L’uomo di fil di ferro, di Nunzio Brugaletta

Tratto dal racconto di fantascienza del precursore Ciro Khan, il nuovo libro a fumetti di Nunzio Brugaletta affronta, con efficacia e sensibilità, due dei temi più dibattuti sull’Intelligenza Artificiale: l’autocoscienza dei robot e il rapporto uomo-macchina. Il pensiero corre al famoso HAL 9000 del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrik, del 1968 e, ancora prima, al racconto Io, robot, di Earl e Otto Binder, del 1939 e al Ciclo dei robot di Isaac Asimov, del 1950. In effetti molti sono i contenuti che potrebbero rinviare a tali lavori statunitensi, se non ci fosse il piccolo dettaglio che L’uomo di fil di ferro fu pubblicato addirittura nel lontano 1932, in Italia, tanto da essere classificato (Wikipedia) come Protofantascienza italiana.

Al di là dell’alone di mistero che aleggia intorno all’autore del racconto, rimane la profondità delle riflessioni e la forza della storia narrata, nonché una straordinaria capacità di anticipare, sia pure a grandi linee, un futuro ancora lontano ma già inquietante. L’adattamento mirabile dell’artista Nunzio Brugaletta, riesce nella non facile impresa di rappresentare e trasmetterci ambienti fantastici e stati d’animo inusuali, specie se riferiti a “semplici” macchine. Il risultato finale è un’opera di grande impatto, sia grafico, sia emotivo. Addentrandoci nella lettura, mano a mano che scorrono le stupende tavole dell’Autore, veniamo trascinati nel vortice di una storia umanissima, che vede tra i protagonisti proprio la macchina, il robot Zeta Otto, potentissimo e al tempo stesso umanamente così fragile.

Pubblichiamo di seguito, su gentile concessione dell’Autore, alcune tavole tratte dal libro e l’introduzione integrale, scritta da M.R. Cultrera, che ci offre con chiarezza le coordinate culturali ed artistiche entro le quali collocare l’opera di Nunzio Brugaletta, potendone così apprezzare al meglio la lettura.

                                                                      Pippo Palazzolo

Ragusa, 18 giugno 2022

 

Introduzione – di M.R. Cultrera

Uomo-macchina: diade o dicotomia?

Nel complesso e variegato panorama culturale degli anni trenta, in dislocazione periferica, si manifesta a Palermo una inconsueta epifania, l’uomo di fil di ferro di Ciro Kahn, pseudonimo di Antonio Prestigiacomo. Le radici lontane, affondano, non come specifico humus culturale dell’autore (non possiamo presumerlo), nella rivoluzione industriale che aveva partorito con lo spettro dell’automazione l’incubo della macchina che fagocita l’uomo (Frankenstin, M.Shelley 1818). L’esito disastroso della vicenda causato dalla hibris dello scienziato (Victor Frankenstein) spintosi oltre le colonne d’Ercole della morale, si poneva come ammonimento ad ogni faustiano eccesso o tentazione.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.5

Negli stabilimenti Falqui fondati nel 1950 dal capostipite Guido per la produzione di automi in serie, eventi e personaggi, umani e non, si susseguono in aggrovigliate vicende al cui interno i rivoli non sempre sono definiti con lineare consequenzialità. Il tessuto narrativo si dirama in filoni tematici che compongono un puzzle intrigante e policromo: la storia delle dinastia Falqui, percorsa dal fil rouge sentimentale di Al e Viola e impreziosita dalla creazione del primo robot “inconsumabile”, Zeta Otto; lo scontro tra gli stabilimenti e la Somma Accademia d’Europa di E.I.Sedana, illuminato scienziato, timoroso degli esiti di una meccanizzazione sottratta al controllo della società civile; il colpo di stato di C.Mundus nel Gran Consiglio e l’inizio delle ostilità con gli uomini di ferro che conquistano pacificamente la metropoli convertendo gli attacchi iniziali degli abitanti nell’indiscussa acclamazione di Zeta Otto, osannato dalla folla.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.17

Nelle pagine conclusive il flusso narrativo sfocia in un epilogo denso di significati, che riannoda ogni filo della storytelling, anche quello affettivo di Al e Viola declinato sul registro ironico del “e il matrimonio tolse loro il gusto dei dispetti”.

Questo per quanto riguarda la historia rerum gestarum, ma se ci si prende la briga di spingersi oltre la superficie evenemenziale si coglie il leitmotiv basso e dolente, che accompagna il confronto costante uomo-macchina.

Zeta Otto, sullo sfondo delle rovine romane e dello skyline di una città all’orizzonte, proclama orgogliosamente di rappresentare l’ordinamento umano di essere custode dei valori della tradizione e della legalità, di non volere in alcun modo nuocere agli uomini, scegliendo di intrattenere con loro un rapporto di operosa collaborazione. Eppure … Eppure la tensione etica e l’amore per la pace e l’armonia che convertono in cosmo il caos minacciato dallo scontro non compensa l’impossibile equivalenza “inconsumabilità=vita”. Nessun avanzato tecnicismo si può mai convertire nella pulsante dimensione biologica della carne e del sangue. Tale urticante consapevolezze rappresenta lo spannung della narrazione.

Ma come rendere visivamente l’irriducibile alterità della macchina all’uomo? Ed ecco l’ingegnosa risposta di N.Brugaletta: la maschera.

L’uomo di fil di ferro – tavola n.39

La maschera nasconde e inganna, copre ogni congerie di viti e assemblaggio meccanico, copre, ma rende chiara l’impossibilità della trasmutazione materica. Trasmutazione, invece, dalla scrittura all’immagine che riesce perfettamente a N.Brugaletta, quando traduce la storytelling in segni asciutti sicuri, essenziali, come se i segmenti narrativi perdessero spessore fonico per guadagnare in icasticità ed evidenza. Pennellate di colore ravvivano il monocromatismo delle pagine fino all’esaltazione naif dello splendore del sole che nei riquadri conclusivi diventa simbolo, al tramonto, di un progetto incompiuto, destinato a dissolversi nella catabasi al mare e al suo preludio di una nuova realtà che, nel verde coltivato, rigetta ogni idolatria tecnologica e i suoi santuari per riaffermare l’unicità dell’uomo, potente nella sua fragilità. Utopia? Forse, ma il termine significa in nessun luogo, non in nessun tempo.

M.R. Cultrera

L’Autore

Nunzio Brugaletta

Nato a Ragusa nel 1950, Nunzio Brugaletta si è laureato in Matematica presso l’Università di Catania. Dopo aver superato il concorso a cattedra ha insegnato Informatica presso l’Istituto Tecnico Commerciale F.Besta di Ragusa dedicandosi anche alla produzione di materiali didattici. Appassionato da sempre di arti grafiche e da tutto ciò che ruota attorno ad esse (fumetti principalmente ma anche grafica in tutte le sue declinazioni,
arti pittoriche), al pensionamento si è dedicato alla ripresa di una antica passione, coltivata da giovane ma in stand-by durante l’attività lavorativa: il disegno di fumetti. Fondamentalmente si occupa di adattare a fumetti testi letterari e ha pubblicato adattamenti da Kafka, Pirandello, Dostoievskji, Gogol…

Pubblicazioni: https://ilmiolibro.kataweb.it/ricerca/+?solrex%5Bt%5D=&solrex%5Bc%5D=&solrex%5Ba%5D=nunzio+brugaletta

Contatti: brugaletta.nunzio@gmail.com

Visitando Ragusa – di Federico Guastella

 

Ragusa Ibla – foto di Pippo Palazzolo

“Certamente poche persone che stanno camminando sulle più lisce strade di Londra o Parigi conoscono che molto dell’asfalto con cui queste strade sono pavimentate proviene dalla classica terra di Sicilia, ricavato dalla montagna di Ragusa, una città nel Sud di quell’isola. (…) Certamente Ragusa è un luogo da visitare. Se un viaggiatore prende riposo in una dolce sera primaverile su qualche sperone di roccia o in qualche piazza in miniatura, testimonierà una scena che non può dimenticare e che indugerà a luogo e piacevolmente nella sua memoria. Il sole calante, striando l’orizzonte ad occidente con il porporino, il colore oro e cremisino; e talmente luminoso con splendore è il cielo che gli occhi tornano con sollievo  alla foschia del rosato violetto che ciondola intorno alle valli più lontane. La liscia e grigia roccia delle montagne ripete il violetto colore. In lontananza il mare è un fuoco liquefatto”.

Il brano, desunto da Studi Siciliani (pubblicato la prima volta nel 19151), è di Alexander Nelson Hood (1854-1937), duca di Bronte e pronipote del noto ammiraglio Lord Orazio Nelson, che a Ragusa ha dedicato un capitoletto del suo itinerario in Sicilia. Gaetano Cosentini, curatore della presentazione, ha puntualizzato: “Lo studio della nostra terra fu condotto in modo elegante e non trascurò alcun particolare, anzi profondendosi in ricerche precise come nel caso di Ragusa: non sono momenti letterari ma osservazioni sul preciso andamento della vita sociale e culturale anche nel suo hinterland, come gli spunti su Chiaramonte Gulfi. Sono molto significative le note sul carnevale nel ragusano e sugli usi gastronomici relativi, mentre non mancano le spigolature da Serafino A. Guastella”. 

Il visitatore, già vissuto dal 1870 per lunghi periodi a Taormina nella sua “villa Falconara”, si è documentato in modo scrupoloso prima di arrivarvi; ha letto le notizie che riporta mescolandole alle sue osservazioni e sensazioni e a spiccare è la nota paesaggistica coi colori splendidi della natura e dal gusto bozzettistico.

Sono le pagine sull’asfalto a richiamare l’attenzione. La sua curiosità è alimentata dal mito quando, parlando delle caverne scavate nella roccia, ripensa alle divinità del mondo degli inferi e richiama la vicenda di Persefone; l’immaginazione gli fa incontrare Demetra mentre a lui appare “un veritiero figlio di Efesto” “nelle sue cave di pietra nera”.

Largo San Paolo, Ragusa Ibla – foto di Pippo Palazzolo

Dalla realtà al mito, e viceversa, l’andamento descrittivo si snoda dunque partendo dallo stupore. Era il tempo dell’estrazione della pietra asfaltica da quelle oscure bocche sui fianchi delle colline con un durissimo lavoro che sembra essergli sfuggito.

Sul finire degli anni Cinquanta, il vicentino Guido Piovene rimane suggestionato dal paesaggio roccioso così simile a quello della Terrasanta. Gli sembrava un presepio la città in altura chiusa tra valli scoscese. Il raffinato scrittore ha trovato parole così appropriate che rendono l’idea di un barocco dal riflesso d’Oriente: un respiro, una breve fuga nel capriccioso. Ed eccoci ad un’altra particolarità di quest’angolo di Sicilia più a sud di Tunisi: la pasticceria che offre gusti ai palati più raffinati: “Mi incantai a guardare una pasticceria, la più bella della Sicilia. Quei dolci coloriti, pingui, nutritivi, cassate d’ogni qualità, conchiglie di pistacchio, cavolfiori di crema, fanno parte del bel barocco siciliano. Alcuni nomi ricordano eventi guerrieri. I cavolfiori gonfi si chiamano teste di turco, e procurano facili vittorie sugli infedeli”. Non solamente si lascia sedurre dai tratti pastorali degli Iblei, dalla civiltà della pietra espressa nei muretti a secco o  dalle scenografiche valli. Il suo sguardo accoglie i mutamenti: dalle miniere d’asfalto ai giacimenti petroliferi. E fa un discorso sulle delusioni dei ragusani senza però trascurare la nota di costume di una comunità in transizione: “Certo il petrolio ha portato una scossa, più ancora che all’economia, agli animi ed al costume”. 

Ragusa – Miniere di asfalto (1937) foto www.fondoluce.archivioluce.com

Anche Sciascia, facendo più di vent’anni dopo il suo ingresso nella provincia di Ragusa, esprimeva una predilezione per l’attività dolciaria. Nel suo saggio La Contea di Modica (1983), per restare alla gola, elogiava il cioccolato di Modica assimilato a quello spagnolo di Alicante. E ricordava quei dolci, nel modicano  chiamati ‘Mpanatigghi, “fatti di pasta sottilissima e fragile a contenere un sapiente impasto di carne e cioccolato principalmente”. 

Ragusa – ‘A timpa ro nannu, illuminata dall’artista Franco Cilia.

Felice l’intuizione di Piovene sul panorama che nell’ampiezza della Cava San Leonardo si può osservare dal belvedere della rotonda “Maria Occhipinti”, in fondo a via Roma: gli richiamava la Palestina la nostra terra di quiete e di rocce, del mito di Dafni2 e delle favole, oltre che della storia. A destra dello spettatore si arrampica sul colle l’impareggiabile Ibla dove regna il Duomo di San Giorgio; alla sinistra, dalle pareti macchiate di carrubi e arbusti aromatici spicca a mo’ di sfinge ‘A timpa Ro nannu (“la roccia del nonno”, così chiamata dagli antichi che tramandavano una bizzarra leggenda di tesori nascosti): un monolito pietroso di colore rossiccio, una tessitura in  verticale della materia lavorata dal vento e dalle piogge come ad esprimere il vitale archetipo del femminile (Timpa) nel suo farsi di generazione in generazione (Nannu). Di pulsante energia si mostra in faccia alla città, testimone pressoché monumentale d’una civiltà fluviale tramontata. Nel 1976 la illuminò il noto artista-pittore Franco Cilia e lungo le pareti pose delle vedette che sarebbero piaciute al Pirandello dell’opera teatrale I giganti della montagna: “Le silhouettes, concepite da Franco Cilia e collocate in modo da essere mimetizzate di giorno e risplendere di notte, diventano fuochi virtuali di fantasmatiche teorie di entità telluriche, coordinate di luoghi, destinati a svanire all’alba, icone dell’inquietudine onirica, sentinelle di uno spazio sacro inviolabile, vedette dell’isola di luce abitata dalla Timpa ro nannu”3.

Ragusa – Balcone barocco,  foto di Pippo Palazzolo.

Spettacolare appariva ai nuovi turisti il paesaggio ibleo offerto dalla bellezza aurea del barocco, grazie all’opera di abili intagliatori che avevano amato la tenerezza della pietra per plasmarla con la fantasia nella musicalità di volute, di spirali, di forme placide e gioconde. La finezza di un arcano gioco di prestigio, faticoso e sudato, sta proprio in questo: nell’aver dato “libero corso al molteplice linguaggio della materia”. Dopo Bernard Berenson, Anthony Frederick Blunt, effettuando nel 1965 un viaggio in Sicilia, arrivò a Ragusa. Le sue osservazioni manifestano una dettagliata attenzione verso un ricco patrimonio artistico: la chiesa di San Giorgio a Ragusa Ibla e quella di Modica dedicata allo stesso santo. La prima è documentata come opera del Gagliardi, architetto della città di Noto e dell’intero Val di Noto; la seconda o dello stesso Gagliardi o di un collaboratore. Ecco un frammento che rende il senso e la magia del luogo: 

Duomo di San Giorgio – Ragusa Ibla – foto tratta dal Wikimedia Commons

“In entrambe l’architetto fa un uso brillante della località prescelta per disporre di fronte ad essa un’ampia scalinata, che a Ragusa scende verso una piazza leggermente di sbieco rispetto all’asse della chiesa, mentre a Modica si snoda giù per il declivio con duecentocinquanta gradini fino a raggiungere la strada sottostante (…) in entrambi i casi il disegno tende con spinta ascensionale verso il culmine della torre campanaria che svetta dal corpo centrale e conferisce un vigoroso accento curvilineo all’intero impianto”4.  

D’ora in poi il barocco, rimasto estraneo al Grand Tour sette-ottocentesco, offrirà una visione complementare al territorio rurale delle masserie e dei muri a secco che chiudono spazi, aprendone altri.  

Ragusa – Masseria e muri a secco – foto di Pippo Palazzolo

 Di Dominique Fernandez, romanziere e saggista che in diverse opere ha offerto un cospicuo contributo alla conoscenza della cultura siciliana, vogliamo ricordare Le radeau de la Gorgone (1988 con fotografie di Ferrante Ferranti); Palerme et la Sicilie (1988), dove egli compie inusitati scavi semantici per cogliere rarefatte atmosfere del tempo trascorso. Giungendo a  Ragusa, la percepisce come “una delle più interessanti città della Sicilia”: anche “una delle più protette”. Da colto viaggiatore francese, si sofferma sugli angoli espressi dai valenti artigiani della pietra. 

Sono le descrizioni del Circolo di conversazione di Ibla e del cosiddetto Castello di Donnafugata a destare maggiore interesse. Non lascia indifferenti la densità delle metafore utilizzate: 

“La particolarità di questo circolo, creato in linea di principio per la conversazione, è che sembra destinato piuttosto al silenzio e alla cupa rimuginazione. I posti sono così distanti uno dall’altro che si stenterebbe a sentire, anche se l’atmosfera funebre non inducesse ad un rispettoso mutismo o ad un ovattato torpore. Il centro del salone è vuoto. Ci si va per leggere il giornale, giocare a carte in una saletta adiacente, bere un caffè da soli al bar o vedersi riflessi all’infinito, dal fondo di uno dei canapè, attraverso il gioco degli specchi: odiosa moltiplicazione di un Io che ciascuno porta in Sicilia come una punizione”.

Potrebbero sembrare esagerate le sue osservazioni nate occasionalmente secondo l’ottica psicologica del grottesco. Eppure non può ignorarsi che i circoli, di matrice illuministica, si diffusero in Sicilia nell’Ottocento per promuovere la cultura delle “buone maniere”. Anche per discutere di interessi economici e di politica, tant’è che furono strettamente sorvegliati dalla polizia borbonica. 

Si sa: Perseo aveva donato la sua testa alla dea Atena che la fissò al centro del proprio scudo per terrorizzare i nemici. Ma lo sguardo della Gorgone stavolta non è terrificante perché col suo giornale di viaggio Dominique vuole incantare. Accattivante stavolta, e distante dai precedenti toni un po’ sprezzanti, la narrazione del percorso, visitando la Donnafugata di Corrado Arezzo. 

Il paesaggio è di scena e intorno alla vegetazione si eleva “una mole massiccia”: 

Il Castello di Donnafugata – immagine tratta da Wikipedia

Il “castello”, com’è chiamato enfaticamente a Ragusa, possiede proporzioni monumentali e una severa maestosità addolcite da un fregio di merli (…). Quanto al parco, nulla ne altera la sovrana bellezza (… vi si scorge) il famoso labirinto, costruito su mezzo ettaro, non con cespugli, ma in pietra, con muri alti due metri che impediscono di orizzontarsi. Alcuni viali finiscono in un vicolo cieco; si ritorna sui propri passi senza saperlo; si riparte; ci si perde; si incrociano altri visitatori smarriti. Impossibile ritrovare l’uscita (…).

Labirinto del Castello di Donnafugata – immagine tratta da www.castellodonnafugata.org

Perché questo fantasma di meandri in pieno bagliore solare? Al centro del dedalo non c’è nulla da vedere; questo labirinto non conduce in nessuna parte. Dà forma al vuoto, esalta il niente. Una buona occasione per ricordarsi che i siciliani, e non solo il principe di Lampedusa, guardano al progresso con un occhio più che scettico. Per essi, niente cambia mai. La storia si avvolge su sé stessa, facendo e disfacendo i registri politici con l’indifferenza della natura, ingannando gli uomini con la promessa di magnifici ideali che gli impedisce di realizzare. Labirinto metaforico, di cui questo è l’ipostasi, successione di false speranze che sfociano in inevitabili delusioni.

