L’uomo di fil di ferro, di Nunzio Brugaletta

Tratto dal racconto di fantascienza del precursore Ciro Khan, il nuovo libro a fumetti di Nunzio Brugaletta affronta, con efficacia e sensibilità, due dei temi più dibattuti sull’Intelligenza Artificiale: l’autocoscienza dei robot e il rapporto uomo-macchina. Il pensiero corre al famoso HAL 9000 del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrik, del 1968 e, ancora prima, al racconto Io, robot, di Earl e Otto Binder, del 1939 e al Ciclo dei robot di Isaac Asimov, del 1950. In effetti molti sono i contenuti che potrebbero rinviare a tali lavori statunitensi, se non ci fosse il piccolo dettaglio che L’uomo di fil di ferro fu pubblicato addirittura nel lontano 1932, in Italia, tanto da essere classificato (Wikipedia) come Protofantascienza italiana.

Al di là dell’alone di mistero che aleggia intorno all’autore del racconto, rimane la profondità delle riflessioni e la forza della storia narrata, nonché una straordinaria capacità di anticipare, sia pure a grandi linee, un futuro ancora lontano ma già inquietante. L’adattamento mirabile dell’artista Nunzio Brugaletta, riesce nella non facile impresa di rappresentare e trasmetterci ambienti fantastici e stati d’animo inusuali, specie se riferiti a “semplici” macchine. Il risultato finale è un’opera di grande impatto, sia grafico, sia emotivo. Addentrandoci nella lettura, mano a mano che scorrono le stupende tavole dell’Autore, veniamo trascinati nel vortice di una storia umanissima, che vede tra i protagonisti proprio la macchina, il robot Zeta Otto, potentissimo e al tempo stesso umanamente così fragile.

Pubblichiamo di seguito, su gentile concessione dell’Autore, alcune tavole tratte dal libro e l’introduzione integrale, scritta da M.R. Cultrera, che ci offre con chiarezza le coordinate culturali ed artistiche entro le quali collocare l’opera di Nunzio Brugaletta, potendone così apprezzare al meglio la lettura.

                                                                      Pippo Palazzolo

Ragusa, 18 giugno 2022

 

Introduzione – di M.R. Cultrera

Uomo-macchina: diade o dicotomia?

Nel complesso e variegato panorama culturale degli anni trenta, in dislocazione periferica, si manifesta a Palermo una inconsueta epifania, l’uomo di fil di ferro di Ciro Kahn, pseudonimo di Antonio Prestigiacomo. Le radici lontane, affondano, non come specifico humus culturale dell’autore (non possiamo presumerlo), nella rivoluzione industriale che aveva partorito con lo spettro dell’automazione l’incubo della macchina che fagocita l’uomo (Frankenstin, M.Shelley 1818). L’esito disastroso della vicenda causato dalla hibris dello scienziato (Victor Frankenstein) spintosi oltre le colonne d’Ercole della morale, si poneva come ammonimento ad ogni faustiano eccesso o tentazione.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.5

Negli stabilimenti Falqui fondati nel 1950 dal capostipite Guido per la produzione di automi in serie, eventi e personaggi, umani e non, si susseguono in aggrovigliate vicende al cui interno i rivoli non sempre sono definiti con lineare consequenzialità. Il tessuto narrativo si dirama in filoni tematici che compongono un puzzle intrigante e policromo: la storia delle dinastia Falqui, percorsa dal fil rouge sentimentale di Al e Viola e impreziosita dalla creazione del primo robot “inconsumabile”, Zeta Otto; lo scontro tra gli stabilimenti e la Somma Accademia d’Europa di E.I.Sedana, illuminato scienziato, timoroso degli esiti di una meccanizzazione sottratta al controllo della società civile; il colpo di stato di C.Mundus nel Gran Consiglio e l’inizio delle ostilità con gli uomini di ferro che conquistano pacificamente la metropoli convertendo gli attacchi iniziali degli abitanti nell’indiscussa acclamazione di Zeta Otto, osannato dalla folla.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.17

Nelle pagine conclusive il flusso narrativo sfocia in un epilogo denso di significati, che riannoda ogni filo della storytelling, anche quello affettivo di Al e Viola declinato sul registro ironico del “e il matrimonio tolse loro il gusto dei dispetti”.

Questo per quanto riguarda la historia rerum gestarum, ma se ci si prende la briga di spingersi oltre la superficie evenemenziale si coglie il leitmotiv basso e dolente, che accompagna il confronto costante uomo-macchina.

Zeta Otto, sullo sfondo delle rovine romane e dello skyline di una città all’orizzonte, proclama orgogliosamente di rappresentare l’ordinamento umano di essere custode dei valori della tradizione e della legalità, di non volere in alcun modo nuocere agli uomini, scegliendo di intrattenere con loro un rapporto di operosa collaborazione. Eppure … Eppure la tensione etica e l’amore per la pace e l’armonia che convertono in cosmo il caos minacciato dallo scontro non compensa l’impossibile equivalenza “inconsumabilità=vita”. Nessun avanzato tecnicismo si può mai convertire nella pulsante dimensione biologica della carne e del sangue. Tale urticante consapevolezze rappresenta lo spannung della narrazione.

Ma come rendere visivamente l’irriducibile alterità della macchina all’uomo? Ed ecco l’ingegnosa risposta di N.Brugaletta: la maschera.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.39

La maschera nasconde e inganna, copre ogni congerie di viti e assemblaggio meccanico, copre, ma rende chiara l’impossibilità della trasmutazione materica. Trasmutazione, invece, dalla scrittura all’immagine che riesce perfettamente a N.Brugaletta, quando traduce la storytelling in segni asciutti sicuri, essenziali, come se i segmenti narrativi perdessero spessore fonico per guadagnare in icasticità ed evidenza. Pennellate di colore ravvivano il monocromatismo delle pagine fino all’esaltazione naif dello splendore del sole che nei riquadri conclusivi diventa simbolo, al tramonto, di un progetto incompiuto, destinato a dissolversi nella catabasi al mare e al suo preludio di una nuova realtà che, nel verde coltivato, rigetta ogni idolatria tecnologica e i suoi santuari per riaffermare l’unicità dell’uomo, potente nella sua fragilità. Utopia? Forse, ma il termine significa in nessun luogo, non in nessun tempo.

M.R. Cultrera

L’Autore

Nunzio Brugaletta

Nato a Ragusa nel 1950, Nunzio Brugaletta si è laureato in Matematica presso l’Università di Catania. Dopo aver superato il concorso a cattedra ha insegnato Informatica presso l’Istituto Tecnico Commerciale F.Besta di Ragusa dedicandosi anche alla produzione di materiali didattici. Appassionato da sempre di arti grafiche e da tutto ciò che ruota attorno ad esse (fumetti principalmente ma anche grafica in tutte le sue declinazioni,
arti pittoriche), al pensionamento si è dedicato alla ripresa di una antica passione, coltivata da giovane ma in stand-by durante l’attività lavorativa: il disegno di fumetti. Fondamentalmente si occupa di adattare a fumetti testi letterari e ha pubblicato adattamenti da Kafka, Pirandello, Dostoievskji, Gogol…

Pubblicazioni: https://ilmiolibro.kataweb.it/ricerca/+?solrex%5Bt%5D=&solrex%5Bc%5D=&solrex%5Ba%5D=nunzio+brugaletta

Contatti: brugaletta.nunzio@gmail.com

…e venne la Contea di Modica – di Federico Guastella

Marchisia Prefoglio – disegno di Andrea Carisi

Scrive Raffaele Solarino: “Federico Musca, figlio a colui che avea diffuso in questa regione il movimento insurrezionale contro i francesi, ebbe assegnata Modica a titolo di Contea, e con il medesimo titolo fu data Ragusa a Giacomo Prefoglio. Si ignora la data delle concessioni : ma quella di Modica deve essere stata fra le prime che fece re Pietro…”.

E’ appena il caso di dire che Marchisia Prefoglio, la quale viveva ad Agrigento, sorella di Giacomo e di Federico conte di Caccamo, aveva sposato Federico Chiaramonte. Diversi i figli, fra i quali: Manfredi e Giovanni, nonché il terzogenito Federico (barone di Racalmuto, di Siculiana e di Favara, territori da lui ripopolati). 

Stemma di casa Chiaramonte

Fu il casato dei Chiaramonte (1286-1392), famiglia originaria di Clermont  e legata per rapporti di parentela a quella di Carlo Magno, ad esprimere la propria potenza, visibile nello stemma che riporta cinque monti d’argento in campo rosso o un monticello a cinque gobbe. Di animo fiero e altero, non persero l’occasione di guerreggiare per estendere il dominio e si deve a loro l’ascesa dinastica in una Sicilia attraversata da accordi e discordie con altri grandi feudatari: Artale Alagona, Francesco Ventimiglia, Guglielmo Peralta. 

Dichiarando la sua fedeltà a Federico II e sostenendolo da valoroso guerriero, Manfredi Chiaramonte 1  riunì sotto il suo comando una delle più consistenti baronie dell’Isola. Per parte di madre fu conte di Ragusa (comprendente Gulfi, “mutandone il nome in quello di Chiaramonte per ricordo imperituro del suo Casato” 2), da lui riconquistata nel 1302 dopo che nel 1299 era caduta in potere degli Angioini. Anche conte di Modica (comprendente Scicli), avendo sposato Isabella Mosca cui era stata affidata detta contea. Amato dai vassalli, unificò le due contee in una sola con la denominazione “Contea di Modica”, avente residenza a Ragusa, unitamente all’amministrazione: “e dalla curia ragusana dipendeva allora l’altra corte di Modica e Caccamo ed altre signorie” 3 .

Così Raffaele Solarino nel 1884 ne descriveva il territorio: “Posto all’estremità più meridionale di Sicilia, (esso) si estende su di un terreno accidentato, che quà si riposa in diffuse e fertili pianure, là s’innalza in monti erti e dirupati, in certi punti s’accumula in vaste masse compatte, che formano altipiano, in altri si squarcia e sprofonda in valli e torrenti…”.

Riproduzione grafica del Castello di Ragusa Ibla

Molti i castelli, fatti edificare a scopo difensivo, sono legati al suo nome e ai discendenti cui si devono molte opere pubbliche che in diverse città migliorarono il decoro e le condizioni di vita. 

La dinastia non mancò di operare anche nell’attività chiesastica: a Ragusa i Chiaramonte accolsero come protettore il normanno San Giorgio e probabilmente, sostiene Giorgio Flaccavento, ne riedificarono il tempio, spostando il sito da quello vicino al castello alla spianata del Corso per renderlo più maestoso. 

Oltre al Lauretta, il cui manoscritto è riportato da Sortino Trono nell’opera I Conti di Ragusa e della Contea di Modica (1907), a parlare del loro palazzo fu un “Anonimo” nel suo manoscritto sulla Ragusa del Seicento, pubblicato da Francesco Garofalo (1980). Leggendo le paginette che gli dedica, vengono in mente alcune foto che riprendono resti consistenti delle strutture murarie prima di essere demolite all’inizio del ‘900 per far posto alla costruzione del Distretto Militare. Dettagliata la descrizione che con le tonalità del fantastico lo presenta munito di tre porte e di una quarta detta ferrea utilizzata per l’accesso, situandolo poco distante dalla via principale: verso il centro della città e sulla parte più alta di essa. 

Ecco appena un accenno:  

Ha all’interno quattro fortissime e altissime torri, le quali tutte sono abitate, e tra l’una e l’altra vi sono mura fortissime e altissime; sopra di esse sono i merli e delle palle rotonde di pietra viva, delle quali a stento un uomo fortissimo potrebbe sollevarne una, e dalla parte di dentro sopra le dette mura si cammina comodamente per la difesa del Castello… Dopo la quarta porta esisteva un porticato attraverso il quale si entra in un cortile, ed in esso è un magnifico palazzo, nel quale abitarono i Chiaramonte, Conti di Ragusa, il qual palazzo viene ora chiamato “lo palazzo dilli Chiaramunti” 

Il palazzo nel castello, dunque. Ed era in un sito di dominio della città tale da consentire una poderosa difesa dagli attacchi esterni. 

D’avviso diverso Leonardo Lauretta che, contraddicendosi, situava il grandioso palazzo nel luogo del Convento di san Francesco: “Sino al dì d’oggi ne appaiono le mergoli delle Torri, corridoi di strade sotterranee, piscine, bivieri, conducendovi le acque della Cava di Velardo… “. E’ stato Filippo Rotolo nell’opera La chiesa di S. Francesco all’Immacolata (1990) a fornire una convincente chiave di lettura, mostrando tanta destrezza nel maneggiare l’argomento. Escludendo che la torre annessa al Convento dei Francescani sia stata di stile chiaramontano, ha ritenuto che dovette essere dell’antica chiesa di San Francesco, all’origine facente un tutt’uno con la facciata di cui si conserva il portale anteriore alla venuta dei Chiaramonte. 

Sull’ubicazione del palazzo, lo studioso condivide le notazioni del Garofalo e gli sembra probabile che sia stato edificato da Manfredi I Chiaramonte. 

Prezioso il passo da cui si apprende il luogo scelto dai frati per stare a contatto con il popolo minuto e viverne la vita:  

Chiesa e convento di S.Francesco all’Immacolata – Ragusa

… a Ragusa i primi ignoti Francescani si sistemarono nella periferia settentrionale della città, che solo dopo il sec. XIII questo sito era certamente, come lo è tuttora, l’estremo limite settentrionale, lontano dal centro costituito dal castello normanno, oggi distrutto. 

In realtà il castello esistette al tempo dei bizantini che eressero mura invalicabili. Gli Arabi, saccheggiatori dei territori, secondo una tradizione popolare, non coincidente con le notizie fornite da Michele Amari che riferiscono dell’abbattimento, tentarono invano di espugnarlo; i normanni con Goffredo lo resero più poderoso e i Chiaramonte con Manfredi I e III vi eseguirono opere imponenti per renderlo più imprendibile. 

Grazie alla ricerca demologica, si è compreso l’interesse appassionato del popolo per i fatti del tempo. Per chiarire il senso di un distico popolare, Serafino Amabile Guastella, nell’opera Canti popolari del Circondario di Modica raccolti e illustrati da S. A. G. (Modica, Lutri&Secagno, 1876), espone un fatto:

Costanza di Chiaramonte

“Costanza, figlia di Manfredo III, settimo conte di Modica e almirante di Sicilia, fu menata sposa a re Ladislao di Napoli; ma il voluttuoso e volubilissimo principe, venutagli, dopo pochi anni, a noia la moglie, bramò impalmare altra donna, e pregò, poi minacciò aspramente il papa a dichiarar nullo il precedente matrimonio. Il papa, ligio in tutto ai reali di Napoli, annullò il matrimonio ma Ladislao, non contento di contrarre altre nozze, volle altresì costringer la Costanza a toglier per secondo marito Andrea di Capua, conte di Altavilla. L’altera donna, terminata appena la cerimonia nuziale, celebrata in Gaeta, rivoltasi ad Andrea, presenti il re e i cortigiani, proruppe in queste fiere parole: Messer Andrea, vi potete tenere il più avventurato cavaliere del regno, perché avete per concubina la moglie legittima di re Ladislao, vostro signore”. Lo stornello, commenta l’antropologo e scrittore di Chiaramonte Gulfi, “ha perduto il significato storico, e si canticchia fra i denti quando si vuol mettere in burla la resistenza inattesa o protratta di una donna del volgo”: 

Viola, viulina, / cunsidira la nostra paisana! // Lu papa ca la sciòisi di rrigina / ci rrissi: figgia mia fa la buttana.

(Viola, violina, / Considera la nostra paesana! // Il papa che la sciolse di regina / le disse: figlia mia fai la puttana). 

Se di Simone, personaggio turbolento e conte di Ragusa nel 1353 dopo la morte del padre Manfredi II, si può dire che dedicò la vita a guerreggiare per l’Isola, diversa per indole filantropica fu sua moglie Venezia (amata dalla gente comune), da lui perseguitata con l’intento di sposare Bianca, sorella di re Federico. Quando il popolo parlava del matrimonio di un’orfana, alludeva a Venezia Palazzi che aveva istituito una dote per le orfanelle del paese. Da qui il distico: 

Vinezia, l’armi santi fannu festa / C’addutàstivu a tutti l’urfaneddi.                                                            (Venezia, le anime sante fanno festa / perché avete cresciuto tutti gli orfanelli). 

Dolorosa, dopo novantatré anni, la fine della dinastia a seguito dell’ingresso degli spagnoli in Sicilia. Andrea Chiaramonte (1391-1392), l’unico a opporvisi a Palermo con fiera resistenza, fu arrestato e processato in modo farsesco. Condannato a morte ad opera di re Martino, venne rapidamente decapitato in Piazza Marina davanti al palazzo Steri dove egli era nato, simbolo del potente casato. 

Affidiamo ora alle parole di Raffaele Solarino la valutazione complessiva sull’operato di questa famiglia che esercitò il dominio in buona parte dell’Isola: 

“Grandi non furono, ma potenti, doviziosi, splendidi. In quel periodo procelloso di fazioni e di lotte, costretti a destreggiarsi con leghe ed alleanze continuamente giurate, rotte e falsate, condannati a combattere sempre per soperchiare l’opposta fazione, per conservare le preminenze ed accrescerle, mostrarono sempre un’energia di carattere, una fierezza indomabile, un valore non comune. Sentivano l’odio ereditario, la pertinace voluttà della vendetta, e sodisfecero sempre all’irrequieta ambizione senza ritegni, né riguardi, né scrupoli, come portavano i tempi” 4.

Spadaccini dunque i Chiaramonte che assoldavano squadre di avventurieri per risolvere le loro questioni; nel contempo, rifuggivano quasi tutti, aggiunge lo studioso, “dalle vie oblique, dai raggiri, dalle astuzie”. E “non sovvertitori dei sudditi” che li tennero in grande considerazione. 

Quelli furono anche gli anni della più luttuosa pandemia. In Sicilia, nell’ottobre 1347 la “peste nera” giungeva forse per l’arrivo di galee genovesi, provenienti dall’Asia: diffusasi ovunque dalla Sicilia in Europa, fa da sfondo al Decameron e fu rappresentata da mano ignota nel famoso dipinto del 1446 Il trionfo della morte di Palazzo Abatellis a Palermo: la festa dei personaggi è colpita dalla Morte rappresentata al centro e quel trionfo è la metafora della caducità della vita!

Federico Guastella

Ragusa, 13 marzo 2022

 

Note:

  1. 1296-1310, date indicanti l’anno d’insediamento e quello della morte.
  2. A Manfredi si deve dunque la nascita di Chiaramonte che cominciò a sorgere all’interno della fortificazione (poi distrutta dal terribile terremoto dell’11 gennaio del 1693). Il piccolo agglomerato formò il quartiere Baglio (il termine deriva dall’arabo bahal, “cortile”, indicante il “piano”, cioè l’area interna di caseggiati feudali, supporto logistico per il lavoro). Oggi è visibile, a nord, la pittoresca porta principale d’ingresso, originariamente chiamata Porta dila chaza e adesso “l’Annunziata”: a forma d’arco (Arcu ra Nunziata) e con le tracce dell’opera, ormai corrosa, di uno scalpellino del tempo, mostra due bassorilievi raffiguranti i momenti dell’Annunciazione: a destra, Maria che prega; a sinistra l’Arcangelo Gabriele. Indicativo il nome riferito alla prima chiesa madre del paese, sorta in data successiva al 1310: quella dell’Annunziata, situata all’interno della cinta muraria subito dopo l’attraversamento dell’arco e alla sinistra di chi procede. Si ipotizza l’esistenza di altre due porte d’accesso: la porta della Guardia o di Ragusa, ad est, che, ubicata nella zona che collega il piano di San Giovanni col piano di Santa Maria del Gesù, metteva in comunicazione la città di Ragusa e con la strada romana Agrigento-Siracusa; la posterla (‘a pusterna, porticella), a sud, che collegava la zona del Ferriero con l’attuale via Porta. A sud del Baglio esisteva il quartiere denominato “Cuba”, così chiamato per la probabile presenza d’una omonima costruzione che forniva acqua e riparo ai viandanti.
  3. F. Garofalo,  Discorsi sopra l’antica e moderna Ragusa, Stabilimento tipografico di Francesco Lao, Palermo, 1856 (Riedizione anastatica, Attesa editrice, Bologna, 1985).
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche, ristampa anastatica 1973, vol. II, pp. 113-114.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Giù la maschera! Il processo di disidentificazione nella Psicosintesi – di Pippo Palazzolo

La psicosintesi di Roberto Assagioli, una delle correnti più interessanti della psicologia moderna, ci può aiutare a spogliarci da ruoli stereotipati e spesso superati dalle nostre stesse esperienze. In questo articolo, presentiamo una semplice introduzione ad alcuni dei principi basilari di tale teoria.

Ogni mattina, quasi senza accorgercene, indossiamo la nostra “maschera” e usciamo. Abitudini, lavoro quotidiano, ruoli da svolgere, aspettative degli altri, autoconvinzioni, ci portano gradualmente a consolidare, sul nucleo centrale del nostro Io cosciente, un aggregato psichico, che per comodità possiamo chiamare “Ego”, che ragiona e pensa a se stesso pensante, un centro di consapevolezza.

Ma noi, come ci percepiamo? Dipende da come si è sviluppata la nostra consapevolezza, da quanto si è allargata la sfera del nostro “Io” conscio rispetto all’inconscio che lo avvolge. Può essere utile aver presente lo schema della nostra psiche, ideato da Roberto Assagioli.

L’ovoide della psiche, secondo Roberto Assagioli

Possiamo raffigurare la nostra psiche come un ovoide, al cui centro luminoso si trova la sfera della coscienza. Nella parte bassa c’è il sub-conscio, sede delle funzioni più elementari della psiche: rimozioni, istinti, impulsi. Nella parte alta troviamo l’inconscio superiore, sede delle funzioni più elevate: l’intuito, il pensiero, l’immaginazione. Ogni “Io”, o “Sé”, è collegato con un “Sé” superiore, la parte spirituale che si incarna in un corpo, ma che rimane legato al “Sé transpersonale” (o “Logos”, “Tutto”, “Assoluto”, o comunque si voglia definire l’entità trascendente  che tutto muove e permea).

Ma torniamo al nostro “Io”, così piccolo ma così esigente, a volte arrogante! E’ il nostro strumento, ciò che ci permette di conoscere, sperimentare la vita e relazionarci con l’esterno. Come tutti gli strumenti, di per sé è neutrale, ma può essere un aiuto o un ostacolo alla nostra crescita. Nel corso della crescita, la nostra personalità si forma, si evolve, si modifica, a seconda delle circostanze familiare, delle esperienze, della cultura acquisita.

