebbe al primiero stato l’abbondanza del miele e della cera”. 

Venere consola Cupido punto da un’ape – Benjamin West

In un tempo lontano vi soggiornarono dunque in abbondanza, producendo un soavissimo miele di cui parlarono Virgilio2, Seneca3, Marziale4, Plinio5, ed altri tra cui Ovidio6. Non a caso Virgilio, che ben conosceva la pratica apistica sviluppata al suo tempo, nel IV libro delle Georgiche racconta la leggenda del pastore Aristeo: il mitico eroe libico, figlio di Apollo e di Cirene che aveva appreso dalle ninfe l’arte di allevare le api.

Antica l’arte del melaio, esperto maestro che padroneggiava strumenti e praticava l’apicoltura, avendo ereditato di generazione in generazione conoscenze legate alla terra e alle erbe. Ancora oggi, sia pure in modo alquanto ridotto, viene esercitata malgrado la paventata estinzione dei preziosi insetti. 

Miele dei Monti Iblei

Le arnie di ferùla7 (i “vasceddi”) con il loro calore accolgono le misteriose api, timorose del freddo. Nomadi i “milari”: trasportavano le loro arnie nei luoghi della fioritura primaverile e chiamavano con un nome specifico le diverse qualità di miele prodotto: “meli ri satra” (miele di timo), “meli ri çiuri” (miele di fiori), “meli ri carrua” (miele di carrubo). 

I melari di Chiaramonte Gulfi, pittoresco paese in provincia di Ragusa, dovettero essere in numero cospicuo al punto da avere i loro statuti come risulta dal testo di Corrado Melfi, Barone di San Giovanni, che si intitola “Capitoli della maestranza dei maestri fascellari d’api della città di Chiaramonte del 15 gennaio 1795” (Tip. “Lo Statuto”, Palermo, 1897). 

Dopo la pastorizia, era l’industria del miele a produrre un sufficiente sviluppo in un territorio dallo scarso sfruttamento agricolo: perciò, bisognava regolamentare l’attività al fine di dirimere possibili controversie. Furono gli stessi melari ad avvertire il bisogno di specifici regolamenti, si auto-organizzarono e presso un notaio ne fu dato il crisma della legalità con l’obbligo dell’osservanza. Due Consoli, eletti ogni quattro anni nella chiesa di San Giuseppe, erano addetti alla sorveglianza. Dieci i “capitoli” redatti con un linguaggio fluido e chiaro a testimonianza della sapienza di chi ha vissuto con le api. 

Tre api dorate nello stemma del Comune di Avola

Si potrebbe dire che dai melari affiora l’etica d’una civiltà fiorente da Ragusa a Siracusa, di cui vanno menzionati i paesi di Melilli8, Solarino, Noto, Avola, Sortino. 

Viene in mente l’avvincente brano in cui Vincenzo Consolo, iniziando da Pantalica il suo viaggio per la Sicilia, descrive l’incontro con il sacro depositario di una cultura tramontata e conservata dall’etnologo di Palazzolo Acreide Antonino Uccello9: “E come un re ci apparve il sapiente melaio di Sortino, Giuseppe Blancato, bianco di nome e bianco di capelli, assiso avanti all’uscio della casipola al centro del suo podere, in faccia alle grotticelle di Pantalica. <<Ho vissuto la mia vita con le api. L’ape e l’apicultura sono scienza in sé; conoscendolo bene, questo insetto, affascina. Nel mio ceppo familiare sono stati tutti apicultori, nonni bisnonni avi e bisavi>> ci disse. Ci portò poi a vedere le sue arnie di fèrula, accatastate sotto una tettoia, e ci offrì in una ciotola un pezzo di favo grondante miele. E disse ancora, guardando intorno per il suo podere: <<Qui ogni pietra è un ricordo per gli insegnamenti e la moralità che mi trasmise mio padre>>. Ci parve allora, Blancato, come uno degli ultimi interpreti di una cultura, di una civiltà pressoché tramontata, un sopravvissuto sacerdote di una religione quasi più da nessuno praticata, la religione della tradizione immutabile legata al mito della terra”10

Palazzo dei Mercenari – Modica (RG)

Lievi sensazioni, eventi e persone trascinati dal tempo nell’anonimato tornano a rivivere come d’incanto nel “Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni popolari ” S. A. Guastella”11, che si trova a Modica, ubicato al primo piano dell’ex convento dei Padri Mercedari: “Un’architettura del Settecento rimasta incompleta, elegante e sobria nel suo linguaggio tardo-barocco e rococò ad un tempo nel prospetto esteso lungo la collina di Monserrato”12.

Hanno valenze arcane i vari ambienti che fanno emergere i valori del territorio: sono risorsa e identità, espressione materica che viene da lontano. E qui il fruitore affonda le radici nella propria terra e in essa avvia e sviluppa la propria opera di rivisitazione. Spazi di vita potremmo definire i luoghi del percorso il cui  punto di partenza è dato dalla “Masseria” (massaría): un microcosmo semiologico connotato dalla presenza del carretto siciliano e dei muretti a secco (mura a siccu), dal baglio (bagghiu) e dalla casa contadina coi diversi vani: casa ri mannara (cucina rustica), casa ri stari (casa da abitare), stanza ro travagghiu (stanza per la tessitura), stadda (stalla). Chiara l’osmosi tra società contadina e paesana. E sono le botteghe artigiane, allestite ai lati del corridoio, a indicarne l’interdipendenza. Non poteva mancare quella del milaru (apicoltore). Scorrendo con lo sguardo, ecco l’affresco animato dagli attrezzi di lavoro e dalla materia prima per costruire il vascieddu ri ferra (arnia in ferula). C’è il “torchio a vite di legno” per la spremitura dei favi da cui si ottiene il biondo miele e ci sono le ghiarre di creta (giarre), in cui viene conservato per la fragrante cucina dei pasticcieri. Tutto qui sorprende fino al termine del ciclo di lavorazione che può dirsi compiuto quando si ottiene la cera per essere poi lavorata dai cirari. Sciami di api dunque nelle verdeggianti valli dei rocciosi Iblei, lievi ronzii propiziatori fra teneri germogli, fiori spontanei e papaveri rossi che fanno vivere il contatto generoso con la terra e l’aria. Non ci vorrà molta istruzione per ripensare alle tante famiglie che per secoli hanno fatto storia: quella della cultura materiale quale sintesi di esperienza e passione. Gesualdo Bufalino ha scritto: “Storia non è solo quella conservata negli annali del sangue e della forza; bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano in cui ciascuno di noi è stato educato. Storia è il gesto con cui si intride il pane nella madia o si falcia il grano; storia è un nomignolo fulmineo, un proverbio cattivante, l’inflessione d’una voce, la sagoma d’una tegola, il ritornello d’una canzone; tutto ciò, infine, che reca lo stemma del lavoro e della fantasia dell’uomo. Materia che deperisce prima d’ogni altra cosa e di cui nessuno, quasi, si cura di custodire i reperti”13. 

Un brano del Mastro-don Gesualdo dà indicazioni su un costume del tutto singolare: “La sala stessa era parata a lutto, qual era rimasta dopo la morte di don Diego, coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale, com’era l’uso nelle famiglie antiche”. L’evento luttuoso era coinciso nella stessa casa, quella dei Trao nobili decaduti, con la nascita di Isabellina: “nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto (…); poscia un urlo fece trasalire tutti quanti”. In seguito, il battesimo. 

Consolo ha commentato: “Ecco allora che il nero luttuoso dei drappi trascolora nel bianco della vesticciola battesimale, ecco che la morte è vinta dalla vita; e gli alveari, disposti torno torno nella sala come scanni – usanza arrivata nel cuore della Sicilia con gli Spagnoli – simboleggiano questo passaggio, questa metamorfosi, questa vittoria; simboleggiano con l’immagine della “ninfa” o “pupa” (…) la vita che dal buio della cella viene alla luce”.

 L’ape, specifica il raffinato scrittore siciliano nell’opera Di qua dal faro14, è “sapiente” e “generosa”: “per noi raccoglie l’energia del mondo e la ridona in vischio saporoso e inebriante”.  ll suo miele, “cibo primigenio e incorrotto”, rigenera; è “la divina ambrosia”.

 

Federico Guastella

Ragusa, 20 aprile 2022

 

Note

  1. Per l’approfondimento: S. Burgaretta, Api e miele in Sicilia, Edizioni del museo etnoantropologico della valle del Belice, Gibellina, 1982.
  2. Da un lato la siepe sul vicino confino di sempre / delibata dalle api iblee nel fiore del salice, / spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno: Bucolica I, Milano 1978, vv. 53-55.
  3. Né tanti fiori fa nascere l’Ibla in piena / primavera, quando gli sciami s’intrecciano / fitti in alti grappoli: Edipo Re, atto III, vv. 93-94.
  4. Ibla fiorito si dipinge di vari colori, / quando in primavera è invaso dalle api: Epigrammi, libro II, vv. 1-2.
  5. E’ sempre l’ottimo miele quello / che le api producono dai calici / dei fiori migliori. Tale è … Ibla: Storia naturale, libro IX, cap. XIII
  6. Quante sono le lepri del monte Athos / e quante le api che vivono sull’Ibla: Arte d’amare, libro II, vv. 517-518.
  7. Pianta leggera e porosa, spontanea delle ombrellifere: ha il fusto alto fino a due metri circa, i fiori gialli ad ombrello ed è diffusa in luoghi incolti e nei dirupi. Raccolta a maggio, viene lasciata ad essiccare fino alla stagione invernale per essere manipolata e costruita.
  8. Sulla facciata del santuario di San Sebastiano si osserva il medaglione in pietra dove sono scolpite arnie e api. Sullo stemma di Melilli (“mel”) o Avola (“apicula”) compare l’ape. E ad Avola antica la produzione di miele era, al pari della canna da zucchero, una delle più redditizie attività del ‘600 -‘700. Nello stemma avolese la presenza di tre api è la testimonianza più evidente della diffusione dell’apicoltura.
  9. F. Guastella, Il territorio dei padri, “La provincia di Ragusa”, Anno VII, n. 6, dicembre 1992.
  10. V. Consolo (fotografie di G. Leone), La Sicilia passeggiata, Mimesis edizioni, Milano, 2021.
  11. G. Dormiente, Il museo ibleo delle arti e tradizioni popolari <<S. A. Guastella> (a cura di Gabriella D’Agostino e Janne Viback con l’introduzione di R. Galazzo e disegni di Duccio Belgiorno), S. T. ASS. s.r.l., Palermo, 1986
  12. P. Nifosì, Museo vivo, “La Provincia di Ragusa”, Anno III, n. 6, dicembre 1988.
  13. G. Bufalino, Museo d’ombre, Palermo, Sellerio, 1982.
  14. V. Consolo, Di qua dal Faro, Mondadori, Milano, 1999.