In città non gli sfuggono le allegorie dei mascheroni: i tre di palazzo Bertini, espressione del potere: 

Ragusa – Balcone barocco di Palazzo Cosentini – foto tratta da Wikipedia

“Il mascherone di destra porta turbante e baffi: rappresenterebbe il commercio, sicuro di sé, senza paura, forte del denaro e del buon andamento degli affari. Quello di mezzo porta il pizzo, sguardo fisso e lontano, alterigia e boria dell’aristocratico, rappresenterebbe il potere che si fa beffe della legge. Quello di sinistra col viso deforme, il naso smisurato, la bocca sdentata, la lingua pendula, rappresenterebbe il contadino, che finisce per averla vinta sugli altri due: il villano, sprovvisto di tutto, per il solo fatto di non avere nulla da perdere, possiede una forza superiore a quella del nobile e del ricco.”

Comunque stiano le cose, dinanzi a questi sassi plautini sorprende la stravaganza barocca nella continua dialettica tra materia e immaginazione. E vengono in mente le bizzarrie di villa Palagonia a Bagheria o le mirabilia di Bomarzo.

Cromie alla cava di asfalto – foto di Silvana Licciardello

E’ la stessa pietra metamorfica che a Francesco Lanza, l’autore dei “Mimi” amato da Leonardo Sciascia, fa assumere atteggiamenti e toni visionari che si mostrano nel contrasto tra il buio e la solarità. Gli capitò infatti di vedere all’ingresso delle miniere di asfalto “Una fanciulla (…) slanciata come uno stelo, bruna, dagli occhi ardenti e colmi, le labbra tumide e sanguigne: perfettamente intonate a questo paesaggio appassionato e severo. Non le manca che un fiorellino in mano, una fronda d’ulivo, una palma per essere così moderna e viva”.   

Questo l’apprezzamento più autentico e più siciliano che si può fare: la bellezza come meta esistenziale. A dirla con Jung, essa richiede occhi nuovi capaci di vederla. Anche un cuore nuovo capace di desiderarla, e ciò lo scrittore di Valguarnera l’aveva compreso.

Federico Guastella

Ragusa, 29 maggio 2022

 

Note:

  1.  A. N. Hood, Studi Siciliani, Rotary International Distretto 2110 Sicilia e Malta Club di Ragusa Anno 2006-2007, Elle Due srl – Ragusa.
  2. F. Guastella, Chiaramonte Gulfi. La mia diceria, tip. Pennacchio, Ragusa, 2014.
  3. S. Stella, in Franco Cilia, ‘A TIMPA RO NANNU, L’opera rivelata, a cura del Comune di Ragusa (in PDF).    
  4. Sulle due facciate oggi sappiamo di più leggendo le seguenti opere: Paolo Nifosì-Giovanni Morana, La chiesa di San Giorgio di Modica (1996); Paolo Nifosì, Modica arte e architettura, (2015). La facciata di San Giorgio di Modica comincia ad essere costruita su progetto di Francesco Paolo Labisi nel 1761. I lavori del primo ordine risultano conclusi nei primi anni ottanta del Settecento e riprenderanno cinquant’anni dopo, negli anni trenta dell’Ottocento, per il secondo e il terzo ordine su progetto probabile di Carmelo Cultraro: saranno terminati nel 1848. Per la facciata ci sarà un cantiere aperto in più fasi per ben 85-novant’anni circa. Senza alcun dubbio il rimando della facciata a quella del San Giorgio a Ragusa Ibla, ma stilisticamente si registra il passaggio da un tardobarocco di quella di Ragusa ad un rococò dell’altra di Modica. 

L’Autore.

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Alla scoperta di Cava d’Ispica – di Federico Guastella

Ricca simbologia quella della roccia, così magistralmente evidenziata da Mircea Eliade: “La sua resistenza, la sua inerzia, le sue proporzioni, come i suoi strani contorni, non sono umani: attestano una presenza che abbaglia, atterrisce e minaccia. Nella sua grandezza e nella suan durezza, nella sua forma e nel suo colore, l’uomo incontra una forma e una realtà appartenenti ad un mondo diverso da quel mondo profano cui fa parte”1. 

Tomba della necropoli di Calicantone, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

L’utilizzo della roccia a sepolcreto nel periodo preistorico è un dato costante. Difatti il segno incisivo, il connotato peculiare dell’area iblea è fornito da grotticelle artificiali funerarie che aprono le pareti dei declivi rocciosi. Anche l’ipogeo rispondeva a tali esigenze. A Ragusa, in contrada Calaforno del Comune di Monterosso Almo, il ritrovamento di un ipogeo, rudimentale e inornato, fa pensare a quello maltese di Hal Saflieni ed è un documento dell’attività mineraria di selce, oltre che funeraria. 

Diciamo appena che le fasi – bronzo antico, medio, tardo, finale – vanno dal 2200 all’850 a.C. con l’insediamento prolungatosi fino alla colonizzazione greca intorno al 730 a.C. Probabile che la popolazione fosse distribuita in varie borgate e quasi sicuramente le grotte, vicine le une alle altre, furono utilizzate come abitazione da famiglie dedite alla lavorazione dei campi (“aratores”). 

Uno dei luoghi certamente più noti è “Cava d’Ispica” (il termine “Cava” è da intendersi non come luogo di estrazione, ma come fondovalle). 

Panoramica di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org 

Insieme a “Pantalica” rappresenta la forma culturale più significativa. Holm la chiamò “La città delle caverne” ed è situata lungo i costoni meridionali dei monti Iblei, a pochi chilometri da Modica e fino alle porte di Ispica2. Grazie alle esplorazioni di Paolo Orsi, avviate nel 1905, è stato possibile conoscerne il percorso di sepolture, ipogei, chiesette. La valle, che ha l’aspetto di canyon, lunga quasi tredici chilometri, larga un centinaio di metri e profonda in qualche suo punto fino a trenta e più metri, riporta a comunità chiuse da un territorio inaccessibile e facile alla difesa da attacchi esterni.

Grotta di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Meta di escursioni e gite scolastiche, Gesualdo Bufalino nell’opera La luce e il lutto ha scritto: “E’ una valle lunga e magra, un termitaio di grotte, loculi, sacelli, che le meteore e gli uomini hanno misteriosamente scavato nei secoli (…). Dopo poche centinaia di metri, senza bisogno di spingervi oltre, vi sentirete già promossi a catecumeni di un felice e verde Aldilà. Senza le verghe, le catene, i lamenti di lemuri, i flosci voli di pipistrelli che accompagnano di norma le trasferte sottoterra di ogni Orfeo, Enea, Vasd’elezione”3.

Non meno accattivante la descrizione dello storico Solarino:

“Ispica è una valle lunga quasi otto miglia, che con varia curvatura si frappone fra Modica e Spaccaforno. In fondo, il piccolo Busaidone qua dorme in piccoli stagni, sotto le tremule foglie del capelvenere, là si risolve in cascatelle: le roccie in certi punti s’avvicinano, e si guardano come i fabbricati che fiancheggiano una via, in certi altri s’allargano e si ripiegano, dando più aria e più luce agli acanti latifolî, agli oleandri e ai carrubi, le cui radici si insinuano fra le loro fenditure. Ma i fianchi di quelle rupi son tutti perforati da innumerevoli grotte, a piani sovrapposti, con sottili spartimenti, con incomodo accesso, e senza alcuno abbellimento nell’interno. Verso l’estremità nord-est se ne trovano più ampie, e più comode, fornite di scale, comunicanti tra loro con qualche corridoio, divise in appartamenti”4.

Toma a finti pilastri, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Vi si insediarono i Sicani (autoctoni o di origine iberica5) che, secondo Solarino, le diedero il nome d’Ispica, la cui radice probabilmente deriva dal celtico ys (“Gli asili della rupe, ovvero la rupe degli asili”: “… Lo si tradusse poi pleonasticamente nel latino Ispicae-fundum, che fra i moderni divenne Spaccaforno”). 

Ai Sicani si sovrapposero i Siculi che arrivarono in Sicilia intorno al 740 a. C.: Sikeloi chiamati dai Greci, di probabile origine egeo-anatolica o africana oppure peninsulare per altri studiosi secondo le fonti di Tucidide, dello storico Dionigi di Alicarnasso, di Diodoro Siculo6. La loro presenza, oltre a Cava d’Ispica, si diffuse in buona parte del territorio, scegliendo pur sempre luoghi imprendibili dell’entroterra per il timore di scorrerie provenienti dal mare: a Ibla e a Canicarao, a Castiglione e a Cava dei Servi, a Chiaramonte, Giarratana, monte Casasia, Modica. 

Raffaele Solarino su una presunta diversità culturale tra l’una e l’altra popolazione ha scritto: “Guarentita da maggior stabilità, e da un nerbo di forze più significante, l’industria agricola cominciò, nell’isola, al tempo dei Siculi, il suo progresso, e deve riferirsi a costoro la leggenda di Cerere, quella di Aristeo, e quella del sangue di Urano, da cui proveniva la fertilità della Sicilia. Come il periodo ciclopico e sicano è rappresentato dal mito di Polifemo, così il periodo siculo viene rappresentato dal mito di Dafni: nell’uno la forza bruta, e selvaggia, che si divertiva a lanciare sassi a’ piè dell’Etna, nell’altro la vita quieta e pastorale, allietata da’ miti amori e dall’arte del canto”7.

Grotte di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Coraggiosi guerrieri e valenti agricoltori i Siculi che introdussero l’uso del cavallo e del rame. Dotati di propri costumi, coltivavano il grano e la vite; oltre all’uso della ceramica e della metallurgia, scavavano le ripide pareti rocciose di calcare tenero, allora raggiungibili per mezzo di corde, di scale, di liane, allo scopo di ottenere tombe a forno destinate ai defunti. E vi ponevano accanto oggetti d’uso quotidiano come armi, anfore, cibi in memoria della vita trascorsa o per un’eventuale credenza nell’anima immortale. 

Ambiente interno del Castello sicano, Cava d’Ispica – foto tratta da www.it.wikipedia.org

Ad affiorare è una immagine di sofferta materialità, fra sopravvivenza e cerimonie funebri, che suggestionò Jaen Laurent Houël, viaggiatore francese del Settecento cui si devono preziose acqueforti sul luogo, riportate nell’opera Le voyage pittoresque de Naples et de Sicile8. Attraversando tortuosi sentieri che conducono alla parte mediana della valle, si incontra, ai piedi di una colonna rocciosa, il cosiddetto “castello”: un bubbone litico dalla geometria miocenica, costituito da almeno quattro ambienti intercomunicanti, che sembra voler governare sulle grotte. Di origine sicana per alcuni studiosi, e lì probabilmente alloggiava il sovrano; descritto dall’Holm, è chiamato “Castello d’Ispica” (u castieddu  rispica), maestoso “tra le montuose grandiosità di quel sito orrendamente bello”9. 

Nel periodo bizantino il luogo costituì un’ancora di salvezza per gli esuli siracusani e per gli anacoreti che vi si fermarono. Affreschi religiosi sono sparsi un po’ dovunque: segni di una tradizione che parla di Ilarione, il santo palestinese di indole tenace che nel 363 d.C., provenendo dall’Egitto approdò a Capo Pachino in “un villaggio del lido ricurvo” e si rifugiò all’interno a venti miglia dal mare, nella Cava, secondo le interpretazioni date allo scritto di San Girolamo, Dottore e Padre della Chiesa, confermate dalla tradizione locale attestata da Vito Amico: “E’ detto da S. Girolamo (Vita Ilarionis) che Ilarione si ritirò in un agellus vicino vicino ad una villa non lontano da una via di transito, coltivando un appezzamento di terreno vicino l’eremo”10. Vi dimorò per due anni, recandosi spesso nel villaggio vicino al mare, detto Ina o Ispa. E anche gli abitanti andavano a trovarlo per essere miracolati.    

In una grotta, dove si svolgeva il suo culto, si è voluta identificare la sua abitazione (una nicchia sul muro forse per deporvi il lumicino ad olio). Forse nei pressi dovette vivere una modesta comunità religiosa. 

Cava d’Ispica, Convento dei Padri Carmelitani – foto tratta www.cavadispica.org

Del processo di bisantizzazione11, il periodo del Monachesimo, che invase ogni angolo della Sicilia dando vita a comunità di religiosi, fu certamente il miglior lascito: “Nella Cava d’Ispica, che bene si prestava all’isolamento ascetico, sorsero più comunità religiose che passavano il tempo ad allargare, modificare, ampliare gli antichi insediamenti rupestri, ricavando dalla viva roccia veri e propri conventi di molte stanze, a più piani, collegati mediante ardite scale a chiocciola e corridoi di collegamento”12. 

La chiesa più nota è quella dedicata a San Pancrati, che si trova fuori della Valle: per gli studiosi dovrebbe essere mantenuta la cronologia del VI secolo, periodo di intensa attività edilizia in in Sicilia. E il culto si riferiva a san Pancrazio, presenza documentata nell’epistolario di Papa Gregorio Magno (509-604). La tradizione lo ricorda come siciliano; per alcuni invece nacque a Simada in Cappadocia e per qualche tempo fu ospite dei fedeli di Cava d’Ispica. Sempre che sia stato lo stesso, nel 304 fu a Roma durante le persecuzioni cristiane e lì morì martire. Soltanto i resti rimangono della chiesa. Devastata dagli arabi e poi riedificata, venne quasi del tutto distrutta dal terremoto del 1693.  

L’ambiente, ricco di vegetazione, ha importanti testimonianze: la “Grotta dei Santi” (‘a rutta re Santi), perfettamente circolare e affrescata da 36 figure bizantine che hanno subito devastazioni e incuria; il convento rupestre di Sant’Alessandra; la grotta di San Nicola coi resti dell’altare, del fonte battesimale, degli affreschi della Madonna col bambino, dell’Annunciazione e del San Nicolò. 

Grotta della Larderia, Cava d’Ispica – foto tratta da www.wikipedia.it

Cava d’Ispica è anche ricettacolo d’un pianeta sotterraneo fatto di nicchie, di sepolcri a baldacchino e di corridoi. E’ la “larderia” (potrebbe significare “canale di acqua”), imponente ipogeo a tre corpi paralleli, che scorrendo per 28 metri testimonia i culti funerari in epoca cristiana (IV-V secolo); la “Spezieria” (‘a bizzarria), anch’essa ipogeica, è l’antica bottega dello speziale, data la sua particolare struttura a scaffali, nicchie, compartimenti. Al centro della grotta principale, un grosso buco sarebbe servito da mortaio che con un pestello di dura roccia gli erboristi utilizzavano per ridurre in poltiglia le erbe curative con cui preparare infusi e decotti. 

 

Torre Fortilitium, Cava d’Ispica – foto tratta www.it.wikipedia.org

Nel sud-est della Cava, procedendo sull’altura, a destra del convento del Carmine, al centro del fondo valle troneggia con la sua megalitica cinta muraria una rupe detta la “Forza”: inaccessibile, remota, interna fortezza. E sulla sua punta si ergeva il “Fortilitium” dai cui torrioni si avvistava l’arrivo del nemico che facilmente poteva essere respinto con il rotolare dei sassi. Vasta l’area protetta dalla natura rocciosa: un altopiano di tre ettari circa, alto da cento metri e oltre, capace di contenere tremila persone13.

Vi si svolgeva la vita dell’allora Spaccaforno, prima del terremoto del 1693. Luogo della memoria collettiva, privilegiato dalle diverse popolazioni succedutesi nel corso di vicende plurimillenarie, conserva le tracce d’una civiltà tenace: dai ruderi della chiesa dell’Annunziata a quelli del castello, al centro della cittadella, nel cui interno sorgeva il palazzo marchionale  (superba, sontuosa dimora dei conti Statella che vi soggiornavano quando si rendevano liberi da impegni e imprese militari). E’ il “Centoscale” nella zona Ovest del parco, ad essere il transito verso il ventre della terra, verso il sotterraneo Plutone. Dell’ardita, spettacolare costruzione – un tunnel ipogeico scolpito nella roccia – sono 238 gli scalini che fanno raggiungere il fondovalle fin sotto il tetto del torrente. E’ probabile che l’opera sia servita per approvigionare di acqua e viveri il gran castello, specialmente nei periodi di presenze minacciose. A poca distanza l’eremo di S. Maria della Cava, nel cui pittoresco spazio esterno si svolgevano le fiere14. Di fronte c’era la “Conceria” (“Cunzeria”), una grotta di vasche in successione, dove si lavoravano le pelli. Della chiesa dell’Annunziata, sull’estremo sperone meridionale del fortilizio, rimangono soltanto i tagli delle fondazioni nella roccia: il piano pavimentale veniva occupato da fosse sepolcrali per i notabili, le loro famiglie, i preti. 

Vegetazione di Cava d’Ispica – foto di Antonino Lauretta, tratta da www.cavadispica.org

Siamo in luoghi scenograficamente suggestivi dove fin dall’età del bronzo si costruirono villaggi; siamo nel sito rinascimentale del feudo e della preghiera ai santi che avevano soppiantato divinità scadute come Poseidone e Diana, del lavoro e dell’ingegnosità d’una comunità contadino-pastorale e artigianale in un territorio di ripidi pendii e verdeggianti vallate. Certo è che il paesaggio con una architettura tenace e cosparso di segni etnologici, oltre a offrire di sé le peculiarità più diverse e inconfondibili, comunica un’energia dirompente; tranquilla valle luminosa oltre la quale sta uno splendido mare: fra i sentieri di piante arboree (il platano, il bagolaro, il fico selvatico…) ed erbacee (l’edera, l’orchidea, il ficodindia…), si riesce a sentire il fascino della bella natura.