In ogni stadio della nostra vita, noi adottiamo delle strategie di “sopravvivenza” che, specie da bambini, sono per lo più inconsce. Pensiamo ai bambini “seduttivi”, che ottengono tutto con la dolcezza e, all’opposto, ai bambini “terribili”, che ottengono lo stesso tutto, ma perché strillano e rompono. E, più avanti, lo studente “modello” e il “bullo”, la ragazza “che ci sta” e la “virtuosa”, il “buon padre di famiglia” e lo “scioperato” antisociale, e così via.

Quei comportamenti che noi abbiamo adottato in determinate circostanze, e che allora ci servivano, con il tempo diventano abitudini, riflessi condizionati, abiti  che ci sembrano una seconda pelle. Per questo motivo, noi accumuliamo un certo numero di modelli o maschere comportamentali, che nella psicosintesi vengono chiamate  “sub-personalità”.

E’ come se, all’interno della nostra psiche, ci fosse un piccolo teatro con tanti attori con ruoli diversi. Uno di loro sarà il primo attore, la nostra “maschera” consapevole, l’identità che accettiamo, le altre saranno in secondo piano, ma pur sempre vive e desiderose di attirare l’attenzione. Fino a quando non le “scioglieremo”, riconoscendole e superandole in una “sintesi” più alta, le sub-personalità toglieranno energia ai nostri programmi consapevoli: dobbiamo dare spazio a tutti, perché diversamente nel nostro inconscio una parte (o più) di noi cercherà di andare per conto suo, anche in contrasto con i nostri progetti.

Il primo passo da fare, per liberare le nostre energie e uscire dalle spinte contraddittorie delle sub-personalità, è riconoscere le nostre sub-personalità, capire come si sono formate e se sono ormai superate. A quel punto, potremo cominciare a lavorare per trasformarle, attraverso un lavoro di integrazione, che porterà ad una “sintesi”, alla nascita di una personalità armoniosa e arricchita di nuove componenti.

Sciolte le sub-personalità, diventa importante riaggregare le energie psichiche così liberate in un “modello ideale”, ciò che noi siamo veramente, anche se forse lo abbiamo dimenticato!

Quando nasciamo, tutti noi abbiamo un progetto da realizzare, ma con il passare del tempo a volte lo dimentichiamo. Per fortuna è possibile recuperarlo, ci sono varie tecniche che ci possono riportare sulla “retta via”, quella di una piena realizzazione in questa vita… ma questo è un altro discorso!

Pippo Palazzolo

 

Roberto Assagioli (1888-1974)

Consigliamo a quanti volessero approfondire la conoscenza della Psicosintesi,  di visitare il sito ufficiale dell’Istituto di Psicosintesi, www.psicosintesi.it, che contiene ampie informazioni sia sulla vita di Roberto Assagioli che sulle sue teorie, nonché sulle numerose attività organizzate in tutta Italia.

Un Centro di Psicosintesi molto attivo, in Sicilia, è quello di Catania.

 

 

Gesualdo Motta: da Mastro a Don – di Federico Guastella

In occasione del centenario della morte dello scrittore Giovanni Verga (Vizzini, 1840-Catania 1922), “Le Ali di Ermes” gli rende omaggio pubblicando questo articolo del dott. Federico Guastella, suo grande estimatore, dedicato ad una delle opere maggiori del Verga, il romanzo “Mastro-don Gesualdo” (Ed. Treves, Milano,  1889). 
Giovanni Verga (1840-1922)

Il romanzo, come ‘avantesto’ apparso a puntate nel 1888 sulla  Nuova Antologia, con sostanziali modifiche sul piano formale e dei contenuti verrà pubblicato dall’editore Treves l’anno successivo, ancorché datato 18901. Attento si mostra il Verga ai mutamenti sociali che attraversano la Sicilia tra il 1820 e il 1848, periodo in cui decade l’aristocrazia e si afferma l’ascesa di una nuova classe sociale: quella della borghesia che, venuta dal nulla, dispone della necessaria intraprendenza per guadagnare sempre di più. Dominante la presenza del protagonista che quasi solitaria giganteggia su tutta la folla dei personaggi. Il lettore lo incontra al capitolo I della parte prima in occasione dell’incendio in casa Trao, mentre il paesetto di Vizzini sprofondava nel sonno. Allo scampanio delle chiese, accorrono tutti gli abitanti: “Dalla salita verso la Piazza Grande e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata…”. Tra allitterazioni e metonimie, l’incipit manifesta il fascino della parola. E’ un pezzo di bravura timbrica la descrizione del trambusto che si viene a creare: un’occasione che introduce ai diversi personaggi che popolano il romanzo come per esempio il canonico Lupi e don Licciu Papa “il caposbirro”.

Il vicino di casa è Gesualdo, il quale si mostra preoccupato per il possibile estendersi del fuoco ai suoi possedimenti. Il palazzo dei Trao che va in rovina è l’immagine della fine di un prestigio parassitario, mentre la voce stizzosa di Gesualdo Motta già fa capire il suo carattere volitivo che lo configura come il custode della “roba”, accumulata con sacrifici e rinunce. I paesani lo conoscono così: l’infaticabile muratore (“mastro”) che si adopera nei traffici del commercio, spinto dalla sete del guadagno e diventare imprenditore (“don”). Ha fiuto Gesualdo che può permettersi di compiere l’ascesa con l’uso della razionalità economica. Ha preso l’appalto delle strade comunali e la sua attività non conosce soste; tiene sotto controllo gli operai e gli affari e si muove di qua e di là con la voglia del profitto. E’ il demiurgo che al cantiere misura “il muro nuovo colla canna; si arrampica “sulla scala a pioli”; pesa “i sacchi di grano”.

Uomo di successo, dunque, grazie all’instancabile lavoro che gli fa distruggere le barriere della tradizionale abulia impressa come spina genetica, dando vita all’epopea della “roba” con la consapevolezza delle strategie necessarie: osare finché è possibile e mettere in difficoltà l’avversario. Verga incarna in questo personaggio il nuovo tipo di proprietario terriero venuto dal nulla e in gara con i nobili del paese. Negli anni Sessanta del XX secolo, la sostituzione dei ceti era già un fatto compiuto: vincente il don Calogero Sedàra del “Gattopardo” in contrapposizione al principe Salina, l’aristocratico rassegnato che assiste alla decadenza del casato e al passaggio del suo patrimonio al suo affittuario2. L’ascesa sociale di don Gesualdo raggiunge poi il vertice con il matrimonio che si realizza col sacrificio dei sentimenti: sposa Bianca Trao di nobile casato “per avere un appoggio… per far lega coi pezzi grossi del paese”, spiega alla giovane e devotissima serva Diodata, da cui ha avuto figli, “poveri innocenti” che si trovano all’ospizio dei trovatelli.

La stiratrice (1884) – Edgar Degas

E’ nella parte I del cap. IV che è rappresentata la nottata alla “Canziria” (a “circa due ore di notte”), una fattoria della campagna di Vizzini. Coinvolgente la descrizione, il cui paesaggio lunare è evocato da una melodiosa prosa. E Gesualdo si abbandona ai ricordi: la fanciullezza grama, la giovinezza travagliata, le prime lotte per la “roba”. Se ne ricava l’immagine di un uomo intraprendente che è riuscito a creare e ad accumulare ricchezze. Ed è anche un uomo affettuosamente tenero, a suo modo. Al sommesso pianto di Diodata, la quale si sente abbandonata insieme ai loro figli che si trovano all’ospizio dei trovatelli, fa di tutto per confortarla: “Non ti lascerei in mezzo a una strada… Ti cercherei un marito”. Irritato di quel pianto, si mette a bestemmiare come un vitello infuriato: “Santo e santissimo ! Sorte maledetta!… Sempre guai piagnistei!…”.

Durante il colera del 1837, che il popolo ritiene appositamente diffuso, apre “le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti”. A Mangalavite, dove si rifugia e in cui si sente “come un papa fra i suoi beni e i suoi dipendenti”, fa del bene a tutti e gli resta il cruccio “per l’ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali”. Mastro-don Gesualdo ha un intimo rovello e i suoi affetti, tra cui il profondo rispetto per il vecchio padre: per esempio, quando mastro Nunzio sta per morire si mostra raccolto nel dolore senza dire una parola. Non è soltanto segnato dall’avidità della roba; nutre sentimenti fino ai rimorsi che lo inducono ad una rivisitazione interiore. Diodata e Bianca due donne accomunate dal destino infelice, ma diverse nel tenere i rapporti con l’eroe del profitto. La prima, affettuosamente e lealmente dedita al padrone, non si nega mai; la seconda, pur avendo patito come lui la povertà testimoniata dalle sue dita “un po’ sciupacchiate”, ha insanabili difficoltà di comunicazione con lui: i condizionamenti delle origini, di cui Verga ha piena consapevolezza, sono il marchio del sangue.

Rappresentazione teatrale del Mastro-don Gesualdo, Teatro Bellini di Napoli, 2015

Il non poter comunicare è dunque la conseguenza del totale fallimento del matrimonio Motta-Trao, “un affare sbagliato” che lascerà tracce anche nel rapporto di don Gesualdo con la figlia Isabella. E’ il destino di solitudine che prende il sopravvento, quasi mai il successo economico conduce alla felicità quando sono messi da parte gli intimi rapporti domestici. Sicché, l’ombra della solitudine è sempre in agguato quando si gustano i beni materiali invece delle parole d’amore. E felice Mastro don Gesualdo di sicuro non era stato per aver barattato col denaro le ragioni del cuore, malgrado avesse tratto profitto da un fare veloce e intelligente. Felice non era stato dal giorno delle nozze con Bianca Trao: “Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote né l’aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un’ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover’uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello!”. L’uomo della fortuna creata con le proprie mani è ormai divorato da quella solitudine che nasce da certe scelte sbagliate, da lui fortemente avvertite.

Poche, ma incisive pennellate mostrano la finezza psicologica di Verga nel rappresentare il dramma familiare dell’incomunicabilità dovuta alla frizione di codici diversi. Fra l’altro, don Gesualdo aveva ostacolato la relazione della figlia con il povero orfano Corrado, imponendole un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, cui viene dato buona parte del patrimonio dotale. Verso la fine dei suoi giorni, lo troviamo non più avido di beni: egli ha ormai maturato una consapevolezza: è l’uomo solo con la spina nel cuore di cui non sa darsi pace. Il consuntivo è fallimentare, il turbamento è lacerante, avvertendo l’allontanamento della figlia da lui. Lo scacco è irrisarcibile, malgrado abbia impiegato la vita a staccarsi da una condizione di miseria e cambiare stato sociale.

La solitudine di Mastro don Gesualdo, che è mancanza di affetti e della forza salvifica delle parole, raggiunge il culmine quando, ammalato, si trova nel “palazzone” della figlia. Non è più l’uomo libero d’un tempo; a tavola qualche giorno mangia “in gala (…) legato e impastoiato”. Addirittura viene relegato nelle stanze della foresteria, generalmente riservate agli estranei. L’uomo energico e volitivo, che aveva dedicato la vita ad accumulare ricchezze, è ora profondamente malinconico e trascorre i giorni dietro l’invetriata a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze nella corte vasta quanto una piazza o a contare le tegole dirimpetto. Amaro lo sguardo nel constatare lo sperpero della sua roba in mano a “quell’orda famelica”. Avverte l’inerte vita dell’aristocrazia ingabbiata in vuoti e falsi cerimoniali “di messa cantata”; vorrebbe tornarsene al paese, ma il desiderio non viene soddisfatto. Anche la volontà di fare testamento, pensando di lasciare qualcosa a Diodata e ai suoi figli naturali, viene bloccata malgrado le sue insistenze come atto di energica volontà. Il padrone di tutto è ormai il genero, ipocrita e ingordo. Anche i dottori lo disprezzano date le origini popolari e l’incomunicabilità si fa sempre più acuta con la figlia che resta indifferente alla sua condizione di moribondo, chiusa nel rancore contro di lui, avendola costretta ad un matrimonio non voluto.

Don Gesualdo finisce la sua vita senza neanche poter vedere la figlia, giacché “il servitore che gli avevano messo a dormire nella stanza accanto” non si cura di ascoltarlo. Anziché assisterlo, si mostra infastidito allorquando viene disturbato nel sonno dai rantoli dell’estrema agonia e solo agli ultimi momenti si alza “furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce”. Muore dunque solo, lontano da ogni affetto e la servitù, appena fa giorno, si mostra irriverente con frasi distaccate (“Mattinata, eh, don Leopoldo? – E nottata pure!”) o ironicamente feroci (“Si vede com’era nato… Guardate le mani!”). E’ la battuta finale che fa toccare con mano il comportamento irriguardoso, irrisorio dei servi, ostili a uno che ha tradito lo stato sociale di provenienza: “Sicuro, eh! E’ roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa”.

Muore Don Gesualdo, e scompare con lui un mondo di fatica operosa: la sua solitudine viene così inghiottita nel buco nero dell’arida fugacità d’ogni cosa. Commenta Luigi Russo: “Mai il Verga aveva toccato, così fondo, nel suo pessimismo”. Fallimentare il bilancio, di cui gli resta il rimorso: della roba “nulla gliene importava ormai”. Malgrado i successi economici, gli è stata avara la vita ed egli stesso s’è reso consapevole del suo errore: quello di aver subordinato il sentimento all’interesse economico. E’ il vuoto ad inghiottire Mastro don Gesualdo; è la solitudine a condannarlo ad una disperata oscurità senza un barlume di luce. Squallido il cinismo dei parenti. Anche nel momento della partecipazione all’evento funebre, tutti manifestano indifferenza, cercando il proprio tornaconto. Qui è l’autentica, sostanziale differenza: l’avaro e grottesco Mazarò, vittima delle sue stesse proprietà, è incapace di una riflessione sui propri vissuti; Gesualdo è sì l’accaparratore, ma è l’uomo – ha scritto Francesco Nicolosi – “assetato di affetti che sconta, con la solitudine e con una delusa volontà di amare, l’errore di avere assunto la roba a supremo valore dell’esistenza”3.

Federico Guastella

Ragusa, 2 marzo 2022

 

Note:

  1. G.Verga, Mastro don Gesualdo, Ediz. critica curata da C. Ricciardi, Firenze, Le Monnier, 1993.
  2. F. Guastella, Una rilettura del Gattopardo, Bonanno, Acireale-Roma, 2021.
  3. Dal vol. Il Mastro-don Gesualdo dalla prima alla seconda redazione, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1967.

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

L’antico Carnevale della Contea di Modica – di Federico Guastella

Maschera di Carnevale, immagine tratta dal sito https://www.pianetadesign.it/fai-da-te/come-realizzare-le-maschere-di-carnevale-fai-da-te.php

L’indagine di S. A. Guastella nell’opera L’antico Carnevale della Contea di Modica1 tocca gli elementi cardine visti nella coesistenza sincretica di motivi cristiani e pagani. Lo studioso chiaramontano può così guardare alla festa del carnevale, ponendo in risalto molteplici aspetti: dalla rimozione della censura alla ritualizzazione dei conflitti di classe attraverso le mascherate, dalle satire ai momenti licenziosi, dal ristabilirsi degli affetti familiari e dei vincoli di solidarietà al rovesciamento

degli schemi e delle regole in vigore nella vita quotidiana. Il periodo del Carnevale durava a lungo; iniziava il 12 gennaio, giorno successivo alla ricorrenza del terremoto del 1693 che, oltre a devastare mezza Sicilia, aveva provocato migliaia di vittime nel territorio della Contea. 

“Il giovedì grasso, o berlingaccio toscano, è da noi chiamato jiovi di lu lardaloru, il giovedì precedente è chiamato jovi di lu cummari, e finalmente il giovedì che viene prima dei due indicati il popolo lo battezzò jiovi di lu zuppiddu. Per altro in Chiaramonte il giorno dello zuppiddu è il mercoledì, e in altri paesi il venerdì: diversità di giorno, non di sostanza; e a ciascuno di tali giorni è stato appropriato un proverbio che all’ingrosso lo definisce. Così diciamo:

Lu Jiovi di lu zuppiddu

cui nun si càmmira è peiu pir iddu.

Lu jiovi di li cummari

cu nun n’ha si li fa ‘impristari.

Lu jiovi di lu lardaloru

i frati mmitàvanu i suoru;

Ora i tempa su canciati,

e i suoru ‘mmitanu i frati.

O pure

lu jiornu di lu lardaloru

la mamma si ‘mpigna lu figgiuolu.

La sdirrumìnica

fatti amica a la monica2.”

La quadriglia. Foto tratta dal sito: https://blog.siciliansecrets.it/2020/02/10/i-7-carnevali-di-sicilia/

 Sul significato di “Zuppiddu” lo studioso si pone diverse domande; avvalendosi di un documento (1776) redatto da Matteo Molè Mallo (chiaramontano, prete e dottore in teologia, commissario della santa Inquisizione…), spiega che nel giorno dello Zuppiddu si distribuivano ai poveri i vermicelli (particolare tipo di pasta), analogamente a quanto accadeva a Verona nel Venerdì gnoccolaro. Cavalcate in quel giorno festeggiavano la nascita di Bacco e si ballavano cascarde3 accompagnate col canto o con la pantomima. Lo Zuppiddu, dunque, la personificazione di uno dei diavoli che facevano parte della credenza popolare: 

“Or fra costoro il Zuppiddu ha l’ufficio di pervertire gli uomini mediante la voluttà, l’allegria, la spensieratezza (…) si accomunò coi Satiri e ne formò quasi il tipo4.” 

Lo soccorre in tale ricerca il filtro del ricordo; la deliziosa rievocazione di un episodio dell’infanzia gli serve per spiegare il significato di lu jiovi di lu zuppiddu (il giorno del mercoledì o del giovedì che prende nome dallo “zoppetto”, raffigurato dalla maschera di Sileno che non inquieta, ma diletta):  

“Bimbo, insieme alle mie sorelle e ad altri ragazzi solevamo, per intimità di famiglie bazzicare in casa di una donna Paola Ventura, e lì si facea il diavolo a quattro. Una volta, intontita dalla disarmonia dei nostri strilli, la padrona di casa per racquetarci ci mostrò uno scatolone pieno di maschere, fra le quali ce n’era una con le corna caprine intrecciate a festoni di edera: maschera rossa che parea riderci in faccia con riso allegro e beffardo. Ci spaventammo sul serio, perché ci parve il diavolo, e anzi i più grandicelli si segnarono a furia sperando farlo fuggire. Allora la madre di Donna Paola, donna stravecchia che non si movea dal seggiolone, ci disse di non impaurirci perché quella era la maschera dello zoppo, e ordinò che ci mostrasse una stampella intagliata bizzarramente a fiaschi, a teste di capre, a grappoli di uva, e ad altri emblemi bacchici, dicendo che con quella stampella lo zoppo solea percotere i fanciulli quando strillavano5.” 

“Cammararisi” è termine dialettale; sta a indicare il vincolo del comparatico che si traduceva nello scambio di doni con la comare:

“Se il mercoledì o giovedì del zuppiddu era consacrato al soccorso dell’indigenza, il giovedì delle comari servia a rinvigorire quel sentimento di cordialità che esiste o dovrebbe esistere fra persone legate dal comparatico. Era difatti in quel giorno che le comari andavano in giro a fare e a render visite: era in quel giorno che nelle famiglie popolane solea scannarsi il maiale; e allora un paio di costole, un’ala di fegato, un mezzo rocchio di sancieli (è così che la nostra plebe chiama la dòlcia), erano e son tuttora doni accolti con sincera effusione. La comare che avea tenuto un bimbo a battesimo, era convitata dalla comare, madre del bimbo; e quella era l’occasione perché l’invitata facesse un regaletto al figlioccio: un paio di orecchini, o una festicciola, o un grembiulino, se femmina; un abituccio, se maschio. In questa guisa gli affetti si rinsaldavano; un po’ di malinteso, un dissapore, un’insinuazione maligna venian posti in chiaro, o vi si mettea un po’ di cenere6.”

Nell’intreccio, dunque, di forme parentali si svolgeva un rito che è antica memoria d’un legame di gruppo e partecipazione. Tra gli usi ispirati al messaggio evangelico, proprio il rito del dono nel giorno del martedì grasso dava luogo al vincolo comunitario e rendeva solidali i rapporti contro l’incertezza del domani: 

“Il martedì grasso era la festa del povero, né mai il quod superest venne applicato con più retta intenzione. In ogni famiglia, anche fra le più umili, venia prelevata la parte dell’indigente, e mandata con amorosa premura a quei fra gli storpii, o a quella fra le cieche, o fra gl’inetti al lavoro ch’erano più conosciuti o stavan più vicini di casa; e le parole che accompagnavano il dono eran schiette e cordiali, quali convenivano a gente, che nell’esercizio della carità credeva adempiere ad una mutua retribuzione sociale. Hodie tibi, cras mihi: e difatti chi potea assicurarli, che da lì a poco gli oblatori non potessero trovarsi nello identico caso dei sovvenuti?7.”   

Il giovedì grasso, chiamato di lu lardaloru per l’uso di un minestrone che solitamente si faceva in quel giorno e che aveva il potere taumaturgico di sanare le discordie familiari, veniva festeggiato all’insegna dell’unità e dell’armonia familiare. Il principale ingrediente era costituito di grossi pezzi di lardo cui venivano mescolati erbe ortalizie e legumi, ed esso aveva la “virtù del ferro calamitato”: ricomponeva i conflitti tra generi e nuore, tra figli e figlie che non potevano rifiutare in quel giorno l’invito del capo famiglia:

“E lì seduti al rustico desco, fra un cucchiaio ed un gotto, si aggiustano le divergenze, si transige dall’una parte e dall’altra, e si ripianano le scabrosità troppo aguzze. Ricondotti a tranquillità di giudizio, si fanno e si discutono nuovi progetti; la moglie ritorna con amoroso desio alla casa dalla quale era espulsa (…), e tutti contenti e fiduciosi, come non erano stati da un pezzo8.”    

