Da Pantalica alle grotte dell’Addaura – di Federico Guastella

La necropoli di Pantalica – veduta notturna (foto di Pietro Columba, tratta da Wikipedia)

Il viaggio nelle culture mediterranee non può prescindere da un accenno all’architettura rupestre prima dei greci (quella dei Siculi, specificamente), partendo dalla necropoli di Pantalica1: dal lembo dell’estremo sud-est di Sicilia, dove l’oscurità abissale è strettamente legata alla luminosità del paesaggio. È qui che sembra percepirsi il ritmo di morte e rinascita, di termine e inizio nell’eterna circolarità del tempo.

Pantalica, le tombe – tratto da Wikipedia.org

Ferla, in provincia di Siracusa, è la cittadina più vicina a Pantalica su uno sperone montuoso. Il toponimo è bizantino e significa “Luogo delle grotte”: fortezza inespugnabile di profondi burroni a cinquecento metri sul livello del mare con ripide pareti rocciose e calcaree dove tra il XIII e l’VIII secolo a.C. vennero senza ordine incavate cinquemila tombe a grotticella, aventi forma e dimensioni diverse. Sono occhiaie che evocano le celle dell’alveare e in esse i morti venivano deposti come per un ritorno nel grembo materno. Malgrado gli abitanti dei villaggi posti nel fondo valle, avessero sacralmente sentito il legame con i morti, i pregreci del ramo indoeuropeo non avevano una vera e propria cognizione dell’aldilà alternativo a quello dei viventi. Per loro, il defunto, inumato in una tomba a grotticella artificiale era come se continuasse nella quotidianità con oggetti vari, umili e rozzi: dalle fuseruole alle fibule, dagli anelli alle catenelle, dalle lame agli spilli. Era il profondo, autentico rispetto che il vivente nutriva per la sua morte. La funzione principale del mito era il legame memoriale tra i vivi e i morti: una corda tesa tra la fatica dei giorni e la certezza della morte.

L’isola dei morti, di Arnold Böcklin (1827-1901), quinta versione. Dipinto tratto da Wikipedia.

Da allora ad oggi anche nella pittura si è perpetuata l’esigenza di una rappresentazione dell’evento da non esorcizzare: si potrebbe per esempio ricordare il dipinto L’isola dei morti di Arnold Böcklin, che trae ispirazione dalla trasmigrazione delle anime: raffigura infatti  un isolotto roccioso su una distesa di acqua scura e una piccola barca a remi, il cui conducente, Caronte, trasporta una figura vestita di bianco unitamente a una barca ornata di festoni.

Siamo nel simbolismo, di cui l’onirico e l’invisibile, l’originario e il mitico sono componenti essenziali. Al fondo dello sperone che domina la confluenza dei fiumi Anapo e Calcinara, l’ambiente, dall’impressionante visività d’una natura incontaminata, è impreziosito di colori e odori, di laghetti e gorgoglii d’acqua trasparente e fresca. Lo sguardo s’apre allo stupore nel contemplare la bellezza di un “canyon”. Tutto è magia a Pantalica, dove sembra che il tempo abbia arrestato il suo corso. Il silenzio è rotto soltanto dal volo degli uccelli. Nel componimento “L’Ànapo”, Quasimodo dice: “mansueti animali, / le pupille d’aria, / bevono in sogno”. E nella sinfonia della natura, popolata di ninfe, s’ode il gradevole ronzio delle api che, nutrite di timo, diedero, e continuano a produrre, quel miele tanto prezioso da essere ricordato da poeti quali Virgilio e Seneca, Silio Italico e Ovidio e Teocrito. Anche Vincenzo Consolo ne trasse ispirazione2. 

“Da Pantàlica vogliamo partire, dalla sua necropoli, dalle ripide pareti delle sue voragini traforate al pari d’un alveare da miriadi di celle, in cui pietose mani ponevano accovacciati, come dentro il grembo materno, i morti coi loro umili, primitivi oggetti (fuseruole, fibule, olle, spirali, anelli, dischi, lame, catenelle); vogliamo partire da questo luogo estremo e abissale, da questa soglia per cui si passa dalla scansione della storia all’oscurità del tempo, all’eterno circolare e immoto, dalle acque smemoranti dell’Ànapo, da questo Averno, da questo luogo di ombre trasvolate verso la notte. Poiché Pantàlica è sì un luogo di morte, ma è insieme luogo di resurrezione, di cominciamento: è luogo-simbolo di questa complessa e contrastante terra di Sicilia, della sua storia di ricorrente distruzione e di rinascita. E il simbolo è racchiuso nell’insetto d’oro, nell’ape che dà la cera e dà il miele, la luce e il nutrimento, nell’ape che va sciamando per quei luoghi…”3

Le comunità agricole e pastorali, radicate nel territorio, erano governate dal mitico re Hyblon o Iblone, sovrano siculo che concesse il permesso di fondare, intorno al 728, a. C., la colonia di Megara Hyblea. Visibili i resti delle fondamenta del palazzo. Paolo Orsi l’ha individuato come un “anákotron” che si richiama all’architettura micenea; per altri studiosi, e va citato l’archeologo Sardo, si deve piuttosto pensare al contatto con l’architettura minoica.

Megara Hyblea: i resti delle fondamenta del palazzo (“anákotron”).

Degna di nota l’interpretazione di Pietro Militello: “Il cosiddetto anaktoron di Pantalica, con la sua imponente struttura muraria, la sua pianta complessa con muri rettilinei, e la presenza di un ripostiglio di bronzi ha fatto pensare ad una vera e propria reggia, prova quindi di una struttura politica di tipo evoluto, che si sarebbe ispirata ai prototipi micenei4. Via via le tante grotte sepolcrali furono utilizzate come abitazioni per sfuggire la popolazione alle razzie arabe che nel IX secolo mettevano a ferro e a fuoco la Sicilia. Fu nel Medioevo e nel periodo bizantino che vi sorsero oratori rupestri, abbelliti da un’arte umile e povera: luoghi di culto destinati a ogni villaggio dell’ampia zona. Al totale abbandono di Pantalica dedica un bel capitolo Luigi Bernabò Brea in Pantalica – Ricerche intorno all’anáktron (Naples – Palazzolo Acreide 1990); egli conclude dicendo che la sua distruzione probabilmente è da porsi in relazione con l’espansione di Siracusa nel retroterra, mettendo in crisi l’assetto unitario del mondo siculo. Delle sue complesse vicende Pantalica conserva il fascino del paesaggio: rocce sforacchiate, verdeggianti qua e là, luminose, tortuosi sentieri lungo i torrentelli, e lei è una fata morgana: non scompare all’improvviso, accarezza e si lascia accarezzare regalando indelebili sensazioni. 

Furono le grotte riparo di uomini e animali quando l’incisione precedette l’uso della parola e divenne la prima scuola attraverso il vedere. Dall’immaginazione nacque il simbolo: la prima parola, forte e urgente, rappresentata per esprimere il profondo del sé legato alla vita quotidiana, agli usi, ai costumi, ai riti sacrificali. Un mito “sui generis” l’arte dell’incidere che appare stupefacente: intreccia i fili della vita e li feconda con le immagini, vivendole e abitandole. È l’inizio d’una fantastica facoltà mitopoietica manifestata con l’esercizio dei sensi fino a raggiungere la più alta forma di spiritualità che cantava il destino dei giorni. Il sentimento si immerge nella rappresentazione, lo sguardo mobilita energie mentre i segni si fanno magia e spettacolo, luce ed evento.

Incisione rupestre nelle Grotte dell’Addaura (Palermo) – foto Antonio Randazzo, tratta dal sito www.linformazione.eu

L’incisione rupestre è un altro modo di entrare nel mito, organizzando il “caos” col disegno innocente di animali e di uomini. Le idee si esteriorizzano in visioni e immagini collettive che fanno sfuggire all’oblio. Il disegno è mito e viceversa, la realtà è vista con gli occhi del sogno, dell’incanto, del numinoso. Per la prima volta il mito si tradusse in figura, illuminando i volti sia degli artisti che degli osservatori. Il che avvenne con fine sensibilità e con tecniche adeguate.

Incisioni nelle Grotte dell’Addaura (Palermo) – foto di Antonio Randazzo dal sito www.linformazione.eu

Fu così il simbolo a generare la prima redenzione, la prima forma di liberazione dalle catene esterne. Il segno, linguaggio simbolico, diede inizio alla capacità di comunicazione.

Le grotte dell’Addaura5, di Lescaux, di Tamira sono la vivace testimonianza di questa creatività, di una tensione di elevazione. Goethe, forse per le ammalianti visioni che offriva, definì Monte Pellegrino “il più bel promontorio del mondo”. Domina il golfo di Palermo e i suoi fianchi nascondono numerosi anfratti: uno di essi accoglie il santuario di Santa Rosalia, dea ctonia nel suo antro che richiama Kore o Persefone, vergine cara ai palermitani che nel 1624 arrestò una feroce epidemia di peste. Alcune cavità appartengono alla storia più lontana dell’uomo, avendole abitate già dal Neolitico e nel Mesolitico. I reperti rinvenuti sono conservati nel Museo archeologico della Città, capoluogo di Sicilia.

Le Grotte dell’Addaura (Palermo) – foto di Antonio Randazzo, dal sito www.linformazione.eu

Il complesso di tre grotte naturali sul fianco nordorientale si chiama “Addaura” (o “Daura”, nome del “tenimento” che potrebbe derivare da una corruzione del termine greco “laura” indicante una particolare tipologia di comunità di anacoreti; secondo altri deriverebbe dall’arabo Al-dawrah, che significa “la svolta”, “l’ansa”, o “il giro” con riferimento alla grande curva che il fianco costiero del monte compie in quel punto. In essa furono trovate  ossa e strumenti utilizzati per la caccia. In una delle tre grotte ciò che maggiormente attira è la presenza di uno straordinario complesso di incisioni che ornano le pareti: un caso unico nel panorama dell’arte preistorica. Sono graffiti, poche linee incise con precisione sul calcare, databili fra l’Epigravettiano finale e il Mesolitico. Fu dopo lo sbarco in Sicilia e l’arrivo a Palermo nel 1943 che gli Alleati, in cerca di un sito idoneo, avevano destinato le grotte a deposito di munizioni ed esplosivi. Lo scoppio fortuito dell’arsenale provocò nella grotta principale uno sgretolamento, portandoli casualmente alla luce.

Grotte dell’Addaura – Graffito rupestre (18.000 a.C. ca.) foto tratta dal sito www.artesvelata.it

Le scene raffigurano uomini danzanti e animali. Il movimento impresso ha qualcosa di moderno richiama alla mente la danza di Matisse. In mezzo ad una moltitudine di bovidi, di cavalli selvatici e di cervi, si notano figure umane mascherate e disposte in circolo; due di esse, centrali, sono con il capo coperto e con il corpo fortemente inarcato all’indietro. Le ipotesi degli studiosi sono contrastanti. Secondo alcuni si potrebbe trattare di acrobati colti nel momento in cui effettuano giochi di particolare abilità. Per altri fu descritta la scena di un rito sacrificale guidato da uno sciamano. Interpretazione, questa, resa probabile dalla presenza, intorno al collo e ai fianchi dei due personaggi, di corde che costringono il corpo ad un doloroso inarcamento. Non c’è dubbio che lo scenario rappresenta una prima forma di manifestazione estetica; gli studiosi sono concordi nel ritenere che il trattamento della figura umana, pur nell’ambito di una corrente stilistica presente nel bacino del Mediterraneo (in particolare a Levanzo – “Grotta del Genovese” – e nella provincia franco-cantabrica), si esprime in forma assolutamente nuova6. 

Federico Guastella

Ragusa, 18 novembre 2022

Note

  1. Atti del sesto Convegno internazionale di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania, Pantalica, Ispica, 7-12 settembre 1981), F. C. Damiano (a cura di), Congedo editore, Lecce 1986.
  2. V. Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano, 1988.
  3. V. Consolo (fotografie di G. Leone) La Sicilia passeggiata, Mimesis edizioni, Milano, 2021
  4. P. Militello, I Siculi fra tradizione storica ed archeologia, in L. Guzzardi (a cura di), Civiltà indigene e città greche nella regione iblea, Distretto scolastico 52 Ragusa – Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e alla P. I., C.D.B., Ragusa, 1996.
  5. S. Tusa, La Sicilia nella preistoria, Sellerio, Palermo, 1983.
  6. Ammirando questi esperti personaggi danzanti, il pensiero va alla grotta di Lascaux, situata nella regione della Dordogna, nella Francia centro-occidentale. Scoperta nel 1940, apparve subito come uno dei maggiori ritrovamenti artistici dell’età paleolitica (hanno un’età compresa tra i 15.000 e i 20.000 anni). Sulle pareti, e in particolare sul soffitto, sono rappresentati centinaia di animali, dai buoi ai cavalli, dai bisonti agli stambecchi. La tecnica di esecuzione è quella della pittura parietale preistorica, consistente nello stendere direttamente sulle pareti rocciose i colori. C’è  anche la grotta di Altamira a sorprendere (in spagnolo “Cueva de Altamira”): una caverna famosa per le pitture rupestri del Paleolitico superiore raffiguranti mammiferi selvatici e mani umane. Si trova nei pressi di Santillana del Mar in Cantabria, 30 chilometri ad ovest di Santander, nel nord della Spagna. Il Soffitto Multicolore è l’opera più appariscente e mostra un branco di bisonti in differenti posizioni, due cavalli, un grande cervo e probabilmente un cinghiale. Altre immagini raffigurano capre e impronte di mani. Ritengono gli studiosi che sono opere “collettive” completate nell’arco di migliaia di anni.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura(2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino(2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ uscita recentemente la sua monografia Sguardo su Sciascia (Bonanno, 2022). Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

e-mail: federico.guastella@tin.it 

 

Sapiens, di Y. N. Harari – recensione di Giuseppe Tumino

L’immagine rappresenta una pittura rupestre ritrovata nelle Grotte di Lascaux, in Francia, databile intorno a 15.000 a.C.

Pubblichiamo con piacere la recensione del prof. Giuseppe Tumino del libro “Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’Umanità”, di Yuval Noah Harari. Con la consueta chiarezza e capacità di sintesi, il prof. Tumino riassume i temi centrali del libro, che non mancherà di suscitare un dibattito che si preannuncia molto interessante. Saremo lieti di ospitare gli interventi sul nostro sito.              (p.p.)

Con colpevole ritardo, solo adesso ho finito di leggere il bel libro di Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’Umanità, edito da Bompiani nella nuova edizione riveduta del 2021, ma apparso in originale nel 2011 e in prima edizione italiana nel 2014.

   Si tratta di un’opera di una certa mole (più di 500 pagine), ma scritta con uno stile brillante, a tratti ironico, piacevole alla lettura.

   Affronta un tema enorme: la storia dell’uomo dalla sua comparsa sulla terra ad oggi e smonta – questo è l’aspetto più interessante del libro –  parecchi luoghi comuni sul tema del progresso storico.

   La storia ha avuto inizio circa 70.000 anni fa nell’Africa orientale quando l’Homo Sapiens ha soppiantato l’Homo di Neanderthal ed ha cominciato  a diffondersi in tutto il pianeta, fino a ritenersi l’unica specie umana esistente.

   Nacque allora quello che l’autore chiama rivoluzione cognitiva. Dopo l’acquisizione della posizione eretta e la scoperta del fuoco, già avvenute, l’homo sapiens, essendo un animale sociale che ha bisogno degli altri per la sopravvivenza, ha sviluppato il linguaggio e con esso la tecnologia e la capacità organizzativa. Il linguaggio serve per scambiare informazioni (e pettegolezzi), ma può parlare anche di cose che non esistono: i miti.

   Inizialmente i Sapiens erano cacciatori e raccoglitori. Gli spostamenti continui, la dieta diversificata, la profonda conoscenza del loro territorio li rendevano sani, agili e felici, senza effetti devastanti sulla natura.

Rivoluzione agricola. Villaggio nel Neolitico, ricostruzione tratta dal sito www.blendspace.com

   La cosiddetta rivoluzione agricola, avvenuta circa 10.000 anni fa, invece, si è rivelata “la più grande impostura della storia”. Essa accrebbe la quantità di cibo disponibile ma non produsse una dieta migliore né una vita più comoda che, anzi, diventò più faticosa e più rischiosa perché faceva affidamento solo su singoli prodotti.

   Così sono stati il frumento, il riso e la patata ad addomesticare l’uomo e non viceversa! Quindi la rivoluzione agricola ha mantenuto in vita più gente, ma in condizioni peggiori. Si è rivelata  una trappola da cui non si poteva più tornare indietro, e, con l’agricoltura, anche l’allevamento di mucche, pecore, maiali e polli ha creato “le creature più sventurate mai vissute” per le pratiche sempre più crudeli a cui sono state sottoposte.

Prima rivoluzione industriale

   Fu l’attività agricola alla base di sistemi politici e sociali che generarono governanti che sequestravano l’eccedenza di cibo, lasciando agli agricoltori solo il minimo indispensabile.

   Dopo la rivoluzione agricola, per organizzare sistemi di cooperazione di massa, si elaborarono  tecniche di scrittura, ordini immaginari e istinti artificiali: la cultura.

   Per governare in modo stabile un numero sempre più significativo di popoli, sorsero gli imperi. Ciò, con i commerci e il denaro, fu un fattore di riduzione delle diversità umane, anche se per mantenere un impero erano necessarie guerre, genocidi e deportazioni.

   Un altro elemento unificatore fu la religione per la sua capacità di legittimare l’ordine sociale. Le religioni politeiste avevano il vantaggio di non esigere la conversione, ma il monoteismo, più fanatico e incline al proselitismo, finì con l’imporsi screditando ogni altra religione.

   Quindi il denaro, l’impero e la religione furono i tre grandi fattori di universalizzazione e di unificazione dell’umanità.

   Un’altra svolta importante nella storia dell’umanità fu data dalla rivoluzione scientifica che creò l’alleanza tra scienza, imperi e capitalismo (sapere è potere).

   Il cap.16 affronta il tema del credo capitalista e sviscera la logica stessa del capitalismo, basato sul credito e sulla fiducia nel progresso futuro.

     Ma la vera esplosione dell’attività umana si ebbe con la rivoluzione industriale, preceduta da una seconda rivoluzione agricola.

Turbine di centrale idroelettrica (inizi ‘900)

   Oggi, per la prima volta nella storia, l’offerta dei beni ha sopravanzato di molto  la domanda, creando una nuova etica del consumi  Con essa si è verificato  il crollo della famiglia e della comunità generando uno stato di trasformazione permanente con cui dobbiamo fare i conti.

   Ma l’abbondanza accumulata non ci ha reso più felici. Oggi domina una mentalità liberale che esalta i sentimenti soggettivi, ma permangono sempre i limiti biologici,  anche se l’ingegneria biomedica ha fatto passi da gigante per liberarci da questi limiti.

   Che cosa diventerà l’homo sapiens? Non sappiamo dove stiamo andando. Siamo “dèi che si sono fatti da sé”, causando la distruzione degli animali e dell’ecosistema per il nostro godimento, senza essere mai soddisfatti.

   Tragica quindi la domanda con cui il libro si chiude: “può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?”.

La nuova Creazione?

                Giuseppe Tumino

Ragusa, 12 settembre 2022

 

Yuval Noah Harari

Yuval Noah Harari è uno storico israeliano, nato a Kiryat Ata nel 1976. Addottoratosi in Storia medievale e militare presso la Oxford University nel 2002, docente all’Università ebraica di Gerusalemme, ha concentrato i suoi studi sui processi macrostorici, analizzando le dinamiche evolutive delle specie viventi su basi etiche e raccordandole con le dimensioni globali della contemporaneità. Autore di numerose pubblicazioni sulla storia militare (Renaissance military memoirs: war, history and identity, 1450-1600, 2004; Special operations in the age of hivalry, 1100-1550, 2007; The ultimate experience: battlefield revelations and the making of modern war culture, 1450-2000, 2008), ha raggiunto notorietà mondiale con i saggi Sapiens. A brief history of humankind (2014; trad. it. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, 2016), Homo Deus. A brief history of tomorrow (2016; Homo Deus: breve storia del futuro, 2017), in cui individua come caratteri fondamentali dell’evoluzione umana la creatività e la fantasia, e la raccolta di saggi 21 lessons for the 21st Century (2018; trad. it. 2018).

(fonte: www.treccani.it)

L’Autore

Giuseppe Tumino

Nato a Ragusa nel 1952, si è laureato in Filosofia nel 1975 presso l’Università di Catania con il prof. Francesco Romano (tesi sui Sofisti) ed ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Filosofia presso l’Università di Pavia con il prof. Mario Vegetti (tesi su Aristotele). Dal 1988 al 2015 ha insegnato Storia e Filosofia presso il Liceo Classico Umberto I di Ragusa ed ha fatto parte della Commissione Storica Provinciale per il rinnovamento della didattica della storia contemporanea. Ha pubblicato vari saggi di filosofia antica, alcuni dei quali sulla rivista Chronos. Quaderni del Liceo Classico, ed è stato relatore in numerosi corsi di aggiornamento e convegni di studio sia di storia che di filosofia.

e-mail: tuminogiuseppe52@gmail.com 

 

Viaggi in Sicilia: Goethe e Maupassant

di Federico Guastella

Conosci la terra dei limoni in fiore,
dove le arance doro splendono tra le foglie scure,
dal cielo azzurro spira un mite vento,
quieto sta il mirto e lalloro è eccelso,
la conosci forse?
Laggiù, laggiù io
andare vorrei con te, o amato mio!

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), ritratto di Joseph Karl Stieler (1828)

Sono i famosi versi che Goethe fa pronunciare a Mignon  nel suo Wilheim Meister Lehrjahre, pubblicato fra il 1795 e il 1796. Fanno pensare al viaggio in Italia, da lui realmente compiuto dal 1786 al 1788, spingendosi verso la Sicilia, l’isola dalle antichissime origini. “La Sicilia mi richiama l’Asia e l’Africa; trovarsi nel centro meraviglioso, dove convergono tanti raggi della storia universale, non è cosa da nulla” dice Goethe alla vigilia della sua partenza per l’Isola.  L’opera in cui descrive il “tour” si intitola Viaggio in Italia1. Leggendo le pagine che egli dedica alla patria della scuola poetica del volgare italiano alla corte di Federico II di Svevia (1194-1250, re di Sicilia dal 1198 e imperatore dal 1220), suggestionano di certo le annotazioni scritte nel maggio del 1787: 

Chi si collochi nel punto più alto, occupato un tempo dagli spettatori, non può fare a meno di confessare che forse mai il pubblico dun teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile. A destra, sopra rupi elevate, sorgono dei fortilizi; laggiù in basso la città (…). Lo sguardo abbraccia inoltre tutta la lunga schiena montuosa dellEtna, a sinistra la spiaggia fino a Catania, anzi fino a Siracusa (…). Se poi da questo spettacolo si volge locchio (…), ecco a sinistra tutte le pareti della roccia, e fra queste ed il mare la via che serpeggia fino a Messina, e gruppi e ammassi di scogli nello stesso mare, e la costa della Calabria nellultimo sfondo (….). Non è da dimenticare che abbiamo goduto la vista di questa bella spiaggia sotto il cielo più puro, dallalto dun balconcino, fra rose che occhieggiavano e usignoli che cantavano. 

L’Etna vista dal Teatro Antico di Taormina – foto di Pippo Palazzolo

La descrizione si riferisce a Taormina, l’ammaliante cittadina fondata da coloni greci che, dopo l’eccidio di Naxos del 403 a. C., si attestarono sulle pendici del vicino colle “dalla forma di toro”, a strapiombo sul mare Jonio (Il nascente centro abitato prese il nome di “Tauromenion”, toponimo composto da “Toro” e dalla forma greca “Menein” che significa “Rimanere”2).  Lo stile è confidenziale, egli descrive parlando; racconta come se usasse il pennello. Il fascino del luogo sicuramente dovette agire nel suo animo irrequieto: di certo l’antico mito, a seguito della discesa agli inferi, conduce alla luminosa e rinnovata Demetra. Come pellegrino che trova una poetica disposizione di spirito, alla vigilia della partenza per la “grande”, “bella”, “impareggiabile Isola”, egli osserva: “La Sicilia è per me un preannuncio dell’Asia e dell’Africa…”. Una sorta di musa ispiratrice in cui gli si rivelano storia e civiltà aperte ad altre culture. Nota è ormai la sua perentoria affermazione “L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna idea nell’anima: qui si trova la chiave di tutto”. Le pagine sono suggestive, trasparenti, animate da uno sguardo puntato sia al mare che ai monti: “La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita.”

Monte Pellegrino, Palermo – foto di Giorgio Sommer (1834-1914) tratta da Wikipedia

A Palermo resta incantato dalla visione di monte Pellegrino: “il più bel promontorio del mondo”. Tanta la dolcezza e la mitezza che gli faceva sentire l’aria profumata, anche se non manca di rilevare la presenza d’immondizia per le strade. Il materiale è vario, fresco e vivace. Vale la pena di accennare alla visita che egli compie alla caverna dove furono scoperte le ossa di santa Rosalia che lì si era chiusa in romitaggio: “Una bella giovinetta mi apparve allora, al chiarore di due lampade tranquille. Sembrava come rapita in estasi, gli occhi a metà velati, il capo mollemente abbandonato sulla mano destra, carica di anelli. Non potevo saziarmi dal contemplarla, come se avesse avuto un fascino del tutto singolare”. Si vorrebbe fermare l’attenzione sulla visita che egli, massone, fa nella presunta abitazione del leggendario Cagliostro, visto come “uomo straordinario”.

Tempio della Concordia, Agrigento – foto tratta da Wikipedia

E si riterrebbe significativo soffermarsi sui paesaggi di Alcamo, di Segesta e di Girgenti, l’attuale Agrigento che gli si mostra con l’esuberante bellezza della “valle dei templi”. A Catania visita il palazzo Biscari e il Convento dei Benedettini.

Giardino dei novizi – Monastero dei Benedettini – foto di Nicolò Arena (Wikipedia)

Poi vuole raggiungere la cima dell’Etna come avrebbe voluto fare il suo precursore l’inglese Brydone.  Era il 6 maggio del 1787 quando il poeta di Weimar, celebre in tutta Europa, salì sui suoi Monti Rossi (cicatrici di un’eruzione laterale del vulcano alle sue propaggini meridionali): “… la mattina per tempo ci siam messi in cammino e rivolgendoci sempre a guardare indietro, dall’alto dei nostri muli, abbiam raggiunto la zona delle lave non ancora domate dal tempo. Blocchi e lastre frastagliate ci presentavano le loro masse irrigidite, attraverso le quali le nostre cavalcature si aprivano a caso un sentiero.

Etna – antica incisione con il percorso delle colate laviche dell’eruzione del 1669 (tratto da Wikipedia)

Giunti alla prima vetta d’una certa importanza, abbiamo fatto sosta. Il Kniep ha riprodotto con grande esattezza ciò che si presentava innanzi a noi dalla parte della montagna: le masse di lava in primo piano, le vette gemelle dei Monti Rossi a sinistra, e di rimpetto a noi la selva di Nicolosi, sopra la quale si ergeva il cono dell’Etna ricoperto di neve e leggermente fumante… Avevo sott’occhio tutta la distesa della spiaggia da Messina a Siracusa, con le sue insenature e i suoi golfi, ora completamente libera, ora un po’ nascosta da qualche scoglio sulla riva…”. Il viaggio termina nella Messina disastrata dal sisma con una riflessione sull’impossibilità di conoscere un luogo in ogni dettaglio: “Davvero ci vorrebbe tutta una vita umana, anzi la vita di parecchi uomini, che man mano si trasmettessero le loro conoscenze”.                                

Henri-René-Albert-Guy de Maupassant (1850-1893) – ritratto di Hippolyte Bellangé (1800-1866) – tratto da Wikipedia

Guy De Maupassant (Tourville-sur-Arques, 5 agosto 1850 – Parigi, 6 luglio 1893), lo scrittore di Bel-Ami, visita la Sicilia nel 1885, a 35 anni, quasi un decennio prima della sua morte. La traversata è quella da Napoli a Palermo, capitale dell’Isola, cui egli dedica buona parte dell’attenzione. Lì  alloggia all’Hôtel des Palmes. Il resoconto ha il gusto elegante e umoroso del dettaglio. E’ possibile leggerlo nell’opera La Sicilia (Sellerio, Palermo, 1990) con l’introduzione di Gesualdo Bufalino3, cui segue una nota di Giuseppe Scaraffa. Venticinque tavole, tratte dal “Viaggio in Sicilia” di Jean Houël (di cui si parla nella seconda parte del libro), impreziosiscono la pubblicazione. Il francese si mostra attratto dalle bellezze naturali e artistiche dell’Isola, corteggiata e amata da diversi popoli al punto da combattersi per possederla e arricchirla  in modo sorprendente. Profondamente sedotto dalla luce e dai colori, così decisamente afferma all’inizio del suo resoconto: “E’ come la Spagna, il paese degli aranci, la terra fiorita la cui aria in primavera è tutta un profumo e accende ogni sera al di sopra dei mari il mostruoso faro dell’Etna, il più grande vulcano d’Europa. Ma ciò che sopratutto fa di essa una terra che è indispensabile visitare e unica al mondo, è il fatto che la Sicilia è, da un capo all’altro, uno strano e divino museo d’architettura”. Dalle influenze più varie è potuta scaturire un’arte singolare fra paesaggi di incomparabile suggestione.

Palermo, Cappella Palatina – foto tratta da www.federicosecondo.org

Il giorno stesso del suo arrivo, assapora a Palermo la bellezza “colorata” e “calma” della Cappella Palatina che gli comunica un fascino sensuale. All’albergo, un viaggiatore gli racconta che Wagner vi aveva dimorato tre anni prima per un lungo inverno, scrivendo le ultime note del “Parsifal”. Egli vuole visitare l’appartamento occupato dal geniale musicista e dall’albergatore che l’accompagna apprende il “nonnulla” delle “abitudini segrete” legate alla vita intima dell’uomo. Per esempio, Wagner era solito riporre la biancheria nell’armadio a specchio dopo averla impregnata dell’essenza di rose. Maupassant ne respira la fragranza racchiusa in quel mobile e gli sembra di ritrovare qualcosa dell’anima e del desiderio dello stesso compositore.

Catacombe di Palermo – foto di fine ‘800 di Roberto Rive – tratta da Wikipedia

Luce e tenebre in Sicilia, metafora dell’ossimoro della vita, una e multipla nel contempo! Maupassant si trova faccia a faccia con il lutto, visitando la Cripta dei cappuccini, luogo che racchiude una “sinistra collezione di morti”, un “immenso cimitero sotterraneo” con i corpi imbalsamati di uomini e di donne, di prelati e persino di interi gruppi familiari. Così gli si presenta il macabro spettacolo: “Ad un tratto davanti a noi una immensa galleria larga e alta, i cui muri sopportano una vera e propria popolazione di scheletri vestiti in maniera bizzarra e grottesca”. La visione lo turba. Poi, come a volere esorcizzare l’immagine della morte, si immerge nella magnificenza della cattedrale e del chiostro di Monreale.

Chiostro di Monreale – foto tratta da Wikipedia

A Siracusa, cui giunge dopo avere attraversato la Sicilia maledetta dello zolfo, egli porta le sue “devozioni” a una delle più belle Veneri del mondo: la Venere scoperta ottantuno anni prima da Saverio Landolina4. Della statua, che si vorrebbe stringere in un amplesso, aveva già una conoscenza indiretta: “Nell’album di un viaggiatore avevo visto la fotografia di questa sublime femmina di marmo e me ne ero innamorato come ci si innamora di una donna.

Venere di Siracusa – la statua venne scoperta nel 1804 dall’archeologo Saverio Landolina Nava (1743-1814)

Fu forse per lei che mi decisi ad intraprendere questo viaggio; di lei parlavo e sognavo in ogni istante, prima ancora di averla vista”. La descrizione coinvolge, ne viene fuori il fascino di una femminilità ammaliante: “La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne (…). Non ha testa! Che importa? Il simbolo ne è diventato più completo. E’ un corpo di donna che esprime tutta l’autentica poesia della carezza (…), la donna che nasconde e rivela l’incredibile mistero della vita”. La poesia visiva del francese si evidenzia nel lungo brano disegnativo e melodico che conduce alla bella immagine del papiro che nel corso di millenarie stagioni ha lasciato testimonianza di sé5. Più che al mare, Maupassant sembra interessato alle pittoresche zone montuose, ai vulcani delle Eolie alla vista dell’Etna gigantesco che da lontano sembra guardare “i propri figli e nipoti, ai profumi dei campi e dei giardini”. Un’escursione sull’Etna gli fa dire: ” Tutta la Sicilia è nascosta da brume che si fermano vicino alla costa velando uniformemente la terra, in modo che ci sentiamo in pieno cielo, in mezzo ai mari, al di sopra delle nuvole, così in alto che pure il Mediterraneo, che si stende ovunque a perdita d’occhio, ha l’aria di essere ancora cielo azzurro.

L’azzurro quindi ci avvolge da ogni parte. Stiamo in piedi su un monte sorprendente, uscito fuori dalle nuvole ed annegato nel cielo, che si stende sulle nostre teste, sotto i nostri piedi, dappertutto”. A suggestionarlo è il fascino di un luogo particolare e sempre amatissimo: “Se qualcuno dovesse trascorrere un giorno solo in Sicilia e domandasse: che cosa bisogna vedere? Gli risponderei senza esitare: Taormina.

Teatro Antico di Taormina – foto tratta da Wikipedia

Non è altro che un paesaggio, ma un paesaggio dove si trova tutto ciò che sulla terra sembra fatto per sedurre gli occhi, lo spirito e la fantasia”. Non gli sfugge, parlando di uomini e cose di Catania, il comportamento arabo dei siciliani che differisce da quello dei napoletani, dove sempre si trovano tre quarti di Pulcinella. Il napoletano gesticola, si appassiona, si dimostra furbo e gentile; nel siciliano, invece, si trova la gravità del portamento unita a una vivacità di spirito: 

Il suo orgoglio natìo, il suo amore per i titoli, la natura della sua fierezza, la fisionomia stessa del viso lo avvicinano anzi pi allo spagnolo che allitaliano. Tuttavia, quel che continuamente, non appena si mette piede in Sicilia, dà limpressione profonda di trovarsi in Oriente, è il timbro della voce, lintonazione nasale dei venditori ambulanti (….). E la cantilena languida, monotona e dolce, ascoltata di sfuggita dalla porta aperta di una casa, è proprio la stessa, nel ritmo e nellaccento, di quella cantata dal cavaliere vestito di bianco che guida i viaggiatori attraverso i grandi spazi del deserto. 

Si rivela generoso quando, percorrendo le vie delle città o il territorio siciliano, osserva la tranquillità dell’ambiente che si mostra sicuro al viaggiatore: “In questo paese si possono percorrere le strade di giorno e di notte, senza scorta e senza armi; si incontrano soltanto persone piene di attenzioni nei confronti del forestiero, ad eccezione di alcuni impiegati delle poste e dei telegrafi. Ma del resto parlo solo per quelli di Catania”. Attuale quest’ultima osservazione se riferita all’apatia della burocrazia che è anche assenteismo dal lavoro! E i briganti? Maupassant, in sintonia con quanto la gente dice, scrive che non ce ne sono più, fatta eccezione di reati comuni ad opera di malfattori isolati e, non come una volta, di bande organizzate. Secondo la sua percezione sono gli stessi siciliani ad esagerare quando amplificano le storie di briganti che essi raccontano, e di certo lo fanno per spaventare gli stranieri al punto da scoraggiarli di giungere in Sicilia; al contrario, l’Isola è tranquilla come la Svizzera. Esagera forse in certe sue annotazioni come queste e ha ragione Bufalino che, alla fine dell’introduzione, scrive:

”Il fatto è che il viaggio in Sicilia rappresenta un viaggio totale nelle radici nere e vermiglie del mondo. Un viaggio necessario com’è necessaria la pubertà per crescere uomini. Ché, se non mancano macchie di sangue sul sole radioso dellisola; se tuttora a dispetto dei certificati di buona condotta che Maupassant benevolmente dispensa, un fantasma facinoroso saggira fra noi e degrada la qualità della nostra vita, perfino questa sagra dinfamie non è esente da una sua fosca grandezza. Tale essendo, anche nel male, il destino duplice della nostra isola magnanima e misera, da quando emerse dal mare e vi sancorò, zattera e arca quaternaria, per inzupparsi di tempo e di storia. Terra che, malgrado tutto, non v’è nessuno che non abbia eletta una volta per seconda madre e patria dellanima sperimentando, anche al di là del diritto di nascita, il difficile lusso desser siciliani”.   

Federico Guastella

Ragusa, 9 settembre 2022

Note

  1. Goethe, Viaggio in Italia, Sansoni, Firenze, 1959.
  2. Per l’approfondimento di storia e leggende sulla Taormina di ieri e di oggi: Toto Roccuzzo, Taormina, lisola nel cielo, Maimone, Catania, 1992.
  3. Lo scrittore di Comiso coglie l’occasione per dire la sua sulla Sicilia: “balsamo d’un clima ineffabile”, “un belvedere di variatissime scenografie naturali”, “una storia in progress leggibile (…) nelle più monumentali reliquie (…), “un palinsesto di civiltà, un concentrato ed economico giacimento di natura e cultura (…): graffiti dell’Addaura, necropoli di Pantalica, templi di Segesta e Agrigento, Cappella Palatina, cattedrale di Cefalù”. Una caleidoscopica fonte di ispirazione per i visitatori: “per attingervi, non dico la verità, ma almeno una plausibile verifica, giustificazione e consolazione di quella fortuita insensatezza ch’è il vivere”. Presentandola come l’emblema di un dissidio, scrive: “E’ una terra, la nostra, dove vita e morte attingono insieme e subito il culmine; una terra iperbolica, che coniuga imparzialmente la pompa con lo squallore, l’urlo con il silenzio, sotto un sole che non tramonta. Sta qui, forse, in questa fertile disuguaglianza, in questo ossimoro ininterrotto, il segreto dell’attrattiva che l’isola ha esercitato nel corso dei secoli sull’inconscio collettivo dell’occidente”.
  4. Scultura marmorea, copia romana di un originale greco della prima metà del I secolo a.C., conservata presso il Museo archeologico  di Siracusa. Rinvenuta in un ninfeo negli Orti Bonavia, poi Giardino Spagna da Saverio Landolina Nava, nel 1804.
  5. (…) quindi salgo subito in barca per andare a salutare, dovere di scrittore, i papiri dell’Anapo. Si attraversa il golfo da una riva all’altra e si scorge, sulla riva piatta e nuda, la foce di un piccolissimo fiume, quasi un ruscello, in cui si inoltra il battello. La corrente è impetuosa e difficile da risalire. A volte si rema, volte ci si serve della pertica per scivolare sull’acqua che scorre veloce tra due sponde coperte di fiori gialli e splendenti, due sponde d’oro. Ecco delle canne che si piegano al nostro passaggio, si inclinano e si rialzano, poi, con lo stelo nell’acqua, degli iris blu, di un blu intenso, sui quali volteggiano innumerevoli libellule dalle ali trasparenti, madreperlacee e frementi, grandi come uccelli-mosca. Adesso, sulle due sponde che ci imprigionano, ecco giganteschi cardi e convolvo smisurati, che allacciano le piante terrestri con le canne del ruscello. Sotto di noi, in fondo all’acqua, vi è una foresta di grandi erbe fluttuanti che ondeggiano, galleggiano, sembrano nuotare nella corrente. Poi l’Anapo si separa dall’antico Ciane, suo affluente. Procediamo tra le rive, aiutandoci con una pertica. Il ruscello serpeggia con pittoreschi paesaggi, rive fiorite e ridenti. Infine appare un’isola piena di strani arbusti. Gli steli fragili e triangolari, alti da nove a dodici piedi, recano in cima ciuffi rotondi di filamenti verdi, lunghi, sottili e soffici come capelli. Si direbbero teste umane divenute piante, gettate nell’acqua sacra della sorgente da uno degli dèi pagani che vivevano lì. È il papiro antico. E infatti i contadini chiamano questa canna parrucca. Eccone altri più lontano, un intero bosco. Fremono, mormorano, si chinano, confondono le loro fronti pelose, si sfiorano, paiono parlare di cose sconosciute e lontane. Non è forse strano che l’arbusto venerabile, che fu custode del genio umano, abbia, sul fragile corpo di arboscello, una spessa criniera folta e fluttuante, simile a quella dei poeti?

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura(2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino(2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ uscita recentemente la sua monografia Sguardo su Sciascia (Bonanno, 2022). Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

e-mail: federico.guastella@tin.it 

 

 

 

 

 

 

L’uomo di fil di ferro, di Nunzio Brugaletta

Tratto dal racconto di fantascienza del precursore Ciro Khan, il nuovo libro a fumetti di Nunzio Brugaletta affronta, con efficacia e sensibilità, due dei temi più dibattuti sull’Intelligenza Artificiale: l’autocoscienza dei robot e il rapporto uomo-macchina. Il pensiero corre al famoso HAL 9000 del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrik, del 1968 e, ancora prima, al racconto Io, robot, di Earl e Otto Binder, del 1939 e al Ciclo dei robot di Isaac Asimov, del 1950. In effetti molti sono i contenuti che potrebbero rinviare a tali lavori statunitensi, se non ci fosse il piccolo dettaglio che L’uomo di fil di ferro fu pubblicato addirittura nel lontano 1932, in Italia, tanto da essere classificato (Wikipedia) come Protofantascienza italiana.

Al di là dell’alone di mistero che aleggia intorno all’autore del racconto, rimane la profondità delle riflessioni e la forza della storia narrata, nonché una straordinaria capacità di anticipare, sia pure a grandi linee, un futuro ancora lontano ma già inquietante. L’adattamento mirabile dell’artista Nunzio Brugaletta, riesce nella non facile impresa di rappresentare e trasmetterci ambienti fantastici e stati d’animo inusuali, specie se riferiti a “semplici” macchine. Il risultato finale è un’opera di grande impatto, sia grafico, sia emotivo. Addentrandoci nella lettura, mano a mano che scorrono le stupende tavole dell’Autore, veniamo trascinati nel vortice di una storia umanissima, che vede tra i protagonisti proprio la macchina, il robot Zeta Otto, potentissimo e al tempo stesso umanamente così fragile.

Pubblichiamo di seguito, su gentile concessione dell’Autore, alcune tavole tratte dal libro e l’introduzione integrale, scritta da M.R. Cultrera, che ci offre con chiarezza le coordinate culturali ed artistiche entro le quali collocare l’opera di Nunzio Brugaletta, potendone così apprezzare al meglio la lettura.

                                                                      Pippo Palazzolo

Ragusa, 18 giugno 2022

 

Introduzione – di M.R. Cultrera

Uomo-macchina: diade o dicotomia?

Nel complesso e variegato panorama culturale degli anni trenta, in dislocazione periferica, si manifesta a Palermo una inconsueta epifania, l’uomo di fil di ferro di Ciro Kahn, pseudonimo di Antonio Prestigiacomo. Le radici lontane, affondano, non come specifico humus culturale dell’autore (non possiamo presumerlo), nella rivoluzione industriale che aveva partorito con lo spettro dell’automazione l’incubo della macchina che fagocita l’uomo (Frankenstin, M.Shelley 1818). L’esito disastroso della vicenda causato dalla hibris dello scienziato (Victor Frankenstein) spintosi oltre le colonne d’Ercole della morale, si poneva come ammonimento ad ogni faustiano eccesso o tentazione.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.5

Negli stabilimenti Falqui fondati nel 1950 dal capostipite Guido per la produzione di automi in serie, eventi e personaggi, umani e non, si susseguono in aggrovigliate vicende al cui interno i rivoli non sempre sono definiti con lineare consequenzialità. Il tessuto narrativo si dirama in filoni tematici che compongono un puzzle intrigante e policromo: la storia delle dinastia Falqui, percorsa dal fil rouge sentimentale di Al e Viola e impreziosita dalla creazione del primo robot “inconsumabile”, Zeta Otto; lo scontro tra gli stabilimenti e la Somma Accademia d’Europa di E.I.Sedana, illuminato scienziato, timoroso degli esiti di una meccanizzazione sottratta al controllo della società civile; il colpo di stato di C.Mundus nel Gran Consiglio e l’inizio delle ostilità con gli uomini di ferro che conquistano pacificamente la metropoli convertendo gli attacchi iniziali degli abitanti nell’indiscussa acclamazione di Zeta Otto, osannato dalla folla.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.17

Nelle pagine conclusive il flusso narrativo sfocia in un epilogo denso di significati, che riannoda ogni filo della storytelling, anche quello affettivo di Al e Viola declinato sul registro ironico del “e il matrimonio tolse loro il gusto dei dispetti”.

Questo per quanto riguarda la historia rerum gestarum, ma se ci si prende la briga di spingersi oltre la superficie evenemenziale si coglie il leitmotiv basso e dolente, che accompagna il confronto costante uomo-macchina.

Zeta Otto, sullo sfondo delle rovine romane e dello skyline di una città all’orizzonte, proclama orgogliosamente di rappresentare l’ordinamento umano di essere custode dei valori della tradizione e della legalità, di non volere in alcun modo nuocere agli uomini, scegliendo di intrattenere con loro un rapporto di operosa collaborazione. Eppure … Eppure la tensione etica e l’amore per la pace e l’armonia che convertono in cosmo il caos minacciato dallo scontro non compensa l’impossibile equivalenza “inconsumabilità=vita”. Nessun avanzato tecnicismo si può mai convertire nella pulsante dimensione biologica della carne e del sangue. Tale urticante consapevolezze rappresenta lo spannung della narrazione.

Ma come rendere visivamente l’irriducibile alterità della macchina all’uomo? Ed ecco l’ingegnosa risposta di N.Brugaletta: la maschera.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.39

La maschera nasconde e inganna, copre ogni congerie di viti e assemblaggio meccanico, copre, ma rende chiara l’impossibilità della trasmutazione materica. Trasmutazione, invece, dalla scrittura all’immagine che riesce perfettamente a N.Brugaletta, quando traduce la storytelling in segni asciutti sicuri, essenziali, come se i segmenti narrativi perdessero spessore fonico per guadagnare in icasticità ed evidenza. Pennellate di colore ravvivano il monocromatismo delle pagine fino all’esaltazione naif dello splendore del sole che nei riquadri conclusivi diventa simbolo, al tramonto, di un progetto incompiuto, destinato a dissolversi nella catabasi al mare e al suo preludio di una nuova realtà che, nel verde coltivato, rigetta ogni idolatria tecnologica e i suoi santuari per riaffermare l’unicità dell’uomo, potente nella sua fragilità. Utopia? Forse, ma il termine significa in nessun luogo, non in nessun tempo.

M.R. Cultrera

L’Autore

Nunzio Brugaletta

Nato a Ragusa nel 1950, Nunzio Brugaletta si è laureato in Matematica presso l’Università di Catania. Dopo aver superato il concorso a cattedra ha insegnato Informatica presso l’Istituto Tecnico Commerciale F.Besta di Ragusa dedicandosi anche alla produzione di materiali didattici. Appassionato da sempre di arti grafiche e da tutto ciò che ruota attorno ad esse (fumetti principalmente ma anche grafica in tutte le sue declinazioni,
arti pittoriche), al pensionamento si è dedicato alla ripresa di una antica passione, coltivata da giovane ma in stand-by durante l’attività lavorativa: il disegno di fumetti. Fondamentalmente si occupa di adattare a fumetti testi letterari e ha pubblicato adattamenti da Kafka, Pirandello, Dostoievskji, Gogol…

Pubblicazioni: https://ilmiolibro.kataweb.it/ricerca/+?solrex%5Bt%5D=&solrex%5Bc%5D=&solrex%5Ba%5D=nunzio+brugaletta

Contatti: brugaletta.nunzio@gmail.com

Visitando Ragusa – di Federico Guastella

 

Ragusa Ibla – foto di Pippo Palazzolo

“Certamente poche persone che stanno camminando sulle più lisce strade di Londra o Parigi conoscono che molto dell’asfalto con cui queste strade sono pavimentate proviene dalla classica terra di Sicilia, ricavato dalla montagna di Ragusa, una città nel Sud di quell’isola. (…) Certamente Ragusa è un luogo da visitare. Se un viaggiatore prende riposo in una dolce sera primaverile su qualche sperone di roccia o in qualche piazza in miniatura, testimonierà una scena che non può dimenticare e che indugerà a luogo e piacevolmente nella sua memoria. Il sole calante, striando l’orizzonte ad occidente con il porporino, il colore oro e cremisino; e talmente luminoso con splendore è il cielo che gli occhi tornano con sollievo  alla foschia del rosato violetto che ciondola intorno alle valli più lontane. La liscia e grigia roccia delle montagne ripete il violetto colore. In lontananza il mare è un fuoco liquefatto”.

Il brano, desunto da Studi Siciliani (pubblicato la prima volta nel 19151), è di Alexander Nelson Hood (1854-1937), duca di Bronte e pronipote del noto ammiraglio Lord Orazio Nelson, che a Ragusa ha dedicato un capitoletto del suo itinerario in Sicilia. Gaetano Cosentini, curatore della presentazione, ha puntualizzato: “Lo studio della nostra terra fu condotto in modo elegante e non trascurò alcun particolare, anzi profondendosi in ricerche precise come nel caso di Ragusa: non sono momenti letterari ma osservazioni sul preciso andamento della vita sociale e culturale anche nel suo hinterland, come gli spunti su Chiaramonte Gulfi. Sono molto significative le note sul carnevale nel ragusano e sugli usi gastronomici relativi, mentre non mancano le spigolature da Serafino A. Guastella”. 

Il visitatore, già vissuto dal 1870 per lunghi periodi a Taormina nella sua “villa Falconara”, si è documentato in modo scrupoloso prima di arrivarvi; ha letto le notizie che riporta mescolandole alle sue osservazioni e sensazioni e a spiccare è la nota paesaggistica coi colori splendidi della natura e dal gusto bozzettistico.

Sono le pagine sull’asfalto a richiamare l’attenzione. La sua curiosità è alimentata dal mito quando, parlando delle caverne scavate nella roccia, ripensa alle divinità del mondo degli inferi e richiama la vicenda di Persefone; l’immaginazione gli fa incontrare Demetra mentre a lui appare “un veritiero figlio di Efesto” “nelle sue cave di pietra nera”.

Largo San Paolo, Ragusa Ibla – foto di Pippo Palazzolo

Dalla realtà al mito, e viceversa, l’andamento descrittivo si snoda dunque partendo dallo stupore. Era il tempo dell’estrazione della pietra asfaltica da quelle oscure bocche sui fianchi delle colline con un durissimo lavoro che sembra essergli sfuggito.

Sul finire degli anni Cinquanta, il vicentino Guido Piovene rimane suggestionato dal paesaggio roccioso così simile a quello della Terrasanta. Gli sembrava un presepio la città in altura chiusa tra valli scoscese. Il raffinato scrittore ha trovato parole così appropriate che rendono l’idea di un barocco dal riflesso d’Oriente: un respiro, una breve fuga nel capriccioso. Ed eccoci ad un’altra particolarità di quest’angolo di Sicilia più a sud di Tunisi: la pasticceria che offre gusti ai palati più raffinati: “Mi incantai a guardare una pasticceria, la più bella della Sicilia. Quei dolci coloriti, pingui, nutritivi, cassate d’ogni qualità, conchiglie di pistacchio, cavolfiori di crema, fanno parte del bel barocco siciliano. Alcuni nomi ricordano eventi guerrieri. I cavolfiori gonfi si chiamano teste di turco, e procurano facili vittorie sugli infedeli”. Non solamente si lascia sedurre dai tratti pastorali degli Iblei, dalla civiltà della pietra espressa nei muretti a secco o  dalle scenografiche valli. Il suo sguardo accoglie i mutamenti: dalle miniere d’asfalto ai giacimenti petroliferi. E fa un discorso sulle delusioni dei ragusani senza però trascurare la nota di costume di una comunità in transizione: “Certo il petrolio ha portato una scossa, più ancora che all’economia, agli animi ed al costume”. 

Ragusa – Miniere di asfalto (1937) foto www.fondoluce.archivioluce.com

Anche Sciascia, facendo più di vent’anni dopo il suo ingresso nella provincia di Ragusa, esprimeva una predilezione per l’attività dolciaria. Nel suo saggio La Contea di Modica (1983), per restare alla gola, elogiava il cioccolato di Modica assimilato a quello spagnolo di Alicante. E ricordava quei dolci, nel modicano  chiamati ‘Mpanatigghi, “fatti di pasta sottilissima e fragile a contenere un sapiente impasto di carne e cioccolato principalmente”. 

Ragusa – ‘A timpa ro nannu, illuminata dall’artista Franco Cilia.

Felice l’intuizione di Piovene sul panorama che nell’ampiezza della Cava San Leonardo si può osservare dal belvedere della rotonda “Maria Occhipinti”, in fondo a via Roma: gli richiamava la Palestina la nostra terra di quiete e di rocce, del mito di Dafni2 e delle favole, oltre che della storia. A destra dello spettatore si arrampica sul colle l’impareggiabile Ibla dove regna il Duomo di San Giorgio; alla sinistra, dalle pareti macchiate di carrubi e arbusti aromatici spicca a mo’ di sfinge ‘A timpa Ro nannu (“la roccia del nonno”, così chiamata dagli antichi che tramandavano una bizzarra leggenda di tesori nascosti): un monolito pietroso di colore rossiccio, una tessitura in  verticale della materia lavorata dal vento e dalle piogge come ad esprimere il vitale archetipo del femminile (Timpa) nel suo farsi di generazione in generazione (Nannu). Di pulsante energia si mostra in faccia alla città, testimone pressoché monumentale d’una civiltà fluviale tramontata. Nel 1976 la illuminò il noto artista-pittore Franco Cilia e lungo le pareti pose delle vedette che sarebbero piaciute al Pirandello dell’opera teatrale I giganti della montagna: “Le silhouettes, concepite da Franco Cilia e collocate in modo da essere mimetizzate di giorno e risplendere di notte, diventano fuochi virtuali di fantasmatiche teorie di entità telluriche, coordinate di luoghi, destinati a svanire all’alba, icone dell’inquietudine onirica, sentinelle di uno spazio sacro inviolabile, vedette dell’isola di luce abitata dalla Timpa ro nannu”3.

Ragusa – Balcone barocco,  foto di Pippo Palazzolo.

Spettacolare appariva ai nuovi turisti il paesaggio ibleo offerto dalla bellezza aurea del barocco, grazie all’opera di abili intagliatori che avevano amato la tenerezza della pietra per plasmarla con la fantasia nella musicalità di volute, di spirali, di forme placide e gioconde. La finezza di un arcano gioco di prestigio, faticoso e sudato, sta proprio in questo: nell’aver dato “libero corso al molteplice linguaggio della materia”. Dopo Bernard Berenson, Anthony Frederick Blunt, effettuando nel 1965 un viaggio in Sicilia, arrivò a Ragusa. Le sue osservazioni manifestano una dettagliata attenzione verso un ricco patrimonio artistico: la chiesa di San Giorgio a Ragusa Ibla e quella di Modica dedicata allo stesso santo. La prima è documentata come opera del Gagliardi, architetto della città di Noto e dell’intero Val di Noto; la seconda o dello stesso Gagliardi o di un collaboratore. Ecco un frammento che rende il senso e la magia del luogo: 

Duomo di San Giorgio – Ragusa Ibla – foto tratta dal Wikimedia Commons

“In entrambe l’architetto fa un uso brillante della località prescelta per disporre di fronte ad essa un’ampia scalinata, che a Ragusa scende verso una piazza leggermente di sbieco rispetto all’asse della chiesa, mentre a Modica si snoda giù per il declivio con duecentocinquanta gradini fino a raggiungere la strada sottostante (…) in entrambi i casi il disegno tende con spinta ascensionale verso il culmine della torre campanaria che svetta dal corpo centrale e conferisce un vigoroso accento curvilineo all’intero impianto”4.  