Federico Guastella

Ragusa, 6 maggio 2022

Note

  1. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Torino: Bollati Boringhieri, 1999 (1949-64).
  2. S. Minardo, Cava d’ispica, Tip. Piccitto&Antoci, Ragusa, 1905; G. Di Stefano – D. Belgiorno, Cava Ispica: recenti scavi e scoperte, Modica 1983; G. Di Stefano, Piccola guida delle stazioni preistoriche degli iblei, Ragusa 1984; G. Di Stefano, Recenti indagini sugli insediamenti rupestri nell’area ragusana, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, atti del sesto Convegno internazionale di studio sulla civiltà rupestre medioevale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania, Pantalica, Ispica, 7-12 settembre 1981), F. C. Damiano (a cura di), Congedo editore, Lecce 1986; M. Trigilia, Storia e guida di Ispica (con stradario di Corrado Monaca), Casa Editrice So. Ge. Me., CI. DI. BI., Ragusa, 1988; P. Nifosì, Guida di Ispica, Comune di Ispica, Litografia La Grafica – Modica, 1989. 
  3. G. Bufalino, La luce e il lutto, Sellerio, Palermo, 1988.
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I stampato nel 1885 tre anni dopo la pubblicazione dell’opuscolo I Comuni del Circondario di Modica).
  5. Trascrivo il prezioso contributo di Giuseppe Cocchiara: “I primi colonizzatori greci, secondo la testimonianza di Tucidide, al loro arrivo in Sicilia (VIII sec. a.C.) trovarono popolazioni di quattro gruppi etnici distinti: i Sicani, gli Elimi, i Siculi, i Fenici. A parte gli Elimi, stanziati in un territorio limitato ai distretti di Segesta e di Erice, e i Fenici, che avevano stabilito nella seconda metà del IX secolo i loro empori commerciali sulle coste e successivamente si consolidarono a Palermo, Solunto e Mothia, i Sicani e Siculi si dividono il dominio dell’Isola. I Sicani sono i più antichi abitatori della Sicilia di cui la storia abbia serbato il ricordo. Dapprima diffusi per tutta la regione, che avevano occupato nel III millennio a.C., furono respinti dai Siculi, sopraggiunti due millenni più tardi dall’Italia, nella parte occidentale (…). Per l’ “Odissea” i Sicani abitavano la Sicilia e i Siculi il continente della Penisola, in una regione probabilmente sulla costa della Puglia, dove da Itaca si poteva approdare con facilità (…). Al fondo autoctono e mediterraneo della Sicilia, rappresentato dai Sicani, gli archeologi riconoscono l’appartenenza di alcune belle armi di ossidiana o di basalto, la ceramica decorativa a motivi lineari e i vasi colorati degli scavi di Matrensa e di Stentinello (…). I Siculi, che in origine erano di razza e lingua ugualmente mediterranea, ma italicizzati nella lingua e nel costume della sovrapposizione di popolazioni proto latine, risospinti dagli Opici, rifluirono in Sicilia cacciando i Sicani nella parte occidentale dell’Isola (G. Cocchiara, “Non chiamatela Isola”, in “Cronache Parlamentari Siciliane”, 20.2.1991, pp. 44-45). C’è altresì da dire che nella fascia sud-orientale della Sicilia, prima dei Sicani si ebbe una fitta rete di centri di <<Castelluccio>> (1800-1400 a. C.), un sito tra Noto e Siracusa, indagato da Paolo Orsi.
  6. Per l’approfondimento: P. Militello, I Siculi fra tradizione storica ed archeologia, in L. Guzzardi (a cura di), Civiltà indigene e città greche nella regione iblea, Distretto scolastico 52 Ragusa – Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali Ambientali e alla P. I., C.D.B., Ragusa, 1996.
  7. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche (ristampa anastatica 1973, vol. I, op. cit.
  8. Hélèn Tuzet, Jaen Houël, pittore di corte, in Guy De Maupassant, La Sicilia, Sellerio, Palermo, 1990.
  9. S. Bellisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne, vol. II, La tartaruga editrice, Ispica, 1987.
  10. G. Di Stefano – G. Leone, La regione camarinese in età romana, Edizioni del Comitato per le Chiese di Ibla, Litografia LA GRAFICA, Modica Alta, 1985.
  11. Affermano molti storici che la Sicilia fu dominata dai bizantini nel 535, l’anno in cui i Goti vennero cacciati da Belisario. Sicché, i siculi si accrebbero con l’arrivo dei romèi di Costantinopoli (immigrati provenienti dalla Grecia e dall’Asia minore). Attratti dal territorio (risorse naturali e attività produttive), vi rimasero per circa trecento anni (535-827), senza però arrecare benefici. Un “Prefetto Pretore” governava l’Isola servendosi di funzionari imperiali e di certo il malgoverno, tra cui la fiscalità dell’amministrazione, fu la loro impronta. L’abbandono delle città favorì lo sviluppo di villaggi rurali dalle povere condizioni di vita e come abitazioni si utilizzarono le grotte naturali. Anche quelle delle necropoli preistoriche o sicule. Sul piano religioso il culto bizantino divenne preponderante, unitamente alla cultura greca, anche se la popolazione era stata ormai romanizzata Gregorio Magno (590-604), che viaggiò per la Sicilia, raccolse in comunità gli anacoreti e fondò 6 monasteri: il sesto secondo il Pirri tra Ragusa e Modica, in località Buscello.
  12. S. Belisario, Cava d’Ispica (La città delle caverne), vol. I, Tipolitografia “Moderna”, Modica, 1988.
  13. R. Fronterrè Turrisi, Il Fortilitium di Spaccaforno, ed. Comune di Ispica, Tipolitografia Martorina, Ispica, 1972.
  14. R. Fronterrè Turrisio, La Chiesa di S. Maria della Cava di Ispica (già Spaccaforno), ed. Comune di Ispica, Tipografia Martorina, Ispica, 1978.

Le foto sono tratte dai siti: www.cavadispica.org e www.it.wikipedia.org.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Il Barone e il Castello – di Federico Guastella

Situata tra il rilievo degli Iblei e la costa che degrada verso il mare, ecco l’accattivante campagna di Donnafugata, suggestiva per la fitta presenza del carrubo e l’intensità degli odori agresti che invadono la valle.

Romantico il toponimo di origine araba: ‘Ayn as Jafâiat, fonte della salute, che sottolinea un punto geografico ricco di sorgenti dall’acqua benefica. In quest’amena località, che si distingue dalla Donnafugata del Gattopardo, si trova un’abitazione gentilizia: superba costruzione di chiara origine feudale con sovrapposizione di motivi architettonici che denotano un’adesione estetica al gusto di epoche trascorse. 

Baronessa Vincenza Maria Caterina De Spucches (1802-1840)
Barone Corrado Arezzo De Spucches (1824-1895)

Fino alla prima metà dell’Ottocento era una casa di villeggiatura al centro del feudo; ma la bizzarra fantasia di Corrado Arezzo ( 1824-1895), figlio del Barone Francesco e di Vincenza De Spucches1, ridiede vita e spazi con la pretesa del castello. Eclettici gli interventi di diversi stili: il neoclassico sposato al gotico-veneziano con torrioni di gusto tardo-rinascimentale e immagini tipiche della cultura egizia quale la sfinge, merlature riecheggianti il fascino della lontana tradizione medievale. All’interno saloni e camere sono impreziositi da mobili e soprammobili. Per non dire delle statue neoclassiche lungo la scalinata all’ingresso centrale o del reliquiario araldico delle nobili famiglie siciliane nel salone degli stemmi o del pregevole lampadario di Murano nel salotto delle signore.  La ricca biblioteca e una raccolta di quadri testimoniano l’amore per lo studio e per l’arte. 

Labirinto del parco – Castello di Donnafugata

Nel vasto parco di circa otto ettari, cosparso di viali bene articolati e di vegetazione dai ficus secolari alle cactacee nei pressi delle fontane, si sente un’aria di serenità bucolica2. Qui Corrado Arezzo trascorreva con la famiglia e gli amici il periodo della villeggiatura estiva, trasferendosi poi nel palazzo di Ragusa Ibla per il rimanente periodo dell’anno. 

A 24 anni, rappresentante al Parlamento siciliano, partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848, stampando e dirigendo a Palermo in cui da ragazzo aveva studiato, il giornale Il Gatto: titolo metaforico allusivo della lotta contro i “sorci” borbonici. Un foglio di commenti politici oltre che di pungenti osservazioni; anche ricco di una satira mordace diretta ai nostalgici del regime borbonico e spesso agli inetti esponenti liberali. Vigilato dalla polizia in seguito al fallimento della rivoluzione, curò i beni di famiglia e collaborò col padre nella realizzazione di una filanda (1854), dove furono impiegati cinquanta operai. Deputato eletto nel collegio di Vizzini (7 aprile 1861) e dopo senatore per censo (1865), potremmo dirlo un personaggio che riuniva in sé le qualità di aristocratico agrario, qualificato esponente dell’aristocrazia liberale, e di patriota liberale con qualche simpatia – si suppone – per la Massoneria: ipotesi che potrebbe essere avvalorata dagli elementi simbolici qua e là sparsi nel parco che connotano significati segreti in omaggio all’esoterico di cui egli certamente dovette avvertire l’attrazione. 

Loggiato del Castello di Donnafugata

L’attenzione ai luoghi del giardino rivela segnali di un percorso iniziatico: a partire dalla presenza della sfinge egizia alla sommità della scalinata monumentale che dal parco conduce al loggiato (il piano nobile). Del resto, nella lingua copta, la Sfinge si dice “Be-Hit”: parola che significa “Guardiano”. Sfinge, dunque, come guardiana della vita o custode del Tempio-casa. Le grotte con stalattiti simboleggiano il ctonio da cui ha origine la vita, mentre il labirinto esprime percorsi esistenziali di ricerca3. Altro elemento della simbologia massonica è il tempietto neoclassico a pianta circolare che, posto sulla montagnola sovrastante le grotte, ha la cupola sostenuta da otto colonne con l’affresco della volta celeste. 

Nella mente innamorata del barone è possibile cogliere la pensosità di fronte ai destini eterni nonché la propensione a meditare non senza la malinconica certezza della precarietà della vita, richiamata nella parte più ombrosa del giardino, a nord-ovest, dalla presenza degli avelli di foscoliana memoria, circondati da cipressi. 

Di questo luogo gioiosamente vissuto è possibile dunque percepire la ricerca del mistero: proiezione dell’altro e dell’altrove entro lo splendido linguaggio della natura nell’assolata campagna mediterranea densa di miti e di memorie. Non è difficile immaginare che nel corso degli incontri al “castello”, le famiglie patrizie ospiti che potevano raggiungerlo da una strada collegata alla stazione ferroviaria, voluta dal barone già senatore, oltre ai divertimenti che il parco offriva, si raccontassero vicende di viaggi col vantaggio di conoscenze al di là del recinto ibleo.

L’atteggiamento meditativo del barone è altresì rinvenibile nel suo volumetto di poesie comprendente cinque componimenti (in Alcuni versi) e diciannove sonetti (in Voci dell’anima), raccolti col titolo Alcuni versi, pubblicato dalla tipografia e legatoria Clamis e Roberti in Palermo nel 1861: un momento quanto mai incandescente nella storia della Sicilia, all’indomani si può dire dello sbarco dei Mille, e che Tomasi di Lampedusa ha scelto come tempo storico del Gattopardo. Merita di essere ricordata la poesia L’Armonia che scritta in endecasillabi canta l’incanto dell’eden prima dell’irruzione della trasgressione, causa dei mali del mondo. Nel complesso si tratta della lirica privata di un gran lettore del suo tempo, il cui linguaggio non sa però farsi poesia. Si avverte la presenza di questo o di quell’altro autore – Leopardi in primo luogo – e ci sono motivi cari a un romanticismo estenuante e contemplativo come sono raccontati da un Prati o da un Aleardi. Amico del poeta dialettale, suo concittadino, Giambattista Marini, negli anni giovanili è da supporre che abbia frequentato gli ambienti letterari palermitani. Ed egli per parte di madre era cugino del poeta e traduttore Giuseppe de Spucches, principe di Galati, marito della poetessa Giuseppina Turrisi Colonna. 

Il piccolo teatro di Palazzo Donnafugata – Ragusa Ibla – immagine tratta da www.tripadvisor.it

Non certo poeta, il barone Corrado Arezzo è essenzialmente un esteta che ama l’arte, tra cui la musica in particolare; ricercatore di razza, egli è mosso dalla molla della curiosità grazie alla quale costruisce la propria conoscenza. L’elezione a deputato nella prima legislatura (1861), che lo fece risiedere a Torino, fu certamente occasione preziosa per ulteriori spazi di riflessioni e di esperienze culturali. Personaggio, dunque, molto in vista ed influente nella vita politica ed economica. Dagli anni ‘70 fino al 1881 fu sindaco di Ragusa Ibla, dov’è la sua signorile abitazione: palazzo Donnafugata che ha un luogo segreto d’amore per l’arte, uno spazio inatteso e riservato come una loggia iniziatica, un teatrino appartato per lo svago intellettuale. Un amnio potremmo dirlo, dove giungevano gli echi della modernità europea. E non manca un pezzo di Malta incastonato nel palazzo: la “Gallarija”, la leggiadra loggetta in legno da cui si poteva guardare senza essere visti. 

L’economista Balsamo, che vi fu ospite, descrisse il gusto di una mondanità  deliziosa fra galanteria civettuola e voluttuose vivacità: un bel brano che sarebbe piaciuto a Tomasi di Lampedusa. 

A Ibla il barone frequentava il Circolo di Conversazione (il Circolo dei nobili detto caffè dei Cavalieri o ‘u circolu re cavalieri), nato per esigenze di socializzazione, di affari e di interessi comuni, di cultura in genere. Socio fondatore il padre insieme ad altri aristocratici ed alcuni borghesi. E’ un’elegante costruzione in stile neoclassico con la presenza di sfingi alate nei tre bassorilievi, fatta costruire intorno al 1850 e inaugurata nel 1856. All’interno rapiscono lo sguardo le pitture di Tino del Campo in un mutato clima simbolista. Eleganti i divani insieme allo scintillio dei lampadari, alla policromia del pavimento a scacchi romboidali4.

 Un siciliano illuminato e di raffinatissimo stile Corrado Arezzo, un siciliano che girava e tornava al luogo natio, portando con sé immagini del mondo, come tanti signori dell’Ottocento. Della sua cultura aristocratica, eclettica e manieristica, nostalgica e rievocativa, si conserva tanto: a Donnafugata, immersa nelle ombre melodiche del suo passato, vive quel particolare incanto per la mescolanza di gusti che esprimono la fresca vivacità dell’immaginazione.   

Federico Guastella

Ragusa, 2 aprile 2022

 

Note:

  1. Nel bel volume Il castello di Donnafugata a Ragusa (Kalós, Palermo, 2002), Gabriele Arezzo di Trifiletti scrive: “Cresciuto nella rigorosa educazione familiare, il giovane barone fu condotto in Palermo e avviato agli studi nell’ambiente religioso dei Padri Filippini, educandosi, ai classici, alle lettere, alla storia; studiò il francese, il tedesco e, strano per quei tempi, anche l’inglese. La sua raffinata formazione culturale piano piano si fuse con una preparazione filantropica lodevolissima. Coltivò nella sua esperienza palermitana le fasi eclettiche, il virtuosismo botanico-agrario e la nuova linea elaborata del neo-gotico, sviluppato nella capitale quasi a sostegno di una medioevale sicilianità”. Intraprendente anche sul piano socio-economico, coadiuvò il padre, nel 1854, nella realizzazione di una filanda che utilizzava macchine mosse dall’acqua e dal vapore e che accoglieva oltre 50 operai. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala funzionavano in Sicilia tremila telai; dopo l’unità ne rimasero meno di duecento. La stoffa cominciò ad arrivare da Biella, ebbe un costo doppio e i nostri lavoratori dei telai restarono disoccupati. Anche la filanda ragusana fu costretta a chiudere definitivamente i battenti nel 1874.
  2. Per l’approfondimento: Tiziana Turco, Il giardino di Donnafugata, in Il castello di Donnafugata a Ragusa, op. cit.
  3. E’ noto che il primo progetto fu attribuito all’architetto Dedalo. Si tratta di una costruzione architettonica caratterizzata da una pianta così tortuosa da rendere estremamente difficile sia l’ingresso, sia l’orientamento all’interno e, quindi, l’uscita. Richiama l’impresa di Teseo e il filo che Arianna: figlia di Minosse e di Pasife, che all’entrata,  aveva fornito. in molteplici riti di iniziazione vi era l’idea di partire dalle viscere della Terra per risalire alla luce. Nel monachesimo cristiano, le cripte hanno svolto una fondamentale funzione di ricerca interiore e di lotta contro le insidie del demonio. Si potrebbe per esempio ricordare che nelle cattedrali francesi, i fedeli, a commemorazione del Calvario, percorrevano i labirinti, riprodotti sul pavimento, chiamati Chemins de Jerusalem. Sicché, per uscire dal “Caos”, il neofita, all’interno di se stesso, incomincia il cammino iniziatico per misurarsi con umiltà, per interrogarsi in modo vigile e continuativo e per decidere la direzione da dare al suo cammino. Egli deve quindi conoscersi con purezza di intenti allo scopo di abbattere i mostri identificabili nei vizi. Entrare nel labirinto e uscirne è perciò ineliminabile per tessere il filo della propria coscienza e continuare l’opera di perfezionamento, giungendo alla luce che è desiderio dell’ascesa e della contemplazione della bellezza.
  4. Così Carmelo Arezzo di Trifiletti (Junior) nell’opera Carmelo Arezzo di Treffiletti: sfumature di un architetto, creatività e umanità di un uomo nella Ragusa Ibla del 1900 (autopubblicata su Amazzon, 2022): <<Ragusa Ibla con il suo circolo espresse la sua contraddittorietà, che mediava l’essenza conservatrice di giorno, vestendosi elegantemente di notte – secondo quanto appuntato da Eugenio Sortino Trono nel suo diario – con le numerose feste danzanti notturne che si avvicendano negli eleganti palazzi dei soci o nel circolo di conversazione, si festeggiarono nel tempo fidanzamenti e sequenziali eventi mondani incentrati sulla fondamentale presenza delle Dame>>. 

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

…e venne la Contea di Modica – di Federico Guastella

Marchisia Prefoglio – disegno di Andrea Carisi

Scrive Raffaele Solarino: “Federico Musca, figlio a colui che avea diffuso in questa regione il movimento insurrezionale contro i francesi, ebbe assegnata Modica a titolo di Contea, e con il medesimo titolo fu data Ragusa a Giacomo Prefoglio. Si ignora la data delle concessioni : ma quella di Modica deve essere stata fra le prime che fece re Pietro…”.

E’ appena il caso di dire che Marchisia Prefoglio, la quale viveva ad Agrigento, sorella di Giacomo e di Federico conte di Caccamo, aveva sposato Federico Chiaramonte. Diversi i figli, fra i quali: Manfredi e Giovanni, nonché il terzogenito Federico (barone di Racalmuto, di Siculiana e di Favara, territori da lui ripopolati). 

Stemma di casa Chiaramonte

Fu il casato dei Chiaramonte (1286-1392), famiglia originaria di Clermont  e legata per rapporti di parentela a quella di Carlo Magno, ad esprimere la propria potenza, visibile nello stemma che riporta cinque monti d’argento in campo rosso o un monticello a cinque gobbe. Di animo fiero e altero, non persero l’occasione di guerreggiare per estendere il dominio e si deve a loro l’ascesa dinastica in una Sicilia attraversata da accordi e discordie con altri grandi feudatari: Artale Alagona, Francesco Ventimiglia, Guglielmo Peralta. 

Dichiarando la sua fedeltà a Federico II e sostenendolo da valoroso guerriero, Manfredi Chiaramonte 1  riunì sotto il suo comando una delle più consistenti baronie dell’Isola. Per parte di madre fu conte di Ragusa (comprendente Gulfi, “mutandone il nome in quello di Chiaramonte per ricordo imperituro del suo Casato” 2), da lui riconquistata nel 1302 dopo che nel 1299 era caduta in potere degli Angioini. Anche conte di Modica (comprendente Scicli), avendo sposato Isabella Mosca cui era stata affidata detta contea. Amato dai vassalli, unificò le due contee in una sola con la denominazione “Contea di Modica”, avente residenza a Ragusa, unitamente all’amministrazione: “e dalla curia ragusana dipendeva allora l’altra corte di Modica e Caccamo ed altre signorie” 3 .

Così Raffaele Solarino nel 1884 ne descriveva il territorio: “Posto all’estremità più meridionale di Sicilia, (esso) si estende su di un terreno accidentato, che quà si riposa in diffuse e fertili pianure, là s’innalza in monti erti e dirupati, in certi punti s’accumula in vaste masse compatte, che formano altipiano, in altri si squarcia e sprofonda in valli e torrenti…”.

Riproduzione grafica del Castello di Ragusa Ibla

Molti i castelli, fatti edificare a scopo difensivo, sono legati al suo nome e ai discendenti cui si devono molte opere pubbliche che in diverse città migliorarono il decoro e le condizioni di vita. 