Era soprattutto il ricongiungimento familiare che caratterizzava il modo quasi religioso con cui veniva avvertita tale ricorrenza. Lo scrittore fornisce un quadro abbastanza chiaro delle attività economiche che allora si svolgevano e fa avvertire, in chiave realistico-sociale, l’aspettativa e il senso del rientro a casa, dove s’integravano affetti e tradizioni. A carnevale si ricomponevano i vincoli familiari, ed era uno spasso ascoltare gli indovinelli (‘nnivinaggi). Ciascuno faceva a gara nel dirli, scegliendo i più piccanti; gli altri, gli ascoltatori, mettevano in moto la mente e si cimentavano a trovarne la soluzione. Il senso erotico, presente in molti di essi, era sicuramente originale: un’arguta e sfiziosa licenza che da un lato metteva in rilievo le pulsioni più represse e dall’altro manteneva il fantasioso intreccio tra parvenza e realtà. Altri usi pagani, per ricordarne alcuni, sono pure individuati nelle beffe rimate chiamate Jabbu, nella negazione di ogni censura rispetto alla morale e al potere, nella contestazione e nel capovolgimento della norma, nei dileggi e negli scherni cui venivano sottoposti i matrimoni fra anziani. Sono in proposito incisive le sequenze di immagini che rappresentano le modalità persecutorie a danno di due vecchi unitisi in matrimonio nel periodo di carnevale. Dal punto di vista della spettacolarità delle sventure, la pena inflitta a Rosa Di Cunta, contadina amante del figlio del barone di Canzeria, si manifesta in una rappresentazione sconcertante e crudele. Il documento d’un cronista locale del Settecento trascritto dal nostro autore è una pagina che coglie i profili quasi fotografici d’una feroce realtà, ripresa e filtrata dallo sguardo illuministico. Trasportata nelle carceri femminili, il boia taglia alla donna i capelli e le rade le sopracciglia. Poi, denudata fino alla cintola e posta su di un’asina zoppa, i persecutori le fanno girare le vie del paese, mentre di tanto in tanto viene frustata. Intanto l’intera comunità partecipa a quella esibizione fischiando, ingiuriando, gettandole addosso immondizie; giunta la sera, le autorità ecclesiastiche, cui il barone aveva denunciato l’illecita tresca amorosa, si ritrovano a cenare in casa sua. Il magistrato, osserva Guastella, oltre a credere infallibile il proprio giudizio, rendeva operativa la sentenza in un apparato scenico definito “criminale”. Sicché il giudice, invece di ammonire, dava luogo ad un divertimento insensato con questa esibizione della malasorte altrui; la gente, potremmo dire, forse esorcizzava la propria. Erano giorni quelli del carnevale in cui il popolo poteva tirar fuori la rabbia sociale covata in corpo per un anno. Interessante, in proposito, la figura dell’ “asino cipollaro”, così chiamato per il vizio di cadere e battere le ginocchia per terra: 

“magro come un Fakiro, pieno di guidaleschi come un cane rognoso, schiacciato sotto il peso dei sacchi, come un epitaffio sotto il bagliore degli elogi pomposi, sentiva, aimè! morirsi la carne d’addosso, si abbandonava a terra, e dettava il testamento in questi versi bizzarri:

Lassu ‘a testa a lu baruni,

ca  cci servi ppi lampiuni;

lassu ‘u pilu a la za’ mònica,

ca si fa ‘na bella tuònica;

lassu l’ugni ‘e’ (ai) Cavalieri,

ca ni fannu tabaccheri,       

e l’auricci a li nutara,

ca ni fannu calamara;

Lassu ‘a mmerda a li scarpari

ca ci servi ppi ‘ncirari;

lu capistru e lu varduni,

ci lu lassu a lu patruni9.”

(Lascio la testa al barone, /che gli serve per lampione; lascio il pelo alla zia monaca, / per farsene una bella tonaca; lascio le unghia ai cavalieri per farsene tabacchiere, / e le orecchie ai notai, / per farsene calamai; / lascio la merda ai calzolai / che serve loro per incerare; / il capestro e il basto , / li lascio al padrone).

Nel particolare clima di provvisoria legittimazione dell’arbitrio e dell’arbitrario, caratterizzato da un rovesciamento di valori codificati, di gerarchie e rapporti di potere10, vengono prese in esame le maschere nel loro duplice significato di “rappresentazione tipica di una data classe di popolo” e di “rappresentazione di un simbolo, di un mito”. La satira carnevalesca è certamente una costante umorosa del libro. L’autore, non intendendo assecondare i meccanismi illeciti del potere, dava in tal modo ampio spazio alle mascherate degli operai che, proprio a satire irriverenti, affidavano i loro sentimenti di avversione sociale. La lettura del Carnevale, mandata avanti da Guastella, va nelle fasi di un teatro dove le scene mutano, ma ognuna si ricompone in una medesima direttrice che è insieme farsa, bisogno di valori patriarcali e ribellismo sociale. Suggestiva è la pagina dove lo scrittore fa rivivere un rito popolaresco e ridanciano: il Re burlone appare agli ultimi sgoccioli della sua vita. Si trova attorniato da vari pulcinella che piangono (si chiamava trivulu – tribolo, afflizione o tribolazione – il pianto sconsolato per la sua imminente morte, analogo alla parodia funebre delle prefiche), nonché da pagliacci che ne decantano le virtù e da medici che, con crudele e ironica insistenza, gli nominano i piatti più gustosi. Egli, non potendo ormai essere l’ingordo di prima, rifiuta quelle offerte ma, appena scorge tra la folla una piacente fanciulla, si rianima e manifesta un desiderio voglioso che l’imminenza della morte non riesce a cancellare. La rappresentazione si fa più farsesca allorquando, parlando della maschera della moglie di Carnevale, l’autore organizza una linea di azione, dove si esprimono il gioco, lo sberleffo, la sghignazzata e la danza (In effetti, era il ballo in piazza a dare forma all’identità della comunità, i cui membri, oltre a sentirsi protetti dagli influssi negativi, liberavano la dimensione corporea repressa durante l’anno).

“Una delle maschere più bizzarre era la moglie di Carnevale, colossale bamboccio, la quale traeva immani ululati, perché sui dolori del parto. A un determinato luogo, per lo più nella piazza, la gigantessa improvvisamente chinavasi, convellendosi a contorcimenti sì strani, da cavare le risa. Ed ecco che dalla gonna voluminosa sbucava a furia una nidiata di pulcinelli, i quali venuti appena alla luce, si avventavano ai fiaschi, e si davano a ballare sonando i tamburelli e le nacchere; ed ecco il coro bacchico, col quale davasi principio a quel ballo:

E  ccu sàuti e cazzicatùmmuli

sdivacàmu li saschi e li bùmmuli:

tummi, tummi, ritummi, catummi,

prestu ‘mmucca li brogni e li trummi:

gammi all’aria, li manu a scianchetti,

cuntradanzi di chiddi priffetti11

E quì l’allegra nidiata rompeva in tali sghignazzamenti selvaggi, e ballava con tali gesti epilettici, con tali atti vertiginosi, con tali smorfie, con tali vivezze, con tali salti mortali da riuscire imperfetto qualunque ufficio della parola. Alcuna volta la mascherata, cinica oltre modo, si torcea a satira personale, meno viva, ma non meno pungente dell’aristofanesca12.”

Un flash incisivo è quello raffigurante il corteo che, in processione, lamenta l’imminente morte di Carnevale con grida strazianti alternate con il canto funebre (gli schiamazzi sono un tentativo di espellerla dal circuito della quotidianità, di allontanarla dalla vita). In proposito, una specifica maschera e un preciso rituale testimoniano il contrasto tra il bene e il male, il conflitto tra il godimento e la privazione. Il riferimento va alla Vecchia di li fusa, “reliquia simbolica delle Parche” alla quale la superstizione attribuiva la potestà di custodire tesori incantati. Essa è mostruosamente maligna: “simboleggia la prossima morte di Carnevale, e i fanciulli che la inseguono esprimono il tentativo di strapparle la rocca, onde allungare i giorni del Semidio moribondo13.” Sono questi alcuni tra i caratteri maggiormente significativi del carnevale della Contea, la cui rappresentazione viene da Guastella concretizzata con registri linguistici variamente espressi e con significati compositi, tra cui è ampiamente presente, come nei Saturnali romani, il motivo di una renovatio mundi, il “rinnovamento del mondo” attraverso il riso e l’utopia. Siamo così nel paradossale rovesciamento dei valori consueti: ora è lo schiavo a servire il padrone, mentre costui diventa il servo in un contesto di partecipazione popolare che ammette ogni licenziosità in funzione della nascita di un nuovo ordine sociale.     

Federico Guastella

 

19 febbraio 2022

 

Note:

1 S. A. Guastella, L’antico Carnevale della Contea di Modica, edizioni della Regione siciliana, 1973.

2 Ivi, p. 44.

3 Il termine deriva dal latino cascare, forma di danza popolare con andamento simile al salterello.

4 Ivi, p. 48. 

5 L’antico carnevale della Contea di Modica, op. cit., p. 47.

6 Ivi, p. 49.

7 Ivi, p. 53.

8 Ivi, p. 51. 

9 Ivi, pp. 85-86.

10 M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.

11 Annotazione di S. A. Guastella: Poesia di Giuseppe Cutello, pittore di stanze, quasi analfabeta, ma spontaneo e vividissimo ingegno. Cazzicatummuli capitomboli, bùmmuli fiaschi con bocca strettissima, ‘mmucca in bocca, scianchetti fianchi. 

12 L’antico Carnevale della Contea di Modica, op. cit., pp. 86-87.

13 Ivi, pp. 80-81

 

Bibliografia:

Federico Guastella, Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere, Bonanno, Acireale, 2017.

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Riflessione su Giordano Bruno – di Federico Guastella

Finita di leggere la sentenza, Giordano Bruno, rivolto ai suoi giudici in tono minaccioso disse: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Il 17 febbraio del 1600, a Roma, condotto in Campo de’ Fiori, veniva bruciato vivo. Era nudo, legato a un palo, e aveva la lingua stretta in una morsa di legno, perché non potesse dire nulla, neanche negli ultimi terribili istanti. 

Il monumento in bronzo a Giordano Bruno nella piazza romana di Campo de’ Fiori è opera dello scultore Ettore Ferrari (1889). Il filosofo è mostrato rivolgere il volto in direzione della Città del Vaticano, in segno di ammonimento alla Chiesa. Originariamente Ferrari intendeva raffigurare Bruno con la mano e l’indice puntati verso il Vaticano come simbolo di accusa, rappresentandolo in atto di sfida davanti all’Inquisizione, ma poi ripiegò sul soggetto meno aggressivo di un Bruno pensoso, che comunque volge lo sguardo serio sempre verso la sede del papato. Sul basamento sono presenti l’iscrizione e vari bassorilievi rappresentanti il processo e la morte di Bruno.

La concezione bruniana della tolleranza affonda le sue radici nella cosmologia. La visione di un universo infinito spazza via definitivamente la nozione di centro assoluto e, quindi, anche la nozione di verità assoluta. Non c’è più un solo centro, ma ci sono tanti centri per quanti sono gli esseri viventi che popolano gli infiniti mondi. Bruno, partendo dalle geniali scoperte di Copernico, “riscrive” in maniera radicale i rapporti tra l’individuo e il mondo, tra l’uomo e la verità, tra il filosofo e la conoscenza. Nell’opera Cena  de le ceneri, pubblicata nel 1584, egli, tessendo alte lodi di Copernico, può connettere alla rivoluzione copernicana l’idea dell’infinità dell’universo, popolato di mondi innumerevoli in movimento per lo spazio infinito. Veniva così infranto definitivamente il chiuso universo tolemaico medievale con l’avvento di concezioni più moderne.

La sua argomentazione era basata sul principio della pienezza, per cui una causa infinita, cioè, Dio deve avere un effetto infinito senza alcun limite alla sua potenza creatrice. Perfetto – egli dice nel De immenso – non è ciò che è completo e chiuso in proporzioni determinate, ma ciò che comprende innumerevoli mondi e quindi ogni genere e ogni specie, ogni misura, ogni ordine e ogni potere. Precisiamo che nel De infinito aveva distinto una duplice infinità: quella di Dio che è tutto in tutto il mondo e tutto in ciascuna parte di esso; quella dell’universo che è tutto in tutto ma non in ciascuna parte. Nel De immenso ora distingue una duplice perfezione: una in essenza e l’altra in immagine. La prima è quella di Dio come intelletto del mondo a cui appartiene la prima infinità; la seconda è quella dell’immenso simulacro corporeo di Dio che è il mondo, al quale appartiene la seconda infinità.

Il Cusano, da Bruno assai ammirato, aveva già fatto uso nel suo insegnamento di un tipo di simbolismo geometrico ermetico. Il detto famoso secondo cui Dio è “una sfera che ha il centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo” si ritrovava di fatto, per la prima volta in un trattato ermetico del XII secolo, e fu trasferito dal Cusano all’universo, inteso come riflesso della divinità in un’accezione di spirito tipicamente ermetico. Tale concetto fu fondamentale per Bruno, ai cui occhi i mondi innumerevoli altro non erano che centri divini dell’universo senza limiti. Il Tutto infinitamente espanso era pur sempre Uno.

Questo è stato un tema costante di Bruno, tant’è che nell’opera De la causa principio et uno sono contenuti passi significativi: il Tutto è Uno e il mago può fare affidamento sulle scale di occulte simpatie che innervano l’intera natura. Sta di fatto che il filosofo e il pittore lavorano a partire dalle ombre: si misurano con la materia, con una realtà sottoposta a mutazioni, mangiamenti e riverberi. Bisogna risalire dal molteplice all’unità, bisogna cogliere dietro l’apparente movimento la coscienza delle cose. Tutta la filosofia bruniana della conoscenza si fonda sullo sforzo di “vedere” l’invisibile. “Conoscere” significa innanzitutto vedere per immagini. E l’immaginazione fu da Bruno considerata il più potente dei sensi interiori, perché grazie ad essa il divino comunica con l’umano. Proprio l’immaginazione era stata da lui vista come lo strumento per raggiungere il divino e conseguire poteri divini.

La luce, egli dice nel De imaginum, signorum et idearum compositione, è il veicolo tramite il quale le immagini e i segni divini vengono impressi nel mondo interiore: questa luce non è quella per cui le normali impressioni dei sensi colpiscono la vista, bensì una luce interiore unita alla profondissima contemplazione. L’opera Eroici furori, pubblicata nel 1585 in Inghilterra, consiste in una serie di poesie d’amore. Nella dedica a Philip Sidney, Bruno spiega che il suo petrarchismo non appartiene al filone comune, rivolto all’amore di una donna, ma è di specie superiore ed esprime la parte intellettuale dell’anima alla ricerca di Dio. Il sole, l’Apollo universale, la luce assoluta, si riflette nella sua ombra, nella sua luna, nella sua Diana che è il mondo della natura universale in cui l’uomo in preda a eroici furori  ricerca le tracce del divino.

Sospeso in una posizione mediana tra gli dei (che non cercano la sapienza perché la possiedono) e gli ignoranti (che non la cercano perché presumono di possederla), il vero filosofo dedica la vita alla ricerca della sapienza nella certezza che mai potrà possederla nella sua totalità. La filosofia coincide con un amore incondizionato e smisurato per la sapienza e la vera ricerca filosofica non può avvalersi di verità indiscutibili valide una volta per tutte. Non a caso Bruno insiste nei suoi dialoghi sulla molteplicità dei metodi e delle filosofie, fermo restando che il termine finale della conoscenza umana è l’unione più intima possibile con la natura nella sua sostanziale unità.

Nel mito di Atteone l’ immagine è mirabile. Atteone, a caccia dei “vestigii”, viene divorato dai suoi cani che simboleggiano pensieri di cose divine ed egli diventa selvatico come un cervo che vive nei boschi fino ad ottenere il potere di contemplare Diana ignuda, cioè la bella disposizione del corpo della natura. Uno dei passi più misteriosi è quello in cui Atteone, il cacciatore del divino, scorge un volto di bellezza divina rispecchiato nelle acque della natura. Nella discesa della natura amata è dunque possibile scorgere l’immagine del divino creatore, rispecchiato nelle acque. Nel “vedere”  il mitico cacciatore scopre che ciò che cercava (la sua preda) non era fuori di sé, ma dentro di sé. La potenza intellettiva dell’uomo non s’appaga di una cosa finita e tende alla fonte stessa della sua sostanza, che è l’infinito della natura e di Dio.

Diversamente dalla figura dominante nel Rinascimento, quella del cortigiano al servizio di un principe, Bruno fece della libertà di parola e di pensiero una delle sue ragioni di vita. Per questo, in Francia come in Inghilterra, egli non esitò ad abbandonare privilegi e agi per difendere la sua filosofia, caratterizzata da un pensiero in grado di abbattere le frontiere tra cielo e terra, tra umano e divino, tra scienze umane e scienze della natura. Il suo rogo segnò la fine del pensiero filosofico-teologico che voleva unire fede e ragione, teologia e scienza.  Quando nel 1582 egli pubblicò la commedia intitolata Candelaio, che offre una realistica satira sociale, aveva già in mente, grosso modo, l’itinerario filosofico da seguire fino agli Eroici furori: l’esperienza in volgare si apre con la messa in scena dell’ignoranza (tre personaggi che non conoscono se stessi) e si chiude con la visione di una “divinità” che non è fuori di noi, ma nella natura e all’interno di noi stessi.

La concezione della religione è un punto forte della sua filosofia. Non esistono religioni “vere” o religioni “false”. Esistono religioni “utili” o “dannose”: il loro compito è quello di servire da modello etico di comportamento per le masse escluse dalla ricerca filosofica. Per lui, filosofo, la scelta è decisamente a favore della religione egizia: tutte le sue riflessioni convergono verso il sole, non soltanto il sole visibile, ma il divino intelletto, del quale il primo è immagine. In tal modo, Bruno anelava a conseguire l’esperienza egiziana, cioè quella di divenire, in senso veramente gnostico, l’Aion, che racchiude in sé i poteri divini. Egli parla, infatti, del modo in cui il culto egiziano ascendeva, attraverso la molteplicità delle cose distribuite nel contesto delle relazioni astrologiche, all’Uno che è al di là delle cose.

La glorificazione della religione magica degli Egiziani si trova nell’opera lo Spaccio della bestia trionfante, pubblicata in Inghilterra nel 1584. Gli Egiziani, vi si dice, sono vissuti prima dei Greci e degli Ebrei. Ovviamente prima dei cristiani, ed hanno avuto, rispetto ad essi, religione, magia e leggi migliori. Nell’opera la riforma politico-religiosa viene annunciata in cielo con la purificazione delle immagini celesti da parte degli dei planetari che,
convocati da Giove, riformano se stessi, lo zodiaco e le costellazioni boreali e australi. Via via che vengono discusse le immagini delle varie costellazioni, sono deplorati i vizi e lodate le virtù collegati a ciascuna di esse: i vizi vengono estromessi, espulsi dal cielo e al posto di ciascuno di essi ascende la virtù opposta. Così, alla fine la “Bestia trionfante”, che è il complesso di tutti i vizi opposti alle virtù, è completamente spacciata. La riforma, dunque, incomincia nella mente degli stessi dèi, i quali debbono togliere dal cielo le qualità negative, e sostituirle con quelle positive. E’ la riforma interiore degli stessi Dèi a riflettersi tutt’intorno, sulla volta dei cieli, quando le virtù ascendono ad occupare il posto dei vizi nelle costellazioni. In effetti, quella di Bruno è un’etica integralmente egiziana, nell’ambito della quale la “riforma”, e cioè la “salvezza”, è conseguita nell’ordine cosmologico: la “bestia trionfante”, cioè il complesso dei vizi (gli influssi cattivi delle stelle), è vinta dal complesso delle virtù che, assieme ai poteri divini, prevalgono nella personalità riformata.

Sicché, l’etica propugnata da Bruno si compendia in un regime nel quale “legge” e “ordine” promuovono lo sviluppo delle attività pacifiche e utili, e dal quale è bandita ogni lotta di parte come nella città del sole di Campanella. In sintesi, si può dire che la tolleranza, il rispetto delle culture diverse e la presenza del divino nella natura sono i temi che hanno attirato la sua acuta attenzione e che, del resto, possono ritrovarsi in ogni cammino iniziatico.

Federico Guastella   

Ragusa, 17 febbraio 2022

 

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Contatti: e-mail federico.guastella@tin.it

 

Il sussurro del mondo, di Richard Powers – recensione di Cosimo Alberto Russo

Sono rimasto molto coinvolto dalla lettura del romanzo “Il sussurro del mondo” di Richard Powers (titolo originale  “Overstory”, edizione italiana  La Nave di Teseo, 2019) e mi fa piacere condividere le mie impressioni.

Il romanzo  ha vinto il premio Pulitzer nel  duemila e diciannove. Si tratta di un’opera poderosa di stampo chiaramente ambientalista. 

L’autore divide il racconto in 4 parti concentrandosi sugli alberi, la loro struttura, il loro comportamento, la loro diffusione e importanza nell’ecosistema del pianeta. Le quattro suddivisioni assumono i nomi caratteristici della conformazione di un albero; in particolare, la prima viene chiamata radici, la seconda tronco, la terza chioma e la quarta semi.

Si può dire che ogni parte strutturale del libro abbia una sua  connotazione specifica. “Radici” ci presenta l’infanzia dei vari personaggi che saranno i protagonisti della trama del romanzo; conosciamo così l’inizio del rapporto di ciascuno di loro con gli alberi, in particolare con una o più specie di essi. Ogni storia si presenta come un grande affresco poetico che tocca nel profondo l’animo del lettore. Ad esempio quella di Patty-la-pianta: “Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo…Tutte le sue creature di ramoscelli sanno parlare, benché la maggior parte, come Patty, non ne senta il bisogno. Anche lei non ha aperto bocca fino all’età di tre anni…i genitori spaventati hanno cominciato a pensare che la figlia fosse una ritardata mentale.” E ancora: “Il fatto che il suo viso fosse inclinato e orsino non ha giovato. I bambini del vicinato scappavano via da lei…le persone fatte di ghiande sono più clementi”…”Suo padre è l’unico che capisce il suo mondo silvestre…”. Patty seguirà il padre nelle sue visite alle fattorie in qualità di consulente agrario e sarà così che “Patty-la-pianta” si interesserà alla botanica: “Sono una grandissima invenzione gli alberi. Talmente grande che l’evoluzione continua a idearla, ripetutamente”…”Ciechi davanti alle piante. E’ la maledizione di Adamo. Vediamo soltanto le cose che ci somigliano”; guidata da questa educazione così piena di amore e rispetto per il mondo “verde”, Patrizia  si laureerà  in botanica.

Ben nove altri indimenticabili personaggi prenderanno vita nelle descrizioni delle loro famiglie e dell’ambiente sociale e naturale in cui sono immerse, sempre con contenuti molto intensi e coinvolgenti. 

Per il lettore si rivela, a mio parere, un approccio stupefacente e travolgente, che, da solo, rende questo libro un’opera all’altezza dei grandi classici. Inoltre, in esso si trovano diversi riferimenti alla letteratura ed al pensiero ambientalista che denotano ulteriormente il pensiero dell’autore.