D’ora in poi il barocco, rimasto estraneo al Grand Tour sette-ottocentesco, offrirà una visione complementare al territorio rurale delle masserie e dei muri a secco che chiudono spazi, aprendone altri.  

Ragusa – Masseria e muri a secco – foto di Pippo Palazzolo

 Di Dominique Fernandez, romanziere e saggista che in diverse opere ha offerto un cospicuo contributo alla conoscenza della cultura siciliana, vogliamo ricordare Le radeau de la Gorgone (1988 con fotografie di Ferrante Ferranti); Palerme et la Sicilie (1988), dove egli compie inusitati scavi semantici per cogliere rarefatte atmosfere del tempo trascorso. Giungendo a  Ragusa, la percepisce come “una delle più interessanti città della Sicilia”: anche “una delle più protette”. Da colto viaggiatore francese, si sofferma sugli angoli espressi dai valenti artigiani della pietra. 

Sono le descrizioni del Circolo di conversazione di Ibla e del cosiddetto Castello di Donnafugata a destare maggiore interesse. Non lascia indifferenti la densità delle metafore utilizzate: 

“La particolarità di questo circolo, creato in linea di principio per la conversazione, è che sembra destinato piuttosto al silenzio e alla cupa rimuginazione. I posti sono così distanti uno dall’altro che si stenterebbe a sentire, anche se l’atmosfera funebre non inducesse ad un rispettoso mutismo o ad un ovattato torpore. Il centro del salone è vuoto. Ci si va per leggere il giornale, giocare a carte in una saletta adiacente, bere un caffè da soli al bar o vedersi riflessi all’infinito, dal fondo di uno dei canapè, attraverso il gioco degli specchi: odiosa moltiplicazione di un Io che ciascuno porta in Sicilia come una punizione”.

Potrebbero sembrare esagerate le sue osservazioni nate occasionalmente secondo l’ottica psicologica del grottesco. Eppure non può ignorarsi che i circoli, di matrice illuministica, si diffusero in Sicilia nell’Ottocento per promuovere la cultura delle “buone maniere”. Anche per discutere di interessi economici e di politica, tant’è che furono strettamente sorvegliati dalla polizia borbonica. 

Si sa: Perseo aveva donato la sua testa alla dea Atena che la fissò al centro del proprio scudo per terrorizzare i nemici. Ma lo sguardo della Gorgone stavolta non è terrificante perché col suo giornale di viaggio Dominique vuole incantare. Accattivante stavolta, e distante dai precedenti toni un po’ sprezzanti, la narrazione del percorso, visitando la Donnafugata di Corrado Arezzo. 

Il paesaggio è di scena e intorno alla vegetazione si eleva “una mole massiccia”: 

Il Castello di Donnafugata – immagine tratta da Wikipedia

Il “castello”, com’è chiamato enfaticamente a Ragusa, possiede proporzioni monumentali e una severa maestosità addolcite da un fregio di merli (…). Quanto al parco, nulla ne altera la sovrana bellezza (… vi si scorge) il famoso labirinto, costruito su mezzo ettaro, non con cespugli, ma in pietra, con muri alti due metri che impediscono di orizzontarsi. Alcuni viali finiscono in un vicolo cieco; si ritorna sui propri passi senza saperlo; si riparte; ci si perde; si incrociano altri visitatori smarriti. Impossibile ritrovare l’uscita (…).

Labirinto del Castello di Donnafugata – immagine tratta da www.castellodonnafugata.org

Perché questo fantasma di meandri in pieno bagliore solare? Al centro del dedalo non c’è nulla da vedere; questo labirinto non conduce in nessuna parte. Dà forma al vuoto, esalta il niente. Una buona occasione per ricordarsi che i siciliani, e non solo il principe di Lampedusa, guardano al progresso con un occhio più che scettico. Per essi, niente cambia mai. La storia si avvolge su sé stessa, facendo e disfacendo i registri politici con l’indifferenza della natura, ingannando gli uomini con la promessa di magnifici ideali che gli impedisce di realizzare. Labirinto metaforico, di cui questo è l’ipostasi, successione di false speranze che sfociano in inevitabili delusioni.

In città non gli sfuggono le allegorie dei mascheroni: i tre di palazzo Bertini, espressione del potere: 

Ragusa – Balcone barocco di Palazzo Cosentini – foto tratta da Wikipedia

“Il mascherone di destra porta turbante e baffi: rappresenterebbe il commercio, sicuro di sé, senza paura, forte del denaro e del buon andamento degli affari. Quello di mezzo porta il pizzo, sguardo fisso e lontano, alterigia e boria dell’aristocratico, rappresenterebbe il potere che si fa beffe della legge. Quello di sinistra col viso deforme, il naso smisurato, la bocca sdentata, la lingua pendula, rappresenterebbe il contadino, che finisce per averla vinta sugli altri due: il villano, sprovvisto di tutto, per il solo fatto di non avere nulla da perdere, possiede una forza superiore a quella del nobile e del ricco.”

Comunque stiano le cose, dinanzi a questi sassi plautini sorprende la stravaganza barocca nella continua dialettica tra materia e immaginazione. E vengono in mente le bizzarrie di villa Palagonia a Bagheria o le mirabilia di Bomarzo.

Cromie alla cava di asfalto – foto di Silvana Licciardello

E’ la stessa pietra metamorfica che a Francesco Lanza, l’autore dei “Mimi” amato da Leonardo Sciascia, fa assumere atteggiamenti e toni visionari che si mostrano nel contrasto tra il buio e la solarità. Gli capitò infatti di vedere all’ingresso delle miniere di asfalto “Una fanciulla (…) slanciata come uno stelo, bruna, dagli occhi ardenti e colmi, le labbra tumide e sanguigne: perfettamente intonate a questo paesaggio appassionato e severo. Non le manca che un fiorellino in mano, una fronda d’ulivo, una palma per essere così moderna e viva”.   

Questo l’apprezzamento più autentico e più siciliano che si può fare: la bellezza come meta esistenziale. A dirla con Jung, essa richiede occhi nuovi capaci di vederla. Anche un cuore nuovo capace di desiderarla, e ciò lo scrittore di Valguarnera l’aveva compreso.

Federico Guastella

Ragusa, 29 maggio 2022

 

Note:

  1.  A. N. Hood, Studi Siciliani, Rotary International Distretto 2110 Sicilia e Malta Club di Ragusa Anno 2006-2007, Elle Due srl – Ragusa.
  2. F. Guastella, Chiaramonte Gulfi. La mia diceria, tip. Pennacchio, Ragusa, 2014.
  3. S. Stella, in Franco Cilia, ‘A TIMPA RO NANNU, L’opera rivelata, a cura del Comune di Ragusa (in PDF).    
  4. Sulle due facciate oggi sappiamo di più leggendo le seguenti opere: Paolo Nifosì-Giovanni Morana, La chiesa di San Giorgio di Modica (1996); Paolo Nifosì, Modica arte e architettura, (2015). La facciata di San Giorgio di Modica comincia ad essere costruita su progetto di Francesco Paolo Labisi nel 1761. I lavori del primo ordine risultano conclusi nei primi anni ottanta del Settecento e riprenderanno cinquant’anni dopo, negli anni trenta dell’Ottocento, per il secondo e il terzo ordine su progetto probabile di Carmelo Cultraro: saranno terminati nel 1848. Per la facciata ci sarà un cantiere aperto in più fasi per ben 85-novant’anni circa. Senza alcun dubbio il rimando della facciata a quella del San Giorgio a Ragusa Ibla, ma stilisticamente si registra il passaggio da un tardobarocco di quella di Ragusa ad un rococò dell’altra di Modica. 

L’Autore.

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Alla scoperta di Cava d’Ispica – di Federico Guastella

Ricca simbologia quella della roccia, così magistralmente evidenziata da Mircea Eliade: “La sua resistenza, la sua inerzia, le sue proporzioni, come i suoi strani contorni, non sono umani: attestano una presenza che abbaglia, atterrisce e minaccia. Nella sua grandezza e nella suan durezza, nella sua forma e nel suo colore, l’uomo incontra una forma e una realtà appartenenti ad un mondo diverso da quel mondo profano cui fa parte”1. 

Tomba della necropoli di Calicantone, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

L’utilizzo della roccia a sepolcreto nel periodo preistorico è un dato costante. Difatti il segno incisivo, il connotato peculiare dell’area iblea è fornito da grotticelle artificiali funerarie che aprono le pareti dei declivi rocciosi. Anche l’ipogeo rispondeva a tali esigenze. A Ragusa, in contrada Calaforno del Comune di Monterosso Almo, il ritrovamento di un ipogeo, rudimentale e inornato, fa pensare a quello maltese di Hal Saflieni ed è un documento dell’attività mineraria di selce, oltre che funeraria. 

Diciamo appena che le fasi – bronzo antico, medio, tardo, finale – vanno dal 2200 all’850 a.C. con l’insediamento prolungatosi fino alla colonizzazione greca intorno al 730 a.C. Probabile che la popolazione fosse distribuita in varie borgate e quasi sicuramente le grotte, vicine le une alle altre, furono utilizzate come abitazione da famiglie dedite alla lavorazione dei campi (“aratores”). 

Uno dei luoghi certamente più noti è “Cava d’Ispica” (il termine “Cava” è da intendersi non come luogo di estrazione, ma come fondovalle). 

Panoramica di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org 

Insieme a “Pantalica” rappresenta la forma culturale più significativa. Holm la chiamò “La città delle caverne” ed è situata lungo i costoni meridionali dei monti Iblei, a pochi chilometri da Modica e fino alle porte di Ispica2. Grazie alle esplorazioni di Paolo Orsi, avviate nel 1905, è stato possibile conoscerne il percorso di sepolture, ipogei, chiesette. La valle, che ha l’aspetto di canyon, lunga quasi tredici chilometri, larga un centinaio di metri e profonda in qualche suo punto fino a trenta e più metri, riporta a comunità chiuse da un territorio inaccessibile e facile alla difesa da attacchi esterni.

Grotta di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Meta di escursioni e gite scolastiche, Gesualdo Bufalino nell’opera La luce e il lutto ha scritto: “E’ una valle lunga e magra, un termitaio di grotte, loculi, sacelli, che le meteore e gli uomini hanno misteriosamente scavato nei secoli (…). Dopo poche centinaia di metri, senza bisogno di spingervi oltre, vi sentirete già promossi a catecumeni di un felice e verde Aldilà. Senza le verghe, le catene, i lamenti di lemuri, i flosci voli di pipistrelli che accompagnano di norma le trasferte sottoterra di ogni Orfeo, Enea, Vasd’elezione”3.

Non meno accattivante la descrizione dello storico Solarino:

“Ispica è una valle lunga quasi otto miglia, che con varia curvatura si frappone fra Modica e Spaccaforno. In fondo, il piccolo Busaidone qua dorme in piccoli stagni, sotto le tremule foglie del capelvenere, là si risolve in cascatelle: le roccie in certi punti s’avvicinano, e si guardano come i fabbricati che fiancheggiano una via, in certi altri s’allargano e si ripiegano, dando più aria e più luce agli acanti latifolî, agli oleandri e ai carrubi, le cui radici si insinuano fra le loro fenditure. Ma i fianchi di quelle rupi son tutti perforati da innumerevoli grotte, a piani sovrapposti, con sottili spartimenti, con incomodo accesso, e senza alcuno abbellimento nell’interno. Verso l’estremità nord-est se ne trovano più ampie, e più comode, fornite di scale, comunicanti tra loro con qualche corridoio, divise in appartamenti”4.

Toma a finti pilastri, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Vi si insediarono i Sicani (autoctoni o di origine iberica5) che, secondo Solarino, le diedero il nome d’Ispica, la cui radice probabilmente deriva dal celtico ys (“Gli asili della rupe, ovvero la rupe degli asili”: “… Lo si tradusse poi pleonasticamente nel latino Ispicae-fundum, che fra i moderni divenne Spaccaforno”). 

Ai Sicani si sovrapposero i Siculi che arrivarono in Sicilia intorno al 740 a. C.: Sikeloi chiamati dai Greci, di probabile origine egeo-anatolica o africana oppure peninsulare per altri studiosi secondo le fonti di Tucidide, dello storico Dionigi di Alicarnasso, di Diodoro Siculo6. La loro presenza, oltre a Cava d’Ispica, si diffuse in buona parte del territorio, scegliendo pur sempre luoghi imprendibili dell’entroterra per il timore di scorrerie provenienti dal mare: a Ibla e a Canicarao, a Castiglione e a Cava dei Servi, a Chiaramonte, Giarratana, monte Casasia, Modica. 

Raffaele Solarino su una presunta diversità culturale tra l’una e l’altra popolazione ha scritto: “Guarentita da maggior stabilità, e da un nerbo di forze più significante, l’industria agricola cominciò, nell’isola, al tempo dei Siculi, il suo progresso, e deve riferirsi a costoro la leggenda di Cerere, quella di Aristeo, e quella del sangue di Urano, da cui proveniva la fertilità della Sicilia. Come il periodo ciclopico e sicano è rappresentato dal mito di Polifemo, così il periodo siculo viene rappresentato dal mito di Dafni: nell’uno la forza bruta, e selvaggia, che si divertiva a lanciare sassi a’ piè dell’Etna, nell’altro la vita quieta e pastorale, allietata da’ miti amori e dall’arte del canto”7.

Grotte di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Coraggiosi guerrieri e valenti agricoltori i Siculi che introdussero l’uso del cavallo e del rame. Dotati di propri costumi, coltivavano il grano e la vite; oltre all’uso della ceramica e della metallurgia, scavavano le ripide pareti rocciose di calcare tenero, allora raggiungibili per mezzo di corde, di scale, di liane, allo scopo di ottenere tombe a forno destinate ai defunti. E vi ponevano accanto oggetti d’uso quotidiano come armi, anfore, cibi in memoria della vita trascorsa o per un’eventuale credenza nell’anima immortale. 

Ambiente interno del Castello sicano, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Ad affiorare è una immagine di sofferta materialità, fra sopravvivenza e cerimonie funebri, che suggestionò Jaen Laurent Houël, viaggiatore francese del Settecento cui si devono preziose acqueforti sul luogo, riportate nell’opera Le voyage pittoresque de Naples et de Sicile8. Attraversando tortuosi sentieri che conducono alla parte mediana della valle, si incontra, ai piedi di una colonna rocciosa, il cosiddetto “castello”: un bubbone litico dalla geometria miocenica, costituito da almeno quattro ambienti intercomunicanti, che sembra voler governare sulle grotte. Di origine sicana per alcuni studiosi, e lì probabilmente alloggiava il sovrano; descritto dall’Holm, è chiamato “Castello d’Ispica” (u castieddu  rispica), maestoso “tra le montuose grandiosità di quel sito orrendamente bello”9. 

Nel periodo bizantino il luogo costituì un’ancora di salvezza per gli esuli siracusani e per gli anacoreti che vi si fermarono. Affreschi religiosi sono sparsi un po’ dovunque: segni di una tradizione che parla di Ilarione, il santo palestinese di indole tenace che nel 363 d.C., provenendo dall’Egitto approdò a Capo Pachino in “un villaggio del lido ricurvo” e si rifugiò all’interno a venti miglia dal mare, nella Cava, secondo le interpretazioni date allo scritto di San Girolamo, Dottore e Padre della Chiesa, confermate dalla tradizione locale attestata da Vito Amico: “E’ detto da S. Girolamo (Vita Ilarionis) che Ilarione si ritirò in un agellus vicino vicino ad una villa non lontano da una via di transito, coltivando un appezzamento di terreno vicino l’eremo”10. Vi dimorò per due anni, recandosi spesso nel villaggio vicino al mare, detto Ina o Ispa. E anche gli abitanti andavano a trovarlo per essere miracolati.    

In una grotta, dove si svolgeva il suo culto, si è voluta identificare la sua abitazione (una nicchia sul muro forse per deporvi il lumicino ad olio). Forse nei pressi dovette vivere una modesta comunità religiosa. 

Cava d’Ispica, Convento dei Padri Carmelitani – foto tratta www.cavadispica.org

Del processo di bisantizzazione11, il periodo del Monachesimo, che invase ogni angolo della Sicilia dando vita a comunità di religiosi, fu certamente il miglior lascito: “Nella Cava d’Ispica, che bene si prestava all’isolamento ascetico, sorsero più comunità religiose che passavano il tempo ad allargare, modificare, ampliare gli antichi insediamenti rupestri, ricavando dalla viva roccia veri e propri conventi di molte stanze, a più piani, collegati mediante ardite scale a chiocciola e corridoi di collegamento”12. 

La chiesa più nota è quella dedicata a San Pancrati, che si trova fuori della Valle: per gli studiosi dovrebbe essere mantenuta la cronologia del VI secolo, periodo di intensa attività edilizia in in Sicilia. E il culto si riferiva a san Pancrazio, presenza documentata nell’epistolario di Papa Gregorio Magno (509-604). La tradizione lo ricorda come siciliano; per alcuni invece nacque a Simada in Cappadocia e per qualche tempo fu ospite dei fedeli di Cava d’Ispica. Sempre che sia stato lo stesso, nel 304 fu a Roma durante le persecuzioni cristiane e lì morì martire. Soltanto i resti rimangono della chiesa. Devastata dagli arabi e poi riedificata, venne quasi del tutto distrutta dal terremoto del 1693.  

L’ambiente, ricco di vegetazione, ha importanti testimonianze: la “Grotta dei Santi” (‘a rutta re Santi), perfettamente circolare e affrescata da 36 figure bizantine che hanno subito devastazioni e incuria; il convento rupestre di Sant’Alessandra; la grotta di San Nicola coi resti dell’altare, del fonte battesimale, degli affreschi della Madonna col bambino, dell’Annunciazione e del San Nicolò. 

Grotta della Larderia, Cava d’Ispica – foto tratta da www.wikipedia.it

Cava d’Ispica è anche ricettacolo d’un pianeta sotterraneo fatto di nicchie, di sepolcri a baldacchino e di corridoi. E’ la “larderia” (potrebbe significare “canale di acqua”), imponente ipogeo a tre corpi paralleli, che scorrendo per 28 metri testimonia i culti funerari in epoca cristiana (IV-V secolo); la “Spezieria” (‘a bizzarria), anch’essa ipogeica, è l’antica bottega dello speziale, data la sua particolare struttura a scaffali, nicchie, compartimenti. Al centro della grotta principale, un grosso buco sarebbe servito da mortaio che con un pestello di dura roccia gli erboristi utilizzavano per ridurre in poltiglia le erbe curative con cui preparare infusi e decotti. 

 

Torre Fortilitium, Cava d’Ispica – foto tratta www.it.wikipedia.org

Nel sud-est della Cava, procedendo sull’altura, a destra del convento del Carmine, al centro del fondo valle troneggia con la sua megalitica cinta muraria una rupe detta la “Forza”: inaccessibile, remota, interna fortezza. E sulla sua punta si ergeva il “Fortilitium” dai cui torrioni si avvistava l’arrivo del nemico che facilmente poteva essere respinto con il rotolare dei sassi. Vasta l’area protetta dalla natura rocciosa: un altopiano di tre ettari circa, alto da cento metri e oltre, capace di contenere tremila persone13.

Vi si svolgeva la vita dell’allora Spaccaforno, prima del terremoto del 1693. Luogo della memoria collettiva, privilegiato dalle diverse popolazioni succedutesi nel corso di vicende plurimillenarie, conserva le tracce d’una civiltà tenace: dai ruderi della chiesa dell’Annunziata a quelli del castello, al centro della cittadella, nel cui interno sorgeva il palazzo marchionale  (superba, sontuosa dimora dei conti Statella che vi soggiornavano quando si rendevano liberi da impegni e imprese militari). E’ il “Centoscale” nella zona Ovest del parco, ad essere il transito verso il ventre della terra, verso il sotterraneo Plutone. Dell’ardita, spettacolare costruzione – un tunnel ipogeico scolpito nella roccia – sono 238 gli scalini che fanno raggiungere il fondovalle fin sotto il tetto del torrente. E’ probabile che l’opera sia servita per approvigionare di acqua e viveri il gran castello, specialmente nei periodi di presenze minacciose. A poca distanza l’eremo di S. Maria della Cava, nel cui pittoresco spazio esterno si svolgevano le fiere14. Di fronte c’era la “Conceria” (“Cunzeria”), una grotta di vasche in successione, dove si lavoravano le pelli. Della chiesa dell’Annunziata, sull’estremo sperone meridionale del fortilizio, rimangono soltanto i tagli delle fondazioni nella roccia: il piano pavimentale veniva occupato da fosse sepolcrali per i notabili, le loro famiglie, i preti. 

Vegetazione di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Siamo in luoghi scenograficamente suggestivi dove fin dall’età del bronzo si costruirono villaggi; siamo nel sito rinascimentale del feudo e della preghiera ai santi che avevano soppiantato divinità scadute come Poseidone e Diana, del lavoro e dell’ingegnosità d’una comunità contadino-pastorale e artigianale in un territorio di ripidi pendii e verdeggianti vallate. Certo è che il paesaggio con una architettura tenace e cosparso di segni etnologici, oltre a offrire di sé le peculiarità più diverse e inconfondibili, comunica un’energia dirompente; tranquilla valle luminosa oltre la quale sta uno splendido mare: fra i sentieri di piante arboree (il platano, il bagolaro, il fico selvatico…) ed erbacee (l’edera, l’orchidea, il ficodindia…), si riesce a sentire il fascino della bella natura.

Federico Guastella

Ragusa, 6 maggio 2022

Note

  1. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Torino: Bollati Boringhieri, 1999 (1949-64).
  2. S. Minardo, Cava d’ispica, Tip. Piccitto&Antoci, Ragusa, 1905; G. Di Stefano – D. Belgiorno, Cava Ispica: recenti scavi e scoperte, Modica 1983; G. Di Stefano, Piccola guida delle stazioni preistoriche degli iblei, Ragusa 1984; G. Di Stefano, Recenti indagini sugli insediamenti rupestri nell’area ragusana, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, atti del sesto Convegno internazionale di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania, Pantalica, Ispica, 7-12 settembre 1981), F. C. Damiano (a cura di), Congedo editore, Lecce 1986; M. Trigilia, Storia e guida di Ispica (con stradario di Corrado Monaca), Casa Editrice So. Ge. Me., CI. DI. BI., Ragusa, 1988; P. Nifosì, Guida di Ispica, Comune di Ispica, Litografia La Grafica – Modica, 1989. 
  3. G. Bufalino, La luce e il lutto, Sellerio, Palermo, 1988.
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I stampato nel 1885 tre anni dopo la pubblicazione dell’opuscolo I Comuni del Circondario di Modica).
  5. Trascrivo il prezioso contributo di Giuseppe Cocchiara: “I primi colonizzatori greci, secondo la testimonianza di Tucidide, al loro arrivo in Sicilia (VIII sec. a.C.) trovarono popolazioni di quattro gruppi etnici distinti: i Sicani, gli Elimi, i Siculi, i Fenici. A parte gli Elimi, stanziati in un territorio limitato ai distretti di Segesta e di Erice, e i Fenici, che avevano stabilito nella seconda metà del IX secolo i loro empori commerciali sulle coste e successivamente si consolidarono a Palermo, Solunto e Mothia, i Sicani e Siculi si dividono il dominio dell’Isola. I Sicani sono i più antichi abitatori della Sicilia di cui la storia abbia serbato il ricordo. Dapprima diffusi per tutta la regione, che avevano occupato nel III millennio a.C., furono respinti dai Siculi, sopraggiunti due millenni più tardi dall’Italia, nella parte occidentale (…). Per l’ “Odissea” i Sicani abitavano la Sicilia e i Siculi il continente della Penisola, in una regione probabilmente sulla costa della Puglia, dove da Itaca si poteva approdare con facilità (…). Al fondo autoctono e mediterraneo della Sicilia, rappresentato dai Sicani, gli archeologi riconoscono l’appartenenza di alcune belle armi di ossidiana o di basalto, la ceramica decorativa a motivi lineari e i vasi colorati degli scavi di Matrensa e di Stentinello (…). I Siculi, che in origine erano di razza e lingua ugualmente mediterranea, ma italicizzati nella lingua e nel costume della sovrapposizione di popolazioni proto latine, risospinti dagli Opici, rifluirono in Sicilia cacciando i Sicani nella parte occidentale dell’Isola (G. Cocchiara, “Non chiamatela Isola”, in “Cronache Parlamentari Siciliane”, 20.2.1991, pp. 44-45). C’è altresì da dire che nella fascia sud-orientale della Sicilia, prima dei Sicani si ebbe una fitta rete di centri di <<Castelluccio>> (1800-1400 a. C.), un sito tra Noto e Siracusa, indagato da Paolo Orsi.
  6. Per l’approfondimento: P. Militello, I Siculi fra tradizione storica ed archeologia, in L. Guzzardi (a cura di), Civiltà indigene e città greche nella regione iblea, Distretto scolastico 52 Ragusa – Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e alla P. I., C.D.B., Ragusa, 1996.
  7. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I, op. cit.
  8. Hélèn Tuzet, Jaen Houël, pittore di corte, in Guy De Maupassant, La Sicilia, Sellerio, Palermo, 1990.
  9. S. Bellisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne, vol. II, La tartaruga editrice, Ispica, 1987.
  10. G. Di Stefano – G. Leone, La regione camarinese in età romana, Edizioni del Comitato per le Chiese di Ibla, Litografia LA GRAFICA, Modica Alta, 1985.
  11. Affermano molti storici che la Sicilia fu dominata dai bizantini nel 535, l’anno in cui i Goti vennero cacciati da Belisario. Sicché, i siculi si accrebbero con l’arrivo dei romèi di Costantinopoli (immigrati provenienti dalla Grecia e dall’Asia minore). Attratti dal territorio (risorse naturali e attività produttive), vi rimasero per circa trecento anni (535-827), senza però arrecare benefici. Un “Prefetto Pretore” governava l’Isola servendosi di funzionari imperiali e di certo il malgoverno, tra cui la fiscalità dell’amministrazione, fu la loro impronta. L’abbandono delle città favorì lo sviluppo di villaggi rurali dalle povere condizioni di vita e come abitazioni si utilizzarono le grotte naturali. Anche quelle delle necropoli preistoriche o sicule. Sul piano religioso il culto bizantino divenne preponderante, unitamente alla cultura greca, anche se la popolazione era stata ormai romanizzata Gregorio Magno (590-604), che viaggiò per la Sicilia, raccolse in comunità gli anacoreti e fondò 6 monasteri: il sesto secondo il Pirri tra Ragusa e Modica, in località Buscello.
  12. S. Belisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne), vol. I, Tipolitografia “Moderna”, Modica, 1988.
  13. R. Fronterrè Turrisi, Il Fortilitium di Spaccaforno, ed. Comune di Ispica, Tipolitografia Martorina, Ispica, 1972.
  14. R. Fronterrè Turrisio, La Chiesa di S. Maria della Cava di Ispica (già Spaccaforno), ed. Comune di Ispica, Tipografia Martorina, Ispica, 1978.

Le foto sono tratte dai siti: www.cavadispica.org e www.it.wikipedia.org.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Il miele degli Iblei – di Federico Guastella

Si chiamano “Iblei” i monti che si estendono nella zona sud-orientale della Sicilia, degradando sino al mare. L’aspetto è unico. I continui movimenti orogenetici provocarono la formazione delle suggestive e selvagge “cave”: una sorta di canyon che in ogni senso solcano il tavolato ragusano. Il carrubo, assieme a qualche bagolaro, al fico selvatico e al gelso, è l’emblema floristico più ricorrente. Lo rappresentano in modo magistrale i dipinti di Piero Guccione; nell’immaginario collettivo viene spesso associato alla ragnatela dei muretti a secco che, per favorire le rotazioni agrarie, separano i campi gli uni dagli altri. 

Gli Iblei, copiosi di timo e altre piante spontanee, sono pur sempre un richiamo per le api1. Non era sfuggita la loro importanza a Filippo Garofalo che nella seconda metà dell’Ottocento scriveva:

Ape succhia il nettare dal fiore d’agrume

“La coltivazione dei cereali è sì estesa che ha fatto disboscare tutte le terre anche le più aride e sabbiose, le balze più ripide, e manca il timo, il rosmarino, e la copia di altre erbe odorifere la cui abbondanza in queste terre dava prova dell’Ibla in Ragusa (…). L’aere tiepido della nostra marina favoreggia la nutrizione delle api, ed i nostri maggiori vedevano nelle nicchie sepolcrali esistenti in molte rupi volte a mezzogiorno delle nostre valli, dei naturali alveari, dai quali scorreva profluvio di miele (…), e tutta questa visione poetica altro non era che sciami di api avventuriere nidificanti a caso in quelle cellette. Tuttora però non mancano sciami errabondi, non mancano le api stazionarie, e se si avesse cura di non far mancare artificialmente i fiori come il timo e il rosmarino ed altre erbe, si vedrebbe al primiero stato l’abbondanza del miele e della cera”. 

Venere consola Cupido punto da un’ape – Benjamin West

In un tempo lontano vi soggiornarono dunque in abbondanza, producendo un soavissimo miele di cui parlarono Virgilio2, Seneca3, Marziale4, Plinio5, ed altri tra cui Ovidio6. Non a caso Virgilio, che ben conosceva la pratica apistica sviluppata al suo tempo, nel IV libro delle Georgiche racconta la leggenda del pastore Aristeo: il mitico eroe libico, figlio di Apollo e di Cirene che aveva appreso dalle ninfe l’arte di allevare le api.

Antica l’arte del melaio, esperto maestro che padroneggiava strumenti e praticava l’apicoltura, avendo ereditato di generazione in generazione conoscenze legate alla terra e alle erbe. Ancora oggi, sia pure in modo alquanto ridotto, viene esercitata malgrado la paventata estinzione dei preziosi insetti. 

Miele dei Monti Iblei

Le arnie di ferùla7 (i “vasceddi”) con il loro calore accolgono le misteriose api, timorose del freddo. Nomadi i “milari”: trasportavano le loro arnie nei luoghi della fioritura primaverile e chiamavano con un nome specifico le diverse qualità di miele prodotto: “meli ri satra” (miele di timo), “meli ri çiuri” (miele di fiori), “meli ri carrua” (miele di carrubo). 

I melari di Chiaramonte Gulfi, pittoresco paese in provincia di Ragusa, dovettero essere in numero cospicuo al punto da avere i loro statuti come risulta dal testo di Corrado Melfi, Barone di San Giovanni, che si intitola “Capitoli della maestranza dei maestri fascellari d’api della città di Chiaramonte del 15 gennaio 1795” (Tip. “Lo Statuto”, Palermo, 1897). 

Dopo la pastorizia, era l’industria del miele a produrre un sufficiente sviluppo in un territorio dallo scarso sfruttamento agricolo: perciò, bisognava regolamentare l’attività al fine di dirimere possibili controversie. Furono gli stessi melari ad avvertire il bisogno di specifici regolamenti, si auto-organizzarono e presso un notaio ne fu dato il crisma della legalità con l’obbligo dell’osservanza. Due Consoli, eletti ogni quattro anni nella chiesa di San Giuseppe, erano addetti alla sorveglianza. Dieci i “capitoli” redatti con un linguaggio fluido e chiaro a testimonianza della sapienza di chi ha vissuto con le api. 

Tre api dorate nello stemma del Comune di Avola

Si potrebbe dire che dai melari affiora l’etica d’una civiltà fiorente da Ragusa a Siracusa, di cui vanno menzionati i paesi di Melilli8, Solarino, Noto, Avola, Sortino. 

Viene in mente l’avvincente brano in cui Vincenzo Consolo, iniziando da Pantalica il suo viaggio per la Sicilia, descrive l’incontro con il sacro depositario di una cultura tramontata e conservata dall’etnologo di Palazzolo Acreide Antonino Uccello9: “E come un re ci apparve il sapiente melaio di Sortino, Giuseppe Blancato, bianco di nome e bianco di capelli, assiso avanti all’uscio della casipola al centro del suo podere, in faccia alle grotticelle di Pantalica. <<Ho vissuto la mia vita con le api. L’ape e l’apicultura sono scienza in sé; conoscendolo bene, questo insetto, affascina. Nel mio ceppo familiare sono stati tutti apicultori, nonni bisnonni avi e bisavi>> ci disse. Ci portò poi a vedere le sue arnie di fèrula, accatastate sotto una tettoia, e ci offrì in una ciotola un pezzo di favo grondante miele. E disse ancora, guardando intorno per il suo podere: <<Qui ogni pietra è un ricordo per gli insegnamenti e la moralità che mi trasmise mio padre>>. Ci parve allora, Blancato, come uno degli ultimi interpreti di una cultura, di una civiltà pressoché tramontata, un sopravvissuto sacerdote di una religione quasi più da nessuno praticata, la religione della tradizione immutabile legata al mito della terra”10

Palazzo dei Mercenari – Modica (RG)

Lievi sensazioni, eventi e persone trascinati dal tempo nell’anonimato tornano a rivivere come d’incanto nel “Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni popolari ” S. A. Guastella”11, che si trova a Modica, ubicato al primo piano dell’ex convento dei Padri Mercedari: “Un’architettura del Settecento rimasta incompleta, elegante e sobria nel suo linguaggio tardo-barocco e rococò ad un tempo nel prospetto esteso lungo la collina di Monserrato”12.

Hanno valenze arcane i vari ambienti che fanno emergere i valori del territorio: sono risorsa e identità, espressione materica che viene da lontano. E qui il fruitore affonda le radici nella propria terra e in essa avvia e sviluppa la propria opera di rivisitazione. Spazi di vita potremmo definire i luoghi del percorso il cui  punto di partenza è dato dalla “Masseria” (massaría): un microcosmo semiologico connotato dalla presenza del carretto siciliano e dei muretti a secco (mura a siccu), dal baglio (bagghiu) e dalla casa contadina coi diversi vani: casa ri mannara (cucina rustica), casa ri stari (casa da abitare), stanza ro travagghiu (stanza per la tessitura), stadda (stalla). Chiara l’osmosi tra società contadina e paesana. E sono le botteghe artigiane, allestite ai lati del corridoio, a indicarne l’interdipendenza. Non poteva mancare quella del milaru (apicoltore). Scorrendo con lo sguardo, ecco l’affresco animato dagli attrezzi di lavoro e dalla materia prima per costruire il vascieddu ri ferra (arnia in ferula). C’è il “torchio a vite di legno” per la spremitura dei favi da cui si ottiene il biondo miele e ci sono le ghiarre di creta (giarre), in cui viene conservato per la fragrante cucina dei pasticcieri. Tutto qui sorprende fino al termine del ciclo di lavorazione che può dirsi compiuto quando si ottiene la cera per essere poi lavorata dai cirari. Sciami di api dunque nelle verdeggianti valli dei rocciosi Iblei, lievi ronzii propiziatori fra teneri germogli, fiori spontanei e papaveri rossi che fanno vivere il contatto generoso con la terra e l’aria. Non ci vorrà molta istruzione per ripensare alle tante famiglie che per secoli hanno fatto storia: quella della cultura materiale quale sintesi di esperienza e passione. Gesualdo Bufalino ha scritto: “Storia non è solo quella conservata negli annali del sangue e della forza; bensì quella legata al luogo, all’ambiente fisico e umano in cui ciascuno di noi è stato educato. Storia è il gesto con cui si intride il pane nella madia o si falcia il grano; storia è un nomignolo fulmineo, un proverbio cattivante, l’inflessione d’una voce, la sagoma d’una tegola, il ritornello d’una canzone; tutto ciò, infine, che reca lo stemma del lavoro e della fantasia dell’uomo. Materia che deperisce prima d’ogni altra cosa e di cui nessuno, quasi, si cura di custodire i reperti”13. 

Un brano del Mastro-don Gesualdo dà indicazioni su un costume del tutto singolare: “La sala stessa era parata a lutto, qual era rimasta dopo la morte di don Diego, coi ritratti velati e gli alveari coperti di drappo nero torno torno per i parenti venuti al funerale, com’era l’uso nelle famiglie antiche”. L’evento luttuoso era coinciso nella stessa casa, quella dei Trao nobili decaduti, con la nascita di Isabellina: “nella camera di Bianca udivasi un gran trambusto (…); poscia un urlo fece trasalire tutti quanti”. In seguito, il battesimo. 

Consolo ha commentato: “Ecco allora che il nero luttuoso dei drappi trascolora nel bianco della vesticciola battesimale, ecco che la morte è vinta dalla vita; e gli alveari, disposti torno torno nella sala come scanni – usanza arrivata nel cuore della Sicilia con gli Spagnoli – simboleggiano questo passaggio, questa metamorfosi, questa vittoria; simboleggiano con l’immagine della “ninfa” o “pupa” (…) la vita che dal buio della cella viene alla luce”.

 L’ape, specifica il raffinato scrittore siciliano nell’opera Di qua dal faro14, è “sapiente” e “generosa”: “per noi raccoglie l’energia del mondo e la ridona in vischio saporoso e inebriante”.  ll suo miele, “cibo primigenio e incorrotto”, rigenera; è “la divina ambrosia”.

 

Federico Guastella

Ragusa, 20 aprile 2022

 

Note

  1. Per l’approfondimento: S. Burgaretta, Api e miele in Sicilia, Edizioni del museo etnoantropologico della valle del Belice, Gibellina, 1982.
  2. Da un lato la siepe sul vicino confino di sempre / delibata dalle api iblee nel fiore del salice, / spesso con lieve sussurro ti concilierà il sonno: Bucolica I, Milano 1978, vv. 53-55.
  3. Né tanti fiori fa nascere l’Ibla in piena / primavera, quando gli sciami s’intrecciano / fitti in alti grappoli: Edipo Re, atto III, vv. 93-94.
  4. Ibla fiorito si dipinge di vari colori, / quando in primavera è invaso dalle api: Epigrammi, libro II, vv. 1-2.
  5. E’ sempre l’ottimo miele quello / che le api producono dai calici / dei fiori migliori. Tale è … Ibla: Storia naturale, libro IX, cap. XIII
  6. Quante sono le lepri del monte Athos / e quante le api che vivono sull’Ibla: Arte d’amare, libro II, vv. 517-518.
  7. Pianta leggera e porosa, spontanea delle ombrellifere: ha il fusto alto fino a due metri circa, i fiori gialli ad ombrello ed è diffusa in luoghi incolti e nei dirupi. Raccolta a maggio, viene lasciata ad essiccare fino alla stagione invernale per essere manipolata e costruita.
  8. Sulla facciata del santuario di San Sebastiano si osserva il medaglione in pietra dove sono scolpite arnie e api. Sullo stemma di Melilli (“mel”) o Avola (“apicula”) compare l’ape. E ad Avola antica la produzione di miele era, al pari della canna da zucchero, una delle più redditizie attività del ‘600 -‘700. Nello stemma avolese la presenza di tre api è la testimonianza più evidente della diffusione dell’apicoltura.
  9. F. Guastella, Il territorio dei padri, “La provincia di Ragusa”, Anno VII, n. 6, dicembre 1992.
  10. V. Consolo (fotografie di G. Leone), La Sicilia passeggiata, Mimesis edizioni, Milano, 2021.
  11. G. Dormiente, Il museo ibleo delle arti e tradizioni popolari <<S. A. Guastella> (a cura di Gabriella D’Agostino e Janne Viback con l’introduzione di R. Galazzo e disegni di Duccio Belgiorno), S. T. ASS. s.r.l., Palermo, 1986
  12. P. Nifosì, Museo vivo, “La Provincia di Ragusa”, Anno III, n. 6, dicembre 1988.
  13. G. Bufalino, Museo d’ombre, Palermo, Sellerio, 1982.
  14. V. Consolo, Di qua dal Faro, Mondadori, Milano, 1999.

 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Il Barone e il Castello – di Federico Guastella

Situata tra il rilievo degli Iblei e la costa che degrada verso il mare, ecco l’accattivante campagna di Donnafugata, suggestiva per la fitta presenza del carrubo e l’intensità degli odori agresti che invadono la valle.

Romantico il toponimo di origine araba: ‘Ayn as Jafâiat, fonte della salute, che sottolinea un punto geografico ricco di sorgenti dall’acqua benefica. In quest’amena località, che si distingue dalla Donnafugata del Gattopardo, si trova un’abitazione gentilizia: superba costruzione di chiara origine feudale con sovrapposizione di motivi architettonici che denotano un’adesione estetica al gusto di epoche trascorse. 

Baronessa Vincenza Maria Caterina De Spucches (1802-1840)
Barone Corrado Arezzo De Spucches (1824-1895)

Fino alla prima metà dell’Ottocento era una casa di villeggiatura al centro del feudo; ma la bizzarra fantasia di Corrado Arezzo ( 1824-1895), figlio del Barone Francesco e di Vincenza De Spucches1, ridiede vita e spazi con la pretesa del castello. Eclettici gli interventi di diversi stili: il neoclassico sposato al gotico-veneziano con torrioni di gusto tardo-rinascimentale e immagini tipiche della cultura egizia quale la sfinge, merlature riecheggianti il fascino della lontana tradizione medievale. All’interno saloni e camere sono impreziositi da mobili e soprammobili. Per non dire delle statue neoclassiche lungo la scalinata all’ingresso centrale o del reliquiario araldico delle nobili famiglie siciliane nel salone degli stemmi o del pregevole lampadario di Murano nel salotto delle signore.  La ricca biblioteca e una raccolta di quadri testimoniano l’amore per lo studio e per l’arte. 

Labirinto del parco – Castello di Donnafugata

Nel vasto parco di circa otto ettari, cosparso di viali bene articolati e di vegetazione dai ficus secolari alle cactacee nei pressi delle fontane, si sente un’aria di serenità bucolica2. Qui Corrado Arezzo trascorreva con la famiglia e gli amici il periodo della villeggiatura estiva, trasferendosi poi nel palazzo di Ragusa Ibla per il rimanente periodo dell’anno. 

A 24 anni, rappresentante al Parlamento siciliano, partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848, stampando e dirigendo a Palermo in cui da ragazzo aveva studiato, il giornale Il Gatto: titolo metaforico allusivo della lotta contro i “sorci” borbonici. Un foglio di commenti politici oltre che di pungenti osservazioni; anche ricco di una satira mordace diretta ai nostalgici del regime borbonico e spesso agli inetti esponenti liberali. Vigilato dalla polizia in seguito al fallimento della rivoluzione, curò i beni di famiglia e collaborò col padre nella realizzazione di una filanda (1854), dove furono impiegati cinquanta operai. Deputato eletto nel collegio di Vizzini (7 aprile 1861) e dopo senatore per censo (1865), potremmo dirlo un personaggio che riuniva in sé le qualità di aristocratico agrario, qualificato esponente dell’aristocrazia liberale, e di patriota liberale con qualche simpatia – si suppone – per la Massoneria: ipotesi che potrebbe essere avvalorata dagli elementi simbolici qua e là sparsi nel parco che connotano significati segreti in omaggio all’esoterico di cui egli certamente dovette avvertire l’attrazione. 

Loggiato del Castello di Donnafugata

L’attenzione ai luoghi del giardino rivela segnali di un percorso iniziatico: a partire dalla presenza della sfinge egizia alla sommità della scalinata monumentale che dal parco conduce al loggiato (il piano nobile). Del resto, nella lingua copta, la Sfinge si dice “Be-Hit”: parola che significa “Guardiano”. Sfinge, dunque, come guardiana della vita o custode del Tempio-casa. Le grotte con stalattiti simboleggiano il ctonio da cui ha origine la vita, mentre il labirinto esprime percorsi esistenziali di ricerca3. Altro elemento della simbologia massonica è il tempietto neoclassico a pianta circolare che, posto sulla montagnola sovrastante le grotte, ha la cupola sostenuta da otto colonne con l’affresco della volta celeste. 

Nella mente innamorata del barone è possibile cogliere la pensosità di fronte ai destini eterni nonché la propensione a meditare non senza la malinconica certezza della precarietà della vita, richiamata nella parte più ombrosa del giardino, a nord-ovest, dalla presenza degli avelli di foscoliana memoria, circondati da cipressi. 

Di questo luogo gioiosamente vissuto è possibile dunque percepire la ricerca del mistero: proiezione dell’altro e dell’altrove entro lo splendido linguaggio della natura nell’assolata campagna mediterranea densa di miti e di memorie. Non è difficile immaginare che nel corso degli incontri al “castello”, le famiglie patrizie ospiti che potevano raggiungerlo da una strada collegata alla stazione ferroviaria, voluta dal barone già senatore, oltre ai divertimenti che il parco offriva, si raccontassero vicende di viaggi col vantaggio di conoscenze al di là del recinto ibleo.

L’atteggiamento meditativo del barone è altresì rinvenibile nel suo volumetto di poesie comprendente cinque componimenti (in Alcuni versi) e diciannove sonetti (in Voci dell’anima), raccolti col titolo Alcuni versi, pubblicato dalla tipografia e legatoria Clamis e Roberti in Palermo nel 1861: un momento quanto mai incandescente nella storia della Sicilia, all’indomani si può dire dello sbarco dei Mille, e che Tomasi di Lampedusa ha scelto come tempo storico del Gattopardo. Merita di essere ricordata la poesia L’Armonia che scritta in endecasillabi canta l’incanto dell’eden prima dell’irruzione della trasgressione, causa dei mali del mondo. Nel complesso si tratta della lirica privata di un gran lettore del suo tempo, il cui linguaggio non sa però farsi poesia. Si avverte la presenza di questo o di quell’altro autore – Leopardi in primo luogo – e ci sono motivi cari a un romanticismo estenuante e contemplativo come sono raccontati da un Prati o da un Aleardi. Amico del poeta dialettale, suo concittadino, Giambattista Marini, negli anni giovanili è da supporre che abbia frequentato gli ambienti letterari palermitani. Ed egli per parte di madre era cugino del poeta e traduttore Giuseppe de Spucches, principe di Galati, marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna. 

Il piccolo teatro di Palazzo Donnafugata – Ragusa Ibla – immagine tratta da www.tripadvisor.it

Non certo poeta, il barone Corrado Arezzo è essenzialmente un esteta che ama l’arte, tra cui la musica in particolare; ricercatore di razza, egli è mosso dalla molla della curiosità grazie alla quale costruisce la propria conoscenza. L’elezione a deputato nella prima legislatura (1861), che lo fece risiedere a Torino, fu certamente occasione preziosa per ulteriori spazi di riflessioni e di esperienze culturali. Personaggio, dunque, molto in vista ed influente nella vita politica ed economica. Dagli anni ‘70 fino al 1881 fu sindaco di Ragusa Ibla, dov’è la sua signorile abitazione: palazzo Donnafugata che ha un luogo segreto d’amore per l’arte, uno spazio inatteso e riservato come una loggia iniziatica, un teatrino appartato per lo svago intellettuale. Un amnio potremmo dirlo, dove giungevano gli echi della modernità europea. E non manca un pezzo di Malta incastonato nel palazzo: la “Gallarija”, la leggiadra loggetta in legno da cui si poteva guardare senza essere visti. 

L’economista Balsamo, che vi fu ospite, descrisse il gusto di una mondanità  deliziosa fra galanteria civettuola e voluttuose vivacità: un bel brano che sarebbe piaciuto a Tomasi di Lampedusa. 

A Ibla il barone frequentava il Circolo di Conversazione (il Circolo dei nobili detto caffè dei Cavalieri o ‘u circolu re cavalieri), nato per esigenze di socializzazione, di affari e di interessi comuni, di cultura in genere. Socio fondatore il padre insieme ad altri aristocratici ed alcuni borghesi. E’ un’elegante costruzione in stile neoclassico con la presenza di sfingi alate nei tre bassorilievi, fatta costruire intorno al 1850 e inaugurata nel 1856. All’interno rapiscono lo sguardo le pitture di Tino del Campo in un mutato clima simbolista. Eleganti i divani insieme allo scintillio dei lampadari, alla policromia del pavimento a scacchi romboidali4.

 Un siciliano illuminato e di raffinatissimo stile Corrado Arezzo, un siciliano che girava e tornava al luogo natio, portando con sé immagini del mondo, come tanti signori dell’Ottocento. Della sua cultura aristocratica, eclettica e manieristica, nostalgica e rievocativa, si conserva tanto: a Donnafugata, immersa nelle ombre melodiche del suo passato, vive quel particolare incanto per la mescolanza di gusti che esprimono la fresca vivacità dell’immaginazione.   

Federico Guastella

Ragusa, 2 aprile 2022

 

Note:

  1. Nel bel volume Il castello di Donnafugata a Ragusa (Kalós, Palermo, 2002), Gabriele Arezzo di Trifiletti scrive: “Cresciuto nella rigorosa educazione familiare, il giovane barone fu condotto in Palermo e avviato agli studi nell’ambiente religioso dei Padri Filippini, educandosi, ai classici, alle lettere, alla storia; studiò il francese, il tedesco e, strano per quei tempi, anche l’inglese. La sua raffinata formazione culturale piano piano si fuse con una preparazione filantropica lodevolissima. Coltivò nella sua esperienza palermitana le fasi eclettiche, il virtuosismo botanico-agrario e la nuova linea elaborata del neo-gotico, sviluppato nella capitale quasi a sostegno di una medioevale sicilianità”. Intraprendente anche sul piano socio-economico, coadiuvò il padre, nel 1854, nella realizzazione di una filanda che utilizzava macchine mosse dall’acqua e dal vapore e che accoglieva oltre 50 operai. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala funzionavano in Sicilia tremila telai; dopo l’unità ne rimasero meno di duecento. La stoffa cominciò ad arrivare da Biella, ebbe un costo doppio e i nostri lavoratori dei telai restarono disoccupati. Anche la filanda ragusana fu costretta a chiudere definitivamente i battenti nel 1874.
  2. Per l’approfondimento: Tiziana Turco, Il giardino di Donnafugata, in Il castello di Donnafugata a Ragusa, op. cit.
  3. E’ noto che il primo progetto fu attribuito all’architetto Dedalo. Si tratta di una costruzione architettonica caratterizzata da una pianta così tortuosa da rendere estremamente difficile sia l’ingresso, sia l’orientamento all’interno e, quindi, l’uscita. Richiama l’impresa di Teseo e il filo che Arianna: figlia di Minosse e di Pasife, che all’entrata,  aveva fornito. in molteplici riti di iniziazione vi era l’idea di partire dalle viscere della Terra per risalire alla luce. Nel monachesimo cristiano, le cripte hanno svolto una fondamentale funzione di ricerca interiore e di lotta contro le insidie del demonio. Si potrebbe per esempio ricordare che nelle cattedrali francesi, i fedeli, a commemorazione del Calvario, percorrevano i labirinti, riprodotti sul pavimento, chiamati Chemins de Jerusalem. Sicché, per uscire dal “Caos”, il neofita, all’interno di se stesso, incomincia il cammino iniziatico per misurarsi con umiltà, per interrogarsi in modo vigile e continuativo e per decidere la direzione da dare al suo cammino. Egli deve quindi conoscersi con purezza di intenti allo scopo di abbattere i mostri identificabili nei vizi. Entrare nel labirinto e uscirne è perciò ineliminabile per tessere il filo della propria coscienza e continuare l’opera di perfezionamento, giungendo alla luce che è desiderio dell’ascesa e della contemplazione della bellezza.
  4. Così Carmelo Arezzo di Trifiletti (Junior) nell’opera Carmelo Arezzo di Treffiletti: sfumature di un architetto, creatività e umanità di un uomo nella Ragusa Ibla del 1900 (autopubblicata su Amazzon, 2022): <<Ragusa Ibla con il suo circolo espresse la sua contraddittorietà, che mediava l’essenza conservatrice di giorno, vestendosi elegantemente di notte – secondo quanto appuntato da Eugenio Sortino Trono nel suo diario – con le numerose feste danzanti notturne che si avvicendano negli eleganti palazzi dei soci o nel circolo di conversazione, si festeggiarono nel tempo fidanzamenti e sequenziali eventi mondani incentrati sulla fondamentale presenza delle Dame>>. 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

…e venne la Contea di Modica – di Federico Guastella

Marchisia Prefoglio – disegno di Andrea Carisi

Scrive Raffaele Solarino: “Federico Musca, figlio a colui che avea diffuso in questa regione il movimento insurrezionale contro i francesi, ebbe assegnata Modica a titolo di Contea, e con il medesimo titolo fu data Ragusa a Giacomo Prefoglio. Si ignora la data delle concessioni : ma quella di Modica deve essere stata fra le prime che fece re Pietro…”.

E’ appena il caso di dire che Marchisia Prefoglio, la quale viveva ad Agrigento, sorella di Giacomo e di Federico conte di Caccamo, aveva sposato Federico Chiaramonte. Diversi i figli, fra i quali: Manfredi e Giovanni, nonché il terzogenito Federico (barone di Racalmuto, di Siculiana e di Favara, territori da lui ripopolati). 

Stemma di casa Chiaramonte

Fu il casato dei Chiaramonte (1286-1392), famiglia originaria di Clermont  e legata per rapporti di parentela a quella di Carlo Magno, ad esprimere la propria potenza, visibile nello stemma che riporta cinque monti d’argento in campo rosso o un monticello a cinque gobbe. Di animo fiero e altero, non persero l’occasione di guerreggiare per estendere il dominio e si deve a loro l’ascesa dinastica in una Sicilia attraversata da accordi e discordie con altri grandi feudatari: Artale Alagona, Francesco Ventimiglia, Guglielmo Peralta. 

Dichiarando la sua fedeltà a Federico II e sostenendolo da valoroso guerriero, Manfredi Chiaramonte 1  riunì sotto il suo comando una delle più consistenti baronie dell’Isola. Per parte di madre fu conte di Ragusa (comprendente Gulfi, “mutandone il nome in quello di Chiaramonte per ricordo imperituro del suo Casato” 2), da lui riconquistata nel 1302 dopo che nel 1299 era caduta in potere degli Angioini. Anche conte di Modica (comprendente Scicli), avendo sposato Isabella Mosca cui era stata affidata detta contea. Amato dai vassalli, unificò le due contee in una sola con la denominazione “Contea di Modica”, avente residenza a Ragusa, unitamente all’amministrazione: “e dalla curia ragusana dipendeva allora l’altra corte di Modica e Caccamo ed altre signorie” 3 .

Così Raffaele Solarino nel 1884 ne descriveva il territorio: “Posto all’estremità più meridionale di Sicilia, (esso) si estende su di un terreno accidentato, che quà si riposa in diffuse e fertili pianure, là s’innalza in monti erti e dirupati, in certi punti s’accumula in vaste masse compatte, che formano altipiano, in altri si squarcia e sprofonda in valli e torrenti…”.

Riproduzione grafica del Castello di Ragusa Ibla

Molti i castelli, fatti edificare a scopo difensivo, sono legati al suo nome e ai discendenti cui si devono molte opere pubbliche che in diverse città migliorarono il decoro e le condizioni di vita. 

La dinastia non mancò di operare anche nell’attività chiesastica: a Ragusa i Chiaramonte accolsero come protettore il normanno San Giorgio e probabilmente, sostiene Giorgio Flaccavento, ne riedificarono il tempio, spostando il sito da quello vicino al castello alla spianata del Corso per renderlo più maestoso. 