La dinastia non mancò di operare anche nell’attività chiesastica: a Ragusa i Chiaramonte accolsero come protettore il normanno San Giorgio e probabilmente, sostiene Giorgio Flaccavento, ne riedificarono il tempio, spostando il sito da quello vicino al castello alla spianata del Corso per renderlo più maestoso. 

Oltre al Lauretta, il cui manoscritto è riportato da Sortino Trono nell’opera I Conti di Ragusa e della Contea di Modica (1907), a parlare del loro palazzo fu un “Anonimo” nel suo manoscritto sulla Ragusa del Seicento, pubblicato da Francesco Garofalo (1980). Leggendo le paginette che gli dedica, vengono in mente alcune foto che riprendono resti consistenti delle strutture murarie prima di essere demolite all’inizio del ‘900 per far posto alla costruzione del Distretto Militare. Dettagliata la descrizione che con le tonalità del fantastico lo presenta munito di tre porte e di una quarta detta ferrea utilizzata per l’accesso, situandolo poco distante dalla via principale: verso il centro della città e sulla parte più alta di essa. 

Ecco appena un accenno:  

Ha all’interno quattro fortissime e altissime torri, le quali tutte sono abitate, e tra l’una e l’altra vi sono mura fortissime e altissime; sopra di esse sono i merli e delle palle rotonde di pietra viva, delle quali a stento un uomo fortissimo potrebbe sollevarne una, e dalla parte di dentro sopra le dette mura si cammina comodamente per la difesa del Castello… Dopo la quarta porta esisteva un porticato attraverso il quale si entra in un cortile, ed in esso è un magnifico palazzo, nel quale abitarono i Chiaramonte, Conti di Ragusa, il qual palazzo viene ora chiamato “lo palazzo dilli Chiaramunti” 

Il palazzo nel castello, dunque. Ed era in un sito di dominio della città tale da consentire una poderosa difesa dagli attacchi esterni. 

D’avviso diverso Leonardo Lauretta che, contraddicendosi, situava il grandioso palazzo nel luogo del Convento di san Francesco: “Sino al dì d’oggi ne appaiono le mergoli delle Torri, corridoi di strade sotterranee, piscine, bivieri, conducendovi le acque della Cava di Velardo… “. E’ stato Filippo Rotolo nell’opera La chiesa di S. Francesco all’Immacolata (1990) a fornire una convincente chiave di lettura, mostrando tanta destrezza nel maneggiare l’argomento. Escludendo che la torre annessa al Convento dei Francescani sia stata di stile chiaramontano, ha ritenuto che dovette essere dell’antica chiesa di San Francesco, all’origine facente un tutt’uno con la facciata di cui si conserva il portale anteriore alla venuta dei Chiaramonte. 

Sull’ubicazione del palazzo, lo studioso condivide le notazioni del Garofalo e gli sembra probabile che sia stato edificato da Manfredi I Chiaramonte. 

Prezioso il passo da cui si apprende il luogo scelto dai frati per stare a contatto con il popolo minuto e viverne la vita:  

Chiesa e convento di S.Francesco all’Immacolata – Ragusa

… a Ragusa i primi ignoti Francescani si sistemarono nella periferia settentrionale della città, che solo dopo il sec. XIII questo sito era certamente, come lo è tuttora, l’estremo limite settentrionale, lontano dal centro costituito dal castello normanno, oggi distrutto. 

In realtà il castello esistette al tempo dei bizantini che eressero mura invalicabili. Gli Arabi, saccheggiatori dei territori, secondo una tradizione popolare, non coincidente con le notizie fornite da Michele Amari che riferiscono dell’abbattimento, tentarono invano di espugnarlo; i normanni con Goffredo lo resero più poderoso e i Chiaramonte con Manfredi I e III vi eseguirono opere imponenti per renderlo più imprendibile. 

Grazie alla ricerca demologica, si è compreso l’interesse appassionato del popolo per i fatti del tempo. Per chiarire il senso di un distico popolare, Serafino Amabile Guastella, nell’opera Canti popolari del Circondario di Modica raccolti e illustrati da S. A. G. (Modica, Lutri&Secagno, 1876), espone un fatto:

Costanza di Chiaramonte

“Costanza, figlia di Manfredo III, settimo conte di Modica e almirante di Sicilia, fu menata sposa a re Ladislao di Napoli; ma il voluttuoso e volubilissimo principe, venutagli, dopo pochi anni, a noia la moglie, bramò impalmare altra donna, e pregò, poi minacciò aspramente il papa a dichiarar nullo il precedente matrimonio. Il papa, ligio in tutto ai reali di Napoli, annullò il matrimonio ma Ladislao, non contento di contrarre altre nozze, volle altresì costringer la Costanza a toglier per secondo marito Andrea di Capua, conte di Altavilla. L’altera donna, terminata appena la cerimonia nuziale, celebrata in Gaeta, rivoltasi ad Andrea, presenti il re e i cortigiani, proruppe in queste fiere parole: Messer Andrea, vi potete tenere il più avventurato cavaliere del regno, perché avete per concubina la moglie legittima di re Ladislao, vostro signore”. Lo stornello, commenta l’antropologo e scrittore di Chiaramonte Gulfi, “ha perduto il significato storico, e si canticchia fra i denti quando si vuol mettere in burla la resistenza inattesa o protratta di una donna del volgo”: 

Viola, viulina, / cunsidira la nostra paisana! // Lu papa ca la sciòisi di rrigina / ci rrissi: figgia mia fa la buttana.

(Viola, violina, / Considera la nostra paesana! // Il papa che la sciolse di regina / le disse: figlia mia fai la puttana). 

Se di Simone, personaggio turbolento e conte di Ragusa nel 1353 dopo la morte del padre Manfredi II, si può dire che dedicò la vita a guerreggiare per l’Isola, diversa per indole filantropica fu sua moglie Venezia (amata dalla gente comune), da lui perseguitata con l’intento di sposare Bianca, sorella di re Federico. Quando il popolo parlava del matrimonio di un’orfana, alludeva a Venezia Palazzi che aveva istituito una dote per le orfanelle del paese. Da qui il distico: 

Vinezia, l’armi santi fannu festa / C’addutàstivu a tutti l’urfaneddi.                                                            (Venezia, le anime sante fanno festa / perché avete cresciuto tutti gli orfanelli). 

Dolorosa, dopo novantatré anni, la fine della dinastia a seguito dell’ingresso degli spagnoli in Sicilia. Andrea Chiaramonte (1391-1392), l’unico a opporvisi a Palermo con fiera resistenza, fu arrestato e processato in modo farsesco. Condannato a morte ad opera di re Martino, venne rapidamente decapitato in Piazza Marina davanti al palazzo Steri dove egli era nato, simbolo del potente casato. 

Affidiamo ora alle parole di Raffaele Solarino la valutazione complessiva sull’operato di questa famiglia che esercitò il dominio in buona parte dell’Isola: 

“Grandi non furono, ma potenti, doviziosi, splendidi. In quel periodo procelloso di fazioni e di lotte, costretti a destreggiarsi con leghe ed alleanze continuamente giurate, rotte e falsate, condannati a combattere sempre per soperchiare l’opposta fazione, per conservare le preminenze ed accrescerle, mostrarono sempre un’energia di carattere, una fierezza indomabile, un valore non comune. Sentivano l’odio ereditario, la pertinace voluttà della vendetta, e sodisfecero sempre all’irrequieta ambizione senza ritegni, né riguardi, né scrupoli, come portavano i tempi” 4.

Spadaccini dunque i Chiaramonte che assoldavano squadre di avventurieri per risolvere le loro questioni; nel contempo, rifuggivano quasi tutti, aggiunge lo studioso, “dalle vie oblique, dai raggiri, dalle astuzie”. E “non sovvertitori dei sudditi” che li tennero in grande considerazione. 

Quelli furono anche gli anni della più luttuosa pandemia. In Sicilia, nell’ottobre 1347 la “peste nera” giungeva forse per l’arrivo di galee genovesi, provenienti dall’Asia: diffusasi ovunque dalla Sicilia in Europa, fa da sfondo al Decameron e fu rappresentata da mano ignota nel famoso dipinto del 1446 Il trionfo della morte di Palazzo Abatellis a Palermo: la festa dei personaggi è colpita dalla Morte rappresentata al centro e quel trionfo è la metafora della caducità della vita!

Federico Guastella

Ragusa, 13 marzo 2022

 

Note:

  1. 1296-1310, date indicanti l’anno d’insediamento e quello della morte.
  2. A Manfredi si deve dunque la nascita di Chiaramonte che cominciò a sorgere all’interno della fortificazione (poi distrutta dal terribile terremoto dell’11 gennaio del 1693). Il piccolo agglomerato formò il quartiere Baglio (il termine deriva dall’arabo bahal, “cortile”, indicante il “piano”, cioè l’area interna di caseggiati feudali, supporto logistico per il lavoro). Oggi è visibile, a nord, la pittoresca porta principale d’ingresso, originariamente chiamata Porta dila chaza e adesso “l’Annunziata”: a forma d’arco (Arcu ra Nunziata) e con le tracce dell’opera, ormai corrosa, di uno scalpellino del tempo, mostra due bassorilievi raffiguranti i momenti dell’Annunciazione: a destra, Maria che prega; a sinistra l’Arcangelo Gabriele. Indicativo il nome riferito alla prima chiesa madre del paese, sorta in data successiva al 1310: quella dell’Annunziata, situata all’interno della cinta muraria subito dopo l’attraversamento dell’arco e alla sinistra di chi procede. Si ipotizza l’esistenza di altre due porte d’accesso: la porta della Guardia o di Ragusa, ad est, che, ubicata nella zona che collega il piano di San Giovanni col piano di Santa Maria del Gesù, metteva in comunicazione la città di Ragusa e con la strada romana Agrigento-Siracusa; la posterla (‘a pusterna, porticella), a sud, che collegava la zona del Ferriero con l’attuale via Porta. A sud del Baglio esisteva il quartiere denominato “Cuba”, così chiamato per la probabile presenza d’una omonima costruzione che forniva acqua e riparo ai viandanti.
  3. F. Garofalo,  Discorsi sopra l’antica e moderna Ragusa, Stabilimento tipografico di Francesco Lao, Palermo, 1856 (Riedizione anastatica, Attesa editrice, Bologna, 1985).
  4. R. Solarino, La Contea di Modica. Ricerche storiche, ristampa anastatica 1973, vol. II, pp. 113-114.

L’Autore

Federico Guastella

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Gesualdo Motta: da Mastro a Don – di Federico Guastella

In occasione del centenario della morte dello scrittore Giovanni Verga (Vizzini, 1840-Catania 1922), “Le Ali di Ermes” gli rende omaggio pubblicando questo articolo del dott. Federico Guastella, suo grande estimatore, dedicato ad una delle opere maggiori del Verga, il romanzo “Mastro-don Gesualdo” (Ed. Treves, Milano,  1889). 
Giovanni Verga (1840-1922)

Il romanzo, come ‘avantesto’ apparso a puntate nel 1888 sulla  Nuova Antologia, con sostanziali modifiche sul piano formale e dei contenuti verrà pubblicato dall’editore Treves l’anno successivo, ancorché datato 18901. Attento si mostra il Verga ai mutamenti sociali che attraversano la Sicilia tra il 1820 e il 1848, periodo in cui decade l’aristocrazia e si afferma l’ascesa di una nuova classe sociale: quella della borghesia che, venuta dal nulla, dispone della necessaria intraprendenza per guadagnare sempre di più. Dominante la presenza del protagonista che quasi solitaria giganteggia su tutta la folla dei personaggi. Il lettore lo incontra al capitolo I della parte prima in occasione dell’incendio in casa Trao, mentre il paesetto di Vizzini sprofondava nel sonno. Allo scampanio delle chiese, accorrono tutti gli abitanti: “Dalla salita verso la Piazza Grande e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata…”. Tra allitterazioni e metonimie, l’incipit manifesta il fascino della parola. E’ un pezzo di bravura timbrica la descrizione del trambusto che si viene a creare: un’occasione che introduce ai diversi personaggi che popolano il romanzo come per esempio il canonico Lupi e don Licciu Papa “il caposbirro”.

Il vicino di casa è Gesualdo, il quale si mostra preoccupato per il possibile estendersi del fuoco ai suoi possedimenti. Il palazzo dei Trao che va in rovina è l’immagine della fine di un prestigio parassitario, mentre la voce stizzosa di Gesualdo Motta già fa capire il suo carattere volitivo che lo configura come il custode della “roba”, accumulata con sacrifici e rinunce. I paesani lo conoscono così: l’infaticabile muratore (“mastro”) che si adopera nei traffici del commercio, spinto dalla sete del guadagno e diventare imprenditore (“don”). Ha fiuto Gesualdo che può permettersi di compiere l’ascesa con l’uso della razionalità economica. Ha preso l’appalto delle strade comunali e la sua attività non conosce soste; tiene sotto controllo gli operai e gli affari e si muove di qua e di là con la voglia del profitto. E’ il demiurgo che al cantiere misura “il muro nuovo colla canna; si arrampica “sulla scala a pioli”; pesa “i sacchi di grano”.

Uomo di successo, dunque, grazie all’instancabile lavoro che gli fa distruggere le barriere della tradizionale abulia impressa come spina genetica, dando vita all’epopea della “roba” con la consapevolezza delle strategie necessarie: osare finché è possibile e mettere in difficoltà l’avversario. Verga incarna in questo personaggio il nuovo tipo di proprietario terriero venuto dal nulla e in gara con i nobili del paese. Negli anni Sessanta del XX secolo, la sostituzione dei ceti era già un fatto compiuto: vincente il don Calogero Sedàra del “Gattopardo” in contrapposizione al principe Salina, l’aristocratico rassegnato che assiste alla decadenza del casato e al passaggio del suo patrimonio al suo affittuario2. L’ascesa sociale di don Gesualdo raggiunge poi il vertice con il matrimonio che si realizza col sacrificio dei sentimenti: sposa Bianca Trao di nobile casato “per avere un appoggio… per far lega coi pezzi grossi del paese”, spiega alla giovane e devotissima serva Diodata, da cui ha avuto figli, “poveri innocenti” che si trovano all’ospizio dei trovatelli.

La stiratrice (1884) – Edgar Degas

E’ nella parte I del cap. IV che è rappresentata la nottata alla “Canziria” (a “circa due ore di notte”), una fattoria della campagna di Vizzini. Coinvolgente la descrizione, il cui paesaggio lunare è evocato da una melodiosa prosa. E Gesualdo si abbandona ai ricordi: la fanciullezza grama, la giovinezza travagliata, le prime lotte per la “roba”. Se ne ricava l’immagine di un uomo intraprendente che è riuscito a creare e ad accumulare ricchezze. Ed è anche un uomo affettuosamente tenero, a suo modo. Al sommesso pianto di Diodata, la quale si sente abbandonata insieme ai loro figli che si trovano all’ospizio dei trovatelli, fa di tutto per confortarla: “Non ti lascerei in mezzo a una strada… Ti cercherei un marito”. Irritato di quel pianto, si mette a bestemmiare come un vitello infuriato: “Santo e santissimo ! Sorte maledetta!… Sempre guai piagnistei!…”.

Durante il colera del 1837, che il popolo ritiene appositamente diffuso, apre “le braccia e i magazzini ai poveri e ai parenti”. A Mangalavite, dove si rifugia e in cui si sente “come un papa fra i suoi beni e i suoi dipendenti”, fa del bene a tutti e gli resta il cruccio “per l’ostinazione dei parenti che non avevano voluto mettersi sotto le sue ali”. Mastro-don Gesualdo ha un intimo rovello e i suoi affetti, tra cui il profondo rispetto per il vecchio padre: per esempio, quando mastro Nunzio sta per morire si mostra raccolto nel dolore senza dire una parola. Non è soltanto segnato dall’avidità della roba; nutre sentimenti fino ai rimorsi che lo inducono ad una rivisitazione interiore. Diodata e Bianca due donne accomunate dal destino infelice, ma diverse nel tenere i rapporti con l’eroe del profitto. La prima, affettuosamente e lealmente dedita al padrone, non si nega mai; la seconda, pur avendo patito come lui la povertà testimoniata dalle sue dita “un po’ sciupacchiate”, ha insanabili difficoltà di comunicazione con lui: i condizionamenti delle origini, di cui Verga ha piena consapevolezza, sono il marchio del sangue.

Rappresentazione teatrale del Mastro-don Gesualdo, Teatro Bellini di Napoli, 2015

Il non poter comunicare è dunque la conseguenza del totale fallimento del matrimonio Motta-Trao, “un affare sbagliato” che lascerà tracce anche nel rapporto di don Gesualdo con la figlia Isabella. E’ il destino di solitudine che prende il sopravvento, quasi mai il successo economico conduce alla felicità quando sono messi da parte gli intimi rapporti domestici. Sicché, l’ombra della solitudine è sempre in agguato quando si gustano i beni materiali invece delle parole d’amore. E felice Mastro don Gesualdo di sicuro non era stato per aver barattato col denaro le ragioni del cuore, malgrado avesse tratto profitto da un fare veloce e intelligente. Felice non era stato dal giorno delle nozze con Bianca Trao: “Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote né l’aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un’ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover’uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello!”. L’uomo della fortuna creata con le proprie mani è ormai divorato da quella solitudine che nasce da certe scelte sbagliate, da lui fortemente avvertite.

Poche, ma incisive pennellate mostrano la finezza psicologica di Verga nel rappresentare il dramma familiare dell’incomunicabilità dovuta alla frizione di codici diversi. Fra l’altro, don Gesualdo aveva ostacolato la relazione della figlia con il povero orfano Corrado, imponendole un matrimonio riparatore con il duca di Leyra, cui viene dato buona parte del patrimonio dotale. Verso la fine dei suoi giorni, lo troviamo non più avido di beni: egli ha ormai maturato una consapevolezza: è l’uomo solo con la spina nel cuore di cui non sa darsi pace. Il consuntivo è fallimentare, il turbamento è lacerante, avvertendo l’allontanamento della figlia da lui. Lo scacco è irrisarcibile, malgrado abbia impiegato la vita a staccarsi da una condizione di miseria e cambiare stato sociale.

La solitudine di Mastro don Gesualdo, che è mancanza di affetti e della forza salvifica delle parole, raggiunge il culmine quando, ammalato, si trova nel “palazzone” della figlia. Non è più l’uomo libero d’un tempo; a tavola qualche giorno mangia “in gala (…) legato e impastoiato”. Addirittura viene relegato nelle stanze della foresteria, generalmente riservate agli estranei. L’uomo energico e volitivo, che aveva dedicato la vita ad accumulare ricchezze, è ora profondamente malinconico e trascorre i giorni dietro l’invetriata a veder strigliare i cavalli e lavare le carrozze nella corte vasta quanto una piazza o a contare le tegole dirimpetto. Amaro lo sguardo nel constatare lo sperpero della sua roba in mano a “quell’orda famelica”. Avverte l’inerte vita dell’aristocrazia ingabbiata in vuoti e falsi cerimoniali “di messa cantata”; vorrebbe tornarsene al paese, ma il desiderio non viene soddisfatto. Anche la volontà di fare testamento, pensando di lasciare qualcosa a Diodata e ai suoi figli naturali, viene bloccata malgrado le sue insistenze come atto di energica volontà. Il padrone di tutto è ormai il genero, ipocrita e ingordo. Anche i dottori lo disprezzano date le origini popolari e l’incomunicabilità si fa sempre più acuta con la figlia che resta indifferente alla sua condizione di moribondo, chiusa nel rancore contro di lui, avendola costretta ad un matrimonio non voluto.