Tronco” affronta la giovinezza di ognuno di questi personaggi: gli studi, le strade intraprese, le difficoltà ed i successi. Seguendo sempre Patty-la pianta la scopriamo dottorata in botanica che, in contrapposizione alla visione scientifica standardizzata, scopre un aspetto incredibile della vita delle piante: queste comunicano fra loro ed interagiscono in seguito a tali comunicazioni. Scoperta troppo rivoluzionaria che, dopo la grande risonanza iniziale, la porterà alla disgrazia accademica.

Situazioni simili accadranno agli altri protagonisti, con crisi personali, lavorative o economiche che li spingeranno ad occuparsi della tutela delle foreste degli Stati Uniti.

In particolare li ritroveremo, almeno parte di loro, attivisti dei movimenti che lottano contro l’abbattimento delle sequoie nell’Ovest americano.

Forse la trama in questa sezione si dipana a volte in maniera un po’ prolissa, ma nell’insieme necessaria per presentarci uno dei messaggi chiave del romanzo: “Una foresta merita protezione a prescindere dal suo valore per gli esseri umani”.

Chioma” e “Semi” trattano, come prevedibile, la maturità e la fine delle vite dei nostri personaggi; i toni sono sia lirici che drammatici, come lo sono le esistenze degli esseri umani.

Fino al termine l’autore mantiene alto il messaggio che vuole trasmettere: “Politicamente, praticamente, emotivamente, intellettualmente: gli esseri umani sono tutto ciò che conta, la parola finale. Non si può arrestare la brama umana. Non si può nemmeno rallentarla. Soltanto mantenerla costante costa più di quanto la specie possa permettersi”. 

Cosimo Alberto Russo

Roma, 15 febbraio 2022

 

Richard Powers

Richard Powers è autore di dodici romanzi, ha ricevuto numerosi premi tra cui il premio Pulitzer (per il romanzo Il sussurro del mondo), il MacArthur Fellowship, il National Book Award, il Premio Gregor von Rezzori; vive ai piedi delle Great Smoky Mountains.
Per La nave di Teseo è in corso la nuova edizione delle sue opere, compreso il romanzo Canone del desiderio, per la prima volta pubblicato in Italia.

La scrittura dei figli di Nettuno: Astrologia e Grafologia Planetaria a confronto

Abbiamo il piacere di ospitare un interessantissimo studio della grafologa Marisa Paschero, profonda studiosa della disciplina, sulla quale ha già pubblicato diversi testi. Lo studio tratta della correlazione fra la personalità caratterizzata da una forte componente nettuniana e la relativa grafia, secondo il sistema interpretativo della Grafologia Planetaria.   p.p.

di  Marisa Paschero*

La GRAFOLOGIA PLANETARIA, conosciuta anche come “Metodo Saint Morand”, si basa sul sistema interpretativo che la grafologa Lise Koechlin ha magistralmente elaborato negli anni ’30. Considera i corpi celesti come un universo archetipico che vive e si esprime in ogni manifestazione del nostro essere, compresa l’attività grafica, e costituisce una suggestiva tipologia che arricchisce e rende più immediata la percezione della scrittura.

Può essere considerata un prezioso complemento dell’analisi grafologica classica, perché, come ricorda Gille Maisani nella sua Psicologia della scrittura: “ ……le  denominazioni mitologiche  esprimono la dominanza dei caratteri corrispondenti, come la potenza sociale di Giove, la combattività di Marte, ecc., in un modo felice perché concreto, vivo e ricco di tutta una cultura di cui noi siamo gli eredi diretti.”.

Negli schemi di Grafologia Planetaria NETTUNO viene collocato in opposizione a URANO, allo scopo  di confrontare visivamente due modalità espressive antitetiche: la scrittura verticalizzata dell’individualista URANO contro la dilatazione in senso orizzontale di NETTUNO, principio di fusione, di comunione, di indifferenziazione. Il pianeta del grande oceano è posto immediatamente dopo la LUNA: e infatti  la scrittura-Nettuno viene descritta come una sorta di amplificazione della scrittura-Luna, ma con caratteristiche più dinamiche, veloci, toniche ed attive. Grafia “acquatica” per eccellenza, dell’elemento che la caratterizza conserva tutta la natura fluida, ondeggiante, sinuosa e sfuggente, a cui unisce però  un’energia possente, spesso eccessiva ed incontrollata. Grandi movimenti la animano e la dilatano, creando un insieme che sembra incapace di strutturarsi, di darsi una forma solida e riconoscibile : la difficoltà di costruire una forma sembra essere proprio una delle caratteristiche più evidenti della grafia Nettuno.

FORMA e MOVIMENTO sono considerati in Grafologia due parametri interpretativi basilari, espressione delle due grandi categorie che descrivono il gesto grafico nella sua essenza. La scrittura è il frutto di un movimento che dà origine ad una forma: dapprima non c’è che il movimento, l’impulso iniziale che crea una traccia. La traccia a sua volta assume un aspetto identificabile, perché codificato da un alfabeto, e maggiore è l’adesione al “modello” calligrafico da parte di chi scrive, maggiori risultano l’autocontrollo e la capacità di adattamento alle norme sociali. Le scritture che presentano lettere molto curate, ben definite e riconoscibili, con un aspetto generale molto statico vengono chiamate “scritture-forma”. Invece, quando è privilegiato il movimento e le lettere vengono tracciate con minore accuratezza, la scrittura diventa per forza di cose poco leggibile e viene detta “oscura”: URANO, NETTUNO e PLUTONE, scritture fuori norma, sono tutte scritture oscure.

Il MOVIMENTO è quindi primario, collegato all’istinto, alle pulsioni, all’inconscio, mentre la FORMA  appartiene al mondo della consapevolezza  e delle realizzazioni razionali. Dal rapporto forma-movimento nasce il RITMO personale che rende “unica” ogni scrittura. Il ritmo personale è il dinamismo peculiare, individuale: non è imitabile, mentre la forma della lettere si può benissimo riprodurre. Nella scrittura-Nettuno il movimento è sempre dominante rispetto alla forma, ma è un movimento che fluisce in maniera imprecisa, talvolta evanescente, talvolta caotica, senza conoscere le brusche rotture che caratterizzano la scrittura-Urano, né gli allentamenti morbidi, curvi e rilasciati della LUNA.

La scrittura di Roberto Assagioli, il padre della Psicosintesi, ha un ritmo di tipo nettuniano, ma conserva il legame con la forma delle lettere, che restano riconoscibili. E’ un bellissimo esempio di integrazione positiva dell’energia nettuniana.

Scritto di Roberto Assagioli (1888-1974)

Un’altra caratteristica della scrittura-Nettuno è il cosiddetto “spazio invaso”, ossia l’occupazione integrale del foglio.In generale, l’impostazione della pagina è la visualizzazione più immediata del “quadro guida” che dirige e governa il gesto grafico: è collegata all’inserimento sociale, all’adattamento al mondo, all’organizzazione del tempo, dello spazio, del pensiero. I margini esprimono simbolicamente delle norme : il margine superiore le norme sociali e il senso della gerarchia, il margine sinistro le norme genitoriali e l’educazione ricevuta  (il Super Io freudiano), il margine destro le norme che regolano la vita di relazione e i rapporti interpersonali. L’energia istintuale di NETTUNO, naturalmente, non può rispettare i confini, sia pure simbolici, rappresentati dai margini, dai capoversi e da una spaziatura regolare: se la LUNA ignora l’impostazione spaziale, NETTUNO fa anche di più, la elude e la trascende.

Scritto di Emilio Salgari (1862-1911)

La scrittura di Emilio Salgari è un ottimo esempio di “spazio invaso” e anche, aggiungerei, di una non buona integrazione dell’energia nettuniana. Nettuno qui ha agito le sue forze più devastanti: Salgari ha prodotto tantissimo, ha dato vita ad una quantità di personaggi, ma la sua vita personale e familiare è stata disastrosa e lo ha portato al suicidio. In Grafologia si definiscono “bianchi” gli spazi non  scritti, i vuoti che si creano tra le lettere, tra le parole, tra le righe. I “bianchi” rappresentano la parte inconscia della personalità, il regno del sogno, il mondo dell’immaginato, del suggerito, del taciuto, e assumono un’importanza che è quasi pari a quella del testo scritto. Per NETTUNO, come spesso anche per la LUNA, il bianco è preponderante, invadente, come privo di controllo : è un bianco aritmico, che costruisce caratteristici  canali verticali chiamati “caminetti”. I “caminetti”, molto evidenti nella scrittura di Salgari, sono sempre indicativi di solitudine affettiva, di isolamento a livello interiore. 

Anche il SOLE e SATURNO presentano questa particolare configurazione grafica, ma con motivazioni di base completamente differenti: per SATURNO si tratta di un isolamento quasi fisiologico, indispensabile al suo equilibrio, per il SOLE è l’isolamento selettivo, cercato talvolta come una torre d’avorio, per NETTUNO può essere invece la perdita di contatto che avviene in maniera totale, indifferenziata, come una fuga, un’estrema difesa dai fantasmi creati dall’inconscio.

Scritto di Charles Baudelaire (1821-1867)

Anche nella scrittura di Charles Baudelaire sono evidenti i “caminetti”: d’altra parte si tratta di una scrittura ricchissima di suggestioni nettuniane, con i suoi impennamenti, sprofondamenti, rigonfiamenti, arrotolamenti simili a conchiglie  ( le “conchiglie” sono considerate gesti di regressione e sono presenti anche in altre tipologie).

La nostra cultura ci porta ad identificare NETTUNO principalmente con il dio del mare della mitologia latina, ma diversi archetipi si legano al simbolismo nettuniano. Il greco POSEIDON, signore degli abissi oceanici, portatore di inattesi sconvolgimenti e capace di stupefacenti metamorfosi, il divino PEGASO, il cavallo alato frutto dell’unione tra Poseidon e la Gorgone, sospeso tra due mondi e due nature,TRITONE , altro dio marino figlio di Poseidon, dalla duplice natura di uomo e di pesce, e il prodigioso PROTEO, demone del mare col potere di assumere ogni forma, di illudere, disorientare, confondere … Proteo che conosce il mistero di ogni profezia, ma si rifiuta di rivelarlo ai mortali.

Sempre ritorna la lettura  “multiforme” ed inquietante dell’archetipo che accomuna questi personaggi mitici: creature possenti ed evanescenti, minacciose e sfuggenti insieme. La capacità di cambiare fisionomia, di assumere differenti aspetti, di coinvolgere, affascinare ed eludere, si traduce  nel segno grafico detto “proteiforme”: la scrittura-Nettuno può variare anche moltissimo da un documento all’altro, rendersi irriconoscibile ed indecifrabile, sorprendere ed ingannare, sottolineando così la sconcertante natura “dalle molte facce” dei figli di Nettuno.

Concludo con alcune firme particolarmente ricche dell’espressività del pianeta: Liz Taylor, Klaus Kinsky, Elvis Presley e Ornella Muti, che nella  “M”  del cognome esprime un bel simbolo nettuniano.

 

 

Liz Taylor

 

Klaus Kinsky

 

Elvis Presley

 

Ornella Muti

 

 

 

Marisa Paschero

Torino, 20 gennaio 2022

 

Marisa Paschero

* Marisa Paschero, laureata in Lettere, studiosa di scrittura e di simbolismo, ha una formazione grafologica interdisciplinare che collega metodi diversi. E’ specializzata in Grafologia dell’età evolutiva e perizia giudiziaria, svolge attività di consulente e di grafoterapeuta, e insegna il metodo grafologico francese con particolare attenzione alla correlazione tra  scrittura e simbolismo planetario.

Bilancia, con Ascendente Bilancia, Luna in Acquario e Mercurio in Scorpione, da tempo approfondisce con passione lo studio dell’Astrologia, disciplina affascinante e ulteriore straordinario strumento di conoscenza della personalità.

Per le Edizioni Mediterranee ha pubblicato  Grafologia e grafoterapia. Comprendere e migliorare se stessi attraverso la scrittura (2013), e Iniziazione alla grafologia (2019). Per le Edizioni Amrita ha pubblicato Lo scarabocchio, il tratto di unione fra noi e il nostro inconscio nel 2018.

 

L’Alchimia nella Roma del Seicento – introduzione di Cosimo Alberto Russo

 

Il testo si inserisce nella collana “Tradizione e innovazione, territorio e salute – Taccuini”, a cura dell’Università degli Studi di Ferrara, edito dalla casa editrice Aracne.

Nasce da un’idea della curatrice Maria Teresa Carani, già da alcuni anni interessata allo sviluppo dell’alchimia a Roma nel Seicento; da questo suo interesse è nato un progetto che ha portato dapprima alla realizzazione di un “docufilm” (con la regia di Corrado Boccia), successivamente (da parte della stessa Maria Teresa Carani)  alla presentazione di una relazione al 70° Congresso di Storia della Farmacia svoltosi a Ferrara il 28-29 novembre 2020, e infine alla stesura di questo testo.

Il Taccuino, perché di questo si tratta, si è avvalso della partecipazione di vari collaboratori: Bruno Babbi, Tina Bovi, Maria Teresa Carani, Anna Fabiani, Giuseppina Guglielmi, Serenella Midolo, Cosimo Alberto Russo, Anna Livia Villa.

Ognuno di questi autori ha approfondito alcuni aspetti particolari del panorama alchemico romano del periodo trattato; nel dettaglio:

Bruno Babbi: -Testimonianze e curiosità sulla figura di Massimiliano Palombara;

Tina Bovi: -Villa Palombara a Piazza Vittorio
-Il laboratorio dell’alchimista;

Maria Teresa Carani: -Villa Gentili-Dominici
-La Porta Magica: copia al Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria;

La “Porta Magica” fatta costruire dal Marchese Palombara

Di Sailko – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=869924

Anna Fabiani: -Giuseppe Francesco Borri;

Giuseppina Guglielmi: -Il Tempio di Serapide alle Scuderie del Quirinale;

Serenella Midolo: -Cristina di Svezia;

Cosimo Alberto Russo: -Dall’alchimia alla chimica;

Anna Livia Villa: -Contesto storico
-La distilleria del Cardinale Francesco Maria Del Monte nella Villa Ludovisi  
-Il Cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte.

Fulcro dello sviluppo della scena alchemica romana, nel periodo studiato, è stato sicuramente l’arrivo a Roma della regina Cristina di Svezia; è stata infatti lei, dato il suo grande interesse per l’alchimia, ad aprire i suoi salotti alla nobiltà romana mossa dalla stessa passione.

Busto di Cristina di Svezia – autore Giulio Cartari (1681)

Si forma così un cenacolo di studiosi che sviluppa l’argomento sia dal punto di vista puramente metafisico che da quello sperimentale.

Nello stesso periodo spicca la figura di Giuseppe Francesco Borri; costui è un vero “iatrochimico”, sulle orme di Paracelso, e rappresenta quel filone più moderno dello spirito alchemico, che unisce la ricerca della perfezione allo studio e all’applicazione dei risultati di tale ricerca nella medicina (a Strasburgo effettuò persino una difficile operazione di cataratta). 

Il Taccuino tratta le storie dei vari protagonisti in una forma scorrevole che ne rende piacevole la lettura. Si tratta (come riportato sulla quarta di copertina) di “un percorso inusuale in una Roma del Seicento meno conosciuta…seguendo il filo rosso della segreta arte della trasmutazione si possono ancora vedere ambienti, palazzi e ville dove gli apprendisti alchimisti si dedicarono alla loro ricerca metafisica…si potrà scoprire un affresco ad olio di un giovane Caravaggio, la “Porta Magica” della perduta Villa Palombara, laboratori alchemici”.

Cosimo Alberto Russo

Roma, 22 settembre 2021

Lo scorso 30 settembre il libro “L’Alchimia nella Roma del Seicento” ha ottenuto dall’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria di Roma il prestigioso Premio “Elide Piccinini Stramezzi”, quale riconoscimento del particolare valore divulgativo dell’opera, nonché dell’accuratezza e chiarezza dei contenuti. Le nostre più vive congratulazioni agli Autori!

10 ottobre 2021                                                                      Pippo Palazzolo

 

Chi fosse interessato all’acquisto del taccuino presentato può ordinarlo al seguente link:

https://www.aracneeditrice.eu/it/pubblicazioni/alchimia-del-seicento-a-roma-maria-teresa-carani-bruno-babbi-tina-bovi-anna-fabiani-giuseppina-guglielmi-serenella-midolo-cosimo-alberto-russo-anna-livia-villa-9791259942760.html 

E’ altresì reperibile presso le librerie coop e, a breve, nei siti e nelle librerie indicate nel link riportato.

Breve nota sul segno zodiacale del Leone

di Pippo Palazzolo

Ieri, alle 16.27 ora locale, il Sole è entrato nel segno del Leone (zodiaco tropicale). Per la precessione degli equinozi, sappiamo che il Sole si trova, dal punto di vista celeste, ancora nella costellazione del Cancro. L’astrologia si basa, per le sue interpretazioni, sullo zodiaco tropicale, suddiviso in 12 segni di 30 gradi ciascuno, il cui punto 0° è dato dall’Equinozio di Primavera, intorno al 21 marzo di ogni anno. Il segno del Leone cade quindi in piena stagione estiva (22/23 luglio-22/23 agosto), per questo è chiamato segno “fisso”. Inoltre, nelle classificazioni astrologiche, è associato alla polarità maschile e all’elemento fuoco. Il suo “pianeta” governante è il Sole (in questo caso, una stella) e le sue caratteristiche tradizionali lo indicano come un segno che conferisce ai nativi: coraggio, forza, generosità, ambizione, nobiltà d’animo; ma anche, in negativo: arroganza, presunzione, suscettibilità. La posizione del Sole ha un’importanza primaria nell’interpretazione del cielo di nascita, ricordiamo però che molto peso hanno la posizione della Luna e dell’Ascendente, nonché eventuali accumuli di pianeti in un segno (“stellium”), quindi anche chi non ha il Sole in Leone potrebbe ugualmente avere delle caratteristiche leonine. Consiglio non richiesto ai nativi del Leone: non cercate di essere sempre i primi in tutto, la vita non è una gara!

Pippo Palazzolo

23 luglio 2021

Figli di un dio meccanico

di Claudio Messori*

Viviamo in una società tecno-centrica, dove la scienza e la tecnica, in virtù dell’efficacia dei loro mezzi, possono trasformare ciò che si pensava naturalmente (o divinamente) predeterminato¹. Dove Tecno-centrismo fa rima con Teo-centrismo. 

Ma la centralità della tecnologia², ovvero del saper fare inteso come ideazione, produzione e applicazione intenzionale di tecniche (procedure) manuali e/o strumentali finalizzate al soddisfacimento di scopi antropici, è un fatto relativamente recente nella storia delle comunità umane³. 

Inizia a delinearsi con l’avvento della prima grande rivoluzione tecnologica, quella che segna il passaggio dalle culture totemiche tardo paleolitiche alle culture megalitiche del Neolitico (tra i 30 e i 20 mila anni fa), quando viene adottata una rappresentazione interna della realtà esterna che contempla la possibilità e la necessità di ideare, realizzare e ricorrere all’uso di nuove tecniche e di nuove tecnologie nella domesticazione cerealicola (agrotecnia), nell’allevamento di bestiame (zootecnia), nella filatura, tessitura, nella costruzione di abitati, nella regimentazione delle acque fluviali e nella lavorazione della ceramica.  

Diventa Storia con l’addomesticamento del fuoco per la lavorazione dei metalli (Età dei Metalli, VIII-I millennio a.C.); con l’istituzione del conflitto armato (guerra); con la nascita delle prime Città-Stato sumere (IV millennio a.C.) e con l’invenzione della scrittura (Mesopotamia, Uruk, circa 3300 a.C.); con l’elaborazione di una moltitudine di divinità e di forme complesse di organizzazione sociale di tipo piramidale che ad un Sovrano (di origine divina) affiancano l’istituzione di tre caste, i Nobili, i Sacerdoti, i Guerrieri (l’Induismo non contempla un sovrano e i nobili sono raggruppati in tre caste, in ordine decrescente, brāhmaṇa-kṣatriya-vaiśya, che dominano sulla casta più bassa, i śūdra).

Decisivi per la storia delle civiltà che si affacciano sul bacino euro-mediterraneo, saranno, tra i tanti, quattro eventi, qui elencati in ordine cronologico decrescente (dal più antico al più recente): 

  • l’apparizione (seconda metà del II millennio a.C., epoca in cui i popoli semitici del Sinai inventano la scrittura alfabetica), del dio abramitico Yahweh, Colui che È, figura divina sinaitica elaborata dalla casta sacerdotale semitica, che tra il VII e VI sec. a.C., in un’epoca retta dal politeismo, verrà adottata come unico dio venerato in un unico tempio dal Regno di Giuda, con capitale Gerusalemme; 
  • la nascita della Polis greca (VIII sec. a.C.), e del Senato romano (VIII sec. a.C.), che mettono al centro della vita politica e sociale dello Stato e della Repubblica l’uso della Dialettica, la serrata applicazione pratica della logica, e la Retorica, l’abilità nell’uso della parola (logos) come chiave di ogni autorità secolare; 
  • la centralità post-socratica (dal III sec. a.C. in poi) assegnata all’uso della Ragione delle idee (della matematica e della geometria) e di una metafisica che viene sgravata dal fardello del Lògos (in Platone il Cielo iperuranico delle Idee e in Aristotele il Motore Immobile, metafora della anti-storicità della metafisica) per essere trasformata in metafisica applicata per scopi pratici;
  • l’affermazione imperiale del culto giudaico-cristiano (V sec. d.C.), basato sull’assunto che Gesù di Nazareth (predicatore e profeta ebreo itinerante, caduto in disgrazia e crocifisso per mano romana) fosse il Messia, Il Cristo (dal greco Christòs, l’Unto), il Figlio del Re dei re, il Figlio del, ed esso stesso il, Dio abramitico Yahweh (questo è quello che presero a predicare i suoi apostoli, tra i quali Saulo di Tarso, latinizzato in Paolo, ovvero San Paolo, cittadino romano di origini greche e famiglia ebraica che prima di morire – 64 o 67 d.C. – riuscì ad estendere il nuovo culto, allora praticato solo da un ristretto numero di comunità giudeo-cristiane, fuori dai confini della Palestina, verso l’attuale Giordania, la Turchia e la Grecia).

Fatto unico nella storia delle credenze e dei culti religiosi, Yahweh non si limita ad assumere sembianze umane, come fanno molte altre divinità, ma si fa letteralmente umano e mortale in Cristo, perché solo così l’umanità può dirsi tale, solo accogliendo Dio (immortale) in sé attraverso Cristo (mortale), l’essere umano può dirsi umano (di qui la giustificazione teologica a tutte le atrocità compiute nei secoli successivi nei confronti dei miscredenti).