Oltre al Lauretta, il cui manoscritto è riportato da Sortino Trono nell’opera I Conti di Ragusa e della Contea di Modica (1907), a parlare del loro palazzo fu un “Anonimo” nel suo manoscritto sulla Ragusa del Seicento, pubblicato da Francesco Garofalo (1980). Leggendo le paginette che gli dedica, vengono in mente alcune foto che riprendono resti consistenti delle strutture murarie prima di essere demolite all’inizio del ‘900 per far posto alla costruzione del Distretto Militare. Dettagliata la descrizione che con le tonalità del fantastico lo presenta munito di tre porte e di una quarta detta ferrea utilizzata per l’accesso, situandolo poco distante dalla via principale: verso il centro della città e sulla parte più alta di essa. 

Ecco appena un accenno:  

Ha all’interno quattro fortissime e altissime torri, le quali tutte sono abitate, e tra l’una e l’altra vi sono mura fortissime e altissime; sopra di esse sono i merli e delle palle rotonde di pietra viva, delle quali a stento un uomo fortissimo potrebbe sollevarne una, e dalla parte di dentro sopra le dette mura si cammina comodamente per la difesa del Castello… Dopo la quarta porta esisteva un porticato attraverso il quale si entra in un cortile, ed in esso è un magnifico palazzo, nel quale abitarono i Chiaramonte, Conti di Ragusa, il qual palazzo viene ora chiamato “lo palazzo dilli Chiaramunti” 

Il palazzo nel castello, dunque. Ed era in un sito di dominio della città tale da consentire una poderosa difesa dagli attacchi esterni. 

D’avviso diverso Leonardo Lauretta che, contraddicendosi, situava il grandioso palazzo nel luogo del Convento di san Francesco: “Sino al dì d’oggi ne appaiono le mergoli delle Torri, corridoi di strade sotterranee, piscine, bivieri, conducendovi le acque della Cava di Velardo… “. E’ stato Filippo Rotolo nell’opera La chiesa di S. Francesco all’Immacolata (1990) a fornire una convincente chiave di lettura, mostrando tanta destrezza nel maneggiare l’argomento. Escludendo che la torre annessa al Convento dei Francescani sia stata di stile chiaramontano, ha ritenuto che dovette essere dell’antica chiesa di San Francesco, all’origine facente un tutt’uno con la facciata di cui si conserva il portale anteriore alla venuta dei Chiaramonte. 

Sull’ubicazione del palazzo, lo studioso condivide le notazioni del Garofalo e gli sembra probabile che sia stato edificato da Manfredi I Chiaramonte. 

Prezioso il passo da cui si apprende il luogo scelto dai frati per stare a contatto con il popolo minuto e viverne la vita:  

Chiesa e convento di S.Francesco all’Immacolata – Ragusa

… a Ragusa i primi ignoti Francescani si sistemarono nella periferia settentrionale della città, che solo dopo il sec. XIII questo sito era certamente, come lo è tuttora, l’estremo limite settentrionale, lontano dal centro costituito dal castello normanno, oggi distrutto. 

In realtà il castello esistette al tempo dei bizantini che eressero mura invalicabili. Gli Arabi, saccheggiatori dei territori, secondo una tradizione popolare, non coincidente con le notizie fornite da Michele Amari che riferiscono dell’abbattimento, tentarono invano di espugnarlo; i normanni con Goffredo lo resero più poderoso e i Chiaramonte con Manfredi I e III vi eseguirono opere imponenti per renderlo più imprendibile. 

Grazie alla ricerca demologica, si è compreso l’interesse appassionato del popolo per i fatti del tempo. Per chiarire il senso di un distico popolare, Serafino Amabile Guastella, nell’opera Canti popolari del Circondario di Modica raccolti e illustrati da S. A. G. (Modica, Lutri&Secagno, 1876), espone un fatto:

Costanza di Chiaramonte

“Costanza, figlia di Manfredo III, settimo conte di Modica e almirante di Sicilia, fu menata sposa a re Ladislao di Napoli; ma il voluttuoso e volubilissimo principe, venutagli, dopo pochi anni, a noia la moglie, bramò impalmare altra donna, e pregò, poi minacciò aspramente il papa a dichiarar nullo il precedente matrimonio. Il papa, ligio in tutto ai reali di Napoli, annullò il matrimonio ma Ladislao, non contento di contrarre altre nozze, volle altresì costringer la Costanza a toglier per secondo marito Andrea di Capua, conte di Altavilla. L’altera donna, terminata appena la cerimonia nuziale, celebrata in Gaeta, rivoltasi ad Andrea, presenti il re e i cortigiani, proruppe in queste fiere parole: Messer Andrea, vi potete tenere il più avventurato cavaliere del regno, perché avete per concubina la moglie legittima di re Ladislao, vostro signore”. Lo stornello, commenta l’antropologo e scrittore di Chiaramonte Gulfi, “ha perduto il significato storico, e si canticchia fra i denti quando si vuol mettere in burla la resistenza inattesa o protratta di una donna del volgo”: 

Viola, viulina, / cunsidira la nostra paisana! // Lu papa ca la sciòisi di rrigina / ci rrissi: figgia mia fa la buttana.

(Viola, violina, / Considera la nostra paesana! // Il papa che la sciolse di regina / le disse: figlia mia fai la puttana). 

Se di Simone, personaggio turbolento e conte di Ragusa nel 1353 dopo la morte del padre Manfredi II, si può dire che dedicò la vita a guerreggiare per l’Isola, diversa per indole filantropica fu sua moglie Venezia (amata dalla gente comune), da lui perseguitata con l’intento di sposare Bianca, sorella di re Federico. Quando il popolo parlava del matrimonio di un’orfana, alludeva a Venezia Palazzi che aveva istituito una dote per le orfanelle del paese. Da qui il distico: 

Vinezia, l’armi santi fannu festa / C’addutàstivu a tutti l’urfaneddi.                                                            (Venezia, le anime sante fanno festa / perché avete cresciuto tutti gli orfanelli). 

Dolorosa, dopo novantatré anni, la fine della dinastia a seguito dell’ingresso degli spagnoli in Sicilia. Andrea Chiaramonte (1391-1392), l’unico a opporvisi a Palermo con fiera resistenza, fu arrestato e processato in modo farsesco. Condannato a morte ad opera di re Martino, venne rapidamente decapitato in Piazza Marina davanti al palazzo Steri dove egli era nato, simbolo del potente casato. 

Affidiamo ora alle parole di Raffaele Solarino la valutazione complessiva sull’operato di questa famiglia che esercitò il dominio in buona parte dell’Isola: 

“Grandi non furono, ma potenti, doviziosi, splendidi. In quel periodo procelloso di fazioni e di lotte, costretti a destreggiarsi con leghe ed alleanze continuamente giurate, rotte e falsate, condannati a combattere sempre per soperchiare l’opposta fazione, per conservare le preminenze ed accrescerle, mostrarono sempre un’energia di carattere, una fierezza indomabile, un valore non comune. Sentivano l’odio ereditario, la pertinace voluttà della vendetta, e sodisfecero sempre all’irrequieta ambizione senza ritegni, né riguardi, né scrupoli, come portavano i tempi” 4.

Spadaccini dunque i Chiaramonte che assoldavano squadre di avventurieri per risolvere le loro questioni; nel contempo, rifuggivano quasi tutti, aggiunge lo studioso, “dalle vie oblique, dai raggiri, dalle astuzie”. E “non sovvertitori dei sudditi” che li tennero in grande considerazione. 

Quelli furono anche gli anni della più luttuosa pandemia. In Sicilia, nell’ottobre 1347 la “peste nera” giungeva forse per l’arrivo di galee genovesi, provenienti dall’Asia: diffusasi ovunque dalla Sicilia in Europa, fa da sfondo al Decameron e fu rappresentata da mano ignota nel famoso dipinto del 1446 Il trionfo della morte di Palazzo Abatellis a Palermo: la festa dei personaggi è colpita dalla Morte rappresentata al centro e quel trionfo è la metafora della caducità della vita!

Federico Guastella

Ragusa, 13 marzo 2022

 

Note:

  1. 1296-1310, date indicanti l’anno d’insediamento e quello della morte.
  2. A Manfredi si deve dunque la nascita di Chiaramonte che cominciò a sorgere all’interno della fortificazione (poi distrutta dal terribile terremoto dell’11 gennaio del 1693). Il piccolo agglomerato formò il quartiere Baglio (il termine deriva dall’arabo bahal, “cortile”, indicante il “piano”, cioè l’area interna di caseggiati feudali, supporto logistico per il lavoro). Oggi è visibile, a nord, la pittoresca porta principale d’ingresso, originariamente chiamata Porta dila chaza e adesso “l’Annunziata”: a forma d’arco (Arcu ra Nunziata) e con le tracce dell’opera, ormai corrosa, di uno scalpellino del tempo, mostra due bassorilievi raffiguranti i momenti dell’Annunciazione: a destra, Maria che prega; a sinistra l’Arcangelo Gabriele. Indicativo il nome riferito alla prima chiesa madre del paese, sorta in data successiva al 1310: quella dell’Annunziata, situata all’interno della cinta muraria subito dopo l’attraversamento dell’arco e alla sinistra di chi procede. Si ipotizza l’esistenza di altre due porte d’accesso: la porta della Guardia o di Ragusa, ad est, che, ubicata nella zona che collega il piano di San Giovanni col piano di Santa Maria del Gesù, metteva in comunicazione la città di Ragusa e con la strada romana Agrigento-Siracusa; la posterla (‘a pusterna, porticella), a sud, che collegava la zona del Ferriero con l’attuale via Porta. A sud del Baglio esisteva il quartiere denominato “Cuba”, così chiamato per la probabile presenza d’una omonima costruzione che forniva acqua e riparo ai viandanti.
  3. F. Garofalo,  Discorsi sopra l’antica e moderna Ragusa, Stabilimento tipografico di Francesco Lao, Palermo, 1856 (Riedizione anastatica, Attesa editrice, Bologna, 1985).
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche, ristampa anastatica 1973, vol. II, pp. 113-114.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Giù la maschera! Il processo di disidentificazione nella Psicosintesi – di Pippo Palazzolo

La psicosintesi di Roberto Assagioli, una delle correnti più interessanti della psicologia moderna, ci può aiutare a spogliarci da ruoli stereotipati e spesso superati dalle nostre stesse esperienze. In questo articolo, presentiamo una semplice introduzione ad alcuni dei principi basilari di tale teoria.

Ogni mattina, quasi senza accorgercene, indossiamo la nostra “maschera” e usciamo. Abitudini, lavoro quotidiano, ruoli da svolgere, aspettative degli altri, autoconvinzioni, ci portano gradualmente a consolidare, sul nucleo centrale del nostro Io cosciente, un aggregato psichico, che per comodità possiamo chiamare “Ego”, che ragiona e pensa a se stesso pensante, un centro di consapevolezza.

Ma noi, come ci percepiamo? Dipende da come si è sviluppata la nostra consapevolezza, da quanto si è allargata la sfera del nostro “Io” conscio rispetto all’inconscio che lo avvolge. Può essere utile aver presente lo schema della nostra psiche, ideato da Roberto Assagioli.

L’ovoide della psiche, secondo Roberto Assagioli

Possiamo raffigurare la nostra psiche come un ovoide, al cui centro luminoso si trova la sfera della coscienza. Nella parte bassa c’è il sub-conscio, sede delle funzioni più elementari della psiche: rimozioni, istinti, impulsi. Nella parte alta troviamo l’inconscio superiore, sede delle funzioni più elevate: l’intuito, il pensiero, l’immaginazione. Ogni “Io”, o “Sé”, è collegato con un “Sé” superiore, la parte spirituale che si incarna in un corpo, ma che rimane legato al “Sé transpersonale” (o “Logos”, “Tutto”, “Assoluto”, o comunque si voglia definire l’entità trascendente  che tutto muove e permea).

Ma torniamo al nostro “Io”, così piccolo ma così esigente, a volte arrogante! E’ il nostro strumento, ciò che ci permette di conoscere, sperimentare la vita e relazionarci con l’esterno. Come tutti gli strumenti, di per sé è neutrale, ma può essere un aiuto o un ostacolo alla nostra crescita. Nel corso della crescita, la nostra personalità si forma, si evolve, si modifica, a seconda delle circostanze familiare, delle esperienze, della cultura acquisita.

In ogni stadio della nostra vita, noi adottiamo delle strategie di “sopravvivenza” che, specie da bambini, sono per lo più inconsce. Pensiamo ai bambini “seduttivi”, che ottengono tutto con la dolcezza e, all’opposto, ai bambini “terribili”, che ottengono lo stesso tutto, ma perché strillano e rompono. E, più avanti, lo studente “modello” e il “bullo”, la ragazza “che ci sta” e la “virtuosa”, il “buon padre di famiglia” e lo “scioperato” antisociale, e così via.

Quei comportamenti che noi abbiamo adottato in determinate circostanze, e che allora ci servivano, con il tempo diventano abitudini, riflessi condizionati, abiti  che ci sembrano una seconda pelle. Per questo motivo, noi accumuliamo un certo numero di modelli o maschere comportamentali, che nella psicosintesi vengono chiamate  “sub-personalità”.

E’ come se, all’interno della nostra psiche, ci fosse un piccolo teatro con tanti attori con ruoli diversi. Uno di loro sarà il primo attore, la nostra “maschera” consapevole, l’identità che accettiamo, le altre saranno in secondo piano, ma pur sempre vive e desiderose di attirare l’attenzione. Fino a quando non le “scioglieremo”, riconoscendole e superandole in una “sintesi” più alta, le sub-personalità toglieranno energia ai nostri programmi consapevoli: dobbiamo dare spazio a tutti, perché diversamente nel nostro inconscio una parte (o più) di noi cercherà di andare per conto suo, anche in contrasto con i nostri progetti.

Il primo passo da fare, per liberare le nostre energie e uscire dalle spinte contraddittorie delle sub-personalità, è riconoscere le nostre sub-personalità, capire come si sono formate e se sono ormai superate. A quel punto, potremo cominciare a lavorare per trasformarle, attraverso un lavoro di integrazione, che porterà ad una “sintesi”, alla nascita di una personalità armoniosa e arricchita di nuove componenti.

Sciolte le sub-personalità, diventa importante riaggregare le energie psichiche così liberate in un “modello ideale”, ciò che noi siamo veramente, anche se forse lo abbiamo dimenticato!

Quando nasciamo, tutti noi abbiamo un progetto da realizzare, ma con il passare del tempo a volte lo dimentichiamo. Per fortuna è possibile recuperarlo, ci sono varie tecniche che ci possono riportare sulla “retta via”, quella di una piena realizzazione in questa vita… ma questo è un altro discorso!

Pippo Palazzolo

 

Roberto Assagioli (1888-1974)

Consigliamo a quanti volessero approfondire la conoscenza della Psicosintesi,  di visitare il sito ufficiale dell’Istituto di Psicosintesi, www.psicosintesi.it, che contiene ampie informazioni sia sulla vita di Roberto Assagioli che sulle sue teorie, nonché sulle numerose attività organizzate in tutta Italia.

Un Centro di Psicosintesi molto attivo, in Sicilia, è quello di Catania.

 

 

Gesualdo Motta: da Mastro a Don – di Federico Guastella

In occasione del centenario della morte dello scrittore Giovanni Verga (Vizzini, 1840-Catania 1922), “Le Ali di Ermes” gli rende omaggio pubblicando questo articolo del dott. Federico Guastella, suo grande estimatore, dedicato ad una delle opere maggiori del Verga, il romanzo “Mastro-don Gesualdo” (Ed. Treves, Milano,  1889). 
Giovanni Verga (1840-1922)

Il romanzo, come ‘avantesto’ apparso a puntate nel 1888 sulla  Nuova Antologia, con sostanziali modifiche sul piano formale e dei contenuti verrà pubblicato dall’editore Treves l’anno successivo, ancorché datato 18901. Attento si mostra il Verga ai mutamenti sociali che attraversano la Sicilia tra il 1820 e il 1848, periodo in cui decade l’aristocrazia e si afferma l’ascesa di una nuova classe sociale: quella della borghesia che, venuta dal nulla, dispone della necessaria intraprendenza per guadagnare sempre di più. Dominante la presenza del protagonista che quasi solitaria giganteggia su tutta la folla dei personaggi. Il lettore lo incontra al capitolo I della parte prima in occasione dell’incendio in casa Trao, mentre il paesetto di Vizzini sprofondava nel sonno. Allo scampanio delle chiese, accorrono tutti gli abitanti: “Dalla salita verso la Piazza Grande e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata…”. Tra allitterazioni e metonimie, l’incipit manifesta il fascino della parola. E’ un pezzo di bravura timbrica la descrizione del trambusto che si viene a creare: un’occasione che introduce ai diversi personaggi che popolano il romanzo come per esempio il canonico Lupi e don Licciu Papa “il caposbirro”.

Il vicino di casa è Gesualdo, il quale si mostra preoccupato per il possibile estendersi del fuoco ai suoi possedimenti. Il palazzo dei Trao che va in rovina è l’immagine della fine di un prestigio parassitario, mentre la voce stizzosa di Gesualdo Motta già fa capire il suo carattere volitivo che lo configura come il custode della “roba”, accumulata con sacrifici e rinunce. I paesani lo conoscono così: l’infaticabile muratore (“mastro”) che si adopera nei traffici del commercio, spinto dalla sete del guadagno e diventare imprenditore (“don”). Ha fiuto Gesualdo che può permettersi di compiere l’ascesa con l’uso della razionalità economica. Ha preso l’appalto delle strade comunali e la sua attività non conosce soste; tiene sotto controllo gli operai e gli affari e si muove di qua e di là con la voglia del profitto. E’ il demiurgo che al cantiere misura “il muro nuovo colla canna; si arrampica “sulla scala a pioli”; pesa “i sacchi di grano”.

Uomo di successo, dunque, grazie all’instancabile lavoro che gli fa distruggere le barriere della tradizionale abulia impressa come spina genetica, dando vita all’epopea della “roba” con la consapevolezza delle strategie necessarie: osare finché è possibile e mettere in difficoltà l’avversario. Verga incarna in questo personaggio il nuovo tipo di proprietario terriero venuto dal nulla e in gara con i nobili del paese. Negli anni Sessanta del XX secolo, la sostituzione dei ceti era già un fatto compiuto: vincente il don Calogero Sedàra del “Gattopardo” in contrapposizione al principe Salina, l’aristocratico rassegnato che assiste alla decadenza del casato e al passaggio del suo patrimonio al suo affittuario2. L’ascesa sociale di don Gesualdo raggiunge poi il vertice con il matrimonio che si realizza col sacrificio dei sentimenti: sposa Bianca Trao di nobile casato “per avere un appoggio… per far lega coi pezzi grossi del paese”, spiega alla giovane e devotissima serva Diodata, da cui ha avuto figli, “poveri innocenti” che si trovano all’ospizio dei trovatelli.

La stiratrice (1884) – Edgar Degas

E’ nella parte I del cap. IV che è rappresentata la nottata alla “Canziria” (a “circa due ore di notte”), una fattoria della campagna di Vizzini. Coinvolgente la descrizione, il cui paesaggio lunare è evocato da una melodiosa prosa. E Gesualdo si abbandona ai ricordi: la fanciullezza grama, la giovinezza travagliata, le prime lotte per la “roba”. Se ne ricava l’immagine di un uomo intraprendente che è riuscito a creare e ad accumulare ricchezze. Ed è anche un uomo affettuosamente tenero, a suo modo. Al sommesso pianto di Diodata, la quale si sente abbandonata insieme ai loro figli che si trovano all’ospizio dei trovatelli, fa di tutto per confortarla: “Non ti lascerei in mezzo a una strada… Ti cercherei un marito”. Irritato di quel pianto, si mette a bestemmiare come un vitello infuriato: “Santo e santissimo ! Sorte maledetta!… Sempre guai piagnistei!…”.

Durante il colera del 1837, che il popolo ritiene appositamente diffuso, apre “le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti”. A Mangalavite, dove si rifugia e in cui si sente “come un papa fra i suoi beni e i suoi dipendenti”, fa del bene a tutti e gli resta il cruccio “per l’ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali”. Mastro-don Gesualdo ha un intimo rovello e i suoi affetti, tra cui il profondo rispetto per il vecchio padre: per esempio, quando mastro Nunzio sta per morire si mostra raccolto nel dolore senza dire una parola. Non è soltanto segnato dall’avidità della roba; nutre sentimenti fino ai rimorsi che lo inducono ad una rivisitazione interiore. Diodata e Bianca due donne accomunate dal destino infelice, ma diverse nel tenere i rapporti con l’eroe del profitto. La prima, affettuosamente e lealmente dedita al padrone, non si nega mai; la seconda, pur avendo patito come lui la povertà testimoniata dalle sue dita “un po’ sciupacchiate”, ha insanabili difficoltà di comunicazione con lui: i condizionamenti delle origini, di cui Verga ha piena consapevolezza, sono il marchio del sangue.

Rappresentazione teatrale del Mastro-don Gesualdo, Teatro Bellini di Napoli, 2015

Il non poter comunicare è dunque la conseguenza del totale fallimento del matrimonio Motta-Trao, “un affare sbagliato” che lascerà tracce anche nel rapporto di don Gesualdo con la figlia Isabella. E’ il destino di solitudine che prende il sopravvento, quasi mai il successo economico conduce alla felicità quando sono messi da parte gli intimi rapporti domestici. Sicché, l’ombra della solitudine è sempre in agguato quando si gustano i beni materiali invece delle parole d’amore. E felice Mastro don Gesualdo di sicuro non era stato per aver barattato col denaro le ragioni del cuore, malgrado avesse tratto profitto da un fare veloce e intelligente. Felice non era stato dal giorno delle nozze con Bianca Trao: “Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote né l’aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un’ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover’uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello!”. L’uomo della fortuna creata con le proprie mani è ormai divorato da quella solitudine che nasce da certe scelte sbagliate, da lui fortemente avvertite.

Poche, ma incisive pennellate mostrano la finezza psicologica di Verga nel rappresentare il dramma familiare dell’incomunicabilità dovuta alla frizione di codici diversi. Fra l’altro, don Gesualdo aveva ostacolato la relazione della figlia con il povero orfano Corrado, imponendole un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, cui viene dato buona parte del patrimonio dotale. Verso la fine dei suoi giorni, lo troviamo non più avido di beni: egli ha ormai maturato una consapevolezza: è l’uomo solo con la spina nel cuore di cui non sa darsi pace. Il consuntivo è fallimentare, il turbamento è lacerante, avvertendo l’allontanamento della figlia da lui. Lo scacco è irrisarcibile, malgrado abbia impiegato la vita a staccarsi da una condizione di miseria e cambiare stato sociale.

La solitudine di Mastro don Gesualdo, che è mancanza di affetti e della forza salvifica delle parole, raggiunge il culmine quando, ammalato, si trova nel “palazzone” della figlia. Non è più l’uomo libero d’un tempo; a tavola qualche giorno mangia “in gala (…) legato e impastoiato”. Addirittura viene relegato nelle stanze della foresteria, generalmente riservate agli estranei. L’uomo energico e volitivo, che aveva dedicato la vita ad accumulare ricchezze, è ora profondamente malinconico e trascorre i giorni dietro l’invetriata a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze nella corte vasta quanto una piazza o a contare le tegole dirimpetto. Amaro lo sguardo nel constatare lo sperpero della sua roba in mano a “quell’orda famelica”. Avverte l’inerte vita dell’aristocrazia ingabbiata in vuoti e falsi cerimoniali “di messa cantata”; vorrebbe tornarsene al paese, ma il desiderio non viene soddisfatto. Anche la volontà di fare testamento, pensando di lasciare qualcosa a Diodata e ai suoi figli naturali, viene bloccata malgrado le sue insistenze come atto di energica volontà. Il padrone di tutto è ormai il genero, ipocrita e ingordo. Anche i dottori lo disprezzano date le origini popolari e l’incomunicabilità si fa sempre più acuta con la figlia che resta indifferente alla sua condizione di moribondo, chiusa nel rancore contro di lui, avendola costretta ad un matrimonio non voluto.

Don Gesualdo finisce la sua vita senza neanche poter vedere la figlia, giacché “il servitore che gli avevano messo a dormire nella stanza accanto” non si cura di ascoltarlo. Anziché assisterlo, si mostra infastidito allorquando viene disturbato nel sonno dai rantoli dell’estrema agonia e solo agli ultimi momenti si alza “furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce”. Muore dunque solo, lontano da ogni affetto e la servitù, appena fa giorno, si mostra irriverente con frasi distaccate (“Mattinata, eh, don Leopoldo? – E nottata pure!”) o ironicamente feroci (“Si vede com’era nato… Guardate le mani!”). E’ la battuta finale che fa toccare con mano il comportamento irriguardoso, irrisorio dei servi, ostili a uno che ha tradito lo stato sociale di provenienza: “Sicuro, eh! E’ roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa”.

Muore Don Gesualdo, e scompare con lui un mondo di fatica operosa: la sua solitudine viene così inghiottita nel buco nero dell’arida fugacità d’ogni cosa. Commenta Luigi Russo: “Mai il Verga aveva toccato, così fondo, nel suo pessimismo”. Fallimentare il bilancio, di cui gli resta il rimorso: della roba “nulla gliene importava ormai”. Malgrado i successi economici, gli è stata avara la vita ed egli stesso s’è reso consapevole del suo errore: quello di aver subordinato il sentimento all’interesse economico. E’ il vuoto ad inghiottire Mastro don Gesualdo; è la solitudine a condannarlo ad una disperata oscurità senza un barlume di luce. Squallido il cinismo dei parenti. Anche nel momento della partecipazione all’evento funebre, tutti manifestano indifferenza, cercando il proprio tornaconto. Qui è l’autentica, sostanziale differenza: l’avaro e grottesco Mazarò, vittima delle sue stesse proprietà, è incapace di una riflessione sui propri vissuti; Gesualdo è sì l’accaparratore, ma è l’uomo – ha scritto Francesco Nicolosi – “assetato di affetti che sconta, con la solitudine e con una delusa volontà di amare, l’errore di avere assunto la roba a supremo valore dell’esistenza”3.

Federico Guastella

Ragusa, 2 marzo 2022

 

Note:

  1. G.Verga, Mastro don Gesualdo, Ediz. critica curata da C. Ricciardi, Firenze, Le Monnier, 1993.
  2. F. Guastella, Una rilettura del Gattopardo, Bonanno, Acireale-Roma, 2021.
  3. Dal vol. Il Mastro-don Gesualdo dalla prima alla seconda redazione, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1967.

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

L’antico Carnevale della Contea di Modica – di Federico Guastella

Maschera di Carnevale, immagine tratta dal sito https://www.pianetadesign.it/fai-da-te/come-realizzare-le-maschere-di-carnevale-fai-da-te.php

L’indagine di S. A. Guastella nell’opera L’antico Carnevale della Contea di Modica1 tocca gli elementi cardine visti nella coesistenza sincretica di motivi cristiani e pagani. Lo studioso chiaramontano può così guardare alla festa del carnevale, ponendo in risalto molteplici aspetti: dalla rimozione della censura alla ritualizzazione dei conflitti di classe attraverso le mascherate, dalle satire ai momenti licenziosi, dal ristabilirsi degli affetti familiari e dei vincoli di solidarietà al rovesciamento

degli schemi e delle regole in vigore nella vita quotidiana. Il periodo del Carnevale durava a lungo; iniziava il 12 gennaio, giorno successivo alla ricorrenza del terremoto del 1693 che, oltre a devastare mezza Sicilia, aveva provocato migliaia di vittime nel territorio della Contea. 

“Il giovedì grasso, o berlingaccio toscano, è da noi chiamato jiovi di lu lardaloru, il giovedì precedente è chiamato jovi di lu cummari, e finalmente il giovedì che viene prima dei due indicati il popolo lo battezzò jiovi di lu zuppiddu. Per altro in Chiaramonte il giorno dello zuppiddu è il mercoledì, e in altri paesi il venerdì: diversità di giorno, non di sostanza; e a ciascuno di tali giorni è stato appropriato un proverbio che all’ingrosso lo definisce. Così diciamo:

Lu Jiovi di lu zuppiddu

cui nun si càmmira è peiu pir iddu.

Lu jiovi di li cummari

cu nun n’ha si li fa ‘impristari.

Lu jiovi di lu lardaloru

i frati mmitàvanu i suoru;

Ora i tempa su canciati,

e i suoru ‘mmitanu i frati.

O pure

lu jiornu di lu lardaloru

la mamma si ‘mpigna lu figgiuolu.

La sdirrumìnica

fatti amica a la monica2.”

La quadriglia. Foto tratta dal sito: https://blog.siciliansecrets.it/2020/02/10/i-7-carnevali-di-sicilia/

 Sul significato di “Zuppiddu” lo studioso si pone diverse domande; avvalendosi di un documento (1776) redatto da Matteo Molè Mallo (chiaramontano, prete e dottore in teologia, commissario della santa Inquisizione…), spiega che nel giorno dello Zuppiddu si distribuivano ai poveri i vermicelli (particolare tipo di pasta), analogamente a quanto accadeva a Verona nel Venerdì gnoccolaro. Cavalcate in quel giorno festeggiavano la nascita di Bacco e si ballavano cascarde3 accompagnate col canto o con la pantomima. Lo Zuppiddu, dunque, la personificazione di uno dei diavoli che facevano parte della credenza popolare: 

“Or fra costoro il Zuppiddu ha l’ufficio di pervertire gli uomini mediante la voluttà, l’allegria, la spensieratezza (…) si accomunò coi Satiri e ne formò quasi il tipo4.” 

Lo soccorre in tale ricerca il filtro del ricordo; la deliziosa rievocazione di un episodio dell’infanzia gli serve per spiegare il significato di lu jiovi di lu zuppiddu (il giorno del mercoledì o del giovedì che prende nome dallo “zoppetto”, raffigurato dalla maschera di Sileno che non inquieta, ma diletta):  

“Bimbo, insieme alle mie sorelle e ad altri ragazzi solevamo, per intimità di famiglie bazzicare in casa di una donna Paola Ventura, e lì si facea il diavolo a quattro. Una volta, intontita dalla disarmonia dei nostri strilli, la padrona di casa per racquetarci ci mostrò uno scatolone pieno di maschere, fra le quali ce n’era una con le corna caprine intrecciate a festoni di edera: maschera rossa che parea riderci in faccia con riso allegro e beffardo. Ci spaventammo sul serio, perché ci parve il diavolo, e anzi i più grandicelli si segnarono a furia sperando farlo fuggire. Allora la madre di Donna Paola, donna stravecchia che non si movea dal seggiolone, ci disse di non impaurirci perché quella era la maschera dello zoppo, e ordinò che ci mostrasse una stampella intagliata bizzarramente a fiaschi, a teste di capre, a grappoli di uva, e ad altri emblemi bacchici, dicendo che con quella stampella lo zoppo solea percotere i fanciulli quando strillavano5.” 

“Cammararisi” è termine dialettale; sta a indicare il vincolo del comparatico che si traduceva nello scambio di doni con la comare:

“Se il mercoledì o giovedì del zuppiddu era consacrato al soccorso dell’indigenza, il giovedì delle comari servia a rinvigorire quel sentimento di cordialità che esiste o dovrebbe esistere fra persone legate dal comparatico. Era difatti in quel giorno che le comari andavano in giro a fare e a render visite: era in quel giorno che nelle famiglie popolane solea scannarsi il maiale; e allora un paio di costole, un’ala di fegato, un mezzo rocchio di sancieli (è così che la nostra plebe chiama la dòlcia), erano e son tuttora doni accolti con sincera effusione. La comare che avea tenuto un bimbo a battesimo, era convitata dalla comare, madre del bimbo; e quella era l’occasione perché l’invitata facesse un regaletto al figlioccio: un paio di orecchini, o una festicciola, o un grembiulino, se femmina; un abituccio, se maschio. In questa guisa gli affetti si rinsaldavano; un po’ di malinteso, un dissapore, un’insinuazione maligna venian posti in chiaro, o vi si mettea un po’ di cenere6.”

Nell’intreccio, dunque, di forme parentali si svolgeva un rito che è antica memoria d’un legame di gruppo e partecipazione. Tra gli usi ispirati al messaggio evangelico, proprio il rito del dono nel giorno del martedì grasso dava luogo al vincolo comunitario e rendeva solidali i rapporti contro l’incertezza del domani: 

“Il martedì grasso era la festa del povero, né mai il quod superest venne applicato con più retta intenzione. In ogni famiglia, anche fra le più umili, venia prelevata la parte dell’indigente, e mandata con amorosa premura a quei fra gli storpii, o a quella fra le cieche, o fra gl’inetti al lavoro ch’erano più conosciuti o stavan più vicini di casa; e le parole che accompagnavano il dono eran schiette e cordiali, quali convenivano a gente, che nell’esercizio della carità credeva adempiere ad una mutua retribuzione sociale. Hodie tibi, cras mihi: e difatti chi potea assicurarli, che da lì a poco gli oblatori non potessero trovarsi nello identico caso dei sovvenuti?7.”   

Il giovedì grasso, chiamato di lu lardaloru per l’uso di un minestrone che solitamente si faceva in quel giorno e che aveva il potere taumaturgico di sanare le discordie familiari, veniva festeggiato all’insegna dell’unità e dell’armonia familiare. Il principale ingrediente era costituito di grossi pezzi di lardo cui venivano mescolati erbe ortalizie e legumi, ed esso aveva la “virtù del ferro calamitato”: ricomponeva i conflitti tra generi e nuore, tra figli e figlie che non potevano rifiutare in quel giorno l’invito del capo famiglia:

“E lì seduti al rustico desco, fra un cucchiaio ed un gotto, si aggiustano le divergenze, si transige dall’una parte e dall’altra, e si ripianano le scabrosità troppo aguzze. Ricondotti a tranquillità di giudizio, si fanno e si discutono nuovi progetti; la moglie ritorna con amoroso desio alla casa dalla quale era espulsa (…), e tutti contenti e fiduciosi, come non erano stati da un pezzo8.”    

Era soprattutto il ricongiungimento familiare che caratterizzava il modo quasi religioso con cui veniva avvertita tale ricorrenza. Lo scrittore fornisce un quadro abbastanza chiaro delle attività economiche che allora si svolgevano e fa avvertire, in chiave realistico-sociale, l’aspettativa e il senso del rientro a casa, dove s’integravano affetti e tradizioni. A carnevale si ricomponevano i vincoli familiari, ed era uno spasso ascoltare gli indovinelli (‘nnivinaggi). Ciascuno faceva a gara nel dirli, scegliendo i più piccanti; gli altri, gli ascoltatori, mettevano in moto la mente e si cimentavano a trovarne la soluzione. Il senso erotico, presente in molti di essi, era sicuramente originale: un’arguta e sfiziosa licenza che da un lato metteva in rilievo le pulsioni più represse e dall’altro manteneva il fantasioso intreccio tra parvenza e realtà. Altri usi pagani, per ricordarne alcuni, sono pure individuati nelle beffe rimate chiamate Jabbu, nella negazione di ogni censura rispetto alla morale e al potere, nella contestazione e nel capovolgimento della norma, nei dileggi e negli scherni cui venivano sottoposti i matrimoni fra anziani. Sono in proposito incisive le sequenze di immagini che rappresentano le modalità persecutorie a danno di due vecchi unitisi in matrimonio nel periodo di carnevale. Dal punto di vista della spettacolarità delle sventure, la pena inflitta a Rosa Di Cunta, contadina amante del figlio del barone di Canzeria, si manifesta in una rappresentazione sconcertante e crudele. Il documento d’un cronista locale del Settecento trascritto dal nostro autore è una pagina che coglie i profili quasi fotografici d’una feroce realtà, ripresa e filtrata dallo sguardo illuministico. Trasportata nelle carceri femminili, il boia taglia alla donna i capelli e le rade le sopracciglia. Poi, denudata fino alla cintola e posta su di un’asina zoppa, i persecutori le fanno girare le vie del paese, mentre di tanto in tanto viene frustata. Intanto l’intera comunità partecipa a quella esibizione fischiando, ingiuriando, gettandole addosso immondizie; giunta la sera, le autorità ecclesiastiche, cui il barone aveva denunciato l’illecita tresca amorosa, si ritrovano a cenare in casa sua. Il magistrato, osserva Guastella, oltre a credere infallibile il proprio giudizio, rendeva operativa la sentenza in un apparato scenico definito “criminale”. Sicché il giudice, invece di ammonire, dava luogo ad un divertimento insensato con questa esibizione della malasorte altrui; la gente, potremmo dire, forse esorcizzava la propria. Erano giorni quelli del carnevale in cui il popolo poteva tirar fuori la rabbia sociale covata in corpo per un anno. Interessante, in proposito, la figura dell’ “asino cipollaro”, così chiamato per il vizio di cadere e battere le ginocchia per terra: 

“magro come un Fakiro, pieno di guidaleschi come un cane rognoso, schiacciato sotto il peso dei sacchi, come un epitaffio sotto il bagliore degli elogi pomposi, sentiva, aimè! morirsi la carne d’addosso, si abbandonava a terra, e dettava il testamento in questi versi bizzarri:

Lassu ‘a testa a lu baruni,

ca  cci servi ppi lampiuni;

lassu ‘u pilu a la za’ mònica,

ca si fa ‘na bella tuònica;

lassu l’ugni ‘e’ (ai) Cavalieri,

ca ni fannu tabaccheri,       

e l’auricci a li nutara,

ca ni fannu calamara;

Lassu ‘a mmerda a li scarpari

ca ci servi ppi ‘ncirari;

lu capistru e lu varduni,

ci lu lassu a lu patruni9.”

(Lascio la testa al barone, /che gli serve per lampione; lascio il pelo alla zia monaca, / per farsene una bella tonaca; lascio le unghia ai cavalieri per farsene tabacchiere, / e le orecchie ai notai, / per farsene calamai; / lascio la merda ai calzolai / che serve loro per incerare; / il capestro e il basto , / li lascio al padrone).

Nel particolare clima di provvisoria legittimazione dell’arbitrio e dell’arbitrario, caratterizzato da un rovesciamento di valori codificati, di gerarchie e rapporti di potere10, vengono prese in esame le maschere nel loro duplice significato di “rappresentazione tipica di una data classe di popolo” e di “rappresentazione di un simbolo, di un mito”. La satira carnevalesca è certamente una costante umorosa del libro. L’autore, non intendendo assecondare i meccanismi illeciti del potere, dava in tal modo ampio spazio alle mascherate degli operai che, proprio a satire irriverenti, affidavano i loro sentimenti di avversione sociale. La lettura del Carnevale, mandata avanti da Guastella, va nelle fasi di un teatro dove le scene mutano, ma ognuna si ricompone in una medesima direttrice che è insieme farsa, bisogno di valori patriarcali e ribellismo sociale. Suggestiva è la pagina dove lo scrittore fa rivivere un rito popolaresco e ridanciano: il Re burlone appare agli ultimi sgoccioli della sua vita. Si trova attorniato da vari pulcinella che piangono (si chiamava trivulu – tribolo, afflizione o tribolazione – il pianto sconsolato per la sua imminente morte, analogo alla parodia funebre delle prefiche), nonché da pagliacci che ne decantano le virtù e da medici che, con crudele e ironica insistenza, gli nominano i piatti più gustosi. Egli, non potendo ormai essere l’ingordo di prima, rifiuta quelle offerte ma, appena scorge tra la folla una piacente fanciulla, si rianima e manifesta un desiderio voglioso che l’imminenza della morte non riesce a cancellare. La rappresentazione si fa più farsesca allorquando, parlando della maschera della moglie di Carnevale, l’autore organizza una linea di azione, dove si esprimono il gioco, lo sberleffo, la sghignazzata e la danza (In effetti, era il ballo in piazza a dare forma all’identità della comunità, i cui membri, oltre a sentirsi protetti dagli influssi negativi, liberavano la dimensione corporea repressa durante l’anno).

“Una delle maschere più bizzarre era la moglie di Carnevale, colossale bamboccio, la quale traeva immani ululati, perché sui dolori del parto. A un determinato luogo, per lo più nella piazza, la gigantessa improvvisamente chinavasi, convellendosi a contorcimenti sì strani, da cavare le risa. Ed ecco che dalla gonna voluminosa sbucava a furia una nidiata di pulcinelli, i quali venuti appena alla luce, si avventavano ai fiaschi, e si davano a ballare sonando i tamburelli e le nacchere; ed ecco il coro bacchico, col quale davasi principio a quel ballo:

E  ccu sàuti e cazzicatùmmuli

sdivacàmu li saschi e li bùmmuli:

tummi, tummi, ritummi, catummi,

prestu ‘mmucca li brogni e li trummi:

gammi all’aria, li manu a scianchetti,

cuntradanzi di chiddi priffetti11

E quì l’allegra nidiata rompeva in tali sghignazzamenti selvaggi, e ballava con tali gesti epilettici, con tali atti vertiginosi, con tali smorfie, con tali vivezze, con tali salti mortali da riuscire imperfetto qualunque ufficio della parola. Alcuna volta la mascherata, cinica oltre modo, si torcea a satira personale, meno viva, ma non meno pungente dell’aristofanesca12.”

Un flash incisivo è quello raffigurante il corteo che, in processione, lamenta l’imminente morte di Carnevale con grida strazianti alternate con il canto funebre (gli schiamazzi sono un tentativo di espellerla dal circuito della quotidianità, di allontanarla dalla vita). In proposito, una specifica maschera e un preciso rituale testimoniano il contrasto tra il bene e il male, il conflitto tra il godimento e la privazione. Il riferimento va alla Vecchia di li fusa, “reliquia simbolica delle Parche” alla quale la superstizione attribuiva la potestà di custodire tesori incantati. Essa è mostruosamente maligna: “simboleggia la prossima morte di Carnevale, e i fanciulli che la inseguono esprimono il tentativo di strapparle la rocca, onde allungare i giorni del Semidio moribondo13.” Sono questi alcuni tra i caratteri maggiormente significativi del carnevale della Contea, la cui rappresentazione viene da Guastella concretizzata con registri linguistici variamente espressi e con significati compositi, tra cui è ampiamente presente, come nei Saturnali romani, il motivo di una renovatio mundi, il “rinnovamento del mondo” attraverso il riso e l’utopia. Siamo così nel paradossale rovesciamento dei valori consueti: ora è lo schiavo a servire il padrone, mentre costui diventa il servo in un contesto di partecipazione popolare che ammette ogni licenziosità in funzione della nascita di un nuovo ordine sociale.     

Federico Guastella

 

19 febbraio 2022

 

Note:

1 S. A. Guastella, L’antico Carnevale della Contea di Modica, edizioni della Regione siciliana, 1973.

2 Ivi, p. 44.

3 Il termine deriva dal latino cascare, forma di danza popolare con andamento simile al salterello.

4 Ivi, p. 48. 

5 L’antico carnevale della Contea di Modica, op. cit., p. 47.

6 Ivi, p. 49.

7 Ivi, p. 53.

8 Ivi, p. 51. 

9 Ivi, pp. 85-86.

10 M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.

11 Annotazione di S. A. Guastella: Poesia di Giuseppe Cutello, pittore di stanze, quasi analfabeta, ma spontaneo e vividissimo ingegno. Cazzicatummuli capitomboli, bùmmuli fiaschi con bocca strettissima, ‘mmucca in bocca, scianchetti fianchi. 

12 L’antico Carnevale della Contea di Modica, op. cit., pp. 86-87.

13 Ivi, pp. 80-81

 

Bibliografia:

Federico Guastella, Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere, Bonanno, Acireale, 2017.

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Riflessione su Giordano Bruno – di Federico Guastella

Finita di leggere la sentenza, Giordano Bruno, rivolto ai suoi giudici in tono minaccioso disse: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Il 17 febbraio del 1600, a Roma, condotto in Campo de’ Fiori, veniva bruciato vivo. Era nudo, legato a un palo, e aveva la lingua stretta in una morsa di legno, perché non potesse dire nulla, neanche negli ultimi terribili istanti. 

Il monumento in bronzo a Giordano Bruno nella piazza romana di Campo de’ Fiori è opera dello scultore Ettore Ferrari (1889). Il filosofo è mostrato rivolgere il volto in direzione della Città del Vaticano, in segno di ammonimento alla Chiesa. Originariamente Ferrari intendeva raffigurare Bruno con la mano e l’indice puntati verso il Vaticano come simbolo di accusa, rappresentandolo in atto di sfida davanti all’Inquisizione, ma poi ripiegò sul soggetto meno aggressivo di un Bruno pensoso, che comunque volge lo sguardo serio sempre verso la sede del papato. Sul basamento sono presenti l’iscrizione e vari bassorilievi rappresentanti il processo e la morte di Bruno.

La concezione bruniana della tolleranza affonda le sue radici nella cosmologia. La visione di un universo infinito spazza via definitivamente la nozione di centro assoluto e, quindi, anche la nozione di verità assoluta. Non c’è più un solo centro, ma ci sono tanti centri per quanti sono gli esseri viventi che popolano gli infiniti mondi. Bruno, partendo dalle geniali scoperte di Copernico, “riscrive” in maniera radicale i rapporti tra l’individuo e il mondo, tra l’uomo e la verità, tra il filosofo e la conoscenza. Nell’opera Cena  de le ceneri, pubblicata nel 1584, egli, tessendo alte lodi di Copernico, può connettere alla rivoluzione copernicana l’idea dell’infinità dell’universo, popolato di mondi innumerevoli in movimento per lo spazio infinito. Veniva così infranto definitivamente il chiuso universo tolemaico medievale con l’avvento di concezioni più moderne.

La sua argomentazione era basata sul principio della pienezza, per cui una causa infinita, cioè, Dio deve avere un effetto infinito senza alcun limite alla sua potenza creatrice. Perfetto – egli dice nel De immenso – non è ciò che è completo e chiuso in proporzioni determinate, ma ciò che comprende innumerevoli mondi e quindi ogni genere e ogni specie, ogni misura, ogni ordine e ogni potere. Precisiamo che nel De infinito aveva distinto una duplice infinità: quella di Dio che è tutto in tutto il mondo e tutto in ciascuna parte di esso; quella dell’universo che è tutto in tutto ma non in ciascuna parte. Nel De immenso ora distingue una duplice perfezione: una in essenza e l’altra in immagine. La prima è quella di Dio come intelletto del mondo a cui appartiene la prima infinità; la seconda è quella dell’immenso simulacro corporeo di Dio che è il mondo, al quale appartiene la seconda infinità.

Il Cusano, da Bruno assai ammirato, aveva già fatto uso nel suo insegnamento di un tipo di simbolismo geometrico ermetico. Il detto famoso secondo cui Dio è “una sfera che ha il centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo” si ritrovava di fatto, per la prima volta in un trattato ermetico del XII secolo, e fu trasferito dal Cusano all’universo, inteso come riflesso della divinità in un’accezione di spirito tipicamente ermetico. Tale concetto fu fondamentale per Bruno, ai cui occhi i mondi innumerevoli altro non erano che centri divini dell’universo senza limiti. Il Tutto infinitamente espanso era pur sempre Uno.

Questo è stato un tema costante di Bruno, tant’è che nell’opera De la causa principio et uno sono contenuti passi significativi: il Tutto è Uno e il mago può fare affidamento sulle scale di occulte simpatie che innervano l’intera natura. Sta di fatto che il filosofo e il pittore lavorano a partire dalle ombre: si misurano con la materia, con una realtà sottoposta a mutazioni, mangiamenti e riverberi. Bisogna risalire dal molteplice all’unità, bisogna cogliere dietro l’apparente movimento la coscienza delle cose. Tutta la filosofia bruniana della conoscenza si fonda sullo sforzo di “vedere” l’invisibile. “Conoscere” significa innanzitutto vedere per immagini. E l’immaginazione fu da Bruno considerata il più potente dei sensi interiori, perché grazie ad essa il divino comunica con l’umano. Proprio l’immaginazione era stata da lui vista come lo strumento per raggiungere il divino e conseguire poteri divini.

La luce, egli dice nel De imaginum, signorum et idearum compositione, è il veicolo tramite il quale le immagini e i segni divini vengono impressi nel mondo interiore: questa luce non è quella per cui le normali impressioni dei sensi colpiscono la vista, bensì una luce interiore unita alla profondissima contemplazione. L’opera Eroici furori, pubblicata nel 1585 in Inghilterra, consiste in una serie di poesie d’amore. Nella dedica a Philip Sidney, Bruno spiega che il suo petrarchismo non appartiene al filone comune, rivolto all’amore di una donna, ma è di specie superiore ed esprime la parte intellettuale dell’anima alla ricerca di Dio. Il sole, l’Apollo universale, la luce assoluta, si riflette nella sua ombra, nella sua luna, nella sua Diana che è il mondo della natura universale in cui l’uomo in preda a eroici furori  ricerca le tracce del divino.

Sospeso in una posizione mediana tra gli dei (che non cercano la sapienza perché la possiedono) e gli ignoranti (che non la cercano perché presumono di possederla), il vero filosofo dedica la vita alla ricerca della sapienza nella certezza che mai potrà possederla nella sua totalità. La filosofia coincide con un amore incondizionato e smisurato per la sapienza e la vera ricerca filosofica non può avvalersi di verità indiscutibili valide una volta per tutte. Non a caso Bruno insiste nei suoi dialoghi sulla molteplicità dei metodi e delle filosofie, fermo restando che il termine finale della conoscenza umana è l’unione più intima possibile con la natura nella sua sostanziale unità.

Nel mito di Atteone l’ immagine è mirabile. Atteone, a caccia dei “vestigii”, viene divorato dai suoi cani che simboleggiano pensieri di cose divine ed egli diventa selvatico come un cervo che vive nei boschi fino ad ottenere il potere di contemplare Diana ignuda, cioè la bella disposizione del corpo della natura. Uno dei passi più misteriosi è quello in cui Atteone, il cacciatore del divino, scorge un volto di bellezza divina rispecchiato nelle acque della natura. Nella discesa della natura amata è dunque possibile scorgere l’immagine del divino creatore, rispecchiato nelle acque. Nel “vedere”  il mitico cacciatore scopre che ciò che cercava (la sua preda) non era fuori di sé, ma dentro di sé. La potenza intellettiva dell’uomo non s’appaga di una cosa finita e tende alla fonte stessa della sua sostanza, che è l’infinito della natura e di Dio.

Diversamente dalla figura dominante nel Rinascimento, quella del cortigiano al servizio di un principe, Bruno fece della libertà di parola e di pensiero una delle sue ragioni di vita. Per questo, in Francia come in Inghilterra, egli non esitò ad abbandonare privilegi e agi per difendere la sua filosofia, caratterizzata da un pensiero in grado di abbattere le frontiere tra cielo e terra, tra umano e divino, tra scienze umane e scienze della natura. Il suo rogo segnò la fine del pensiero filosofico-teologico che voleva unire fede e ragione, teologia e scienza.  Quando nel 1582 egli pubblicò la commedia intitolata Candelaio, che offre una realistica satira sociale, aveva già in mente, grosso modo, l’itinerario filosofico da seguire fino agli Eroici furori: l’esperienza in volgare si apre con la messa in scena dell’ignoranza (tre personaggi che non conoscono se stessi) e si chiude con la visione di una “divinità” che non è fuori di noi, ma nella natura e all’interno di noi stessi.

La concezione della religione è un punto forte della sua filosofia. Non esistono religioni “vere” o religioni “false”. Esistono religioni “utili” o “dannose”: il loro compito è quello di servire da modello etico di comportamento per le masse escluse dalla ricerca filosofica. Per lui, filosofo, la scelta è decisamente a favore della religione egizia: tutte le sue riflessioni convergono verso il sole, non soltanto il sole visibile, ma il divino intelletto, del quale il primo è immagine. In tal modo, Bruno anelava a conseguire l’esperienza egiziana, cioè quella di divenire, in senso veramente gnostico, l’Aion, che racchiude in sé i poteri divini. Egli parla, infatti, del modo in cui il culto egiziano ascendeva, attraverso la molteplicità delle cose distribuite nel contesto delle relazioni astrologiche, all’Uno che è al di là delle cose.

La glorificazione della religione magica degli Egiziani si trova nell’opera lo Spaccio della bestia trionfante, pubblicata in Inghilterra nel 1584. Gli Egiziani, vi si dice, sono vissuti prima dei Greci e degli Ebrei. Ovviamente prima dei cristiani, ed hanno avuto, rispetto ad essi, religione, magia e leggi migliori. Nell’opera la riforma politico-religiosa viene annunciata in cielo con la purificazione delle immagini celesti da parte degli dei planetari che,
convocati da Giove, riformano se stessi, lo zodiaco e le costellazioni boreali e australi. Via via che vengono discusse le immagini delle varie costellazioni, sono deplorati i vizi e lodate le virtù collegati a ciascuna di esse: i vizi vengono estromessi, espulsi dal cielo e al posto di ciascuno di essi ascende la virtù opposta. Così, alla fine la “Bestia trionfante”, che è il complesso di tutti i vizi opposti alle virtù, è completamente spacciata. La riforma, dunque, incomincia nella mente degli stessi dèi, i quali debbono togliere dal cielo le qualità negative, e sostituirle con quelle positive. E’ la riforma interiore degli stessi Dèi a riflettersi tutt’intorno, sulla volta dei cieli, quando le virtù ascendono ad occupare il posto dei vizi nelle costellazioni. In effetti, quella di Bruno è un’etica integralmente egiziana, nell’ambito della quale la “riforma”, e cioè la “salvezza”, è conseguita nell’ordine cosmologico: la “bestia trionfante”, cioè il complesso dei vizi (gli influssi cattivi delle stelle), è vinta dal complesso delle virtù che, assieme ai poteri divini, prevalgono nella personalità riformata.

Sicché, l’etica propugnata da Bruno si compendia in un regime nel quale “legge” e “ordine” promuovono lo sviluppo delle attività pacifiche e utili, e dal quale è bandita ogni lotta di parte come nella città del sole di Campanella. In sintesi, si può dire che la tolleranza, il rispetto delle culture diverse e la presenza del divino nella natura sono i temi che hanno attirato la sua acuta attenzione e che, del resto, possono ritrovarsi in ogni cammino iniziatico.

Federico Guastella   

Ragusa, 17 febbraio 2022

 

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Contatti: e-mail federico.guastella@tin.it

 

Il sussurro del mondo, di Richard Powers – recensione di Cosimo Alberto Russo

Sono rimasto molto coinvolto dalla lettura del romanzo “Il sussurro del mondo” di Richard Powers (titolo originale  “Overstory”, edizione italiana  La Nave di Teseo, 2019) e mi fa piacere condividere le mie impressioni.

Il romanzo  ha vinto il premio Pulitzer nel  duemila e diciannove. Si tratta di un’opera poderosa di stampo chiaramente ambientalista. 

L’autore divide il racconto in 4 parti concentrandosi sugli alberi, la loro struttura, il loro comportamento, la loro diffusione e importanza nell’ecosistema del pianeta. Le quattro suddivisioni assumono i nomi caratteristici della conformazione di un albero; in particolare, la prima viene chiamata radici, la seconda tronco, la terza chioma e la quarta semi.