 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Giù la maschera! Il processo di disidentificazione nella Psicosintesi – di Pippo Palazzolo

La psicosintesi di Roberto Assagioli, una delle correnti più interessanti della psicologia moderna, ci può aiutare a spogliarci da ruoli stereotipati e spesso superati dalle nostre stesse esperienze. In questo articolo, presentiamo una semplice introduzione ad alcuni dei principi basilari di tale teoria.

Ogni mattina, quasi senza accorgercene, indossiamo la nostra “maschera” e usciamo. Abitudini, lavoro quotidiano, ruoli da svolgere, aspettative degli altri, autoconvinzioni, ci portano gradualmente a consolidare, sul nucleo centrale del nostro Io cosciente, un aggregato psichico, che per comodità possiamo chiamare “Ego”, che ragiona e pensa a se stesso pensante, un centro di consapevolezza.

Ma noi, come ci percepiamo? Dipende da come si è sviluppata la nostra consapevolezza, da quanto si è allargata la sfera del nostro “Io” conscio rispetto all’inconscio che lo avvolge. Può essere utile aver presente lo schema della nostra psiche, ideato da Roberto Assagioli.

L’ovoide della psiche, secondo Roberto Assagioli

Possiamo raffigurare la nostra psiche come un ovoide, al cui centro luminoso si trova la sfera della coscienza. Nella parte bassa c’è il sub-conscio, sede delle funzioni più elementari della psiche: rimozioni, istinti, impulsi. Nella parte alta troviamo l’inconscio superiore, sede delle funzioni più elevate: l’intuito, il pensiero, l’immaginazione. Ogni “Io”, o “Sé”, è collegato con un “Sé” superiore, la parte spirituale che si incarna in un corpo, ma che rimane legato al “Sé transpersonale” (o “Logos”, “Tutto”, “Assoluto”, o comunque si voglia definire l’entità trascendente  che tutto muove e permea).

Ma torniamo al nostro “Io”, così piccolo ma così esigente, a volte arrogante! E’ il nostro strumento, ciò che ci permette di conoscere, sperimentare la vita e relazionarci con l’esterno. Come tutti gli strumenti, di per sé è neutrale, ma può essere un aiuto o un ostacolo alla nostra crescita. Nel corso della crescita, la nostra personalità si forma, si evolve, si modifica, a seconda delle circostanze familiare, delle esperienze, della cultura acquisita.

In ogni stadio della nostra vita, noi adottiamo delle strategie di “sopravvivenza” che, specie da bambini, sono per lo più inconsce. Pensiamo ai bambini “seduttivi”, che ottengono tutto con la dolcezza e, all’opposto, ai bambini “terribili”, che ottengono lo stesso tutto, ma perché strillano e rompono. E, più avanti, lo studente “modello” e il “bullo”, la ragazza “che ci sta” e la “virtuosa”, il “buon padre di famiglia” e lo “scioperato” antisociale, e così via.

Quei comportamenti che noi abbiamo adottato in determinate circostanze, e che allora ci servivano, con il tempo diventano abitudini, riflessi condizionati, abiti  che ci sembrano una seconda pelle. Per questo motivo, noi accumuliamo un certo numero di modelli o maschere comportamentali, che nella psicosintesi vengono chiamate  “sub-personalità”.

E’ come se, all’interno della nostra psiche, ci fosse un piccolo teatro con tanti attori con ruoli diversi. Uno di loro sarà il primo attore, la nostra “maschera” consapevole, l’identità che accettiamo, le altre saranno in secondo piano, ma pur sempre vive e desiderose di attirare l’attenzione. Fino a quando non le “scioglieremo”, riconoscendole e superandole in una “sintesi” più alta, le sub-personalità toglieranno energia ai nostri programmi consapevoli: dobbiamo dare spazio a tutti, perché diversamente nel nostro inconscio una parte (o più) di noi cercherà di andare per conto suo, anche in contrasto con i nostri progetti.

Il primo passo da fare, per liberare le nostre energie e uscire dalle spinte contraddittorie delle sub-personalità, è riconoscere le nostre sub-personalità, capire come si sono formate e se sono ormai superate. A quel punto, potremo cominciare a lavorare per trasformarle, attraverso un lavoro di integrazione, che porterà ad una “sintesi”, alla nascita di una personalità armoniosa e arricchita di nuove componenti.

Sciolte le sub-personalità, diventa importante riaggregare le energie psichiche così liberate in un “modello ideale”, ciò che noi siamo veramente, anche se forse lo abbiamo dimenticato!

Quando nasciamo, tutti noi abbiamo un progetto da realizzare, ma con il passare del tempo a volte lo dimentichiamo. Per fortuna è possibile recuperarlo, ci sono varie tecniche che ci possono riportare sulla “retta via”, quella di una piena realizzazione in questa vita… ma questo è un altro discorso!

Pippo Palazzolo

 

Roberto Assagioli (1888-1974)

Consigliamo a quanti volessero approfondire la conoscenza della Psicosintesi,  di visitare il sito ufficiale dell’Istituto di Psicosintesi, www.psicosintesi.it, che contiene ampie informazioni sia sulla vita di Roberto Assagioli che sulle sue teorie, nonché sulle numerose attività organizzate in tutta Italia.

Un Centro di Psicosintesi molto attivo, in Sicilia, è quello di Catania.

 

 

Il sussurro del mondo, di Richard Powers – recensione di Cosimo Alberto Russo

Sono rimasto molto coinvolto dalla lettura del romanzo “Il sussurro del mondo” di Richard Powers (titolo originale  “Overstory”, edizione italiana  La Nave di Teseo, 2019) e mi fa piacere condividere le mie impressioni.

Il romanzo  ha vinto il premio Pulitzer nel  duemila e diciannove. Si tratta di un’opera poderosa di stampo chiaramente ambientalista. 

L’autore divide il racconto in 4 parti concentrandosi sugli alberi, la loro struttura, il loro comportamento, la loro diffusione e importanza nell’ecosistema del pianeta. Le quattro suddivisioni assumono i nomi caratteristici della conformazione di un albero; in particolare, la prima viene chiamata radici, la seconda tronco, la terza chioma e la quarta semi.

Si può dire che ogni parte strutturale del libro abbia una sua  connotazione specifica. “Radici” ci presenta l’infanzia dei vari personaggi che saranno i protagonisti della trama del romanzo; conosciamo così l’inizio del rapporto di ciascuno di loro con gli alberi, in particolare con una o più specie di essi. Ogni storia si presenta come un grande affresco poetico che tocca nel profondo l’animo del lettore. Ad esempio quella di Patty-la-pianta: “Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo…Tutte le sue creature di ramoscelli sanno parlare, benché la maggior parte, come Patty, non ne senta il bisogno. Anche lei non ha aperto bocca fino all’età di tre anni…i genitori spaventati hanno cominciato a pensare che la figlia fosse una ritardata mentale.” E ancora: “Il fatto che il suo viso fosse inclinato e orsino non ha giovato. I bambini del vicinato scappavano via da lei…le persone fatte di ghiande sono più clementi”…”Suo padre è l’unico che capisce il suo mondo silvestre…”. Patty seguirà il padre nelle sue visite alle fattorie in qualità di consulente agrario e sarà così che “Patty-la-pianta” si interesserà alla botanica: “Sono una grandissima invenzione gli alberi. Talmente grande che l’evoluzione continua a idearla, ripetutamente”…”Ciechi davanti alle piante. E’ la maledizione di Adamo. Vediamo soltanto le cose che ci somigliano”; guidata da questa educazione così piena di amore e rispetto per il mondo “verde”, Patrizia  si laureerà  in botanica.

Ben nove altri indimenticabili personaggi prenderanno vita nelle descrizioni delle loro famiglie e dell’ambiente sociale e naturale in cui sono immerse, sempre con contenuti molto intensi e coinvolgenti. 

Per il lettore si rivela, a mio parere, un approccio stupefacente e travolgente, che, da solo, rende questo libro un’opera all’altezza dei grandi classici. Inoltre, in esso si trovano diversi riferimenti alla letteratura ed al pensiero ambientalista che denotano ulteriormente il pensiero dell’autore.

Tronco” affronta la giovinezza di ognuno di questi personaggi: gli studi, le strade intraprese, le difficoltà ed i successi. Seguendo sempre Patty-la pianta la scopriamo dottorata in botanica che, in contrapposizione alla visione scientifica standardizzata, scopre un aspetto incredibile della vita delle piante: queste comunicano fra loro ed interagiscono in seguito a tali comunicazioni. Scoperta troppo rivoluzionaria che, dopo la grande risonanza iniziale, la porterà alla disgrazia accademica.