Don Gesualdo finisce la sua vita senza neanche poter vedere la figlia, giacché “il servitore che gli avevano messo a dormire nella stanza accanto” non si cura di ascoltarlo. Anziché assisterlo, si mostra infastidito allorquando viene disturbato nel sonno dai rantoli dell’estrema agonia e solo agli ultimi momenti si alza “furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce”. Muore dunque solo, lontano da ogni affetto e la servitù, appena fa giorno, si mostra irriverente con frasi distaccate (“Mattinata, eh, don Leopoldo? – E nottata pure!”) o ironicamente feroci (“Si vede com’era nato… Guardate le mani!”). E’ la battuta finale che fa toccare con mano il comportamento irriguardoso, irrisorio dei servi, ostili a uno che ha tradito lo stato sociale di provenienza: “Sicuro, eh! E’ roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa”.

Muore Don Gesualdo, e scompare con lui un mondo di fatica operosa: la sua solitudine viene così inghiottita nel buco nero dell’arida fugacità d’ogni cosa. Commenta Luigi Russo: “Mai il Verga aveva toccato, così fondo, nel suo pessimismo”. Fallimentare il bilancio, di cui gli resta il rimorso: della roba “nulla gliene importava ormai”. Malgrado i successi economici, gli è stata avara la vita ed egli stesso s’è reso consapevole del suo errore: quello di aver subordinato il sentimento all’interesse economico. E’ il vuoto ad inghiottire Mastro don Gesualdo; è la solitudine a condannarlo ad una disperata oscurità senza un barlume di luce. Squallido il cinismo dei parenti. Anche nel momento della partecipazione all’evento funebre, tutti manifestano indifferenza, cercando il proprio tornaconto. Qui è l’autentica, sostanziale differenza: l’avaro e grottesco Mazarò, vittima delle sue stesse proprietà, è incapace di una riflessione sui propri vissuti; Gesualdo è sì l’accaparratore, ma è l’uomo – ha scritto Francesco Nicolosi – “assetato di affetti che sconta, con la solitudine e con una delusa volontà di amare, l’errore di avere assunto la roba a supremo valore dell’esistenza”3.

Federico Guastella

Ragusa, 2 marzo 2022

 

Note:

  1. G.Verga, Mastro don Gesualdo, Ediz. critica curata da C. Ricciardi, Firenze, Le Monnier, 1993.
  2. F. Guastella, Una rilettura del Gattopardo, Bonanno, Acireale-Roma, 2021.
  3. Dal vol. Il Mastro-don Gesualdo dalla prima alla seconda redazione, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1967.

 

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

L’antico Carnevale della Contea di Modica – di Federico Guastella

Maschera di Carnevale, immagine tratta dal sito https://www.pianetadesign.it/fai-da-te/come-realizzare-le-maschere-di-carnevale-fai-da-te.php

L’indagine di S. A. Guastella nell’opera L’antico Carnevale della Contea di Modica1 tocca gli elementi cardine visti nella coesistenza sincretica di motivi cristiani e pagani. Lo studioso chiaramontano può così guardare alla festa del carnevale, ponendo in risalto molteplici aspetti: dalla rimozione della censura alla ritualizzazione dei conflitti di classe attraverso le mascherate, dalle satire ai momenti licenziosi, dal ristabilirsi degli affetti familiari e dei vincoli di solidarietà al rovesciamento

degli schemi e delle regole in vigore nella vita quotidiana. Il periodo del Carnevale durava a lungo; iniziava il 12 gennaio, giorno successivo alla ricorrenza del terremoto del 1693 che, oltre a devastare mezza Sicilia, aveva provocato migliaia di vittime nel territorio della Contea. 

“Il giovedì grasso, o berlingaccio toscano, è da noi chiamato jiovi di lu lardaloru, il giovedì precedente è chiamato jovi di lu cummari, e finalmente il giovedì che viene prima dei due indicati il popolo lo battezzò jiovi di lu zuppiddu. Per altro in Chiaramonte il giorno dello zuppiddu è il mercoledì, e in altri paesi il venerdì: diversità di giorno, non di sostanza; e a ciascuno di tali giorni è stato appropriato un proverbio che all’ingrosso lo definisce. Così diciamo:

Lu Jiovi di lu zuppiddu

cui nun si càmmira è peiu pir iddu.

Lu jiovi di li cummari

cu nun n’ha si li fa ‘impristari.

Lu jiovi di lu lardaloru

i frati mmitàvanu i suoru;

Ora i tempa su canciati,

e i suoru ‘mmitanu i frati.

O pure

lu jiornu di lu lardaloru

la mamma si ‘mpigna lu figgiuolu.

La sdirrumìnica

fatti amica a la monica2.”

La quadriglia. Foto tratta dal sito: https://blog.siciliansecrets.it/2020/02/10/i-7-carnevali-di-sicilia/

 Sul significato di “Zuppiddu” lo studioso si pone diverse domande; avvalendosi di un documento (1776) redatto da Matteo Molè Mallo (chiaramontano, prete e dottore in teologia, commissario della santa Inquisizione…), spiega che nel giorno dello Zuppiddu si distribuivano ai poveri i vermicelli (particolare tipo di pasta), analogamente a quanto accadeva a Verona nel Venerdì gnoccolaro. Cavalcate in quel giorno festeggiavano la nascita di Bacco e si ballavano cascarde3 accompagnate col canto o con la pantomima. Lo Zuppiddu, dunque, la personificazione di uno dei diavoli che facevano parte della credenza popolare: 

“Or fra costoro il Zuppiddu ha l’ufficio di pervertire gli uomini mediante la voluttà, l’allegria, la spensieratezza (…) si accomunò coi Satiri e ne formò quasi il tipo4.” 

Lo soccorre in tale ricerca il filtro del ricordo; la deliziosa rievocazione di un episodio dell’infanzia gli serve per spiegare il significato di lu jiovi di lu zuppiddu (il giorno del mercoledì o del giovedì che prende nome dallo “zoppetto”, raffigurato dalla maschera di Sileno che non inquieta, ma diletta):  

“Bimbo, insieme alle mie sorelle e ad altri ragazzi solevamo, per intimità di famiglie bazzicare in casa di una donna Paola Ventura, e lì si facea il diavolo a quattro. Una volta, intontita dalla disarmonia dei nostri strilli, la padrona di casa per racquetarci ci mostrò uno scatolone pieno di maschere, fra le quali ce n’era una con le corna caprine intrecciate a festoni di edera: maschera rossa che parea riderci in faccia con riso allegro e beffardo. Ci spaventammo sul serio, perché ci parve il diavolo, e anzi i più grandicelli si segnarono a furia sperando farlo fuggire. Allora la madre di Donna Paola, donna stravecchia che non si movea dal seggiolone, ci disse di non impaurirci perché quella era la maschera dello zoppo, e ordinò che ci mostrasse una stampella intagliata bizzarramente a fiaschi, a teste di capre, a grappoli di uva, e ad altri emblemi bacchici, dicendo che con quella stampella lo zoppo solea percotere i fanciulli quando strillavano5.” 

“Cammararisi” è termine dialettale; sta a indicare il vincolo del comparatico che si traduceva nello scambio di doni con la comare:

“Se il mercoledì o giovedì del zuppiddu era consacrato al soccorso dell’indigenza, il giovedì delle comari servia a rinvigorire quel sentimento di cordialità che esiste o dovrebbe esistere fra persone legate dal comparatico. Era difatti in quel giorno che le comari andavano in giro a fare e a render visite: era in quel giorno che nelle famiglie popolane solea scannarsi il maiale; e allora un paio di costole, un’ala di fegato, un mezzo rocchio di sancieli (è così che la nostra plebe chiama la dòlcia), erano e son tuttora doni accolti con sincera effusione. La comare che avea tenuto un bimbo a battesimo, era convitata dalla comare, madre del bimbo; e quella era l’occasione perché l’invitata facesse un regaletto al figlioccio: un paio di orecchini, o una festicciola, o un grembiulino, se femmina; un abituccio, se maschio. In questa guisa gli affetti si rinsaldavano; un po’ di malinteso, un dissapore, un’insinuazione maligna venian posti in chiaro, o vi si mettea un po’ di cenere6.”

Nell’intreccio, dunque, di forme parentali si svolgeva un rito che è antica memoria d’un legame di gruppo e partecipazione. Tra gli usi ispirati al messaggio evangelico, proprio il rito del dono nel giorno del martedì grasso dava luogo al vincolo comunitario e rendeva solidali i rapporti contro l’incertezza del domani: 

“Il martedì grasso era la festa del povero, né mai il quod superest venne applicato con più retta intenzione. In ogni famiglia, anche fra le più umili, venia prelevata la parte dell’indigente, e mandata con amorosa premura a quei fra gli storpii, o a quella fra le cieche, o fra gl’inetti al lavoro ch’erano più conosciuti o stavan più vicini di casa; e le parole che accompagnavano il dono eran schiette e cordiali, quali convenivano a gente, che nell’esercizio della carità credeva adempiere ad una mutua retribuzione sociale. Hodie tibi, cras mihi: e difatti chi potea assicurarli, che da lì a poco gli oblatori non potessero trovarsi nello identico caso dei sovvenuti?7.”   

Il giovedì grasso, chiamato di lu lardaloru per l’uso di un minestrone che solitamente si faceva in quel giorno e che aveva il potere taumaturgico di sanare le discordie familiari, veniva festeggiato all’insegna dell’unità e dell’armonia familiare. Il principale ingrediente era costituito di grossi pezzi di lardo cui venivano mescolati erbe ortalizie e legumi, ed esso aveva la “virtù del ferro calamitato”: ricomponeva i conflitti tra generi e nuore, tra figli e figlie che non potevano rifiutare in quel giorno l’invito del capo famiglia:

“E lì seduti al rustico desco, fra un cucchiaio ed un gotto, si aggiustano le divergenze, si transige dall’una parte e dall’altra, e si ripianano le scabrosità troppo aguzze. Ricondotti a tranquillità di giudizio, si fanno e si discutono nuovi progetti; la moglie ritorna con amoroso desio alla casa dalla quale era espulsa (…), e tutti contenti e fiduciosi, come non erano stati da un pezzo8.”    

Era soprattutto il ricongiungimento familiare che caratterizzava il modo quasi religioso con cui veniva avvertita tale ricorrenza. Lo scrittore fornisce un quadro abbastanza chiaro delle attività economiche che allora si svolgevano e fa avvertire, in chiave realistico-sociale, l’aspettativa e il senso del rientro a casa, dove s’integravano affetti e tradizioni. A carnevale si ricomponevano i vincoli familiari, ed era uno spasso ascoltare gli indovinelli (‘nnivinaggi). Ciascuno faceva a gara nel dirli, scegliendo i più piccanti; gli altri, gli ascoltatori, mettevano in moto la mente e si cimentavano a trovarne la soluzione. Il senso erotico, presente in molti di essi, era sicuramente originale: un’arguta e sfiziosa licenza che da un lato metteva in rilievo le pulsioni più represse e dall’altro manteneva il fantasioso intreccio tra parvenza e realtà. Altri usi pagani, per ricordarne alcuni, sono pure individuati nelle beffe rimate chiamate Jabbu, nella negazione di ogni censura rispetto alla morale e al potere, nella contestazione e nel capovolgimento della norma, nei dileggi e negli scherni cui venivano sottoposti i matrimoni fra anziani. Sono in proposito incisive le sequenze di immagini che rappresentano le modalità persecutorie a danno di due vecchi unitisi in matrimonio nel periodo di carnevale. Dal punto di vista della spettacolarità delle sventure, la pena inflitta a Rosa Di Cunta, contadina amante del figlio del barone di Canzeria, si manifesta in una rappresentazione sconcertante e crudele. Il documento d’un cronista locale del Settecento trascritto dal nostro autore è una pagina che coglie i profili quasi fotografici d’una feroce realtà, ripresa e filtrata dallo sguardo illuministico. Trasportata nelle carceri femminili, il boia taglia alla donna i capelli e le rade le sopracciglia. Poi, denudata fino alla cintola e posta su di un’asina zoppa, i persecutori le fanno girare le vie del paese, mentre di tanto in tanto viene frustata. Intanto l’intera comunità partecipa a quella esibizione fischiando, ingiuriando, gettandole addosso immondizie; giunta la sera, le autorità ecclesiastiche, cui il barone aveva denunciato l’illecita tresca amorosa, si ritrovano a cenare in casa sua. Il magistrato, osserva Guastella, oltre a credere infallibile il proprio giudizio, rendeva operativa la sentenza in un apparato scenico definito “criminale”. Sicché il giudice, invece di ammonire, dava luogo ad un divertimento insensato con questa esibizione della malasorte altrui; la gente, potremmo dire, forse esorcizzava la propria. Erano giorni quelli del carnevale in cui il popolo poteva tirar fuori la rabbia sociale covata in corpo per un anno. Interessante, in proposito, la figura dell’ “asino cipollaro”, così chiamato per il vizio di cadere e battere le ginocchia per terra: 

“magro come un Fakiro, pieno di guidaleschi come un cane rognoso, schiacciato sotto il peso dei sacchi, come un epitaffio sotto il bagliore degli elogi pomposi, sentiva, aimè! morirsi la carne d’addosso, si abbandonava a terra, e dettava il testamento in questi versi bizzarri:

Lassu ‘a testa a lu baruni,

ca  cci servi ppi lampiuni;

lassu ‘u pilu a la za’ mònica,

ca si fa ‘na bella tuònica;

lassu l’ugni ‘e’ (ai) Cavalieri,

ca ni fannu tabaccheri,       

e l’auricci a li nutara,

ca ni fannu calamara;

Lassu ‘a mmerda a li scarpari

ca ci servi ppi ‘ncirari;

lu capistru e lu varduni,

ci lu lassu a lu patruni9.”

(Lascio la testa al barone, /che gli serve per lampione; lascio il pelo alla zia monaca, / per farsene una bella tonaca; lascio le unghia ai cavalieri per farsene tabacchiere, / e le orecchie ai notai, / per farsene calamai; / lascio la merda ai calzolai / che serve loro per incerare; / il capestro e il basto , / li lascio al padrone).

Nel particolare clima di provvisoria legittimazione dell’arbitrio e dell’arbitrario, caratterizzato da un rovesciamento di valori codificati, di gerarchie e rapporti di potere10, vengono prese in esame le maschere nel loro duplice significato di “rappresentazione tipica di una data classe di popolo” e di “rappresentazione di un simbolo, di un mito”. La satira carnevalesca è certamente una costante umorosa del libro. L’autore, non intendendo assecondare i meccanismi illeciti del potere, dava in tal modo ampio spazio alle mascherate degli operai che, proprio a satire irriverenti, affidavano i loro sentimenti di avversione sociale. La lettura del Carnevale, mandata avanti da Guastella, va nelle fasi di un teatro dove le scene mutano, ma ognuna si ricompone in una medesima direttrice che è insieme farsa, bisogno di valori patriarcali e ribellismo sociale. Suggestiva è la pagina dove lo scrittore fa rivivere un rito popolaresco e ridanciano: il Re burlone appare agli ultimi sgoccioli della sua vita. Si trova attorniato da vari pulcinella che piangono (si chiamava trivulu – tribolo, afflizione o tribolazione – il pianto sconsolato per la sua imminente morte, analogo alla parodia funebre delle prefiche), nonché da pagliacci che ne decantano le virtù e da medici che, con crudele e ironica insistenza, gli nominano i piatti più gustosi. Egli, non potendo ormai essere l’ingordo di prima, rifiuta quelle offerte ma, appena scorge tra la folla una piacente fanciulla, si rianima e manifesta un desiderio voglioso che l’imminenza della morte non riesce a cancellare. La rappresentazione si fa più farsesca allorquando, parlando della maschera della moglie di Carnevale, l’autore organizza una linea di azione, dove si esprimono il gioco, lo sberleffo, la sghignazzata e la danza (In effetti, era il ballo in piazza a dare forma all’identità della comunità, i cui membri, oltre a sentirsi protetti dagli influssi negativi, liberavano la dimensione corporea repressa durante l’anno).

“Una delle maschere più bizzarre era la moglie di Carnevale, colossale bamboccio, la quale traeva immani ululati, perché sui dolori del parto. A un determinato luogo, per lo più nella piazza, la gigantessa improvvisamente chinavasi, convellendosi a contorcimenti sì strani, da cavare le risa. Ed ecco che dalla gonna voluminosa sbucava a furia una nidiata di pulcinelli, i quali venuti appena alla luce, si avventavano ai fiaschi, e si davano a ballare sonando i tamburelli e le nacchere; ed ecco il coro bacchico, col quale davasi principio a quel ballo:

E  ccu sàuti e cazzicatùmmuli

sdivacàmu li saschi e li bùmmuli:

tummi, tummi, ritummi, catummi,

prestu ‘mmucca li brogni e li trummi:

gammi all’aria, li manu a scianchetti,

cuntradanzi di chiddi priffetti11

E quì l’allegra nidiata rompeva in tali sghignazzamenti selvaggi, e ballava con tali gesti epilettici, con tali atti vertiginosi, con tali smorfie, con tali vivezze, con tali salti mortali da riuscire imperfetto qualunque ufficio della parola. Alcuna volta la mascherata, cinica oltre modo, si torcea a satira personale, meno viva, ma non meno pungente dell’aristofanesca12.”

Un flash incisivo è quello raffigurante il corteo che, in processione, lamenta l’imminente morte di Carnevale con grida strazianti alternate con il canto funebre (gli schiamazzi sono un tentativo di espellerla dal circuito della quotidianità, di allontanarla dalla vita). In proposito, una specifica maschera e un preciso rituale testimoniano il contrasto tra il bene e il male, il conflitto tra il godimento e la privazione. Il riferimento va alla Vecchia di li fusa, “reliquia simbolica delle Parche” alla quale la superstizione attribuiva la potestà di custodire tesori incantati. Essa è mostruosamente maligna: “simboleggia la prossima morte di Carnevale, e i fanciulli che la inseguono esprimono il tentativo di strapparle la rocca, onde allungare i giorni del Semidio moribondo13.” Sono questi alcuni tra i caratteri maggiormente significativi del carnevale della Contea, la cui rappresentazione viene da Guastella concretizzata con registri linguistici variamente espressi e con significati compositi, tra cui è ampiamente presente, come nei Saturnali romani, il motivo di una renovatio mundi, il “rinnovamento del mondo” attraverso il riso e l’utopia. Siamo così nel paradossale rovesciamento dei valori consueti: ora è lo schiavo a servire il padrone, mentre costui diventa il servo in un contesto di partecipazione popolare che ammette ogni licenziosità in funzione della nascita di un nuovo ordine sociale.     

Federico Guastella

 

19 febbraio 2022

 

Note:

1 S. A. Guastella, L’antico Carnevale della Contea di Modica, edizioni della Regione siciliana, 1973.

2 Ivi, p. 44.

3 Il termine deriva dal latino cascare, forma di danza popolare con andamento simile al salterello.

4 Ivi, p. 48. 

5 L’antico carnevale della Contea di Modica, op. cit., p. 47.

6 Ivi, p. 49.

7 Ivi, p. 53.

8 Ivi, p. 51. 

9 Ivi, pp. 85-86.

10 M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.

11 Annotazione di S. A. Guastella: Poesia di Giuseppe Cutello, pittore di stanze, quasi analfabeta, ma spontaneo e vividissimo ingegno. Cazzicatummuli capitomboli, bùmmuli fiaschi con bocca strettissima, ‘mmucca in bocca, scianchetti fianchi. 