Si può dire che ogni parte strutturale del libro abbia una sua  connotazione specifica. “Radici” ci presenta l’infanzia dei vari personaggi che saranno i protagonisti della trama del romanzo; conosciamo così l’inizio del rapporto di ciascuno di loro con gli alberi, in particolare con una o più specie di essi. Ogni storia si presenta come un grande affresco poetico che tocca nel profondo l’animo del lettore. Ad esempio quella di Patty-la-pianta: “Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo…Tutte le sue creature di ramoscelli sanno parlare, benché la maggior parte, come Patty, non ne senta il bisogno. Anche lei non ha aperto bocca fino all’età di tre anni…i genitori spaventati hanno cominciato a pensare che la figlia fosse una ritardata mentale.” E ancora: “Il fatto che il suo viso fosse inclinato e orsino non ha giovato. I bambini del vicinato scappavano via da lei…le persone fatte di ghiande sono più clementi”…”Suo padre è l’unico che capisce il suo mondo silvestre…”. Patty seguirà il padre nelle sue visite alle fattorie in qualità di consulente agrario e sarà così che “Patty-la-pianta” si interesserà alla botanica: “Sono una grandissima invenzione gli alberi. Talmente grande che l’evoluzione continua a idearla, ripetutamente”…”Ciechi davanti alle piante. E’ la maledizione di Adamo. Vediamo soltanto le cose che ci somigliano”; guidata da questa educazione così piena di amore e rispetto per il mondo “verde”, Patrizia  si laureerà  in botanica.

Ben nove altri indimenticabili personaggi prenderanno vita nelle descrizioni delle loro famiglie e dell’ambiente sociale e naturale in cui sono immerse, sempre con contenuti molto intensi e coinvolgenti. 

Per il lettore si rivela, a mio parere, un approccio stupefacente e travolgente, che, da solo, rende questo libro un’opera all’altezza dei grandi classici. Inoltre, in esso si trovano diversi riferimenti alla letteratura ed al pensiero ambientalista che denotano ulteriormente il pensiero dell’autore.

Tronco” affronta la giovinezza di ognuno di questi personaggi: gli studi, le strade intraprese, le difficoltà ed i successi. Seguendo sempre Patty-la pianta la scopriamo dottorata in botanica che, in contrapposizione alla visione scientifica standardizzata, scopre un aspetto incredibile della vita delle piante: queste comunicano fra loro ed interagiscono in seguito a tali comunicazioni. Scoperta troppo rivoluzionaria che, dopo la grande risonanza iniziale, la porterà alla disgrazia accademica.

Situazioni simili accadranno agli altri protagonisti, con crisi personali, lavorative o economiche che li spingeranno ad occuparsi della tutela delle foreste degli Stati Uniti.

In particolare li ritroveremo, almeno parte di loro, attivisti dei movimenti che lottano contro l’abbattimento delle sequoie nell’Ovest americano.

Forse la trama in questa sezione si dipana a volte in maniera un po’ prolissa, ma nell’insieme necessaria per presentarci uno dei messaggi chiave del romanzo: “Una foresta merita protezione a prescindere dal suo valore per gli esseri umani”.

Chioma” e “Semi” trattano, come prevedibile, la maturità e la fine delle vite dei nostri personaggi; i toni sono sia lirici che drammatici, come lo sono le esistenze degli esseri umani.

Fino al termine l’autore mantiene alto il messaggio che vuole trasmettere: “Politicamente, praticamente, emotivamente, intellettualmente: gli esseri umani sono tutto ciò che conta, la parola finale. Non si può arrestare la brama umana. Non si può nemmeno rallentarla. Soltanto mantenerla costante costa più di quanto la specie possa permettersi”. 

Cosimo Alberto Russo

Roma, 15 febbraio 2022

 

Richard Powers

Richard Powers è autore di dodici romanzi, ha ricevuto numerosi premi tra cui il premio Pulitzer (per il romanzo Il sussurro del mondo), il MacArthur Fellowship, il National Book Award, il Premio Gregor von Rezzori; vive ai piedi delle Great Smoky Mountains.
Per La nave di Teseo è in corso la nuova edizione delle sue opere, compreso il romanzo Canone del desiderio, per la prima volta pubblicato in Italia.

La scrittura dei figli di Nettuno: Astrologia e Grafologia Planetaria a confronto

Abbiamo il piacere di ospitare un interessantissimo studio della grafologa Marisa Paschero, profonda studiosa della disciplina, sulla quale ha già pubblicato diversi testi. Lo studio tratta della correlazione fra la personalità caratterizzata da una forte componente nettuniana e la relativa grafia, secondo il sistema interpretativo della Grafologia Planetaria.   p.p.

di  Marisa Paschero*

La GRAFOLOGIA PLANETARIA, conosciuta anche come “Metodo Saint Morand”, si basa sul sistema interpretativo che la grafologa Lise Koechlin ha magistralmente elaborato negli anni ’30. Considera i corpi celesti come un universo archetipico che vive e si esprime in ogni manifestazione del nostro essere, compresa l’attività grafica, e costituisce una suggestiva tipologia che arricchisce e rende più immediata la percezione della scrittura.

Può essere considerata un prezioso complemento dell’analisi grafologica classica, perché, come ricorda Gille Maisani nella sua Psicologia della scrittura: “ ……le  denominazioni mitologiche  esprimono la dominanza dei caratteri corrispondenti, come la potenza sociale di Giove, la combattività di Marte, ecc., in un modo felice perché concreto, vivo e ricco di tutta una cultura di cui noi siamo gli eredi diretti.”.

Negli schemi di Grafologia Planetaria NETTUNO viene collocato in opposizione a URANO, allo scopo  di confrontare visivamente due modalità espressive antitetiche: la scrittura verticalizzata dell’individualista URANO contro la dilatazione in senso orizzontale di NETTUNO, principio di fusione, di comunione, di indifferenziazione. Il pianeta del grande oceano è posto immediatamente dopo la LUNA: e infatti  la scrittura-Nettuno viene descritta come una sorta di amplificazione della scrittura-Luna, ma con caratteristiche più dinamiche, veloci, toniche ed attive. Grafia “acquatica” per eccellenza, dell’elemento che la caratterizza conserva tutta la natura fluida, ondeggiante, sinuosa e sfuggente, a cui unisce però  un’energia possente, spesso eccessiva ed incontrollata. Grandi movimenti la animano e la dilatano, creando un insieme che sembra incapace di strutturarsi, di darsi una forma solida e riconoscibile : la difficoltà di costruire una forma sembra essere proprio una delle caratteristiche più evidenti della grafia Nettuno.

FORMA e MOVIMENTO sono considerati in Grafologia due parametri interpretativi basilari, espressione delle due grandi categorie che descrivono il gesto grafico nella sua essenza. La scrittura è il frutto di un movimento che dà origine ad una forma: dapprima non c’è che il movimento, l’impulso iniziale che crea una traccia. La traccia a sua volta assume un aspetto identificabile, perché codificato da un alfabeto, e maggiore è l’adesione al “modello” calligrafico da parte di chi scrive, maggiori risultano l’autocontrollo e la capacità di adattamento alle norme sociali. Le scritture che presentano lettere molto curate, ben definite e riconoscibili, con un aspetto generale molto statico vengono chiamate “scritture-forma”. Invece, quando è privilegiato il movimento e le lettere vengono tracciate con minore accuratezza, la scrittura diventa per forza di cose poco leggibile e viene detta “oscura”: URANO, NETTUNO e PLUTONE, scritture fuori norma, sono tutte scritture oscure.

Il MOVIMENTO è quindi primario, collegato all’istinto, alle pulsioni, all’inconscio, mentre la FORMA  appartiene al mondo della consapevolezza  e delle realizzazioni razionali. Dal rapporto forma-movimento nasce il RITMO personale che rende “unica” ogni scrittura. Il ritmo personale è il dinamismo peculiare, individuale: non è imitabile, mentre la forma della lettere si può benissimo riprodurre. Nella scrittura-Nettuno il movimento è sempre dominante rispetto alla forma, ma è un movimento che fluisce in maniera imprecisa, talvolta evanescente, talvolta caotica, senza conoscere le brusche rotture che caratterizzano la scrittura-Urano, né gli allentamenti morbidi, curvi e rilasciati della LUNA.

La scrittura di Roberto Assagioli, il padre della Psicosintesi, ha un ritmo di tipo nettuniano, ma conserva il legame con la forma delle lettere, che restano riconoscibili. E’ un bellissimo esempio di integrazione positiva dell’energia nettuniana.

Scritto di Roberto Assagioli (1888-1974)

Un’altra caratteristica della scrittura-Nettuno è il cosiddetto “spazio invaso”, ossia l’occupazione integrale del foglio.In generale, l’impostazione della pagina è la visualizzazione più immediata del “quadro guida” che dirige e governa il gesto grafico: è collegata all’inserimento sociale, all’adattamento al mondo, all’organizzazione del tempo, dello spazio, del pensiero. I margini esprimono simbolicamente delle norme : il margine superiore le norme sociali e il senso della gerarchia, il margine sinistro le norme genitoriali e l’educazione ricevuta  (il Super Io freudiano), il margine destro le norme che regolano la vita di relazione e i rapporti interpersonali. L’energia istintuale di NETTUNO, naturalmente, non può rispettare i confini, sia pure simbolici, rappresentati dai margini, dai capoversi e da una spaziatura regolare: se la LUNA ignora l’impostazione spaziale, NETTUNO fa anche di più, la elude e la trascende.

Scritto di Emilio Salgari (1862-1911)

La scrittura di Emilio Salgari è un ottimo esempio di “spazio invaso” e anche, aggiungerei, di una non buona integrazione dell’energia nettuniana. Nettuno qui ha agito le sue forze più devastanti: Salgari ha prodotto tantissimo, ha dato vita ad una quantità di personaggi, ma la sua vita personale e familiare è stata disastrosa e lo ha portato al suicidio. In Grafologia si definiscono “bianchi” gli spazi non  scritti, i vuoti che si creano tra le lettere, tra le parole, tra le righe. I “bianchi” rappresentano la parte inconscia della personalità, il regno del sogno, il mondo dell’immaginato, del suggerito, del taciuto, e assumono un’importanza che è quasi pari a quella del testo scritto. Per NETTUNO, come spesso anche per la LUNA, il bianco è preponderante, invadente, come privo di controllo : è un bianco aritmico, che costruisce caratteristici  canali verticali chiamati “caminetti”. I “caminetti”, molto evidenti nella scrittura di Salgari, sono sempre indicativi di solitudine affettiva, di isolamento a livello interiore. 

Anche il SOLE e SATURNO presentano questa particolare configurazione grafica, ma con motivazioni di base completamente differenti: per SATURNO si tratta di un isolamento quasi fisiologico, indispensabile al suo equilibrio, per il SOLE è l’isolamento selettivo, cercato talvolta come una torre d’avorio, per NETTUNO può essere invece la perdita di contatto che avviene in maniera totale, indifferenziata, come una fuga, un’estrema difesa dai fantasmi creati dall’inconscio.

Scritto di Charles Baudelaire (1821-1867)

Anche nella scrittura di Charles Baudelaire sono evidenti i “caminetti”: d’altra parte si tratta di una scrittura ricchissima di suggestioni nettuniane, con i suoi impennamenti, sprofondamenti, rigonfiamenti, arrotolamenti simili a conchiglie  ( le “conchiglie” sono considerate gesti di regressione e sono presenti anche in altre tipologie).

La nostra cultura ci porta ad identificare NETTUNO principalmente con il dio del mare della mitologia latina, ma diversi archetipi si legano al simbolismo nettuniano. Il greco POSEIDON, signore degli abissi oceanici, portatore di inattesi sconvolgimenti e capace di stupefacenti metamorfosi, il divino PEGASO, il cavallo alato frutto dell’unione tra Poseidon e la Gorgone, sospeso tra due mondi e due nature,TRITONE , altro dio marino figlio di Poseidon, dalla duplice natura di uomo e di pesce, e il prodigioso PROTEO, demone del mare col potere di assumere ogni forma, di illudere, disorientare, confondere … Proteo che conosce il mistero di ogni profezia, ma si rifiuta di rivelarlo ai mortali.

Sempre ritorna la lettura  “multiforme” ed inquietante dell’archetipo che accomuna questi personaggi mitici: creature possenti ed evanescenti, minacciose e sfuggenti insieme. La capacità di cambiare fisionomia, di assumere differenti aspetti, di coinvolgere, affascinare ed eludere, si traduce  nel segno grafico detto “proteiforme”: la scrittura-Nettuno può variare anche moltissimo da un documento all’altro, rendersi irriconoscibile ed indecifrabile, sorprendere ed ingannare, sottolineando così la sconcertante natura “dalle molte facce” dei figli di Nettuno.

Concludo con alcune firme particolarmente ricche dell’espressività del pianeta: Liz Taylor, Klaus Kinsky, Elvis Presley e Ornella Muti, che nella  “M”  del cognome esprime un bel simbolo nettuniano.

 

 

Liz Taylor

 

Klaus Kinsky

 

Elvis Presley

 

Ornella Muti

 

 

 

Marisa Paschero

Torino, 20 gennaio 2022

 

Marisa Paschero

* Marisa Paschero, laureata in Lettere, studiosa di scrittura e di simbolismo, ha una formazione grafologica interdisciplinare che collega metodi diversi. E’ specializzata in Grafologia dell’età evolutiva e perizia giudiziaria, svolge attività di consulente e di grafoterapeuta, e insegna il metodo grafologico francese con particolare attenzione alla correlazione tra  scrittura e simbolismo planetario.

Bilancia, con Ascendente Bilancia, Luna in Acquario e Mercurio in Scorpione, da tempo approfondisce con passione lo studio dell’Astrologia, disciplina affascinante e ulteriore straordinario strumento di conoscenza della personalità.

Per le Edizioni Mediterranee ha pubblicato  Grafologia e grafoterapia. Comprendere e migliorare se stessi attraverso la scrittura (2013), e Iniziazione alla grafologia (2019). Per le Edizioni Amrita ha pubblicato Lo scarabocchio, il tratto di unione fra noi e il nostro inconscio nel 2018.

 

L’Alchimia nella Roma del Seicento – introduzione di Cosimo Alberto Russo

 

Il testo si inserisce nella collana “Tradizione e innovazione, territorio e salute – Taccuini”, a cura dell’Università degli Studi di Ferrara, edito dalla casa editrice Aracne.

Nasce da un’idea della curatrice Maria Teresa Carani, già da alcuni anni interessata allo sviluppo dell’alchimia a Roma nel Seicento; da questo suo interesse è nato un progetto che ha portato dapprima alla realizzazione di un “docufilm” (con la regia di Corrado Boccia), successivamente (da parte della stessa Maria Teresa Carani)  alla presentazione di una relazione al 70° Congresso di Storia della Farmacia svoltosi a Ferrara il 28-29 novembre 2020, e infine alla stesura di questo testo.

Il Taccuino, perché di questo si tratta, si è avvalso della partecipazione di vari collaboratori: Bruno Babbi, Tina Bovi, Maria Teresa Carani, Anna Fabiani, Giuseppina Guglielmi, Serenella Midolo, Cosimo Alberto Russo, Anna Livia Villa.

Ognuno di questi autori ha approfondito alcuni aspetti particolari del panorama alchemico romano del periodo trattato; nel dettaglio:

Bruno Babbi: -Testimonianze e curiosità sulla figura di Massimiliano Palombara;

Tina Bovi: -Villa Palombara a Piazza Vittorio
-Il laboratorio dell’alchimista;

Maria Teresa Carani: -Villa Gentili-Dominici
-La Porta Magica: copia al Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria;

La “Porta Magica” fatta costruire dal Marchese Palombara

Di Sailko – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=869924

Anna Fabiani: -Giuseppe Francesco Borri;

Giuseppina Guglielmi: -Il Tempio di Serapide alle Scuderie del Quirinale;

Serenella Midolo: -Cristina di Svezia;

Cosimo Alberto Russo: -Dall’alchimia alla chimica;

Anna Livia Villa: -Contesto storico
-La distilleria del Cardinale Francesco Maria Del Monte nella Villa Ludovisi  
-Il Cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte.

Fulcro dello sviluppo della scena alchemica romana, nel periodo studiato, è stato sicuramente l’arrivo a Roma della regina Cristina di Svezia; è stata infatti lei, dato il suo grande interesse per l’alchimia, ad aprire i suoi salotti alla nobiltà romana mossa dalla stessa passione.

Busto di Cristina di Svezia – autore Giulio Cartari (1681)

Si forma così un cenacolo di studiosi che sviluppa l’argomento sia dal punto di vista puramente metafisico che da quello sperimentale.

Nello stesso periodo spicca la figura di Giuseppe Francesco Borri; costui è un vero “iatrochimico”, sulle orme di Paracelso, e rappresenta quel filone più moderno dello spirito alchemico, che unisce la ricerca della perfezione allo studio e all’applicazione dei risultati di tale ricerca nella medicina (a Strasburgo effettuò persino una difficile operazione di cataratta). 

Il Taccuino tratta le storie dei vari protagonisti in una forma scorrevole che ne rende piacevole la lettura. Si tratta (come riportato sulla quarta di copertina) di “un percorso inusuale in una Roma del Seicento meno conosciuta…seguendo il filo rosso della segreta arte della trasmutazione si possono ancora vedere ambienti, palazzi e ville dove gli apprendisti alchimisti si dedicarono alla loro ricerca metafisica…si potrà scoprire un affresco ad olio di un giovane Caravaggio, la “Porta Magica” della perduta Villa Palombara, laboratori alchemici”.

Cosimo Alberto Russo

Roma, 22 settembre 2021

Lo scorso 30 settembre il libro “L’Alchimia nella Roma del Seicento” ha ottenuto dall’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria di Roma il prestigioso Premio “Elide Piccinini Stramezzi”, quale riconoscimento del particolare valore divulgativo dell’opera, nonché dell’accuratezza e chiarezza dei contenuti. Le nostre più vive congratulazioni agli Autori!

10 ottobre 2021                                                                      Pippo Palazzolo

 

Chi fosse interessato all’acquisto del taccuino presentato può ordinarlo al seguente link:

https://www.aracneeditrice.eu/it/pubblicazioni/alchimia-del-seicento-a-roma-maria-teresa-carani-bruno-babbi-tina-bovi-anna-fabiani-giuseppina-guglielmi-serenella-midolo-cosimo-alberto-russo-anna-livia-villa-9791259942760.html 

E’ altresì reperibile presso le librerie coop e, a breve, nei siti e nelle librerie indicate nel link riportato.

Breve nota sul segno zodiacale del Leone

di Pippo Palazzolo

Ieri, alle 16.27 ora locale, il Sole è entrato nel segno del Leone (zodiaco tropicale). Per la precessione degli equinozi, sappiamo che il Sole si trova, dal punto di vista celeste, ancora nella costellazione del Cancro. L’astrologia si basa, per le sue interpretazioni, sullo zodiaco tropicale, suddiviso in 12 segni di 30 gradi ciascuno, il cui punto 0° è dato dall’Equinozio di Primavera, intorno al 21 marzo di ogni anno. Il segno del Leone cade quindi in piena stagione estiva (22/23 luglio-22/23 agosto), per questo è chiamato segno “fisso”. Inoltre, nelle classificazioni astrologiche, è associato alla polarità maschile e all’elemento fuoco. Il suo “pianeta” governante è il Sole (in questo caso, una stella) e le sue caratteristiche tradizionali lo indicano come un segno che conferisce ai nativi: coraggio, forza, generosità, ambizione, nobiltà d’animo; ma anche, in negativo: arroganza, presunzione, suscettibilità. La posizione del Sole ha un’importanza primaria nell’interpretazione del cielo di nascita, ricordiamo però che molto peso hanno la posizione della Luna e dell’Ascendente, nonché eventuali accumuli di pianeti in un segno (“stellium”), quindi anche chi non ha il Sole in Leone potrebbe ugualmente avere delle caratteristiche leonine. Consiglio non richiesto ai nativi del Leone: non cercate di essere sempre i primi in tutto, la vita non è una gara!

Pippo Palazzolo

23 luglio 2021

Figli di un dio meccanico

di Claudio Messori*

Viviamo in una società tecno-centrica, dove la scienza e la tecnica, in virtù dell’efficacia dei loro mezzi, possono trasformare ciò che si pensava naturalmente (o divinamente) predeterminato¹. Dove Tecno-centrismo fa rima con Teo-centrismo. 

Ma la centralità della tecnologia², ovvero del saper fare inteso come ideazione, produzione e applicazione intenzionale di tecniche (procedure) manuali e/o strumentali finalizzate al soddisfacimento di scopi antropici, è un fatto relativamente recente nella storia delle comunità umane³. 

Inizia a delinearsi con l’avvento della prima grande rivoluzione tecnologica, quella che segna il passaggio dalle culture totemiche tardo paleolitiche alle culture megalitiche del Neolitico (tra i 30 e i 20 mila anni fa), quando viene adottata una rappresentazione interna della realtà esterna che contempla la possibilità e la necessità di ideare, realizzare e ricorrere all’uso di nuove tecniche e di nuove tecnologie nella domesticazione cerealicola (agrotecnia), nell’allevamento di bestiame (zootecnia), nella filatura, tessitura, nella costruzione di abitati, nella regimentazione delle acque fluviali e nella lavorazione della ceramica.  

Diventa Storia con l’addomesticamento del fuoco per la lavorazione dei metalli (Età dei Metalli, VIII-I millennio a.C.); con l’istituzione del conflitto armato (guerra); con la nascita delle prime Città-Stato sumere (IV millennio a.C.) e con l’invenzione della scrittura (Mesopotamia, Uruk, circa 3300 a.C.); con l’elaborazione di una moltitudine di divinità e di forme complesse di organizzazione sociale di tipo piramidale che ad un Sovrano (di origine divina) affiancano l’istituzione di tre caste, i Nobili, i Sacerdoti, i Guerrieri (l’Induismo non contempla un sovrano e i nobili sono raggruppati in tre caste, in ordine decrescente, brāhmaṇa-kṣatriya-vaiśya, che dominano sulla casta più bassa, i śūdra).

Decisivi per la storia delle civiltà che si affacciano sul bacino euro-mediterraneo, saranno, tra i tanti, quattro eventi, qui elencati in ordine cronologico decrescente (dal più antico al più recente): 

  • l’apparizione (seconda metà del II millennio a.C., epoca in cui i popoli semitici del Sinai inventano la scrittura alfabetica), del dio abramitico Yahweh, Colui che È, figura divina sinaitica elaborata dalla casta sacerdotale semitica, che tra il VII e VI sec. a.C., in un’epoca retta dal politeismo, verrà adottata come unico dio venerato in un unico tempio dal Regno di Giuda, con capitale Gerusalemme; 
  • la nascita della Polis greca (VIII sec. a.C.), e del Senato romano (VIII sec. a.C.), che mettono al centro della vita politica e sociale dello Stato e della Repubblica l’uso della Dialettica, la serrata applicazione pratica della logica, e la Retorica, l’abilità nell’uso della parola (logos) come chiave di ogni autorità secolare; 
  • la centralità post-socratica (dal III sec. a.C. in poi) assegnata all’uso della Ragione delle idee (della matematica e della geometria) e di una metafisica che viene sgravata dal fardello del Lògos (in Platone il Cielo iperuranico delle Idee e in Aristotele il Motore Immobile, metafora della anti-storicità della metafisica) per essere trasformata in metafisica applicata per scopi pratici;
  • l’affermazione imperiale del culto giudaico-cristiano (V sec. d.C.), basato sull’assunto che Gesù di Nazareth (predicatore e profeta ebreo itinerante, caduto in disgrazia e crocifisso per mano romana) fosse il Messia, Il Cristo (dal greco Christòs, l’Unto), il Figlio del Re dei re, il Figlio del, ed esso stesso il, Dio abramitico Yahweh (questo è quello che presero a predicare i suoi apostoli, tra i quali Saulo di Tarso, latinizzato in Paolo, ovvero San Paolo, cittadino romano di origini greche e famiglia ebraica che prima di morire – 64 o 67 d.C. – riuscì ad estendere il nuovo culto, allora praticato solo da un ristretto numero di comunità giudeo-cristiane, fuori dai confini della Palestina, verso l’attuale Giordania, la Turchia e la Grecia).

Fatto unico nella storia delle credenze e dei culti religiosi, Yahweh non si limita ad assumere sembianze umane, come fanno molte altre divinità, ma si fa letteralmente umano e mortale in Cristo, perché solo così l’umanità può dirsi tale, solo accogliendo Dio (immortale) in sé attraverso Cristo (mortale), l’essere umano può dirsi umano (di qui la giustificazione teologica a tutte le atrocità compiute nei secoli successivi nei confronti dei miscredenti).

L’aver reso mortale l’immortale e immortale il mortale (la consustanzialità della pericoresi cristologica, base del dogma della Trinità), è una operazione di metafisica applicata per scopi pratici sbalorditiva, il miracolo ispiratore, il nucleo fondativo di un nuovo paradigma di civiltà che, seguendo due strade parallele, quella ufficiale di Santa Romana Chiesa e quella sotterranea dell’essoterismo alchemico, traghetta l’Impero Romano d’Occidente verso il proprio declino, per dare i natali (basso Medioevo) ad un nuovo soggetto sociale e politico, destinato a diventare dominante, la borghesia, nel cui grembo prenderà forma (XVIII secolo) l’Homme nouveau, un Uomo nuovo, che in virtù dell’efficacia della scienza e della tecnica fonde e confonde ciò che è divino con ciò che è umano. 

Autoproclamatasi erede legittima dell’Illuminismo greco ante litteram (sofisti, atomisti, scettici, stoici), tra il XVII e XVIII sec. la borghesia franco-inglese dà vita a un movimento di pensiero e d’azione, l’Illuminismo, che si fa portatore di un modello culturale fondato sulla fede incondizionata ed esclusiva (non avrai altro modello di conoscenza all’infuori del nostro) nella ragione empirica e nella conoscenza scientifica ritagliata sul modello scientifico sperimentale galileiano-newtoniano. L’Universo, per gli illuministi, è un sistema meccanico di oggetti solidi (res extensa) che riempiono porzioni di uno spazio altrimenti vuoto, posti in relazione reciproca secondo leggi di moto che, almeno in linea di principio, sono calcolabili. 

E così l’Illuminismo, l’Età dei Lumi, confisca al clero il mandato divino di cui si era fatto depositario il monoteismo giudaico-cristiano (che a sua volta lo aveva importato dal monoteismo giudaico) e lo consegna nelle mani dei prescelti da un nuovo Dio, un Deus otiosus, un Dio logico come il suo predecessore, quello che in virtù di un dogma della fede si è fatto-Uomo-in-Cristo. Un Dio meccanico, un Grande Orologiaio accuratamente decontaminato da qualsiasi traccia di trascendenza. Un Essere Supremo, il Deus Absconditus degli esoterici, il Grande Architetto che grazie alla sublime arte della matematica e della geometria ha creato tutto ciò che popola lo spazio compreso tra la Terra e il Cielo, senza lasciare nulla al caso. 

Il Tutto, sostengono gli illuministi, è stato calcolato secondo un disegno matematico di causa-effetto, per essere consegnato nelle mani dell’Homme nouveau, un Uomo nuovo eletto dal Dio meccanico, ovvero nelle mani dei maschi-bianchi-istruiti-benestanti dediti allo studio, all’addomesticamento e alla manipolazione empiristica e utilitaristica della res extensa: gli unici esseri del creato in cui questo Dio abbia compiutamente infuso la res cogitans.

Un Uomo-nuovo che capitalizzerà il sapere il saper fare e le innovazioni tecnologiche sviluppate nel corso della seconda metà del XVIII secolo (Inghilterra, Rivoluzione Industriale 1.0), per introdurre e promuovere la meccanizzazione del ciclo produttivo (fabbrica) e, con essa, il processo di integrazione uomo-macchina (tutt’ora in corso). 

E proprio l’ottimismo nei confronti della scienza, la fiducia nel progresso scientifico guidato dal dubbio metodico, fulcro del procedimento analitico e deduttivo cartesiano, attraverso il quale possono essere generate proposizioni indubitabili, assolute, contribuirà a determinare un ribaltamento concettuale assai significativo: la categoria della naturalità, la supposta esistenza di un ordine naturale eterno e immutabile, viene incalzata da quella dell’artificialità, della modificabilità. La natura, compresa la natura umana, viene pensata come scientificamente perfettibile, liberandola dalla ferrea legge di necessità. Ciò che è scientificamente modificato e artificialmente costruito diventa desiderabile. 

E sarà così che nel corso del XIX sec. verrà data alla luce la prima religione laica e scientifica della Storia, il Positivismo, l’elaborazione ideologica di una borghesia industriale liberista solidamente affermata, che fa della scienza una metafisica di certezze assolute, tanto che negli ultimi anni della sua vita Auguste Comte (1798-1857), ideologo del positivismo, scrive il Catechismo positivista e fonda la Chiesa Positivista, dove vengono trasposti gli elementi dottrinali, etici e liturgici della tradizione cattolica. Una religione secolare, che consegna alla storia moderna una corrente di pensiero ampiamente condivisa in tutto l’Occidente, l’Eugenetica, dove si radicalizzano le istanze più ambivalenti (pseudo-scientifiche) e reazionarie (filo-colonialiste) dell’Illuminismo e del Positivismo, dando corso ad una serie di crimini contro la persona e contro l’umanità, che sfoceranno nelle eliminazioni di massa condotte, in particolare ma non solo, dal nazifascismo e dallo stalinismo (due regimi totalitari accomunati dalle stesse radici positiviste e dalla stessa passione, oltre che per il pensiero eugenetico, per l’occultismo e per la teosofia, a cui si ispira l’ambiente prometeico del nazionalsocialismo e del comunismo, a cui si ispiravano i Costruttori di Dio (Bogostroitel’stvo) e i cosmisti russi dei primi del ‘900, a cui si ispirano i transumanisti contemporanei).

Si impone, così, il mito di una Scienza super partes che contende a Dio il suo primato di Giudice imparziale, e così facendo sfila (definitivamente?) il destino dei popoli dalle mani dei sacerdoti in abito talare per consegnarla in quelle dei sacerdoti in camice bianco, scienziati, ricercatori, esperti STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), che stabiliscono razionalmente leggi assolute, obiettive e valide sopra ogni ragionevole dubbio. 

Ed ecco che in poco più di 250 anni, quattro Rivoluzioni Industriali e due guerre mondiali più altre guerre minori, tutte foriere di soluzioni tecnologiche innovative, l’assolutismo scientifico prende il sopravvento sull’assolutismo teologico. 

Il Dio fattosi Uomo è morto, viva il Dio fattosi Macchina (intelligente?).

 

Claudio Messori

16 giugno 2021

 

Note:

Claudio Messori – Ricercatore indipendente, indirizzo: Terenzo 43040, Italia – Cell.: +393282876077 ; E-mail: messori.claudio@gmail.com 

https://europa.eu/europass/eportfolio/api/eprofile/shared-profile/165fe171-d807-4441-9b59-2206b1ee9044?view=html 

1 Messori, C. (2018) Dall’Uomo-Macchina Illuminista alla Robotizzazione della Società, Il Minotauro, 1(1), Persiani Editore, Bologna, Italy 

https://issuu.com/persianieditore0/docs/n1_2018

2 “Il termine tecnologia è una parola composta che deriva dalla parola greca τεχνολογία (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso (o ragionamento) sull’arte”, dove con arte si intendeva sino al secolo XVIII il saper fare, quello che oggi indichiamo con la tecnica.” [In: Daniele Dallorto https://www.danieledallorto.it/2013/03/25/etimologia-di-tecnologia/ ]

3 Messori, C. (2019) Paleoanthropology of Consciousness, Culture and Oral Language, Open Access Library, 6, p. 1-50

https://www.oalib.com/articles/5304031#.XtPRzLNuI2w

 

Fonte dell’immagine: www.wsimag.com

 

Il segno dei Pesci

Il segno dei Pesci 

di Pippo Palazzolo

     Oggi, alle 11.44 ora locale, il Sole è entrato nel Segno zodiacale tropicale dei Pesci e vi rimarrà fino alle 9.37 del 20 marzo prossimo. Ultimo segno del ciclo annuale, con i Pesci il cerchio dello Zodiaco si chiude, per riaprirsi ad una nuova avventura subito dopo, con l’avvento della primavera, sotto il segno dell’Ariete.

Dal punto di vista stagionale, il segno dei Pesci coincide con la fine dell’inverno, è quindi un segno “mobile”, come i Gemelli, la Vergine e il Sagittario. La sua polarità è “femminile” e il suo elemento è l’Acqua. Il governatore tradizionale del segno è Giove, al quale si è aggiunto anche Nettuno, pianeta scoperto nel 1846 dall’astronomo tedesco Johann Gottfried Galle.

Per la sincronicità tra Alto e Basso, la scoperta di Nettuno coincide con un periodo storico nel quale emergono aspirazioni che riguardano l’intera umanità, sia dal punto di vista politico (1848, Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels), che da quello spirituale (1875, nasce a New York la Società Teosofica di Helena Petrovna Blavatsky). Nel mondo scientifico si assiste in quegli anni ad un fiorire di invenzioni e scoperte che avrebbero cambiato profondamente la nostra concezione della realtà.

La signoria di due pianeti dal simbolismo molto diverso fra loro, come Giove/Zeus e Nettuno/Poseidon, rende il segno dei Pesci particolarmente complesso. É un segno che spesso viene associato alla spiritualità, alla religiosità, all’intuizione, alla creatività, all’empatia. La nascita e la diffusione del Cristianesimo avvengono nell’Era dei Pesci (per il fatto che l’equinozio di primavera cadeva nella costellazione dei Pesci, alla nascita di Gesù).

Vetrata della Cattedrale S. Martin e S. Nicolas a Ypres – Belgio

L’elemento Acqua del segno dei Pesci ha un significato diverso da quello che assume in Cancro e Scorpione, gli altri due segni d’Acqua. Se nel segno del Cancro l’Acqua ha più il significato del liquido amniotico (madre, origini) e l’Acqua dello Scorpione è quella torbida delle paludi, nelle quali si combatte e si soffre, l’Acqua dei Pesci è invece quella dell’infinito oceano, delle profondità abissali: l’elemento primordiale dal quale proveniamo e al quale ritorneremo nel momento finale del ricongiungimento con il Tutto.

Non sempre è facile essere del segno dei Pesci! Naturalmente portati all’astrazione, potrebbero finire nella… distrazione, contemplando il cielo potrebbero non vedere gli ostacoli sulla via. D’altra parte i Pesci sanno essere anche molto precisi, ordinati, metodici, qualità delle quali hanno bisogno proprio per non perdersi nell’immensità dei loro pensieri.

Se alla nascita Giove è dominante, avremo un Pesci più legato alle regole sociali, più conformista, ma anche più incline a godersi la vita. Se a dominare è Nettuno, avremo una personalità che oscillerà dall’illuminazione mistica alla confusione, dalla sensibilità artistica alla creatività caotica. Albert Einstein, santa Teresa d’Avila, Fryderyk Chopin: intuizione geniale, estasi mistica, creatività artistica. Tre personaggi esemplari delle vette che può raggiungere un Pesci con un forte Nettuno.

Naturalmente non soltanto chi nasce con il Sole nel segno dei Pesci potrà avere alcune di queste caratteristiche, ma anche chi vi abbia la Luna, l’Ascendente o uno “stellium” (tre o più pianeti). Ricordiamo anche che il segno dei Pesci è presente nel cielo di nascita di ciascuno di noi, ad indicarci in quale settore della vita le sue qualità si manifesteranno maggiormente.

Tanti auguri agli amici nati sotto questo segno!

Pippo Palazzolo

18 febbraio 2021

Il Covid-19, la scienza ed il mito della caverna di Platone

di Cosimo Alberto Russo

Mai come in queste settimane di isolamento e apprensione per la pandemia del Covid-19 ha assunto un ruolo preminente l’opinione (più onesto dire “i dettami”) degli scienziati (virologi innanzitutto). Tutti noi, più o meno, ci affanniamo a cercare le spiegazioni e le indicazioni fornite da questa categoria di lavoratori. Poco importa se spesso contradditorie e in contrasto tra le varie scuole di pensiero.

Mi sembra quindi doveroso ricordare che la scienza non è altro che un metodo di conoscenza (il metodo scientifico) e gli scienziati sono coloro che utilizzano questo metodo al fine di aumentare la conoscenza di ciò che ci circonda. 

Per far ciò si utilizza, a vari livelli, un modello di rappresentazione della realtà, in quanto la realtà stessa non è conoscibile, dati i limitati mezzi del genere umano (fondamentalmente i cinque sensi, pur se amplificati dalla tecnologia).

Questo porta e ha portato a elaborare modelli poco accettabili dalla stragrande maggioranza della popolazione umana, pur se ampiamente verificati, come la meccanica quantistica e la relatività einsteniana. E rimane, punto fermo ed essenziale del metodo scientifico, che ogni modello è accettato fino a quando non se ne trova uno migliore.

Questa premessa dovrebbe farci comprendere che anche nella vicenda del Covid-19 nulla si sa e si procede a tentoni elaborando modelli che via via vengono sostituiti da altri più attendibili. Dovremmo quindi avere comprensione per coloro che onestamente si limitano a ipotizzare linee di intervento momentanee e probabilmente errate, mentre dovremmo diffidare di chi “afferma” verità incaute: la verità non è scientifica!

Bisognerebbe anche avere l’umiltà di non ridicolizzare le ipotesi di chi utilizza altri “modelli” di rappresentazione (per esempio lo sciamanesimo, la medicina ayurvedica, l’antroposofia ecc. ecc.); in fin dei conti il metodo scientifico si è affermato solamente negli ultimi tre secoli della civiltà umana, siamo certi che nei precedenti millenni il genere umano fosse in uno stato di preintelligenza? 

A questo proposito mi piace citare il mito della caverna, di Platone. In questo mito il filosofo ateniese immagina che vi siano alcuni uomini incatenati sin dall’infanzia in una caverna senza mai nulla aver visto al di fuori di essa. Nella caverna vi è un fuoco e i carcerieri proiettano, senza farsi vedere, delle ombre sulle pareti, parlando nel frattempo; così gli incatenati credono che le ombre siano la realtà e immaginano che quello sia il mondo. Ad un certo punto se un prigioniero fosse liberato e si avvicinasse all’uscita, rimanendo abbagliato dalla luce del sole fino a soffrirne, preferirebbe tornare alle ombre cui era abituato.  Ma se riuscisse ad abituarsi alla luce del sole e a vedere il mondo esterno, capirebbe che ciò che credeva reale era solo una illusione. 

Resosi conto della situazione, senza dubbio tornerebbe nella caverna per liberare i suoi compagni: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituarsi all’ombra, passerebbe parecchio tempo prima di riuscire a vedere distintamente il fondo della caverna; durante questo periodo il suo tentativo di convincere gli altri della situazione sarebbe vano, in quanto ai loro occhi risulterebbe diventato cieco e, anzi, potrebbe, insistendo, spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso quella luce che, secondo loro, lo ha accecato.

Il mito ha varie interpretazioni, quella che qui mi interessa è l’acquisizione della consapevolezza che ciò che crediamo reale (la “verità”) è solo una illusione e che, forse, la realtà “vera” non è raggiungibile dal genere umano (i prigionieri incatenati).

Per cui, è vero che forse oggi il metodo scientifico (come la democrazia) pur essendo altamente imperfetto è ciò che abbiamo di meglio, ma occorre porre grande attenzione nell’accogliere i pareri “scientifici” come “verità”.

Cosimo Alberto Russo

10 aprile 2020

RAGUSA, 1743 – Come si scampò dalla peste, di Giuseppe Tumino

Il 29 marzo del 1743 la peste si presenta ancora una volta, l’ultima, proprio a Messina dove era apparsa per la prima volta in Europa nel 1347.

Era la terza volta in poco più di un secolo, dopo la peste del 1626 e il catastrofico terremoto del 1693, che un flagello si abbatteva sulla Sicilia.

In meno di tre mesi ci furono più di 40.000 morti e da parte del Viceré di Sicilia furono presi dei provvedimenti per isolare Messina e impedire la diffusione del contagio.

I Giurati di Ragusa misero sotto controllo militare tutte le vie di accesso alla città.

 Ma un frate del Terz’Ordine francescano, di origini ragusane, fuggito da Messina, riuscì ad introdursi a Ragusa dalla porta di Modica a guardia della quale c’era proprio suo fratello, tale Vincenzo Floridia.

Diffusasi la notizia, il convento che lo ospitava e la sua casa furono  barricati e posti sotto stretta sorveglianza, e i due fratelli furono rinchiusi nella Chiesa di S. Maria del Calvario.

Comparsi negli abitanti i primi sintomi, come i caratteristici bubboni, cosa che spesso veniva celata, furono prese delle iniziative per scongiurare il contagio.

 Di questo ci riferisce un anonimo autore di un manoscritto conservato nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Ragusa.

E’ sorprendente il fatto che si presero precauzioni più di ordine religioso che di ordine sanitario, mostrando così le contraddizioni della cultura di un’epoca che si apriva alla luce della ragione, ma perpetuava l’oscurità della superstizione. E purtroppo accade sempre così, anche al giorno d’oggi.

Infatti, ritenendo che i mali sopraggiungessero a causa dei peccati, si fece ricorso a rigorose penitenze e alla protezione dei Santi Giovanni e Giorgio

Dal 29 giugno al 4 agosto l’unione fra le due Parochie dispari e contrarie ab immemorabili tempore, l’una di S. Giorgio e l’altra di S. Giovanni, organizzò messe e processioni giornaliere a cui presero parte tutto il clero congiunto, tutte le confraternite e le comunità religiose.

I flagellanti camminavano a piedi scalzi, con catene ai piedi, corde al collo e corone di spine, battendosi a sangue o portando sulle spalle una pesante croce. Le statue di tutti i santi della città e i reliquiari, come non era mai accaduto, furono esposti insieme, accompagnati da canti di litanie e trombe e tamburi a lutto.

Inoltre ci viene riferita la curiosa notizia che, per riparare il male, furono rinchiuse tutte le meretrici tanto cittadini, quanto forestieri, che arrivarono al numero di cinquanta circa.

Fu così che l’epidemia fu scongiurata e la nostra città fu miracolosamente preservata dal morbo pestilenziale per l’armonia che mai per il passato si era veduta tra gli animi dell’una e dell’altra Chiesa, anche se  l’anonimo cronista si appresta subito a precisare che da questo non discendeva l’obbligo per la Chiesa di S. Giovanni di subordinarsi in futuro alla Chiesa di S. Giorgio.

Sui danni, invece, che Messina subì, esiste un resoconto che il Generale Priman, governatore di Messina, fece in una lettera inviata a S. E. in Palermo il 29 giugno 1743.

Giuseppe  Tumino

Ragusa, 26 febbraio 2020

La vita e i suoi altrove, di Nunzio Brugaletta

 E’ da poco uscito il nuovo libro a fumetti La vita e i suoi altrove, dell’ormai affermato artista Nunzio Brugaletta. L’Autore ha al suo attivo la pubblicazione di altre due opere (K, sei racconti di Franz Kafka e Attaccarsi alla vita, quattro novelle di Luigi Pirandello). In questa occasione si confronta con due giganti della letteratura russa, Dostoevskj e Gogol. La scelta è caduta su due opere considerate minori, Il sosia di Dostoevskij e Le memorie di un pazzo, di Gogol. Il filo conduttore di entrambi i racconti è lo scollamento, spesso inizialmente impercettibile, tra la realtà soggettiva e la realtà oggettiva. Le due belle graphic novel riescono pienamente, grazie alla potenza espressiva dell’artista, a coinvolgere e spiazzare il lettore, trascinandolo gradualmente all’interno della realtà soggettiva dei due protagonisti. Un libro da non perdere, del quale pubblichiamo la sapiente introduzione della prof.ssa Rita Cultrera e due pagine per ciascun racconto. Ringraziamo l’Autore per la gentile concessione.                               

p.p.

Introduzione

di Rita Cultrera

Tradurre in immagini e segni le parole che interpretano e descrivono il dramma dell’umana condizione non è fatica da poco, soprattutto quando a squadernare le vicende rappresentate è la follia, se questo è il nome con cui definiamo lo sguardo che, impietoso, abbatte ogni artificio e raggiunge il cuore dolorante della vita.

Ne il sosia di Dostoevskij e ne le memorie di un pazzo di Gogol la follia morde la vita, trascolora in essa, a volte con sotterranea perfidia, a volte in modo impudico e scoperto, specularmente nei lavori di N.Brugaletta la derelizione dell’io scompone le linee, le slabbra, le sottrae al rigore euclideo, con tecnica violentemente espressionista.

L’inconsistenza del reale si traduce in silhouette incorporee, che si stagliano su sapienti cromatismi, mentre l’astrattezza degli spazi e delle sagome depriva di concretezza il dato oggettivo, al di là di ogni preciso riferimento storico, e lo deforma in modo caricaturale.

Lo scardinamento della normalità in Dostoevskij e in Gogol opera in crescendo, se nel primo la follia è insidiata dal dubbio, nel secondo non rimane alcun margine di incertezza. Parallelamente sul versante iconico, gli esseri umani sembrano frantumarsi in una serie di fattezze fisiche che si animano separatamente, come se fossero delle maschere dotate di vita propria.

La rappresentazione realistica si sfalda sempre di più le forme si appiattiscono la figura, a tratti, lasciata quasi allo stato di abbozzo.

Ne le memorie di un pazzo le pagine si scompongono nei vari elementi che le tramano: immagine, testo e personaggio all’interno delle vignette sono sottoposte ad una spinta centrifuga che li sottrae ad ogni collocazione spaziale naturalistica, in una sorta di reductio ad unum che rende figure, oggetti e scrittura nudi segni grafici.

Rita Cultrera 

Di seguito, pubblichiamo due pagine tratte da ciascun racconto:

da “Il sosia” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881)

 

 

 

 

 

 

…e da “Le memorie di un pazzo“, di Nikolaj Vasil’evič Gogol’-Janovskij (Velyki Soročynci, 19 marzo 1809 – Mosca, 21 febbraio 1852).

 

 

 

 

 

 

L’acquisto del libro può essere fatto on line all’indirizzo: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/fumetti/499690/la-vita-e-i-suoi-altrove/

Nunzio Brugaletta

L’Autore si presenta: “Laureato in Matematica, ho insegnato Informatica presso l’ITC “F.Besta” di Ragusa. Da quando sono in pensione ho ripreso alcune passioni giovanili lasciate in stand-by durante l’attività lavorativa. Appassionato da sempre di disegno, fumetti, grafica, pittura e di tutto ciò che riguarda le arti figurative nelle sue varie espressioni. Disegnatore io stesso e appassionato lettore, con preferenza per i classici, ho messo assieme due passioni: il fumetto e i classici della letteratura. Ho realizzato (fino alla data odierna, Marzo 2019) adattamenti da racconti di Kafka e Pirandello da cui ne ho fatto due pubblicazioni. Continuo, almeno per ora, nella direzione di adattamenti da opere letterarie di ulteriori autori.”

 

Ragusa, febbraio 2020

 

Ferdinando Testa: “La clinica delle immagini” – Recensione di Federico Guastella

     Nei sei capitoli del libro gli argomenti sono sostenuti dall’applicabilità della psicoterapia junghiana. “Elogio dell’immaginazione” si intitola il primo che per la sua ampiezza ermeneutica è da considerare come la cornice di una tela in cui si stagliano i casi clinici presentati poi con dettagliate modalità operative. E’ grazie alle immagini che il paziente rivive il suo mondo interiore: il terapeuta le accoglie come un dono dell’inconscio e le ascolta per attivare la libido stagnante e scissa dalla sfera immaginativa.

 Coinvolgono le pagine dedicate al processo alchemico della trasformazione del piombo in oro, del “senex”, che esprime rigidità e pesantezza dello schema mentale, e del “puer” flessibilità innovativa. La narratività autobiografica, dialogata e commentata, ricca di dati sensoriali di cui sono impregnati i sogni, così dischiude il sapere emozionale del cuore che dilata l’ampiezza dello spazio immaginativo e fa scoprire connessioni simboliche tra la dimensione onirica e la realtà del sognatore. Il fine è quello di scartare le incrostazioni che lo imprigionano nel grumo delle umane confusioni. Il negativo e il positivo, considerati “la metà di un intero”, trovano così un supporto nel simbolo del viandante che di volta in volta decide quel che c’è da fare in funzione del minor male. Non è un caso che Testa in tale contesto tratti in un apposito paragrafo l’opera di Jung “Risposta a Giobbe”. Le pagine raccontano i drammatici conflitti di Dio e di Giobbe a proposito della sofferenza umana. La speranza di avere una risposta resta inappagata e non sarà mai possibile una spiegazione per le terribili sofferenze che il libro vetero-testamentale mostra. Addirittura dalla comunità, armata dalla moralità del conformismo che la rende incapace di ascoltare, di comprendere e di provare compassione, Giobbe è ritenuto peccatore e quindi va dall’alto castigato e punito. Di fronte al mistero della tragicità del dolore non ci sono parole e significati che possano alleviare i dubbi dell’essere, eppure Dio gli si è mostrato nella sua numinosità pur non avendo fornito conoscenze all’intelletto: il fatto che gli abbia rivolto la parola, allora è valsa la pena vivere l’esperienza della sofferenza.

     E’ la fusione della parola con l’immagine a concretizzare la funzione del sentire. Siamo nell’habitat della creatività, la quale, includendo il senso di una luce che brilla nelle tenebre e il non-senso di contraddizioni e incertezze, apre il cuore impietrito per farlo di nuovo palpitare: anche un sogno riscalda e ricrea ed è luce che può illuminare le tenebre. Segue “La cura dell’insolito”, dove l’analista, che scruta da più prospettive, è rivolto alla presentazione di casi clinici. In uno di essi, il primo, il percorso inizia con un atto materico: l’affondare le mani nella sabbia sprigiona nella paziente un quantum energetico di libido che sincronicamente favorisce la nascita del sogno e del racconto. Allora il corpo diventa immagine e l’immagine, lungi dal risolversi in vuota fantasia, si riempie di reazioni provenienti dai sensi, indispensabili all’espressione dell’istinto creativo per portare a compimento il compito che la vita ha affidato al paziente. Si trovano qui le pagine più corpose dedicate alla creatività come rappresentazione della totalità della vita nella quale ”ogni parte del Sé trova dignità, ruolo, presenza e ascolto” per reinventarsi in nuove nascite da vivere in profondità.

     Il terzo capitolo – “Le miniere oniriche”- potrebbe a mio parere leggersi come approfondimento del primo. Tante le sfaccettature del sogno su cui Testa si sofferma, rifacendosi tra l’altro all’opera di Jung “Su sogni e trasformazioni”. “Compagno mitico del genere umano” e anche “un mistero intorno al quale navigare”, porta la bellezza dell’immagine che può essere ricordata, raccontata e scritta. Rimanda dunque al risveglio della memoria che si modifica e si ristruttura: essa è cono di luce che, come in un Gange purificatorio, dà respiro alla coscienza, sollecitata a riprendere le emozioni, coniugandole con un linguaggio svincolato dall’aridità concettuale spesso inadeguato per tutto ciò che riguarda il regno dell’Anima. Ciò implica un preciso atteggiamento dello psicoanalista: pur nell’adeguata “distanza psichica”, egli fornisce l’energia necessaria al formarsi dell’immaginazione e nel contempo per decifrare i simboli attinge dai miti e dalle favole, dalla profondità dell’inconscio personale e collettivo, dalle leggende e dalla vita degli antenati. A favorire lo scioglimento della nigredo alchemica in cui vanno accolte tutte le possibilità psichiche putrescenti, è pur sempre la parola-racconto del sogno che lenisce il dolore e si pone come genesi di “un pensare altro” con la consapevolezza che ognuno di noi ha un compito o una croce da portare nel presente e a cui non si può sfuggire.

     Si intitola “L’animale ferito” il quarto capitolo che, richiamando il mito di Asclepio in relazione al simbolo del serpente quale rivelatore di carica energetica, esamina alcuni sogni nei quali compaiono animali che rappresentano il mondo degli istinti: non solamente un’area distruttiva e violenta, ma anche una risorsa per medicare le ferite della sofferenza. In tale ottica, la bestia interiore diviene la porta d’ingresso per vivere la carica energetica del simbolo onirico, portarlo a coscienza. Ad ostacolare i processi di simbolizzazione sono quegli arcaici meccanismi di difesa che, unitamente alle “emozioni esplosive terrorizzanti”, producono “buche vuote”. Dell’argomento si occupa il capitolo quinto “Sogno e psicopatologia” che offre complesse e variegate esperienze cliniche decodificate anche dagli apporti del mito di Dioniso, il Dio smembrato e rinato, ritenuto da Jung l’archetipo del terrore. L’approfondita ricerca di Testa fa luce sulla sofferenza emotiva accompagnata da un congelamento affettivo e relazionale, nonché da fantasie violente tali da bloccare l’attività immaginativa. Lo spazio creativo per contenere l’impulso a distruggere non è limitato al solo uso della parola, ma esteso all’operatività del disegno come racconto del sogno e del gioco della sabbia. Allora una via da privilegiare, in alternativa alla parola concettuale, diventa l’espressione figurativo-esperenziale e anche poetica in cui l’immaginazione è ponte che apre verso nuovi orizzonti. Così, a partire dall’accoglienza della “nigredo” che non nasconde nulla delle sofferenze, la creatività fa da controaltare agli aspetti distruttivi e permette alla relazione terapeutica di portare a coscienza i complessi, facendo entrare il nuovo: cioè, il cambiamento dell’Io.

Labirinto di Cnosso

Siamo ora nel sesto ed ultimo capitolo – “Sogno e Psicosi” – il cui intento è di fare intravvedere al paziente “la presenza dentro di sé di parti sane e creative”. Nel mondo degli psicotici, la psiche è dura come la pietra, priva cioè della vivacità e mobilità del pensiero e dell’intelligenza. Il viaggio dell’Io – scrive Testa – si è arenato, incagliato nei frammenti di una personalità frantumata. Incapace di mantenere una relazione dialogica, il Sé si è ritirato nel labirinto di Cnosso sempre più dominato da un Minotauro che tormenta la ragione, le emozioni e i sentimenti. Occorre perciò al terapeuta la maestria di aggirare lo sguardo pietrificante di Medusa ed essere come Perseo che utilizza le astuzie delle tecniche e gli stratagemmi della riflessione. Muovendo da tale assunto, si colloca in primo piano la grammatica dei simboli espressi anche nei fiori e nei colori come nel caso del significato della rosa, la cui immagine appare in sogno ad una giovane paziente a rivelare il proprio ritrovarsi. Con questa sua indagine Ferdinando Testa, da esperto speleologo, scende in ogni angolo buio, in ogni zona oscura dell’Ade. Esplora le zone sofferenti della psiche e inquadra sogni e racconti per creare una nuova trama narrativa. Egli opera come scultore su un pezzo di marmo informe, estraendo il nucleo della vita creativa del paziente. E’ l’elaboratore alchemico di spazi che, in alternativa a quelli del caos, restituiscono le funzioni dell’immaginare, del sentire e del pensare. Per tutto questo il saggio non è soltanto destinato agli addetti ai lavori, ma anche a quei lettori disponibili a situarsi nel proprio scenario onirico, spesso celato agli occhi della coscienza.

Federico Guastella*

Novembre 2019

*  La recensione sopra pubblicata è tratta dalla pagina Facebook “Il Libro rosso di Jung: riflessioni e immagini”, per gentile concessione dell’Autore.

Mercoledì, 4 dicembre 2019, il saggio del dott. Ferdinando Testa verrà presentato a Ragusa presso la libreria Ubik Terramatta. Sarà presente l’Autore, cureranno la presentazione il dott. Federico Guastella e il dott. Pippo Raniolo. L’ingresso è libero.