Situazioni simili accadranno agli altri protagonisti, con crisi personali, lavorative o economiche che li spingeranno ad occuparsi della tutela delle foreste degli Stati Uniti.

In particolare li ritroveremo, almeno parte di loro, attivisti dei movimenti che lottano contro l’abbattimento delle sequoie nell’Ovest americano.

Forse la trama in questa sezione si dipana a volte in maniera un po’ prolissa, ma nell’insieme necessaria per presentarci uno dei messaggi chiave del romanzo: “Una foresta merita protezione a prescindere dal suo valore per gli esseri umani”.

Chioma” e “Semi” trattano, come prevedibile, la maturità e la fine delle vite dei nostri personaggi; i toni sono sia lirici che drammatici, come lo sono le esistenze degli esseri umani.

Fino al termine l’autore mantiene alto il messaggio che vuole trasmettere: “Politicamente, praticamente, emotivamente, intellettualmente: gli esseri umani sono tutto ciò che conta, la parola finale. Non si può arrestare la brama umana. Non si può nemmeno rallentarla. Soltanto mantenerla costante costa più di quanto la specie possa permettersi”. 

Cosimo Alberto Russo

Roma, 15 febbraio 2022

 

Richard Powers

Richard Powers è autore di dodici romanzi, ha ricevuto numerosi premi tra cui il premio Pulitzer (per il romanzo Il sussurro del mondo), il MacArthur Fellowship, il National Book Award, il Premio Gregor von Rezzori; vive ai piedi delle Great Smoky Mountains.
Per La nave di Teseo è in corso la nuova edizione delle sue opere, compreso il romanzo Canone del desiderio, per la prima volta pubblicato in Italia.

I vaccini: indietro tutta? di Silvia Giannella

Sul controverso tema delle vaccinazioni obbligatorie, abbiamo il piacere di pubblicare un approfondimento della prof.ssa Silvia Giannella.   (p.p.)

Leggo sul giornale  di oggi: Epidemia di morbillo in Madagascar: in sei mesi già più di 1200 morti; solo il 58% della popolazione è stato vaccinato (La Repubblica, 15 aprile 2019). Quando mi trovo di fronte a notizie di questo tipo, ormai sempre più frequenti, vengo assalita da una sensazione inquietante, un misto di stupore, disorientamento, angoscia. Ma forse la sensazione più sgradevole è il senso di impotenza di fronte al muro di quella che definirei “ignoranza scaramantica” da cui è stata contagiata una notevole massa di persone in tutto il mondo, paesi sviluppati e sottosviluppati.

Sono una donna anziana, laureata in biologia;  ho frequentato vari laboratori, in particolare di virologia dove ho preparato la mia tesi di laurea sperimentale e poi per quasi tutta la mia vita ho insegnato nei licei. L’insegnamento è stata una scelta felice che mi ha messo in contatto con molte persone con le quali ho stabilito rapporti di scambio e di confronto intenso, spesso problematico, ma sempre produttivo in termini di crescita e di apertura verso il pensiero degli altri. 

Spesso nell’insegnamento di  un nuovo argomento scientifico ci si trova di fronte alle cosiddette misconoscenze, cioè non è vero che gli alunni non sanno niente di quell’argomento ma ne sanno qualcosa che hanno assimilato passivamente dall’ambiente in cui sono cresciuti, dai genitori, dagli amici, insomma dalle persone con cui sono entrati in contatto nel corso della loro vita (per esempio: l’omeopatia fa sempre bene, la chimica ci avvelena,il glutine fa male a tutti). Naturalmente molto spesso queste conoscenze sono le più difficili da estirpare perché sono come degli assiomi che si sono consolidati loro malgrado. Il lavoro dell’insegnante consiste proprio nel portare testimonianze scientifiche, proponendo le letture giuste e insegnando agli studenti come si consultano le informazioni su internet (chi ha firmato quell’articolo, come si riconosce e si valuta una fonte scientifica garantita da una qualunque persona che esprime un suo pensiero senza fondamenti).

 E’ chiaro che il rapporto insegnante-alunno è molto particolare: si tratta di un adulto, l’insegnante, in cui si ripone fiducia e di adolescenti il cui ruolo è quello di apprendere, costruendo le proprie conoscenze, affidandosi alla competenza e ai consigli dell’insegnante. Se questo rapporto funziona è possibile stabilire una relazione di scambio in cui oltre ad apprendere, l’adolescente esprime anche i propri dubbi, le proprie incomprensioni, le proprie contestazioni.

Ma qual è la situazione al di fuori della scuola?

Negli ultimi anni in Italia si è verificata una specie di epidemia -è proprio il caso di usare questo termine!- per cui molti , troppi, genitori si sono convinti che i vaccini facciano male e quindi hanno deciso di non far vaccinare i figli.

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

  1. Minore è il numero di persone sottoposte a vaccinazione maggiore è il numero di virus circolanti
  2. I bambini appena nati non possono essere vaccinati e quindi è più probabile che entrino in contatto con la malattia virale che in questa fascia d’età può essere letale
  3. I bambini che non possono essere sottoposti a vaccinazione( bambini affetti da tumore o da malattie congenite che non consentono la vaccinazione) sono più esposti a contrarre le malattie virali che, anche in questi casi possono risultare letali

Nel secondo e terzo caso si dice che viene a mancare l’immunità di gregge. L’immunità di gregge si verifica quando si raggiunge un livello di copertura vaccinale per cui gli individui non vaccinati non contraggono la malattia perché circondati da un’alta percentuale (95%) di individui vaccinati.

Ma vediamo di dare una risposta ad ognuna delle tesi dei novax:

1° tesi: i vaccini causano l’autismo

Risposta: non è vero: la percentuale di bambini autistici è la stessa nei bambini vaccinati e non

2° tesi: i vaccini sono contaminati  e contengono metalli pesanti

Risposta: esami rigorosi ripetuti più volte hanno dimostrato che i vaccini sono puri e non contengono metalli pesanti

3° tesi: i vaccini vengono somministrati troppo presto, a bambini troppo piccoli

Risposta: sono proprio i bambini piccoli che corrono i maggiori pericoli se contraggono alcune  malattie. Comunque è il servizio sanitario nazionale che fornisce precise indicazioni su quando effettuare le varie vaccinazioni.

4° tesi: i vaccini sono troppi

Risposta:il sistema immunitario è costruito in modo da rispondere prontamente a più stimoli contemporanei senza subire danni

5° tesi: i vaccini danno gravi effetti collaterali

Risposta: gli effetti collaterali gravi sono rarissimi, un caso su molti milioni

 

Cosa sono e come agiscono i vaccini

Un vaccino viene preparato usando il virus o il batterio che causano una determinata malattia ma rendendoli innocui o uccidendoli; cioè il microrganismo non è in grado di provocare la malattia ma rimane capace di farsi riconoscere dal sistema immunitario e di stimolarlo a produrre le cosiddette cellule della memoria le quali saranno in grado di riconoscere il microrganismo per tutta la vita dell’individuo e di impedire che l’agente patogeno provochi la malattia. Attualmente alcuni vaccini vengono prodotti utilizzando le tecniche del DNA ricombinante le quali permettono di sintetizzare in laboratorio le proteine (antigeni) che caratterizzano il microrganismo e che risultano capaci di indurre il sistema immunitario a produrre anticorpi e cellule della memoria per difendersi dalla malattia. In questo modo è stato recentemente prodotto il vaccino contro l’epatite B, una delle più pericolose malattie del fegato.

Uno degli aspetti più interessanti  e tra i più temuti dalle persone che non hanno mai studiato il funzionamento del sistema immunitario, è la preoccupazione che la somministrazione contemporanea di più vaccini possa sottoporre il sistema immunitario a uno sforzo eccessivo che potrebbe provocare conseguenze pericolose nei bambini.

Si tratta di un vero e proprio pregiudizio in quanto il sistema immunitario ha un’enorme versatilità: è in grado di difenderci da mille attacchi contemporaneamente senza per questo “affaticarsi”. Esso però impiega circa 20 giorni per produrre le difese contro le malattie; anche quando entriamo in contatto con il microrganismo patogeno il sistema immunitario impiega lo stesso tempo ma intanto il microrganismo  attacca il nostro corpo determinando la malattia che, com’è noto, può risultate più o meno grave.

Sappiamo bene che i bambini appena nati e per i primi due o tre mesi dopo la nascita in genere non si ammalano perché sono protetti dagli anticorpi della madre; ma dopo i tre mesi cominciano ad ammalarsi perché entrano in contatto con tanti microrganismi. Il loro sistema immunitario lavora  per difenderli  garantendo così un futuro di adulti sani.

Silvia Giannella

25 aprile 2019

Tolleranza e Compassione, di Leopoldo Sentinelli

Nel corso della storia del genere umano su questo pianeta, c’è un elemento che è rimasto indenne ed intatto, che ha mantenuto la propria peculiarità, che non ha perso la sua essenza pur con le modifiche esteriori che hanno marcato il trascorrere del tempo, dell’era e del camminare dell’uomo.

Questo elemento è la volontà di sopraffare che si manifesta cruentemente e terrificantemente nelle guerre.

La parola “guerra” è sistematicamente accompagnata da altri sostantivi che tendono a qualificarla, a giustificarla, a spiegarla, a presentarla, e cioè “guerra di conquista”, “guerra di religione”, “guerra di sopravvivenza”,                    “guerra preventiva” ma poi sempre guerra è.

La guerra, qualunque essa sia, nasce da un elemento comune e ripetitivo, nasce dall’intolleranza, nasce dalla mancata accettazione di ciò che si ritiene diverso da noi.

La sensazione del diverso da noi si origina in un atteggiamento profondo che ci fa ricercare la differenza con l’altro; cercare la differenza ci spinge a confermare di essere migliore, o più giusto, o più forte, o più valente. Questo cercare la propria valenza rispetto agli altri ha dietro la spinta del timore di essere inferiore, di valere di meno, anche fosse solo per il motivo che l’altro esiste, vedendolo come una probabile minaccia.