12 L’antico Carnevale della Contea di Modica, op. cit., pp. 86-87.

13 Ivi, pp. 80-81

 

Bibliografia:

Federico Guastella, Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere, Bonanno, Acireale, 2017.

L’Autore

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

 

Il sussurro del mondo, di Richard Powers – recensione di Cosimo Alberto Russo

Sono rimasto molto coinvolto dalla lettura del romanzo “Il sussurro del mondo” di Richard Powers (titolo originale  “Overstory”, edizione italiana  La Nave di Teseo, 2019) e mi fa piacere condividere le mie impressioni.

Il romanzo  ha vinto il premio Pulitzer nel  duemila e diciannove. Si tratta di un’opera poderosa di stampo chiaramente ambientalista. 

L’autore divide il racconto in 4 parti concentrandosi sugli alberi, la loro struttura, il loro comportamento, la loro diffusione e importanza nell’ecosistema del pianeta. Le quattro suddivisioni assumono i nomi caratteristici della conformazione di un albero; in particolare, la prima viene chiamata radici, la seconda tronco, la terza chioma e la quarta semi.

Si può dire che ogni parte strutturale del libro abbia una sua  connotazione specifica. “Radici” ci presenta l’infanzia dei vari personaggi che saranno i protagonisti della trama del romanzo; conosciamo così l’inizio del rapporto di ciascuno di loro con gli alberi, in particolare con una o più specie di essi. Ogni storia si presenta come un grande affresco poetico che tocca nel profondo l’animo del lettore. Ad esempio quella di Patty-la-pianta: “Patty Westerford si innamora del suo cerbiatto. Il suo è fatto di ramoscelli, per quanto sia altrettanto vivo…Tutte le sue creature di ramoscelli sanno parlare, benché la maggior parte, come Patty, non ne senta il bisogno. Anche lei non ha aperto bocca fino all’età di tre anni…i genitori spaventati hanno cominciato a pensare che la figlia fosse una ritardata mentale.” E ancora: “Il fatto che il suo viso fosse inclinato e orsino non ha giovato. I bambini del vicinato scappavano via da lei…le persone fatte di ghiande sono più clementi”…”Suo padre è l’unico che capisce il suo mondo silvestre…”. Patty seguirà il padre nelle sue visite alle fattorie in qualità di consulente agrario e sarà così che “Patty-la-pianta” si interesserà alla botanica: “Sono una grandissima invenzione gli alberi. Talmente grande che l’evoluzione continua a idearla, ripetutamente”…”Ciechi davanti alle piante. E’ la maledizione di Adamo. Vediamo soltanto le cose che ci somigliano”; guidata da questa educazione così piena di amore e rispetto per il mondo “verde”, Patrizia  si laureerà  in botanica.

Ben nove altri indimenticabili personaggi prenderanno vita nelle descrizioni delle loro famiglie e dell’ambiente sociale e naturale in cui sono immerse, sempre con contenuti molto intensi e coinvolgenti. 

Per il lettore si rivela, a mio parere, un approccio stupefacente e travolgente, che, da solo, rende questo libro un’opera all’altezza dei grandi classici. Inoltre, in esso si trovano diversi riferimenti alla letteratura ed al pensiero ambientalista che denotano ulteriormente il pensiero dell’autore.

Tronco” affronta la giovinezza di ognuno di questi personaggi: gli studi, le strade intraprese, le difficoltà ed i successi. Seguendo sempre Patty-la pianta la scopriamo dottorata in botanica che, in contrapposizione alla visione scientifica standardizzata, scopre un aspetto incredibile della vita delle piante: queste comunicano fra loro ed interagiscono in seguito a tali comunicazioni. Scoperta troppo rivoluzionaria che, dopo la grande risonanza iniziale, la porterà alla disgrazia accademica.

Situazioni simili accadranno agli altri protagonisti, con crisi personali, lavorative o economiche che li spingeranno ad occuparsi della tutela delle foreste degli Stati Uniti.

In particolare li ritroveremo, almeno parte di loro, attivisti dei movimenti che lottano contro l’abbattimento delle sequoie nell’Ovest americano.

Forse la trama in questa sezione si dipana a volte in maniera un po’ prolissa, ma nell’insieme necessaria per presentarci uno dei messaggi chiave del romanzo: “Una foresta merita protezione a prescindere dal suo valore per gli esseri umani”.

Chioma” e “Semi” trattano, come prevedibile, la maturità e la fine delle vite dei nostri personaggi; i toni sono sia lirici che drammatici, come lo sono le esistenze degli esseri umani.

Fino al termine l’autore mantiene alto il messaggio che vuole trasmettere: “Politicamente, praticamente, emotivamente, intellettualmente: gli esseri umani sono tutto ciò che conta, la parola finale. Non si può arrestare la brama umana. Non si può nemmeno rallentarla. Soltanto mantenerla costante costa più di quanto la specie possa permettersi”. 

Cosimo Alberto Russo

Roma, 15 febbraio 2022

 

Richard Powers

Richard Powers è autore di dodici romanzi, ha ricevuto numerosi premi tra cui il premio Pulitzer (per il romanzo Il sussurro del mondo), il MacArthur Fellowship, il National Book Award, il Premio Gregor von Rezzori; vive ai piedi delle Great Smoky Mountains.
Per La nave di Teseo è in corso la nuova edizione delle sue opere, compreso il romanzo Canone del desiderio, per la prima volta pubblicato in Italia.

Figli di un dio meccanico

di Claudio Messori*

Viviamo in una società tecno-centrica, dove la scienza e la tecnica, in virtù dell’efficacia dei loro mezzi, possono trasformare ciò che si pensava naturalmente (o divinamente) predeterminato¹. Dove Tecno-centrismo fa rima con Teo-centrismo. 

Ma la centralità della tecnologia², ovvero del saper fare inteso come ideazione, produzione e applicazione intenzionale di tecniche (procedure) manuali e/o strumentali finalizzate al soddisfacimento di scopi antropici, è un fatto relativamente recente nella storia delle comunità umane³. 

Inizia a delinearsi con l’avvento della prima grande rivoluzione tecnologica, quella che segna il passaggio dalle culture totemiche tardo paleolitiche alle culture megalitiche del Neolitico (tra i 30 e i 20 mila anni fa), quando viene adottata una rappresentazione interna della realtà esterna che contempla la possibilità e la necessità di ideare, realizzare e ricorrere all’uso di nuove tecniche e di nuove tecnologie nella domesticazione cerealicola (agrotecnia), nell’allevamento di bestiame (zootecnia), nella filatura, tessitura, nella costruzione di abitati, nella regimentazione delle acque fluviali e nella lavorazione della ceramica.  

Diventa Storia con l’addomesticamento del fuoco per la lavorazione dei metalli (Età dei Metalli, VIII-I millennio a.C.); con l’istituzione del conflitto armato (guerra); con la nascita delle prime Città-Stato sumere (IV millennio a.C.) e con l’invenzione della scrittura (Mesopotamia, Uruk, circa 3300 a.C.); con l’elaborazione di una moltitudine di divinità e di forme complesse di organizzazione sociale di tipo piramidale che ad un Sovrano (di origine divina) affiancano l’istituzione di tre caste, i Nobili, i Sacerdoti, i Guerrieri (l’Induismo non contempla un sovrano e i nobili sono raggruppati in tre caste, in ordine decrescente, brāhmaṇa-kṣatriya-vaiśya, che dominano sulla casta più bassa, i śūdra).

Decisivi per la storia delle civiltà che si affacciano sul bacino euro-mediterraneo, saranno, tra i tanti, quattro eventi, qui elencati in ordine cronologico decrescente (dal più antico al più recente): 

  • l’apparizione (seconda metà del II millennio a.C., epoca in cui i popoli semitici del Sinai inventano la scrittura alfabetica), del dio abramitico Yahweh, Colui che È, figura divina sinaitica elaborata dalla casta sacerdotale semitica, che tra il VII e VI sec. a.C., in un’epoca retta dal politeismo, verrà adottata come unico dio venerato in un unico tempio dal Regno di Giuda, con capitale Gerusalemme; 
  • la nascita della Polis greca (VIII sec. a.C.), e del Senato romano (VIII sec. a.C.), che mettono al centro della vita politica e sociale dello Stato e della Repubblica l’uso della Dialettica, la serrata applicazione pratica della logica, e la Retorica, l’abilità nell’uso della parola (logos) come chiave di ogni autorità secolare; 
  • la centralità post-socratica (dal III sec. a.C. in poi) assegnata all’uso della Ragione delle idee (della matematica e della geometria) e di una metafisica che viene sgravata dal fardello del Lògos (in Platone il Cielo iperuranico delle Idee e in Aristotele il Motore Immobile, metafora della anti-storicità della metafisica) per essere trasformata in metafisica applicata per scopi pratici;
  • l’affermazione imperiale del culto giudaico-cristiano (V sec. d.C.), basato sull’assunto che Gesù di Nazareth (predicatore e profeta ebreo itinerante, caduto in disgrazia e crocifisso per mano romana) fosse il Messia, Il Cristo (dal greco Christòs, l’Unto), il Figlio del Re dei re, il Figlio del, ed esso stesso il, Dio abramitico Yahweh (questo è quello che presero a predicare i suoi apostoli, tra i quali Saulo di Tarso, latinizzato in Paolo, ovvero San Paolo, cittadino romano di origini greche e famiglia ebraica che prima di morire – 64 o 67 d.C. – riuscì ad estendere il nuovo culto, allora praticato solo da un ristretto numero di comunità giudeo-cristiane, fuori dai confini della Palestina, verso l’attuale Giordania, la Turchia e la Grecia).

Fatto unico nella storia delle credenze e dei culti religiosi, Yahweh non si limita ad assumere sembianze umane, come fanno molte altre divinità, ma si fa letteralmente umano e mortale in Cristo, perché solo così l’umanità può dirsi tale, solo accogliendo Dio (immortale) in sé attraverso Cristo (mortale), l’essere umano può dirsi umano (di qui la giustificazione teologica a tutte le atrocità compiute nei secoli successivi nei confronti dei miscredenti).

L’aver reso mortale l’immortale e immortale il mortale (la consustanzialità della pericoresi cristologica, base del dogma della Trinità), è una operazione di metafisica applicata per scopi pratici sbalorditiva, il miracolo ispiratore, il nucleo fondativo di un nuovo paradigma di civiltà che, seguendo due strade parallele, quella ufficiale di Santa Romana Chiesa e quella sotterranea dell’essoterismo alchemico, traghetta l’Impero Romano d’Occidente verso il proprio declino, per dare i natali (basso Medioevo) ad un nuovo soggetto sociale e politico, destinato a diventare dominante, la borghesia, nel cui grembo prenderà forma (XVIII secolo) l’Homme nouveau, un Uomo nuovo, che in virtù dell’efficacia della scienza e della tecnica fonde e confonde ciò che è divino con ciò che è umano. 

Autoproclamatasi erede legittima dell’Illuminismo greco ante litteram (sofisti, atomisti, scettici, stoici), tra il XVII e XVIII sec. la borghesia franco-inglese dà vita a un movimento di pensiero e d’azione, l’Illuminismo, che si fa portatore di un modello culturale fondato sulla fede incondizionata ed esclusiva (non avrai altro modello di conoscenza all’infuori del nostro) nella ragione empirica e nella conoscenza scientifica ritagliata sul modello scientifico sperimentale galileiano-newtoniano. L’Universo, per gli illuministi, è un sistema meccanico di oggetti solidi (res extensa) che riempiono porzioni di uno spazio altrimenti vuoto, posti in relazione reciproca secondo leggi di moto che, almeno in linea di principio, sono calcolabili. 

E così l’Illuminismo, l’Età dei Lumi, confisca al clero il mandato divino di cui si era fatto depositario il monoteismo giudaico-cristiano (che a sua volta lo aveva importato dal monoteismo giudaico) e lo consegna nelle mani dei prescelti da un nuovo Dio, un Deus otiosus, un Dio logico come il suo predecessore, quello che in virtù di un dogma della fede si è fatto-Uomo-in-Cristo. Un Dio meccanico, un Grande Orologiaio accuratamente decontaminato da qualsiasi traccia di trascendenza. Un Essere Supremo, il Deus Absconditus degli esoterici, il Grande Architetto che grazie alla sublime arte della matematica e della geometria ha creato tutto ciò che popola lo spazio compreso tra la Terra e il Cielo, senza lasciare nulla al caso. 

Il Tutto, sostengono gli illuministi, è stato calcolato secondo un disegno matematico di causa-effetto, per essere consegnato nelle mani dell’Homme nouveau, un Uomo nuovo eletto dal Dio meccanico, ovvero nelle mani dei maschi-bianchi-istruiti-benestanti dediti allo studio, all’addomesticamento e alla manipolazione empiristica e utilitaristica della res extensa: gli unici esseri del creato in cui questo Dio abbia compiutamente infuso la res cogitans.

Un Uomo-nuovo che capitalizzerà il sapere il saper fare e le innovazioni tecnologiche sviluppate nel corso della seconda metà del XVIII secolo (Inghilterra, Rivoluzione Industriale 1.0), per introdurre e promuovere la meccanizzazione del ciclo produttivo (fabbrica) e, con essa, il processo di integrazione uomo-macchina (tutt’ora in corso). 

E proprio l’ottimismo nei confronti della scienza, la fiducia nel progresso scientifico guidato dal dubbio metodico, fulcro del procedimento analitico e deduttivo cartesiano, attraverso il quale possono essere generate proposizioni indubitabili, assolute, contribuirà a determinare un ribaltamento concettuale assai significativo: la categoria della naturalità, la supposta esistenza di un ordine naturale eterno e immutabile, viene incalzata da quella dell’artificialità, della modificabilità. La natura, compresa la natura umana, viene pensata come scientificamente perfettibile, liberandola dalla ferrea legge di necessità. Ciò che è scientificamente modificato e artificialmente costruito diventa desiderabile. 

E sarà così che nel corso del XIX sec. verrà data alla luce la prima religione laica e scientifica della Storia, il Positivismo, l’elaborazione ideologica di una borghesia industriale liberista solidamente affermata, che fa della scienza una metafisica di certezze assolute, tanto che negli ultimi anni della sua vita Auguste Comte (1798-1857), ideologo del positivismo, scrive il Catechismo positivista e fonda la Chiesa Positivista, dove vengono trasposti gli elementi dottrinali, etici e liturgici della tradizione cattolica. Una religione secolare, che consegna alla storia moderna una corrente di pensiero ampiamente condivisa in tutto l’Occidente, l’Eugenetica, dove si radicalizzano le istanze più ambivalenti (pseudo-scientifiche) e reazionarie (filo-colonialiste) dell’Illuminismo e del Positivismo, dando corso ad una serie di crimini contro la persona e contro l’umanità, che sfoceranno nelle eliminazioni di massa condotte, in particolare ma non solo, dal nazifascismo e dallo stalinismo (due regimi totalitari accomunati dalle stesse radici positiviste e dalla stessa passione, oltre che per il pensiero eugenetico, per l’occultismo e per la teosofia, a cui si ispira l’ambiente prometeico del nazionalsocialismo e del comunismo, a cui si ispiravano i Costruttori di Dio (Bogostroitel’stvo) e i cosmisti russi dei primi del ‘900, a cui si ispirano i transumanisti contemporanei).

Si impone, così, il mito di una Scienza super partes che contende a Dio il suo primato di Giudice imparziale, e così facendo sfila (definitivamente?) il destino dei popoli dalle mani dei sacerdoti in abito talare per consegnarla in quelle dei sacerdoti in camice bianco, scienziati, ricercatori, esperti STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), che stabiliscono razionalmente leggi assolute, obiettive e valide sopra ogni ragionevole dubbio. 

Ed ecco che in poco più di 250 anni, quattro Rivoluzioni Industriali e due guerre mondiali più altre guerre minori, tutte foriere di soluzioni tecnologiche innovative, l’assolutismo scientifico prende il sopravvento sull’assolutismo teologico. 

Il Dio fattosi Uomo è morto, viva il Dio fattosi Macchina (intelligente?).

 

Claudio Messori

16 giugno 2021

 

Note:

Claudio Messori – Ricercatore indipendente, indirizzo: Terenzo 43040, Italia – Cell.: +393282876077 ; E-mail: messori.claudio@gmail.com 

https://europa.eu/europass/eportfolio/api/eprofile/shared-profile/165fe171-d807-4441-9b59-2206b1ee9044?view=html 

1 Messori, C. (2018) Dall’Uomo-Macchina Illuminista alla Robotizzazione della Società, Il Minotauro, 1(1), Persiani Editore, Bologna, Italy 

https://issuu.com/persianieditore0/docs/n1_2018

2 “Il termine tecnologia è una parola composta che deriva dalla parola greca τεχνολογία (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso (o ragionamento) sull’arte”, dove con arte si intendeva sino al secolo XVIII il saper fare, quello che oggi indichiamo con la tecnica.” [In: Daniele Dallorto https://www.danieledallorto.it/2013/03/25/etimologia-di-tecnologia/ ]

3 Messori, C. (2019) Paleoanthropology of Consciousness, Culture and Oral Language, Open Access Library, 6, p. 1-50

https://www.oalib.com/articles/5304031#.XtPRzLNuI2w

 

Fonte dell’immagine: www.wsimag.com

 

RAGUSA, 1743 – Come si scampò dalla peste, di Giuseppe Tumino

Il 29 marzo del 1743 la peste si presenta ancora una volta, l’ultima, proprio a Messina dove era apparsa per la prima volta in Europa nel 1347.

Era la terza volta in poco più di un secolo, dopo la peste del 1626 e il catastrofico terremoto del 1693, che un flagello si abbatteva sulla Sicilia.

In meno di tre mesi ci furono più di 40.000 morti e da parte del Viceré di Sicilia furono presi dei provvedimenti per isolare Messina e impedire la diffusione del contagio.

I Giurati di Ragusa misero sotto controllo militare tutte le vie di accesso alla città.

 Ma un frate del Terz’Ordine francescano, di origini ragusane, fuggito da Messina, riuscì ad introdursi a Ragusa dalla porta di Modica a guardia della quale c’era proprio suo fratello, tale Vincenzo Floridia.

Diffusasi la notizia, il convento che lo ospitava e la sua casa furono  barricati e posti sotto stretta sorveglianza, e i due fratelli furono rinchiusi nella Chiesa di S. Maria del Calvario.

Comparsi negli abitanti i primi sintomi, come i caratteristici bubboni, cosa che spesso veniva celata, furono prese delle iniziative per scongiurare il contagio.

 Di questo ci riferisce un anonimo autore di un manoscritto conservato nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Ragusa.

E’ sorprendente il fatto che si presero precauzioni più di ordine religioso che di ordine sanitario, mostrando così le contraddizioni della cultura di un’epoca che si apriva alla luce della ragione, ma perpetuava l’oscurità della superstizione. E purtroppo accade sempre così, anche al giorno d’oggi.

Infatti, ritenendo che i mali sopraggiungessero a causa dei peccati, si fece ricorso a rigorose penitenze e alla protezione dei Santi Giovanni e Giorgio

Dal 29 giugno al 4 agosto l’unione fra le due Parochie dispari e contrarie ab immemorabili tempore, l’una di S. Giorgio e l’altra di S. Giovanni, organizzò messe e processioni giornaliere a cui presero parte tutto il clero congiunto, tutte le confraternite e le comunità religiose.