 

Male di luna ed altro – di Federico Guastella

L’illustrazione di questo articolo è tratta dal libro “Attaccarsi alla vita, 4 novelle di Pirandello a fumetti”, di Nunzio Brugaletta, che ringraziamo per la gentile concessione.

Che Pirandello abbia avuto un rapporto complesso e contraddittorio con la luna è un fatto risaputo. Forse è meno noto che l’influsso dell’astro sulla vita degli uomini gli sia derivato dall’ambiente antropologico agrigentino. Emblematica la credenza relativa alla metamorfosi dell’uomo in lupo mannaro come conseguenza del mal di luna: chi ne è affetto, nel plenilunio, si precipita fuori di casa, gridando e rotolandosi per terra. Da qui il termine, d’origine greca, licàntropo. E’ da tale superstizione che trae ispirazione la novella “Male di luna”, apparsa sul “Corriere della sera” nel 1913 e che si trova nel primo volume delle “Novelle per un anno”, nel gruppo intitolato “Dal naso al cielo”. Ben nota la toccante interpretazione nel film Kàos (1984), diretto da Paolo e Vittorio Taviani. Ecco una sintesi della narrazione: Batà, avvilito (un caso di epilessia o dissociazione della personalità?), attribuisce la causa del suo male alla luna che da bimbo l’aveva incantato per un’intera notte (“E Batà (…) prese adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva “incantato”. L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva”). “Affocata”, “violacea”, “enorme” essa ora gli appare nelle notti di plenilunio e dalla moglie Sidora, terrorizzata, si fa chiudere fuori di casa per non farla spaventare per i suoi ululati (“Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido…non ti spaventare…non aprire…Niente… va’! va’!”). Architettato un piano suggerito dalla madre la quale trova il modo di far convivere la figlia con il marito, Sidora si porta a casa l’ex fidanzato, Saro, per concedersi a lui durante il plenilunio. Ma l’amante, impietositosi per il tormento di Batà, la prende per matta (Ma come? Era pazza quella donna là? Mentre il marito, fuori, faceva alla porta quella tempesta, eccola qua, rideva, seduta sul letto, dimenava le gambe, gli tendeva le braccia, lo chiamava”). Nell’andare via, si accorge del volto ambiguo dell’astro: “la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie”.

Luigi Pirandello (Girgenti, 1867 – Roma, 1936)

Sciamanica sembra la luna nella novella “La giara” (1909). L’avevo letta da ragazzino e mi avevano affascinato le grida di quel contadino che, davanti al palmento, chiamava:- Don Lollò! Ah, don Lollòoo. Mi piaceva disegnarla quella giara descritta da Pirandello con poche incisive pennellate: “nuova, pagata quattr’onze ballanti e sonanti (…). Una giara così non s’era mai veduta…”. E faceva pena posta nel palmento: luogo senza aria e senza luce. Non si sa chi fosse stato a spaccarla in due: “come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti. Don Lollò ne è il proprietario: uomo collerico, testardo e despota. Entra poi in scena Zi’ Dima Licasi: un conciabrocche che, servendosi di un mastice miracoloso, l’avrebbe “rimessa su, nuova”. Dando luogo ad un rituale pressoché magico, esclama: “verrà bene”. Diffidente si mostra don Lollò: vuole i punti di ferro per renderla davvero robusta e non cede dinanzi alle resistenze di Zi’ Dima, il quale, alla fine, si mette all’opera con il trapano. Mastice e punti insieme come si era convenuto. Ma ecco il paradosso: Zi’ Dima che vi si era calato dentro, non riesce più a uscirne: “Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sanata, e che ora – non c’era via di mezzo – per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre”. Don Lollò non ne vuole sapere, si rifiuta che la giara venga nuovamente spaccata per farlo uscire e addirittura si rivolge ad un legale che gli fa presente l’accusa di sequestro di persona: “Da un canto, lui don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine”. Davvero una bizzarra avventura che si muta in una festa dionisiacamente partecipativa sotto i raggi della luna così luminosi “che pareva fosse aggiornato”. Pieni di allegria e di vino, i contadini danzano e cantano attorno alla giara e, là dentro, anche Zi’ Dima canta a squarciagola. L’atmosfera tribalmente liberatoria e demoniaca di cui l’astro notturno è magneticamente complice, magistralmente resa dai fratelli Taviani, prelude alla scena della distruzione finale che sancisce la vittoria di Zi’ Dima. Don Lollò, vinto dalla rabbia e dall’esasperazione, manda a rotolare la giara giù per la costa fino a spaccarsi contro un olivo. L’esito è di amara complicità: egli ne avrà il danno e la beffa. Se si fosse fidato del solo mastice, modificando il suo punto di vista, non avrebbe subito la sconfitta. Da una angolazione diversa, l’antropologo e scrittore di Chiaramonte Gulfi Serafino Amabile Guastella si era occupato della luna nel capolavoro Vestru (1882): poemetto di 59 sestine di endecasillabi seguite nella seconda parte, in prosa dialettale, da venticinque leggende che possono considerarsi un documento di mitologia popolare, mostrando, in buona parte una “dottrina” centrata su una visione magica e animistica della realtà. Fantasiosa la leggenda narratagli da Salvatrice Raniolo, intesa Cuticàccia, contadina di Chiaramonte Gulfi. Si riferisce alla sorte di Caino e si può rilevare come nell’immaginario collettivo vi sia stato il bisogno dell’uomo di andare sulla luna, nonché il tentativo di decifrare il sortilegio del volto lunare. All’inizio poche incisive pennellate scolpiscono il tormento a lui causato dall’uccisione di Abele. L’incubo gli si manifesta, facendolo sobbalzare dal sonno, col rumore di frondi agitate, e si mette a correre come un pazzo per sfuggire al suo rimorso. Poi, mentre va in cerca di rovi per porli davati alla grotta e ripararsi dagli animali feroci, gli appare Domineddio (‘U Signuri): per decreto divino, questi di giorno deve dimorare all’inferno per essere torturato dai diavoli  e di notte nella luna con tre fasci di spine che, a vederli, sembrano tre macchie: “Ri stu mumientu iu cumannu, ca n’e rurici uri r”o jiornu ti nni stai n’ô ‘fiernu, e chiddu ca ri tia ni vuonnu fari i riàuli, ni fannu, ca chiss’ è pìnzieri so. N’ ‘e rùrici uri r’ ‘a notti ti n’assumi n’ ‘a luna, ccu pattu ca ‘n h’ ‘a ripusari ‘na scàggia, e h’a purtari nquoddu i tri fascitedda. E Cainu tuttanotti sta n’ ‘a luna, e i tri fascitedda ‘i virièmu tutti, ca pàrunu tri stampuzzi” (“Da questo momento io comando, che nelle dodici ore del giorno te ne stai all’inferno, e quello che di te ne vogliono fare i diavoli, lo facciano, ché questo è pensiero suo. Nelle dodici ore della notte te ne sali nella luna, col patto di non riposare un attimo, e devi portare i tre fasci. E Caino tutta la notte sta nella luna, e i tre fasci li vediamo tutti, che sembrano tre macchie”). Prima dello sbarco sulla luna, le classi subalterne, quelle dell’oralità, scorgevano dunque nelle macchie lunari l’immagine di Caino con tre fasci di spine sulle spalle. E se si pensa che fosse stato Dante a parlarne, ci si accorge subito della contaminazione della cultura dotta con quella popolare. Così, nel secondo canto del Paradiso, chiede il sommo poeta a Beatrice mentre osserva la luna: “Ma ditemi, che son li segni bui di questo corpo che laggiuso in terra fan di Cain favoleggiare altrui?” (Vv. 49-519). La luna, dunque: il fascino e il mistero della favola mitologica dove campeggia l’archetipo del femminile: eros fecondo di creatività e, nel contempo, energia distruttiva. Ne sono testimonianza le dee lunari delle culture indo-europee. E appare chiaro il legame con la generatività: dal ciclo di ventotto giorni al plenilunio, alle fasi di luna calante e nera. Incanta l’immagine della donna-luna come metafora di un potere cosmico di benessere, relegata dalla cultura del maschile nel raduno notturno delle cosiddette streghe barbaramente mandate a morte. Neumann nel 1956 scriveva: “Il rischio dell’umanità consiste oggi, in parte, proprio nello sviluppo cosciente unilaterale e patriarcale dello spirito maschile, non più equilibrato dal mondo ‘matriarcale’ della psiche […]. L’uomo occidentale deve assolutamente pervenire a una sintesi nella quale venga compreso in modo fecondo il mondo femminile, che, peraltro, se isolato, è unilaterale […]. Se, in un certo modo, un corpo sano è la base di uno spirito sano, un individuo sano è la base per una sana comunità.”

Federico Guastella

Ragusa, 28 luglio 2019

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

I vaccini: indietro tutta? di Silvia Giannella

Sul controverso tema delle vaccinazioni obbligatorie, abbiamo il piacere di pubblicare un approfondimento della prof.ssa Silvia Giannella.   (p.p.)

Leggo sul giornale  di oggi: Epidemia di morbillo in Madagascar: in sei mesi già più di 1200 morti; solo il 58% della popolazione è stato vaccinato (La Repubblica, 15 aprile 2019). Quando mi trovo di fronte a notizie di questo tipo, ormai sempre più frequenti, vengo assalita da una sensazione inquietante, un misto di stupore, disorientamento, angoscia. Ma forse la sensazione più sgradevole è il senso di impotenza di fronte al muro di quella che definirei “ignoranza scaramantica” da cui è stata contagiata una notevole massa di persone in tutto il mondo, paesi sviluppati e sottosviluppati.

Sono una donna anziana, laureata in biologia;  ho frequentato vari laboratori, in particolare di virologia dove ho preparato la mia tesi di laurea sperimentale e poi per quasi tutta la mia vita ho insegnato nei licei. L’insegnamento è stata una scelta felice che mi ha messo in contatto con molte persone con le quali ho stabilito rapporti di scambio e di confronto intenso, spesso problematico, ma sempre produttivo in termini di crescita e di apertura verso il pensiero degli altri. 

Spesso nell’insegnamento di  un nuovo argomento scientifico ci si trova di fronte alle cosiddette misconoscenze, cioè non è vero che gli alunni non sanno niente di quell’argomento ma ne sanno qualcosa che hanno assimilato passivamente dall’ambiente in cui sono cresciuti, dai genitori, dagli amici, insomma dalle persone con cui sono entrati in contatto nel corso della loro vita (per esempio: l’omeopatia fa sempre bene, la chimica ci avvelena,il glutine fa male a tutti). Naturalmente molto spesso queste conoscenze sono le più difficili da estirpare perché sono come degli assiomi che si sono consolidati loro malgrado. Il lavoro dell’insegnante consiste proprio nel portare testimonianze scientifiche, proponendo le letture giuste e insegnando agli studenti come si consultano le informazioni su internet (chi ha firmato quell’articolo, come si riconosce e si valuta una fonte scientifica garantita da una qualunque persona che esprime un suo pensiero senza fondamenti).

 E’ chiaro che il rapporto insegnante-alunno è molto particolare: si tratta di un adulto, l’insegnante, in cui si ripone fiducia e di adolescenti il cui ruolo è quello di apprendere, costruendo le proprie conoscenze, affidandosi alla competenza e ai consigli dell’insegnante. Se questo rapporto funziona è possibile stabilire una relazione di scambio in cui oltre ad apprendere, l’adolescente esprime anche i propri dubbi, le proprie incomprensioni, le proprie contestazioni.

Ma qual è la situazione al di fuori della scuola?

Negli ultimi anni in Italia si è verificata una specie di epidemia -è proprio il caso di usare questo termine!- per cui molti , troppi, genitori si sono convinti che i vaccini facciano male e quindi hanno deciso di non far vaccinare i figli.

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

  1. Minore è il numero di persone sottoposte a vaccinazione maggiore è il numero di virus circolanti
  2. I bambini appena nati non possono essere vaccinati e quindi è più probabile che entrino in contatto con la malattia virale che in questa fascia d’età può essere letale
  3. I bambini che non possono essere sottoposti a vaccinazione( bambini affetti da tumore o da malattie congenite che non consentono la vaccinazione) sono più esposti a contrarre le malattie virali che, anche in questi casi possono risultare letali

Nel secondo e terzo caso si dice che viene a mancare l’immunità di gregge. L’immunità di gregge si verifica quando si raggiunge un livello di copertura vaccinale per cui gli individui non vaccinati non contraggono la malattia perché circondati da un’alta percentuale (95%) di individui vaccinati.

Ma vediamo di dare una risposta ad ognuna delle tesi dei novax:

1° tesi: i vaccini causano l’autismo

Risposta: non è vero: la percentuale di bambini autistici è la stessa nei bambini vaccinati e non

2° tesi: i vaccini sono contaminati  e contengono metalli pesanti

Risposta: esami rigorosi ripetuti più volte hanno dimostrato che i vaccini sono puri e non contengono metalli pesanti

3° tesi: i vaccini vengono somministrati troppo presto, a bambini troppo piccoli

Risposta: sono proprio i bambini piccoli che corrono i maggiori pericoli se contraggono alcune  malattie. Comunque è il servizio sanitario nazionale che fornisce precise indicazioni su quando effettuare le varie vaccinazioni.

4° tesi: i vaccini sono troppi

Risposta:il sistema immunitario è costruito in modo da rispondere prontamente a più stimoli contemporanei senza subire danni

5° tesi: i vaccini danno gravi effetti collaterali

Risposta: gli effetti collaterali gravi sono rarissimi, un caso su molti milioni

 

Cosa sono e come agiscono i vaccini

Un vaccino viene preparato usando il virus o il batterio che causano una determinata malattia ma rendendoli innocui o uccidendoli; cioè il microrganismo non è in grado di provocare la malattia ma rimane capace di farsi riconoscere dal sistema immunitario e di stimolarlo a produrre le cosiddette cellule della memoria le quali saranno in grado di riconoscere il microrganismo per tutta la vita dell’individuo e di impedire che l’agente patogeno provochi la malattia. Attualmente alcuni vaccini vengono prodotti utilizzando le tecniche del DNA ricombinante le quali permettono di sintetizzare in laboratorio le proteine (antigeni) che caratterizzano il microrganismo e che risultano capaci di indurre il sistema immunitario a produrre anticorpi e cellule della memoria per difendersi dalla malattia. In questo modo è stato recentemente prodotto il vaccino contro l’epatite B, una delle più pericolose malattie del fegato.

Uno degli aspetti più interessanti  e tra i più temuti dalle persone che non hanno mai studiato il funzionamento del sistema immunitario, è la preoccupazione che la somministrazione contemporanea di più vaccini possa sottoporre il sistema immunitario a uno sforzo eccessivo che potrebbe provocare conseguenze pericolose nei bambini.

Si tratta di un vero e proprio pregiudizio in quanto il sistema immunitario ha un’enorme versatilità: è in grado di difenderci da mille attacchi contemporaneamente senza per questo “affaticarsi”. Esso però impiega circa 20 giorni per produrre le difese contro le malattie; anche quando entriamo in contatto con il microrganismo patogeno il sistema immunitario impiega lo stesso tempo ma intanto il microrganismo  attacca il nostro corpo determinando la malattia che, com’è noto, può risultate più o meno grave.

Sappiamo bene che i bambini appena nati e per i primi due o tre mesi dopo la nascita in genere non si ammalano perché sono protetti dagli anticorpi della madre; ma dopo i tre mesi cominciano ad ammalarsi perché entrano in contatto con tanti microrganismi. Il loro sistema immunitario lavora  per difenderli  garantendo così un futuro di adulti sani.

Silvia Giannella

25 aprile 2019

Attaccarsi alla vita, 4 novelle di Pirandello a fumetti – di Nunzio Brugaletta

E’ possibile il connubio fra grande letteratura e fumetti? Sembra  proprio di sì, a giudicare dall’ottimo risultato ottenuto con il libro “Attaccarsi alla vita” da Nunzio Brugaletta, artista ragusano già noto al pubblico per le sue fulminanti vignette satiriche, pubblicate negli anni ’80 sui “Quaderni Iblei”.

Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo l’introduzione al libro ed alcune tavole tratte dal suo recente lavoro, relative alle quattro novelle pirandelliane. Il libro è disponibile a questo indirizzo: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/fumetti/424698/attaccarsi-alla-vita/  (p.p.)

Dalla prefazione della prof.ssa Rita Cultrera:“Qui sono presentati 4 adattamenti da Novelle per un anno di Luigi Pirandello. Filo conduttore: la vita è dura e si accanisce, spesso con rabbia, sull’uomo, ma l’istinto di sopravvivenza, nella sua indomabile forza, coglie con disperato e cieco vigore anche eventi banali come il fischio di un treno, o altre improvvise epifanie, per affermare se stesso contro ogni pretesa di normalizzazione della forma a imbrigliarlo e soffocarlo.”

Quattro domande all’Autore:

1. Fumetto da leggere o guardare?

Fumetto = testo + grafica. Ovviamente c’è un racconto (la novella) ma, principalmente, il tentativo di rappresentare graficamente le sensazioni comunicate dalla novella. Un autore, specie se è un classico, lo è perché al di là del suo tempo, è riuscito a trattare temi universali e senza tempo. La lettura fa viaggiare in mondi diversi e questi adattamenti sono la descrizione di quei mondi.

Tavola tratta dalla novella “La patente”

2. Questo è Pirandello?

Assolutamente no. Questa è la mia rappresentazione del mondo offertami dai viaggi di cui sopra. Leggere un fumetto non è sostitutivo del leggere la novella dal libro. È una cosa diversa: è l’utilizzo, in accoppiata al testo (magari ridotto, magari leggermente modificato nelle scansioni temporali per ragioni di rappresentazione grafica, ma senza che il messaggio veicolato venga stravolto), della potenza dell’immagine giocata per rappresentare la ricchezza delle emozioni.

Tavola tratta dalla novella “La morte addosso” (L’uomo dal fiore in bocca)

 

3. Il fumetto aiuta l’approccio ad un autore?

Sono profondamente convinto di questo e, non solo, come appassionato da sempre di fumetti e di tutto ciò che ha a che fare con il segno grafico. Spesso nei confronti di certi autori, ritenuti difficili, si ha un certo timore ad affrontarne l’opera, come se ai tempi della scrittura ci fosse un manualetto che bisognasse conoscere prima di avvicinarsi con timore reverenziale alla lettura. L’adattamento a fumetti può veicolare un messaggio semplice: non c’è da aver paura ad affrontare la lettura e goderne: qualcuno ne ha fatto persino un fumetto (!).

Tavola tratta dalla novella “Il treno ha fischiato…”

 

4. Slow reading?

Fin da bambino la mia fruizione dei fumetti era: guardare e riguardare tante volte i disegni senza, coscientemente, leggere niente. Alla fine avevo letto tutto (la mente viaggia in modo inconscio) e mi era rimasta l’atmosfera. Questa concezione mi è rimasta, alimentata anche, intorno agli anni ’60-’70, dalla disponibilità di una quantità di fumetti da guardare. Nel mio piccolo cerco anche io di seguire questa linea direttiva.

Tavola tratta dalla novella “Male di Luna”

Buona visione e buon divertimento.

Nunzio Brugaletta

L’Autore: “Laureato in Matematica, ho insegnato Informatica presso l’ITC “F.Besta” di Ragusa. Da quando sono in pensione ho ripreso alcune passioni giovanili lasciate in stand-by durante l’attività lavorativa. Appassionato da sempre di disegno, fumetti, grafica, pittura e di tutto ciò che riguarda le arti figurative nelle sue varie espressioni. Disegnatore io stesso e appassionato lettore, con preferenza per i classici, ho messo assieme due passioni: il fumetto e i classici della letteratura. Ho realizzato (fino alla data odierna, Marzo 2019) adattamenti da racconti di Kafka e Pirandello da cui ne ho fatto due pubblicazioni. Continuo, almeno per ora, nella direzione di adattamenti da opere letterarie di ulteriori autori.”

Recensioni al libro:

“…i luoghi, persino le vignette rendono perfettamente quella sensazione di smarrimento razionale tipico della scrittura di Pirandello, attraverso un tratto squadrato e scarno adatto. Anche la prospettiva è simile a quella riscontrabile nei dipinti di alcuni pittori espressionisti (Kirchner ad esempio), la quale rende l’idea della solitudine dei personaggi, del loro senso claustrofobico, del loro sentirsi prigionieri di loro stessi e della loro condizione.” (Marta Paolantonio)

“…l’ho chiesto in lettura per recensirlo – incuriosita – e bum, l’ho letto tutto d’un fiato. Con i fumetti è così che si fa. Poi son tornata indietro e ho ammirato le tavole di nuovo. Una a una. Con calma, lentamente.”  (Nunzia Bossa)

Ragusa, marzo 2019

 

Tolleranza e Compassione, di Leopoldo Sentinelli

Nel corso della storia del genere umano su questo pianeta, c’è un elemento che è rimasto indenne ed intatto, che ha mantenuto la propria peculiarità, che non ha perso la sua essenza pur con le modifiche esteriori che hanno marcato il trascorrere del tempo, dell’era e del camminare dell’uomo.

Questo elemento è la volontà di sopraffare che si manifesta cruentemente e terrificantemente nelle guerre.

La parola “guerra” è sistematicamente accompagnata da altri sostantivi che tendono a qualificarla, a giustificarla, a spiegarla, a presentarla, e cioè “guerra di conquista”, “guerra di religione”, “guerra di sopravvivenza”,                    “guerra preventiva” ma poi sempre guerra è.

La guerra, qualunque essa sia, nasce da un elemento comune e ripetitivo, nasce dall’intolleranza, nasce dalla mancata accettazione di ciò che si ritiene diverso da noi.

La sensazione del diverso da noi si origina in un atteggiamento profondo che ci fa ricercare la differenza con l’altro; cercare la differenza ci spinge a confermare di essere migliore, o più giusto, o più forte, o più valente. Questo cercare la propria valenza rispetto agli altri ha dietro la spinta del timore di essere inferiore, di valere di meno, anche fosse solo per il motivo che l’altro esiste, vedendolo come una probabile minaccia.

Le guerre continuano ad esistere e non vedo una ricerca che tenga a risolvere il problema alle radici, cioè che estirpi dall’animo del singolo le origini psicotiche di questa metodologia di rapporto con il diverso da sé lasciando poi spazio ad altri, migliori, incruenti metodiche di risoluzione delle problematiche, in una via diretta verso una posizione interiore di maggiore comprensione ed accoglienza.

Occorre sottolineare che nell’ultimo secolo si sta facendo strada un diverso approccio al rapporto con l’altro e, passando dal macrocosmo dei rapporti tra Stati al microcosmo dei rapporti tra esseri umani, si nota con piacere che sempre più si parla di tolleranza.

Non siamo alla vetta ma certamente stiamo abbandonando il campo base.

Perché non basta tollerare!

Perché è il concetto stesso, la sua significanza etimologica, che lo pone in una fase intermedia: dal latino “tollere” e cioè “portare” è divenuto in italiano “sopportare”, tanto che tra i sinonimi dell’aggettivo “tollerante” oltre ad ” indulgente, aperto, condiscendente “, c’è anche “sofferente”.

Sofferenza dunque per lo sforzo che si sta compiendo e dolore del non poter essere liberamente, completamente, spontaneamente sé stessi, indipendentemente se il nostro sé ha un contenuto di idee, convinzioni, atteggiamenti eticamente, moralmente e spiritualmente giusti.

Se in termini sociologici la Tolleranza si basa sulla convinzione che la Intolleranza è la tendenza ad eliminare tutte le differenze che sono creatrici di violenza e sopraffazione, in senso filosofico poggia sull’accettazione di ciò che è diverso poiché facente parte di un tutto armonico pur se differenziato, in riferimento alle infinite possibilità dell’essere umano, tutte da considerare, accettare e rispettare.

Anche in campo politico vi è sempre stata ambivalenza tra tolleranza ed intolleranza ma è soprattutto dall’Illuminismo, con i vari Voltaire e Lessing, che avviene una radicale sterzata a favore della tolleranza sempre però come sopportazione del diverso. 

In campo religioso la tolleranza non era un concetto stabile ma variava a seconda dell’interlocutore; Tommaso D’Aquino diceva: “non possiamo tollerare coloro che sono cristiani e non vogliono più esserlo, perché questi hanno fatto una promessa”. E ciò comportò nei secoli a seguire stermini enormi (Catari, Albigesi, ecc. ). Di contro sempre Tommaso D’acquino accettava di tollerare ” le persone che non sono cristiani, che non possiamo pensare di convertire al cristianesimo, cioè musulmani, pagani o ebrei “.

Purtroppo è proprio nel campo religioso che almeno la tolleranza, se non qualcosa di più, dovrebbe essere una condizione sine qua non per la convivenza in un qualsiasi Stato che ormai oggi non è più omogeneo nei suoi componenti, cioè nei suoi cittadini.

Ecco quindi che i legami religiosi si incrociano con quelli sociali a formare un nuovo tessuto in cui trama e ordito siano, possano essere, tra loro armonizzati.

Sappiamo che se da una parte, lo Stato non può non essere tollerante poiché accetta ed accoglie stranieri che oggi giungono dai territori più lontani da noi, sia in senso geografico che interiore per usi, costumi e religioni, poi nei fatti ne ha paura, poiché si rende conto che accettare significa mettere in discussione sé stesso e le proprie regole.

Ad esempio in Italia è obbligatorio il casco per chi usa una moto ed in Italia vivono uomini di religione sikh, italiani e stranieri, che seguendo le proprie regole religiose si fanno crescere i capelli e li raccolgono entro ampi turbanti; come può un sikh indossare un casco? Basta forse metterlo in cima ad un turbante per soddisfare la legge? Oppure la legge deve essere cambiata per adattarla ai sikh?

Stiamo quindi vedendo che anche la tolleranza è un atteggiamento discutibile, una soluzione non finale, un’arma a doppio taglio a seconda di chi sia il tollerante e chi il tollerato.

Anche limitandosi a guardare indietro nel secolo da poco terminato, si trovano indicazioni importanti di menti e cuori elevati, da Steiner a Gandhi, da M. Luther King a Madre Teresa di Calcutta; da loro abbiamo ricevuto importanti eredità da realizzare sul piano sociale e materiale, da effettuarsi attraverso la facoltà di esprimere fino in fondo sé stessi, manifestando concretamente le proprie capacità senza ledere la libertà degli altri. 

I sentimenti, modulati dal chakra del cuore, devono insieme al pensiero ed alla volontà determinare l’azione seguente e congruente.

Occorre quindi “capire” per poter realizzare atti positivi per sé e gli altri, nel pieno rispetto fisico e spirituale del contesto cosmico con il quale l’essere umano è in imprescindibile relazione. Solo attraverso questa fusione tra sentimento e pensiero si può attuare la giusta tolleranza che diventa così atteggiamento naturale e spontaneo verso il diverso-da-sé che sta percorrendo un altro cammino.

In Oriente questo atteggiamento e questa fusione prendono il nome di Compassione, che ha una valenza diversa da quella descritta dal cattolicesimo come “aiutare il prossimo” inteso come l’altro che ho di fronte e separato da me; questo concetto non esiste nel buddhismo.

Nel buddhismo si considera che ogni essere umano nasca da un processo sovrumano, con una connotazione che sfugge alle menti più sottili, non è un mero processo biochimico.

Bene, questo punto di partenza, questa prima valutazione dell’essere umano ne sancisce la sua preziosità, senza misura materiale, poiché si riferisce a qualcosa che materiale non è.

La ragione della nostra vita materiale è al disopra della nostra coscienza.

La Verità Ultima è un fatto sovrumano, indescrivibile, inafferrabile, ineffabile, perché non possiamo coglierla con la nostra mente.

Ne dobbiamo però cogliere almeno il suo riflesso, cioè la sua validità in termini macrocosmici poiché solo l’involucro, il corpo, è un microcosmo.

Passaggio ulteriore è capire che se l’essenza di ogni essere umano è la stessa pur in un contenitore diverso, non può esistere un lui diverso da me.

Se prepariamo un infuso di thè e lo versiamo in dieci tazze diverse tra loro per materiale, forma e colore non potremo dire di bere dieci diversi thè, ma se ci soffermiamo alla semplice vista diremo che sono dieci diverse bevande.

Stiamo arrivando a poter dire che tra due individui la diversità è solo il contenitore, mentre la soggettività in senso elevato è una.

Che poi le dieci tazze non possono essere impilate tutte insieme per la diversità delle forme ma andranno riposte in modi differenti, ci porta a dire che vanno rispettate le diversità tra gli individui sia per le loro peculiarità sia per la soggettività unica che li unisce. Noi possiamo anche ora capire e seguire il filo che ci eleva al disopra delle dispute, ma domani? Tra un mese? Tra dieci anni?

Quando riusciremo ad operare il cambiamento interiore, necessario a percepire l’altro, il diverso da sé come invece un altro me stesso?

Il cambiamento si ottiene tramite un profondo desiderio di miglioramento e con una altrettanto profonda sincerità. È un processo interiore di cui pochi sono capaci; coloro che sono integri, coloro che non sono dipendenti, emotivamente ed affettivamente da altri, coloro che non si sentono minacciati da realtà che sembrano esterne a loro stessi.

Questo processo di cambiamento può partire solo dall’individuo; se tutti accettassero la diversità come insegnamento potenziale, come occasione di crescita, come presupposto di ampliamento interiore, ogni diversità eventualmente percepita verrebbe vissuta con gioia, accolta con entusiasmo.

Se fossimo su questa via ci staremmo incamminando verso l’Amore, lasciandoci alle spalle l’odio; un’enorme passo avanti nella eterna lotta tra il bene e il male che quotidianamente si svolge nell’animo di ciascuno.

Il cammino è lungo ed impervio ma abbiamo le indicazioni delle varie tappe intermedie.

Sappiamo che è necessario dissolvere le tre Radici, la rabbia, l’attaccamento e l’ignoranza, che ci condizionano in ogni atto e pensiero, che ci fanno ritenere che la felicità e la liberazione dalla sofferenza possano essere comprate.

“In fin dei conti” insegna il Dalai Lama “gli esseri umani sono tutti eguali, fatti di carne, ossa e sangue. Tutti desideriamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza. Inoltre abbiamo tutti diritto ad essere felici. In altre parole è essenziale riconoscere l’uguaglianza degli esseri umani”.

Leopoldo Sentinelli

Gennaio 2019

“Il vento delle parole” di Ferdinando Testa – recensione

di Federico Guastella

«Il vento delle parole» è il titolo del libro di Ferdinando Testa, pubblicato da IOD edizioni (Casalnuovo di Napoli, 2017). Le sessanta pagine, divise in quattro capitoletti preceduti da una introduzione, risultano di godibile lettura e conducono lungo un percorso sulla specificità della poesia.
Le epigrafi scelte sono abbastanza significative e già danno il filo d’Arianna cui aggrapparsi per potere entrare e uscire in modo agevole dai meandri del labirinto in cui convivono il terribile e il sublime.

«La poesia aggiunge vita alla vita» dice un aforisma di Mario Luzi che, quasi in modo scultoreo, apre il varco ad una poesia che, pur non consolando, ha un ruolo trascendente in una prospettiva futurocentrica. Il soggetto è uno sguardo da dove può con stupore cogliere il fascino dell’altrove che nasce dall’eros entro una dialettica di desiderio e di superamento del limite che aspira all’unione di aree della mente individuale e collettiva: il conscio e l’inconscio, l’onirico e il reale, il visibile e l’invisibile:

“La parola poetica fende lo spazio della coscienza, apre dei solchi della madre terra, della realtà materiale e solleva l’Io verso dimensioni / Altre, nuove forme del vedere che portano ad oltrepassare i confini del noto, per bussare alla porta dell’ignoto, dell’irrazionale, di tutto ciò che invece deve ancora venire, ma che è già in nuce nel regno dei morti, l’inconscio.”

Nell’intreccio di mito e di poesia che agisce nella psiche, si può allora scorgere la bellezza di Afrodite con tutto ciò che incarna e simbolizza. Lei emana dall’incanto dello sguardo, assale l’anima, attiva il circuito dell’amore e dell’immaginazione, coinvolge la sfera del sensibile come risposta alla presenza nel mondo non disgiunta dal calore di metafore corporee. Da tali coordinate muove il recupero dell’Anima mundi che appare ferita nella sua immaginazione:

“Parlare di Afrodite vuol dire fare danzare l’Anima nei giardini della bellezza, in cerca di immagini che nutrono la necessità dell’incontro dell’incontro con Eros (…). Allora la bellezza, che ispira Afrodite, affonda il suo sguardo nella percezione di ciò che è visibile, privilegiando la presenza dei suoni, la fragranza degli odori, le sfumature dei colori, la delicatezza dei sapori.”

Sicché, la risposta estetica all’esistenza toccando il dolore, lenisce paure e angosce nel ritmo di emozioni impregnate di metafore pulsanti. Non c’è scampo per chi è preso da Afrodite. Costui mette a nudo l’Anima, manifestandola.
In tale cornice, la bellezza afroditica è «energia libidica» cui niente può opporsi, ed ecco che il poeta attinge a modalità e stili sfuggenti alla dimensione razionale per avventurarsi nel caleidoscopio di sogni e di simboli.

Leggendo questo libro, il cui impianto è sostenuto da preziose e documentate citazioni, ci si sente coinvolti da una singolare scrittura per metafore, mentre alchemica è la prospettiva che consente a Ferdinando Testa di guardare ai processi di trasformazione della personalità tra i due poli della materia e della psiche, della relazione e dell’immagine. Specificatamente, facendo interagire la poesia con le sue sapienziali esperienze di psicoterapeuta, introduce alla creatività come capacità emozionale di essere in un contesto di sensorialità grazie alla quale può gustarsi ogni presenza che si trova nell’essere al mondo.
Una delle riflessioni che pone è come stabilire una relazione tra terapeuta e paziente in cui è deficitario il rapporto con la realtà. Prende allora corpo la funzione di condivisione della parola poetica nella psicosi ed è tra relazione terapeutica e creatività che si celebra il farsi dell’Anima:

“Afrodite, come la poesia, apre all’attività immaginativa, getta i semi nel terreno freddo, gelido e gioioso dell’esistenza umana e dipinge la tragicità dell’evento con l’anelito alla totalità dell’assoluto, all’invisibile come motore dell’universo: l’imago dei.”

Come a dire che le parole poetiche, veicolate dal vento che viene da lontano, sottraggono all’effimero, restituiscono all’immaginazione la possibilità di ritrovare la scintilla divina e salvare il mondo.

Federico Guastella

Nota: la recensione è tratta dal sito Sololibri.net, su autorizzazione dell’Autore.

giugno 2018        

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“Ritmi” – Poesie di Federico Guastella

Siamo lieti di pubblicare due delle poesie dello scrittore e poeta Federico Guastella, appena pubblicate dall’editore  Libreria Editrice Urso di Avola (SR), per gentile concessione dell’Autore.

“Ritmi” di Federico Guastella, ed. Libreria Editrice Urso, Avola (SR), 2018

“Le poesie di Federico Guastella mostrano uno sguardo trasognato che s’apre a visioni suggestive quasi sempre di passione, di ardore, di attese e di scoperte. Continuo e instancabile è l’approccio che il poeta ha con l’Amore, vissuto ance in una dimensione ultra terrena fino a risolversi nell’infinito. (…). Non mancano venature di malinconia, ma è la gaiezza l’essenza dei componimenti di questa raccolta con cui l’Autore mostra la sua umanità aperta ai valori della speranza e della bellezza.” (tratto dalla Premessa).

 

Reti di anime

La notte soffia mistero fra le stelle, e ne stupisco.

Mistero d’inquietudine,

inquietudine di meraviglia.

Occhi lucenti scrutano distanze

da questa cerchia di monti.

Il sogno trafigge la stanca clessidra:

presagio di luce o cifra del nulla?

Mi sfugge il senso,

e sento che il desiderio cerca

reti d’anime in questi nostri

deserti di pietra.

Sorrido!

E ora è così grande quiete:

rinasce l’incontro

e umido, umido d’amore.

 

Mito

Mi piace guardare il sole

quando lento s’innalza

sull’orizzonte.

Incantesimo… E risuonano in me

i silenzi lungo i pendii dei colli.

Mi accoccolo entro il dono della luce.

Avanza sorridendo;

pettina la terra mentre le chiome

degli alberi luccicano di miele

da prendere in cucchiai d’argento.

Dimentico le prossime amarezze

e mi lascio accarezzare dal mistero

dell’alba.

Divento sogno e scivolo, estraniato,

oltre le colonne d’Ercole.

Sfioro con un soffio la vita non vissuta,

vibro con ciò che non è mai stato mio

e addolcisco la caffettiera che gorgoglia

con visioni rimaste senza storia.

Le porto in me: cristalli fantasiosi

di tante vite e di molti volti.

Il resto è sorte che scorre.

 

Federico Guastella

Marzo 2018

Federico Guastella

 

 

 

 

 

 

 

 

Ulteriori informazioni sull’Autore alla seguente pagina: Chi siamo?

 

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Dal volume “Il Mito e il Velo”, di Federico Guastella – parte seconda

Il rapporto tra mito e simbolo è ineludibile; quest’ultimo con ogni probabilità precede il primo, essendo il mito un intreccio di simboli. Se il mito è un racconto organico dove agiscono personaggi e per lo più divinità che danno luogo ad eventi, il simbolo è un segno o anche un termine, una cosa o una persona che possiede connotati nascosti oltre al significato ovvio e convenzionale: esso, pertanto, implica qualcosa di vago, di sconosciuto o di inaccessibile. Perciò, quando la mente lo esplora, entra in contatto con idee che stanno al di là dell’immediatezza conoscitiva; ogni apparenza rinvia a qualcos’altro da sé, ignoto, più ampio e indefinibile.

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Il simbolo – dal greco Symballein, che vale a dire “unificare o connettere”, indica due metà di un oggetto che riavvicinate lo ricompongono. Nell’antica Grecia esso era un segno di riconoscimento e di controllo fra due o più persone legate da una comunanza di interessi. L’accorgimento era realizzato spezzando in due o più parti un oggetto, in genere una moneta o una tavoletta di metallo oppure un anello; un frammento, poi, veniva consegnato ad ogni interessato. Il possessore di una delle parti poteva così farsi riconoscere dai possessori delle altre, mostrando come le diverse parti fra loro combaciassero. Si trattava dunque di un oggetto che permetteva di riunire persone un tempo unite da un vincolo di amore o di amicizia e successivamente divise dalle circostanze per poi ricostituirsi.

Con il trascorrere del tempo questa funzione fu sostituita con un ruolo rappresentativo: il simbolo venne, cioè, interpretato come qualcosa che sta al posto di un’altra: ad esempio, la bilancia che rappresenta la giustizia.

La simbologia è quindi la scienza dei significati nascosti: essa si stacca dal concreto per rappresentare conoscenze totalmente astratte e lascia a ciascun soggetto la libertà dell’interpretazione. Il simbolo possiede una funzione di allusione e, pur appartenendo perfettamente al mondo reale, rimanda a una sfera superiore. In sostanza, il suo ruolo è quello di offrire la chiave per comprendere il mondo spirituale. In tale ottica, i simboli sono generatori di energie capaci di fornire all’interprete opportunità, direttamente proporzionali al grado di conoscenza, che lo riorientano a una più ampia comprensione.

La dimensione religiosa ed esoterica emerge chiaramente dalla stretta connessione del mito con il rito: non c’è mito senza simbolo e senza rito; i tre termini sono consunstanziali. Il rito, che al mito è strettamente connesso, non è altro che la “resurrezione narrativa d’una realtà primordiale” (Malinowski).

Il termine ‘Rito’, che proviene dal latino “Ritus”, indica attività formalizzate che si svolgono secondo regole o procedure specificate da una tradizione collettiva e riconosciute da tutti. Potrebbe dirsi che, da un’esigenza arcaica della psiche, esso assolva alla funzione di generare il passaggio da una condizione all’altra. Il rito è una porta attraverso la quale si entra in un gruppo, in un nuovo livello di conoscenza, in un nuovo stato mentale e comportamentale. E’ la ritualità che stabilisce regole ripetitive, vincolanti e correttamente eseguite con l’obiettivo di assicurare

Prof. Arnold Van Gennep (1873-1957) https://sociologia.tesionline.it/sociologia/img/dossier/0802/foto1.jpg

coesione e stabilità al gruppo d’appartenenza. Nel suo studio Les rites de passage (1909), Arnold Van Gennep identificò riti che scandiscono le fasi del ciclo di vita (nascita, morte, pubertà…), le cerimonie di ospitalità e quelle di insediamento. Pur nella loro eterogeneità, tutti questi riti presentano una struttura, o forma comune costituita dall’articolazione in tre fasi: la prima segna la separazione dal precedente status sociale; la seconda è una fase liminare o di transizione; laterza è quella che immette nel nuovo status o il completamento della transizione. Per cambiarlo i soggetti devono superare una prova di morte: il novizio muore per essere trasformato e raggiungere un livello superiore a quello che aveva prima. Il rito così segna il cambiamento e istituisce il nuovo ordine, assegnando ai meritevoli che hanno dato prova di coraggio, la nuova identità desiderata. I riti si tramandano, preservano e rafforzano valori e vincoli di solidarietà, stimolano la produttività e l’agire cooperativo, incentivano la creatività, suscitano l’entusiasmo collettivo e l’emulazione. Le celebrazioni rituali riaffermano le credenze e gli ideali della comunità. Molti di essi possono essere paragonati a un socio-dramma che influisce emotivamente e intellettualmente sugli attori e sugli spettatori. Le reazioni variano a seconda degli interessi, dei livelli di attenzione o di distrazione, del grado di istruzione, dell’abitudine alla riflessione.

Essi richiedono l’allestimento del luogo di rappresentazione, la preparazione di materiali, l’addestramento degli attori, una regia in base alla quale si svolge l’azione. L’esecuzione si fonda inoltre sull’uso di determinati gesti, parole, segni di riconoscimento, oggetti e simboli rappresentati graficamente. La scelta dello spazio, dell’orientamento e del tempo è rilevante perché si riceva un’influenza spirituale. Lo spazio, che inerisce alla geofisica sacra, è dato dalla scelta d’una località in cui le forze ctonie favoriscano stati superiori di coscienza; riguardo al tempo, i rituali solari, solstiziali ed equinoziali, erano legati all’aumento o alla diminuzione della luce, mentre quelli lunari alle modificazioni della luna.

Si potrebbe dire che i riti hanno sempre lo scopo di mettere l’uomo in rapporto con qualcosa che supera la sua individualità, introducendolo nella sfera del sacro. Il punto centrale, o il nucleo del problema, è di creare un «rapporto», una relazione, tra rito e realizzazione spirituale.

In particolare, nelle civiltà greco-ellenistica e romana, grande importanza rivestivano i culti di Eleusi e di Dioniso, senza dimenticare che anche in altre epoche e in altri contesti si svilupparono culti e riti, quali Iside e Osiride in Egitto, la Grande Madre Cibele e Attis in medio oriente, Mitra in Persia e poi nell’antica Roma.

Laminette orfiche. https://www.touringclub.it/evento/napoli-museo-archeologico-collezione-epigrafica

Laminette orfiche, conservate al Museo archeologico di Napoli, riportano indicazioni relative al percorso che l’iniziato al culto di Orfeo doveva effettuare. Ai misteri spesso alludono anche i filosofi e alcuni autori greci e latini. Intorno al 600 a.C., Clistene di Scione rese ufficiali in Atene altre celebrazioni in onore di Dioniso. E’ Aristofane a raccontarle negli “Arcanesi”. La testimonianza della villa di Pompei è ineguagliabile, in merito. E’ dalle scene rappresentate che deriva il nome di “Villa dei misteri”: secondo le interpretazioni più accreditate, il composito e articolato affresco raffigura l’iniziazione delle spose ai misteri dionisiaci.

A Talete si attribuisce il motto “Conosci te stesso”, riportato a Delfi sul frontone del Tempio di Apollo e a Pitagora, come anche ad Empedocle, l’appartenenza all’orfismo. Miti, simboli e riti, dunque: entrambi accomunati indissolubilmente alla purificazione dell’anima per sottrarla alla “ruota delle rinascite”, cioè alla trasmigrazione nel corpo di altri viventi. L’insegnamento fondamentale che l’orfismo conteneva era il concetto per cui la vita è un cammino, cioè una ricerca. Fu questo il clima nel quale poté nascere e fiorire la filosofia greca: quello, cioè, preparato dai miti e dai simboli che a loro volta confluivano nelle scuole iniziatiche.

Nell’Ellade fu l’aedo a diffondere il mito.

Costui era il cantore professionista, una figura sacra al pari di un profeta che, tradizionalmente ritratto come cieco per non essere distratto da niente e da nessuno, grazie alle straordinarie capacità immaginative poteva entrare in contatto direttamente con le divinità e sentirne le voci. Erano gli occhi dell’anima a ispirarlo e a vedere oltre i sensi. Possedeva la sapienza dell’ “invasato”, di chi aveva il dio dentro. Le Muse parlavano attraverso di lui ed egli, in modo chiaro e immediato, narrava a brani le sue ampie composizioni conservate nella memoria individuale.

Era la memoria storica della comunità e della civiltà in genere e possedeva conoscenze del passato, del presente e del futuro. Vi erano scuole di aedi che si tramandavano di generazione in generazione i loro canti mitici e misteriosi; particolarmente famosa fu quella degli Omeridi, nell’isola di Chio, cosidetti, perché si vantavano di discendere da Omero.

Con il mito progressivamente si è fatta strada l’idea di liberazione e di perfezionamento. La nascita dell’eroe, cioè di colui che affronta rischi per incontrare l’anima e procedere nella sua crescita. Numerosi miti di tutti i contesti culturali si concentrano su questo nucleo fondante, si pensi a Perseo che libera Andromeda incatenata ad uno scoglio o a Dioniso che salva Arianna abbandonata da Teseo in un’isoletta deserta, oppure a San Giorgio che libera dal drago la principessa di Berito. Paul Ricoeur, uno degli ultimi grandi filosofi del 900, ebbe a dire: «Il mondo ha bisogno di grandi simboli per cercare il filo conduttore del labirinto umano» e ha evidenziato il discorso profondo del mito che costituisce l’ambito privilegiato dei fondamentali problemi esistenziali, tant’è che di esso si sono serviti i compositori di tragedie nel mondo greco, rivendicando la natura problematica della psiche.

Il mito parla della creazione dell’anima, della sua destinazione, dei sui compiti. Affascina ancora la lettura di quello che Platone affida a “Er” e non si resta indifferenti dinanzi alla problematica dell’amore presentata nel “Simposio”. Joseph Campbell, nella pregevole opera Le figure del mito1 , rifacendosi al concetto di Jung sull’immaginazione attiva, si affida ad alcune citazioni che di seguito riporto:

• Siamo fatti di quella materia / di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita / è circondata da un sonno (Shakespeare, La tempesta).

• C’è un sogno che ci sta sognando (Un boscimano del Kalahari).

• Il saggio cinese Chuang-tzu sognò di essere una farfalla. Svegliandosi, non sapeva più se egli era un uomo che aveva sognato di essere una farfalla o se invece era una farfalla che stava sognando di essere un uomo.

• Che veniamo su questa terra per vivere non è vero: veniamo solo per dormire, per sognare (Poesia azteca, anonimo).

• La vita è sogno (Titolo di una commedia di Calderon).

L’aveva già detto esplicitamente nella sua prefazione:

“I sogni aprono una porta sulla mitologia, poiché i miti sono della stessa natura del sogno. Come i sogni emergono da un mondo interiore sconosciuto alla coscienza di veglia, così avviene per i miti. Così avviene, in verità, per la vita stessa2”.

E’ la porta onirica ad aprire verso il mondo meraviglioso del mito. A dirla con Jung, le parole che 1 J. Campbell, Le figure del mito, Red edizioni, Como, 1991. 2 Ivi, p. XIII. vengono dal profondo si possono esprimere soltanto con la visione . “Veda”, la scienza sacra tradizionale della cultura indiana, ha la radice “vid” che significa “vedere” e, nello stesso tempo, “sapere”: la vista è presa come simbolo della conoscenza superiore. Dalla tradizione orientale a quella greco-occidentale, il percorso giunge a Platone.

Nel Fedro egli dice:

“La bellezza splendeva di vera luce … l’abbiamo afferrata con il più luminoso dei nostri sensi, luminosa e risplendente. Perché la vista è il più acuto dei sensi permesso al nostro corpo”.

Poi Aristotele. Per lo stagirita, noi amiamo usare la vista più d’ogni altro senso perché ci offre maggiori informazioni e ci rende manifeste parecchie differenze. Tutta la filosofia di Giordano Bruno sulla conoscenza si fonda sullo sforzo di “vedere” l’invisibile. Non per niente egli sostiene che “Conoscere” significa anzitutto vedere per “immagini” e l’immaginazione è da lui considerata il più potente dei sensi interiori. Grazie ad essa il divino comunica con l’umano. Nel De imaginum signorum et idearum compositione, la luce è il tramite per il quale le immagini e i segni divini vengono impressi nel mondo interiore. Essa non è quella per cui le normali impressioni colpiscono la vista, bensì una luce interiore unita alla profondissima contemplazione. I mutamenti di civiltà comportati dal confronto (incontro-scontro) tra cultura visiva e cultura uditiva. Solo quando funzionano bene in simultanea si spicca il volo.

Un bell’esempio di associazione del vedere con l’udire si può trovare in Ermete Trimegisto. Nel Pimandro all’iniziato appare il “Nous”, l’intelletto supremo, che lo avvia alla conoscenza. Tutte le cose diventano luce, ed egli se ne innamora. Il punto di partenza è, dunque, la presenza di una divinità trascendente, la cui conoscenza è il vertice più alto del sapere a cui aspira Ermete Trimegisto secondo un processo cognitivo che muove da una particolare rivelazione. Alla cecità dei sensi si contrappone la capacità di vedere dell’uomo interiore, il quale si avvale dell’occhio dell’anima, nonché dell’ascolto per realizzare un particolare processo di rigenerazione spirituale. Dal sogno dunque sembra provenire la nascita del mito, autorevolmente assunto come sacro, essendo i sogni voluti dalle divinità: narrato facendo leva sul meraviglioso, pur considerato estremamente reale, conservato, tramandato e arricchito3 . Sicché, col mito, il passato viene trasferito nel presente e il presente nel passato medesimo entro la misura della verità sancita dal rapporto col sacro.

Federico Guastella

Ragusa, 27 marzo 2018

___________

  1. J. Campbell, Le figure del mito, Red edizioni, Como, 1991.
  2. Ivi, p. XIII.
  3. C. Calame, Mito e storia nell’antica Grecia, 1996

 

Il volume è disponibile presso le librerie Paolino e Flaccavento di Ragusa e può essere acquistato on-line sul sito www.mondadoristore.it .

 

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HÒLOS, poesia inedita di Fabio Strinati

HÒLOS

Agli occhi vi si creano somme di parti,
un colore d’aria che sferza e spira
dove mente e corpo,
sono un tutt’uno col “ comportamento emergente ”.
Integro: indiviso tronco mescolato
che nasce e procrea la sua forma
al microscopio che non varia né sfuma
fra il suolo e i biomi:
intero e tutto figli di una scatola, ( uno scatolone? )
unità – totalità che al ritmo della vita
è vivente come il piccolo pensiero
che nel “ complesso corpo “
si assembla e si trasforma,
nell’infinitamente e perpetuo moto,
quel mutamento ch’è anima “ X ”
e intimamente,
energica ch’è l’evoluzione.

Fabio Strinati

Marzo 2018

 

Spartiti di musica visiva contemporanea

Per contattare l’Autore, scrivere a strinati.fabio@tiscali.it

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benessere & alimentazione

articolo sulle qualità antitumorali


                                                                      

 

 Primavera – Giuseppe Arcimboldo (1527-1593)

Alimenti e loro azione
antitumorale


di Cosimo Alberto Russo

 

Negli ultimi anni è stata evidenziata l’azione di prevenzione e di contrasto allo sviluppo dei tumori da parte di parecchie classi di alimenti, da soli o in combinazione tra loro (azione sinergica).

Studiando le abitudini alimentari di determinate popolazioni, si è visto che queste non sviluppano certi tipi di tumore, che invece insorgono nel caso i componenti di queste popolazioni si siano trasferiti in altri paesi e si siano adeguati alle abitudini alimentari locali. Da qui l’ipotesi che vi sia una stretta connessione tra abitudini alimentari e sviluppo di determinati  tumori.

I vari studi effettuati in laboratorio hanno messo in risalto l’attività antitumorale di alcuni alimenti, riconducibile, in via di massima, a due grandi classi di composti chimici: i polifenoli e le catene insature coniugate.

A queste sostanze sono dovute in gran parte le caratteristiche organolettiche (colore, odore, sapore) degli alimenti; si allarga così lo studio delle proprietà alimentari, andando ben oltre le sole funzioni nutritive.

Un dato importante da considerare è la modalità di assunzione di questi alimenti, che deve essere moderata ma continua (non una volta abbondante, ma sempre moderatamente…).

Di seguito ho riportato, in maniera puramente indicativa, una tabella  con un riassunto molto schematico delle classi di alimenti e della loro attività antitumorale.

Classe di alimenti Varietà alimenti Tipologie tumori note
Crucifere  

Cavolini di Bruxelles

Cavolo nero

Verza

Broccoli

Cavolfiore

 

Seno, colon prostatabroccoli agiscono contro l’”helicobacter pylori”. Protettivi nei confronti dei polipi intestinali Buona masticazione

Blanda cottura

Usare poca acqua

Aglio e cipolla Aglio, cipolla, porri  

Apparato digerente(esofago, stomaco, colon)prostata, Ipotensivo (aglio)

 

Tagliati per liberare le sostanze attive
Soia   Seno e prostata  

Evitare nel caso di donne già soggette a tumore al seno

 

Curcuma    

Apparato digerente(soprattutto colon), pelle, fegato, leucemie

 

Assumere insieme al pepe nero (curry) che ne moltiplica l’attività
Tè verde Giapponesi, cinesi, indiani Leucemie, reni, pelle, seno, bocca, prostata  

I più ricchi in sostanze attive sono, nell’ordine: giapponesi (sencha, gyokuro), cinesi (yunnan).

Infusione di 8-10 minuti

 

Frutti di bosco  

Mirtillo nero e rosso, lamponi, fragole, more

 

Esofago, colon  
Omega 3 Sardine, sgombro, salmone, soia, noci Seno, prostata, colon, pancreas. Proteggono da malattie cardiovascolari  

Omega 9 (olio di oliva, mandorle, avocado) sono anch’essi protettivi.

Omega 6 (olii vegetali) hanno invece attività protumorale

 

Pomodoro    

Prostata

 

Cotto e/o concentrato
Agrumi Tutti  

Apparato digerenteleucemie infantili

 

 
Vino Rosso  

Protegge dalle malattie cardiovascolari.

Seno, colon, esofago, prostata, bocca, melanoma, leucemie

 

 

Il principio attivo è il resveratrolo; meglio non superare i 400 ml/die per gli uomini e i 250 per le donne (3-4 bicchieri e 1-2 rispettivamente)

Cioccolato Fondente ≥ 70%  

Protegge dalle malattie cardiovascolari; si ipotizza una attività antitumorale diffusa.

 

Consumo quotidiano di almeno 40 g…..

Ho elaborato quanto scritto dopo aver letto il libro: “L’alimentazione anticancro”, Sperling & Kupfer Editore, Autori: R. Béliveau e D. Gingras.