Le guerre continuano ad esistere e non vedo una ricerca che tenga a risolvere il problema alle radici, cioè che estirpi dall’animo del singolo le origini psicotiche di questa metodologia di rapporto con il diverso da sé lasciando poi spazio ad altri, migliori, incruenti metodiche di risoluzione delle problematiche, in una via diretta verso una posizione interiore di maggiore comprensione ed accoglienza.

Occorre sottolineare che nell’ultimo secolo si sta facendo strada un diverso approccio al rapporto con l’altro e, passando dal macrocosmo dei rapporti tra Stati al microcosmo dei rapporti tra esseri umani, si nota con piacere che sempre più si parla di tolleranza.

Non siamo alla vetta ma certamente stiamo abbandonando il campo base.

Perché non basta tollerare!

Perché è il concetto stesso, la sua significanza etimologica, che lo pone in una fase intermedia: dal latino “tollere” e cioè “portare” è divenuto in italiano “sopportare”, tanto che tra i sinonimi dell’aggettivo “tollerante” oltre ad ” indulgente, aperto, condiscendente “, c’è anche “sofferente”.

Sofferenza dunque per lo sforzo che si sta compiendo e dolore del non poter essere liberamente, completamente, spontaneamente sé stessi, indipendentemente se il nostro sé ha un contenuto di idee, convinzioni, atteggiamenti eticamente, moralmente e spiritualmente giusti.

Se in termini sociologici la Tolleranza si basa sulla convinzione che la Intolleranza è la tendenza ad eliminare tutte le differenze che sono creatrici di violenza e sopraffazione, in senso filosofico poggia sull’accettazione di ciò che è diverso poiché facente parte di un tutto armonico pur se differenziato, in riferimento alle infinite possibilità dell’essere umano, tutte da considerare, accettare e rispettare.

Anche in campo politico vi è sempre stata ambivalenza tra tolleranza ed intolleranza ma è soprattutto dall’Illuminismo, con i vari Voltaire e Lessing, che avviene una radicale sterzata a favore della tolleranza sempre però come sopportazione del diverso. 

In campo religioso la tolleranza non era un concetto stabile ma variava a seconda dell’interlocutore; Tommaso D’Aquino diceva: “non possiamo tollerare coloro che sono cristiani e non vogliono più esserlo, perché questi hanno fatto una promessa”. E ciò comportò nei secoli a seguire stermini enormi (Catari, Albigesi, ecc. ). Di contro sempre Tommaso D’acquino accettava di tollerare ” le persone che non sono cristiani, che non possiamo pensare di convertire al cristianesimo, cioè musulmani, pagani o ebrei “.

Purtroppo è proprio nel campo religioso che almeno la tolleranza, se non qualcosa di più, dovrebbe essere una condizione sine qua non per la convivenza in un qualsiasi Stato che ormai oggi non è più omogeneo nei suoi componenti, cioè nei suoi cittadini.

Ecco quindi che i legami religiosi si incrociano con quelli sociali a formare un nuovo tessuto in cui trama e ordito siano, possano essere, tra loro armonizzati.

Sappiamo che se da una parte, lo Stato non può non essere tollerante poiché accetta ed accoglie stranieri che oggi giungono dai territori più lontani da noi, sia in senso geografico che interiore per usi, costumi e religioni, poi nei fatti ne ha paura, poiché si rende conto che accettare significa mettere in discussione sé stesso e le proprie regole.

Ad esempio in Italia è obbligatorio il casco per chi usa una moto ed in Italia vivono uomini di religione sikh, italiani e stranieri, che seguendo le proprie regole religiose si fanno crescere i capelli e li raccolgono entro ampi turbanti; come può un sikh indossare un casco? Basta forse metterlo in cima ad un turbante per soddisfare la legge? Oppure la legge deve essere cambiata per adattarla ai sikh?

Stiamo quindi vedendo che anche la tolleranza è un atteggiamento discutibile, una soluzione non finale, un’arma a doppio taglio a seconda di chi sia il tollerante e chi il tollerato.

Anche limitandosi a guardare indietro nel secolo da poco terminato, si trovano indicazioni importanti di menti e cuori elevati, da Steiner a Gandhi, da M. Luther King a Madre Teresa di Calcutta; da loro abbiamo ricevuto importanti eredità da realizzare sul piano sociale e materiale, da effettuarsi attraverso la facoltà di esprimere fino in fondo sé stessi, manifestando concretamente le proprie capacità senza ledere la libertà degli altri. 

I sentimenti, modulati dal chakra del cuore, devono insieme al pensiero ed alla volontà determinare l’azione seguente e congruente.

Occorre quindi “capire” per poter realizzare atti positivi per sé e gli altri, nel pieno rispetto fisico e spirituale del contesto cosmico con il quale l’essere umano è in imprescindibile relazione. Solo attraverso questa fusione tra sentimento e pensiero si può attuare la giusta tolleranza che diventa così atteggiamento naturale e spontaneo verso il diverso-da-sé che sta percorrendo un altro cammino.

In Oriente questo atteggiamento e questa fusione prendono il nome di Compassione, che ha una valenza diversa da quella descritta dal cattolicesimo come “aiutare il prossimo” inteso come l’altro che ho di fronte e separato da me; questo concetto non esiste nel buddhismo.

Nel buddhismo si considera che ogni essere umano nasca da un processo sovrumano, con una connotazione che sfugge alle menti più sottili, non è un mero processo biochimico.

Bene, questo punto di partenza, questa prima valutazione dell’essere umano ne sancisce la sua preziosità, senza misura materiale, poiché si riferisce a qualcosa che materiale non è.

La ragione della nostra vita materiale è al disopra della nostra coscienza.

La Verità Ultima è un fatto sovrumano, indescrivibile, inafferrabile, ineffabile, perché non possiamo coglierla con la nostra mente.

Ne dobbiamo però cogliere almeno il suo riflesso, cioè la sua validità in termini macrocosmici poiché solo l’involucro, il corpo, è un microcosmo.

Passaggio ulteriore è capire che se l’essenza di ogni essere umano è la stessa pur in un contenitore diverso, non può esistere un lui diverso da me.

Se prepariamo un infuso di thè e lo versiamo in dieci tazze diverse tra loro per materiale, forma e colore non potremo dire di bere dieci diversi thè, ma se ci soffermiamo alla semplice vista diremo che sono dieci diverse bevande.

Stiamo arrivando a poter dire che tra due individui la diversità è solo il contenitore, mentre la soggettività in senso elevato è una.

Che poi le dieci tazze non possono essere impilate tutte insieme per la diversità delle forme ma andranno riposte in modi differenti, ci porta a dire che vanno rispettate le diversità tra gli individui sia per le loro peculiarità sia per la soggettività unica che li unisce. Noi possiamo anche ora capire e seguire il filo che ci eleva al disopra delle dispute, ma domani? Tra un mese? Tra dieci anni?

Quando riusciremo ad operare il cambiamento interiore, necessario a percepire l’altro, il diverso da sé come invece un altro me stesso?

Il cambiamento si ottiene tramite un profondo desiderio di miglioramento e con una altrettanto profonda sincerità. È un processo interiore di cui pochi sono capaci; coloro che sono integri, coloro che non sono dipendenti, emotivamente ed affettivamente da altri, coloro che non si sentono minacciati da realtà che sembrano esterne a loro stessi.

Questo processo di cambiamento può partire solo dall’individuo; se tutti accettassero la diversità come insegnamento potenziale, come occasione di crescita, come presupposto di ampliamento interiore, ogni diversità eventualmente percepita verrebbe vissuta con gioia, accolta con entusiasmo.

Se fossimo su questa via ci staremmo incamminando verso l’Amore, lasciandoci alle spalle l’odio; un’enorme passo avanti nella eterna lotta tra il bene e il male che quotidianamente si svolge nell’animo di ciascuno.

Il cammino è lungo ed impervio ma abbiamo le indicazioni delle varie tappe intermedie.

Sappiamo che è necessario dissolvere le tre Radici, la rabbia, l’attaccamento e l’ignoranza, che ci condizionano in ogni atto e pensiero, che ci fanno ritenere che la felicità e la liberazione dalla sofferenza possano essere comprate.

“In fin dei conti” insegna il Dalai Lama “gli esseri umani sono tutti eguali, fatti di carne, ossa e sangue. Tutti desideriamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza. Inoltre abbiamo tutti diritto ad essere felici. In altre parole è essenziale riconoscere l’uguaglianza degli esseri umani”.

Leopoldo Sentinelli

Gennaio 2019

Quale acqua berrò oggi? di Cosimo Alberto Russo

    Che l’acqua sia alla base della vita lo sappiamo tutti, ed anche che è il principale costituente del nostro organismo  (circa il 60% in peso); quindi siamo a conoscenza che è necessario assumere la quantità d’acqua sufficiente a mantenere l’equilibrio idrico del nostro corpo (bilancio idrico: acqua introdotta pari a quella eliminata). Bene, e allora che ne parlo a fare? Perché sempre più mi sembra che si siano cristallizzate “leggende” poco realiste (se no non sarebbero leggende…) e forse nate non del tutto casualmente.

    La prima idea oggi imperante è che più acqua si beve meglio è per la nostra salute; per cui si sente dire che si dovrebbero assumere due – tre litri di acqua al giorno. In realtà è vero che per mantenere il bilancio idrico costante occorrono 2-2,5 litri di acqua al giorno, ma complessivi! In una dieta regolare (né di tipo carneo, né vegetariano…) 1 litro d’acqua circa proviene dagli alimenti e 300 ml dalle reazioni metaboliche, quindi è sufficiente bere 1,2 litri di acqua e/o bevande che la contengano al giorno…

    Ma bere di più fa male? Dipende, come sempre, dalle quantità…3 litri al giorno, beh, non esageriamo.