L’aver reso mortale l’immortale e immortale il mortale (la consustanzialità della pericoresi cristologica, base del dogma della Trinità), è una operazione di metafisica applicata per scopi pratici sbalorditiva, il miracolo ispiratore, il nucleo fondativo di un nuovo paradigma di civiltà che, seguendo due strade parallele, quella ufficiale di Santa Romana Chiesa e quella sotterranea dell’essoterismo alchemico, traghetta l’Impero Romano d’Occidente verso il proprio declino, per dare i natali (basso Medioevo) ad un nuovo soggetto sociale e politico, destinato a diventare dominante, la borghesia, nel cui grembo prenderà forma (XVIII secolo) l’Homme nouveau, un Uomo nuovo, che in virtù dell’efficacia della scienza e della tecnica fonde e confonde ciò che è divino con ciò che è umano. 

Autoproclamatasi erede legittima dell’Illuminismo greco ante litteram (sofisti, atomisti, scettici, stoici), tra il XVII e XVIII sec. la borghesia franco-inglese dà vita a un movimento di pensiero e d’azione, l’Illuminismo, che si fa portatore di un modello culturale fondato sulla fede incondizionata ed esclusiva (non avrai altro modello di conoscenza all’infuori del nostro) nella ragione empirica e nella conoscenza scientifica ritagliata sul modello scientifico sperimentale galileiano-newtoniano. L’Universo, per gli illuministi, è un sistema meccanico di oggetti solidi (res extensa) che riempiono porzioni di uno spazio altrimenti vuoto, posti in relazione reciproca secondo leggi di moto che, almeno in linea di principio, sono calcolabili. 

E così l’Illuminismo, l’Età dei Lumi, confisca al clero il mandato divino di cui si era fatto depositario il monoteismo giudaico-cristiano (che a sua volta lo aveva importato dal monoteismo giudaico) e lo consegna nelle mani dei prescelti da un nuovo Dio, un Deus otiosus, un Dio logico come il suo predecessore, quello che in virtù di un dogma della fede si è fatto-Uomo-in-Cristo. Un Dio meccanico, un Grande Orologiaio accuratamente decontaminato da qualsiasi traccia di trascendenza. Un Essere Supremo, il Deus Absconditus degli esoterici, il Grande Architetto che grazie alla sublime arte della matematica e della geometria ha creato tutto ciò che popola lo spazio compreso tra la Terra e il Cielo, senza lasciare nulla al caso. 

Il Tutto, sostengono gli illuministi, è stato calcolato secondo un disegno matematico di causa-effetto, per essere consegnato nelle mani dell’Homme nouveau, un Uomo nuovo eletto dal Dio meccanico, ovvero nelle mani dei maschi-bianchi-istruiti-benestanti dediti allo studio, all’addomesticamento e alla manipolazione empiristica e utilitaristica della res extensa: gli unici esseri del creato in cui questo Dio abbia compiutamente infuso la res cogitans.

Un Uomo-nuovo che capitalizzerà il sapere il saper fare e le innovazioni tecnologiche sviluppate nel corso della seconda metà del XVIII secolo (Inghilterra, Rivoluzione Industriale 1.0), per introdurre e promuovere la meccanizzazione del ciclo produttivo (fabbrica) e, con essa, il processo di integrazione uomo-macchina (tutt’ora in corso). 

E proprio l’ottimismo nei confronti della scienza, la fiducia nel progresso scientifico guidato dal dubbio metodico, fulcro del procedimento analitico e deduttivo cartesiano, attraverso il quale possono essere generate proposizioni indubitabili, assolute, contribuirà a determinare un ribaltamento concettuale assai significativo: la categoria della naturalità, la supposta esistenza di un ordine naturale eterno e immutabile, viene incalzata da quella dell’artificialità, della modificabilità. La natura, compresa la natura umana, viene pensata come scientificamente perfettibile, liberandola dalla ferrea legge di necessità. Ciò che è scientificamente modificato e artificialmente costruito diventa desiderabile. 

E sarà così che nel corso del XIX sec. verrà data alla luce la prima religione laica e scientifica della Storia, il Positivismo, l’elaborazione ideologica di una borghesia industriale liberista solidamente affermata, che fa della scienza una metafisica di certezze assolute, tanto che negli ultimi anni della sua vita Auguste Comte (1798-1857), ideologo del positivismo, scrive il Catechismo positivista e fonda la Chiesa Positivista, dove vengono trasposti gli elementi dottrinali, etici e liturgici della tradizione cattolica. Una religione secolare, che consegna alla storia moderna una corrente di pensiero ampiamente condivisa in tutto l’Occidente, l’Eugenetica, dove si radicalizzano le istanze più ambivalenti (pseudo-scientifiche) e reazionarie (filo-colonialiste) dell’Illuminismo e del Positivismo, dando corso ad una serie di crimini contro la persona e contro l’umanità, che sfoceranno nelle eliminazioni di massa condotte, in particolare ma non solo, dal nazifascismo e dallo stalinismo (due regimi totalitari accomunati dalle stesse radici positiviste e dalla stessa passione, oltre che per il pensiero eugenetico, per l’occultismo e per la teosofia, a cui si ispira l’ambiente prometeico del nazionalsocialismo e del comunismo, a cui si ispiravano i Costruttori di Dio (Bogostroitel’stvo) e i cosmisti russi dei primi del ‘900, a cui si ispirano i transumanisti contemporanei).

Si impone, così, il mito di una Scienza super partes che contende a Dio il suo primato di Giudice imparziale, e così facendo sfila (definitivamente?) il destino dei popoli dalle mani dei sacerdoti in abito talare per consegnarla in quelle dei sacerdoti in camice bianco, scienziati, ricercatori, esperti STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), che stabiliscono razionalmente leggi assolute, obiettive e valide sopra ogni ragionevole dubbio. 

Ed ecco che in poco più di 250 anni, quattro Rivoluzioni Industriali e due guerre mondiali più altre guerre minori, tutte foriere di soluzioni tecnologiche innovative, l’assolutismo scientifico prende il sopravvento sull’assolutismo teologico. 

Il Dio fattosi Uomo è morto, viva il Dio fattosi Macchina (intelligente?).

 

Claudio Messori

16 giugno 2021

 

Note:

Claudio Messori – Ricercatore indipendente, indirizzo: Terenzo 43040, Italia – Cell.: +393282876077 ; E-mail: messori.claudio@gmail.com 

https://europa.eu/europass/eportfolio/api/eprofile/shared-profile/165fe171-d807-4441-9b59-2206b1ee9044?view=html 

1 Messori, C. (2018) Dall’Uomo-Macchina Illuminista alla Robotizzazione della Società, Il Minotauro, 1(1), Persiani Editore, Bologna, Italy 

https://issuu.com/persianieditore0/docs/n1_2018

2 “Il termine tecnologia è una parola composta che deriva dalla parola greca τεχνολογία (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso (o ragionamento) sull’arte”, dove con arte si intendeva sino al secolo XVIII il saper fare, quello che oggi indichiamo con la tecnica.” [In: Daniele Dallorto https://www.danieledallorto.it/2013/03/25/etimologia-di-tecnologia/ ]

3 Messori, C. (2019) Paleoanthropology of Consciousness, Culture and Oral Language, Open Access Library, 6, p. 1-50

https://www.oalib.com/articles/5304031#.XtPRzLNuI2w

 

Fonte dell’immagine: www.wsimag.com

 

Il Covid-19, la scienza ed il mito della caverna di Platone

di Cosimo Alberto Russo

Mai come in queste settimane di isolamento e apprensione per la pandemia del Covid-19 ha assunto un ruolo preminente l’opinione (più onesto dire “i dettami”) degli scienziati (virologi innanzitutto). Tutti noi, più o meno, ci affanniamo a cercare le spiegazioni e le indicazioni fornite da questa categoria di lavoratori. Poco importa se spesso contradditorie e in contrasto tra le varie scuole di pensiero.

Mi sembra quindi doveroso ricordare che la scienza non è altro che un metodo di conoscenza (il metodo scientifico) e gli scienziati sono coloro che utilizzano questo metodo al fine di aumentare la conoscenza di ciò che ci circonda. 

Per far ciò si utilizza, a vari livelli, un modello di rappresentazione della realtà, in quanto la realtà stessa non è conoscibile, dati i limitati mezzi del genere umano (fondamentalmente i cinque sensi, pur se amplificati dalla tecnologia).

Questo porta e ha portato a elaborare modelli poco accettabili dalla stragrande maggioranza della popolazione umana, pur se ampiamente verificati, come la meccanica quantistica e la relatività einsteniana. E rimane, punto fermo ed essenziale del metodo scientifico, che ogni modello è accettato fino a quando non se ne trova uno migliore.

Questa premessa dovrebbe farci comprendere che anche nella vicenda del Covid-19 nulla si sa e si procede a tentoni elaborando modelli che via via vengono sostituiti da altri più attendibili. Dovremmo quindi avere comprensione per coloro che onestamente si limitano a ipotizzare linee di intervento momentanee e probabilmente errate, mentre dovremmo diffidare di chi “afferma” verità incaute: la verità non è scientifica!

Bisognerebbe anche avere l’umiltà di non ridicolizzare le ipotesi di chi utilizza altri “modelli” di rappresentazione (per esempio lo sciamanesimo, la medicina ayurvedica, l’antroposofia ecc. ecc.); in fin dei conti il metodo scientifico si è affermato solamente negli ultimi tre secoli della civiltà umana, siamo certi che nei precedenti millenni il genere umano fosse in uno stato di preintelligenza? 

A questo proposito mi piace citare il mito della caverna, di Platone. In questo mito il filosofo ateniese immagina che vi siano alcuni uomini incatenati sin dall’infanzia in una caverna senza mai nulla aver visto al di fuori di essa. Nella caverna vi è un fuoco e i carcerieri proiettano, senza farsi vedere, delle ombre sulle pareti, parlando nel frattempo; così gli incatenati credono che le ombre siano la realtà e immaginano che quello sia il mondo. Ad un certo punto se un prigioniero fosse liberato e si avvicinasse all’uscita, rimanendo abbagliato dalla luce del sole fino a soffrirne, preferirebbe tornare alle ombre cui era abituato.  Ma se riuscisse ad abituarsi alla luce del sole e a vedere il mondo esterno, capirebbe che ciò che credeva reale era solo una illusione. 

Resosi conto della situazione, senza dubbio tornerebbe nella caverna per liberare i suoi compagni: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituarsi all’ombra, passerebbe parecchio tempo prima di riuscire a vedere distintamente il fondo della caverna; durante questo periodo il suo tentativo di convincere gli altri della situazione sarebbe vano, in quanto ai loro occhi risulterebbe diventato cieco e, anzi, potrebbe, insistendo, spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso quella luce che, secondo loro, lo ha accecato.

Il mito ha varie interpretazioni, quella che qui mi interessa è l’acquisizione della consapevolezza che ciò che crediamo reale (la “verità”) è solo una illusione e che, forse, la realtà “vera” non è raggiungibile dal genere umano (i prigionieri incatenati).

Per cui, è vero che forse oggi il metodo scientifico (come la democrazia) pur essendo altamente imperfetto è ciò che abbiamo di meglio, ma occorre porre grande attenzione nell’accogliere i pareri “scientifici” come “verità”.

Cosimo Alberto Russo

10 aprile 2020

Ferdinando Testa: “La clinica delle immagini” – Recensione di Federico Guastella

     Nei sei capitoli del libro gli argomenti sono sostenuti dall’applicabilità della psicoterapia junghiana. “Elogio dell’immaginazione” si intitola il primo che per la sua ampiezza ermeneutica è da considerare come la cornice di una tela in cui si stagliano i casi clinici presentati poi con dettagliate modalità operative. E’ grazie alle immagini che il paziente rivive il suo mondo interiore: il terapeuta le accoglie come un dono dell’inconscio e le ascolta per attivare la libido stagnante e scissa dalla sfera immaginativa.

 Coinvolgono le pagine dedicate al processo alchemico della trasformazione del piombo in oro, del “senex”, che esprime rigidità e pesantezza dello schema mentale, e del “puer” flessibilità innovativa. La narratività autobiografica, dialogata e commentata, ricca di dati sensoriali di cui sono impregnati i sogni, così dischiude il sapere emozionale del cuore che dilata l’ampiezza dello spazio immaginativo e fa scoprire connessioni simboliche tra la dimensione onirica e la realtà del sognatore. Il fine è quello di scartare le incrostazioni che lo imprigionano nel grumo delle umane confusioni. Il negativo e il positivo, considerati “la metà di un intero”, trovano così un supporto nel simbolo del viandante che di volta in volta decide quel che c’è da fare in funzione del minor male. Non è un caso che Testa in tale contesto tratti in un apposito paragrafo l’opera di Jung “Risposta a Giobbe”. Le pagine raccontano i drammatici conflitti di Dio e di Giobbe a proposito della sofferenza umana. La speranza di avere una risposta resta inappagata e non sarà mai possibile una spiegazione per le terribili sofferenze che il libro vetero-testamentale mostra. Addirittura dalla comunità, armata dalla moralità del conformismo che la rende incapace di ascoltare, di comprendere e di provare compassione, Giobbe è ritenuto peccatore e quindi va dall’alto castigato e punito. Di fronte al mistero della tragicità del dolore non ci sono parole e significati che possano alleviare i dubbi dell’essere, eppure Dio gli si è mostrato nella sua numinosità pur non avendo fornito conoscenze all’intelletto: il fatto che gli abbia rivolto la parola, allora è valsa la pena vivere l’esperienza della sofferenza.

     E’ la fusione della parola con l’immagine a concretizzare la funzione del sentire. Siamo nell’habitat della creatività, la quale, includendo il senso di una luce che brilla nelle tenebre e il non-senso di contraddizioni e incertezze, apre il cuore impietrito per farlo di nuovo palpitare: anche un sogno riscalda e ricrea ed è luce che può illuminare le tenebre. Segue “La cura dell’insolito”, dove l’analista, che scruta da più prospettive, è rivolto alla presentazione di casi clinici. In uno di essi, il primo, il percorso inizia con un atto materico: l’affondare le mani nella sabbia sprigiona nella paziente un quantum energetico di libido che sincronicamente favorisce la nascita del sogno e del racconto. Allora il corpo diventa immagine e l’immagine, lungi dal risolversi in vuota fantasia, si riempie di reazioni provenienti dai sensi, indispensabili all’espressione dell’istinto creativo per portare a compimento il compito che la vita ha affidato al paziente. Si trovano qui le pagine più corpose dedicate alla creatività come rappresentazione della totalità della vita nella quale ”ogni parte del Sé trova dignità, ruolo, presenza e ascolto” per reinventarsi in nuove nascite da vivere in profondità.

     Il terzo capitolo – “Le miniere oniriche”- potrebbe a mio parere leggersi come approfondimento del primo. Tante le sfaccettature del sogno su cui Testa si sofferma, rifacendosi tra l’altro all’opera di Jung “Su sogni e trasformazioni”. “Compagno mitico del genere umano” e anche “un mistero intorno al quale navigare”, porta la bellezza dell’immagine che può essere ricordata, raccontata e scritta. Rimanda dunque al risveglio della memoria che si modifica e si ristruttura: essa è cono di luce che, come in un Gange purificatorio, dà respiro alla coscienza, sollecitata a riprendere le emozioni, coniugandole con un linguaggio svincolato dall’aridità concettuale spesso inadeguato per tutto ciò che riguarda il regno dell’Anima. Ciò implica un preciso atteggiamento dello psicoanalista: pur nell’adeguata “distanza psichica”, egli fornisce l’energia necessaria al formarsi dell’immaginazione e nel contempo per decifrare i simboli attinge dai miti e dalle favole, dalla profondità dell’inconscio personale e collettivo, dalle leggende e dalla vita degli antenati. A favorire lo scioglimento della nigredo alchemica in cui vanno accolte tutte le possibilità psichiche putrescenti, è pur sempre la parola-racconto del sogno che lenisce il dolore e si pone come genesi di “un pensare altro” con la consapevolezza che ognuno di noi ha un compito o una croce da portare nel presente e a cui non si può sfuggire.

     Si intitola “L’animale ferito” il quarto capitolo che, richiamando il mito di Asclepio in relazione al simbolo del serpente quale rivelatore di carica energetica, esamina alcuni sogni nei quali compaiono animali che rappresentano il mondo degli istinti: non solamente un’area distruttiva e violenta, ma anche una risorsa per medicare le ferite della sofferenza. In tale ottica, la bestia interiore diviene la porta d’ingresso per vivere la carica energetica del simbolo onirico, portarlo a coscienza. Ad ostacolare i processi di simbolizzazione sono quegli arcaici meccanismi di difesa che, unitamente alle “emozioni esplosive terrorizzanti”, producono “buche vuote”. Dell’argomento si occupa il capitolo quinto “Sogno e psicopatologia” che offre complesse e variegate esperienze cliniche decodificate anche dagli apporti del mito di Dioniso, il Dio smembrato e rinato, ritenuto da Jung l’archetipo del terrore. L’approfondita ricerca di Testa fa luce sulla sofferenza emotiva accompagnata da un congelamento affettivo e relazionale, nonché da fantasie violente tali da bloccare l’attività immaginativa. Lo spazio creativo per contenere l’impulso a distruggere non è limitato al solo uso della parola, ma esteso all’operatività del disegno come racconto del sogno e del gioco della sabbia. Allora una via da privilegiare, in alternativa alla parola concettuale, diventa l’espressione figurativo-esperenziale e anche poetica in cui l’immaginazione è ponte che apre verso nuovi orizzonti. Così, a partire dall’accoglienza della “nigredo” che non nasconde nulla delle sofferenze, la creatività fa da controaltare agli aspetti distruttivi e permette alla relazione terapeutica di portare a coscienza i complessi, facendo entrare il nuovo: cioè, il cambiamento dell’Io.

Labirinto di Cnosso

Siamo ora nel sesto ed ultimo capitolo – “Sogno e Psicosi” – il cui intento è di fare intravvedere al paziente “la presenza dentro di sé di parti sane e creative”. Nel mondo degli psicotici, la psiche è dura come la pietra, priva cioè della vivacità e mobilità del pensiero e dell’intelligenza. Il viaggio dell’Io – scrive Testa – si è arenato, incagliato nei frammenti di una personalità frantumata. Incapace di mantenere una relazione dialogica, il Sé si è ritirato nel labirinto di Cnosso sempre più dominato da un Minotauro che tormenta la ragione, le emozioni e i sentimenti. Occorre perciò al terapeuta la maestria di aggirare lo sguardo pietrificante di Medusa ed essere come Perseo che utilizza le astuzie delle tecniche e gli stratagemmi della riflessione. Muovendo da tale assunto, si colloca in primo piano la grammatica dei simboli espressi anche nei fiori e nei colori come nel caso del significato della rosa, la cui immagine appare in sogno ad una giovane paziente a rivelare il proprio ritrovarsi. Con questa sua indagine Ferdinando Testa, da esperto speleologo, scende in ogni angolo buio, in ogni zona oscura dell’Ade. Esplora le zone sofferenti della psiche e inquadra sogni e racconti per creare una nuova trama narrativa. Egli opera come scultore su un pezzo di marmo informe, estraendo il nucleo della vita creativa del paziente. E’ l’elaboratore alchemico di spazi che, in alternativa a quelli del caos, restituiscono le funzioni dell’immaginare, del sentire e del pensare. Per tutto questo il saggio non è soltanto destinato agli addetti ai lavori, ma anche a quei lettori disponibili a situarsi nel proprio scenario onirico, spesso celato agli occhi della coscienza.

Federico Guastella*

Novembre 2019

*  La recensione sopra pubblicata è tratta dalla pagina Facebook “Il Libro rosso di Jung: riflessioni e immagini”, per gentile concessione dell’Autore.

Mercoledì, 4 dicembre 2019, il saggio del dott. Ferdinando Testa verrà presentato a Ragusa presso la libreria Ubik Terramatta. Sarà presente l’Autore, cureranno la presentazione il dott. Federico Guastella e il dott. Pippo Raniolo. L’ingresso è libero.

 

Male di luna ed altro – di Federico Guastella

L’illustrazione di questo articolo è tratta dal libro “Attaccarsi alla vita, 4 novelle di Pirandello a fumetti”, di Nunzio Brugaletta, che ringraziamo per la gentile concessione.

Che Pirandello abbia avuto un rapporto complesso e contraddittorio con la luna è un fatto risaputo. Forse è meno noto che l’influsso dell’astro sulla vita degli uomini gli sia derivato dall’ambiente antropologico agrigentino. Emblematica la credenza relativa alla metamorfosi dell’uomo in lupo mannaro come conseguenza del mal di luna: chi ne è affetto, nel plenilunio, si precipita fuori di casa, gridando e rotolandosi per terra. Da qui il termine, d’origine greca, licàntropo. E’ da tale superstizione che trae ispirazione la novella “Male di luna”, apparsa sul “Corriere della sera” nel 1913 e che si trova nel primo volume delle “Novelle per un anno”, nel gruppo intitolato “Dal naso al cielo”. Ben nota la toccante interpretazione nel film Kàos (1984), diretto da Paolo e Vittorio Taviani. Ecco una sintesi della narrazione: Batà, avvilito (un caso di epilessia o dissociazione della personalità?), attribuisce la causa del suo male alla luna che da bimbo l’aveva incantato per un’intera notte (“E Batà (…) prese adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva “incantato”. L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva”). “Affocata”, “violacea”, “enorme” essa ora gli appare nelle notti di plenilunio e dalla moglie Sidora, terrorizzata, si fa chiudere fuori di casa per non farla spaventare per i suoi ululati (“Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido…non ti spaventare…non aprire…Niente… va’! va’!”). Architettato un piano suggerito dalla madre la quale trova il modo di far convivere la figlia con il marito, Sidora si porta a casa l’ex fidanzato, Saro, per concedersi a lui durante il plenilunio. Ma l’amante, impietositosi per il tormento di Batà, la prende per matta (Ma come? Era pazza quella donna là? Mentre il marito, fuori, faceva alla porta quella tempesta, eccola qua, rideva, seduta sul letto, dimenava le gambe, gli tendeva le braccia, lo chiamava”). Nell’andare via, si accorge del volto ambiguo dell’astro: “la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie”.