Altre informazioni dettagliate si trovano nei seguenti riferimenti:

– “Anti cancro”, Sperling & Kupfer Editore, autore: D. Servan-Schreiber.

– “Prevenire i tumori mangiando con gusto”, Sperling & Kupfer Editore, Villarini e Allegro autori

– “La prevenzione alimentare dei tumori”, F. Berrino (sul web).

– www.dietandcancerreport.org

– www.Health.gov/dietaryguidelines/dga2005/report

                                                           Autunno – Giuseppe Arcimboldo  (1527-1593)



Graffiti ai tempi dell’Inquisizione

L’arte grafica degli inquisiti

di Giuseppe Nativo

Cella con graffito raffigurante un signore che prega Palazzo Chiaramonte, Palermo

Pacienza/ Pane, e tempo.

 

Queste le parole che – graffite sul muro di una cella del palazzo Chiaramonte, sede del Tribunale della Santa Inquisizione siciliana di rito spagnolo, nella Palermo del XVII secolo – Giuseppe Pitrè riesce a decifrare nel lontano 1906. Si trovano lì, ammutolite dal tempo ma ancora vive e pregne di significato. Segni,   parole di disperazione, di paura, di avvertimento, di preghiera, di cose ricordate o sognate.

Dello stesso stile dovevano probabilmente essere i graffiti presenti sulle pareti delle antiche celle seicentesche del castello di Modica, capitale della Contea, probabilmente opera dei carcerati, delle quali ne rimane ancora oggi una modesta traccia. Figure sbiadite dall’ingiuria del tempo che tornano dal passato.

Le poche fonti documentarie che tracciano la storia del castello di Mohac (così era anche indicata Modica nel corso del XVI secolo) testimoniano la presenza di variegati locali adibiti a carcere, diversificati a seconda della tipologia dei condannati. Tra queste carceri particolarmente terribili erano le fosse baronali, locali sotterranei angusti, privi di luce e umidi coperti da un lastrone a cui si accedeva attraverso un’apertura cilindrica scavata nel terreno. In esse il condannato veniva calato, incatenato mani e piedi, per scontare la pena nelle tenebre, tra gli insetti, la sporcizia e mangiando il pane del dolore.

Una delle pene più severe era quella del “murus”, ossia della prigione che si distingueva in murus largus ossia prigione semplice e murus strictus ossia prigione con la catena ai piedi. In entrambi i casi il prigioniero veniva nutrito a pane ed acqua. Le prigioni erano costruite con il maggior risparmio possibile di spesa e di spazio; celle piccole, strette ed oscure per contenere pochi prigionieri. Si aveva cura che il rigore della detenzione non fosse tale da estinguere la vita del detenuto, ma, ciò nonostante, si verificava una mortalità eccessiva.

Le prigioni utilizzate dall’Inquisizione – come quelle scoperte a Palermo a palazzo Steri, sede del “santo” Tribunale – racchiudevano, ciascuna, sei od otto persone. Nelle celle sotterranee, lunghe dodici piedi e larghi otto circa, vi era da un lato un tavolato e dall’altro uno strato di paglia lungo quanto il carcere e largo metà. Una parte dei prigionieri quindi giaceva sul suolo,mentre l’altra su quei “soffici” letti. In un angolo vi era ricavata una fossa utilizzata come latrina, che veniva svuotata con cadenza settimanale. Ciò rendeva l’atmosfera – già umida per la profondità, per l’alito stesso dei carcerati e per la poca luce – pessima oltre che miasmatica, appena respirabile, a causa del gas ammoniacale di cui era gravida. 

Cella con  graffito intriso di simbolismo iconografico Palazzo Chiaramonte, Palermo

 

Eppure, malgrado tali condizioni per nulla igieniche, l’animo immortale di uno dei condannati ha lasciato dei versi che, con uno stile ed una intonazione malinconica, come lacrime di un cuore inconsolabile al pensiero di essere rinchiuso in una tetra prigione, così recitano:

Nun ci nd’è nu scuntenti comu mia/ Mortu, e nun pozzu la vita finiri./ Fortuna cridi ch’immortali io sia;/ Chi si murissi nun duvria patiri,/ Pirchì cu la mia morti cissiria/ La dogghia e l’infiniti mei martiri./ Per fari eterna la memoria mia/ Nta tanti stenti nun mi fa muriri.

Giuseppe Nativo

L’Autore, Giuseppe Nativo, 44 anni, vive e opera a Ragusa. Ha condotto ricerche su problemi socio-demografici del territorio ibleo e studi storico-archivistici riguardanti la Sicilia del XVI secolo, nonché su tematiche medievali e rinascimentali. Attualmente è impegnato a ricostruire la biografia dell’illustre giureconsulto chiaramontano u.j.d. Ioannes Antonius Cannetius, la cui attività, negli anni ’50 e ’60 del Cinquecento, fu oggetto di attenzione da parte della Santa Inquisizione locale. Collabora alle testate locali Pagine dal Sud, La Provincia di Ragusa, Insieme, Dialogo e Bohémien (mensile di Acireale, Siracusa e Ragusa). “Le Ali di Ermes” ospita altri suoi interessanti articoli di carattere storico, “Aspetti culturali della Sicilia dell’Età Moderna”, “L’Inquisizione in Sicilia” e “Streghe: eretiche o erboriste?”.

Chi volesse contattarlo, può scrivergli al seguente indirizzo e-mail: giusnati@tin.it

Benessere

La reflessologia plantare, antica terapia
olistica, nella presentazione di un esperto

I piedi, specchio del corpo

di
Francesco
Ossino
*

 

  
I PIEDI, lo specchio del corpo. La Reflessologia, tecnica antica, praticata da millenni in India, in Cina, dagli Indiani d
America, Egiziani, ecc., sostiene………….. ed è così, poiché il nostro corpo è attraversato da meridiani d’energia che mettono in relazione i diversi organi, con punti corrispondenti nei Piedi, Mani, Occhi, Orecchi. Agendo su di essi si otterrebbero, quindi, benefici sugli organi interni.

Se in natura osserviamo una foglia, possiamo vedere che al suo interno è impressa una struttura che ripropone in miniatura quella dell’albero. Così nei piedi dell’uomo, secondo questa teoria, possiamo ritrovare l’intera mappa di riferimento di tutti gli organi del corpo ( TEORIA OLISTICA).

Secondo la Reflessologia, arrivata in Europa alla fine dell’ ‘800 con il Dr. Fitzgerald, nell’organismo umano, piccolo cosmo, esistono 10 canali verticali, i quali attraversano tutto il corpo confluendo alle estremità, in questo caso ai PIEDI. Su entrambi i PIEDI si trovano i punti corrispondenti a tutti gli organi doppi del corpo, come reni,
occhi, polmoni…

Durante i trattamenti l’operatore, tramite stimolazioni dinamiche o statiche, tramite i movimenti dei pollici stimola o rilassa la zona  energicamente carica o scarica, in quanto la malattia è considerata come una disfunzione ENERGETICA-ORGANICA.

L’operatore, in Reflessologia, non CURA o GUARISCE, ma consente alla persona trattata la migliore possibile funzionalità in relazione alla patologia per cui si presenta; per questo deve essere considerata un ottimo coadiuvante alla tecnologia farmacologica.
Inoltre, è in grado di fornire indicazioni precise riguardo ad affezioni difficilmente individuabili, per cui potrebbe essere un’ottima alleata della medicina accademica.

Mi sembra doveroso ricordare che è importante rivolgersi sempre a Professionisti seri, in attesa che quella oggi chiamata Medicina Alternativa diventi una “Medicina Complementare”.

                Francesco Ossino

* Francesco Ossino, reflessologo di
lunga esperienza, pubblica un sito dedicato alla materia. Gli interessati
possono visitarlo all’indirizzo www.ossinofrancesco.com

 

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“Il coraggio di essere uomini”

 

“Il coraggio di essere uomini”, di
Giuseppe Mirabella – edizione “La Biblioteca di Babele”

 


copertina del libro “Il Coraggio di essere uomini”, di G.Mirabella
 Ed. La Biblioteca di Babele,
Modica

Un brano del libro:

“Vi sono tre modi di condurre
la propria esistenza.

Il primo è quello di puntare
all’esterno; possedere una casa che sia sempre più bella, alla ricerca di
uno status symbol, sempre più elevato, una bella macchina (che è bella fin
quando non ne vediamo una più costosa), vestiti firmati, gioielli. Non
appena hai tutto questo, sorgerà di nuovo in te un vuoto da traguardo,
avere qualcosa da desiderare di più bello e di più costoso, nell’affannosa
ricerca di un motivo primario, che possa rappresentare la meta di una vita
senza senso.

Il secondo modo è quello di
puntare all’interno del nostro essere; contemplare e meditare, immergersi
nell’essenza di tutto il creato, inabissarsi negli abissi più scuri ed
elevarsi fino alla luce.

Il terzo modo è un alternarsi
fra l’interno e l’esterno. Perché è giusto nutrire dei desideri per delle
cose materiali, ma l’importante è non divenirne schiavi. Perché i desideri
devono essere il mezzo , non il fine. Come è anche appagante meditare e
contemplare, ma non basta; l’uomo per sentirsi e quindi per
essere
, deve avere degli obiettivi.

Solo così l’uomo può divenire
uno, sconfiggendo la dualità esterno/interno, nella completa
realizzazione di un’esistenza totale, in cui l’uomo è artefice del proprio
destino.

Alla ricerca costante di un
equilibrio, passando da un estremo all’altro, senza nessuna risposta
certa, ma con tante domande. Perché il bello è tutto nel viaggio e non nel
traguardo.”   (pagg.17-18)

“Il coraggio di essere uomini” si legge piacevolmente,
con la sensazione di poter condividere pienamente la proposta dell’Autore,
il Maestro Giuseppe Mirabella, che nella premessa si definisce “studente
della vita”. Ed è infatti con l’entusiasmo di chi si protende incontro
alla vita con la curiosità e lo “stupore” di un bambino che
l’Autore fa le
sue considerazioni sull’uomo e sulla società. C’è in quest’opera l’invito
alla conoscenza, al di là dei pregiudizi, e al perfezionamento personale, superando
continuamente i propri stessi limiti.

Il sottotitolo, “Per non essere
mai più dei ripetitivi robot”, chiarisce lo scopo dell’autore, che
appare in quest’opera come un maestro
desideroso di insegnare ciò che ha appreso, frutto non solo di attenti
studi ma soprattutto di esperienze vissute e su cui ha profondamente
riflettuto.

Già da piccolo Giuseppe
Mirabella apprende dal nonno Pietro il valore del lavoro, che deve essere fatto bene
e sempre migliorato. All’età di nove anni inizia il suo percorso formativo
nelle arti marziali, proprio per “mettersi alla prova”. Diventa Maestro di Karate dello stile Shotokan, solo una tappa del suo itinerario, che
include numerose discipline orientali e occidentali.

Al centro della sua ricerca c’è
l’individuo e il suo divenire, dalla mediocrità all’eccellenza, fra dolore
e gioia. Possiamo trovare le radici della sua visione della vita sia nelle
arti marziali orientali che nel buddhismo, nell’induismo, nel cristianesimo e nel sufismo
(in particolare Gurdjieff), in Nietzsche come in Reich, in Evola e nello spiritualismo
occidentale. Correnti e teorie anche molto diverse tra loro, ma che
lo conducono ad una radicale critica contro la mediocrità e il consumismo
cieco del  mondo moderno, con la conseguente spinta ad agire con
determinazione verso il recupero dei valori autentici della vita,
attraverso la necessaria determinazione ad avere “il coraggio di essere
uomini”.

p.p.


 

Incontro con il Maestro
Giuseppe Mirabella

di Pippo Palazzolo

Giuseppe Mirabella è nato a Vittoria (RG) il 13
maggio 1968. Proprio in quel mese che segna ufficialmente l’inizio della
stagione della rivolta giovanile contro un mondo ormai troppo
sclerotizzato, in cui regnano conformismo, ipocrisia, repressione
sessuale e aspirazioni piccolo borghesi di un “uomo ad una dimensione”.

Ho incontrato Giuseppe nella sede della sua Accademia, a
Ragusa, per porgli alcune domande.

Da cosa nasce tutta questa voglia di apprendere e
insegnare, tanto da creare un’Accademia che si definisce “Scuola per lo
sviluppo globale dell’individuo”?

Fin da piccolo ho sentito la spinta a confrontarmi con
i miei limiti e a superarli, a cercare un continuo perfezionamento, a
non accontentarmi delle conoscenze e dei risultati conseguiti. A nove
anni ho iniziato la pratica delle arti marziali, che sono state
fondamentali nel comprendere alcuni principi basilari del rapporto con
me stesso, con gli altri e con il mondo. Credo che oggi uno dei problemi
più gravi sia la carenza nell’educazione emotiva dei giovani. Vengono
educati ad “avere”, a cercare il successo, il benessere materiale, ma
non ad “essere”. E da ciò nascono molti dei problemi sociali di
devianza. La pratica di un’arte marziale è molto formativa in questo
senso.

Si crede che la pratica delle arti marziali sia per
lo più riservata a persone “dure”, più portate all’azione che alla
riflessione, e con un certo senso di superiorità. Leggendo il tuo libro
ho avuto l’impressione che non sia proprio così, mi sbaglio?

No, infatti solo partendo dalla consapevolezza della
nostra mediocrità possiamo iniziare un percorso di miglioramento, in cui
si alternano cadute e riprese. Inoltre, anche quando abbiamo raggiunto
buoni risultati, sappiamo che c’è qualcuno che ci supera e che il
percorso non è ancora finito. Riguardo alla “durezza”, voglio ricordare
che il Maestro Funakoshi, fondatore della scuola di Karate che io seguo,
detta “Shotokan” (“La casa dei pini”), era anche un poeta.

Giuseppe, tu sei un “consulente olistico”:
cosa significa esattamente?

Il consulente olistico è un “animatore” che
aiuta le persone a prendere coscienza di sé e della propria salute; una
sorta di educatore verso un modo differente di vivere e sentire il
proprio corpo-mente-spirito. Questi risultati vengono ottenuti con
diversi mezzi, dalla pratica di discipline come lo shiatsu o la
meditazione, alle arti marziali, a percorsi di consapevolezza (ad
esempio, il tantra).

Ma qual’è l’obiettivo finale di questi percorsi?

Riassumerei gli obiettivi in una sola parola: la
tranquillità. Infatti, la tranquillità nasce dalla consapevolezza del
proprio valore, del fatto che si sta dando il meglio di sé nella vita e
nel lavoro. Il motto della mia Accademia è “In questa scuola si percorre
un cammino atto ad ottenere la tranquillità, così da agire e non
reagire”.

Il breve incontro finisce qui, ma crediamo di aver
colto qualcosa in più di questa persona, semplice ma profonda,
determinata ma tranquilla. Grazie, Giuseppe, per il tuo libro e per il
tuo impegno.

Pippo Palazzolo

11 maggio 2006


 

Il M° Giuseppe Mirabella

Note sull’Autore: Giuseppe Mirabella è nato a Vittoria (RG), il
13 maggio 1968; vive e lavora a Ragusa. Ha conseguito il Diploma di
maturità Psico-pedagogica ed è laureando in Scienze e Tecniche
psicologiche (facoltà di Enna), indirizzo “Salute e prevenzione del
disagio”.

E’ Presidente della MirabellAcademy, Maestro di Karate,
insegnante di Yoga kundalini, massoterapista, istruttore di autodifesa,
personal trainer.

Come dice lui stesso: “A questo
punto dovrei, come di consueto, elencare tutti i miei successi agonistici,
per ottenere riconoscimento, e far sorgere in voi un minimo di curiosità e
attenzione nei miei riguardi. Come se tutto ciò potesse bastare a far di
me un buon maestro.
Non nego che in venticinque anni di pratica, qualche bella soddisfazione,
a livello agonistico l’ho ottenuta; ma io voglio presentarvi l’uomo che
esiste in questo momento.
Un uomo che ama imparare e mettersi sempre alla prova. Un uomo che non
vive nel passato, ma che vive il presente con intensità e audacia, che è
attratto da tutto ciò che riesce a elevarlo, sia a livello fisico che
spirituale. Sintetizzando posso dirvi che amo: allenarmi, imparare e
istruire.
Questo sono io. In fede: Giuseppe Mirabella”

Per contattarlo:
mirabellagiuseppe@hotmail.com;
sito web: www.mirabellacademy.com

 



Via Archimede, 295 – 97100 Ragusa

 


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Alimentazione

   

 Quale acqua berrò oggi?

        di Cosimo Alberto Russo

 

 

Che l’acqua sia alla base della vita lo sappiamo tutti, ed anche che è il principale costituente del nostro organismo  (circa il 60% in peso); quindi siamo a conoscenza che è necessario assumere la quantità d’acqua sufficiente a mantenere l’equilibrio idrico del nostro corpo (bilancio idrico: acqua introdotta pari a quella eliminata). Bene, e allora che ne parlo a fare? Perché sempre più mi sembra che si siano cristallizzate “leggende” poco realiste (se no non sarebbero leggende…) e forse nate non del tutto casualmente.

La prima idea oggi imperante è che più acqua si beve meglio è per la nostra salute; per cui si sente dire che si dovrebbero assumere due – tre litri di acqua al giorno. In realtà è vero che per mantenere il bilancio idrico costante occorrono 2-2,5 litri di acqua al giorno, ma complessivi! In una dieta regolare (né di tipo carneo, né vegetariano…) 1 litro d’acqua circa proviene dagli alimenti e 300 ml dalle reazioni metaboliche, quindi è sufficiente bere 1,2 litri di acqua e/o bevande che la contengano al giorno. Ma bere di più fa male? Dipende, come sempre, dalle quantità:3 litri al giorno, beh, non esageriamo.

Seconda idea diffusa: l’acqua del rubinetto fa male! Qui è il caso di approfondire; la legge prevede che le acque potabili (quelle di acquedotto, cioè del rubinetto) non contengano sostanze nocive alla salute umana (dato che ad ogni specie vivente interessano solo i propri simili…), si dovrebbe quindi pensare che se l’acqua esce dal rubinetto dell’acqua “diretta sia “buona”.

Purtroppo le cose non stanno sempre così; bisogna tener conto dei componenti
complessivi dell’acqua, che non è mai pura ma una soluzione diluita di parecchi ioni. Alcuni di questi tanto bene non fanno, ma la legge li tollera; il principale imputato di possibili fastidi per la nostra salute è lo ione nitrato; sarebbe bene che tale ione fosse presente in quantità inferiore a 5 mg/L (milligrammi in un litro).
 L’acqua del vostro paese quanta ne contiene? La ASL sarebbe tenuta a dirvelo, se glielo chiedete.

Ma c’è un altro intruso che dà fastidio: il cloro; è obbligatorio aggiungerlo negli acquedotti per eliminare ogni traccia di possibili microrganismi (l’acqua potabile deve essere batteriologicamente pura). Il cloro viene usato per la potabilizzazione in quantità superiore al necessario (per essere sicuri degli effetti), la quantità che rimane si combina con le sostanze organiche formando i trialometani (per esempio il cloroformio) di odore sgradevole e tossici.

Ma qual è la situazione del nostro acquedotto? Se l’acqua del rubinetto non “puzza” è bene informarsi presso il comune, se ha cattivo odore…non beviamola.

Ricapitolando, se il contenuto in nitrati è basso informiamoci sui metodi di potabilizzazione del nostro comune e sulla presenza di residui organici clorurati.

Molte aziende per la gestione dell’acqua usano ormai metodi più che sicuri.
Solo in caso di risposte negative utilizziamo acqua minerale.

E qui vengono le dolenti note: a parte il costo non indifferente, quale acqua scegliamo? Le acque minerali si dividono in:                                                        -minimamente mineralizzate (residuo fisso inferiore a 50 mg/L)                          -oligominerali (residuo inferiore a 500 mg/L)                                                       -ricche di sali minerali (superiore a 1500 mg/L)                            Evidentemente la scelta dipenderà dalle nostre esigenze; bisognerà vedere se abbiamo necessità di effetti diuretici, se abbiamo qualche disturbo (pressione alta, per esempio) o necessità particolari (aumentato fabbisogno di calcio).

Insomma ciò che conta è il contenuto in sali minerali; questi sono molto importanti per le varie funzioni che esplicano nel nostro organismo, occorre quindi tenerne conto nelle nostre scelte. Una alimentazione variata garantisce l’apporto di tutti i minerali, particolare attenzione va però prestata al calcio, al ferro ed al fosforo; i primi due spesso deficitari ed il terzo perché deve essere in un certo rapporto con il calcio. Purtroppo il calcio spesso risulta insufficiente e tale rapporto si sbilancia con effetti negativi sulla composizione delle sostanze inorganiche delle ossa (costituite per l’85% da fosfato di calcio).

 Altro rapporto importante è quello tra sodio e potassio (nelle diete vegetariane aumentando l’apporto di potassio occorrerebbe aumentare l’assunzione di sodio).

 Insomma la scelta dell’acqua da bere implica vari fattori, che dipendono dal nostro stato fisico. Ne consegue che la moda di bere acque oligominerali o minimamente mineralizzate è, appunto, una moda (terza idea non sempre fondata).

Per esempio, considerando che 7-800 mg di calcio al giorno sono il quantitativo necessario per mantenere il suo equilibrio nel corpo di un adulto, si può pensare che l’acqua non dovrebbe esserne priva o quasi, no? Rimane comunque il fatto che il calcio si assume quasi interamente tramite il latte ed i suoi derivati.

Discorso un po’ diverso per il sodio, data l’usanza di salare i cibi che ne fornisce quantità più che sufficienti.

Rimane un ultimo punto: quando bere? Risposta semplice, dovrebbe essere, quando si ha sete! Ma (quarta idea diffusa) si dice (ma chi?): lontano dai pasti. Se si beve a stomaco vuoto l’acqua viene escreta rapidamente, non così se si beve durante il pasto (aumentando quindi il suo assorbimento). L’acqua passa comunque subito nell’intestino, l’acqua calda sembra favorire l’attività gastrica. Il fatto che l’acqua passi subito nell’intestino la rende un pericoloso veicolo di infezioni; attenzione quindi…

Cosimo Alberto Russo

 

Fonti
bibliografiche:                                                                                                       
– R.Falcolini, Scienza dell’alimentazione, Signorelli editore, 1984                        – P.Cappelli-V.Vannucchi, Chimica degli alimenti, Zanichelli, 1990                      – E.Piccari, Che minerali ci sono nell’acqua minerale?, Unione Consumatori

 

L’Autore

Cosimo
Alberto Russo
Cosimo
Alberto Russo è
nato a Ragusa il 18 settembre 1953; risiede a Roma
dal 1965.
Laureato
in chimica, materia che  insegna presso gli Istituti superiori dal
1978. In particolare ha insegnato analisi bromatologiche presso l’Ist.
Professionale per l’Alimentazione. E’ stato Consulente tecnico
del Tribunale di Roma e Consulente del Laboratorio Si.La.,
nel settore acque minerali.

Attivo
in campo ambientalista dal 1975; in particolare ha collaborato attivamente
con il WWF, la Federconsumatori, i Verdi.
e-mail:
cosimoalberto.russo@istruzione.it

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Filippo Pennavaria e Ragusa


Pubblichiamo la recensione del saggio del
prof. Luciano Nicastro, “Filippo Pennavaria e Ragusa”, da cui emerge
una nuova lettura delle vicende che portarono all’elevazione di
Ragusa a Provincia. I lettori che volessero intervenire sul tema,
possono scrivere alla
Redazione de “Le Ali di Ermes”
.

 

Pennavaria: fu vera gloria?

di Giuseppe Nativo

 

 

 

    
Che la storia della città di Ragusa sia legata alla figura dell’avv.
Filippo Pennavaria (1891 – 1980), figlio degli iblei, è un fatto già
storicizzato. Sottosegretario di Stato nel Governo Mussolini, interviene
affinché Ragusa sia elevata a capoluogo di Provincia e ciò con una
ricaduta economica rilevante che cambia il volto urbanistico della città
a partire dal 1927. Per tale motivo è “sentito dai ragusani e dai
massari come l’espressione più alta della città sino al punto che le
tante opere di modernizzazione” attuate assumono la sua paternità e non
del regime fascista di cui è “espressione organica e convinta”. Ma fu
vera gloria? A parlarne, con riflessioni rivenienti dalla lettura di
documenti archivistici, è il professore Luciano Nicastro, docente di
Sociologia delle Migrazioni e di Sociologia dell’educazione alla LUMSA
di Caltanissetta, nel suo recente volume su “Filippo Pennavaria e Ragusa
– prima e durante il fascismo” (La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica
2008, pp. 64). Con alle spalle una ventina di pubblicazioni tra libri,
saggi e ricerche in filosofia e sociologia politica, Nicastro vuole
“aprire le finestre sulle lezioni della storia” introducendo il lettore
in quei “quaderni della memoria” dove sono inseriti gli uomini illustri.
Obiettivo principe è quello di innescare, nell’intreccio
ricerca/documentazione/didattica, domande sui complessi meccanismi di
lettura del presente attraverso escursioni nel passato sorrette da
documentazione accessibile e, soprattutto, da un’ottima esposizione
delle vicende storiche epurate da “pregiudizi, stereotipi e vecchi
campanilismi su cui si attarda ancora una certa cultura locale”.

Il
Sen. Filippo Pennavaria a Ragusa

  
  E’ dal contesto storico e
sociale che inizia il “viaggio” di Nicastro il quale, traendo spunto
dal “problema più generale del rapporto tra Chiesa e fascismo in
tutte le sue espressioni e connotazioni”, esamina la figura del
concittadino Filippo Pennavaria in relazione al “controverso” ruolo
dallo stesso svolto sul piano politico e religioso inserito nel più
ampio progetto che vede la “tumultuosa rinascita di Ragusa… a danno
di centri di più antica tradizione culturale, religiosa e politica
come Modica”. Lo fa introducendo il quadro storico d’insieme prima
dell’avvento del fascismo che vede la Sicilia immessa in un profondo
cambiamento sul piano organizzativo sia pastorale che sociale.
L’elevazione di Ragusa a capoluogo di provincia e sede di
sottoprefettura, ad opera di Pennavaria, ripropone l’antica
aspirazione dei sacerdoti e cattolici ragusani di diventare Diocesi
autonoma da Siracusa (la questione è ripresa dal giornale
“Sentinella fascista” in un articolo pubblicato il 21/02/1926), a
cui è ab antiquo incardinata. Nicastro va oltre i fatti di cronaca
indagando a fondo su carteggi che, sebbene testimonino “una
continuità di impegno” di Pennavaria nella sua “azione politica e
diplomatica”, prestano il fianco a numerosi interrogativi circa la
mancata elevazione di Ragusa a sede di Diocesi insinuando il dubbio
se ciò sia dovuto ad “una difficoltà oggettiva o una scelta
politica” o a “difficoltà” frapposte da Siracusa.


     Dal 1926 il
rapporto Chiesa-Fascismo inizia a deteriorarsi diventando conflittuale
“sino ad esplodere anche a Ragusa in una vera e propria incompatibilità”.
E’ proprio in tale contesto che si inserisce la figura di Pennavaria su
cui l’Autore cerca di “cogliere il nucleo della verità”. Una verità forse
scomoda, quella enucleata da Nicastro, che vede Pennavaria come uomo
politico “intelligente ed abile” a cui però “non si può attribuire il
merito della creazione di una provincia” in quanto già fortemente voluta
dal regime fascista “in funzione antisocialista e per controllare meglio
le frange sediziose del popolo del sud est della Sicilia”. Tale
riflessione stride fortemente con quella corrente che vede il Pennavaria
come “grande benefattore” della sua Ragusa.



Giuseppe Nativo


Ragusa, marzo 2008


Nota: il presente articolo è stato
pubblicato dal quotidiano “La Sicilia”, in data 30.3.2008.

 

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poesia

Ragusa, 27-28 marzo 2006: promosso dal Centro Studi “F. Rossitto”, un convegno di studi sul
poeta ibleo

 


Giovanni Occhipinti,

il poeta con la
“mente che respira”



                  
di Giuseppe Nativo

Che cos’è la poesia? “La poesia è quel
luogo in cui se un poeta respira respiriamo tutti: riconosciamo il soffio
vitale, ciò che ci tiene in vita”. Come afferma G. Manacorda “l’aria
sembra avere le stesse caratteristiche della poesia. L’aria è certamente
inconsistente, ma anche estremamente consistente, e non solo perché l’aria
sostiene chi vola, ma perché l’aria sostiene chi vive…” e ancora “la
poesia è la creatività della lingua, cioè la forma del pensiero, è
l’evento e l’avvento di tutte le forme del pensiero”.

La poesia è anche l’uomo che si mette a
nudo e da cui emerge il suo ancestrale impianto interiore. Il ritmo del
respiro e quello cardiaco, come l’andamento poetico che individua il ritmo
del verso, convergono in una dimensione in cui è continuamente rievocata
quella arcana tensione interna tra vita e morte, tra essere e non essere.
Il nostro respiro di vita, che dice anche autocoscienza, consapevolezza e
libertà, diventa canto e preghiera di tutta la vita che pulsa
nell’universo.

Così è nella poesia di Giovanni Occhipinti,
figlio degli iblei – narratore, saggista e, soprattutto, Poeta – a cui
Ragusa, a fine marzo, dedica due giornate di studio. In Occhipinti il
flusso del Tempo “fluente come acqua di fiume” accompagna il lettore in un
”viaggio reversibile… nella simmetria di un altro Tempo, nello spazio
futuro che trascende”, dove il soffio vitale, quel ruah, quell’anemos,
di biblica memoria, è sublimato nella stessa essenza poetica, in quanto
istanza di forza creatrice. Quanta affinità esiste tra le parole “soffio –
spirazione” e “ispirazione”!

Ogni autentica ispirazione racchiude in sé
qualche fremito di quel “soffio” con cui lo Spirito creatore pervade sin
dall’inizio l’opera della creazione. Il divino soffio dello Spirito
creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità
creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore. E’ in
questo preciso istante che il poeta Occhipinti incontra l’ineffabile. Qui
il fatto si fa mistero, e il mistero poesia, e la poesia amore. In
Giovanni Occhipinti la “collisione poetico-narrativa” delle due dimensioni
temporali, tempo “umano” brevilineo e spezzato e Tempo “divino” esteso e
illimitato, fa scaturire quella scintilla dalla cui conflagrazione erompe
la sua poesia: “Materia che evolvi e decadi nella / mutazione dell’iniziofine
se / precipiti nei gorghi del Cosmo, / nell’enigma galattico”.

 


                                                                                              Giuseppe Nativo

marzo 2006

 

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le vie dell’energia

Abbiamo il piacere di ospitare su “Le Ali di
Ermes” un intervento di Ruggero Moretto, studioso e divulgatore
di tre importanti discipline: la radionica, la radiestesia e il reiki. I
lettori interessati ad approfondire i temi trattati, possono visitare il
suo ottimo sito
www.biolifestyle.org/it
(disponibile
anche in lingua spagnola, inglese, francese e tedesca).



immagine tratta da

www.biolifestyle.org

Radionica, Radiestesia e Reiki

di Ruggero Moretto

 



La radionica


     E’ la scienza che studia le proprietà radioattive ed
energetiche delle onde di forma, che vengono realizzate ed utilizzate
mediante circuiti grafici su tavole disegnate.


     Partendo dal concetto, ormai consolidato nei millenni, che
i numeri non sono altro che una delle tante espressioni astratte, profonde
e filosofiche che l’uomo adotta ed ha adottato per cercare di comprendere
la sua vera natura originale e tutto ciò che lo circonda, e che di
conseguenza la geometria non è altro che la rappresentazione fisica di
dette espressioni matematiche o numeriche, possiamo dire che tramite la
radionica, che studia le onde di forma realizzate su circuiti grafici
mediante le suddette espressioni o formule elaborate dall’esperienza di
tutte queste scienze, è possibile attingere a forme di azione-pensiero e
di espressione tramite le radiazioni da loro sprigionate legate ad un dato
problema di cui noi necessitiamo una risposta in modo più diretto,
profondo e astratto, quindi di conseguenza a noi sconosciuto a livello
razionale.


     Queste forme di pensiero create e materializzate tramite
gli ideogrammi realizzati su circuiti grafici radionici ad onde di forma,
possono essere utilizzate ed incanalate mediante diversi metodi per i più
disparati utilizzi.


     Per ora mi limiterò a spiegare soltanto uno degli utilizzi
che questa scienza può offrirci a livello terapeutico e per riacquistare
il nostro benessere.


     Ultimamente si è riscoperto che nell’azione-pensiero
materializzato nei circuiti radionici, è possibile realizzare un serbatoio
energetico inesauribile di informazioni legate alla forma-pensiero stessa
dove possiamo attingerne le sue radiazioni anche come azione compensatoria
relativa ad ogni problematica in questione, apportandovi così equilibrio.


     Parlando sempre di forma-azione-pensiero, principio base
della radionica, giunge subito spontaneo che la sua azione risulterebbe
più mirata per quanto riguarda le problematiche di compensazione e
astratte che appartengono alla sfera mentale dell’individuo e che qui
potrebbero trovare le risposte più profonde e adeguate ad essa.


     Da qui è nata la MEDICINA DEL CARATTERE che ha realizzato
una nuova forma terapeutica chiamata “IDEODINAMICA” che illustrerò di
seguito.


IL CONCETTO DI ENERGIA
NELLA FORMA AZIONE-PENSIERO


     La scienza ufficiale contemporanea ci insegna oggi che ogni
cosa esistente e forma concepita (e in questo caso anche la
forma-azione-pensiero), è plasmata da un’energia o radiazioni in costante
movimento regolamentata da Leggi Cosmiche ben precise che sono ancora a
noi oggi sconosciute a livello razionale; migliaia e migliaia di atomi,
cellule e microparticelle invisibili che interagiscono tra loro, creano
ogni forma esistente nel globo e nello spazio con caratteristiche proprie
a seconda della risultante delle informazioni ricevute da ognuna e che a
loro volta interagiscono con i loro opposti o simili e così via…creando
continuamente poi quello che definiremo Universo.


     Quindi possiamo sviluppare il concetto che, se come detto
anche le forme azione-pensiero create e concretizzate fisicamente nei
circuiti radionici fanno parte della stessa energia definita Universale,
possono a loro volta cedere le loro particolari informazioni sotto forma
di radiazioni secondo le loro caratteristiche energetiche, di applicazione
in maniera autonoma e continuativa.

 

La
radiestesia  



Abate Alexis
Bouly

     “Radiestesia”

(
vedi
al capitolo “l’uso del pendolo” nel corso base di radionica e radiestesia)

è un termine coniato nel 1920 dall’abate francese Bouly e deriva dal
latino “Radíus ” (raggio) e dal greco ‘Aisthesis ” (sensazione). Il
radiestesista è quel soggetto capace di percepire, per mezzo di un
pendolo, biotensor o di una bacchetta rabdomantica, le vibrazioni di
stimoli e le radiazioni emesse a da cose, persone, animali, terreni, ecc…
    
Anticamente si chiamava la Rabdomanzia che veniva usata solo per la
ricerca delle fonti d’acqua o di metalli come l’oro. In seguito l’uomo si
accorse che radiazioni sono emesse, non solo da acqua e metalli, ma da
ogni forma di vita.


     Più tardi ci si rese conto che questa “risonanza” tra una
materia inorganica e la mente dell’uomo aveva una validità estensibile ad
ogni campo.



    
Da qui, la scelta del termine “Radiestesia” quale definizione per indicare
lo studio delle onde e delle vibrazioni” emesse da qualsiasi corpo.
    
La Radiestesia quindi è lo studio per la ricerca delle onde e delle
vibrazioni emesse da ogni corpo.
    
Come già detto gli strumenti “radiestesici” principali che il
“radiestesista” utilizza per tutti i tipi di ricerche sono pendoli di
cristallo di quarzo jalino (vedi foto), biotensor (vedi foto) e bacchette
rabdomantiche che servono come ausilio per percepire le vibrazioni e
radiazioni emesse da qualsiasi corpo e persone.
    
Gli usi della Radiestesia sono molteplici.
    
I fenomeni radioestesici hanno infatti una spiegazione di ordine fisico:
ogni cosa, dall’essere vivente alla materia inorganica, emette delle
radiazioni, ciascuna su lunghezze d’onda diverse.

    

Inoltre il Radiestesista, per mezzo delle sue
facoltà Radiestesiche

(
vedi
cap. sul corso base di radionica e radiestesia)
,
può anche captare queste lunghezze d’onda o radiazioni naturali per
trovare la presenza di ciò che sta cercando: malattie entro una persona,
il medicinale, terapia o approccio terapeutico più adatto alla cura di una
malattia e per la cura olistica, acqua, oro, oggetti scomparsi, qualsiasi
diagnosi su terreni, autovetture, oltre che per costruire forme radioniche
attive per qualsiasi utilizzo vibrazionale

(
vedi
cap. sul corso avanzato di radionica e radiestesia)
.


     Mediante la pratica della Radiestesia è
possibile testare qualsiasi frase circa qualsiasi argomento riguardante il presente, in quanto qualsiasi
forma di energia concepita dal radiestesista è di “natura mentale”, quindi
è possibile fare test e diagnosi su innumerevoli quesiti.

 


Il Reiki   


Mikao Usui


     Il nome Reiki in lingua giapponese indica l’energia vitale
che tutto pervade e che è ovunque, anche in noi. Rei è l’aspetto
universale illimitato, Ki è l’aspetto che scorre in tutto ciò che si
manifesta e vive. Quindi Rei=universo, Ki=energia; Reiki=energia
universale.


     Il Reiki è un metodo per connettere consapevolmente la
nostra energia con l’Energia Universale ed entrare in comunicazione attiva
con essa, per riceverla, incanalarla e trasmetterla.


     Essa ci permette, una volta ricevuta, a una notevolissima
espansione psichica e interiore.




     L’energia della persona armonizzata o attivata dal maestro
nel corso del seminario, fuoriesce dalle mani e si attiva spontaneamente
ogni qual volta essa le appone ovunque ce ne sia necessità dando
l’opportunità di effettuare il training e trattamenti energetici Reiki,
oltre che per se stessa, anche per le altre persone, animali, fiori,
piante, dinamizzare l’acqua, il cibo e tutto ciò che si può toccare
fisicamente, divenendo così un tramite, un ponte o canale fra l’energia
cosmica e ricevente oltre a beneficiarne in prima persona. Una volta che
la persona viene armonizzata, potrà usufruire del Reiki tutta la vita.


     E’ un metodo molto semplice, potentissimo e alla portata di
tutti, riprende in modo moderno antichi insegnamenti di guarigione che
fanno parte del Buddismo.


     I seminari sono suddivisi in 3 gradi: il primo ci dà
l’opportunità di interagire energeticamente sul piano fisico, il secondo
sul piano mentale e a distanza, il terzo quella di insegnare.


     E’ basato principalmente sull’impiego di 4 simboli aventi
caratteristiche energetiche, psichiche e spirituali diverse che se
incanalati nella maniera voluta, possiamo potenziare di gran lunga i
nostri intenti mentali, materiali e spirituali legati ad essi.


     Il Reiki si trasmette tramite le armonizzazioni o
purificazioni dei canali energetici da effettuarsi durante i corsi, da
maestro a ricevente permettendogli da quel momento di incanalare energia
per tutta la vita per se stesso , per gli altri e per le situazioni.
L’armonizzazione e’ un processo semplice, delicato ed intimo che il
maestro effettua sul ricevente apponendogli le mani sul capo avvalendosi
dei simboli relativi. Premetto che il Reiki non è ne religione, ne un
dogma o un’oscura pratica esoterica.


     Il Reiki è Reiki, ed è oggi alla portata di tutti.


     I canali energetici sopracitati nella spiegazione
dell’armonizzazione sono quei punti chiamati Chakras dell’agopuntura, o
centri energetici psicofisici dell’uomo che spiegherò nel dettaglio nelle
pagine relative al primo grado.


     Quando un individuo è reso potente e purificato dalla
trasmissione delle armonizzazioni Reiki, egli potrà attingere maggiormente
all’energia universale incanalandola quando e come meglio ritiene
opportuno, tenendo in considerazione alcuni dettagli o condizioni etiche
insegnate nei corsi che esso impone per non incorrere in spiacevoli
“incidenti energetici”. Tutto ciò ci apre ad una grande responsabilità e
consapevolezza verso noi stessi ed il mondo intero aprendoci ad una
visione totalmente nuova di ciò che siamo, più in sintonia con le Leggi
cosmiche.


     Il Reiki porta benessere e abbondanza a tutto ciò che noi
incanaliamo accelerandone considerevolmente tutti i processi evolutivi
siano essi psichici, spirituali che materiali.


Ruggero Moretto


email: rogermor@tin.it


 

 


Ruggero Moretto


Ruggero
Moretto
è nato a
Monza nel 1969.



Reiki

Universal Master dal 1999, diplomato Biopranoterapeuta C.E.E.,


Terapeuta Radionico

e


Radiestesista
, tiene
congressi e seminari presso Centri e scuole di Naturopatia, new age,
di medicina naturale olistica ed alternativa, paranormale,
parapsicologia ed esoterismo,  in tutta Italia e all’estero. Ha
formato col tempo una serie di esperti operatori nel campo della
Medicina Naturale Alternativa.

Profondo conoscitore di molte pratiche legate
all’evoluzione dell’uomo come lo



yoga

,


la meditazione Zen
,


il Reiki
,


la Radionica
,


la Radiestesia

la


Cromoterapia
,
la metafisica e una serie di discipline alternative sempre legate
allo scopo evolutivo quali la


piramidologia
,


la cristalloterapia
,


i rimedi floreali
,


la kinesiologia
,
si prodiga oggi di trasmettere la propria esperienza ad altri con la
filosofia e l’intento di creare dei veri e propri esperti sulle
discipline come il


Reiki
,

la Radionica

e


la Radiestesia

presso il


CENTRO BENESSERE OLISTICO TERAPIE NATURALI
CORSI REIKI RADIONICA RADIESTESIA
,

dove tiene regolarmente i suoi
seminari oltre che insegnare ovunque in Europa e nel Mondo.



 


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romanzo storico


Pubblicato un interessante dossier sul
giallo del carburante solido ininfiammabile

Copertina del libro di Salvatore
Cosentino – ed. Bonfirraro

 

E’ siciliano l’ingegnere che brevettò
la benzina gelatinosa

di Giuseppe Nativo

 

 Un
manoscritto custodito in valigia, una formula chimica, un ingegnere
siciliano dell’ennese che negli anni ’50 lavora per il governo
francese, una scoperta sensazionale che risolleverebbe le sorti del
mondo, servizi segreti e intrighi internazionali. Questi ingredienti
non sono quelli affascinanti di un film di Hitchcock, ma elementi
reali e tangibili di una vicenda che sa di inverosimile ma che
lascia l’amaro in bocca e molti pensieri gravidi di infiniti
“perché”. E’ con tanti “perché” che inizia il percorso narrativo di
un romanzo-inchiesta che vuole andare sino in fondo.


     E’ un viaggio
nella vita, nella storia di un nostro conterraneo, l’ing. Gaetano Fuardo
(1878 – 1962). E’ un’indagine che cerca di approfondire e affrontare le
quotidiane questioni legate alla sua scoperta ma anche alla sua esperienza
umana intrisa di sacrifici, solitudine, malinconia nonché di nostalgia,
nemica e, nello stesso tempo, consolatrice. A parlarne è Salvatore
Cosentino, giornalista e scrittore di Mirabella Imbaccari (Ct), che
traccia il solco, anzi i solchi, dell’intera vicenda attraverso il libro
“Il giallo della Benzina Solida” (Bonfirraro Editore, pp. 224).

     Una storia vera
narrata con la genuina affabulazione di noi siciliani. Un percorso, anzi
un tortuoso labirinto, quello ricostruito da Cosentino, che non intende
piegarsi alle “verità ufficiali”, che vuole bucare il muro di gomma del
potere attraverso il lancio di tanti “perché” che si spiaccicano,
frantumandosi in mille rivoli di tanti punti interrogativi, proprio su
quel muro oltre il quale si nascondono grossi interessi internazionali.
Sono questi che impediscono la divulgazione della strabiliante scoperta
dell’ing. Fuardo autore di quella formula “magica” atta a produrre la
“benzina solida” ottenuta con un processo di gelatinizzazione e, dunque,
da commercializzare in scatola come i detersivi. Si tratta di un prodotto,
così è scritto sulla quarta di copertina, che “galleggia in acqua come il
sughero (e quindi non inquina i mari); evita gli incendi sugli aerei e su
ogni altro mezzo che utilizza i carburanti; manda in pensione le
petroliere e i distributori stradali” riducendo almeno del 50% il costo
dei prodotti petroliferi. Un’indagine che coinvolge fino al midollo osseo
l’Autore che, sin dal 1973, segue le tracce dello sfortunato ingegnere.

     Rimasto orfano da
ragazzino e dopo aver superato brillantemente gli studi intrapresi al
Politecnico di Torino, Fuardo si laurea in ingegneria chimica.
Trasferitosi a Milano, mette a punto la sua invenzione che lo porta a
lavorare per il governo francese contro cui intenterà una causa che
vincerà solo dopo la sua morte. Dopo aver collaborato per l’Inghilterra di
Churchill e la Germania di Hitler, dove il Fuhrer gli mette a disposizione
una fabbrica per la produzione di benzina solida molto importante per gli
usi bellici, poi distrutta dai servizi segreti britannici, rientra in
Italia per morire in miseria. Fuardo è stato schiacciato dalla sua stessa
scoperta dimenticata o fatta dimenticare ma per la quale Cosentino,
documenti alla mano e pubblicati in appendice, vuole fare giustizia
narrativa attraverso la pubblicazione di una vicenda che passerà alla
storia per aver sollevato tanti “perché” pesanti come macigni o, perchè
no, come petroliere.


                                    
                                                                      
Giuseppe Nativo

 

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Siti di paci

 

Presentato al “Centro
Servizi Culturali” di Ragusa il nuovo libro di poesie di Pippo Di Noto

 

Sabato, 23 ottobre, alla
presenza di un numeroso e qualificato pubblico, è stato presentato presso
il Centro Servizi Culturali di Ragusa il nuovo libro di poesie in dialetto
siciliano di Pippo Di Noto. Dopo l’introduzione del prof. Emanuele
Schembari, che ha tracciato un profilo dell’autore, il prof. Salvatore Di
Marco ha svolto la relazione sull’opera del poeta, evidenziandone i
percorsi umani e letterari, dal primo esordio, con “I trafichi ra
nanna”, all’ultimo lavoro, “Siti di paci”, che ne consacra
una raggiunta maturità poetica, in grado di esprimere in modo sempre più
libero i temi affrontati, pieni di tensioni e passioni civili e
umanissime. La raccolta ha già ottenuto il prestigioso premio
“Città di Marineo”, 30^ edizione, nella sezione “Opere
edite in lingua siciliana”. La serata è stata conclusa
dall’intervento dell’autore, che ha anche letto alcune suggestive poesie
contenute nella raccolta.

p.p.

I nostri
lettori possono leggere una delle poesie della raccolta “Siti di
paci” nella nostra rivista (“Tibet”).

 

Pippo Di
Noto

L’autore, Pippo Di Noto, è nato a Vittoria (RG), il
3 febbraio 1963; da 25 anni vive a Ragusa. Ha
pubblicato le seguenti opere di poesie:

bullet

   
I trafichi ra nanna
– Ed. Ci.Di.Bi., Ragusa, 1990 –
poesie in dialetto siciliano

bullet

   
Rimmi, pueta… – Ed. Iblea Grafica, Ragusa,
1991 – poesie in dialetto siciliano

bullet

 
Primo giorno di scuola – Ed. Iblea Grafica,
Ragusa, 1997 – poesie in lingua italiana

bullet

 
Siti di paci
Quaderni
del Giornale di Poesia Siciliana, Palermo 2004 – poesie in dialetto
siciliano.

Sue
poesie s
ono state inserite in varie antologie e riviste letterarie.
Di lui hanno scritto, tra gli altri, 
Stefania Carnemolla, Lina Riccobene Bancheri, Salvatore Di Marco,
Emanuele Schembari.

Vincitore
dei Premi “Ignazio Buttitta” di Favara e “Mario Gori” di Ragusa,
è stato più volte finalista ai 
Premi: “Città di Marineo”, “Ignazio Russo” di Sciacca, “Turiddu
Bella” di Siracusa e “Rinascita” di Vittoria; ancora al “Vann’Antò”
(Ragusa – Messina) ed al “Bizeffi” (Limina – Me). Nel 2004 ha
vinto, per la sezione “Opere edite in lingua siciliana”, il
Premio “Città di Marineo”, con la raccolta “Siti di
paci”.

Operatore culturale,
organizzatore di Rassegne e Premi di poesia ed incontri culturali, giurato
in vari concorsi di poesia, collaboratore con varie scuole per la
realizzazione di progetti sul dialetto, intervenendo, anche, in favore
della realizzazione di biblioteche scolastiche multimediali.

Suoi testi poetici
sono stati oggetto di studio, musicati e rappresentati.

Ha contribuito,
insieme ad altri cultori, alla rivalutazione della figura del “Cantastorie”.

Ha dato vita, con un
gruppo di poeti, pittori e ceramisti, ad un progetto di collaborazione
artistica (Versi a commento di opere pittoriche e ceramiche Acate,
Castello del Principe Biscari – Giugno 2002)

Ha partecipato, come
protagonista, nel film amatoriale in dialetto Siciliano “I quattru
tummin’a terra”. (Luglio-Settembre 2002).

E’ presente nel
web, oltre che con il suo sito personale
web.tiscali.it/pippodinoto
,
in vari siti, fra i quali “Net Editor.net”, 
“Akkuaria.com”, “Son.it”. 


 

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l’angolo della filosofia

recensione di Federico Guastella del libro di Diego Fusaro “Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario

 


 

Karl Marx
(1818 – 1883)

 

 

 

 

 


 


 
Liberiamo
Marx dai silenzi!


di Federico Guastella 

Leggendo il titolo del libro di Diego Fusaro
“Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario”
(Milano,
Bompiani 2009), almeno una domanda è inevitabile che sorga: quale senso dare
alla riproposizione di Marx, ove si considerino le ideologie e le politiche
nefaste che hanno distinto la storia del Novecento? In altri termini,
nell’attuale contesto societario, per moltissimi aspetti diverso da quello
dell’Ottocento, cosa ancora può dirci Marx? E’ in fondo questo il medesimo
interrogativo del nostro giovane studioso al quale egli così risponde alla
fine del suo accurato itinerario di ricerca: Marx può ancora dare voce
alla sensazione diffusissima che il nostro mondo (sempre più presentato come
intrascendibile, in una inquietante desertificazione dell’avvenire), dopo
tutto, qualcosa continua a mancare.
Come è stato scritto, “quelli di
Marx restano gli strumenti più acuti per criticare la società esistente e le
sue contraddizioni: fin tanto che ci saranno sfruttamento e schiavitù, lo
spettro di Marx continuerà ad agitarsi per il mondo
(p. 309). Fusaro,
servendosi del romanzo di Juan Goytisolo Karl Marx show, facilita
così al lettore il compito di decifrare le storture e le forme precarie
della società in cui oggi si vive: quello di “immaginare un Marx redivivo
che assiste impotente alle disavventure del presente – dallo sbarco di
clandestini sulle coste pugliesi al lavoro schiavile dei bambini – vedendo
il suo “sogno di una cosa” mandato in frantumi dalla storia e dalle sue
“dure repliche (p.19)”. Le condizioni di alienazione che l’avevano
ossessionato permangono, e forse se ne sta perdendo la piena consapevolezza:
“il capitale si fa sempre più invisibile e impalpabile anche nella vita di
ciascun individuo”.


Certamente il capitalismo non è stato soltanto un
male; ha segnato, anzi, un reale progresso rispetto allo stato feudale,
universalizzando la produzione e il mercato. In questo senso – commenta il
nostro studioso – ha posto le basi per un’effettiva civilizzazione
dell’umanità, creando possibilità di sviluppi ulteriori (p.289). A Fusaro,
comunque, non passano inosservate né le contraddizioni in atto del sistema
né i tanti problemi nel quadro delle società comunisticamente strutturate.
Anche il fallimento delle profezie di Marx è preso da lui in esame, ma egli
puntualizza che restano valide e attualissime le sue denunce radicali del
“sistema”.

Ripercorrendo ora il corpo sostanzioso della sua
imponente ricerca, possiamo dire che il discorso sul feticismo delle merci
(pp. 262-277) è senza dubbio uno degli assi portanti dell’attualità marxiana
in cui si colloca la contrapposizione delle classi sociali. Interessante
appare anche la definizione data da Fusaro al concetto di “classe”, in
considerazione che il pensatore di Treviri non tenta neanche una volta di
definirlo. Ricavandola dagli scritti marxiani, egli così la espone: “…, un
gruppo di individui che sono portatori di interessi socio-economici comuni e
che sono potenzialmente in grado di acquistare coscienza di sé quali membri
di una classe”. Una classe, dunque, contrapposta all’altra è la molla del
movimento storico, assunto nella concezione “materialistica della storia”
che consente di descrivere le leggi dell’economia: quelle leggi specifiche,
che oltre a determinare in un certo senso la volontà, la coscienza, le
intenzioni degli uomini, regolano la nascita, a partire dall’accumulazione
primitiva (dalla differenza sessuale alla società schiavistica prima e a
quella feudale dopo), l’esistenza, lo sviluppo e l’estinzione di un dato
organismo sociale, sostituito poi da un altro di livello superiore
(pp.107-153). A questo punto s’inquadra l’analisi particolareggiata sulla
teoria del valore (pp. 227-261) che pone in rilievo come il plusvalore
(“tempo di lavoro non pagato”) rende possibile la valorizzazione del
“capitale per il capitalista”.


Diego Fusaro


Marx, partendo dalle sue analisi economicistiche
nell’ambito della “rottura epistemologica” attinente al rovesciamento della
dialettica hegeliana (in Hegel il pensiero è il demiurgo del reale; per il
pensatore di Treviri il cominciamento è dato dall’elemento materiale in cui
si realizza la sintesi di teoria e prassi), non giunge poi alla
configurazione di caratteri ben precisi relativi alla società comunista.
Fusaro scrive che egli si limita, evitando di cadere nell’idea di un
livellamento come conseguenza di una malintesa distribuzione dei beni, a tre
affermazioni facenti leva, in sintesi, sul controllo della produzione, sullo
sviluppo delle individualità e dell’uomo onnilaterale, nonché
sull’estinzione dello Stato. Il suo commento, che scaturisce da una puntuale
documentazione, è abbastanza chiaro: “Con il comunismo lo Stato verrebbe
“tolto” in quanto strumento di oppressione di classe e “realizzato in quanto
strumento finalizzato alla realizzazione di scopi effettivamente
universali”.

Dunque: un pensiero, incompiuto e aperto, quello di
Marx. Chi ha pensato, o chi pensa, di dedurne una società già confezionata
non l’ha capito. Mi sembra questo il punto fondamentale della rilettura
delle opere di Marx fatta da Fusaro. Lettura autentica, la sua, liberata da
tutti i diversi silenzi e dal disprezzo profondo degli umani diritti che si
è attuato, utilizzandone le idee nel peggiore dei modi possibili. Lettura,
altresì, ancorata a visione della storia in chiave teleologica,
futurocentrica, pervasa di speranza messianica, tipica del “regno della
libertà”. In tale prospettiva (non falsificabile secondo la diagnosi di
Popper, in quanto irriducibile a teoria scientifica), rispetto alla visione
di Althusser, “problematica e aporetica”, a Fusaro appare più aderente alla
realtà storica il pensiero di Ernst Block. Per il filosofo di Tubinga, la
vera anima del pensiero di Marx, dalla gioventù alla maturità, è infatti la
speranza, “mediata da ciò che è realmente possibile” e intesa come
proiezione nell’ulteriorità, come aspetto essenziale del “non ancora”. Per
il filosofo di Tubinga – scrive Fusaro –  essa sta in stretto rapporto “tra
lo spirito dell’utopia sociale rivoluzionaria cristiana e il pensiero
messianico – utopico di Marx (p.292), in quanto l’uomo, potremmo dire, è una
realtà molto complessa di cui la religione non è alienazione.