    Seconda idea diffusa: l’acqua del rubinetto fa male! Qui è il caso di approfondire; la legge prevede che le acque potabili (quelle di acquedotto, cioè del rubinetto) non contengano sostanze nocive alla salute umana (dato che ad ogni specie vivente interessano solo i propri simili…), si dovrebbe quindi pensare che se l’acqua esce dal rubinetto dell’acqua diretta sia “buona”.

    Purtroppo le cose non stanno sempre così; bisogna tener conto dei componenti complessivi dell’acqua, che non è mai pura ma una soluzione diluita di parecchi ioni. Alcuni di questi tanto bene non fanno, ma la legge li tollera; il principale imputato di possibili fastidi per la nostra salute è lo ione nitrato; sarebbe bene che tale ione fosse presente in quantità inferiore a 5 mg/L (milligrammi in un litro).

    L’acqua del vostro paese quanta ne contiene? La ASL sarebbe tenuta a dirvelo, se glielo chiedete…

    Ma c’è un altro intruso che dà fastidio: il cloro; è obbligatorio aggiungerlo negli acquedotti per eliminare ogni traccia di possibili microrganismi (l’acqua potabile deve essere batteriologicamente pura). Il cloro viene usato per la potabilizzazione in quantità superiore al necessario (per essere sicuri degli effetti), la quantità che rimane si combina con le sostanze organiche formando i trialometani (per esempio il cloroformio) di odore sgradevole e tossici.

    Ma qual è la situazione del nostro acquedotto? Se l’acqua del rubinetto non “puzza” è bene informarsi presso il comune, se ha cattivo odore…non beviamola.

    Ricapitolando, se il contenuto in nitrati è basso informiamoci sui metodi di potabilizzazione del nostro comune e sulla presenza di residui organici clorurati.

    Molte aziende per la gestione dell’acqua usano ormai metodi più che sicuri. Solo in caso di risposte negative utilizziamo acqua minerale.

    E qui vengono le dolenti note: a parte il costo non indifferente, quale acqua scegliamo?

    Le acque minerali si dividono in:

    -minimamente mineralizzate (residuo fisso inferiore a 50 mg/L)

    -oligominerali (residuo inferiore a 500 mg/L)

    -ricche di sali minerali (superiore a 1500 mg/L)

    Evidentemente la scelta dipenderà dalle nostre esigenze; bisognerà vedere se abbiamo necessità di effetti diuretici, se abbiamo qualche disturbo (pressione alta, per esempio) o necessità particolari (aumentato fabbisogno di calcio…).

    Insomma ciò che conta è il contenuto in sali minerali; questi sono molto importanti per le varie funzioni che esplicano nel nostro organismo, occorre quindi tenerne conto nelle nostre scelte. Una alimentazione variata garantisce l’apporto di tutti i minerali, particolare attenzione va però prestata al calcio, al ferro ed al fosforo; i primi due spesso deficitari ed il terzo perché deve essere in un certo rapporto con il calcio.

    Purtroppo il calcio spesso risulta insufficiente e tale rapporto si sbilancia con effetti negativi sulla composizione delle sostanze inorganiche delle ossa (costituite per l’85% da fosfato di calcio).

    Altro rapporto importante è quello tra sodio e potassio (nelle diete vegetariane aumentando l’apporto di potassio occorrerebbe aumentare l’assunzione di sodio…).

    Insomma la scelta dell’acqua da bere implica vari fattori, che dipendono dal nostro stato fisico. Ne consegue che la moda di bere acque oligominerali o minimamente mineralizzate è, appunto, una moda (terza idea non sempre fondata).

    Per esempio, considerando che 7-800 mg di calcio al giorno sono il quantitativo necessario per mantenere il suo equilibrio nel corpo di un adulto, si può pensare che l’acqua non dovrebbe esserne priva o quasi, no?

    Rimane comunque il fatto che il calcio si assume quasi intermente tramite il latte ed i suoi derivati.

    Discorso un po’ diverso per il sodio, data l’usanza di salare i cibi che ne fornisce quantità più che sufficienti.

    Rimane un ultimo punto: quando bere? Risposta semplice, dovrebbe essere, quando si ha sete! Ma (quarta idea diffusa) si dice (ma chi?): lontano dai pasti. Se si beve a stomaco vuoto l’acqua viene escreta rapidamente, non così se si beve durante il pasto (aumentando quindi il suo assorbimento). L’acqua passa comunque subito nell’intestino, l’acqua calda sembra favorire l’attività gastrica. Il fatto che l’acqua passi subito nell’intestino la rende un pericoloso veicolo di infezioni; attenzione quindi…

Cosimo Alberto Russo

giugno 2011

 

Fonti bibliografiche:

– R. Calcolini, Scienza dell’alimentazione, Signorelli editore, 1984

 P. Cappelli-V. Vannucchi, Chimica degli alimenti, Zanichelli, 1990

 E. Piccari, Che minerali ci sono nell’acqua minerale?, Unione Consumatori

 

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L’imbroglio ecologico

di Cosimo Alberto Russo

 

Dario Paccino, in una foto del 1985 tratta da: http://scaloni.it/popinga

“L’imbroglio ecologico” era il titolo di un saggio pubblicato da Dario Paccino nel 1972; Dario Paccino era innanzitutto un grande uomo di cultura, giornalista professionista dal 1940, autore di numerosi saggi, che aveva colto in pieno le ripercussioni delle nascenti teorie ecologiste sul modello sociale, ma ancor più aveva visto come queste teorie venissero svuotate ed adattate a vantaggio del sistema esistente. All’epoca il suo saggio segnò ulteriormente la distanza tra ecologismo e marxismo, sottolineando in realtà una contrapposizione tra ideologie con presupposti culturali decisamente diversi: da un lato l’ecocentrismo, dall’altro l’antropocentrismo.

Oggi che le ideologie hanno perso quota e si ha un approccio ai problemi forse più legato al “buon senso” (nei casi migliori) o all’utilitarismo strumentale senza remore (nella maggior parte delle situazioni), si può ripensare ai temi dell’ambiente e dell’ecologia in termini più oggettivi (se si utilizza il buon senso…).

Il tema dell’ambiente entra prepotentemente nelle agende politico – socio – economiche di tutti i governi, nonostante si tenti continuamente di nasconderlo ed accantonarlo sperando che tocchi alle generazioni future occuparsene; lo stesso tema è anche molto lontano dal pensiero e dalle esigenze delle popolazioni “benestanti”, sia perché non ha ancora colpito il loro benessere, sia perché una continua e profonda azione di convincimento culturale le ha portate ad un progressivo rapido allontanamento dai valori legati all’ambiente (esempio, il mare: non è più importante che sia pulito, silenzioso, “spirituale”; ciò che conta è che sia occasione di svago simile a quello cittadino, quindi affollato, “riempito” dalla musica, consumistico…al limite non importa più neanche che ci sia, il mare).

Appare evidente, quindi, che il tentativo del sistema socio economico è quello di svuotare di significato i problemi  legati al degrado ambientale ed anzi utilizzarli per il mantenimento stesso del sistema, convincendo la gente (che non aspetta altro…) che i problemi ci sono, ma si risolvono senza dover cambiare nulla del proprio stile di vita.

Poiché è più importante dare indicazioni ed esempi chiari e dettagliati, piuttosto che trattare argomenti generici, pur teoricamente necessari, verranno elencati pochi ed esemplificativi casi di “imbroglio ecologico”.

foto da http://www.grillonews.com/content/view/115/6

Il primo riguarda proprio il mare. Come vengono indicate le zone balneari (termine già “raccapricciante” – il mare è solo strumento di balneazione) cosiddette “pulite”? Con le Bandiere blu! Chiunque abbia mantenuto un minimo di consapevolezza, leggendo l’elenco delle bandiere blu non si sognerebbe mai di considerare quelle zone come le più attraenti dal punto di vista naturale. Ed infatti la “bandiera blu” non tiene conto dell’integrità naturale del luogo, ma di ben altri parametri (servizi fruibili – cioè possibilità di consumare facilmente, senza dover  “faticare”, la merce in questione, cioè il mare). Così troviamo la bandiera blu assegnata a Pozzallo…

Al di là dell’imbroglio ecologico, è ancor più grave l’inganno culturale, che ci spinge ad accettare e riconoscersi nel ruolo di semplici consumatori anche di ciò che merce non è, o non dovrebbe essere.

E che dire dei “pacchetti” di turismo ecologico, interpretato come una attività equa e responsabile, proposti sempre più spesso dalle agenzie di viaggio? In realtà si tratta solo di un escamotage per aiutare un settore (quello del turismo di massa) che calamita giustamente critiche sempre più pesanti dai settori meno legati all’economia turistica. L’aiuto allo sviluppo dei paesi visitati è un falso alibi: a parte che solo una minima quota del costo del viaggio va al paese ospitante, si contribuisce alla corruzione della cultura e del tessuto sociale delle popolazioni visitate; inoltre, anche gli ambienti naturali soggetti a “turismo” non possono non subire un progressivo degrado.

Andando a toccare argomenti più “pesanti” dal punto di vista del modello di sviluppo in auge, e quindi sempre più mistificati, parliamo del MITO del secolo XX: l’automobile. Qui la truffa non ha limiti, né di tempo né di quantità di raggirati. L’automobile è tra i principali responsabili delle catastrofi ambientali prossime annunciate e dell’aumento esponenziale delle malattie respiratorie nei centri urbani (soprattutto per i bambini). Questo suo potenziale tossico e negativo viene utilizzato costantemente per spingere i consumatori (noi tutti) ad aggiornare periodicamente il parco auto, in modo da permettere ad un’industria (altrimenti agonizzante) di rimanere florida. Perché comprare un’auto nuova? Visto che non è più sufficiente (dati i costi del prodotto da vendere) il battage pubblicitario, si ricorre alla coercizione: se non si ha l’ultimo modello non si circola nei giorni di chiusura al traffico, addirittura non si circola in certe aree e così via.