I flagellanti camminavano a piedi scalzi, con catene ai piedi, corde al collo e corone di spine, battendosi a sangue o portando sulle spalle una pesante croce. Le statue di tutti i santi della città e i reliquiari, come non era mai accaduto, furono esposti insieme, accompagnati da canti di litanie e trombe e tamburi a lutto.

Inoltre ci viene riferita la curiosa notizia che, per riparare il male, furono rinchiuse tutte le meretrici tanto cittadini, quanto forestieri, che arrivarono al numero di cinquanta circa.

Fu così che l’epidemia fu scongiurata e la nostra città fu miracolosamente preservata dal morbo pestilenziale per l’armonia che mai per il passato si era veduta tra gli animi dell’una e dell’altra Chiesa, anche se  l’anonimo cronista si appresta subito a precisare che da questo non discendeva l’obbligo per la Chiesa di S. Giovanni di subordinarsi in futuro alla Chiesa di S. Giorgio.

Sui danni, invece, che Messina subì, esiste un resoconto che il Generale Priman, governatore di Messina, fece in una lettera inviata a S. E. in Palermo il 29 giugno 1743.

Giuseppe  Tumino

Ragusa, 26 febbraio 2020

I vaccini: indietro tutta? di Silvia Giannella

Sul controverso tema delle vaccinazioni obbligatorie, abbiamo il piacere di pubblicare un approfondimento della prof.ssa Silvia Giannella.   (p.p.)

Leggo sul giornale  di oggi: Epidemia di morbillo in Madagascar: in sei mesi già più di 1200 morti; solo il 58% della popolazione è stato vaccinato (La Repubblica, 15 aprile 2019). Quando mi trovo di fronte a notizie di questo tipo, ormai sempre più frequenti, vengo assalita da una sensazione inquietante, un misto di stupore, disorientamento, angoscia. Ma forse la sensazione più sgradevole è il senso di impotenza di fronte al muro di quella che definirei “ignoranza scaramantica” da cui è stata contagiata una notevole massa di persone in tutto il mondo, paesi sviluppati e sottosviluppati.

Sono una donna anziana, laureata in biologia;  ho frequentato vari laboratori, in particolare di virologia dove ho preparato la mia tesi di laurea sperimentale e poi per quasi tutta la mia vita ho insegnato nei licei. L’insegnamento è stata una scelta felice che mi ha messo in contatto con molte persone con le quali ho stabilito rapporti di scambio e di confronto intenso, spesso problematico, ma sempre produttivo in termini di crescita e di apertura verso il pensiero degli altri. 

Spesso nell’insegnamento di  un nuovo argomento scientifico ci si trova di fronte alle cosiddette misconoscenze, cioè non è vero che gli alunni non sanno niente di quell’argomento ma ne sanno qualcosa che hanno assimilato passivamente dall’ambiente in cui sono cresciuti, dai genitori, dagli amici, insomma dalle persone con cui sono entrati in contatto nel corso della loro vita (per esempio: l’omeopatia fa sempre bene, la chimica ci avvelena,il glutine fa male a tutti). Naturalmente molto spesso queste conoscenze sono le più difficili da estirpare perché sono come degli assiomi che si sono consolidati loro malgrado. Il lavoro dell’insegnante consiste proprio nel portare testimonianze scientifiche, proponendo le letture giuste e insegnando agli studenti come si consultano le informazioni su internet (chi ha firmato quell’articolo, come si riconosce e si valuta una fonte scientifica garantita da una qualunque persona che esprime un suo pensiero senza fondamenti).

 E’ chiaro che il rapporto insegnante-alunno è molto particolare: si tratta di un adulto, l’insegnante, in cui si ripone fiducia e di adolescenti il cui ruolo è quello di apprendere, costruendo le proprie conoscenze, affidandosi alla competenza e ai consigli dell’insegnante. Se questo rapporto funziona è possibile stabilire una relazione di scambio in cui oltre ad apprendere, l’adolescente esprime anche i propri dubbi, le proprie incomprensioni, le proprie contestazioni.

Ma qual è la situazione al di fuori della scuola?

Negli ultimi anni in Italia si è verificata una specie di epidemia -è proprio il caso di usare questo termine!- per cui molti , troppi, genitori si sono convinti che i vaccini facciano male e quindi hanno deciso di non far vaccinare i figli.

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

  1. Minore è il numero di persone sottoposte a vaccinazione maggiore è il numero di virus circolanti
  2. I bambini appena nati non possono essere vaccinati e quindi è più probabile che entrino in contatto con la malattia virale che in questa fascia d’età può essere letale
  3. I bambini che non possono essere sottoposti a vaccinazione( bambini affetti da tumore o da malattie congenite che non consentono la vaccinazione) sono più esposti a contrarre le malattie virali che, anche in questi casi possono risultare letali

Nel secondo e terzo caso si dice che viene a mancare l’immunità di gregge. L’immunità di gregge si verifica quando si raggiunge un livello di copertura vaccinale per cui gli individui non vaccinati non contraggono la malattia perché circondati da un’alta percentuale (95%) di individui vaccinati.

Ma vediamo di dare una risposta ad ognuna delle tesi dei novax:

1° tesi: i vaccini causano l’autismo

Risposta: non è vero: la percentuale di bambini autistici è la stessa nei bambini vaccinati e non

2° tesi: i vaccini sono contaminati  e contengono metalli pesanti

Risposta: esami rigorosi ripetuti più volte hanno dimostrato che i vaccini sono puri e non contengono metalli pesanti

3° tesi: i vaccini vengono somministrati troppo presto, a bambini troppo piccoli

Risposta: sono proprio i bambini piccoli che corrono i maggiori pericoli se contraggono alcune  malattie. Comunque è il servizio sanitario nazionale che fornisce precise indicazioni su quando effettuare le varie vaccinazioni.

4° tesi: i vaccini sono troppi

Risposta:il sistema immunitario è costruito in modo da rispondere prontamente a più stimoli contemporanei senza subire danni

5° tesi: i vaccini danno gravi effetti collaterali

Risposta: gli effetti collaterali gravi sono rarissimi, un caso su molti milioni

 

Cosa sono e come agiscono i vaccini

Un vaccino viene preparato usando il virus o il batterio che causano una determinata malattia ma rendendoli innocui o uccidendoli; cioè il microrganismo non è in grado di provocare la malattia ma rimane capace di farsi riconoscere dal sistema immunitario e di stimolarlo a produrre le cosiddette cellule della memoria le quali saranno in grado di riconoscere il microrganismo per tutta la vita dell’individuo e di impedire che l’agente patogeno provochi la malattia. Attualmente alcuni vaccini vengono prodotti utilizzando le tecniche del DNA ricombinante le quali permettono di sintetizzare in laboratorio le proteine (antigeni) che caratterizzano il microrganismo e che risultano capaci di indurre il sistema immunitario a produrre anticorpi e cellule della memoria per difendersi dalla malattia. In questo modo è stato recentemente prodotto il vaccino contro l’epatite B, una delle più pericolose malattie del fegato.

Uno degli aspetti più interessanti  e tra i più temuti dalle persone che non hanno mai studiato il funzionamento del sistema immunitario, è la preoccupazione che la somministrazione contemporanea di più vaccini possa sottoporre il sistema immunitario a uno sforzo eccessivo che potrebbe provocare conseguenze pericolose nei bambini.

Si tratta di un vero e proprio pregiudizio in quanto il sistema immunitario ha un’enorme versatilità: è in grado di difenderci da mille attacchi contemporaneamente senza per questo “affaticarsi”. Esso però impiega circa 20 giorni per produrre le difese contro le malattie; anche quando entriamo in contatto con il microrganismo patogeno il sistema immunitario impiega lo stesso tempo ma intanto il microrganismo  attacca il nostro corpo determinando la malattia che, com’è noto, può risultate più o meno grave.

Sappiamo bene che i bambini appena nati e per i primi due o tre mesi dopo la nascita in genere non si ammalano perché sono protetti dagli anticorpi della madre; ma dopo i tre mesi cominciano ad ammalarsi perché entrano in contatto con tanti microrganismi. Il loro sistema immunitario lavora  per difenderli  garantendo così un futuro di adulti sani.

Silvia Giannella

25 aprile 2019

Tolleranza e Compassione, di Leopoldo Sentinelli

Nel corso della storia del genere umano su questo pianeta, c’è un elemento che è rimasto indenne ed intatto, che ha mantenuto la propria peculiarità, che non ha perso la sua essenza pur con le modifiche esteriori che hanno marcato il trascorrere del tempo, dell’era e del camminare dell’uomo.

Questo elemento è la volontà di sopraffare che si manifesta cruentemente e terrificantemente nelle guerre.

La parola “guerra” è sistematicamente accompagnata da altri sostantivi che tendono a qualificarla, a giustificarla, a spiegarla, a presentarla, e cioè “guerra di conquista”, “guerra di religione”, “guerra di sopravvivenza”,                    “guerra preventiva” ma poi sempre guerra è.

La guerra, qualunque essa sia, nasce da un elemento comune e ripetitivo, nasce dall’intolleranza, nasce dalla mancata accettazione di ciò che si ritiene diverso da noi.

La sensazione del diverso da noi si origina in un atteggiamento profondo che ci fa ricercare la differenza con l’altro; cercare la differenza ci spinge a confermare di essere migliore, o più giusto, o più forte, o più valente. Questo cercare la propria valenza rispetto agli altri ha dietro la spinta del timore di essere inferiore, di valere di meno, anche fosse solo per il motivo che l’altro esiste, vedendolo come una probabile minaccia.

Le guerre continuano ad esistere e non vedo una ricerca che tenga a risolvere il problema alle radici, cioè che estirpi dall’animo del singolo le origini psicotiche di questa metodologia di rapporto con il diverso da sé lasciando poi spazio ad altri, migliori, incruenti metodiche di risoluzione delle problematiche, in una via diretta verso una posizione interiore di maggiore comprensione ed accoglienza.

Occorre sottolineare che nell’ultimo secolo si sta facendo strada un diverso approccio al rapporto con l’altro e, passando dal macrocosmo dei rapporti tra Stati al microcosmo dei rapporti tra esseri umani, si nota con piacere che sempre più si parla di tolleranza.

Non siamo alla vetta ma certamente stiamo abbandonando il campo base.

Perché non basta tollerare!

Perché è il concetto stesso, la sua significanza etimologica, che lo pone in una fase intermedia: dal latino “tollere” e cioè “portare” è divenuto in italiano “sopportare”, tanto che tra i sinonimi dell’aggettivo “tollerante” oltre ad ” indulgente, aperto, condiscendente “, c’è anche “sofferente”.

Sofferenza dunque per lo sforzo che si sta compiendo e dolore del non poter essere liberamente, completamente, spontaneamente sé stessi, indipendentemente se il nostro sé ha un contenuto di idee, convinzioni, atteggiamenti eticamente, moralmente e spiritualmente giusti.

Se in termini sociologici la Tolleranza si basa sulla convinzione che la Intolleranza è la tendenza ad eliminare tutte le differenze che sono creatrici di violenza e sopraffazione, in senso filosofico poggia sull’accettazione di ciò che è diverso poiché facente parte di un tutto armonico pur se differenziato, in riferimento alle infinite possibilità dell’essere umano, tutte da considerare, accettare e rispettare.

Anche in campo politico vi è sempre stata ambivalenza tra tolleranza ed intolleranza ma è soprattutto dall’Illuminismo, con i vari Voltaire e Lessing, che avviene una radicale sterzata a favore della tolleranza sempre però come sopportazione del diverso. 

In campo religioso la tolleranza non era un concetto stabile ma variava a seconda dell’interlocutore; Tommaso D’Aquino diceva: “non possiamo tollerare coloro che sono cristiani e non vogliono più esserlo, perché questi hanno fatto una promessa”. E ciò comportò nei secoli a seguire stermini enormi (Catari, Albigesi, ecc. ). Di contro sempre Tommaso D’acquino accettava di tollerare ” le persone che non sono cristiani, che non possiamo pensare di convertire al cristianesimo, cioè musulmani, pagani o ebrei “.

Purtroppo è proprio nel campo religioso che almeno la tolleranza, se non qualcosa di più, dovrebbe essere una condizione sine qua non per la convivenza in un qualsiasi Stato che ormai oggi non è più omogeneo nei suoi componenti, cioè nei suoi cittadini.

Ecco quindi che i legami religiosi si incrociano con quelli sociali a formare un nuovo tessuto in cui trama e ordito siano, possano essere, tra loro armonizzati.

Sappiamo che se da una parte, lo Stato non può non essere tollerante poiché accetta ed accoglie stranieri che oggi giungono dai territori più lontani da noi, sia in senso geografico che interiore per usi, costumi e religioni, poi nei fatti ne ha paura, poiché si rende conto che accettare significa mettere in discussione sé stesso e le proprie regole.

Ad esempio in Italia è obbligatorio il casco per chi usa una moto ed in Italia vivono uomini di religione sikh, italiani e stranieri, che seguendo le proprie regole religiose si fanno crescere i capelli e li raccolgono entro ampi turbanti; come può un sikh indossare un casco? Basta forse metterlo in cima ad un turbante per soddisfare la legge? Oppure la legge deve essere cambiata per adattarla ai sikh?

Stiamo quindi vedendo che anche la tolleranza è un atteggiamento discutibile, una soluzione non finale, un’arma a doppio taglio a seconda di chi sia il tollerante e chi il tollerato.

Anche limitandosi a guardare indietro nel secolo da poco terminato, si trovano indicazioni importanti di menti e cuori elevati, da Steiner a Gandhi, da M. Luther King a Madre Teresa di Calcutta; da loro abbiamo ricevuto importanti eredità da realizzare sul piano sociale e materiale, da effettuarsi attraverso la facoltà di esprimere fino in fondo sé stessi, manifestando concretamente le proprie capacità senza ledere la libertà degli altri. 

I sentimenti, modulati dal chakra del cuore, devono insieme al pensiero ed alla volontà determinare l’azione seguente e congruente.

Occorre quindi “capire” per poter realizzare atti positivi per sé e gli altri, nel pieno rispetto fisico e spirituale del contesto cosmico con il quale l’essere umano è in imprescindibile relazione. Solo attraverso questa fusione tra sentimento e pensiero si può attuare la giusta tolleranza che diventa così atteggiamento naturale e spontaneo verso il diverso-da-sé che sta percorrendo un altro cammino.

In Oriente questo atteggiamento e questa fusione prendono il nome di Compassione, che ha una valenza diversa da quella descritta dal cattolicesimo come “aiutare il prossimo” inteso come l’altro che ho di fronte e separato da me; questo concetto non esiste nel buddhismo.

Nel buddhismo si considera che ogni essere umano nasca da un processo sovrumano, con una connotazione che sfugge alle menti più sottili, non è un mero processo biochimico.

Bene, questo punto di partenza, questa prima valutazione dell’essere umano ne sancisce la sua preziosità, senza misura materiale, poiché si riferisce a qualcosa che materiale non è.

La ragione della nostra vita materiale è al disopra della nostra coscienza.

La Verità Ultima è un fatto sovrumano, indescrivibile, inafferrabile, ineffabile, perché non possiamo coglierla con la nostra mente.

Ne dobbiamo però cogliere almeno il suo riflesso, cioè la sua validità in termini macrocosmici poiché solo l’involucro, il corpo, è un microcosmo.

Passaggio ulteriore è capire che se l’essenza di ogni essere umano è la stessa pur in un contenitore diverso, non può esistere un lui diverso da me.

Se prepariamo un infuso di thè e lo versiamo in dieci tazze diverse tra loro per materiale, forma e colore non potremo dire di bere dieci diversi thè, ma se ci soffermiamo alla semplice vista diremo che sono dieci diverse bevande.

Stiamo arrivando a poter dire che tra due individui la diversità è solo il contenitore, mentre la soggettività in senso elevato è una.

Che poi le dieci tazze non possono essere impilate tutte insieme per la diversità delle forme ma andranno riposte in modi differenti, ci porta a dire che vanno rispettate le diversità tra gli individui sia per le loro peculiarità sia per la soggettività unica che li unisce. Noi possiamo anche ora capire e seguire il filo che ci eleva al disopra delle dispute, ma domani? Tra un mese? Tra dieci anni?

Quando riusciremo ad operare il cambiamento interiore, necessario a percepire l’altro, il diverso da sé come invece un altro me stesso?

Il cambiamento si ottiene tramite un profondo desiderio di miglioramento e con una altrettanto profonda sincerità. È un processo interiore di cui pochi sono capaci; coloro che sono integri, coloro che non sono dipendenti, emotivamente ed affettivamente da altri, coloro che non si sentono minacciati da realtà che sembrano esterne a loro stessi.

Questo processo di cambiamento può partire solo dall’individuo; se tutti accettassero la diversità come insegnamento potenziale, come occasione di crescita, come presupposto di ampliamento interiore, ogni diversità eventualmente percepita verrebbe vissuta con gioia, accolta con entusiasmo.

Se fossimo su questa via ci staremmo incamminando verso l’Amore, lasciandoci alle spalle l’odio; un’enorme passo avanti nella eterna lotta tra il bene e il male che quotidianamente si svolge nell’animo di ciascuno.

Il cammino è lungo ed impervio ma abbiamo le indicazioni delle varie tappe intermedie.

Sappiamo che è necessario dissolvere le tre Radici, la rabbia, l’attaccamento e l’ignoranza, che ci condizionano in ogni atto e pensiero, che ci fanno ritenere che la felicità e la liberazione dalla sofferenza possano essere comprate.

“In fin dei conti” insegna il Dalai Lama “gli esseri umani sono tutti eguali, fatti di carne, ossa e sangue. Tutti desideriamo la felicità e vogliamo evitare la sofferenza. Inoltre abbiamo tutti diritto ad essere felici. In altre parole è essenziale riconoscere l’uguaglianza degli esseri umani”.

Leopoldo Sentinelli

Gennaio 2019

IL TERZO MUNTU, di Santo Burgio – Recensione di Giuseppe Tumino

Aimé Césaire, il padre della négritude, sosteneva che per l’uomo africano ci sono due modi di perdersi: segregarsi nel particolare o dissolversi nell’universale.

Anche per l’uomo europeo ci sono due modi estremi, sbagliati, di porsi verso il migrante africano: la chiusura becera o la finta accoglienza per specularci sopra.

Intanto gli africani, che non sono più razziati e deportati e non sono più colonizzati, spontaneamente si presentano per offrirsi a un nuovo sfruttamento.

Tra le finzioni ideologiche dello straniero-minaccia e dello straniero-risorsa, c’è una terza via da percorrere: quella più difficile dell’intelligere, per una mediazione culturale che si sforzi di tenere insieme i fili di molte matasse, tra accettazione e rinuncia, tra identità e alterità.

E “Intelligere” è proprio il nome della collana editoriale che presenta l’ultimo lavoro, uscito lo scorso aprile, per le edizioni Agorà & Co., del prof. Santo Burgio, docente di filosofia comparata nella sede universitaria di Ragusa Ibla.

In questo libro intitolato Il Terzo Muntu. Filosofia e tradizione nel pensiero africano contemporaneo, l’autore presenta una panoramica della filosofia africana dalla sua nascita nel 1945 con l’opera di P. Tempels, La philosophie bantue, fino agli ultimi esiti attuali.

Il terzo muntu è il migrante africano che subentra al colonizzato e al “primitivo” edenico precoloniale.

Parecchi e interessanti gli autori passati in rassegna dopo Tempels: Oruka, Kagame, Senghor, Boulaga.