In sostanza, vuole dire Fusaro che Marx va riletto
e compreso allo scopo di rifluidificarlo senza il marxismo. Ciò è
importantissimo, anche se la rivisitazione che se ne deve fare sembra
ostacolata da molteplici fattori. Il determinismo “crisi” – crollo” del
capitalismo, rivelandosi utopistico, non si è realizzato e lo stesso nome di
Marx è rimasto collegato con le pesanti e drammatiche eredità delle società
comuniste. Il suo spettro inoltre viene falsamente evocato per impaurire,
mentre non mancano posizioni di retroguardia tali da rallentare la
costruzione di percorsi unitari. E si ha pure l’impressione di inibizioni
culturali per un serio approfondimento come se si volessero occultare le
colpe storiche. Sul piano effettuale la transizione, è noto, è avvenuta “dal
capitalismo ad un altro capitalismo” con l’esito di staccare l’economia
finanziaria da quella reale, mentre la stessa classe operaia si è rivelata
“uno dei gruppi sociali più facilmente integrabili tramite il consumismo e
il feticismo delle merci (p. 312)”.

Nell’ambito di questo processo di destrutturazione,
c’è ancora spazio di operatività per  quell’idea antropologica che punta al
“soggetto” al fine di liberarlo da ogni sorta di alienazione economica ed
interiore? La rigorosa ricostruzione di Fusaro, fatta in autonomia, con
profonda attenzione all’ermeneutica e senza lenti riduttive, a questo punto
termina con l’ultimo capitolo intitolato “Le avventure del materialismo
storico: Marx nel Novecento”.

L’indagine culturale, potremmo dire, cede il passo
alla politica, auspicando che possa farsi centro di elaborazione progettuale
con strategie di alleanze aperte.       


Federico Guastella

Maggio 2010

 


 

 
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Shanti Magazine Ottobre 2004


sito web:

www.centroyogashanti.org

“Nel
silenzio c’è libertà.

     
Nell’innocenza
c’è amore.

           
Nell’umiltà
c’è intelligenza.

                          
 
Vimala Thakar

 


YOGA:
LA VIA DELL’UNIONE

                                              
di
Pina Bizzarro

 

    
Da martedì 5 ottobre riprendono regolarmente le lezioni
a Ragusa e ritengo utile mettere in evidenza i punti focali che quest’anno
intendo curare. Tutti sappiamo l’importanza di decodificare il linguaggio
corporeo grazie all’ascolto consapevole delle sensazioni, per cui il primo
punto è quello che riguarda asana
e rilassamento.
Il secondo punto è certamente l’attenzione al
respiro. Il respiro come scambio cosmico, che rende possibile l’unione tra
l’interno e l’esterno del nostro corpo; il respiro che trascende i limiti
fisici. Padroneggiare il respiro per arrivare alla pratica di Pranayama, quelle tecniche
che consentono di controllare e aumentare l’energia, il
prana.
Da quest’anno, inoltre, con gli allievi che già mi seguono da
tre anni intendo dare più spazio alla meditazione finale; meditare su alcuni
passi delle Sacre Scritture e sperimentare il silenzio per invitare la mente a
trovare uno spazio di quiete. Ricordiamoci che secondo la definizione di Patanjali
lo Yoga è la cessazione delle fluttuazioni
mentali (yoga citta vrtti nirodha)
. E’ previsto anche un lavoro sui chakra
con l’utilizzo di musiche e bija mantra specifici, secondo lo schema
proposto da Gabriella Cella. Inoltre quest’anno cominceremo ad approfondire
i principi di Yama e Nyama che sono alla base del cammino yogico .

    
Yoga vuol dire riunire,
aggiogare.
Riunire cosa? Abbiamo già detto in un numero precedente di Shanti magazine che secondo l’interpretazione di Patanjali si
intende riunire tutte le energie per indirizzare la mente su un unico punto.
Sappiamo che ordinariamente la mente è dispersa in mille pensieri che
difficilmente consentono un certo grado di concentrazione. Per dominare la
mente occorre perciò molta energia e molta pratica. Oltre alla definizione di
Patanjali ci sono altre definizioni sul significato della parola Yoga. Secondo
alcuni testi teisti l’unione riguarda lo Spirito individuale con quello
Universale. Altri prendono in esame il tema della polarità. Quando un Essere
umano dice io, si isola da tutto ciò
che è al di fuori, tutto ciò quindi che è non-io.
Il nostro io ci lega inevitabilmente
al mondo degli opposti, che non si manifesta solo nel io-tu, ma anche in ciò che è esterno, in uomo e donna, buono
cattivo, giusto sbagliato, ecc. Il simbolo che la nostra associazione ha
utilizzato rappresenta chiaramente la dualità e la complementarietà degli
opposti. La nostra mente non fa altro che dividere costantemente la realtà in
unità sempre più piccole (analisi). Dietro la polarità sta l’unità,
quell’uno che tutto abbraccia e in cui riposano gli opposti non ancora
separati. Nel simbolo vediamo che questa unità è rappresentata dal cerchio
esterno che comprende i due opposti. In cerchio simboleggia l’infinito,
qualcosa senza inizio né fine. Simboleggia l’universo che per definizione
comprende tutto, per cui non può esistere nulla al di fuori di questa unità.
L’unità/universo è eterna pace, è puro Essere. Nelle Upanisad
questa realtà suprema è indicata sia con espressioni di tipo apofatico (neti
neti: né questo né quello),
sia con i termini di SAT-CIT-ANANDA. SAT 
(participio presente della radice as,
“essere”) è “Ciò
che è”, il reale.
Con  Sat
si indica perciò la Realtà unica che soggiace alla molteplicità dei
nomi e delle forme che costituiscono l’universo, così come l’argilla è
l’unica sostanza di cui sono fatti i vasi e gli utensili differenti fra loro
solo per forme e dimensioni (Chandogya-upanisad
VI, 1).
Il Sat è ciò da cui
tutti gli Esseri traggono la loro origine, ciò in cui sussistono e a cui alla
fine ritornano come i fiumi che si gettano in un solo oceano. CIT è l’atman, il Sé,
la “Coscienza” irriflessa che è
lume per sé risplendente, la “luce
delle luci” (Mundaka-upanisad II, 3,9).
Non è un dato
dell’esperienza, né un oggetto di conoscenza, poiché il
è ciò che rende possibile ogni conoscenza (il Sé quindi non deve mai essere
confuso con l’io frutto della
divisione duale). Il è il “testimone interiore” che “dimora
nella caverna del cuore”
, trascende ogni dualità, immutabile attraverso
il continuo mutare dei contenuti dell’esperienza e permanente al di là
della radicale impermanenza del mondo oggettuale (Bhagavad-
gita XIII).

    
ANANDA  è la beatitudine
che sta alla base di tutte le gioie e i piaceri dell’esistenza. I
piaceri infatti che possiamo sperimentare ordinariamente non sono che infime
particelle dell’Ananda supremo. A
differenza dei piaceri limitati e transitori Ananda
è eterno e infinito. Il nome derivante dalla composizione di Sat, Cit e Ananda (Saccidananda)
è uno dei più usati per riferirsi alla Realtà suprema anche nell’induismo
contemporaneo.

    
L’obiettivo dello Yoga è la
liberazione dalla sofferenza
. Il cammino è lungo, ma già nei primi stadi
possiamo verificare piccoli segnali che ci fanno intravedere la meta finale.
Nella mia brevissima esperienza di insegnamento ho potuto verificare come una
Signora che frequenta da due anni i miei corsi è riuscita a superare un
problema di insonnia che in precedenza era stato affrontato con terapia
farmacologia. Un altro Signore è riuscito ad avere più controllo nella sua
alimentazione e perciò ha smaltito alcuni chili di troppo. Un’altra persona
che aveva l’abitudine di assumere qualche bevanda alcolica, dopo alcuni mesi
di pratica yogica, si rifiuta di bere tutto ciò che contiene alcol, poiché
grazie all’ascolto del proprio corpo ha capito da sé la nocività di questa
sostanza. Certo, tutto questo è ben lontano dal Samadhi
(o il Nirvana buddista)
ma rappresenta un buon incoraggiamento per
procedere con fiducia in questo antico sentiero.

Om
shanti

 Pina
Bizzarro

 

 

L’ASANA

    
asana è collegata a tutte le
membra (asthanga) dello Yoga. In un
numero precedente avevamo già elencato queste 8 parti dello Yoga ma è utile
ripeterle anche per chi ci legge per la prima volta. Esse sono: Yama,
Nyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana e Samadhi (astinenze,
osservanze, posizioni, controllo dell’energia vitale, dominio e superamento
degli organi di senso, concentrazione, meditazione,supercoscienza cosmica)
Queste
otto membra possono considerarsi sia come gradini, l’uno propedeutico
all’altro, e sia come parti intimamente intrecciate. L’asana
è parte delle pratiche dello stile di vita degli Yama e Nyama, poiché è un mezzo di auto-studio e auto-disciplina. L’asana
è una forma di pranayama perché
attraverso la giusta postura possiamo controllare il nostro prana (energia).
asana è una forma di dharana
perché attraverso essa possiamo concentrare le nostre energie. Infine l’asana
è una forma di meditazione perché la sua pratica corretta richiede che
manteniamo la nostra mente in uno stato di chiarezza e riflessione.

    
Le asana sono ovviamente utili in se
stesse per promuovere la salute e la vitalità e sono complementari nel
trattamento di molte malattie. Le asana alleviano lo stress e la tensione e calmano i nervi (ormai
sono diventati problemi comuni nelle nostre vite frenetiche).

    
Sono una parte importante in uno stile di vita salutare e hanno
un effetto sia sul piano fisico che psicologico.

 Per
questo motivo, le persone che non sono interessate alla dimensione spirituale
dello Yoga, possono comunque trarre
beneficio dalla pratica delle asana.

 p.b.


A


OGNUNO
IL SUO YOGA



di
Pina Bizzarr
o



Oggigiorno
la maggior parte di noi ha un’idea dello Yoga.
Lo Yoga è diventato una parte evidente della nostra variegata cultura,
tanto che tutti noi lo abbiamo incontrato in una forma o nell’altra. Yoga
come esercizio popolare di tendenza, Yoga
come terapia medica alternativa, Yoga come profondo cammino spirituale
alterano la nostra visione dello Yoga.
Per porre lo Yoga nella giusta
prospettiva cerchiamo di porci daccapo di fronte ad esso, in particolare
prendendo in considerazione il bisogno di applicarlo su base individuale.

    
Yoga,
abbiamo detto che è un termine sanscrito che significa “unire,
coordinare”. Si riferisce alla giusta interazione di corpo, mente e spirito
per dischiudere il nostro potenziale più elevato. Lo Yoga
prende le nostre capacità ordinarie e le estende in maniera esponenziale
aiutandoci a sviluppare una consapevolezza che va oltre i nostri limiti
personali. Lo Yoga usa il fondamento
corpo, le sue energie e la sua naturale intelligenza, per raggiungere la
sommità dello Spirito. E’ parte della millenaria ricerca umana per la
salute, la felicità e l’illuminazione che si rivolge all’essere umano
nella sua interezza. Perciò, non c’è da meravigliarsi che lo Yoga
stia acquisendo riconoscimento mondiale man mano che entriamo nell’età
planetaria della consapevolezza e dell’unità. Classi di Yoga
sono oggi  disponibili in ogni
città. Lo Yoga non è più qualcosa
di nuovo  o di straniero riservato
ad una elite di persone, com’era soltanto qualche anno fa. Nei media vediamo
sempre più immagini di persone che siedono in meditazione o mentre eseguono
qualche posizione. Termini prettamente yogici
come mantra, guru, shakti sono
usati nei giornali e nelle riviste.

    
Tuttavia lo Yoga è molto più che
un grande sistema di esercizi. Lo Yoga ha uno straordinario potenziale guaritore sia per il corpo che
per la mente. Lo Yoga si rivolge non
solo agli squilibri strutturali nel corpo, come problemi osteo-articolari, ma
anche disfunzioni organiche, inclusi disordini ormonali e del sistema
immunitario. Inoltre, in modo particolare attraverso i vari approcci
meditativi, lo Yoga aiuta a
risolvere alcuni problemi del sistema nervoso come tensioni emotive e alcune
difficoltà psicologiche come quelle derivate dallo stress.

    
Proprio per i suoi effetti curativi, lo Yoga
è strettamente legato all’Ayurveda, “la scienza della vita”. Yoga
e Ayurveda
sono scienze sorelle cresciute nell’antica India dalla stessa
radice. Entrambe riflettono un approccio dharmico
alla vita, una ricerca per  mantenere
tutti gli Esseri in armonia con le leggi benefiche dell’universo. Nello Yoga
le caratteristiche degli allievi sono di primaria importanza. Le pratiche non
vengono date meccanicamente “in massa”, ma adattate su base individuale.
Comprendere la nostra costituzione individuale, sia fisica che psicologica è
essenziale per curare noi stessi. Stiamo man mano riconoscendo che ogni
individuo è unico. Il cibo che è buono per una persona, anche se salutare,
può non essere buono per un altro. Anche le erbe e l’esercizio richiedono
un orientamento individualizzato e non possono funzionare allo stesso modo per
tutti i tipi corporei. Persino la meditazione, per essere veramente efficace,
richiede alcuni adattamenti individuali. Abbiamo capacità e potenzialità
fisiche, mentali e spirituali differenti che richiedono un orientamento
personale e appropriato per svilupparsi. Lo Yoga
e
l’Ayurveda contemplano le nostre tipologie mente-corpo in accordo
alle energie e agli elementi che predominano in noi –i tre dosha di Vata,
Pitta e Kapha
e i tre guna (qualità mentali) di Sattva,
Rajas e Tamas
. Nei prossimi numeri di queste pagine analizzeremo sia i
dosha che i guna.

Per
una salute ottimale abbiamo bisogno di una diagnosi individuale e di un piano
di trattamento individualizzati e di uno stile di vita che racchiude tutti gli
aspetti del nostro comportamento.

    
Per la diagnosi possiamo affidarci al Dott. Lisciani che
attraverso la lettura del polso individua con estrema

precisione
lo squilibrio energetico.

    
Su questa base possiamo elaborare una pratica di Yoga individuale.   

    
In questi giorni sto lavorando alla mia tesi dal titolo “Asana e Pranayama tenendo conto delle tipologie costituzionali descritte
nella medicina Ayurvedica”.

Pina
Bizzarro

COMUNICAZIONE
NATURALE, COMUNICAZIONE D’AMORE

 

di
Pina Bizzarro


Sissi

“Desidero
condividere con Voi quanto mi  è
accaduto nello scorso mese di luglio, poiché penso che da questi
eventi, tutti noi possiamo trarre un grande insegnamento.

Mi
vengono in mente le parole di André VanLysebeth che precedono il suo
ultimo racconto “L’isola innamorata”. Lui dice:“se non avete
ancora un cuore di bambino o un animo di poeta, che forse è la stessa
cosa,  lasciate perdere
queste pagine, andate oltre”

Perciò
invito tutte quelle persone che si ritengono scientificamente colte,
razionali, scettiche a dedicare ad altro il tempo che impiegherebbero a
leggere queste righe. Chi ha già le certezze in tasca non ha bisogno di
ascoltarmi!

 


    
La prima settimana di luglio sono stata a Piacenza, da Gabriella Cella per il
corso su “Yoga e Ayurveda. Quando sono ritornata a casa mi sono accorta che
mancava uno dei miei 3 gatti; per la precisione mancava Sissi, una gatta
persiana che vive con me da 7 anni. Pare 
che la  badante 
di  mia mamma ha 
lasciato aperta  la  porta 
d’ingresso  per 
qualche
minuto e Sissi forse infastidita dalla presenza di questa
estranea in casa o forse spinta dalla sua naturale predisposizione a curiosare,o
forse per dare una lezione a me, è uscita e si è allontanata. Ho subito fatto
dei manifesti che sono stati collocati praticamente in tutta Ragusa. Una mia
amica mi ha aiutata nelle ricerche; più di una volta ha cercato Sissi fino alle
2 di notte per riprendere alle 6 della mattina. I giorni passavano, ricevevo
qualche segnalazione, ma di Sissi nessuna traccia. Dopo 3 settimane le speranze
cominciavano ad affievolirsi. 

    
Alcuni mesi prima avevo avuto modo di vedere la
registrazione di un convegno “Segni e
messaggi dell’anima”,
che si era svolto a Milano, organizzato dalla
Libreria Ecumenica Esoterica di Timmy Falcone. Ho ascoltato con molto interesse
l’intervento dei vari relatori ma una Signora mi ha particolarmente colpito.
All’inizio non avevo capito bene di cosa stesse parlando. Diceva di un libro,
all’epoca non ancora pubblicato, che raccoglieva delle storie di comunicazione
con gli animali. Il suo nome è Ida Caruggi 
e prima di leggere una delle storie del suo libro premetteva che quando
lei comunica con gli animali o con le piante non usa il linguaggio concettuale
parlato o scritto tipico di noi esseri umani. Precisava che gli esseri di natura
non parlano con parole ma utilizzano altre forme di linguaggio come ad esempio
quello “emozionale” o attraverso
delle “immagini.” Diceva: “se
potessi suonerei qualche strumento, ma non sono capace.”
Perciò tutte le
volte che veniva detto: “…il cane dice, …l’albero dice” doveva esser
chiaro che era un modo metaforico di esprimere la comunicazione con questi
esseri per rendere più scorrevole il racconto di queste esperienze. Poi
cominciava a leggere la storia di Ben, un rottweiler con gravi problemi di
salute, e Agostino, la persona che si prende cura di lui. Ho seguito con grande
curiosità questo racconto e ad un certo punto non sono riuscita a trattenere le
lacrime.

    
Ritorniamo a Sissi e a quel fine luglio. Mentre cercavamo
Sissi per mari e per monti mi viene in mente Ida Caruggi e il suo meraviglioso
dono di entrare in contatto con gli animali. Su internet trovo il suo sito (www.comunicazionenaturale.it)
e le mando una e-mail nella quale Le chiedevo se poteva aiutarmi a ritrovare la
gatta. Dopo qualche giorno risponde dicendo che ritrovare gli animali smarriti
non è semplicissimo, ma comunque vale la pena di tentare; mi da il numero del
suo cellulare. La chiamo subito dopo aver chiuso il mio negozio, intorno alle 22
del 26 luglio. Sento una voce gentile, comprende la mia angoscia e mi rassicura
dicendomi che di sicuro non è morta (sentiva chiaramente che stavamo parlando
di  un animale in vita); anzi mi
suggeriva di cancellare dalla mia mente tutte le immagini negative prodotte
dalle mie paure perché alla gatta sarebbero arrivati messaggi del tipo: “Per
me tu sei morta, non ti sto cercando più!”. Mi dice che gli animali sono in
contatto con l’amore universale, sono delle anime che ci accompagnano nel
nostro cammino, molte volte hanno la funzione di proteggerci, di prendersi cura
di noi. Mi racconta di un cane nel cui corpo si è incarnata l’essenza di un
Angelo. Ascolto quanto mi dice e mi si schiude un mondo meraviglioso che i sensi
ordinari ci impediscono di vedere. In precedenza avevo letto in vari libri che
la scintilla Divina dorme nel vegetale, si risveglia nel minerale, vive
nell’animale e si evolve nell’uomo per poi lasciare la dimensione materiale
e proseguire la sua evoluzioni nei regni angelici. Lei mi dice che, secondo la
sua esperienza, non è affatto così; in un certo senso non ci sono formule
matematiche, regole e schemi fissi. In fondo parliamo del mistero
cosmico
e nessuno ha certezze, o quanto meno quel tipo di certezze che
soddisfano la nostra sfera razionale.

    
Le racconto del mio speciale rapporto con Sissi, che lei
è praticamente la mia ombra. Non solo mi segue in casa ovunque, dorme sopra di
me, se leggo o studio si piazza sopra i miei libri, tanto che molte volte ho
dovuto spostarla fisicamente per girare la pagina. Nei suoi occhi, così come in
quelli di tutti gli altri animali, c’è un’innocenza che mi ha sempre
commosso. Loro, non avendo la struttura del pensiero articolata come quella
degli esseri umani, sono già uniti a quell’energia di amore che caratterizza
la vita stessa, in un certo senso loro sono già arrivati in quella che per noi
è la meta del cammino yogico. I nostri animali sono i nostri Maestri: impariamo
da loro l’amore, la semplicità, la pazienza, il perdono. Gli animali non
sanno odiare, e mi racconta che qualche tempo prima aveva stabilito un contatto
con un animale in un laboratorio di vivisezione; non c’era un solo sentimento
di rabbia o di odio in lui! La nostra conversazione telefonica si fa sempre più
interessante, lei mi da precise indicazioni sulla meditazione per fare arrivare
a Sissi tutto il mio amore e il mio desiderio di riaverla a casa. Conclude la
telefonata dicendo che da quel momento non sarei stata più sola nella mia
ricerca, che Lei avrebbe chiesto aiuto a degli “amici speciali”. L’indomani mattina faccio la mia meditazione
per Sissi, poi vado in negozio. Avevo già preparato altri manifesti da mettere
in giro. Verso le 12,50 squilla il telefono e la voce di una donna mi dice che
ha visto la gatta nello scantinato di casa sua. Mi da l’indirizzo, che è
vicino casa mia, e mi dice di suonare nel campanello dove c’è scritto
“Amore” (tutte coincidenze?). Vado in quella casa e trovo lì la mia Sissi!
Tutto questo a meno di 15 ore dalla telefonata con Ida. Nel pomeriggio la chiamo
nuovamente e Lei era certa che la gatta fosse a casa. Mi ha raccontato altri
particolari e a me piacerebbe che Lei stessa attraverso queste pagine in futuro
potesse dettagliare di più questa storia o parlare comunque della sua
esperienza. Lei mi ha chiesto di avere questo numero di “Shanti magazine”,
perciò se  ritiene adatto questo
contesto, può prendersi tutto lo spazio che vuole. Vi invito vivamente a
visitare il suo sito, anche perché ci sono delle richieste di aiuto di alberi e
animali che possono beneficiare di qualche nostra meditazione collettiva.
  Il
suo libro è stato pubblicato da Anima Edizioni e si intitola “da
cuore a cuore
”; leggetelo o
regalatelo a persone che amano gli animali, è bellissimo! Inoltre se riusciamo
a mettere insieme un po’ di persone per organizzare un seminario lei è
disponibile a venire nella nostra Ragusa. Fatemi sapere se vi interessa.”

Pina Bizzarro

 

 

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memorie dell’antica Ragusa

presentazione Quaderno n°2 Archivio Storico della Chiesa Madre di San Giorgio


 


Pubblicato il “Quaderno n. 2” della Chiesa
Madre S. Giorgio di Ragusa Ibla


di Giuseppe Nativo

[…] Et avendo parimenti
osservato l’antica Chiesa diruta dal Terremoto collaterale alla nova
Chiesa per un muro intermedio, quella videro esser stata piantata con tre
Navate, oltre sei Cappelle sfondate con Presbiterio magnifico ornato di
Statue grandi di Pietra Marmorina, quale al presente si ritrova di
materiale in somma di scudi mille dugento, e volendosi ridurre al pristino
stato come era edificata prima del Terremoto, […] almeno vi sarebbero
necessarij scudi cinquanta mila, e questo secondo il loro giudizio, e
parere, e haec sunt eorum relations cum Iuramento factae per modum ut
supra &c. unde &c. […]

[…] Datum Ragusae die 15
Martij 1717 […]


(perizia giurata, redatta da alcuni tra i più valenti maestri
“maragmatici” di Ragusa, con la quale, tra l’altro, è rimarcato come il
progetto di ripristino della vecchia chiesa di San Giorgio, “diruta” dal
sisma del 1693, non può essere evaso stante che la spesa per la sua
attuazione sarebbe ammontata a circa 50.000 scudi; fondo Archivio Storico
Chiesa Madre S. Giorgio, Ragusa – Cannezzio – A03 – Vol. 03, cc. 31 e
segg.).

    
Così recita uno dei documenti riportati nel “Quaderno n. 2” dell’Archivio
Storico della Chiesa Madre di San Giorgio in Ragusa Ibla. Tale
pubblicazione nasce con l’intento di sottolineare l’importanza
dell’archivio parrocchiale attraverso cui, ancora una volta, vengono
accesi i riflettori sulla memoria storica dell’antica Ragusa. “Questo
secondo quaderno – scrive il parroco, l’arciprete don Pietro Floridia,
nell’introduzione al volume – vuole, come già il primo dello scorso anno,
rendere noti alcuni documenti che la squadra parrocchiale ha avuto modo di
mettere in chiaro e di studiare”. Il lavoro certosino, consistente nella
catalogazione, visione e trascrizione del contenuto di vetusti carteggi,
fa parte di un’annosa ricerca cui si sono dedicati, con impegno non
comune, quattro studiosi di storia locale che hanno messo a disposizione
le loro competenze maturate sul campo per portare alla giusta attenzione
un complesso ed articolato materiale archivistico: l’ing. Giuseppe Arezzo,
la dr.ssa Clorinda Arezzo (esperta in Conservazione dei Beni Culturali),
la dr.ssa Rosalba Capodicasa ed il dott. Gaetano Veninata (autore di non
pochi saggi storici e prat. giornalista).

    
L’Archivio, come già rappresentato nell’Introduzione del “Quaderno n. 1”,
riveste non poca rilevanza avuto riguardo al fatto che la Chiesa Madre di
San Giorgio ha svolto, per oltre cinque secoli, il ruolo di sede vicariale
ricoprendo una posizione cardine dal punto di vista “amministrativo,
decisionale e comunque di guida dell’intera collettività ragusana”.
Recentemente, grazie all’impegno profuso dal citato team, l’Archivio
parrocchiale si è arricchito di altro materiale documentario, ivi
traslocato da un magazzino della chiesa, che – puntualizza don Pietro
Floridia – “si dovrà pazientemente provvedere a visionare, individuandone
l’argomento e, conseguentemente, a catalogare”. Si tratta, infatti, di un
lavoro lungo consistente anche in ricerche bibliografiche ed archivistiche
collaterali allo scopo anche di far luce su determinati aspetti
socio-economici di una collettività che ruota attorno ad una realtà
territoriale dinamica e variegata. La documentazione su cui sta lavorando
il menzionato gruppo di lavoro copre un arco temporale abbastanza esteso
che va dagli anni ’20 del XVI secolo ai primi anni del Novecento. “Non a
caso – aggiunge il parroco – l’ingegnere Arezzo, delegato della parrocchia
per l’Archivio, mi confidava recentemente che non basterà una generazione
per completare il lavoro di catalogazione e sistematica messa in chiaro su
supporto informatico dei contenuti delle carte”.

    
Il “Quaderno n. 2” (pp. 176, Ragusa, ed. 2009), che ha avuto un esito a
stampa grazie al contributo della Banca Agricola Popolare di Ragusa, è
suddiviso in quattro tematiche: “L’abate Antonino Giampiccolo, l’Insigne
Collegiata di S. Giorgio e la Famiglia Giampiccolo nella prima metà del
1700” (a cura di Giuseppe Arezzo), periodo in cui i canonici dell’insigne
Collegiata, autorizzati a portare “il rocchetto bianco e la mozzetta
paonazza con fodera di seta rossa
”, intervengono “in modo solenne
nelle funzioni della chiesa, […] godendo di preminenze e precedenze
rispetto al resto del clero cittadino…”; poi “La storia del convento di
San Francesco d’Assisi di Ragusa nel sec. XVI” (trattata da Gaetano
Veninata), attraverso il manoscritto “Liber Omnium Actorum” che
riveste non poca rilevanza in quanto al suo interno si trovano documenti
stilati a far tempo dal XVI secolo e riguardanti, tra gli altri, “donationes,
cessiones, permutationes et cambij
” in favore del convento; terza
tematica affrontata è “Il convento di San Benedetto e la nuova chiesa di
San Giuseppe” in cui Clorinda Arezzo, attraverso il ritrovamento di due
piante schizzate, cerca di approfondire le vicende che “ruotano intorno ad
un ristretto numero di personaggi” legati da un unico filo conduttore: la
“compra” della “diruta” chiesa di S. Tommaso e l’erezione
della nuova chiesa di S. Giuseppe; e, infine, “La numerazione delle anime
della Parrocchia di S. Giorgio in un quaderno del 1791” (curata da Rosalba
Capodicasa), da cui emerge uno spaccato settecentesco della collettività
ragusana contraddistinta dalla presenza di famiglie con titolo nobiliare,
di notai con reddito cospicuo e di una popolazione (1/5 della quale di età
inferiore ai dodici anni, a testimonianza che la mortalità infantile,
all’epoca elevata, è bilanciata da un cospicuo numero di nascite) in cui
una considerevole parte delle famiglie trae il proprio sostentamento da
lavori artigianali e dalla coltivazione della terra.

    
Quattro elaborati, dunque, di diverso argomento e di diversa impostazione
che contribuiscono a stuzzicare la curiosità del lettore e ad aprire “ampi
squarci di luce in un passato”, per certi versi, ancora “nebuloso”.


 Giuseppe
Nativo


 aprile 2009


 


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poesia

 


Foto tratta dalla copertina della
raccolta di poesie “Era il tempo degli aquiloni” di Salvatore Paolino,
Editrice Itinerarium,
Modica, 2007  


Salvatore Paolino, “Era il tempo degli aquiloni”

Lo scorso
12 gennaio 2008, nell’ambito del programma del Caffè Letterario “S.
Quasimodo”, è stata presentata a Modica, nei locali del Palazzo
della Cultura, la nuova raccolta di poesie del prof. Salvatore Paolino,
dal titolo “Era il tempo degli aquiloni”, ed. Itinerarium.

Dopo
l’introduzione del Presidente dell’associazione, prof. Domenico Pisana e la presentazione della prof.ssa
Lucia Trombadore, l’attore Enzo Ruta ha letto alcune liriche del poeta,
accompagnato dalle musiche del M° Sergio Carrubba.


Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’Autore, due delle
poesie della raccolta.

 



Era il tempo degli aquiloni


 


Era il tempo degli aquiloni


dei sogni colorati


delle bolle di sapone


dei giochi al chiaro di luna


nella piazzetta del Sacro Cuore,


delle pesche rubate


nell’orto del curato.


 


Era il tempo delle case fatiscenti


dei bisogni sotto gli alberi


dei fichidindia a colazione,


delle fave a mezzogiorno


e a sera pane e cipolla.


                                               


Era il tempo degli aquiloni


della gita col carretto a ferragosto


 dei falò in riva al mare,


dei “cunti” di mia nonna


nelle fredde sere d’inverno,


dei pianti silenziosi


dei sospiri di mio padre.


 


Era il tempo dell’arrivo


improvviso dei parenti,


di mia madre indaffarata


tra i fornelli,


intenta a cucinare


la miseria di quei giorni.


 


E intanto io crescevo…


 


Con le scarpe risuolate


e i calzoni alla zuava


che svestiva mio fratello,


sognando di indossare


per San Pietro


il suo vestito della festa.

 

                                          
(2006)

 

            

 

 

 


Pensiero all’imbrunire


 


Oramai sugnu arridduttu


comu na maccia ri milicuccu


a capu ri mmiennu


senza pampini e senza fruttu.


Senza ri tia mi sientu persu.


A sira prieju a Diu e mi va cuccu


e aspiettu, aspiettu, aspiettu…

 


                                                  
(2007)

 


(Ormai sono
diventato


come l’albero
del bagolaro


all’inizio
dell’inverno


senza foglie
e senza frutto.


Senza di te
sono perduto.


La sera prego
Dio e vado a letto


e aspetto,
aspetto, aspetto…)

 

 

     

 

 


 

 


Siamo lieti di offrire
ai nostri lettori due

poesie del prof. Salvatore
Paolino, tratte

dalla raccolta “Lacrime e fiabe”
(1975), di

cui la 2^ ristampa è stata pubblicata dalla

casa editrice Itinerarium di Modica.



                    

               

 

       
La mia vita

 

La mia vita: una fiaba

che iniziava a sera

e durava tutta la notte.

Sogni infantili d’un uomo

ancora bambino

che cercava nel sogno

una mano che l’accarezzasse.

E col guanciale bagnato

stretto al mio cuore fanciullo,

l’alba invariabilmente mi coglieva

spietata.

                                                       
(1963)

 

 



                     

        
       

       Dietro
il casolare

 

Dietro il casolare

ci andavamo tutti i giorni a sognare.

Al tramonto lasciavamo i campi
frettolosi.

Cenavamo insieme agli altri.

C’era poco, del pane e formaggio

e un fiasco di vino, ma c’era tanta
allegria.

Più tardi ci allontanavamo furtivi

per incontrarci dietro il casolare.

Erano gli anni del nostro amore,
Maria.

Ricordo ‘gna Rosa quando ci spiava
dal muro

mentre ci baciavamo e ci tirava le
sassate

e noi fuggivamo felici ridendo per i
campi.

 

Ora sono tornato dopo tanto tempo.

La casa non c’è più, ‘gna Rosa è
morta.

E’ rimasto solo l’ulivo  quasi
stecchito.

Che pena! Ma c’è ancora quel cuore

sulla corteccia coi nostri nomi,
Maria.

Chissà dove vivi ora, con chi sei.

Se ti ricordi ancora di me,

di quel giovane bruno che giuravi

d’amare per sempre, se ricordi il suo
volto

e le sue mani quando t’accarezzavano.

Ma ovunque tu sia

resterai nel suo cuore per sempre.

                                                                                            
(1968)

 

                                    

 

 

 


 



Salvatore Paolino è nato nel 1939 a Modica, dove tuttora vive ed opera.
Docente di discipline giuridiche ed economiche dal 1963 al 1985, è stato
successivamente Preside in Istituti Superiori, fino a concludere la sua
carriera, nel 2004, quale Dirigente Scolastico del Liceo Classico ed
Artistico “Tommaso Campailla” di Modica.


Oltre a “Lacrime e fiabe”, ha pubblicato le raccolte di poesie “Nei coni
d’ombra” (1973), “Prima che il giorno muoia” (1980), “Canti di Monserrato”
(1998) e “Era il tempo degli aquiloni” (2007).
          

(p.p.)


 

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Giù la maschera!

PSICOLOGIA: la Psicosintesi

 

La psicosintesi di
Roberto Assagioli, una delle correnti più interessanti della psicologia
moderna, ci può aiutare a spogliarci da ruoli stereotipati e spesso superati
dalle nostre stesse esperienze. In questo articolo, presentiamo una semplice
introduzione ad alcuni dei principi basilari di tale teoria.

 


F. Errera, “La
maschera e il volto”
 
tratto
da
www.dfn.it/arte/
efc/veron3.htm

Liberarsi
dai ruoli attraverso la disidentificazione:
il percorso psicosintetico nella teoria di Roberto Assagioli

 


 

Giù
la maschera!

                               
 di Pippo Palazzolo

 

 





 


Ogni
mattina, quasi senza accorgercene, indossiamo la nostra “maschera” e
usciamo. Abitudini, lavoro quotidiano, ruoli da svolgere, aspettative
degli altri, autoconvinzioni, ci portano gradualmente a consolidare, sul
nucleo centrale del nostro Io cosciente, un aggregato psichico, che per
comodità possiamo chiamare “Ego”, che ragiona e pensa a se stesso
pensante, un centro di consapevolezza.

Ma
noi, come ci percepiamo? Dipende da come si è
sviluppata la nostra consapevolezza, da quanto si è allargata la sfera
del nostro “Io” conscio rispetto all’inconscio
che lo avvolge. Può essere utile aver presente lo schema della
nostra psiche, ideato da Roberto Assagioli.

Possiamo
raffigurare la nostra psiche come un ovoide, al cui centro
luminoso si trova la sfera della coscienza. Nella parte bassa
c’è il sub-conscio, sede delle funzioni più elementari della
psiche: rimozioni, istinti, impulsi. Nella parte alta troviamo
l’inconscio superiore, sede delle funzioni più elevate:
l’intuito, il pensiero, l’immaginazione. Ogni “Io”, o
“Sé”, è collegato con un “Sé” superiore, la parte
spirituale che si incarna in un corpo, ma che rimane legato al
“Sé transpersonale” (o “Logos”, “Tutto”,
“Assoluto”, o comunque si voglia definire l’entità
trascendente  che
tutto muove e permea).

 

L’ovoide
della psiche, di Roberto Assogioli


Ma
torniamo al nostro “Io”, così piccolo ma così esigente, a volte
arrogante! E’ il nostro strumento, ciò che ci permette di conoscere,
sperimentare la vita e relazionarci con l’esterno. Come tutti gli
strumenti, di per sé è neutrale, ma può essere un aiuto o un ostacolo
alla nostra crescita. Nel corso della crescita, la nostra personalità
si forma, si evolve, si modifica, a seconda delle circostanze familiare,
delle esperienze, della cultura acquisita.


In
ogni stadio della nostra vita, noi adottiamo delle strategie di
“sopravvivenza” che, specie da bambini, sono per lo più inconsce.
Pensiamo ai bambini “seduttivi”, che ottengono tutto con la dolcezza
e, all’opposto, ai bambini “terribili”, che ottengono lo stesso
tutto, ma perché strillano e rompono. E, più avanti, lo studente
“modello” e il “bullo”, la ragazza “che ci sta” e la
“virtuosa”, il “buon padre di famiglia” e lo “scioperato”
antisociale, e così via.


 

Quei
comportamenti che noi abbiamo adottato in determinate circostanze, e che
allora ci servivano, con il tempo diventano abitudini, riflessi
condizionati, abiti  che
ci sembrano una seconda pelle. Per questo motivo, noi accumuliamo un
certo numero di modelli o maschere comportamentali, che
nella psicosintesi vengono chiamate 
“sub-personalità”.



come se, all’interno della nostra psiche, ci fosse un piccolo teatro
con tanti attori con ruoli diversi. Uno di loro sarà il primo attore,
la nostra “maschera” consapevole, l’identità che accettiamo, le
altre saranno in secondo piano, ma pur sempre vive e desiderose di
attirare l’attenzione. Fino a quando non le “scioglieremo”,
riconoscendole e superandole in una “sintesi” più alta, le
sub-personalità toglieranno energia ai nostri programmi consapevoli:
dobbiamo dare spazio a tutti, perché diversamente nel nostro inconscio
una parte (o più) di noi cercherà di andare per conto suo, anche in
contrasto con i nostri progetti.

 

Il
primo passo da fare, per liberare le nostre energie e uscire dalle
spinte contraddittorie delle sub-personalità, è riconoscere le nostre
sub-personalità, capire come si sono formate e se sono ormai superate.
A quel punto, potremo cominciare a lavorare per trasformarle, attraverso
un lavoro di integrazione, che porterà ad una “sintesi”, alla
nascita di una personalità armoniosa e arricchita di nuove componenti.

Sciolte
le sub-personalità, diventa importante riaggregare le energie psichiche
così liberate in un “modello ideale”, ciò che noi siamo veramente,
anche se forse lo abbiamo dimenticato!

Quando
nasciamo, tutti noi abbiamo un progetto da realizzare, ma con il passare
del tempo a volte lo dimentichiamo. Per fortuna è possibile
recuperarlo, ci sono varie tecniche che ci possono riportare sulla
“retta via”, quella di una piena realizzazione in questa vita… ma
questo è un altro discorso!


 

Pippo Palazzolo

     
giugno 2005


    


Roberto Assagioli

Consigliamo a
quanti volessero approfondire la conoscenza della Psicosintesi,  di
visitare il sito ufficiale dell’Istituto di Psicosintesi,
www.psicosintesi.it,
che contiene ampie informazioni sia sulla vita di Roberto Assagioli che
sulle sue teorie, nonché sulle numerose attività organizzate in tutta
Italia.

Il Centro di Psicosintesi più vicino a
Ragusa è quello di Catania, molto attivo:
www.psicosintesict.it
.

 


              

                                        
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Solidarietà al popolo tibetano


 

 

 

La redazione
de “Le Ali di Ermes” invita i lettori ad un gesto di
solidarietà con il popolo tibetano. 

Per
farlo, basta seguire i suggerimenti dell’associazione ASIA, che in
questi ultimi anni ha raggiunto importanti risultati in Tibet, India,
Nepal e Sri Lanka grazie all’importante contributo dei suoi sostenitori.

                                   
Aiutala anche tu!

 

 

Ricordiamo a tutti che ogni
donazione ad ASIA è fiscalmente deducibile. Per saperne di più
clicca
qui
.

 


 



Lhasa, 14.3.2008 (tratta dal sito

http://www.italiatibet.org/
)



 

 


Free Tibet

 

 

La Redazione de “Le Ali di Ermes”
condanna fermamente l’oppressione del popolo tibetano e invita tutti i
suoi lettori a esprimere una protesta nei confronti del governo cinese,
che ancora oggi prosegue una politica che da 58 anni è volta alla
distruzione sistematica dell’antica civiltà tibetana e dell’identità del
suo popolo.
         
                                                   
(p.p.)

Segnaliamo, fra i diversi
siti che consentono di inviare un appello in favore dei diritti umani del
popolo tibetano, quello di Amnesty International, Sezione Italiana,

http://www.amnesty.it/appelli/azioni_urgenti/Tibet?page=azioni_urgenti

e il blog di Beppe Grillo,

http://www2.beppegrillo.it/iniziative/free_tibet.php
.
Inoltre, per approfondire il tema, consigliamo i seguenti siti:

http://www.italiatibet.org/
,

www.comunitatibetana.org
,


http://www.savetibet.org/campaigns/index.php
(in
inglese),


http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_Tibet

e



http://www.casadeltibet.it/files/Storia_del_Tibet.pdf
.


 


 Focus 

di Cosimo Alberto Russo



         La rivolta di questi
giorni a Lhasa e nelle altre province tibetane ha riportato all’attenzione
distratta del pubblico occidentale la questione tibetana. Probabilmente
senza l’avvicinarsi dei giochi olimpici (che avranno luogo in Cina) non si
avrebbe avuta né la rivolta dei tibetani, né il risalto che essa  ha sui
mass media. Purtroppo molte inesattezze sono state scritte e dette sulla
situazione in Tibet e sulla sua storia recente. Si legge da molte parti
che l’attuale ribellione è dovuta al desiderio di indipendenza del popolo
tibetano, ma non si dice che il Tibet ERA uno stato indipendente che è
stato occupato militarmente dalla Repubblica popolare cinese nel 1950. La
realtà quindi è data da un movimento di resistenza contro un paese
occupante, movimento di popolo mai sopito dal giorno dell’invasione. Non
si ricordano neanche le stragi compiute dai cinesi nel 1959 e in seguito
con la cosiddetta “rivoluzione culturale” (1966 – 68). In pratica si stima
che 1/6 della popolazione del Tibet sia stato ucciso dai cinesi dal 1950
ad oggi (circa un milione duecentomila persone).



         Oggi vivono in esilio,
dispersi in varie parti del mondo ma in gran parte in India, circa 130.000
tibetani. Le condizioni di vita della residua popolazione autoctona delle
province tibetane sotto dominio cinese sono molto dure; vi è stato un
forte flusso migratorio cinese che oggi rappresentano la maggioranza degli
abitanti del Tibet, la cultura e la religione tibetana sono perseguitate e
ridotte alla semiclandestinità. I monasteri sono stati in gran parte
distrutti, i pochi ricostruiti faticano a trovare maestri per una quantità
di giovani oramai in gran parte dimentichi delle loro origini culturali.
Ecco perché il Dalai Lama parla di genocidio culturale.

A tutto ciò va aggiunto il degrado ambientale
portato dai cinesi, con una deforestazione selvaggia (non tutto il Tibet è
un altopiano desolato), attività minerarie (anche nei luoghi sacri per i
tibetani) e la creazione di siti di stoccaggio di scorie atomiche.

Purtroppo la Repubblica popolare cinese è oggi
una potenza economica di cui il mondo occidentale non può fare a meno;
ecco spiegate le quasi inesistenti iniziative dei governi occidentali a
difesa del popolo tibetano. Non fa piacere scriverlo, ma ha ragione il
Dalai Lama nel sentire lo sconforto per qualcosa di terribile che potrebbe
ancora avvenire al suo sfortunato popolo.

 

 


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Un incontro di due

Incontrare
se stessi

Incontrare
l’altro da sé


di Dario Distefano

 

 Incontri
esperienziali di gruppo, secondo
i metodi attivi dello psicodramma moreniano

 

 

                                                                   
Maschera – di
Erico Menczer

 

Un
incontro di due

occhi negli occhi, volto
nel volto.

E quando tu sarai vicino

io coglierò i tuoi
occhi

e li mettero al posto
dei miei

e tu coglierai i miei
occhi

e li metterai al posto
dei tuoi,

allora io ti guarderò
coi tuoi occhi

e tu mi guarderai coi
miei

                                             
(Jacob
Levy Moreno)

 

 

Gruppi
esperenziale condotti con tecniche psicodrammatiche per favorire la
possibilità dell’incontro profondo e della relazione con il proprio mondo
interno e con il mondo esterno.


 Durante
l’incontro i partecipanti al gruppo sperimentano momenti di gioco, di
comunicazione verbale e non verbale e di condivisione delle proprie
emozioni.


 Il
gruppo è condotto con l’ausilio delle tecniche dello psicodramma
(inversione di ruolo, specchio e doppio) ideate da Moreno proprio per
sviluppare la capacità dell’individuo di autosservazione e di incontro telico
con l’altro, dove per tele si
intende una empatia a due vie.


 I
momenti di gioco (in psicodramma semirealtà) creano le condizioni per
favorire quello che Moreno chiama il Fattore
spontaneità/creatività
, cioè apprendere a rispondere con
comportamenti nuovi alle vecchie o alle nuove esigenze che si presentano
nella vita di tutti noi.

(Immagine tratta da http://www.odinteatret.dk/)

Jacob
Levy Moreno nacque a Bucarest (Romania) il 18 maggio 1889. Nel 1895 la
famiglia si trasferisce a Vienna dove, nel 1912, incontra Freud
all’Università. Nel 1914 scrive “Invito ad un incontro” e nel 1917 si
laurea in Medicina. Nel 1924 scrive “Il teatro della spontaneità” e
l’anno dopo emigra negli Stati Uniti. Nel 1936 dopo diverse esperienze di
teatro spontaneo e di sociodramma, apre il primo Teatro di Psicodramma.
Spende tutta la vita a diffondere e promuovere lo psicodramma in America e
in Europa. Muore a New
York il 14 maggio 1974.


 

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fine pena: mai

lettera aperta di alessandro de filippo contro l’ergastolo

 



(foto di alessandro de filippo)

Pubblichiamo
la lettera aperta di Alessandro De Filippo, a sostegno della necessità di
rivedere una pena contraria ai principi della Costituzione

“Mai dire
mai”: dal 2 all’8 marzo iniziative in tutta Italia contro l’ergastolo

di Alessandro De 
Filippo


Fine pena mai. Sul fascicolo di ogni condannato
all’ergastolo campeggia una formula che è insieme il titolo e il senso più
profondo della condanna. Sarebbe una headline, se si trattasse di
un commercial pubblicitario, sarebbe il richiamo perfetto
all’attenzione del pubblico della Società dello Spettacolo. «Fine pena
mai». Ma che cosa significa? Che si deve restare dentro fino a quando si
muore di vecchiaia? Che hanno chiuso dentro il detenuto e hanno buttato
via la chiave? Che la sua vita civile è terminata?


Certo la condanna all’ergastolo dà serenità a chi
sta fuori, perché isola e allontana per sempre il criminale che ha ucciso,
che ha commesso omicidi o stragi. L’ergastolo è la pena delle pene, quella
assoluta, quella senza soluzione. Il mostro è stato catturato e ora è
rinchiuso. Pensiamo alle vittime e ai loro familiari. Finalmente avranno
giustizia. Fine pena mai. È giustizia vera sapere che il colpevole di un
atroce delitto è stato definitivamente eliminato dalla vita sociale,
espulso per tutto il tempo che gli resta da vivere. Ma è davvero così? Il
condannato è un mostro da espellere o resta pur sempre un uomo da
considerare nella sua essenza umana? Il criminale che ha delinquito
ed è stato condannato perde per questo la sua natura umana?


La Costituzione all’art. 27 prevede che l’espiazione
della pena debba avere un valore riabilitativo. La pena deve essere sì
remunerativa (cioè il condannato, con il suo tempo di detenzione, in
qualche modo ripaga la società del proprio errore), ma deve permettere
anche il recupero del detenuto. Per questo la legge prevede che in carcere
ci sia la scuola (la mancanza di istruzione è statisticamente rilevante
per i detenuti di mafia e di camorra, che sono la maggioranza degli
ergastolani), che ci siano vari corsi e laboratori (informatica,
pasticceria, giardinaggio, cineforum, teatro), che ci sia un percorso
trattamentale
, espletato con grande spirito di sacrificio da
educatori, psicologi e psichiatri. Tutto questo serve a riabilitare a
livello sociale il cittadino detenuto, ma significa anche, lentamente e
inesorabilmente, recuperare l’essere umano a livello etico. Riabilitare e
recuperare, esattamente come sostiene la nostra bellissima Costituzione. E
allora l’ergastolo? La condanna a vita? L’art. 27 della Costituzione si
infrange proprio su questa assolutezza della condanna: fine pena mai.


Per questo motivo, per invitare alla riflessione
tutti i cittadini su questa assurda incoerenza tra principi etici e
attuazione concreta della condanna, dal 2 marzo all’8 marzo ci sarà
un’iniziativa civile intitolata Mai dire mai, che prevede anche lo
strumento pacifico dello sciopero della fame. Inoltre, 738 detenuti
italiani hanno già presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti
dell’Uomo di Strasburgo, chiedendo di pronunciarsi sulla pena
dell’ergastolo in Italia.


Io ho deciso di aderire allo sciopero della fame e
di dare voce a questa iniziativa con questa lettera aperta. Non offro
soluzioni, ma pongo delle domande, chiedo a chi legge di riflettere sui
concetti di colpa, di condanna e di espiazione della pena, di riflettere
per capire cosa comporta la formula «fine pena mai», cosa comporta a
livello morale, cosa comporta a livello sociale. Senza essere un giurista,
né un condannato, né un familiare di una vittima, ma come semplice
cittadino italiano che si interroga sul mondo civile di cui fa parte.


 

Alessandro De Filippo

marzo 2009

 

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l’angolo della poesia


 

Martedì, 16 giugno 2009, presso il
Centro Ludens di  Ragusa, il prof. Giorgio Flaccavento e il prof. Totò
Stella hanno presentato la silloge di poesie di Federico Guastella, “Nel tronco
incavato”. Pubblichiamo di seguito alcuni brani tratti dalla introduzione del
prof. Salvatore Stella, la poesia “Canto d’amore”, tratta dalla
silloge e l’inedita “Transfert”, per gentile concessione
dell’Autore.
          
(p.p.)

 

Nel
tronco incavato, di Federico Guastella – ed. Genius Loci, Ragusa,
2009

“Nel tronco incavato”,
di Federico Guastella

di Salvatore
Stella

(tratto
dall’Introduzione)

“Nel
tronco incavato
si intitola la
silloge poetica di Federico Guastella che riprende il titolo e parte di
un verso – una lirica che si propone al lettore come una sorta di
baricentro della sensibilità della vita e della percezione
dell’esistenza da parte dell’ Autore, una chiave di lettura dello
sguardo, su cui, poi, l’intelligenza, l’esperienza, la fantasia, la fede
scriveranno riflessioni, speranze, ricordi, valutazioni che possono
aprire squarci e attivare folgorazioni improvvise.

L’Autore sembra
riproporre una rilettura cosmica del “Gelsomino notturno” di Pascoli,
che, superando ogni residuo intimistico ed emozionale, ritrova nel
“tronco incavato”, al di là della misteriosa germinazione nel calice del
fiore, delle erbe cresciute sulla terra dei morti, dell’alcova che
s’avvolge di oscura vitalità, un simbolo di rinascita. Gli oggetti che
definiscono la quotidianità rurale e le salde sicurezze a cui ci si
aggrappa nel turbine della vita, il “sedile di pietra” costruito accanto
al gelso bianco, sono inghiottiti tutti nel tronco incavato, che si
trasforma in uno scrigno che serra dentro di sé “il silenzio indefinito”
e il suo “forse segreto d’eternità”. Il tronco incavato diventa così un
utero che nasconde l’ipotesi d’una verità cosmica che introduce
all’eternità.


Su questo
humus esistenziale Federico Guastella costruisce
riflessioni ulteriori, tenta di delineare significati, seguendo il filo
della memoria, salvando tracce di speranza, pesando su questa bilancia di
infinito gli egoismi che rendono ancora più oscuro il vivere quotidiano,
facendosi rapire dall’irresistibile fascinazione della parola e della
visione, dell’ emozione e degli affetti, cercando con estremo pudore ma
con cura e delicatezza quei fili misteriosi che ci guidano verso la
bellezza, la spiritualità.

(…)
La prima parte della raccolta – “Richiami” – , che comprende nove poesie,
dipana il filo della memoria alla ricerca dell’ aurora e del crepuscolo
dei sentimenti e delle emozioni che si sprigionano dalla straordinaria
bellezza e dell’ eros in una scena cosmica di luce solare e lunare,
in cui le piante, la pioggia, la terra, le dimore degli uomini, le
creature della natura diventano veicoli di significati che nutrono
speranze e attese, ma anche declinano il misterioso finire di una
irripetibile stagione: “La luna che amammo innocenti s’appannava / di
nebbia sul fiume vagabondo senza nome”.

E’ un’ accorata ricerca del
tempo perduto ancora più struggente perché modulata sull’inseparabilità
della luce e della tenebra, della gioia e del dolore, della confidenza e
dell’ estraneità. Solo un momento di tregua a questa drammatica dialettica
degli opposti: Canto d’amore sviluppa senza residui la dimensione
religiosa e rituale dell’ eros, in una riproposizione alchemica
della fusione degli amanti, che lascia una traccia luminosa nell’incavo
dell’innesto misterioso.

 (…) Difficile trovare
fonti dirette di questa poetica dello straniamento, di un’invenzione
linguistica che piega le folgorazioni metaforiche e figurali ad una
meditazione sul destino dell’uomo e dell’universo, sulla memoria, sulle
attese e le speranze possibili. La silloge ha un incipit che
richiama una citazione di Parmenide, filosofo dell’ at­timo
eterno
in cui si incontrano la luce e la notte oscura. Certo,
si tratta di una formula filosofica che può essere avvertita anche come
positiva e saggia conciliazione degli opposti, delle diversità, delle
aspirazioni, delle sofferenze e delle contraddizioni che caratterizzano il
vivere; e tuttavia, per quanti sforzi logici si possano fare nessuna
ragione può dare risposta alla desolata domanda che emana incoercibile dal
vivere quotidiano e che indusse Schopenhauer a definirne sprezzantemente
Hegel il “sicario della ragione”.