                                                                                               foto   da: http://www.ilblogdeimotori.com

Stesso discorso è stato fatto con l’introduzione delle marmitte catalitiche (ricordate? Ci dicevano che così si sarebbero risolti i problemi legati alla qualità dell’aria, e infatti sono aumentati notevolmente gli inquinanti cancerogeni (benzene, idrocarburi policiclici aromatici) però effettivamente il piombo non c’è più (solo che il piombo era sì velenoso, ma non cancerogeno). Insomma, euro 4 inquina meno di euro 3 e così via, nessuno dice che bruciare combustibili fossili inquina sempre e comunque, e quindi…

foto da http://altrenotizie.org/alt/images/news/nucle.jpg

Procediamo nella scalata ai temi più importanti per il sistema economico e arriviamo alla questione energetica e, tema attualissimo, alle centrali nucleari. Su questa tema la mistificazione ha raggiunto livelli ammirevoli (e aberranti): dopo anni di bombardamento mediatico sul riscaldamento globale, la dipendenza dal petrolio e l’innocuità delle nuove centrali nucleari si è arrivati alla stoccata finale: le centrali nucleari si devono fare! Non ci sono alternative. E una popolazione stanca, distratta e (diciamolo) in gran parte ignorante è pronta a comprare il prodotto; comprare è la parola giusta, dato che le centrali si costruiranno con i nostri soldi! Ma dov’è “l’imbroglio”? I problemi relativi allo smaltimento delle scorie radioattive sono sempre irrisolti, le centrali nucleari utilizzano uranio (che l’Italia non ha, quindi la dipendenza dal petrolio diviene dipendenza dall’uranio) e, soprattutto, 4-5 centrali nucleari produrrebbero (tra 15 anni, se va bene) non più del 10% del fabbisogno energetico italiano.

In compenso pagheremo vagonate di soldi ai soliti “amici degli amici” per progetti e (forse) realizzazioni. Forse, perché il sospetto che ciò che conti è pagare i progetti (il ponte sullo Stretto insegna) senza poi procedere con la realizzazione è molto forte. Con pari investimenti si potrebbero dotare gran parte delle abitazioni, fuori dai centri storici, di pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua; si avrebbe un risparmio superiore al citato 10% dei consumi previsti, non si creerebbero grossi problemi ambientali (e di ordine pubblico…) ma, questo è vero, le vagonate di soldi cambierebbero binari… ”                                   

 Ecologia”, foto di Danilo Prudêncio  Silva tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Ecologia.jp

Giungiamo infine alla summa di tutti gli “imbrogli ecologici”: lo sviluppo sostenibile. Tutti i movimenti ambientalisti, i partiti più o meno verdi e, oramai, persino i partiti di governo ripetono ai quattro venti che occorre attuare lo sviluppo sostenibile. Quale inganno! Sviluppo equivale, nel lessico politico e comune, a sviluppo economico; come si può pensare ad uno sviluppo ulteriore, che non avrebbe mai fine (pena lo spettro della recessione), utilizzando risorse finite? Senza contare i popoli che questo sviluppo lo hanno da poco iniziato o ancora lo devono iniziare. Le tecnologie sempre più sofisticate e meno inquinanti non attenuano i danni prodotti da un modello economico basato sul consumismo e sull’esaurimento progressivo delle risorse naturali. Lo sviluppo sostenibile è solo uno slogan
finalizzato a mantenere i profitti e ad evitare il cambiamento delle abitudini, per questo è esattamente ciò che la popolazione vuole sentire: si può continuare così, basta solo qualche piccolo aggiustamento di rotta(come dice Beppe Grillo: “verso la catastrofe con ottimismo”).

 

Amicizia e autostima

articolo di Pina Pittari sull’autostima e le relazioni di amicizia

Il tuo più grande amico o nemico? Te stesso!

di Pina Pittari

Questo articolo tratta dell’’autostima e dell’’essere amici di se stessi, anzi: il miglior amico.

Non è del tutto facile osservarsi, ma vale la pena fare uno sforzo e, per questo, t’’invito a prenderti alcuni minuti di riflessione e riconoscere il grado d’’intimità che hai nel rapporto con te stesso.

Forse alcune volte potrai identificarti come amicoin altri momenti e circostanze come conoscente e, perché no?, anche scoprire di avere agito nei tuoi confronti come nemico. Per facilitarti questa riflessione ti offro alcuni spunti.

Per me un amico è qualcuno che  ti dà la mano in un momento di difficoltà, una parola di sostegno quando ne hai bisogno; ti può anche dire in faccia quello che pensa di te o di quello che hai fatto per farti reagire; condivide con te momenti felici o di
divertimento. …Insomma, un amico è colui con il quale puoi condividere momenti brutti o felici, uno su cui puoi contare, a cui racconti i fatti tuoi e ascolti quelli suoi, lo sostieni e ti sostiene…c’’è intimità, ti vuole bene, ti accetta come sei.

Ti riconosci in un rapporto intimo di amicizia con te stesso? Con quale intensità e accettazione?

Un conoscente invece è qualcuno con cui condividi alcuni momenti della tua vita, ma senza intimità. Non conosci bene cosa sente, né come pensa veramente, le maschere sociali sono sul volto e si accomodano in rapporti cordiali ma superficiali, l’’accettazione è legata al rispetto delle norme sociali. In che grado tratti te stesso in questo modo? Rifletti un poco su quanto ti permetti di vederti senza maschere, di guardare le tue ombre e portarvi luce, di chiederti se pensi in un modo, senti in un altro e agisci in un altro ancora, totalmente diverso rispetto a come pensavi e/o sentivi.

Un “nemico” è quello che sa qualcosa di te, forse conosce solo le tue ombre e le utilizza per ferirti, non gli interessa conoscerti nella tua totalità, ti nega qualsiasi opportunità,  ti segnala come colpevole delle sue disgrazie, vuole distruggere qualsiasi
gioia che puoi avere, ti blocca la strada del successo o le tue iniziative, ti maltratta se può, ti alimenta i vizi… E’’ qualcuno che non ti vuole bene, non ti accetta, ti scoraggia, ti induce a fare cose che ti fanno male. 
Hai agito qualche volta in questo modo verso di te? In che grado?

La cosa che di più colpisce è che, senza renderci veramente conto, con molta frequenza ci comportiamo con noi stessi, alternativamente, come amici-conoscenti-nemici.

Osservare i tuoi rapporti interpersonali può fare chiarezza su questo tema, giacché cosi come stabiliamo rapporti al nostro interno, lo facciamo all’’esterno. Mi auguro che ne trovi di più simili ai primi due e, più raramente, al terzo tipo! Questo modo di osservare sarà utile poiché ti permetterà di individuare, come in uno specchio, quello che non riusciamo a vedere in noi stessi….

Pensa per un attimo alle persone con le quali condividi un “rapporto di amicizia” e guarda bene come gestisci i diversi tipi di rapporti. Fai un elenco di quelli che consideri amici, un altro dei conoscenti e per ultimo, i “non tanto amici”: con certe sfumature, il “nemico” lo vediamo sempre nelle incomprensioni di quelle persone che ci stanno attorno, sperimentando sentimenti dall’’AMORE all’’ODIO, passando nei rapporti con queste persone dal quasi-equilibrio allo squilibrio, per cercare di tornare al quasi-equilibrio.

Che tipo di rapporti interpersonali stabilisci? Quale è lo scambio in essi?

Quando non ci stimiamo, noi non ci accettiamo e siamo diffidenti verso noi stessi; facilmente possiamo stabilire all’esterno rapporti di dipendenza. Un indizio di ciò può essere la frequenza con la quale aspettiamo dagli altri l’’approvazione, la parola di sostegno, la telefonata di saluto e/o di compassione, la verifica di promesse fatte, mentre noi non siamo capaci di sostenerci o non è abbastanza quello che ci diamo.

Un altro indizio di poca stima di sé, è agire solo per avere l’’approvazione, senza renderci veramente conto se è quello che vogliamo fare e ci fa felici fare. Una persona con poca autostima è bisognosa di approvazione,  può permettere al suo ego persino di “vendersi l’’anima” solo per avere l’’approvazione, per ascoltare elogi e riconoscimenti esterni, agisce con la pretesa di essere diversa da come è, rimanendo così vuota: immagina un bicchiere senza fondo, puoi versare in esso qualsiasi quantità di liquido, ma rimarrà sempre vuoto.

Senza autostima, quando i complimenti esterni e l’’approvazione ci mancano, il senso di solitudine e di abbandono si appropriano di noi.

Sarai allora d’’accordo con me nel concludere che essere amico o nemico di se stesso dipende dalla nostra autostima. Essa è il “fondo del bicchiere”, anzi, molto di più che solo il fondo.

Per acquistare autostima ci vuole soprattutto conoscersi, accettarsi, essere se stessi. E se ci fosse qualcosa che non ci piace di noi? In quel caso allora: sostenersi, guarire, trasformare ciò che non ci piace di noi, essere auto compassionevoli (che è diverso da commiserarsi: compassione significa accompagnarsi con passione).

Una definizione di autostima è: fiducia e soddisfazione di se stessi”. Le domande che sorgono a questo punto sono: come conoscere te stesso? Come arrivare a sentirti fiducioso e soddisfatto di te stesso? Come sentirti realizzato? Come esprimere la propria personalità? 