Luigi Pirandello (Girgenti, 1867 – Roma, 1936)

Sciamanica sembra la luna nella novella “La giara” (1909). L’avevo letta da ragazzino e mi avevano affascinato le grida di quel contadino che, davanti al palmento, chiamava:- Don Lollò! Ah, don Lollòoo. Mi piaceva disegnarla quella giara descritta da Pirandello con poche incisive pennellate: “nuova, pagata quattr’onze ballanti e sonanti (…). Una giara così non s’era mai veduta…”. E faceva pena posta nel palmento: luogo senza aria e senza luce. Non si sa chi fosse stato a spaccarla in due: “come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti. Don Lollò ne è il proprietario: uomo collerico, testardo e despota. Entra poi in scena Zi’ Dima Licasi: un conciabrocche che, servendosi di un mastice miracoloso, l’avrebbe “rimessa su, nuova”. Dando luogo ad un rituale pressoché magico, esclama: “verrà bene”. Diffidente si mostra don Lollò: vuole i punti di ferro per renderla davvero robusta e non cede dinanzi alle resistenze di Zi’ Dima, il quale, alla fine, si mette all’opera con il trapano. Mastice e punti insieme come si era convenuto. Ma ecco il paradosso: Zi’ Dima che vi si era calato dentro, non riesce più a uscirne: “Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sanata, e che ora – non c’era via di mezzo – per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre”. Don Lollò non ne vuole sapere, si rifiuta che la giara venga nuovamente spaccata per farlo uscire e addirittura si rivolge ad un legale che gli fa presente l’accusa di sequestro di persona: “Da un canto, lui don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine”. Davvero una bizzarra avventura che si muta in una festa dionisiacamente partecipativa sotto i raggi della luna così luminosi “che pareva fosse aggiornato”. Pieni di allegria e di vino, i contadini danzano e cantano attorno alla giara e, là dentro, anche Zi’ Dima canta a squarciagola. L’atmosfera tribalmente liberatoria e demoniaca di cui l’astro notturno è magneticamente complice, magistralmente resa dai fratelli Taviani, prelude alla scena della distruzione finale che sancisce la vittoria di Zi’ Dima. Don Lollò, vinto dalla rabbia e dall’esasperazione, manda a rotolare la giara giù per la costa fino a spaccarsi contro un olivo. L’esito è di amara complicità: egli ne avrà il danno e la beffa. Se si fosse fidato del solo mastice, modificando il suo punto di vista, non avrebbe subito la sconfitta. Da una angolazione diversa, l’antropologo e scrittore di Chiaramonte Gulfi Serafino Amabile Guastella si era occupato della luna nel capolavoro Vestru (1882): poemetto di 59 sestine di endecasillabi seguite nella seconda parte, in prosa dialettale, da venticinque leggende che possono considerarsi un documento di mitologia popolare, mostrando, in buona parte una “dottrina” centrata su una visione magica e animistica della realtà. Fantasiosa la leggenda narratagli da Salvatrice Raniolo, intesa Cuticàccia, contadina di Chiaramonte Gulfi. Si riferisce alla sorte di Caino e si può rilevare come nell’immaginario collettivo vi sia stato il bisogno dell’uomo di andare sulla luna, nonché il tentativo di decifrare il sortilegio del volto lunare. All’inizio poche incisive pennellate scolpiscono il tormento a lui causato dall’uccisione di Abele. L’incubo gli si manifesta, facendolo sobbalzare dal sonno, col rumore di frondi agitate, e si mette a correre come un pazzo per sfuggire al suo rimorso. Poi, mentre va in cerca di rovi per porli davati alla grotta e ripararsi dagli animali feroci, gli appare Domineddio (‘U Signuri): per decreto divino, questi di giorno deve dimorare all’inferno per essere torturato dai diavoli  e di notte nella luna con tre fasci di spine che, a vederli, sembrano tre macchie: “Ri stu mumientu iu cumannu, ca n’e rurici uri r”o jiornu ti nni stai n’ô ‘fiernu, e chiddu ca ri tia ni vuonnu fari i riàuli, ni fannu, ca chiss’ è pìnzieri so. N’ ‘e rùrici uri r’ ‘a notti ti n’assumi n’ ‘a luna, ccu pattu ca ‘n h’ ‘a ripusari ‘na scàggia, e h’a purtari nquoddu i tri fascitedda. E Cainu tuttanotti sta n’ ‘a luna, e i tri fascitedda ‘i virièmu tutti, ca pàrunu tri stampuzzi” (“Da questo momento io comando, che nelle dodici ore del giorno te ne stai all’inferno, e quello che di te ne vogliono fare i diavoli, lo facciano, ché questo è pensiero suo. Nelle dodici ore della notte te ne sali nella luna, col patto di non riposare un attimo, e devi portare i tre fasci. E Caino tutta la notte sta nella luna, e i tre fasci li vediamo tutti, che sembrano tre macchie”). Prima dello sbarco sulla luna, le classi subalterne, quelle dell’oralità, scorgevano dunque nelle macchie lunari l’immagine di Caino con tre fasci di spine sulle spalle. E se si pensa che fosse stato Dante a parlarne, ci si accorge subito della contaminazione della cultura dotta con quella popolare. Così, nel secondo canto del Paradiso, chiede il sommo poeta a Beatrice mentre osserva la luna: “Ma ditemi, che son li segni bui di questo corpo che laggiuso in terra fan di Cain favoleggiare altrui?” (Vv. 49-519). La luna, dunque: il fascino e il mistero della favola mitologica dove campeggia l’archetipo del femminile: eros fecondo di creatività e, nel contempo, energia distruttiva. Ne sono testimonianza le dee lunari delle culture indo-europee. E appare chiaro il legame con la generatività: dal ciclo di ventotto giorni al plenilunio, alle fasi di luna calante e nera. Incanta l’immagine della donna-luna come metafora di un potere cosmico di benessere, relegata dalla cultura del maschile nel raduno notturno delle cosiddette streghe barbaramente mandate a morte. Neumann nel 1956 scriveva: “Il rischio dell’umanità consiste oggi, in parte, proprio nello sviluppo cosciente unilaterale e patriarcale dello spirito maschile, non più equilibrato dal mondo ‘matriarcale’ della psiche […]. L’uomo occidentale deve assolutamente pervenire a una sintesi nella quale venga compreso in modo fecondo il mondo femminile, che, peraltro, se isolato, è unilaterale […]. Se, in un certo modo, un corpo sano è la base di uno spirito sano, un individuo sano è la base per una sana comunità.”

Federico Guastella

Ragusa, 28 luglio 2019

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

I vaccini: indietro tutta? di Silvia Giannella

Sul controverso tema delle vaccinazioni obbligatorie, abbiamo il piacere di pubblicare un approfondimento della prof.ssa Silvia Giannella.   (p.p.)

Leggo sul giornale  di oggi: Epidemia di morbillo in Madagascar: in sei mesi già più di 1200 morti; solo il 58% della popolazione è stato vaccinato (La Repubblica, 15 aprile 2019). Quando mi trovo di fronte a notizie di questo tipo, ormai sempre più frequenti, vengo assalita da una sensazione inquietante, un misto di stupore, disorientamento, angoscia. Ma forse la sensazione più sgradevole è il senso di impotenza di fronte al muro di quella che definirei “ignoranza scaramantica” da cui è stata contagiata una notevole massa di persone in tutto il mondo, paesi sviluppati e sottosviluppati.

Sono una donna anziana, laureata in biologia;  ho frequentato vari laboratori, in particolare di virologia dove ho preparato la mia tesi di laurea sperimentale e poi per quasi tutta la mia vita ho insegnato nei licei. L’insegnamento è stata una scelta felice che mi ha messo in contatto con molte persone con le quali ho stabilito rapporti di scambio e di confronto intenso, spesso problematico, ma sempre produttivo in termini di crescita e di apertura verso il pensiero degli altri. 

Spesso nell’insegnamento di  un nuovo argomento scientifico ci si trova di fronte alle cosiddette misconoscenze, cioè non è vero che gli alunni non sanno niente di quell’argomento ma ne sanno qualcosa che hanno assimilato passivamente dall’ambiente in cui sono cresciuti, dai genitori, dagli amici, insomma dalle persone con cui sono entrati in contatto nel corso della loro vita (per esempio: l’omeopatia fa sempre bene, la chimica ci avvelena,il glutine fa male a tutti). Naturalmente molto spesso queste conoscenze sono le più difficili da estirpare perché sono come degli assiomi che si sono consolidati loro malgrado. Il lavoro dell’insegnante consiste proprio nel portare testimonianze scientifiche, proponendo le letture giuste e insegnando agli studenti come si consultano le informazioni su internet (chi ha firmato quell’articolo, come si riconosce e si valuta una fonte scientifica garantita da una qualunque persona che esprime un suo pensiero senza fondamenti).

 E’ chiaro che il rapporto insegnante-alunno è molto particolare: si tratta di un adulto, l’insegnante, in cui si ripone fiducia e di adolescenti il cui ruolo è quello di apprendere, costruendo le proprie conoscenze, affidandosi alla competenza e ai consigli dell’insegnante. Se questo rapporto funziona è possibile stabilire una relazione di scambio in cui oltre ad apprendere, l’adolescente esprime anche i propri dubbi, le proprie incomprensioni, le proprie contestazioni.

Ma qual è la situazione al di fuori della scuola?

Negli ultimi anni in Italia si è verificata una specie di epidemia -è proprio il caso di usare questo termine!- per cui molti , troppi, genitori si sono convinti che i vaccini facciano male e quindi hanno deciso di non far vaccinare i figli.

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

  1. Minore è il numero di persone sottoposte a vaccinazione maggiore è il numero di virus circolanti
  2. I bambini appena nati non possono essere vaccinati e quindi è più probabile che entrino in contatto con la malattia virale che in questa fascia d’età può essere letale
  3. I bambini che non possono essere sottoposti a vaccinazione( bambini affetti da tumore o da malattie congenite che non consentono la vaccinazione) sono più esposti a contrarre le malattie virali che, anche in questi casi possono risultare letali

Nel secondo e terzo caso si dice che viene a mancare l’immunità di gregge. L’immunità di gregge si verifica quando si raggiunge un livello di copertura vaccinale per cui gli individui non vaccinati non contraggono la malattia perché circondati da un’alta percentuale (95%) di individui vaccinati.

Ma vediamo di dare una risposta ad ognuna delle tesi dei novax:

1° tesi: i vaccini causano l’autismo

Risposta: non è vero: la percentuale di bambini autistici è la stessa nei bambini vaccinati e non

2° tesi: i vaccini sono contaminati  e contengono metalli pesanti

Risposta: esami rigorosi ripetuti più volte hanno dimostrato che i vaccini sono puri e non contengono metalli pesanti

3° tesi: i vaccini vengono somministrati troppo presto, a bambini troppo piccoli

Risposta: sono proprio i bambini piccoli che corrono i maggiori pericoli se contraggono alcune  malattie. Comunque è il servizio sanitario nazionale che fornisce precise indicazioni su quando effettuare le varie vaccinazioni.

4° tesi: i vaccini sono troppi

Risposta:il sistema immunitario è costruito in modo da rispondere prontamente a più stimoli contemporanei senza subire danni

5° tesi: i vaccini danno gravi effetti collaterali

Risposta: gli effetti collaterali gravi sono rarissimi, un caso su molti milioni

 

Cosa sono e come agiscono i vaccini

Un vaccino viene preparato usando il virus o il batterio che causano una determinata malattia ma rendendoli innocui o uccidendoli; cioè il microrganismo non è in grado di provocare la malattia ma rimane capace di farsi riconoscere dal sistema immunitario e di stimolarlo a produrre le cosiddette cellule della memoria le quali saranno in grado di riconoscere il microrganismo per tutta la vita dell’individuo e di impedire che l’agente patogeno provochi la malattia. Attualmente alcuni vaccini vengono prodotti utilizzando le tecniche del DNA ricombinante le quali permettono di sintetizzare in laboratorio le proteine (antigeni) che caratterizzano il microrganismo e che risultano capaci di indurre il sistema immunitario a produrre anticorpi e cellule della memoria per difendersi dalla malattia. In questo modo è stato recentemente prodotto il vaccino contro l’epatite B, una delle più pericolose malattie del fegato.

Uno degli aspetti più interessanti  e tra i più temuti dalle persone che non hanno mai studiato il funzionamento del sistema immunitario, è la preoccupazione che la somministrazione contemporanea di più vaccini possa sottoporre il sistema immunitario a uno sforzo eccessivo che potrebbe provocare conseguenze pericolose nei bambini.

Si tratta di un vero e proprio pregiudizio in quanto il sistema immunitario ha un’enorme versatilità: è in grado di difenderci da mille attacchi contemporaneamente senza per questo “affaticarsi”. Esso però impiega circa 20 giorni per produrre le difese contro le malattie; anche quando entriamo in contatto con il microrganismo patogeno il sistema immunitario impiega lo stesso tempo ma intanto il microrganismo  attacca il nostro corpo determinando la malattia che, com’è noto, può risultate più o meno grave.

Sappiamo bene che i bambini appena nati e per i primi due o tre mesi dopo la nascita in genere non si ammalano perché sono protetti dagli anticorpi della madre; ma dopo i tre mesi cominciano ad ammalarsi perché entrano in contatto con tanti microrganismi. Il loro sistema immunitario lavora  per difenderli  garantendo così un futuro di adulti sani.

Silvia Giannella

25 aprile 2019

Attaccarsi alla vita, 4 novelle di Pirandello a fumetti – di Nunzio Brugaletta

E’ possibile il connubio fra grande letteratura e fumetti? Sembra  proprio di sì, a giudicare dall’ottimo risultato ottenuto con il libro “Attaccarsi alla vita” da Nunzio Brugaletta, artista ragusano già noto al pubblico per le sue fulminanti vignette satiriche, pubblicate negli anni ’80 sui “Quaderni Iblei”.

Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo l’introduzione al libro ed alcune tavole tratte dal suo recente lavoro, relative alle quattro novelle pirandelliane. Il libro è disponibile a questo indirizzo: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/fumetti/424698/attaccarsi-alla-vita/  (p.p.)

Dalla prefazione della prof.ssa Rita Cultrera:“Qui sono presentati 4 adattamenti da Novelle per un anno di Luigi Pirandello. Filo conduttore: la vita è dura e si accanisce, spesso con rabbia, sull’uomo, ma l’istinto di sopravvivenza, nella sua indomabile forza, coglie con disperato e cieco vigore anche eventi banali come il fischio di un treno, o altre improvvise epifanie, per affermare se stesso contro ogni pretesa di normalizzazione della forma a imbrigliarlo e soffocarlo.”

Quattro domande all’Autore:

1. Fumetto da leggere o guardare?

Fumetto = testo + grafica. Ovviamente c’è un racconto (la novella) ma, principalmente, il tentativo di rappresentare graficamente le sensazioni comunicate dalla novella. Un autore, specie se è un classico, lo è perché al di là del suo tempo, è riuscito a trattare temi universali e senza tempo. La lettura fa viaggiare in mondi diversi e questi adattamenti sono la descrizione di quei mondi.

Tavola tratta dalla novella “La patente”

2. Questo è Pirandello?

Assolutamente no. Questa è la mia rappresentazione del mondo offertami dai viaggi di cui sopra. Leggere un fumetto non è sostitutivo del leggere la novella dal libro. È una cosa diversa: è l’utilizzo, in accoppiata al testo (magari ridotto, magari leggermente modificato nelle scansioni temporali per ragioni di rappresentazione grafica, ma senza che il messaggio veicolato venga stravolto), della potenza dell’immagine giocata per rappresentare la ricchezza delle emozioni.

Tavola tratta dalla novella “La morte addosso” (L’uomo dal fiore in bocca)

 

3. Il fumetto aiuta l’approccio ad un autore?

Sono profondamente convinto di questo e, non solo, come appassionato da sempre di fumetti e di tutto ciò che ha a che fare con il segno grafico. Spesso nei confronti di certi autori, ritenuti difficili, si ha un certo timore ad affrontarne l’opera, come se ai tempi della scrittura ci fosse un manualetto che bisognasse conoscere prima di avvicinarsi con timore reverenziale alla lettura. L’adattamento a fumetti può veicolare un messaggio semplice: non c’è da aver paura ad affrontare la lettura e goderne: qualcuno ne ha fatto persino un fumetto (!).

Tavola tratta dalla novella “Il treno ha fischiato…”

 

4. Slow reading?

Fin da bambino la mia fruizione dei fumetti era: guardare e riguardare tante volte i disegni senza, coscientemente, leggere niente. Alla fine avevo letto tutto (la mente viaggia in modo inconscio) e mi era rimasta l’atmosfera. Questa concezione mi è rimasta, alimentata anche, intorno agli anni ’60-’70, dalla disponibilità di una quantità di fumetti da guardare. Nel mio piccolo cerco anche io di seguire questa linea direttiva.

Tavola tratta dalla novella “Male di Luna”

Buona visione e buon divertimento.

Nunzio Brugaletta

L’Autore: “Laureato in Matematica, ho insegnato Informatica presso l’ITC “F.Besta” di Ragusa. Da quando sono in pensione ho ripreso alcune passioni giovanili lasciate in stand-by durante l’attività lavorativa. Appassionato da sempre di disegno, fumetti, grafica, pittura e di tutto ciò che riguarda le arti figurative nelle sue varie espressioni. Disegnatore io stesso e appassionato lettore, con preferenza per i classici, ho messo assieme due passioni: il fumetto e i classici della letteratura. Ho realizzato (fino alla data odierna, Marzo 2019) adattamenti da racconti di Kafka e Pirandello da cui ne ho fatto due pubblicazioni. Continuo, almeno per ora, nella direzione di adattamenti da opere letterarie di ulteriori autori.”

Recensioni al libro:

“…i luoghi, persino le vignette rendono perfettamente quella sensazione di smarrimento razionale tipico della scrittura di Pirandello, attraverso un tratto squadrato e scarno adatto. Anche la prospettiva è simile a quella riscontrabile nei dipinti di alcuni pittori espressionisti (Kirchner ad esempio), la quale rende l’idea della solitudine dei personaggi, del loro senso claustrofobico, del loro sentirsi prigionieri di loro stessi e della loro condizione.” (Marta Paolantonio)

“…l’ho chiesto in lettura per recensirlo – incuriosita – e bum, l’ho letto tutto d’un fiato. Con i fumetti è così che si fa. Poi son tornata indietro e ho ammirato le tavole di nuovo. Una a una. Con calma, lentamente.”  (Nunzia Bossa)

Ragusa, marzo 2019

 

Tolleranza e Compassione, di Leopoldo Sentinelli

Nel corso della storia del genere umano su questo pianeta, c’è un elemento che è rimasto indenne ed intatto, che ha mantenuto la propria peculiarità, che non ha perso la sua essenza pur con le modifiche esteriori che hanno marcato il trascorrere del tempo, dell’era e del camminare dell’uomo.

Questo elemento è la volontà di sopraffare che si manifesta cruentemente e terrificantemente nelle guerre.

La parola “guerra” è sistematicamente accompagnata da altri sostantivi che tendono a qualificarla, a giustificarla, a spiegarla, a presentarla, e cioè “guerra di conquista”, “guerra di religione”, “guerra di sopravvivenza”,                    “guerra preventiva” ma poi sempre guerra è.

La guerra, qualunque essa sia, nasce da un elemento comune e ripetitivo, nasce dall’intolleranza, nasce dalla mancata accettazione di ciò che si ritiene diverso da noi.

La sensazione del diverso da noi si origina in un atteggiamento profondo che ci fa ricercare la differenza con l’altro; cercare la differenza ci spinge a confermare di essere migliore, o più giusto, o più forte, o più valente. Questo cercare la propria valenza rispetto agli altri ha dietro la spinta del timore di essere inferiore, di valere di meno, anche fosse solo per il motivo che l’altro esiste, vedendolo come una probabile minaccia.

Le guerre continuano ad esistere e non vedo una ricerca che tenga a risolvere il problema alle radici, cioè che estirpi dall’animo del singolo le origini psicotiche di questa metodologia di rapporto con il diverso da sé lasciando poi spazio ad altri, migliori, incruenti metodiche di risoluzione delle problematiche, in una via diretta verso una posizione interiore di maggiore comprensione ed accoglienza.

Occorre sottolineare che nell’ultimo secolo si sta facendo strada un diverso approccio al rapporto con l’altro e, passando dal macrocosmo dei rapporti tra Stati al microcosmo dei rapporti tra esseri umani, si nota con piacere che sempre più si parla di tolleranza.

Non siamo alla vetta ma certamente stiamo abbandonando il campo base.

Perché non basta tollerare!

Perché è il concetto stesso, la sua significanza etimologica, che lo pone in una fase intermedia: dal latino “tollere” e cioè “portare” è divenuto in italiano “sopportare”, tanto che tra i sinonimi dell’aggettivo “tollerante” oltre ad ” indulgente, aperto, condiscendente “, c’è anche “sofferente”.

Sofferenza dunque per lo sforzo che si sta compiendo e dolore del non poter essere liberamente, completamente, spontaneamente sé stessi, indipendentemente se il nostro sé ha un contenuto di idee, convinzioni, atteggiamenti eticamente, moralmente e spiritualmente giusti.

Se in termini sociologici la Tolleranza si basa sulla convinzione che la Intolleranza è la tendenza ad eliminare tutte le differenze che sono creatrici di violenza e sopraffazione, in senso filosofico poggia sull’accettazione di ciò che è diverso poiché facente parte di un tutto armonico pur se differenziato, in riferimento alle infinite possibilità dell’essere umano, tutte da considerare, accettare e rispettare.

Anche in campo politico vi è sempre stata ambivalenza tra tolleranza ed intolleranza ma è soprattutto dall’Illuminismo, con i vari Voltaire e Lessing, che avviene una radicale sterzata a favore della tolleranza sempre però come sopportazione del diverso. 

In campo religioso la tolleranza non era un concetto stabile ma variava a seconda dell’interlocutore; Tommaso D’Aquino diceva: “non possiamo tollerare coloro che sono cristiani e non vogliono più esserlo, perché questi hanno fatto una promessa”. E ciò comportò nei secoli a seguire stermini enormi (Catari, Albigesi, ecc. ). Di contro sempre Tommaso D’acquino accettava di tollerare ” le persone che non sono cristiani, che non possiamo pensare di convertire al cristianesimo, cioè musulmani, pagani o ebrei “.

Purtroppo è proprio nel campo religioso che almeno la tolleranza, se non qualcosa di più, dovrebbe essere una condizione sine qua non per la convivenza in un qualsiasi Stato che ormai oggi non è più omogeneo nei suoi componenti, cioè nei suoi cittadini.

Ecco quindi che i legami religiosi si incrociano con quelli sociali a formare un nuovo tessuto in cui trama e ordito siano, possano essere, tra loro armonizzati.

Sappiamo che se da una parte, lo Stato non può non essere tollerante poiché accetta ed accoglie stranieri che oggi giungono dai territori più lontani da noi, sia in senso geografico che interiore per usi, costumi e religioni, poi nei fatti ne ha paura, poiché si rende conto che accettare significa mettere in discussione sé stesso e le proprie regole.