Alla citazione di Parmenide
si contrappone, però, e fin dal principio con pari dignità, una citazione
di David Maria Turoldo, una citazione lunga, che sconvolge la nichilista
quiete dell’Essere, facendo irrompere la vita come un fiume in piena che
sconvolge gli argini della razionalità disincarnata. E’ una verità
sconvolgente quel­la che annuncia
Turoldo: la vita che ci ritroviamo a vivere non è quella che avremmo
dovuto vivere, non è la nostra vita e più di ogni ragionamento è il
rimpianto di ciò che saremmo potuti essere e non siamo stati a muovere il
nostro pensiero, le nostre emozioni e le nostre ansie e le nostre
speranze.

Da questa constatazione,
più o meno consapevole, ma che è alla radice dell’ esistenza, si sprigiona
quel movimento a spirale di desideri e di emozioni che ci disincaglia
dalla palude e che riesce a farci cogliere i frutti dolci e amari della
nostalgia e della memoria e a darci la forza per guardare oltre la nebbia
dell’inverno, oltre i limiti della collina, a nutrire le speranze del
vivere.

Quando la giornata della
nostra vita ha passato il mezzogiorno e si inoltra verso il pomeriggio
dalle ombre sempre più lunghe, quando lo sguardo indugia più volentieri
sulla memoria, è allora che reagiscono in una nuova sintesi alchemica il
disincanto e la speranza, lo spaesamento e la scoperta di nuovi astri
nella costellazione dei nostri valori-guida. I modi con cui ciascuno darà
forma a questo nuovo sguardo sul mondo sono tanti, teoretici, pragmatici,
artistici, religiosi …

La poesia è stato lo
strumento raffinato e versatile scelto da Federico Guastella per
sviluppare questa esplorazione del labirinto della coscienza e della
libertà, per dare corpo alle immagini come commutatori del sentire, per
affidarsi all’alveo della memoria e dell’ attesa.”               

 


Salvatore Stella

Ragusa,
maggio 2009

 


 

 


                     


Canto d’amore

Canto d’amore è goccia di
rugiada

che
si
posa sull’ erba al mattino.

Con lui danzano il sole e la
luna

nell‘incavo
dell’innesto misterioso

e la
voce
dà fremiti di gioia

ai petali di
rosa, e ritmo all’ aria

che
da
cielo a cielo ne sparge

il profumo.

Ora che si congiungono i
giorni,

è leggerezza
di luce il richiamo

che
viene
dalle sue parole.

Con lui
affidiamo promesse

al domani e attendiamo il
tremolio

d’una stella
quando lieve la sera

schiude il
ventaglio dei sogni.

                                                    

                                                   
Federico Guastella

 

 


 

   

Siamo lieti di
pubblicare, per gentile concessione dell’Autore, la poesia “Transfert”,
poesia inedita,

prescelta nel Concorso “Il Federiciano” e pubblicata nell’omonimo libro

curato da Aletti editore.
  (p.p.)      

 

Transfert

 


La piazza dall’aria
frizzante,


il duomo come un
dromedario,


e le fioraie
rannicchiate


sotto i portici
brumosi.


Mi piacerebbe
rivederlo


quel paese di colline
rarefatte


fluttuante nella
mente,


e liberarmi della
nostalgia 


che artiglia.


Con la vista d’una
realtà


mutata dal tempo,


si perdono in volo


molecole di ricordi.
    

                                                   
Federico Guastella

 

 


 


L’Autore, Federico Guastella,

Ha organizzato e diretto, per le scuole, corsi
di aggiornamento su tematiche psico-pedagogiche; nei medesimi ha anche
tenuto relazioni con riguardo alla didattica della storia. Ha pubblicato le
seguenti opere:
Itinerari
teorico-pratici per la preparazione ai concorsi magistrali secondo

i
nuovi programmi
(in collaborazione),
1986;
Programmare nella scuola per
l’Infanzia,
1995. Saggi di pedagogia
sono apparsi nella rivista “Mondi vitali” dell’Istituto Statale “G.B. Vico”
– Ragusa (Liceo linguistico, Liceo sociopsicopedagogico. Liceo di scienze
sociali). Lo studio
Dall’unità
didattica alla didattica del modulo

si trova nel volume
Viaggio nella
scuola che cambia
(Ragusa, 2003).

Il contributo
Testimonianze della memoria storica negli iblei
è in
I segni dell’uomo nel territorio ragusano
(Distretto scolastico n. 52 di
Ragusa, 1994). Ha collaborato, pubblicando articoli su scrittori siciliani,
personaggi e luoghi del ragusano, a riviste, quali: “La Provincia di
Ragusa”, “Ragusa sera”, “Nuove prospettive”, “Pagine dal Sud” (edita dal
Centro Studi “E Rossittd’ di Ragusa). Per citare appena alcuni autori, ha
scritto su: Saverio Scrofani, Mariannina Coffa, Raffaele Poidomani, Turi
Vasile, Melo Freni, Matteo Collura.

Ha curato la prefazione al libro di racconti di
Saro Dipasquale
All’ombra
dell’allegro carrubo
(dicembre
2008).

Studioso di Serafino Amabile Guastella, sulla
cui opera sta ultimando, in collaborazione, una monografia, ha presentato il
suo contributo ai tre convegni di studio: Modica-Chiaramonte Gulfi, 13-16
marzo 1975; Chiaramonte Gulfi, 6-8 dicembre 1986 (la relazione è stata
pubblicata sulla rivista ‘Tachenio”, 7/10, Palermo 1985/86); Chiaramonte
Gulfi, 2-3 giugno 2000 (“Nuove Prospettive”, n.5, Ragusa 2001).

Alcuni suoi racconti hanno visto la luce sul
quotidiano “La Sicilia” di Catania e sul settimanale “Ragusa Sera”. Nel 1998
ha dato alle stampe il racconto lungo

La casa

di
campagna;
nel 2001
Una notte d’estate

e altri
racconti.

Sui suoi racconti hanno scritto vari autori;
tra essi, Michele Cataudella, in una nota (su “Il giornale di Scicli”, n.12,
17 giugno 2001) afferma tra l’altro:


Non sappiamo

– né
conta saperlo

– se si
tratta

di
vicende propriamente autobiografiche, ma
l’impegno artistico che le sostiene

ce
le fa apparire come riflesso da

un
lucido specchio

di memorie e di
vibrazioni

interiori,
anche quando

si
fondano sul contrasto tra sogno

e
realtà

e
perfino sul tema amaramente umoristico della
burla .
..
È evidente
in
questi racconti, il tentativo dell’autore
di
coniugare il diletto

estetico
con

un
appena accennato, ma non per questo
trascurabile, motivo etico,

in
un’affabulazione che offre al lettore
l’occasione
di
un
gradevole
e
sereno intrattenimento.

 

(note biografiche tratte da “Nel tronco
incavato”, ed. Genius Loci, Ragusa, 2009)

 


 

Siamo
lieti di pubblicare, in occasione del Natale 2010, una delicata lirica
inedita dell’Autore. 

 

Presepe
del mio Natale

 

E la Parola
che si fa Carne

annuncia la
cometa dicembrina.

E mi
ricordo del primo presepe:

pastori,
pecorelle, ciaramellari

nel
recinto della fantasia…

Mi resta
tanto del fiume di carta

stagnola
che sussurrava la magia

della
semplicità.

Ascolto!

Giungono
teneri i suoni dei pifferi,

e mi rivedo
a fianco della carovana

dinanzi
alla grotta di creta.

Come vorrei
tramutare in sogno

l’incertezza!

Urlo di
speranza la mia visione:

è acqua,
è aria, è terra e fuoco.

Nella
greppia del mio Presepe, ora

il
Bambinello nudo con le mani tese

abbraccia il
pianto degli afflitti.

 

Natale
2010                                                                                                                                              
Federico Guastella

 

 

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astrologia

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Plutone è un pianeta?
Sull’argomento pubblichiamo di seguito un interessante e ironico articolo di
Vicente Cassanya, tratto da “Sestile” n. 155 (gennaio-febbraio 2007), pp. 28 e
29.


Plutone e Persefone

 

Oh amato Plutone!

 

di Vicente Cassanya*

 




Che poco tatto, che mancanza di rispetto, quale audacia e che
impertinenza: un pugno di astronomi, contro tutti gli altri e nel mezzo
di un aspro dibattito – e d’altra parte non poteva essere altrimenti,
trattandosi di te, o amato – si muove ed afferma che già non sei più un
pianeta; e che al massimo potrai essere un pianeta nano o un plutoide!


Tu, che sei figlio di Saturno, fratello di Giove e Nettuno. Tu che sei
il Dio del sottosuolo e che sei stato protagonista di quel meraviglioso
sequestro dell’affascinante Persefone, la tua amata! Ti ricordi di quei
tempi quando in Roma avevano paura anche solo di pronunciare il tuo
nome, proprio per non richiamare in alcun modo la tua attenzione?


D’altra parte, hai sempre vissuto nell’ombra, non è così? Sempre, sei
stato causa di polemica e di paura, come adesso. La tua ossessione a
rimanere invisibile era tanto grande che, quando salivi in superficie
dal tuo regno sotterraneo lo facevi con una maschera. Continui ad essere
così poco conosciuto, come allora: non si sa quale sia la tua
composi­zione, né quale sia la tua atmosfera, ancora non sei stato
visitato da nessuna navicella spaziale, etc. Come potrebbero
classificarti?


D’altra parte, tu sai bene che possiedi questa capacità di sezionare la
realtà e l’animo umano, come se un raggio laser guidasse il tuo sguardo,
tu sai che l’orgoglio dell’intelletto e le cecità della ragione si
impegnano a classificare e a conferire un ordine a tutto ciò che esiste,
come se questo permettesse loro di entrare in possesso della verità o,
più ancora, a determinare le qualità di ciò che classificano.


Ma, che ironia! L’inconscio ed i miti, connessi con ciò che tu tanto
governi, eternamente acquattati nell’animo umano, si impegnano a
riprodursi, a reinventarsi una volta ed un’altra ancora, come in una
ruota senza fine. Ed è chiaro, che l’unica cosa che ha preso corpo ed è
stato rappresentato ora in questo grande teatro, che è stata la riunione
degli scienziati a Praga, è proprio il tuo mito. Una volta di più,
l’Inconscio ed i miti trascinano la ragione fin dove la sua fantasia lo
desidera, alla stessa maniera che un fiume in piena trascina un tronco
alla deriva.

E
tu sai già perché; tu sei sempre stato un manipolatore ed un polemico
fin dalla tua nascita: sei tu colui il quale dal tuo regno dell’occulto,
sta creando tutta questa beffa. Il tuo compito di continuare a
mantenerti invisibile per la maggior parte delle persone desideri
portarlo all’estremo fino a pretendere che ti classifichino come un “non
pianeta”.


Ascolta, come tu desideri, in fin dei conti il meglio è che ognuno
sappia rimanere fedele alla propria identità. Tuttavia, permettimi di
dirti che un astronomo (dico bene, un astronomo; non un astrologo) mio
amico mi ha detto che i suoi colleghi lo prendono in giro per questa
decisione, perché lui che è nato sotto il segno dello Scorpione, ora
rimane senza una divinità che lo governi. Un altro astronomo ha
proclamato pubblicamente che questa classificazione non cambia nulla,
che i pianeti si classifichino come si classifichino, Plutone continuerà
ad essere Plutone. Permettimi di ricordarti che, in un mondo tanto
superficiale e tanto legato al culto dell’immagine, vi sono tuttavia
ogni giorno sempre più persone che sanno, come affermava Saint-Exupéry,
che “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Da
parte mia, continuerò ad inserirti nelle mappe astrali e cercherò di
insegnare i tuoi potenti effetti. Tu già sai, come parlo bene di te
e le ricerche che ho compiuto su come tu influisci sul temperamento e
sul destino delle persone, così come sui cicli che determini per la
storia dell’umanità…

 

Vicente Cassanya

 


    *


Vicente Cassanya


(Castellon,
1954) è da molti anni il direttore del mensile spagnolo “Tu suerte” ed
editore della rivista “El mundo de los astros” distribuito in America
Latina. Conferenziere di livello internazionale, è specializzato in
astrologia mondiale. I suoi libri e le sue ricerche costituiscono al
giorno d’oggi un vero punto di riferimento per gli astrologici di tutto
il mondo.


       

Siti in
sintonia:


http://astro-campus.awardspace.com

Astrodienst Banner

Il sito
astrologico con articoli

di Liz Greene e Robert
Hand

in otto lingue





www.cidaregioni.it

Il sito astrologico della
Toscana ed Emilia-Romagna

www.cida.net

Centro Italiano di Discipline Astrologiche





www.astravidya.com
– sito di astrologia,
filosofia orientale, pedagogia olistica e counselling.

 

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Una storia romanzata di Akrai


Una storia romanzata di Akrai, un viaggio indietro nel tempo, alle
origini di Palazzolo Acreide, tra storia e leggenda.

 


Un momento della
presentazione del libro “Eravamo Corinzi”, di Salvo Figura (in
piedi, l’Autore)

 

“Eravamo Corinzi”,

di Salvo Figura, storia romanzata della
fondazione di Akrai

di
Giuseppe Nativo

 

 

    
Nel 664 A. C. ha inizio la “storia romanzata” della fondazione di
Akrai, oggi Palazzolo Acreide, dalle cui cime, avvolte nelle nebbie,
ancora si sentono i passi degli dei e degli eroi.

    
Questo l’incipit di Salvo Figura.

    
Scorrendo le prime righe ci si tuffa in un mondo tanto lontano nel tempo
quanto vicino per le sensazioni che provano i protagonisti della
narrazione. Un gruppo di corinzi, soffocato in loro l’amor patrio,
assecondano il desiderio di uscire dai propri confini per conoscere altri
popoli, stringer con essi nuove relazioni, navigando, esplorando,
estendendo i commerci e i vincoli culturali, apprendendo nuovi costumi e
nuove forme di vita. L’inseguimento del sogno di una colonia sui monti
iblei inizia così a prendere consistenza.

    
La narrazione di Salvo Figura non è per niente fredda, come accade per le
invenzioni da laboratorio, anche letterarie, ma è capace di suscitare
emozioni. L’ambientazione storica e sociale è scrupolosamente
tratteggiata e, pur senza indulgervi mai troppo, centrale rimane la
vicenda che ci fa giungere al finale in poco tempo, quasi correndo sulle
pagine ritmate dalle azioni, partecipi dei timori, delle difficoltà e
delle curiosità dei nostri eroi. Un ritmo, oseremmo dire, quasi musicale:
come se il racconto possedesse una silenziosa colonna sonora.

    
Lasciarsi alle spalle la terraferma e fare rotta verso il mare aperto, il
silenzio rotto solo dal sibilo del vento e dall’acqua che scivola sulla
carena, la sottile vena di timore che affiora di fronte all’azzurro
indistinto oltre l’orizzonte sono solo alcune delle mirabili sensazioni
e delle immagini che il racconto di Salvo Figura offre al lettore.

    
Navigare in mare diventa così la più potente metafora alla vita, tra
apparenza in superficie e mistero profondo, tra sole splendente e buio
imminente, natura spietata e spirito di sopravvivenza, tra destino e
autodeterminazione. Salpare ha il valore di accettare i rischi, la
solitudine, per dirigersi verso un nuovo mondo. Andare per mare, ascoltare
il silenzio fragoroso delle acque, farsi accarezzare dal soffio di Eolo,
assaporare la salsedine è un po’ come ritornare all’acqua amniotica
cercando in essa le risposte a mille interrogativi. Il mondo
dell’invisibile, popolato di entità impalpabili come i sogni, le
immaginazioni, gli intuiti, incombe sul mare anch’esso sogno. Proprio
quel mare, che richiude il solco lasciato dalla nave senza lasciare
traccia del suo passaggio, è lo stesso che si riapre facendo emergere
dall’orizzonte la terra. Quella terra che deve essere conquistata e che
ci fa sentire piccola parte di un’armonia cosmica in cui riscoprire il
senso di una nuova armonia nella propria vita.

    
Apparentemente sembrerebbe che nelle narrazioni, nelle “storie
romanzate”, come quella che ci ha brillantemente proposto Salvo Figura,
avvenga quanto Goethe lamenta in un verso del Faust: Dar
Wort erstirbt schon in der Feder
, cioè la parola muore già sotto la
penna, l’incandescenza dei suoi significati parrebbe spegnersi nello
stampo freddo dello scritto e dello stampato. In realtà, la parola
proprio nel momento in cui è cristallizzata
nella pagina, comincia a vivere, a presentare scenari del tutto
inaspettati ed avvincenti. E’ proprio allora che la “fata”
dell’immaginazione – secondo M. Proust – si indebolisce man mano che
i dati positivi dell’esperienza, i “nomi”, vanno ad occupare lo
spazio delle sue fantasiose scorribande ma poi questo spazio, che le è
sottratto, ridiventa in qualche modo neutro e si offre di nuovo
all’arbitrio della ”fata” quando il ricordo sbiadisce e la
conoscenza delle cose si appanna.

    
Riscoprire gli eventi del passato, sentire la complessità delle vicende,
dei linguaggi ed analizzarne il senso è come riviverlo e per tale motivo
risulta un compito assai arduo. Cercare i segni della Sua presenza è
un’affascinante avventura ed in questa l’autore ci introduce, quasi
per mano, ponendoci innanzi ad un mondo antico ma gravido di ideali.

Giuseppe
Nativo

Febbraio 2005

 

Scheda del libro:

 

     Autore: Salvo Figura

     Titolo: “Eravamo
Corinzi”, storia romanzata della fondazione di Akrai.

    
Editore:
La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica 2005, pp. 63
ISBN 88-89211-07-5

 

L’Autore del libro, Salvo
Figura, mentre personalizza un volume

 

 

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benessere

 


 

 

 

“Le Ali di Ermes” dedica questa
sezione alle discipline e alle terapie olistiche, quelle vie, antiche e moderne, che hanno per
fine il ben-essere dell’individuo, visto nella sua globalità.

 

Esculapio

 

 

 

 


Rebirthing

dal gennaio 2008 opera a
Ragusa l’Associazione Centro di Rebirthing



“RespirAzione & Benessere”
,
presieduta dalla dott.ssa Pina Pittari. Sul Rebirthing, puoi leggere
il suo articolo.

Yoga

 

di Pina Bizzarro

 

 

 

Cristalloterapia

 

di Cristina Biassoni

Psicodramma

 

di Dario Distefano

         

     

 

 

 

 

Reflessologia

 

di Francesco Ossino

 



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Creatività e riflessività


Siamo
lieti di ospitare
lo studio presentato
dal prof.

Giuseppe Tidona
alla Fifth International Conference on Creative Thinking, organizzata
dall’Università di Malta dal 21

al 22 giugno del 2004. E’
disponibile anche la versione inglese.

Università di Malta
(fondata nel 1592)


 

Immagine tratta dal sito http://www.didatticaonline.unitn.it

 Studiare
e pensare

 

 

I risultati di un
esperimento


 

 

                                          
 

di

Giuseppe Tidona



 


Abstract

In alcune
occasioni l’apprendere è stato visto come un derivato del pensare ed il
processo dell’imparare è stato investigato come pratica per la verifica di
ipotesi. Da alcuni ricercatori è stato, per esempio, supposto che chi impara,
nell’acquisizione di uno specifico concetto, primariamente genera determinate
ipotesi riguardo ad esso, che poi verifica alla luce delle occorrenze specifiche
che incontra. Questa concezione vede l’apprendimento come
“esplorativo”.


In questo
articolo viene presentato un esperimento organizzato per esaminare la relazione
tra l’imparare ed il pensare nell’ambiente scolastico.


A due classi,
composte da studenti rispettivamente di 14 e 15 anni, sono state date due
diversi brani da studiare in un periodo predeterminato. Le due letture erano le
stesse nelle due occasioni. Allo stesso tempo gli alunni sono stati informati
che alla fine avrebbero dovuto rispondere ad alcune domande sul contenuto. Certe
sezioni dei brani potevano essere interpretate o in un senso più letterale
(anche se questa scelta portava ad un risultato poco convincente) o in un modo
più creativo (cosa che avrebbe dato più spessore e ricchezza di significato
alle storie). Ma per compiere l’ultima scelta era necessario pensare
produttivamente, essere in grado di ristrutturare mentalmente l’informazione in
una nuova maniera.


Le due classi
sono state divise in due metà (9+9 la prima classe e 6+6 la seconda), grossa
modo composte da studenti di abilità e profitto similari: una costituiva il
gruppo sperimentale e l’altra quello di controllo.


Agli studenti
del gruppo di controllo è stato semplicemente raccomandato di pensare
profondamente e riccamente prima di rispondere, dopo avere studiato il
contenuto.


Gli alunni,
invece, del gruppo sperimentale sono stati invitati ad usare lo strumento APC
(facente parte delle lezioni CoRT del dr. de Bono), che li avrebbe aiutati e
guidati nel trovare le risposte.


Tutte e due i
gruppi (quello sperimentale e quello di controllo) avevano svolto una certa
pratica degli strumenti CoRT (incluso l’APC) alcune settimane prima. Mentre però
nella condizione sperimentale i discenti sono stati esplicitamente invitati ad
usare l’APC, agli studenti che fungevano da controllo è stato solo raccomandato
di essere il più possibile ricchi e profondi nelle loro riflessioni senza
nessun’altra aggiunta. Questi alunni non sapevano neppure che l’altra metà
stava usando lo strumento di de Bono.


Come previsto
nella condizione di controllo la maggioranza degli studenti tutte e due le volte
ha dato la risposta più ovvia e superficiale (perfino i migliori delle due
classi), scegliendo di restare fedele al testo.


Tutti gli
alunni della condizione sperimentale, invece, hanno fornito risposte varie ed
elaborate, stupefacenti in alcuni casi per la loro profondità.


Pensare non è
naturale ed imparare non è pensare, se per pensare si intende riflessione
generativa, cioè ragionamento che muove da A a B. In realtà imparare è più
un processo passivo che attivo.


Gli strumenti
di de Bono sono molto utili se viene compiuto uno sforzo deliberato per usarli.


 


 Parte I

 

Pensare

 

Noi abbiamo due forme di pensiero. C’è innanzitutto
il pensiero semplice, che riflette la cosa così come è, ne prende atto.
Possiamo definire questo come pensiero
di primo
livello
. Tale
forma di pensiero si limita a scrutare la realtà e ad assorbirla nella sua
foggia originaria. È un pensiero che non richiede un grande sforzo ma solo
un’attenta osservazione, una fissazione prolungata. Bisogna, certo, assicurarsi
che lo sguardo sia “puro” e che non ci siano diaframmi distorsivi i
quali potrebbero alterare i contorni della cosa.


Tale modalità di pensiero è stata benissimo
esemplificata nella formula adaequatio
rei et intellectus
, resa famosa da San Tommaso d’Aquino. La cosa e
l’intelletto corrispondono di per sé naturalmente, a meno di falsificazioni
volute. La realtà sta di casa nella mente del soggetto conoscente, non è
qualcosa di alieno o di totalmente estraneo ad essa.


E’ altrettanto celebre l’altra frase di Tommaso

cognitum est in cognoscente
per modum cognoscentis
: il conosciuto si trova nel conoscente anche se
sotto forma specifica, cioè, di concetto.


C’è, però, una seconda modalità di pensiero, più
complessa e per molti versi più importante della prima, anche se non sempre è
riconosciuta come tale.


Prima di illustrarla bisogna specificare che nella
quotidianità della vita le situazioni sono spesso confuse. Non è sempre
possibile dire con certezza che A è A, sia perché A è un po’ più di A sia
perché non sappiamo se la concettualizzazione “A” sia stata ben
costruita. Non è poi così frequente trovarsi a portata di mano un oggetto,
pronto e definito, cui rapportare un simulacro mentale, anch’esso ben delineato,
per decidere della verità.


Per tali motivi sovente diventa più importante il
pensiero esplorativo, quello produttivo
in grado di muoversi da A a B, di tentare collegamenti non bene evidenti, di
trarre conclusioni da premesse non individuate a prima vista. Di descrivere
probabilmente A come qualcosa di diverso.


Possiamo definire questo come pensiero di secondo livello.


 

Studiare


 


Esaminiamo brevemente ora l’altro verbo del titolo.
Che significa studiare?    Studiare
ed apprendere sono forse sinonimi?


Non è così.


 L’apprendere
è una realtà costante della nostra vita, di tutti quanti noi, non così lo
studiare che è invece una condizione riservata ad alcuni. Lo studiare include
normalmente l’apprendere, ma l’apprendere può non includere lo studiare. In
altri termini l’apprendere è un’area più vasta dello studiare.

Bruner, Goodnow e Austin1

hanno visto l’apprendere come un sottoprodotto del pensare; l’apprendere
esaminato da loro in particolare è quello che porta alla formazione dei
concetti. Si può pensare alla generazione dei concetti come alla produzione di
insiemi di regole che servono per classificare gli oggetti.

Bruner
ed i suoi colleghi hanno visto l’apprendere come una forma particolare di
generazione e poi di “verifica delle ipotesi”.


Colui
che sta imparando produce normalmente, riguardo alle caratteristiche salienti
del concetto in fase d’acquisizione, delle supposizioni che poi verifica
osservando attentamente gli esempi di esso rintracciabili nella realtà. Ad
esempio se il concetto in fase d’acquisizione è quello di fungo” posso
subito apprendere che alcuni sono velenosi ed altri no. Ma il passo successivo,
più importante, sarà trovare le caratteristiche che li differenziano. Se
volessi definire esattamente il concetto di fungo commestibile, potrei, ad es.,
assaggiarne un pezzettino (in modo da non essere ucciso se velenoso), produrre
delle ipotesi sui tratti che lo contraddistinguono e poi verificare sulla base
degli esemplari che incontro se i “marcatori” da me stabiliti sono da
ritenersi soddisfacenti o meno.


Che l’apprendere in situazione informale possa essere
esaminato come un derivato del pensare è accettabile e condivisibile, che
questo modo di vedere possa poi essere esteso allo studio come forma particolare
dell’apprendere, lo è un po’ meno. In altri termini che lo studio, inteso nella
sua forma canonica di “applicazione metodica” grazie all’ausilio di
libri o di altri strumenti ad essi assimilabili, abbia normalmente come sua
caratteristica saliente quello di essere generazione e poi verifica di
“ipotesi” è concezione meno convincente.


Alcuni hanno fatto una distinzione tra la generazione
di ipotesi
2,
da una parte, e la verifica e l’applicazione di ipotesi, dall’altra parte. E’ più
probabile allora che nelle nostre scuole sia più sviluppato, al massimo, il
secondo aspetto della cosa.

Questa differenza potrebbe anche essere formulata in
termini di processi induttivi e deduttivi: i primi sono senza dubbio meno
praticati dei secondi in ambito educativo.


La distinzione può ancora essere delineata in
termini di ragionare e pensare.
Sicuramente il ragionare è forma più comune del pensare nelle nostre scuole.


Petter3
ha parlato di pensiero guidato e pensiero autonomo. Per molti versi il
ragionamento è il pensiero guidato dalle regole già stabilite prima.

Si potrebbe anche affermare, per usare la
terminologia di prima, che ragionare è pensare di primo livello.

Non bisogna, infine, trascurare che per sviluppare il
pensiero di secondo livello tre fattori sono senz’altro richiesti: la volontà
di pensare, la perseveranza per raggiungere risultati e la voglia di cercare
alternative e possibilità.


 

 

 



Pensare e
studiare


 


Per questi motivi è difficile vedere come il pensare
possa essere la caratteristica saliente delle forme di studio cui s’è fatto
cenno sopra.


In molte situazioni scolastiche è richiesta solo la
maniera più elementare del pensare: essa è allora semplicemente riferire con
chiarezza. Così il pensiero è solo “riflessione”, rispecchiamento
adeguato nella propria mente. Il processo di comprensione adeguata consiste solo
in questo: dopo aver assorbito le idee di altre persone (è ciò in cui
fondamentalmente consiste lo studio), si cerca di intuirne il loro punto di
vista, di scoprirne le ragioni. Studiare è, cioè, mettere a fuoco, arrivare ad
una destinazione, a quella stessa cui qualcuno è giunto prima. Il pensiero è
riflessione identificativa.  

Il pensare nella forma più alta dovrebbe essere
andare oltre, non arrivare semplicemente ad un punto stabilito a cui si è
aspettati.


Normalmente il pensiero più autentico accade quando
esso è autonomo (quando cioè non si è guidati nella riflessione e si è soli
anche nella direzione). Se è questa la condizione allora necessariamente
bisogna assumersi la responsabilità di ogni mossa. Il pensiero vero è,
pertanto, maturo. Per arrivare a questa meta è necessario, però, che già in
ambito scolastico gli allievi siano abituati a formarsi giudizi autonomi, che ne
acquistino il gusto e siano fieri delle loro personali intuizioni. La
riflessione da identificativa diventa così esplorativa.


 


Le lezioni CoRT


 


Qual è allora la preoccupazione principale in ambito
scolastico? Si va al di là della riflessione identificativa? Si è capaci di
pensiero proprio?


Le lezioni CoRT4

sono state sviluppate da E. de Bono proprio per instillare negli studenti il
gusto e l’abilità del pensare. Esse, messe a punto agli inizi degli anni
settanta, consistono di sessanta unità didattiche specifiche, divise in sei
gruppi di dieci segmenti ciascuno, per sviluppare riflessività e creatività
negli alunni. Le lezioni, adatte a studenti di età e profitto scolastico vari,
vanno insegnate per un’ora, un’ora e mezza a settimana da un docente che le
abbia assimilato prima per conto proprio. Il nome CoRT è, in effetti, un
acronimo che sta per Cognitive Research
Trust (l’organizzazione di ricerca educativa nel cui ambito sono
state messe a punto, a Cambridge, U.K.).


Le lezioni, come dice lo stesso de Bono5,
offrono agli studenti degli “strumenti” utili a materializzare, a dare
concretezza ad alcune operazioni mentali, che altrimenti rimarrebbero sfuggenti,
imprecisate e quindi svolte il più delle volte non adeguatamente.


Se si dicesse, ad es., ad un discente di essere
accurato nella valutazione di una data idea, indubbiamente questa sarebbe una
raccomandazione nobile, ma produrrebbe scarsi risultati pratici. Che significa:
“Devi cercare di essere preciso e profondo nei tuoi giudizi”? Come
potrebbe lo studente tradurre quest’utile consiglio datogli in un’attività
concreta? In effetti, la cosa resterebbe nebulosa e l’alunno non avrebbe mai la
certezza di agire correttamente.


Se invece gli si dice “Svolgi un PMI” (è
il nome di un esercizio specifico delle lezioni CoRT- vedi più avanti) allora
tutto acquista immediatezza e l’esortazione si converte subito in un esercizio
eseguibile.


Gli strumenti “mentali” offerti da E. de
Bono sono spesso costituiti da una catena di operazioni da compiersi in sequenza
così come esposti. Queste attività da svolgere passo passo, una dopo l’altra,
aiutano l’alunno a superare l’incertezza che vince chiunque, in modo particolare
gli adolescenti, quando devono svolgere qualcosa che rimane su un piano di
assoluta genericità. 


Ogni lezione
si indirizza ad una specifica abilità riflessiva. Tante attività mentali su
cui i discenti sono invitati ad esercitarsi sono contrassegnate da nomignoli per
facilitarne il ricordo. Essi sono gli acronimi formati dalle iniziali delle
parole usate per denominare l’abilità sottesa.


Poco fa si
parlava del PMI6
– o “Piemmeai” come bisogna leggere secondo la pronunzia inglese. Nel
caso specifico, la P sta per Plus,
l’aspetto più, positivo delle cose, la M
sta per Minus, l’aspetto meno, negativo dell’idea, la I sta per Interesting,
il lato interessante, nuovo della cosa (di per sé non ancora né positivo né
negativo, ma da sviluppare, da pensarci). 


Se ad es.
venisse lanciata la seguente idea7:
Si dovrebbero togliere tutti i
sedili degli autobus”,
allora potrebbe essere compiuta la seguente
analisi:


 


P (cioè aspetti più, positivi)

         
– In ciascun autobus potrebbero starci più persone.


– Sarebbe più semplice salire e
scendere dagli autobus.


        
– Sarebbe più economico costruire e riparare gli autobus.


 


     
M

(cioè aspetti meno, negativi)

    
     
I passeggeri potrebbero cadere più frequentemente, in caso di brusche frenate.

– Le persone anziane e invalide
non potrebbero utilizzare gli autobus.


– Sarebbe
difficile portare con sé le borse della spesa o i bambini piccoli.


 


I (cioè aspetti interessanti)

         
– Un’idea interessante è che si potrebbero utilizzare due tipi di
autobus: alcuni con i sedili, altri senza.


        
– Un’idea interessante è che lo stesso autobus potrebbe svolgere più
servizi.


– Un’idea
interessante è che la comodità potrebbe non essere considerata così
importante per un autobus.


 


Una volta che, in questo modo, le attività mentali
acquistano identità e riconoscibilità immediate è più facile far esercitare
su esse gli alunni. 


 


 


Struttura delle
lezioni CoRT


 


Si diceva che il corpus è formato da sessanta
lezioni suddivise in sei gruppi.


Le sei serie sono così composte: la prima è
denominata “Ampiezza di vedute” (lo scopo è quello di arricchire
il modo di pensare degli alunni), la seconda “Organizzazione”
l’obiettivo è quello di aiutare l’allievo ad organizzare il pensiero, la terza “Interazione”
(tratta del pensiero interattivo e critico), la quarta “Creatività” (riguarda
alcuni suggerimenti e tecniche per stimolare la creatività), la quinta “Informazioni
e sensazioni”
(come raccogliere e valutare le informazioni), la
sesta “Azione” (il pensiero che si traduce in azione).


Non è comunque strettamente necessario trattare
tutto il corpus in blocco. É possibile svolgere le lezioni CoRT nel loro
formato basico (costituito da venti
unità) in circa 20-25 ore (e quindi nell’ambito di un solo anno scolastico).


Le lezioni CoRT sono state insegnate da me
ripetutamente, in particolare a gruppi di adolescenti, con effetti molto
positivi.  Ho anche organizzato
degli esperimenti per avere una misura oggettiva della loro efficacia. In due
anni scolastici consecutivi (cioè nel 2000/2001 e nel 2001/2002) ho voluto
ripetere, per raggiungere una maggiore certezza, il medesimo esperimento che ha
riguardato prime classi dell’Istituto Tecnico Statale Commerciale “Besta”
di Ragusa.


 Le classi sperimentali, testate prima e dopo l’esperimento
(che è consistito nell’insegnamento, per un anno, della prima e quarta serie
delle lezioni CoRT, v. sopra), hanno riportato punteggi decisamente più alti ad
un test ideativo ed al test di creatività di Williams rispetto alle classi di
controllo. Anch’esse (paragonabili alle prime in termini di capacità
complessive di partenza) erano state testate all’inizio ed alla fine dell’anno
scolastico ma non avevano ricevuto nessun insegnamento di questo tipo (per una
consultazione completa dei risultati, v. la rivista “Dialogo”8).

Gli esiti complessivi sono stati molto incoraggianti.
Gli articoli sui due esperimenti sono stati anche sottoposti alla Commissione di
valutazione della XI Conference on
Thinking
organizzata dall’Università di Phoenix- USA (2003) e da essa
accettati per la presentazione.


Uno degli strumenti più importanti delle CoRT è l’APC.
Esso è uno strumento che forza chi pensa ad allargare i suoi orizzonti ed a
prendere in considerazione opzioni prima semplicemente ignorate. L’acronimo APC
sta per:


 


A  (in inglese Alternatives)   
= Alternative

P  (in inglese Possibilities)    = 
Possibilità

C  (in inglese Choices)         
= 
Scelte

 


Quando si
pensa si ha spesso la sensazione che tutte le idee, scelte ed alternative
possibili siano semplicemente dinanzi a noi, e che quindi ci si possa limitare
ad esaminarle. Frequentemente però la risposta ai nostri problemi non è
costituita dalle soluzioni più ovvie, è necessario invece uno sforzo
deliberato, un tentativo strutturato per ricercare opzioni differenti, magari più
adeguate rispetto a quelle che vengono in mente spontaneamente. Per raggiungere
questo scopo è, però, necessario un organizzatore grafico, un supporto che
aiuti la mente, la guidi nella sua riflessione e la indirizzi nelle varie
direzioni. Pensare in fondo non è naturale: tutto ciò che è naturale è
istintivo, perciò stereotipato.


 

 

Parte II

 


L’esperimento


 


Per vedere se
studiare comporti di per sé il pensare (inteso come pensare produttivo) è stato organizzato il seguente nuovo esperimento in
due classi dell’Istituto Tecnico Statale “F. Besta”, cui erano state
insegnate allo stesso modo le lezioni CoRT fin dall’inizio dell’anno scolastico
presente (2003-2004).


La I C,
composta da studenti dell’età media di 14 anni e la II E, formata da
quindicenni, sono state divise in due metà (9+9 la I C e 6+6 la II E)
comprendenti elementi grosso modo comparabili in termini di profitto scolastico
e di capacità complessive. All’interno di ogni classe una metà fungeva da
gruppo sperimentale e l’altra da gruppo di controllo.


Ad entrambi i
gruppi, in tutte e due le classi, sono stati assegnati due brani da studiare; si
diceva che poi sarebbero stati dati loro dei voti (si è voluta simulare la più
tipica situazione scolastica) sulla base delle risposte scritte fornite ad
alcune domande che avrebbero conosciuto in un secondo momento, alla fine del
periodo concesso per lo studio (20 minuti per i due brani).


Trascorso il
tempo, i testi dei due brani venivano sottratti; subito dopo la metà
sperimentale era invitata fuori per ricevere delle consegne particolari: lì si
diceva semplicemente loro che
avrebbero dovuto servirsi dello strumento dell’APC per rispondere alle domande
(senza che esso venisse rispiegato, ovviamente). Mentre gli altri erano nel
corridoio, alla metà rimasta in classe si dava la raccomandazione che avrebbero
dovuto pensare accuratamente e rispondere
nella maniera più ricca possibile
alle domande; non veniva, però, prodotto
alcun cenno specifico all’APC. Si ribadisce quanto detto: entrambi i gruppi
avevano studiato l’APC alcune settimane prima in maniera simile.


Le due metà
venivano, quindi, riunite ed erano loro assegnate le medesime domande sui due
brani, senza che ci fosse la possibilità che gli alunni si scambiassero
informazioni o idee. La stessa procedura è stata seguita nelle due occasioni
(il 12/1/2004 per la I C ed il 13/1/2004 per la II E).


Uno dei due
testi, così si diceva, era un brano storico di Plutarco su Alessandro Magno. Il
secondo era, invece, un passaggio tratto da una novella di fantascienza di un
supposto narratore italiano, Giorgio Corradini: in effetti, entrambi i brani
erano stati composti dallo scrivente nello stile opportuno.


Si riportano
di seguito le due letture.

 



 

I° brano

 


La spedizione di Alessandro Magno


 


Alessandro
Magno varcò l’Ellesponto alla testa di un esercito agguerrito composto da Traci,
Macedoni, Illiri e Greci (mancavano però gli Spartani – o ce n’erano pochi di
quella città- visto che essi si erano chiusi in un isolamento improduttivo,
segno inequivocabile della loro crisi): 4×10.000 uomini lo componevano e tutti
quanti erano determinati a battere l’esercito persiano. Alessandro Magno
partecipava spesso alle azioni in prima linea, infondendo coraggio ai suoi
soldati. L’impresa già in partenza si presentava come un’impresa epica date le
prevedibili difficoltà che sarebbero state sicuramente incontrate. Ma il suo
esercito era ben formato e pronto ad ogni evenienza. (Plutarco)

 


II° brano



 


Il pianeta Kebola



 


Quel povero
soldato semplice stava solo, lì all’aperto, esposto al freddo ed alla pioggia.
Era 1000 anni luce distante dalla Terra e proprio in quel momento gli veniva di
pensare ai suoi cari che, al calduccio di una casa confortevolmente riscaldata,
stavano cenando. Eh già, in quel momento, laggiù era festa, la più attesa e
la più amata delle feste, il Natale! Ma lui non poteva partecipare alla gioia
ed alla serenità comunicate dallo stare assieme, agli amabili discorsi della
sua famiglia. Si trovava invece sul pianeta Kebola, quattro volte più grande
della Terra, in un ambiente desolato, sotto una luce fioca dal colore cinereo,
ricca di vapori sulfurei. Non avendo studiato (a scuola andava malissimo ed
aveva lasciato perdere subito), non poteva neanche aspirare a posizioni di
rilievo. Lui ed i suoi commilitoni erano venuti dalla lontana Terra come
conquistatori e dovevano ora proteggersi da eventuali contrattacchi. Avevano il
compito di diffondere la civiltà terrestre, così avevano detto loro i
superiori. La gravità, quella gravità rendeva però tutto insopportabile!
L’aria era pesante da respirare; perciò al soldato era parsa chiara la ragione
per cui anche il più insignificante dei movimenti era una sofferenza atroce.
“Ah se l’aria fosse più fine e frizzante, potrei almeno farmi una
corsettina qui attorno alla base, per sgranchirmi un po’ le ossa e sciogliere i
muscoli!” diceva tra sé e sé. E con la mente andava all’arietta
tonificante di casa e a come grazie a ciò si muoveva in scioltezza laggiù.

L’amico
Giacomo, sul pianeta Kebola con lui, ascoltava i suoi discorsi: egli (che invece
a scuola andava bene e si era fatto una certa cultura), lo trattava però da
ignorante. Tra i due non s’era, dunque, sviluppata una vera amicizia.

Adesso il clima
invernale rendeva quel turno di guardia al campo base insopportabile. (Giorgio
Corradini)


 


Le
domande erano in parte “fattuali”, cioè gli alunni venivano invitati
a ricordare e a riportare dati che erano inseriti nei due brani: e queste erano
ovviamente le consegne più semplici. Ma c’erano anche altre domande che
richiedevano uno sforzo di natura diversa, più “elaborativa” (sempre
che gli alunni ne fossero capaci!).


Nel caso del primo brano la domanda “fattuale”
era: “Come si comportava in battaglia Alessandro Magno?”. Per
rispondervi, bastava rievocare il passaggio implicato: in fondo i dati erano
forniti dal brano direttamente.


La seconda domanda- sempre riguardo alla prima
lettura- era già più impegnativa, giacché per rispondere in una maniera che
avesse senso e fosse logica, bisognava impegnarsi in uno sforzo di riflessione
“trasformatrice”. Essa era: “Quanti uomini aveva a disposizione
Alessandro Magno?”.


Per
soddisfare la richiesta in maniera “intelligente”, bisognava fare i
conti con un dato del testo che destava indubbiamente più di una perplessità.
In esso si parla, infatti, di 4×10.000 soldati, che indiscutibilmente è un modo
curioso per esprimere una quantità complessiva.


Questa maniera di porre la notizia poteva forse fare
pensare alla disposizione in marcia dell’esercito stesso o al contributo che i
vari popoli alleati fornivano, ma nessuna di queste supposizioni, a pensarci
bene, era pienamente convincente.


Per
trarsi d’impaccio il modo più persuasivo restava quello di eseguire la
moltiplicazione e di riferire il totale. Per potere rispondere in questo modo si
doveva, però, fare un “minimo” sforzo di pensiero
“produttivo”. L’alternativa sarebbe stata riportare l’informazione
alla stessa guisa (4×10.000), restare, cioè, alla “lettera” del
brano, spegnendo così il pensiero.


Per quanto riguarda la seconda lettura la domanda
“fattuale” (che richiedeva insomma solo uno sforzo
“rievocativo”) era: “Perché si erano spostati dalla Terra sul
pianeta Kebola?”.


La domanda a cui si poteva, invece, rispondere sia in
maniera quasi “ovvia”, senza nessuno sforzo riflessivo, stando, cioè,
alla superficie del testo, sia in modo più ricco, collegando elementi distanti
del testo, era: ” Perché Giacomo tratta l’amico soldato da
ignorante?”. La risposta più scontata era che Giacomo aveva più cultura,
perché a scuola andava meglio, e perciò aveva la puzza sul naso, per così
dire.


Ma
un’altra ne era possibile solo che uno mettesse in collegamento elementi lontani
del brano. L’amico soldato attribuiva la difficoltà di ogni movimento alla
pesantezza dell’aria, ma altrove viene detto che sul pianeta Kebola la gravità
era quattro volte quella della Terra: pertanto egli sta solo esprimendo una
concezione “ingenua” (pregiudizio che è molto diffuso tra gli
adolescenti9,
nonostante essi abbiano già studiato a quell’età il fenomeno più volte nelle
Scienze).


La
pesantezza non è tanto dovuta all’aria ma alla gravità. Quindi è molto più
probabile che il giudizio “severo” di Giacomo sia generato da questa
persistente attribuzione indebita dell’amico piuttosto che dal titolo di studio.
Per arrivare a questa risposta era indubbiamente necessario uno sforzo
riflessivo di un certo spessore, in considerazione del fatto che bisognava
sfuggire anche alla trappola della concezione naturale sempre aperta per tutti
gli studenti, nonostante gli sforzi degli insegnanti di Scienze per non farveli
ricadere. 


Si può altresì affermare, data la summenzionata
situazione, che lo sforzo generativo era inferiore nel primo caso, di molto
maggiore per quanto riguarda il secondo brano.


 


Formulazione
dell’ipotesi


 


L’ipotesi di partenza era che gli studenti del gruppo
di controllo, nonostante le raccomandazioni orali e scritte di iniziare la loro
compilazione solo dopo avere pensato in maniera ricca, rispondessero alle
due domande “riflessive” nella maniera più ovvia e scontata, almeno
la stragrande maggioranza di loro, pur dimostrando di avere studiato bene i
brani, fornendo dati corretti alle domande “fattuali”, quasi che il
riflettere, del secondo livello, non sia di per sé implicato nello studiare,
nelle normali situazioni di scuola.


La supposizione era ancora che gli alunni del gruppo
sperimentale i quali, invece, esplicitamente erano stati invitati ad usare
quegli strumenti mentali che possono guidare la riflessione produttiva (nel caso
l’APC di de Bono), esprimessero, tutti, risposte più convincenti,
andando al di là di ciò che sopra è stato indicato come “ovvio”.


 


I risultati


 


Ecco i risultati riportati nelle tabelle:


 Tabella
I

 




 I°
brano


I C

Gruppo sperimentale (9 studenti)

 

Gruppo di controllo (9 studenti)

 

Solo risposta “ovvia” (4×10.000)

Risposta “generativa” (40.000, ecc.)

 

Solo risposta “ovvia” (4×10.000)

Risposta “generativa” (40.000, ecc.)

Numero studenti

0

9

Numero studenti

5

4


II
E

Gruppo sperimentale (6 studenti)

 

Gruppo di controllo (6 studenti)

 

Solo risposta “ovvia” (4×10.000)

Risposta “generativa” (40.000, ecc.)

 

Solo risposta “ovvia” (4×10.000)

Risposta “generativa” (40.000, ecc.)

Numero studenti

0

6

Numero studenti

4

2


Nota: nel caso del
primo brano alcune risposte tipo dei due gruppi sperimentali, oltre a
“40.000”, sono state indicazioni “divergenti” come:
“Sarebbero 40.000, ma io sono sicuro che ad essi vanno poi aggiunti alcuni
dei prigionieri catturati durante il tragitto, costretti a combattere, secondo
l’usanza antica”, oppure “Tanti, molti, perché era amato dai suoi
soldati, visto che era sempre in mezzo a loro” o, ancora, “Se è
lecito disporre i numeri in maniera diversa, allora possiamo dire:
20.000+20.000, o 30.000+10.000, ecc.!” ed, infine, “Abbastanza da
vincere moltissime battaglie”.

Nei due gruppi
di controllo la risposta “ovvia” è stata data anche da alcuni degli
alunni considerati dagli insegnanti tra i più bravi!

 


Tabella
II


 

II

°
brano


 

 I
C

Gruppo sperimentale (9 studenti)

 

Gruppo di controllo (9 studenti)

 

Solo risposta “ovvia” (a scuola l’amico non
studiava)

Risposta “generativa” (l’amico non capiva
le cose, i motivi della “pesantezza” dell’aria, la gravità,
ecc.)

 

Solo risposta “ovvia” (a scuola l’amico non
studiava)

Risposta “generativa” (l’amico non capiva
le cose, i motivi della “pesantezza” dell’aria, la gravità,
ecc.)

Numero studenti

0

9

Numero studenti

9

0

                                                                       
          


 II
E


Gruppo sperimentale (6 studenti)

 

Gruppo di controllo (6 studenti)

 

Solo risposta “ovvia” (a scuola l’amico non
studiava)

Risposta “generativa” (l’amico non capiva le
cose, i motivi della “pesantezza” dell’aria, la gravità, ecc.)
 

Solo risposta “ovvia” (a scuola l’amico non
studiava)

Risposta “generativa” (l’amico non capiva
le cose, i motivi della “pesantezza” dell’aria, la gravità,
ecc.)

Numero studenti

0

6

Numero studenti

5

1

 


Nota: nei due
gruppi sperimentali accanto a risposte generiche, ma non “ovvie”, tipo
“Giacomo lo trattava male perché non capiva come stavano le cose lì”
oppure “Lo trattava male perché non coglieva la diversità della vita di
Kebola rispetto alla Terra”, troviamo indicazioni molto specifiche. Due
alunni, uno di I C e uno di II E, sono stati in grado di tratteggiare con
particolare acume l’errore di attribuzione all’aria invece che alla massa di
Kebola della pesantezza dei movimenti, commesso dall’amico di Giacomo,
indicandolo come causa di quel giudizio di ignoranza.

Tra i 15
componenti dei gruppi di controllo nessuno è stato capace di tanto (per uno dei
pregiudizi al riguardo più radicati e difficili da vincere negli adolescenti,
come si diceva dianzi). Tutti gli alunni dei gruppi di controllo (anche i più
bravi) hanno dato solo la risposta più scontata, eccetto una ragazza che ha
aggiunto “l’amico non aveva studiato e per questo non capiva come stavano
le cose”, essendo stata l’interpretazione corrente dei suddetti gruppi che
era invece tutta una questione di boria!


Nota sulle due
tabelle
: il
test “chi quadro” in ogni caso risulta significativo, p
<0,001, come si può evincere già a prima vista.

 


Una
precisazione


 


In che
misura è possibile affermare che i discenti i quali hanno risposto nella
maniera meno ovvia, hanno realizzato per ciò stesso una comprensione profonda
del brano10?
Il pensiero produttivo, di secondo livello, è simile forse alla comprensione
profonda?


Ogni comprensione può dirsi profonda innanzi tutto
in quanto è in grado di operare collegamenti con i significati già presenti
nella mente del soggetto che apprende.


Se per comprensione profonda intendiamo solo questo,
però, essa è ancora quello che io ho definito pensiero di I livello. Sì, c’è
un collegamento con ciò che è personale,
dentro il soggetto, c’è ancoraggio
alla rete di sensi soggettivi, ma si resta al testuale, in altre parole, si resta alla disposizione
“evidente” del brano ed alle linee di senso che esso sembra suggerire.


Quanto richiesto dalle due domande
“riflessive” non è, però, comprensione di I livello, perché bisogna
avviare un “movimento”, essere produttivi sul testo: fare qualcosa,
cioè, che, a rigor di logica, non è necessario, perché un significato è lì
a disposizione e potrebbe anche soddisfare!


Ci vuole, invece, uno sforzo di pensiero laterale, come direbbe de Bono11,
per sfuggire alla trama della lettura, collegandone gli elementi in maniera non
usuale.


Certo la
comprensione profonda può essere intesa anche in quest’altra maniera, cioè,
come capacità di riuscire a fare collegamenti di II livello – ovvero in maniera
personale, testuale sì, ma anche produttiva-,
tuttavia questo a mio parere è già pensiero generativo, perché comporta uno
sforzo di ristrutturazione del “campo”.


Questa
comprensione non esiste di norma nell’apprendimento corrente, neanche nei più
bravi.


D’altra parte nessuno può negare come il
“pensare” di secondo livello sia il “pensare” in senso
proprio, per cui vale la pena impegnarsi e che rende l’uomo tale, garantendone
il vero progresso.


 


 

Conclusioni


 


I
risultati di questo esperimento, certo circoscritto a due classi di adolescenti,
confermano l’ipotesi di partenza. Essi sembrano indicare come in una tipica
situazione scolastica l’apprendere sia in buona misura un processo separato dal
pensare.


Una piccola controprova è arrivata il giorno
successivo a quello in cui si sono svolti gli esperimenti. Agli studenti delle
due classi era stato assegnato un nuovo compito, questa volta più semplice.


La consegna era: “Indica tutti i verbi che la
parola studiare ti fa venire in
mente”.


In II E i 5 verbi più scelti (in ordine di
frequenza) sono stati memorizzare,
annoiarsi
(!), capire, imparare,
ricordare
; in I C (in ordine di comparsa) leggere, imparare, ripetere, memorizzare, capire.

In entrambi i casi il verbo pensare è stato all’ultimo posto in termini di apparizione.


Come si vede lo studiare è
memorizzare, ricordare,
ripetere,
al massimo capire, che
è, però, cercare di intravedere per sommi capi quello che l’autore dice: ma
allora il rispetto del testo ha la prevalenza su qualsiasi considerazione di
natura riflessiva e personale (come il I ed il II brano hanno sinteticamente
dimostrato: si pensi, ad es., ai tanti del gruppo di controllo che hanno scelto,
al riguardo del brano su Alessandro Magno, la notazione 4×10.000,
anche se destava più di una perplessità!).


Per portare gli alunni al vero pensiero non basta,
però, rivolgere loro appelli generici perché si impegnino in tale direzione:
non producono nessun effetto.


È molto
più efficace l’utilizzo di strumentali mentali, come quelli offerti dalle
lezioni CoRT, tra cui si trova l’APC di E. de Bono, che possono guidare ed
organizzare in maniera fruttuosa gli sforzi riflessivi. Bisogna, però, che se
ne faccia un uso deliberato, cioè che questi strumenti vengano richiamati
esplicitamente perché essi producano un effetto considerevole.


 



Giuseppe Tidona



 


Ragusa,
maggio 2004



 

 


 

Note:

1
Vedi Bruner,J., Goodnow, J.J., & Austin, G.A., A
Study of Thinking,
New York, John Wiley and Sons, 1956.

2
Nickerson, R., S., Perkins, D., Smith E., The
Teaching of Thinking,
Hillsdale, New Jersey, Lawrence Erlabaum
Associates, 1985, p. 50.

3
Vedi Petter, G., La mente efficiente,
Firenze, Giunti, 2002.

4
E. de Bono, CoRT Thinking, Blandford, Dorset, Direct Education Services Limited,
1973-1975; vedi anche de Bono, CoRT
Thinking Program. Workcards and Teacher’s Notes
. Chicago, Science
Research Associates, 1987.

5
Ib., vedi la sezione Philosophy and Background to the CoRT Lessons.

6
Ib., vedi la sezione CoRT 1.

7
Ib., vedi la sezione CoRT 1.

8
Vedi, “E’ possibile migliorare la creatività e la riflessività dei
ragazzi?”, in Dialogo, anno
XXVI, n.7, ottobre 2001, Modica, pp 1-9, e “Riflessività e creatività
a scuola”, in Dialogo, anno
XXVII, n. 7, ottobre 2002, Modica, pp.7-8.

9
sui pregiudizi dei giovani, vedi il mio articolo “Comprensione e
competenze”, in Dialogo, anno
XXV, n. 6, giugno 2000, Modica, p.4.