Bob Mandel, nel suo libro “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada””1, ci dice: “…lei non è un luogo, una destinazione, lei è un forma di coscienza…””. Quando ho letto quest’’ultima frase, essa è rimasta come un’’eco nella mia mente invitandomi a riflettere, a capire cosa significa essere una forma di coscienza; le parole/pensieri che vi associo sono:
essere in contatto intimamente con me stessa, essere consapevole di chi sono, di cosa sento/penso/faccio e di come quello che sento/penso/faccio crea in me e in ciò con cui entro in rapporto; mi sono dettase sono una forma di coscienza, non posso fare altro se non essere me stessa, consapevole di me, responsabile dei mie atti nei riguardi miei e di tutto ciò che mi circonda!

Bob Mandel ci suggerisce un percorso verso l’’autostima in nove passi. Voglio qui offrirti una breve sintesi di questo percorso per tornare a se stessi, “a casa”. Quello che leggerai di seguito è una mia traduzione e rielaborazione libera di frasi prese dal libro al quale mi riferisco sopra1:

1. Accetta te stesso.

L’’autoaccettazione è alla base dell’’autostima. Smetti di dare giudizi, perdonati, dì no alle condotte compulsive, fai valere il tuo vero Sé al di sopra di qualsiasi falsa identità come: “sono un bugiardo”, “un falso”, “un incapace”, “sono colpevole”… Accettarsi significa rispettarsi ed essere compassionevole verso se stesso, soprattutto nei momenti in cui si osservano aspetti di sé che si vogliono cambiare.

2. Sii tollerante con gli altri

Quando ci accettiamo riusciamo ad essere più tolleranti con gli altri. Questa tolleranza inizia a casa e si estende anche agli sconosciuti. La diversità ci fa sentire minacciati, accettare la diversità negli altri ci permette di essere tolleranti, ci apre la strada al perdono, anche verso noi stessi. La tolleranza è cosa diversa dalla sottomissione e dall’’abuso, è accettare la diversità. Se ci sentiamo sfidati dalla diversità, possiamo affrontarla anche senza lotta, stabilendo le frontiere e non accettando le ingiustizie.

3. Recupera le parti di te che hai perduto

Si riferisce all’’utilità di seguire un tipo di percorso terapeutico che permetta di renderci conto e integrare le parti di noi che sono rimaste “a pezzi” nel tempo. Quanto possa durare questo percorso, difficilmente è stimabile, i tipi di terapie sono tanti, c’’è bisogno di trovare quella adatta per ognuno di noi e, nel momento in cui il benessere arriva, mettere fine al percorso di guarigione e decretare la salute.

4. Estendi agli altri il tuo sostegno

Condividere quello che si ha genera di più, lo aumenta. Se le persone con le quali condivido stanno meglio, il mio benessere aumenta. Sostenere non significa trasformarsi in uno schiavo della persona che
riceve il sostegno, non è sacrificarsi. Qui è importante capire che quello che facciamo come sostegno, non deve portare a presentare fatture”, si fa per il solo piacere di farlo, di condividere, per amore, perché dà pace. Il pericolo nel dare sostegno è adottare un atteggiamento non conveniente, come quello di “farsi carico”, controllare l’’altro, manipolarlo. Se non abbiamo autostima, possiamo cadere nell’’errore di sostenere cercando amore in cambio.

5. Crea un’’immagine positiva di te stesso.

Tu puoi solo controllare quello che pensi su di te e sugli altri, non puoi controllare quello che gli altri pensano di te ed è inutile preoccuparsi per questo. Per migliorare la nostra immagine possiamo utilizzare diverse tecniche e il potere del pensiero positivo, nelle sue più diverse forme: affermazioni, visualizzazioni, suggestione ipnotica. Tutto ciò può aiutarci nel creare una immagine positiva di noi, ma non basta, giacché è necessario sentire e agire conformemente, non
lasciarla nella mente come un’’illusione o una fantasia su se stessi.

6. Riconosci gli altri.

Riconoscere se stesso è la cosa più importante, riconoscere gli altri è un modo per appoggiarli. Criticare, specialmente alle spalle, è controproducente…quello che va, ritorna!

7. Trova il tuo luogo sacro.

Avere una vita spirituale, a prescindere dalla religione, ci permette di trovare un luogo sacro dentro di noi stessi, dove ci possiamo sentire avvolti nell’’amore universale.

8. Rispetta il luogo sacro degli altri.

C’’è la divinità in tutto ciò che vive, quando riconosciamo in noi la divinità è più facile riconoscere la divinità in tutti gli altri e in quello che ci circonda.

9. Scopri l’’allegria dell’’umiltà.

Senza umiltà corriamo il rischio di rimanere impantanati nell’egoismo spirituale. L’’umiltà si compone di diverse parti, tra le quali la gratitudine, il fare una vita di servizio con senso di pienezza e gratitudine per la vita, di sentirsi così innamorato della vita che si vuole condividere con il mondo. L’’umiltà non ha niente a che fare con un senso di superiorità o con l’’orgoglio della vana “spiritualità”. Helen Nielson ha detto: “l’umiltà è come la biancheria intima: è essenziale, ma è improprio e indecoroso mostrarla.”

Ricordati:

Accetta te stesso nel percorso del tuo viaggio

Sii tollerante con gli altri mentre fanno il loro percorso

Guarisci il danno fatto alla tua anima

Estendi il sostegno agli altri

Crea una immagine di te stesso positiva

Riconosci gli altri

Scopri il tuo luogo sacro

Rispetta il luogo sacro degli altri

Scopri l’’allegria dell’’umiltà.

Tempo fa ho iniziato questo viaggio verso la mia stima e oggigiorno il mio bilancio è positivo: sono la mia miglior amica e riesco a offrire di me stessa più di prima, con una maggior qualità nei miei rapporti.

Ti auguro un felice e dolce “ritorno a casa” e la crescita della tua amicizia con te stesso. Ti ringrazio per il momento che attraverso la lettura di questo articolo abbiamo passato insieme.

Pina Pittari

giugno 2005

Nota: 1. Bob Mandel, “Regreso a sí mismo. Autostima Interconectada”, Editorial Kier S.A., Buenos Aires, 2001 (titolo originale: “Return to Self”, Bob Mandel, 2000).

Per chi volesse approfondire il tema, segnaliamo il sito ufficiale di Bob Mandel e del Progetto Internazionale di Autostima:

www.bobmandel.com

La dott.ssa Pina Pittari, italo-venezuelana, è una Rebirther, formatasi con Maria Luisa Becerra, Carlos Fraga, Bob Mandel e Patrice Ellequain. E’ anche specializzata nell’utilizzo dei Fiori di Bach e in altre tecniche di sviluppo personale. Dal 2002 vive in Italia, a Ragusa. 

 

 

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Altri articoli di Pina Pittari in questo sito:
“L’abuso di sé nella ricerca dell’approvazione”, “Rebirthing, un modo per divenire consapevoli e ri-creare la vita”, “Quale aspetto della tua vita ha per te più importanza?”, “Avrei il mondo ai miei piedi, se solo fossi…” e “La respirazione, ovvia ma potente”.

Per consultazioni,
anche on-line, con la dott.ssa Pittari scrivere a
pinapittari@hotmail.com

Coltivare la terra in armonia con il cielo…

intervista al dott.Pippo La Terra, pioniere dell’agricoltura biodinamica a Ragusa,la teoria di Rudolf Steiner alla base della pratica dell’agricoltura biodinamica>

Coltivare la terra in armonia con il cielo…

di Pippo Palazzolo

Incontriamo il dott. Pippo La Terra, titolare delle aziende agricole “Le Lanterne” e “La Castellana”, per una di quelle coincidenze “non casuali” della vita, in un tranquillo pomeriggio d’autunno, a Marina di Ragusa. Scambio di saluti e…perché non far conoscere ai lettori di “Le Ali di Ermes” la sua esperienza? Così è nata questa intervista “informale” con uno dei pionieri dell’agricoltura biodinamica a Ragusa.

D. Dott. La Terra, cosa si intende per “agricoltura biodinamica”?

Dott. Pippo La Terra

E’ un tipo di agricoltura basata sui principi di Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, che ha lasciato importanti opere sia nel campo dell’agricoltura che della pedagogia (sono famose le “scuole steineriane”). Steiner, già nel 1923, denunciò la “nuova” agricoltura, basata sulla costrizione degli animali di allevamento, forzati a diventare carnivori e “cannibali”.

D. In cosa si differenzia l’agricoltura biodinamica da quella biologica?

In entrambe c’è sicuramente il rispetto per la natura e per i suoi ritmi. L’agricoltura biodinamica interviene solo per favorire una migliore qualità dei prodotti, con l’utilizzo di preparati biodinamici: da spruzzo (il “cornosilice”) e da concime (il “cornoletame”, trattato secondo il calendario astrale delle semine,  della svizzera Maria Thun. Il cosiddetto “cumulo” che si utilizza, è per il 50 % letame fresco e per l’altro 50 % paglia, che vengono mischiati; ha una dimensione di un metro e mezzo per due. Vi si aggiunge corteccia di quercia, camomilla, achillea, valeriana dinamizzata, equiseto e tarassaco.

D. Nell’agricoltura biodinamica, quindi, si tiene conto delle posizioni di tutti i pianeti e non solo delle fasi lunari, come avveniva nell’agricoltura tradizionale? 

Sì, la Luna viene considerata uno “specchio” dei pianeti.

D. Questa teoria mi fa venire in mente Madame Blavatski, per la quale la Luna aveva un ridotto valore, quasi solo…un buco! Ciò ha a che fare con le origini teosofiche di Steiner? 

Sì, Steiner è stato un teosofo; si è staccato dalla Blavatski solo per una diversa valutazione della figura di Gesù, che per lui è centrale. 