Ad esempio in Italia è obbligatorio il casco per chi usa una moto ed in Italia vivono uomini di religione sikh, italiani e stranieri, che seguendo le proprie regole religiose si fanno crescere i capelli e li raccolgono entro ampi turbanti; come può un sikh indossare un casco? Basta forse metterlo in cima ad un turbante per soddisfare la legge? Oppure la legge deve essere cambiata per adattarla ai sikh?

Stiamo quindi vedendo che anche la tolleranza è un atteggiamento discutibile, una soluzione non finale, un’arma a doppio taglio a seconda di chi sia il tollerante e chi il tollerato.

Anche limitandosi a guardare indietro nel secolo da poco terminato, si trovano indicazioni importanti di menti e cuori elevati, da Steiner a Gandhi, da M. Luther King a Madre Teresa di Calcutta; da loro abbiamo ricevuto importanti eredità da realizzare sul piano sociale e materiale, da effettuarsi attraverso la facoltà di esprimere fino in fondo sé stessi, manifestando concretamente le proprie capacità senza ledere la libertà degli altri. 

I sentimenti, modulati dal chakra del cuore, devono insieme al pensiero ed alla volontà determinare l’azione seguente e congruente.

Occorre quindi “capire” per poter realizzare atti positivi per sé e gli altri, nel pieno rispetto fisico e spirituale del contesto cosmico con il quale l’essere umano è in imprescindibile relazione. Solo attraverso questa fusione tra sentimento e pensiero si può attuare la giusta tolleranza che diventa così atteggiamento naturale e spontaneo verso il diverso-da-sé che sta percorrendo un altro cammino.

In Oriente questo atteggiamento e questa fusione prendono il nome di Compassione, che ha una valenza diversa da quella descritta dal cattolicesimo come “aiutare il prossimo” inteso come l’altro che ho di fronte e separato da me; questo concetto non esiste nel buddhismo.

Nel buddhismo si considera che ogni essere umano nasca da un processo sovrumano, con una connotazione che sfugge alle menti più sottili, non è un mero processo biochimico.

Bene, questo punto di partenza, questa prima valutazione dell’essere umano ne sancisce la sua preziosità, senza misura materiale, poiché si riferisce a qualcosa che materiale non è.

La ragione della nostra vita materiale è al disopra della nostra coscienza.

La Verità Ultima è un fatto sovrumano, indescrivibile, inafferrabile, ineffabile, perché non possiamo coglierla con la nostra mente.

Ne dobbiamo però cogliere almeno il suo riflesso, cioè la sua validità in termini macrocosmici poiché solo l’involucro, il corpo, è un microcosmo.

Passaggio ulteriore è capire che se l’essenza di ogni essere umano è la stessa pur in un contenitore diverso, non può esistere un lui diverso da me.

Se prepariamo un infuso di thè e lo versiamo in dieci tazze diverse tra loro per materiale, forma e colore non potremo dire di bere dieci diversi thè, ma se ci soffermiamo alla semplice vista diremo che sono dieci diverse bevande.

Stiamo arrivando a poter dire che tra due individui la diversità è solo il contenitore, mentre la soggettività in senso elevato è una.

Che poi le dieci tazze non possono essere impilate tutte insieme per la diversità delle forme ma andranno riposte in modi differenti, ci porta a dire che vanno rispettate le diversità tra gli individui sia per le loro peculiarità sia per la soggettività unica che li unisce. Noi possiamo anche ora capire e seguire il filo che ci eleva al disopra delle dispute, ma domani? Tra un mese? Tra dieci anni?

Quando riusciremo ad operare il cambiamento interiore, necessario a percepire l’altro, il diverso da sé come invece un altro me stesso?

Il cambiamento si ottiene tramite un profondo desiderio di miglioramento e con una altrettanto profonda sincerità. È un processo interiore di cui pochi sono capaci; coloro che sono integri, coloro che non sono dipendenti, emotivamente ed affettivamente da altri, coloro che non si sentono minacciati da realtà che sembrano esterne a loro stessi.

Questo processo di cambiamento può partire solo dall’individuo; se tutti accettassero la diversità come insegnamento potenziale, come occasione di crescita, come presupposto di ampliamento interiore, ogni diversità eventualmente percepita verrebbe vissuta con gioia, accolta con entusiasmo.

Se fossimo su questa via ci staremmo incamminando verso l’Amore, lasciandoci alle spalle l’odio; un’enorme passo avanti nella eterna lotta tra il bene e il male che quotidianamente si svolge nell’animo di ciascuno.

Il cammino è lungo ed impervio ma abbiamo le indicazioni delle varie tappe intermedie.

Sappiamo che è necessario dissolvere le tre Radici, la rabbia, l’attaccamento e l’ignoranza, che ci condizionano in ogni atto e pensiero, che ci fanno ritenere che la felicità e la liberazione dalla sofferenza possano essere comprate.

“In fin dei conti” insegna il Dalai Lama “gli esseri umani sono tutti eguali, fatti di carne, ossa e sangue. Tutti desideriamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza. Inoltre abbiamo tutti diritto ad essere felici. In altre parole è essenziale riconoscere l’uguaglianza degli esseri umani”.

Leopoldo Sentinelli

Gennaio 2019

CALLIOPE, di Giuseppe Tumino

Calliope è la Musa per eccellenza, anzi viene spesso nominata per indicare le Muse in generale. Il suo nome significa “dalla bella voce”, ma questo non vuol dire soltanto dal suono gradevole, ma dalle belle e decisive parole, come quelle dei re e dei giudici da cui dipendono la giustizia e la pace.

Nella Grecia arcaica, infatti, il re di giustizia, l’indovino e il poeta sono accomunati dall’essere maestri di verità, verità che è luce, memoria ed elogio, assertoria, senza bisogno di dimostrazione.

Calliope. Dettaglio del dipinto Urania e Calliope di Simon Vouet (1634 ca.)

Per questo Calliope è riconosciuta come la più importante delle Muse fin dalla Teogonia di Esiodo dove è definita “la più illustre di tutte”; e anche Platone, nel Fedro, quando parla del mito delle cicale, ribadisce che Calliope è la prima e la più anziana delle Muse.

Essendo la maggiore e la più saggia delle nove sorelle, fu scelta da Zeus come giudice fra Afrodite e Persefone  per dirimere la loro disputa per contendersi Adone, e, come è noto,  anche in questo caso diede prova di salomonica saggezza.

Questo spiega perché nell’iconografia Calliope viene sempre raffigurata  con una corona d’oro ad indicare la sua supremazia sulle altre sorelle. I suoi simboli sono lo stilo e la tavoletta di cera, oppure un rotolo o un libro perché è protettrice di chi scrive in versi e in prosa.

Simon Vouet, pittore francese caravaggista, iniziatore del barocco in Francia, in un dipinto del  1634 conservato alla National Gallery of Art di Washington, raffigura Calliope insieme a Urania. Calliope tiene  in mano l’Odissea che appoggia sul grembo come una sua creatura.

E ancora Stravinskij nel balletto Apollon Musagete presenta Apollo nell’atto di donare a Polimnia una maschera, a Tersicore una lira e a Calliope una tavoletta.

La scrittura è frutto della conoscenza (il padre Zeus) e del ricordo (la madre Mnemosine) da cui si origina ogni opera d’arte, e  anche se per Platone la scrittura resta sempre una specie di gioco, una cosa poco seria e fredda rispetto all’oralità dialogante, senza la scrittura non sarebbero esistite né la storia né la filosofia e forse l’intera cultura occidentale.

Calliope, quindi, è la Musa di Omero, ispiratrice dell’Iliade e dell’Odissea, ed è definita da Lucrezio “callida Musa, Calliope, requies hominum divomque voluptas ”, saggia Musa Calliope, consolazione degli uomini e voluttà degli dei.

Oltre a Virgilio, pure Dante la invoca indirettamente nel II canto dell’Inferno e direttamente nel I canto del Purgatorio insieme alle altre “Sante Muse”, di cui si dichiara “vostro”. Lo  stesso   Foscolo ribadisce nei Sepolcri che Dante è “dolce di Calliope labbro”. Infatti Esiodo aveva detto che  beato è colui che le Muse amano; dalla sua bocca scorre la voce che fa scordare i dolori e i lutti”

Questa funzione consolatoria delle Muse in generale e di Calliope in particolare, è però un’arma a doppio taglio perché la  prima cosa che le Muse avevano detto proprio ad Esiodo all’inizio della Teogonia, è che esse possono, se vogliono, cantare il vero, ma possono anche dire molte menzogne simili al vero. Si tratta dello stesso incantamento provocato dalle Sirene che, nella tradizione alessandrina sono figlie di una Musa, probabilmente la stessa Calliope, e del fiume Achelaoo. Per questo il filosofo Boezio, in carcere perché ingiustamente condannato, si affiderà piuttosto alla razionale consolazione della Filosofia la quale caccerà via le Muse lusinghiere e ingannatrici definendole “scenicas meretriculas”, sgualdrinelle da teatro.

Tra l’altro le Muse non hanno esitato ad essere vendicative allorquando le Pieridi, che avevano osato sfidarle nel canto, furono mutate in rauche gazze. In quell’occasione Calliope ricevette il compito di gareggiare per tutte e fu proprio lei a dare il colpo di grazia intonando un inno a favore di Cerere e narrando della vasta isola di Trinacria sotto cui è schiacciato il gigante Tifeo che spesso muovendosi scuote la terra, come ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi.

Calliope è la protettrice della poesia epica. Epos è parola, narrazione, e la poesia epica è fortemente legata alla tradizione orale che costringe gli aedi a memorizzare una gran quantità di versi da recitare accompagnandosi con la cetra. Nei poemi epici vengono cantate le gesta  di un eroe , usati spesso in funzione politica per fissare la memoria e l’identità di un popolo. Come dice il Dodds, la creazione poetica contiene qualcosa che non è stato scelto, ma concesso dagli dei; non a caso il poeta, quando invoca le Muse, chiede sempre che cosa deve dire, non come deve dirlo. I poeti, quindi, non inventano dal nulla, ma rappresentano e richiamano un sapere condiviso, che li precede e che tramandano perché l’eroe che cantano non è solo il protagonista del mito, ma ha pure un ruolo importante nelle istituzioni religiose e civili della città, sebbene a livello solo locale. Esisteva infatti un culto degli eroi  provocato dalla stessa poesia epica che decretava la gloria (kleos) dell’eroe in seguito quasi sempre ad una  bella morte. L’eroe quindi non è tale  solo per la sua nascita dovuta all’unione fra divinità e mortali (Platone nel Cratilo aveva detto che la parola eroe deriva da eros), ma anche per la superiorità del coraggio o del talento e pure per la sua morte che è sì un discrimine tra umano e divino, ma ne consacra lo statuto eroico e ne decreta il successivo culto della tomba.

Calliope fu pure madre di Imeneo, che presiedeva alle nozze e dei Coribanti, sacerdoti di Cibele;  da Eagro, re di Tracia, o dallo stesso Apollo, ebbe il grande Orfeo, fondatore di importanti culti misterici. Orfeo era così abile nel suonare la lira che incantava ogni creatura, sovrastando col suo canto le stesse Sirene. Dopo aver commosso persino i signori degli inferi, riebbe Euridice, la sua sposa morta per il morso di un serpente, ma venne meno alla promessa di non voltarsi a guardarla prima di averla condotta fuori e la perse per sempre. Orfeo finì poi squartato dalle donne tracie, Baccanti istigate da Afrodite che volle così vendicarsi su Calliope perché non aveva gradito il suo giudizio espresso in quella contesa che aveva avuto con Persefone per Adone.

Marcuse in Eros e Civiltà definisce Orfeo la voce che canta e non comanda perché la musica ha il potere di dare ordini senza comandare, e forse in questo si può compendiare l’eredità che  oggi ci resta di Calliope: il fascino della voce, del racconto e dell’armonia tra uomo e natura.

Il mito, insomma, ci consente di guardare la realtà sotto una nuova luce conferendo visibilità a ciò che altrimenti sarebbe invisibile. Lasciarsi incantare ancora dal canto di Calliope vuol dire trovare rifugio nel dono della bellezza liberandoci dall’ossessione dell’utilità.

Giuseppe Tumino

17 novembre 2018

Nota: Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista LE MUSE, nel supplemento di marzo 2018.

Che cos’è l’epigenetica, di Silvia Giannella

Come l’ambiente, l’alimentazione, il pensiero influenzano gli organismi viventi

L’epigenetica è una nuova scienza che ha rappresentato una vera e propria  rivoluzione nelle conoscenze scientifiche di vari ambiti di studio quali la biologia, la genetica, la medicina e la farmacologia determinando un  capovolgimento nell’approccio allo studio di queste discipline.

Infatti, mentre fino a pochi anni fa si pensava che i geni di un individuo  ne determinassero il destino, oggi sappiamo che l’ambiente in cui l’organismo vive (le sostanze chimiche, l’ambiente intrauterino, l’alimentazione, lo stress) riveste un ruolo altrettanto importante per l’individuo stesso ma anche per i suoi figli.

L’epigenetica nasce in seguito alla genetica, la scienza dell’ereditarietà: essa descrive tutte quelle modificazioni  che insorgono nel corso della vita di una cellula o di un organismo a causa dell’interazione con l’ambiente; l’aspetto particolare di tali modificazioni è che esse possono essere ereditabili pur non trasformando direttamente il DNA, il materiale ereditario per definizione.

Per capire bene l’importanza dell’epigenetica sia dal punto di vista teorico sia per le possibili applicazioni mediche, bisogna definire che cos’è la genetica e  descrivere sommariamente le principali conoscenze che la caratterizzano.

La genetica viene definita anche come la scienza dell’ereditarietà; essa riconosce nei geni, piccoli segmenti di DNA, le unità ereditarie. I geni sono contenuti in gruppi all’interno dei cromosomi, organelli presenti all’interno del nucleo di ogni cellula, in numero definito per ogni specie animale e vegetale (per es. nell’uomo ce ne sono 46).

I geni, oltre ad essere trasmessi dai genitori ai figli mediante la riproduzione sessuale, hanno il compito di far funzionare ogni singolo organismo, e, più in generale, ogni singola cellula in cui sono contenuti. Possiamo dire che essi si esprimono nella cellula cioè determinano la produzione di sostanze, le proteine, che a loro volta determinano la struttura e  permettono il funzionamento delle cellule. Per fare un esempio, possiamo dire che nelle cellule del pancreas alcuni geni permettono la produzione della proteina insulina la quale ha il compito di regolare il metabolismo del glucosio. Se i geni in questione sono alterati (per esempio a causa di una mutazione), l’insulina non viene prodotta e l’organismo risulta affetto dal diabete, la malattia per cui il glucosio non viene smaltito nell’organismo e si accumula nel sangue provocando gravi alterazioni patologiche.

In sintesi, tutti i geni di un organismo costituiscono il suo genotipo mentre i caratteri fisici e funzionali dell’organismo ne costituiscono il fenotipo.

Gli studi che si sono susseguiti nel XX secolo hanno portato a una conoscenza dettagliata della struttura degli acidi nucleici (DNA, RNA) della cellula e delle strutture cellulari implicate nel meccanismo di costruzione delle proteine (sintesi proteica).

Verso la metà del 1900, si è arrivati addirittura a definire il cosiddetto dogma centrale della biologia,secondo il quale il flusso di informazione procede in un’unica direzione:

          trascrizione                                                      traduzione

   DNA ————————>   RNA —————-> proteine

Secondo questo schema, il DNA contiene il codice genetico di un determinato organismo; esso viene trascritto in un altro tipo di acido nucleico, l’acido ribonucleico (RNA), poi, attraverso una serie di complesse reazioni chimiche, dalle istruzioni presenti nell’RNA si costruiscono le proteine. Queste ultime vanno a formare le strutture di cui sono composte le cellule e i cosiddetti enzimi che permettono alla cellula di svolgere tutte le sue funzioni. Il codice genetico rimane sempre invariato e quindi si esprime sempre nello stesso modo. Esso si modifica soltanto in seguito ad errori, le mutazioni, che avvengono in modo casuale. Queste portano, nella maggior parte dei  casi, ad alterazioni in alcune strutture e funzioni cellulari determinando malattie nell’individuo che ne è portatore.

 Si definiscono invece epigenetici quei cambiamenti che influenzano il fenotipo senza  alterare il genotipo. Questi cambiamenti vengono spesso trasmessi alle cellule figlie attraverso la riproduzione cellulare però essi non sono permanenti, ma possono essere cancellati o modificati in risposta a diversi stimoli, come, per esempio, i fattori ambientali.  Sono epigenetici per esempio, i fenomeni di differenziamento cellulare, quel processo che permette alla prima cellula uovo fecondata da uno spermatozoo, lo zigote, di dare luogo alle diverse linee cellulari, cellule nervose, muscolari, epidermiche, connettivali, senza modificare il DNA presente nello zigote, ma silenziandone alcune parti e stimolandone altre ad “esprimersi”; si formano così solo quelle proteine che caratterizzano un determinato tessuto. 

Ed è proprio a causa della natura epigenetica del differenziamento che una cellula differenziata può essere riprogrammata e diventare totipotente (cellula staminale), permettendo così la clonazione cioè la formazione di un intero organismo a partire dal suo nucleo.

Altri importanti studi in campo epigenetico riguardano l’influenza dell’alimentazione nel determinare l’insorgenza di una malattia: si è visto, per esempio, che esiste una correlazione tra l’aumento di assunzione di cibo di un soggetto e un maggior rischio di diabete e di malattie cardiovascolari . Molti studi hanno dimostrato che spesso questo rischio viene trasmesso anche alle generazioni  successive: ciò dimostra  che anche alcune modificazioni epigenetiche possono essere trasmesse  dai genitori ai figli.

Molto interessanti si sono rivelati gli studi sui gemelli monozigoti (i gemelli uguali, che derivano dalla scissione di una cellula fecondata da uno spermatozoo). Questi, pur avendo lo stesso DNA, nel corso della crescita si possono differenziare l’uno dall’altro a causa dell’ambiente cioè delle diverse esperienze affrontate, dei differenti stili di vita; questo può determinare cambiamenti nell’espressione di alcuni geni, attivandoli o disattivandoli.

Un altro campo in cui l’epigenetica si sta rivelando fonte di nuove conoscenze è quello oncologico.

Si è sempre pensato che all’origine del cancro ci sia una mutazione genetica: uno dei più noti risultati di questa alterazione è l’incontrollata riproduzione cellulare che, insieme ad altre trasformazioni patologiche, porta a morte l’individuo affetto dal cancro. Attualmente sappiamo  che la malattia può essere causata anche da processi epigenetici che modificano la trascrizione di alcuni geni bloccandoli o attivandoli in modo incontrollato. Questa scoperta  ha rivoluzionato le conoscenze sul cancro nel senso che non si pensa più a questa malattia come a qualcosa di scritto nel destino di un individuo – i suoi geni – ma  a qualcosa che può essere determinata dal nostro stile di vita, dalla nostra alimentazione dalle sostanze inquinanti con cui entriamo in contatto.

Non solo, ma anche l’approccio terapeutico cambia: mentre appare arduo andare a modificare a monte l’alterazione genica causa del cancro, sembra molto più fattibile sintetizzare farmaci in grado di interagire con un prodotto genico alterato come per esempio una proteina modificata e dannosa per l’organismo. L’alterazione diventa così potenzialmente reversibile, individuando il percorso terapeutico mirato a un bersaglio più accessibile.

E’ così che l’epigenetica nata come un corollario della genetica (epì-genetica), si è trasformata in una disciplina a sé stante in grado di aprire importanti prospettive di studio.

Silvia Giannella

10 novembre 2018

I cicli planetari e gli aspetti

di Pippo Palazzolo*

Introduzione

In tutte le cose troviamo la ciclicità, tutto ha un inizio, una crescita, un declino e una fine. La durata dei cicli può essere variabile, ad esempio la vita umana, oppure relativamente regolare, ad esempio il ciclo di lunazione.

Fin dall’antichità l’osservazione dei movimenti planetari e dei loro cicli è stata effettuata con grande attenzione, fino a raggiungere la capacità di prevederne in anticipo le posizioni celesti e pubblicarle nelle effemeridi, che oggi hanno raggiunto una precisione scientifica.

Tutto ciò ci permette di poter analizzare i fenomeni connessi alle fasi dei cicli e a poterne prevedere i tempi. Ad esempio, già oggi vi posso dire che la prossima Luna Piena si formerà il 23 novembre 2018, alle 5:40 ora di Greenwich, con il Sole a 0°52′ e 6” del segno del Sagittario e la Luna allo stesso grado dei Gemelli. 

Le osservazioni puntuali fatte in questi millenni anche sulle fasi dei cicli planetari del sistema solare, hanno sempre più affinato l’analisi astrologica, che si è arricchita anche delle moderne conoscenze psicologiche. Già Tolomeo, nel I secolo d.C., distingueva tuttavia la scienza dei movimenti degli astri, l’astronomia, esatta in quanto misura i movimenti di entità fisiche, dall’astrologia, non altrettanto esatta perché il suo oggetto di studio è l’essere umano, con tutta la sua complessità (vedi “Tetrabiblos”, di Claudio Tolomeo), non riducibile a eventi univocamente definiti. 

Il cerchio zodiacale

La rappresentazione dei movimenti planetari nel  sistema solare viene fatta nel cerchio zodiacale. I 360 gradi del cerchio vengono divisi in 12 settori di 30 gradi e i pianeti, il Sole e la Luna vi occupano un posto in un punto preciso, di cui conosciamo la longitudine (i meridiani), i gradi di distanza dal punto gamma (0° dell’Ariete). Nella volta celeste, i corpi occupano una posizione ben precisa anche in riferimento alla distanza dall’eclittica, misurata in gradi di distanza a Nord o a Sud di essa (i paralleli). Pertanto, può accadere che due pianeti occupino lo stesso grado longitudinale (es. 15 gradi Toro), ma trovarsi uno a 8 gradi Nord e l’altro a 5 gradi Sud, rispetto all’eclittica. In questo caso, noi diremo che sono “congiunti” (stesso grado nel segno zodiacale del Toro), ma all’osservazione diretta, non li vedremo vicini, avendo una distanza di latitudine di 8+5=13 gradi. La Luna, quando oltre che congiunta, si trova anche sullo stesso parallelo del Sole (ovvero il cerchio dell’eclittica), dà luogo al fenomeno delle “eclissi” soli-lunari.