Oltre l’etnofilosofia e la retorica di una tradizione africana, creata a posteriori, o la négritude, che ha inventato una presunta personalità africana, intuitiva e sensitiva, complementare alla fredda razionalità occidentale, si scopre la finezza argomentativa e l’acume critico di una filosofia africana che rilegge e riusa l’ontologia, la morale e la politica.

Santo Burgio ci guida sapientemente in questo percorso non consentendoci nessuna indifferenza alla questione e, nel frattempo, facendoci luce su un mondo di riflessioni, meritevoli di essere conosciute, che non hanno ancora trovato spazio adeguato nel mondo accademico e nella pubblicistica.

Si tratta di una filosofia interculturale, “una provocazione che tiene insonne il pensare europeo” e cerca di ripensare la modernità in modo alternativo al progetto di dominio della natura e dell’uomo.

Giuseppe Tumino

28 agosto 2018

Nasce in Sicilia il Gruppo interculturale “Mundus”

Il Gruppo interculturale “Mundus” è nato per rispondere alle esigenze di dialogo aperto, interculturale e interdisciplinare, sulle maggiori questioni di carattere culturale e sociale di cui si dibatte oggi nel mondo.

Gli amici promotori del Gruppo appartengono a diverse aree culturali, dalla filosofia alla scienza, dall’arte alla psicologia, includendo discipline che non hanno al momento uno status epistemologico definitivo, pur essendo oggetto di seri studi e ricerche, che riteniamo meritevoli di attenzione.

Il libero dibattito e il rispetto delle posizioni di partenza di ciascuno è la premessa per conseguire una crescita nella comprensione dei diversi temi che verranno trattati.

L’imbroglio ecologico

di Cosimo Alberto Russo

 

Dario Paccino, in una foto del 1985 tratta da: http://scaloni.it/popinga

“L’imbroglio ecologico” era il titolo di un saggio pubblicato da Dario Paccino nel 1972; Dario Paccino era innanzitutto un grande uomo di cultura, giornalista professionista dal 1940, autore di numerosi saggi, che aveva colto in pieno le ripercussioni delle nascenti teorie ecologiste sul modello sociale, ma ancor più aveva visto come queste teorie venissero svuotate ed adattate a vantaggio del sistema esistente. All’epoca il suo saggio segnò ulteriormente la distanza tra ecologismo e marxismo, sottolineando in realtà una contrapposizione tra ideologie con presupposti culturali decisamente diversi: da un lato l’ecocentrismo, dall’altro l’antropocentrismo.

Oggi che le ideologie hanno perso quota e si ha un approccio ai problemi forse più legato al “buon senso” (nei casi migliori) o all’utilitarismo strumentale senza remore (nella maggior parte delle situazioni), si può ripensare ai temi dell’ambiente e dell’ecologia in termini più oggettivi (se si utilizza il buon senso…).

Il tema dell’ambiente entra prepotentemente nelle agende politico – socio – economiche di tutti i governi, nonostante si tenti continuamente di nasconderlo ed accantonarlo sperando che tocchi alle generazioni future occuparsene; lo stesso tema è anche molto lontano dal pensiero e dalle esigenze delle popolazioni “benestanti”, sia perché non ha ancora colpito il loro benessere, sia perché una continua e profonda azione di convincimento culturale le ha portate ad un progressivo rapido allontanamento dai valori legati all’ambiente (esempio, il mare: non è più importante che sia pulito, silenzioso, “spirituale”; ciò che conta è che sia occasione di svago simile a quello cittadino, quindi affollato, “riempito” dalla musica, consumistico…al limite non importa più neanche che ci sia, il mare).

Appare evidente, quindi, che il tentativo del sistema socio economico è quello di svuotare di significato i problemi  legati al degrado ambientale ed anzi utilizzarli per il mantenimento stesso del sistema, convincendo la gente (che non aspetta altro…) che i problemi ci sono, ma si risolvono senza dover cambiare nulla del proprio stile di vita.

Poiché è più importante dare indicazioni ed esempi chiari e dettagliati, piuttosto che trattare argomenti generici, pur teoricamente necessari, verranno elencati pochi ed esemplificativi casi di “imbroglio ecologico”.

foto da http://www.grillonews.com/content/view/115/6

Il primo riguarda proprio il mare. Come vengono indicate le zone balneari (termine già “raccapricciante” – il mare è solo strumento di balneazione) cosiddette “pulite”? Con le Bandiere blu! Chiunque abbia mantenuto un minimo di consapevolezza, leggendo l’elenco delle bandiere blu non si sognerebbe mai di considerare quelle zone come le più attraenti dal punto di vista naturale. Ed infatti la “bandiera blu” non tiene conto dell’integrità naturale del luogo, ma di ben altri parametri (servizi fruibili – cioè possibilità di consumare facilmente, senza dover  “faticare”, la merce in questione, cioè il mare). Così troviamo la bandiera blu assegnata a Pozzallo…

Al di là dell’imbroglio ecologico, è ancor più grave l’inganno culturale, che ci spinge ad accettare e riconoscersi nel ruolo di semplici consumatori anche di ciò che merce non è, o non dovrebbe essere.

E che dire dei “pacchetti” di turismo ecologico, interpretato come una attività equa e responsabile, proposti sempre più spesso dalle agenzie di viaggio? In realtà si tratta solo di un escamotage per aiutare un settore (quello del turismo di massa) che calamita giustamente critiche sempre più pesanti dai settori meno legati all’economia turistica. L’aiuto allo sviluppo dei paesi visitati è un falso alibi: a parte che solo una minima quota del costo del viaggio va al paese ospitante, si contribuisce alla corruzione della cultura e del tessuto sociale delle popolazioni visitate; inoltre, anche gli ambienti naturali soggetti a “turismo” non possono non subire un progressivo degrado.

Andando a toccare argomenti più “pesanti” dal punto di vista del modello di sviluppo in auge, e quindi sempre più mistificati, parliamo del MITO del secolo XX: l’automobile. Qui la truffa non ha limiti, né di tempo né di quantità di raggirati. L’automobile è tra i principali responsabili delle catastrofi ambientali prossime annunciate e dell’aumento esponenziale delle malattie respiratorie nei centri urbani (soprattutto per i bambini). Questo suo potenziale tossico e negativo viene utilizzato costantemente per spingere i consumatori (noi tutti) ad aggiornare periodicamente il parco auto, in modo da permettere ad un’industria (altrimenti agonizzante) di rimanere florida. Perché comprare un’auto nuova? Visto che non è più sufficiente (dati i costi del prodotto da vendere) il battage pubblicitario, si ricorre alla coercizione: se non si ha l’ultimo modello non si circola nei giorni di chiusura al traffico, addirittura non si circola in certe aree e così via.

                                                                                               foto   da: http://www.ilblogdeimotori.com

Stesso discorso è stato fatto con l’introduzione delle marmitte catalitiche (ricordate? Ci dicevano che così si sarebbero risolti i problemi legati alla qualità dell’aria, e infatti sono aumentati notevolmente gli inquinanti cancerogeni (benzene, idrocarburi policiclici aromatici) però effettivamente il piombo non c’è più (solo che il piombo era sì velenoso, ma non cancerogeno). Insomma, euro 4 inquina meno di euro 3 e così via, nessuno dice che bruciare combustibili fossili inquina sempre e comunque, e quindi…

foto da http://altrenotizie.org/alt/images/news/nucle.jpg

Procediamo nella scalata ai temi più importanti per il sistema economico e arriviamo alla questione energetica e, tema attualissimo, alle centrali nucleari. Su questa tema la mistificazione ha raggiunto livelli ammirevoli (e aberranti): dopo anni di bombardamento mediatico sul riscaldamento globale, la dipendenza dal petrolio e l’innocuità delle nuove centrali nucleari si è arrivati alla stoccata finale: le centrali nucleari si devono fare! Non ci sono alternative. E una popolazione stanca, distratta e (diciamolo) in gran parte ignorante è pronta a comprare il prodotto; comprare è la parola giusta, dato che le centrali si costruiranno con i nostri soldi! Ma dov’è “l’imbroglio”? I problemi relativi allo smaltimento delle scorie radioattive sono sempre irrisolti, le centrali nucleari utilizzano uranio (che l’Italia non ha, quindi la dipendenza dal petrolio diviene dipendenza dall’uranio) e, soprattutto, 4-5 centrali nucleari produrrebbero (tra 15 anni, se va bene) non più del 10% del fabbisogno energetico italiano.

In compenso pagheremo vagonate di soldi ai soliti “amici degli amici” per progetti e (forse) realizzazioni. Forse, perché il sospetto che ciò che conti è pagare i progetti (il ponte sullo Stretto insegna) senza poi procedere con la realizzazione è molto forte. Con pari investimenti si potrebbero dotare gran parte delle abitazioni, fuori dai centri storici, di pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua; si avrebbe un risparmio superiore al citato 10% dei consumi previsti, non si creerebbero grossi problemi ambientali (e di ordine pubblico…) ma, questo è vero, le vagonate di soldi cambierebbero binari… ”                                   

 Ecologia”, foto di Danilo Prudêncio  Silva tratta da http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Ecologia.jp

Giungiamo infine alla summa di tutti gli “imbrogli ecologici”: lo sviluppo sostenibile. Tutti i movimenti ambientalisti, i partiti più o meno verdi e, oramai, persino i partiti di governo ripetono ai quattro venti che occorre attuare lo sviluppo sostenibile. Quale inganno! Sviluppo equivale, nel lessico politico e comune, a sviluppo economico; come si può pensare ad uno sviluppo ulteriore, che non avrebbe mai fine (pena lo spettro della recessione), utilizzando risorse finite? Senza contare i popoli che questo sviluppo lo hanno da poco iniziato o ancora lo devono iniziare. Le tecnologie sempre più sofisticate e meno inquinanti non attenuano i danni prodotti da un modello economico basato sul consumismo e sull’esaurimento progressivo delle risorse naturali. Lo sviluppo sostenibile è solo uno slogan
finalizzato a mantenere i profitti e ad evitare il cambiamento delle abitudini, per questo è esattamente ciò che la popolazione vuole sentire: si può continuare così, basta solo qualche piccolo aggiustamento di rotta(come dice Beppe Grillo: “verso la catastrofe con ottimismo”).

 

Editoriale Aprile 2006

Le elezioni del 9 Aprile: perché votare

di Pippo Palazzolo

Fra un mese ci saranno le elezioni politiche. Con il massimo rispetto per le posizioni di ogni nostro lettore e collaboratore, vorrei dare un piccolo
contributo al dibattito elettorale, esponendo alcune considerazioni sulla
legislatura appena conclusa:

politica estera: si è avuto un appiattimento acritico alla politica estera degli USA, con conseguente indebolimento del ruolo internazionale dell’Unione Europea; ci sono state posizioni razziste e anti-islamiche
di una parte del governo, contrarie alla nostra tradizione culturale e
del tutto in contrasto anche con i nostri interessi di paese mediterraneo;

economia: si è attuata una redistribuzione dei redditi a
favore di quelli più alti (fra l’altro con un danno per la domanda globale, vista la maggiore propensione al consumo di chi ha redditi più bassi); sono stati insufficienti gli interventi in sostegno della ricerca e dell’innovazione tecnologica, settori chiave di un’economia che voglia basarsi sulla produzione di know-how;

riforme istituzionali: il nuovo modello di Stato delineato con la riforma costituzionale è in contrasto con i principi fondamentali di unità e solidarietà nazionale, oltre che tendenzialmente autoritario;

giustizia: nuove leggi dagli effetti dirompenti: depenalizzazione di fatto del reato di falso in bilancio, riduzione dei termini di
prescrizione dei reati, inappellabilità delle sentenze assolutorie in
primo grado;

scuolala “riforma Moratti” reintroduce di fatto due percorsi formativi, uno prettamente culturale (i licei) e uno professionale (gli istituti professionali), con l’aggravante di considerare sufficiente, ai fini di adempiere l’obbligo scolastico, la semplice acquisizione di un diploma professionale entro i diciotto anni (anche se avviene al di fuori del sistema scolastico); riduzione drastica della spesa per l’istruzione pubblica, con conseguente riduzione di quantità e qualità del servizio;

diritti civili: posizioni oscurantiste in varie materie, dalla legge sulla fecondazione assistita, al rifiuto di introdurre i P.A.C.S. per le coppie conviventi, alla nuova legge sulla droga, che equiparando gli spinelli alle droghe pesanti non farà altro che spingere i giovani a nascondere i loro problemi di dipendenza;

legge elettorale: stiamo già vedendo, nella formazione delle liste, di quale potenzialità antidemocratica sia la nuova legge elettorale, che reintroduce il sistema proporzionale, nonostante che i cittadini si fossero già pronunciati con un referendum per il sistema maggioritario;
l’eliminazione della preferenza consegna i pieni poteri alle segreterie
dei partiti e all’elettore non resta che prendere o lasciare: ci si può
poi lamentare dell’aumento dell’astensionismo?

L’elenco potrebbe continuare, ma credo che tanto basti per chiedere a tutti di recarsi a votare e manifestare la propria opinione. Forse fra le tante proposte elettorali ce n’è qualcuna meno brutta delle altre (se non
proprio entusiasmante…) e allora approfittiamone e, dopo, non abbassiamo la guardia!

Pippo Palazzolo

10 marzo 2006

Segnalo ai lettori l’appello di Umberto Eco. Si può leggere cliccando su questo link.

Post Scriptum dell’11 aprile 2006: Grazie a tutti gli italiani all’estero!   p.p.

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Editoriale


Editoriale
– Settembre 2004

 

Costruire
la pace


Il sorriso di Enzo Baldoni, la dignità della sua famiglia, l’impegno e il
coraggio di Simona Pari e Simona Torretta: sono questi i volti dell’Italia
che amiamo e in cui ci riconosciamo. 


Non ci può essere pace se non si lavora per sanare le troppe ferite di un
mondo martoriato. Ma, se da un lato sono tanti gli uomini e le donne di
buona volontà che in prima persona generosamente scendono in campo,
dall’altro abbiamo Stati che, pur avendo i mezzi per avviare politiche di
sviluppo e solidarietà mondiale, operano proprio in direzione opposta,
condizionati nelle loro scelte da gruppi affaristici impegnati solo ad
accrescere il loro potere, basato sulla sofferenza (traffico di armi,
droga, nuova schiavitù) e su ignobili speculazioni finanziarie. E per
proteggere la loro “sicurezza”, preferiscono il linguaggio delle
bombe (chiaro messaggio di pace…).


Aspettiamo che, miracolosamente, l’ONU divenga un soggetto autorevole e
capace di operare anche senza il consenso di singoli, seppure rilevanti,
Stati componenti del Consiglio di Sicurezza e aspettiamo anche che
l’Unione Europea trovi, infine, la dignità di soggetto politico unitario
ed autonomo, portatore dei valori fondamentali di pace e solidarietà,
come era nelle aspirazioni dei suoi fondatori.


Nell’attesa, il cittadino comune può impegnarsi nei diversi modi che,
ancora, consentono i sistemi democratici: manifestare il proprio dissenso
per una guerra non dichiarata ma ugualmente devastante, impegnarsi nei
tanti modi possibili del volontariato, esprimere solidarietà verso gli
oppressi, sviluppare con i piccoli gesti quotidiani la cultura della pace. 


La pace non si impone con le armi, la pace si costruisce giorno per
giorno.

Pippo
Palazzolo

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8 marzo

“Forza
dormiente”: essere donna in Pakistan


di Emanuela Cascio Mariana*

    La
festa dell’otto marzo, quest’anno a Baia Samuele (Scicli), ha regalato
emozioni intense e profonde, nate dalla solidarietà e dal coraggio. Al convegno
“Donne e Creatività, storie e culture per il III millennio”,
accanto ai rappresentanti delle più importanti associazioni per i diritti
umani, come Amnesty International e Smileagain, la voce di Tehmina Durrani,
considerata oggi la più grande scrittrice pakistana, ha lanciato all’Occidente
un accorato appello ed insieme raccontato una “storia dimenticata”.

    Ma
andiamo con ordine. Tehmina Durrani fugge dal Pakistan, dove era moglie di un
ricco e potente uomo politico e madre di cinque figli, per testimoniare al mondo
la condizione di inferiorità e schiavitù in cui le donne, nel suo paese, sono
costrette a vivere.


Strumenti passivi di una società ancora, ostinatamente, feudale e patriarcale,
il livello di evoluzione socio-culturale delle donne in Pakistan è bloccato al
XIV secolo, quello degli uomini al XVIII.


“Forza dormiente” Tehmina ha definito il mondo al femminile nella sua
terra, ovvero soggetti che non hanno ancora raggiunto consapevolezza di sé e
del proprio ruolo, non solo all’interno della società pakistana, ma nel mondo
intero. Assenti dalla vita politica e soffocate da un prepotente potere
“maschile”, che spesso ricorre all’acidificazione per “punire l’arroganza
di un rifiuto”, le donne subiscono inermi le scelte di una società
maschilista e violenta.

    A
questo punto è necessario raccontare quella che ho definito “la storia
dimenticata”, o taciuta dagli uomini di religione e di stato, ma che
Tehmina Durrani ha raccontato a tutti i partecipanti al convegno, confidando
nell’imponente effetto mediatico del mondo occidentale, grazie al quale la
“forza dormiente” delle donne pakistane potrebbe risvegliarsi e
impadronirsi delle proprie identità rubate.

    E’
la storia di Agar, schiava egiziana di Sara, moglie di Abramo, da cui questi,
all’età di 86 anni, ebbe un figlio chiamato Ismaele (Gn, 16,1-16). Da
Ismaele, o Ismail, discendono le tribù dei beduini arabi. Ma Sara, timorosa che
il figlio di una serva potesse spartirsi l’eredità con il proprio figlio
Isacco, induce Abramo a cacciare Agar e il piccolo Ismail. Da quel momento Agar
vagherà per il deserto di Bernabea, alla ricerca dell’acqua per il proprio
bambino. Trovata la sorgente, Ismail vive e da lui ha origine il popolo arabo.

    Non
occorre soffermarsi sul dato storico, relativo all’identità d’origine delle
tre religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islamismo, testimoniate
dalla figura del patriarca Abramo, ma più utile risulta descrivere la modalità
di svolgimento del pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri (arkān)
della religione musulmana. Tehmina ha parlato di due fasi principali in cui
il pellegrinaggio si scandisce: la prima è una corsa che i fedeli fanno tra le
due alture che furono teatro della ricerca affannosa d’acqua di Agar; la
seconda è un percorso circolare che abbraccia la Ka’ba e la tomba di
Abramo, accanto alla quale c’è quella di Agar.

    La
centralità della figura femminile, per la nascita del popolo musulmano e per il
mantenimento del suo patrimonio spirituale è un dato indiscutibile. Tuttavia,
la quasi totalità delle donne musulmane del Pakistan e di altri paesi lo
ignorano, continuando a vivere nell’ombra, vittime silenziose e inconsapevoli
di un sistema politico retrogrado e bigotto.


Raccontiamoci la storia di Agar, diffondiamola, affinché la forza della
comunicazione del mondo occidentale raggiunga il mondo orientale, restituendo
alla “forza dormiente” delle donne la consapevolezza di essere
soggetti attivi di una grande rivoluzione culturale, capace di offrire al mondo
intero una nuova opportunità di convivenza pacifica.

Emanuela Cascio
Mariana

* Docente di Filosofia presso un
Istituto Superiore di Modica

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