 

Rudolf Steiner

“Nel caso di animali totalmente erbivori come le mucche, il corpo dell’animale possiede particolari forze (…che i carnivori non hanno!) che gli consentono di trasformare i vegetali in carne. Ora, se si alimenta la mucca con mangimi di origine animale si ottiene una “resa migliore” in quanto il corpo dell’animale non è più costretto a fare sforzi per trasformare l’erba in carne! Ma sorge il pressante quesito: cosa fanno quelle forze particolari, che sono in grado di trasformare i vegetali in carne, ora che la mucca si ciba direttamente di carne? Queste forze continuano ad esistere e ad agire, producendo sostanze dannose per l’organismo. In particolare esse producono acido urico e cristalli di sali di urea che si depositano principalmente sul sistema nervoso e nel cervello della mucca che, come conseguenza di ciò, impazzisce.”

Da un discorso di Rudolf Steiner, Dornach (Basilea) 13.1.1923

D. Da quanto tempo opera nell’agricoltura biodinamica?

Dai primi anni ’90. Oltre alla mia, ci sono diverse aziende agricole biodinamiche, in provincia di Ragusa, come l’azienda “Arte/Orto”, dei f.lli Zisa, a S.Croce Camerina. La più grande è forse l'”Agrilatina” di Sabaudia (Latina), di ben 200 ettari. C’è da dire che un impulso a questo tipo di agricoltura è stato dato dalla Comunità Europea, poiché con il Regolamento CEE n.2092 del 1991 si contempla anche l’agricoltura biodinamica. Per l’agricoltura biologica, vengono previsti una serie di controlli che vanno dal metodo di coltivazione alle etichettature, rilasciate da appositi organismi nazionali pubblici. In più, per l’agricoltura biodinamica, c’è l’obbligo di sottoporsi a controllo da parte dell’Associazione “Demeter”, che impone l’applicazione dei preparati biodinamici.

D. Ma è conveniente, in termini economici, praticare l’agricoltura biodinamica?

Certamente. Basta fare un semplice calcolo: anche se i prodotti utilizzati hanno un costo iniziale di tre o quattro volte maggiore di quelli dell’agricoltura tradizionale, nell’arco di due o tre  anni un’azienda sarà in grado di continuare a produrre con il 40% circa di costi di produzione in meno, non dovendo ricorrere ai costosi (oltre che nocivi) prodotti chimici.

D. Cosa possiamo consigliare a chi volesse saperne di più? 

Ci sono degli ottimi libri su questa materia, da quello classico di Rudolf Steiner, “Impulsi scientifici e spirituali per lo sviluppo dell’agricoltura”, a quelli di Pfeiffer, “La fertilità della Terra”, di Merkenz, “L’’orto biologico” e di Alex Podoliski, “Lezioni di agricoltura biodinamica”.

Marina di Ragusa – tramonto

Il Sole è già sceso sul mare, siamo al tramonto. Non ci resta che congedarci dall’amico Pippo La Terra, ringraziandolo per la gentilezza con cui ci ha dato queste interessanti informazioni.

Forse, è ancora possibile un’agricoltura in cui la Terra continui ad essere in armonia con il Cielo…

Pippo Palazzolo

Per approfondimenti su questo tema, consigliamo anche l’ottimo sito Agricoltura Biodinamica.it

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International Yoga Day

Anche a Ragusa “International Yoga Day”
21 giugno 2015
con Pina Bizzarro (Federazione Italiana Yoga)

A Ragusa un piccolo esercito di Yoga si è unito al grande esercito che in India e in diverse parti del mondo ha celebrato la prima giornata internazionale dello Yoga voluta dall’Onu, seguendo un protocollo comune di asana, meditazione e mantra. Il primo Ministro Indiano Narendra Modi: “Addestrare la mente per una nuova era di pace”.
di Pina Bizzarro

Tradurre in parole, in concetti, un’esperienza interiore straordinaria è certamente limitante ma sono certa che la sensibilità dei lettori riuscirà a cogliere ciò che sta dietro e oltre le parole scritte.

Quando lo scorso dicembre tutti i mass media hanno riportato la notizia che l’ONU aveva proclamato la giornata internazionale dello Yoga ho subito pensato che anche a Ragusa si sarebbe dovuto organizzare un evento pubblico e i miei allievi hanno immediatamente mostrato un grande entusiasmo che ha dato sempre più energia alla mia idea. Ancora non sapevo del progetto mondiale comunitario ma sentivo che sarebbe stato un evento speciale e non un semplice incontro tra vecchi e nuovi praticanti di Yoga. Già a gennaio ho cercato di contattare qualcuno dell’Amministrazione comunale, con la certezza che la nuova e giovane Giunta del M5S  si sarebbe mostrata particolarmente sensibile a tale iniziativa. Incontrai il vicesindaco Massimo Iannucci (che è anche l’Assessore allo Sport) dicendo che una buona amministrazione locale non deve interessarsi solo alle buche nelle strade o ad altre necessarie attività materiali ma dovrebbe anche occuparsi del “Ben-essere” dei cittadini e che lo Yoga più di qualunque altra attività promuove questo benessere.  Presentai la domanda per iscritto come da protocollo e ripeto senza ancora sapere nulla del progetto comunitario del Ministero Indiano e degli orari chiesi il permesso di poter utilizzare uno spazio pubblico all’interno dei giardini di Villa Margherita (il cuore verde di Ragusa) proprio dalle 10,30 alle 12,30.

I mesi passarono in fretta e ancora a fine maggio non avevo avuto una risposta da parte del Comune ma la notizia che la Federazione si era fatta promotrice per creare questo collegamento con migliaia di persone in Italia e nel mondo mi ha dato la certezza che qualora il Comune di Ragusa non avesse rilasciato autorizzazione in qualche modo e in qualche luogo l’evento ci sarebbe stato.

L’autorizzazione n. 77 è arrivata l’8 giugno 2015 e ha riportato serenità nel procedere ai preparativi dell’evento (magliette da stampare, impianto di amplificazione, manifesti, ecc).  Grande collaborazione da parte di tanti allievi, anche da chi non vedevo da parecchio tempo…chi si è offerto di portare acqua per tutti, chi ad occuparsi di portare un block notes dove si poteva lasciare un messaggio o un contatto, ecc

La settimana precedente al 21 giugno abbiamo provato più volte la classe di Yoga con i miei allievi (anche con le Signore di Yoga in gravidanza, naturalmente con le opportune varianti!) e così ho sollevato tutti dall’ansia che la pratica non fosse così impegnativa e anche i principianti o appunto le gestanti potessero farla con alcuni necessari accorgimenti. Negli ultimi giorni mi sono arrivati tanti messaggi e telefonate da parte di persone che incuriosite dall’evento mi chiedevano di poter partecipare.

Una mia allieva che non è potuta venire a lezione nell’ultima settimana a causa di una forte febbre mi ha detto che il desiderio di esserci domenica 21 era così forte che le avrebbe fatto superare ogni malessere!

Sapevo che in Italia lo stesso programma sarebbe stato seguito in 80 città ma non sapevo ancora nel dettaglio i numeri che ci sarebbero stati in India e in altre parti del mondo….e quando il giorno dopo ho visto foto, articoli e filmati un brivido ha attraversato la mia anima.

Ho iniziato il nostro incontro dicendo “Ringrazio la vita perche oggi mi ha dimostrato che i sogni si realizzano e grazie a tutti voi per esserne i protagonisti”. Davanti a me sparsi nel verde di Villa Margherita c’erano circa 70 persone e quel cuore stampato nella maglietta della maggior parte dei partecipanti mi ricordava costantemente che io mi rivolgevo al loro cuore, che ogni parola sarebbe arrivata nel cuore di ognuno/a e questo mi consentiva di rimanere in uno stato di calma e di lucidità che si trasmetteva nella mia voce.

C’era anche un gruppetto di persone provenienti dall’America, le quali mi hanno riferito che nonostante non conoscessero l’italiano hanno sentito una grande calma arrivare nella loro mente già mentre leggevo la lettera di presentazione della Federazione e la prima parte teorica del protocollo comune.

Inoltre, grazie ad una mia allieva che ha tradotto in inglese le principali indicazioni per le posizioni, sono riuscite a seguire perfettamente la pratica. Nella parte finale arriva qualche gocciolina di pioggia e la nostra meditazione è durata poco più di 5 minuti, sentivo parecchie persone un po’ preoccupate (c’erano anche dei bambini che insieme alla loro mamma hanno partecipato eseguendo tutti gli asana!) e ho preferito non prolungarla oltre.  Ho fatto vibrare la campana tibetana e recitato lo “Shanti Path” e dopo il mio inchino per il ringraziamento ai presenti c’è stato un grande applauso partito spontaneamente.

…E abbiamo avuto anche una mascotte portafortuna: il mio cagnolino Shiva!

Il Vicesindaco Iannucci era presente, anche se non è intervenuto né ha partecipato alla pratica, ma il suo essere lì con noi è stata una testimonianza importante e alla fine abbiamo fatto insieme  a lui una bella foto di gruppo.

L’indomani ho avuto il piacere di leggere che l’evento è stato riportato da una rivista on line locale, “Ragusah24.it”
Se penso che quando iniziai ad insegnare davanti a me c’erano solo 4 persone e ora me ne ritrovo 70 che seguono con entusiasmo gli insegnamenti dello Yoga vuol dire che anche nella nostra Ragusa il messaggio originario proveniente dagli antichi  Maestri è sempre più apprezzato e capito  e questo mi ripaga dalle tante fatiche fatte per raggiungere questo obiettivo.

Un ringraziamento a tutti i miei insegnanti e un grazie speciale ad Eros Selvanizza e Antonietta  Rozzi che con il loro esempio mi hanno fatto crescere come persona e come insegnante.

Pina Bizzarro