Le fasi dei cicli

Considerando la nostra posizione sulla Terra come punto di osservazione del cielo, possiamo immaginare intorno a noi due cerchi: l’orizzonte terrestre, con i quattro punti cardinali e l’eclittica, il percorso apparente del Sole. Avendo questi due cerchi di riferimento, possiamo posizionare in un grafico i corpi celesti (rappresentazione geocentrica o tolemaica). La distanza apparente fra i pianeti, il Sole e la Luna si potrà quindi misurare in angoli del cerchio, da 0° a 360°. Ad esempio, quando la Luna si trova allo stesso grado del Sole, abbiamo la Luna Nuova, è l’inizio di un nuovo ciclo di circa 28 giorni, durante il quale la Luna si allontana apparentemente dal Sole, cominciando prima a “crescere”, per 14 giorni, per poi decrescere (Luna calante), per altri 14 giorni. Allo stesso modo, tutti i pianeti hanno momenti di congiunzione, allontanamento (fino all’opposizione), riavvicinamento (fino alla congiunzione successiva).

Gli “aspetti” maggiori o distanze angolari nascenti dalla divisione del cerchio per 1, 2, 3, 4 e 6.

Il rapporto di “aspetto” fra due pianeti indica delle “qualità” del tempo in cui si formano. Agli inizi delle teorie astrologiche, la qualità di tali aspetti veniva valutata come “positiva” o “negativa”, in riferimento ad eventi esteriori della vita personale o collettiva. Tale semplificazione non è ormai utilizzata, se non come residuo di una conoscenza astrologica superstiziosa, basata su frammenti delle teorie astrologiche ben più complesse, quali quelle utilizzate nel periodo rinascimentale ed ancora fino al XVII secolo. La rivoluzione illuministica, infatti, con il suo seguito di “scientismo” e di esaltazione del metodo scientifico quale unico parametro per misurare la veridicità di una disciplina, non esitò a relegare l’Astrologia ai margini del “sapere ufficiale”, non potendo accettare l’aspetto incerto delle previsioni astrologiche e la sua declinazione più deterministica e meno giustificabile. Gli studi sull’Astrologia tuttavia continuarono, anche se si svolgevano per lo più nel chiuso e nel riserbo di piccoli circoli culturali ed esoterici. 

L’inizio di un ciclo planetario è la congiunzione fra i due pianeti, quando la loro distanza è zero (i due pianeti hanno lo stesso grado nel cerchio zodiacale). La distanza zero si ha dividendo il cerchio per 1: 360:1=360 (identica posizione per entrambi i pianeti). I principi relativi ai due pianeti si uniscono e si fecondano reciprocamente, creando le premesse per una evoluzione che si potrà osservare nelle successive fasi del ciclo, quando il pianeta più veloce (o di transito rispetto ad uno di nascita), formerà delle distanze angolari significative dal pianeta più lento (o di nascita).

La prima fase importante del ciclo è il sestile, una distanza di 60° fra i due pianeti. L’angolo è il risultato della divisione del cerchio per 6 (360:6=60) e si può formare in due momenti del ciclo: in allontanamento o separazione, dopo la congiunzione, e in avvicinamento o in applicazione, prima della nuova congiunzione, che rappresenta la fine del ciclo. E’ una fase che rappresenta un momento di “costruzione”, di collaborazione facile fra i due principi relativi ai due pianeti. La relativa figura geometrica inscritta nel cerchio è l’esagono.

Il quadrato è la distanza di 90° fra i due corpi celesti e nasce dalla divisione del cerchio per 4 (360:4=90). Quattro angoli di 90° permettono di tracciare il quadrato inscritto nel cerchio. Nella fase del ciclo, il momento della quadratura è considerato come una sorta di “collaudo” di quanto si è avviato con la congiunzione, se il percorso che stiamo facendo non è quello giusto, si manifestano ostacoli e difficoltà che richiedono una soluzione, un aggiustamento di rotta. Anche il quadrato può essere di allontanamento (il primo) o di avvicinamento (il secondo). Questo aspetto può presentare difficoltà anche perché mette in relazione segni zodiacali ed elementi (fuoco, terra, aria e acqua) molto diversi fra loro. Contrariamente alla sua fama negativa, il quadrato, sia di nascita che di transito, deve essere considerato come un propulsore del tema, l’energia che consente di attuare cambiamenti, di prendere decisioni, di assumere impegni che in condizioni statiche non si prenderebbero (per “quieto vivere”…).  

Ed eccoci al famoso trigono, che nasce dalla distanza angolare di 120° fra i due pianeti, ovvero dalla divisione del cerchio per 3 (360:3=120). I due pianeti si trovano ai vertici del triangolo equilatero inscritto nel cerchio. Vi sono diversi motivi per i quali questo aspetto gode di buona fama, ad esempio l’incidenza di due forze con un angolo di 120° è la più fluida e i principi connessi ai pianeti si incontrano con facilità, i pianeti si trovano in segni affini e dello stesso elemento, insomma sembrano tutti elementi positivi. A mio avviso e non soltanto mio, il trigono è sopravvalutato in positivo, tanto quanto il quadrato lo è in negativo. Non sempre le facilitazioni simboleggiate dal trigono, nel tema o nei transiti, si trasformano in fortune eclatanti o grandi successi: l’equilibrio del triangolo può portare anche alla staticità e all’adattamento alle situazioni, anche poco gradite, senza sforzi ma anche senza grandi risultati. Nell’analisi, quindi, bisogna valutare attentamente il quadro complessivo del tema e gli altri  aspetti concomitanti.

La metà del ciclo si ha nella fase di opposizione, quando la distanza fra i due pianeti di 180°, data dalla divisione del cerchio per 2 (360°:2=180). I due pianeti si guardano, nel cerchio, uno di fronte all’altro, i principi a loro connessi si scontrano bruscamente e possono, a volte, portare ad una “impasse”, un blocco, una situazione in genere difficile, ma anche necessaria. E’ il momento nel quale ciò che si è iniziato con la congiunzione giunge ad una manifestazione chiara, in positivo o in negativo. In ogni caso, è il momento di fare il primo bilancio, per procedere agli eventuali aggiustamenti di rotta, a volte per abbandonare completamente il progetto. La tensione dell’aspetto è data anche dalla presenza dei due pianeti in segni ed elementi opposti, che è necessario portare a sintesi se si vuole continuare e non distruggere quanto iniziato al momento della congiunzione.

Dopo aver raggiunto l’opposizione, il pianeta più veloce comincerà ad avvicinarsi a quello più lento, percorrendo l’altra metà dell’eclittica, fino alla nuova congiunzione fra i due pianeti e la fine del ciclo. Anche la seconda metà del ciclo vedrà la formazione degli aspetti che abbiamo visto nelle fasi di allontanamento, anche se in questo caso saranno aspetti in avvicinamento, con un significato in parte diverso. Vedremo, quindi, formarsi il trigono, poi la quadratura e infine il sestile di avvicinamento. Il trigono in questo caso ha un significato di sviluppo armonioso di quanto ha resistito alla fase di opposizione, mentre il quadrato avrà il significato di “ultimo appello” per le cose che non vanno. Infine, il sestile avrà un significato di cooperazione per la preparazione di un nuovo progetto, di una nuova fase che prenderà il via con la successiva congiunzione.

Gli aspetti minori: la divisione del cerchio per 5, 7, 8, 9, 10, 12

Gli aspetti cosiddetti minori nascono dalla divisione del cerchio per 5 (quintile, 72°), per 7 (settile, 51,42°), per 8 (semiquadrato, 45°), per 9 (novile, 40°), per 10 (decile, 36°), per 12 (semisestile, 30°). Dobbiamo anche aggiungere il biquintile (72×2=144°) e il quinconce (distanza di 150°), che dà luogo ai due vertici del pentagono inscritto nel cerchio). 

Contrariamente alla definizione di “aspetti minori”, questi aspetti hanno un grande valore nell’interpretazione di un tema natale o dei transiti, pur trattandosi di distanze angolari non così evidenti come quelle degli aspetti maggiori, che per tale motivo sono utilizzati con più facilità e frequenza, specie nell’Astrologia divulgativa e semplificata. Forse la loro difficoltà di individuazione e la maggiore complessità interpretativa li ha fatti gradualmente cadere in disuso nella pratica astrologica comune. A tali aspetti dedicheremo un apposito incontro di approfondimento.

Conclusione

Questa conversazione ha avuto come principale obiettivo la presentazione di un modo di interpretare i simboli astrologici meno statico, sottolineando la natura ciclica e dinamica delle configurazioni planetarie che chiamiamo aspetti, sia di nascita che di transito. Ogni aspetto è un momento dei cicli planetari e non può essere interpretato senza riferirsi a tutto il ciclo al quale appartiene. Così, se analizziamo un Saturno “contro”, perché in un dato momento si trova opposto al nostro Sole di nascita, per valutarne i significati dovremo fare riferimento al contesto dell’intero tema, agli eventi del momento iniziale (congiunzione) di cui l’opposizione è il “momento della verità”. In poche parole, non potremo dare un giudizio di negatività solo perché è in opposizione al Sole: i confronti possono essere duri, a volte spiacevoli, ma possono essere utili a correggere errori e comprendere meglio i nostri obiettivi più autentici. Senza quei momenti di crisi, probabilmente avremmo perseverato in comportamenti oppure obiettivi sbagliati, negativi alla nostra evoluzione, al nostro particolare progetto di vita.

Infine, per dare un significato personale ed autentico ai cicli planetari ed agli aspetti, dobbiamo sempre partire dalla più profonda conoscenza di noi stessi, seguendo il motto socratico: “Conosci te stesso!”. Solo a partire da noi, dai nostri vissuti, dal percorso che vogliamo seguire nella nostra vita, i segnali che ci vengono dal cielo avranno un significato ben preciso, diverso e utile per ciascuno. Sta poi a noi comprenderlo e seguirlo oppure ignorarlo e proseguire nella via intrapresa: a questo punto scatta quello che Dante chiama “libero volere” e che ci rende responsabili delle nostre scelte.

Pippo Palazzolo

10 novembre 2018

 

*Il presente lavoro è una sintesi della Conversazione tenuta dall’autore il 10 novembre 2018 presso la Delegazione di Ragusa del Centro Italiano di Discipline Astrologiche.

IL TERZO MUNTU, di Santo Burgio – Recensione di Giuseppe Tumino

Aimé Césaire, il padre della négritude, sosteneva che per l’uomo africano ci sono due modi di perdersi: segregarsi nel particolare o dissolversi nell’universale.

Anche per l’uomo europeo ci sono due modi estremi, sbagliati, di porsi verso il migrante africano: la chiusura becera o la finta accoglienza per specularci sopra.

Intanto gli africani, che non sono più razziati e deportati e non sono più colonizzati, spontaneamente si presentano per offrirsi a un nuovo sfruttamento.

Tra le finzioni ideologiche dello straniero-minaccia e dello straniero-risorsa, c’è una terza via da percorrere: quella più difficile dell’intelligere, per una mediazione culturale che si sforzi di tenere insieme i fili di molte matasse, tra accettazione e rinuncia, tra identità e alterità.

E “Intelligere” è proprio il nome della collana editoriale che presenta l’ultimo lavoro, uscito lo scorso aprile, per le edizioni Agorà & Co., del prof. Santo Burgio, docente di filosofia comparata nella sede universitaria di Ragusa Ibla.

In questo libro intitolato Il Terzo Muntu. Filosofia e tradizione nel pensiero africano contemporaneo, l’autore presenta una panoramica della filosofia africana dalla sua nascita nel 1945 con l’opera di P. Tempels, La philosophie bantue, fino agli ultimi esiti attuali.

Il terzo muntu è il migrante africano che subentra al colonizzato e al “primitivo” edenico precoloniale.

Parecchi e interessanti gli autori passati in rassegna dopo Tempels: Oruka, Kagame, Senghor, Boulaga.

Oltre l’etnofilosofia e la retorica di una tradizione africana, creata a posteriori, o la négritude, che ha inventato una presunta personalità africana, intuitiva e sensitiva, complementare alla fredda razionalità occidentale, si scopre la finezza argomentativa e l’acume critico di una filosofia africana che rilegge e riusa l’ontologia, la morale e la politica.

Santo Burgio ci guida sapientemente in questo percorso non consentendoci nessuna indifferenza alla questione e, nel frattempo, facendoci luce su un mondo di riflessioni, meritevoli di essere conosciute, che non hanno ancora trovato spazio adeguato nel mondo accademico e nella pubblicistica.

Si tratta di una filosofia interculturale, “una provocazione che tiene insonne il pensare europeo” e cerca di ripensare la modernità in modo alternativo al progetto di dominio della natura e dell’uomo.

Giuseppe Tumino

28 agosto 2018

Nasce in Sicilia il Gruppo interculturale “Mundus”

Il Gruppo interculturale “Mundus” è nato per rispondere alle esigenze di dialogo aperto, interculturale e interdisciplinare, sulle maggiori questioni di carattere culturale e sociale di cui si dibatte oggi nel mondo.

Gli amici promotori del Gruppo appartengono a diverse aree culturali, dalla filosofia alla scienza, dall’arte alla psicologia, includendo discipline che non hanno al momento uno status epistemologico definitivo, pur essendo oggetto di seri studi e ricerche, che riteniamo meritevoli di attenzione.

Il libero dibattito e il rispetto delle posizioni di partenza di ciascuno è la premessa per conseguire una crescita nella comprensione dei diversi temi che verranno trattati.

Un piccolo con-tributo a Giordano Bruno, di Anna Livia Villa

Giordano Bruno (Nola, 1548-Roma 1600)  Helmstedt, Juleum – Bibliotheksaal, XVII secolo

“Forse con più timore voi pronunciate la sentenza contro di me, di quanto ne provi io nell’accoglierla”, queste furono le parole minacciose rivolte al Santo Uffizio dal frate Giordano Bruno alla fine della lettura della sentenza che lo avrebbe condannato a morte sul rogo, pronunciata l’8 febbraio del 1600, di fronte al Tribunale dell’Inquisizione presieduto dal cardinale Roberto Bellarmino in presenza del pontefice Clemente VIII.

L’esecuzione ebbe luogo pochi giorni dopo, il 17 febbraio, in piazza Campo dè Fiori a Roma, tristemente famosa per molte sentenze capitali che causavano notevole disturbo all’abitazione, di poco lontana, dell’ambasciatore francese, il quale si lamentava spesso dell’orrore e del puzzo di tali spettacoli.

La condanna del pensatore Giordano Bruno arrivò dopo sette anni di carcere, alla fine di estenuanti interrogatori accompagnati da tortura, che non fiaccarono e non portarono Bruno a tradire ed ad abiurare la sua filosofia.

In tempi recenti, la Chiesa di Roma ha riabilitato molti degli scienziati e pensatori del passato vittime del Santo Uffizio ( Inquisizione).

Le scuse e la richiesta di perdono di papa Giovanni Paolo II nei confronti di Galileo Galilei sono state molto attese e toccanti, ma il pensiero di Giordano Bruno nelle parole del segretario di Stato cardinal Sodano (Napoli 2000) è rimasto ancora “una scelta intellettuale…incompatibile con la dottrina cristiana”, anche se “le procedure” seguite dall’Inquisizione per accertare l’eresia “non possono non costituire oggi per la Chiesa motivo di rammarico”. Bruno, quindi, è fuori dal corpo della Chiesa ed è interessante notare come l’inquisitore gesuita, card. Roberto Bellarmino, che condusse il processo contro il presunto eretico, invece, venne canonizzato nel 1930 dal papa Pio XI e poi elevato a dottore della Chiesa (1931), da venerarsi come patrono dei catechisti associato al suo motto che recita “ La mia spada ha sottomesso i superbi”.

“Io ho nome Giordano della famiglia dei Bruni, della città di Nola…”, ma cosa e chi questo monaco nato nel 1548 minacciava con le sue parole e i suoi insegnamenti?

Mago, ciarlatano, dotto filosofo, conoscitore dell’anima della natura, esperto in mnemotecnica, queste sono alcune delle contraddittorie definizioni che i contemporanei danno di Bruno. Accolto, scacciato o esaltato nelle varie università d’Europa e dalle corti di Francia, Inghilterra e Germania.

Sicuramente la coscienza e la convinzione di ciò in cui crede lo rendono arrogante, inviso ai letterati e filosofi; ad Oxford, disputa con pedanti dottori in teologia e questi lo prendono per matto, “egli intraprese” ricorda George Abbott “il tentativo…di far star in piedi l’opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre per la verità era piuttosto la sua testa a girare e il suo cervello che non stava fermo”.

Rappresentazione tolemaica dell’Universo
La rivoluzione copernicana

L’astronomo Copernico viene salutato da Bruno come il liberatore dell’umanità (La cena delle ceneri) e conseguentemente ne accetta la teoria del moto della terra. Copernico, però, pur rovesciando lo schema  dell’universo, ne manteneva i suoi limiti e il suo essere finito; su questa teoria delle stelle fisse il   pensatore Bruno va oltre l’aspetto matematico; infatti un conto è pensare alla infinità dell’universo come ipotesi matematica, o come nozione che antiche cosmologie avevano elaborato, e altro punto di vista, profondamente diverso, è pensarlo come l’elemento corporeo in cui viviamo e che vive in noi.

L’opera di Bruno è quella di disporre di un modello teorico dove nell’eliocentrismo copernicano si abolissero le stelle fisse e si trasformasse questa pura possibilità teorica in necessità metafisica.

Il moto della terra si giustifica, secondo la filosofia naturale, con la vita universale e la morte apparente delle cose. Tutto è vivo e si muove, quindi anche la terra.

Se Dio, infinito, avesse creato un universo finito, ciò costituirebbe un suo limite, perciò non solo l’universo è infinito, ma è infinito anche il numero dei mondi che lo popolano.

Il mondo di Bruno è magicamente animato e conserva un rapporto strettissimo con la divinità; Dio è nelle cose, non è essenza che agisce dall’alto. Dio non è scomparso, ma si è trasferito nel mondo: per questo fisica e metafisica per Bruno sono una sola cosa e l’universo acquista tutti gli attributi fino ad allora riservati ai paradisi, la materia è feconda perché ha in sé il seme di tutte le cose (il Logos vivificatore e creatore), è l’”anima mundi” che sta nelle cose.

Il mago di Bruno, la cui somma dignità consiste nella capacità di cogliere l’infinito, è tanto divino da non avere bisogno dell’ascesa, la sua mente magicamente preparata rifletterà in sé stessa il mondo e ne acquisterà “naturalmente” i poteri.

Il panteismo e il culto dell’Uno-Tutto, che escludendo l’idea di un Dio creatore avvicina semmai Bruno alla filosofia buddista, lo allontana pericolosamente dall’ortodossia cattolica e bolla la sua filosofia come eretica.

L’Uno-Tutto emana l’infinità dell’universo. L’unità fonda l’infinità vivente e costituisce la trama della natura.

L’emanazione dell’universo dall’Uno non avviene per livelli gerarchicamente distinti gli uni dagli altri, perché ciò significherebbe reintrodurre il principio della differenza qualitativa: vi è l’infinità dell’universo e la presenza nell’universo di mondi innumerevoli.

Mondi senza numero nella infinità dello spazio. Tuttavia l’idea dell’Uno infinito non è solo correlata alla dimensione spaziale e alla infinità numerica, ma anche al fatto che in ogni vivente, nella sua “finitudine”, è presente l’infinito. L’infinito non è quindi solo il luogo della vita, ma il modo della vita.

In tutti i corpi celesti, sostiene Bruno, vi sono le componenti di terra, acqua, aria e fuoco, ciò significa che nell’universo vi è anche uniformità di moti e che non esiste più un sotto e un sopra e non vi è più un luogo migliore rispetto ad un altro. Occorre vivere nella eguaglianza metafisica.

E’ proprio questo il punto nodale radicalmente nuovo rispetto al limite della rivoluzione copernicana: non c’è più un rapporto gerarchico.

Il sovvertimento dell’idea dell’universo è talmente drammatica anche perché non si parla di un artificio intellettuale ma di una corporeità vivente , un “animale” nel quale noi umani siamo e del quale siamo costituiti.

La morte, in questo senso, è un evento che accade in una proporzione finita, in un angolo antropomorfico e in una misura temporale. In realtà, se pensiamo in una dimensione più ampia, non c’è morte, ma solo un mutare di forme nel corpo della natura.

A questo punto, Bruno si interroga su cosa siano i sensi che ci danno la percezione della realtà che ci circonda, essi non sono illusioni, i sensi non “sbagliano”, ci danno “informazioni” che sono proporzionate al nostro livello. Questa illusione sensibile è l’organo fondamentale della nostra vita quotidiana.

Ma la verità è altro, la verità è eterna e indistruttibile, essa è la stessa cosa che l’essere medesimo.

Si apre, dunque, il problema della conoscenza della verità; come accedere alla verità superando i sensi illusori, le apparenze del mondo sensibile, i veli di Maya come direbbero i buddisti?

Attraverso l’esercizio dell’ ”amore intellegibile” ben distinto dall’ ”amore sensibile”, quest’ultimo effimero e transitorio e definibile come vincolo, relazione che si stabilisce con gli oggetti finiti come appaiono a chi vi ha gettato sopra lo sguardo, e questa esperienza è comune a tutti.

L”amore “intellegibile” non mira ad impossessarsi di oggetti finiti , ma s’impone il compito di specchiare nella mente l’unità infinita del cosmo. I due amori si contrappongono in quanto hanno oggetti diversi ( come senso e intelletto).

Solo quando l’uomo giunge alla condizione “intelligibile” comincia la sua avventura conoscitiva.

La novità espressa dal pensiero di Bruno è in questa immagine di un’unità organica dell’Uno infinito, concepito come un animale infinito che, immobile nell’istante dell’eternità, nell’istante del tempo è movimento, generazione e morte, unità temporale di materia e forma.

Rispetto a questa unità infinita, eterna, ogni altra cosa, ci dice Bruno, è “vanità”.

Anna Livia Villa

aprile 2006

 

Bibliografia essenziale:

G. AQUILECCHIA, Le opere italiane di Giordano Bruno. Critica testuale, ed. oltre 1991.

F. BATTAGLINI, Giordano Bruno e il Vaticano, ed. Handromeda 1996

M. CILIBERTO, Giordano Bruno, ed. Laterza 1992

A. INGEGNO, La sommersa nave della religione 1985

G. MUSCA, Il nolano e la regina. Giordano Bruno nell’Inghilterra di Elisabetta. ed. Dedalo 1996

N. ORDINE, Raccontare l’uomo, raccontare la natura: l’eterna ricerca nei “Dialoghi” di Bruno. 1997

P. SABBATINO, Giordano Bruno e la “mutazione” del Rinascimento. 1993

F. A. YATES, Giordano Bruno e la tradizione ermetica. ed. Laterza, 1995

 

Ritratto di Rodolfo II d’Asburgo come Vertumno – Arcimboldo, 1591

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