Riflessione su Giordano Bruno – di Federico Guastella

Finita di leggere la sentenza, Giordano Bruno, rivolto ai suoi giudici in tono minaccioso disse: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Il 17 febbraio del 1600, a Roma, condotto in Campo de’ Fiori, veniva bruciato vivo. Era nudo, legato a un palo, e aveva la lingua stretta in una morsa di legno, perché non potesse dire nulla, neanche negli ultimi terribili istanti. 

Il monumento in bronzo a Giordano Bruno nella piazza romana di Campo de’ Fiori è opera dello scultore Ettore Ferrari (1889). Il filosofo è mostrato rivolgere il volto in direzione della Città del Vaticano, in segno di ammonimento alla Chiesa. Originariamente Ferrari intendeva raffigurare Bruno con la mano e l’indice puntati verso il Vaticano come simbolo di accusa, rappresentandolo in atto di sfida davanti all’Inquisizione, ma poi ripiegò sul soggetto meno aggressivo di un Bruno pensoso, che comunque volge lo sguardo serio sempre verso la sede del papato. Sul basamento sono presenti l’iscrizione e vari bassorilievi rappresentanti il processo e la morte di Bruno.

La concezione bruniana della tolleranza affonda le sue radici nella cosmologia. La visione di un universo infinito spazza via definitivamente la nozione di centro assoluto e, quindi, anche la nozione di verità assoluta. Non c’è più un solo centro, ma ci sono tanti centri per quanti sono gli esseri viventi che popolano gli infiniti mondi. Bruno, partendo dalle geniali scoperte di Copernico, “riscrive” in maniera radicale i rapporti tra l’individuo e il mondo, tra l’uomo e la verità, tra il filosofo e la conoscenza. Nell’opera Cena  de le ceneri, pubblicata nel 1584, egli, tessendo alte lodi di Copernico, può connettere alla rivoluzione copernicana l’idea dell’infinità dell’universo, popolato di mondi innumerevoli in movimento per lo spazio infinito. Veniva così infranto definitivamente il chiuso universo tolemaico medievale con l’avvento di concezioni più moderne.

La sua argomentazione era basata sul principio della pienezza, per cui una causa infinita, cioè, Dio deve avere un effetto infinito senza alcun limite alla sua potenza creatrice. Perfetto – egli dice nel De immenso – non è ciò che è completo e chiuso in proporzioni determinate, ma ciò che comprende innumerevoli mondi e quindi ogni genere e ogni specie, ogni misura, ogni ordine e ogni potere. Precisiamo che nel De infinito aveva distinto una duplice infinità: quella di Dio che è tutto in tutto il mondo e tutto in ciascuna parte di esso; quella dell’universo che è tutto in tutto ma non in ciascuna parte. Nel De immenso ora distingue una duplice perfezione: una in essenza e l’altra in immagine. La prima è quella di Dio come intelletto del mondo a cui appartiene la prima infinità; la seconda è quella dell’immenso simulacro corporeo di Dio che è il mondo, al quale appartiene la seconda infinità.

Il Cusano, da Bruno assai ammirato, aveva già fatto uso nel suo insegnamento di un tipo di simbolismo geometrico ermetico. Il detto famoso secondo cui Dio è “una sfera che ha il centro ovunque e la circonferenza in nessun luogo” si ritrovava di fatto, per la prima volta in un trattato ermetico del XII secolo, e fu trasferito dal Cusano all’universo, inteso come riflesso della divinità in un’accezione di spirito tipicamente ermetico. Tale concetto fu fondamentale per Bruno, ai cui occhi i mondi innumerevoli altro non erano che centri divini dell’universo senza limiti. Il Tutto infinitamente espanso era pur sempre Uno.

Questo è stato un tema costante di Bruno, tant’è che nell’opera De la causa principio et uno sono contenuti passi significativi: il Tutto è Uno e il mago può fare affidamento sulle scale di occulte simpatie che innervano l’intera natura. Sta di fatto che il filosofo e il pittore lavorano a partire dalle ombre: si misurano con la materia, con una realtà sottoposta a mutazioni, mangiamenti e riverberi. Bisogna risalire dal molteplice all’unità, bisogna cogliere dietro l’apparente movimento la coscienza delle cose. Tutta la filosofia bruniana della conoscenza si fonda sullo sforzo di “vedere” l’invisibile. “Conoscere” significa innanzitutto vedere per immagini. E l’immaginazione fu da Bruno considerata il più potente dei sensi interiori, perché grazie ad essa il divino comunica con l’umano. Proprio l’immaginazione era stata da lui vista come lo strumento per raggiungere il divino e conseguire poteri divini.

La luce, egli dice nel De imaginum, signorum et idearum compositione, è il veicolo tramite il quale le immagini e i segni divini vengono impressi nel mondo interiore: questa luce non è quella per cui le normali impressioni dei sensi colpiscono la vista, bensì una luce interiore unita alla profondissima contemplazione. L’opera Eroici furori, pubblicata nel 1585 in Inghilterra, consiste in una serie di poesie d’amore. Nella dedica a Philip Sidney, Bruno spiega che il suo petrarchismo non appartiene al filone comune, rivolto all’amore di una donna, ma è di specie superiore ed esprime la parte intellettuale dell’anima alla ricerca di Dio. Il sole, l’Apollo universale, la luce assoluta, si riflette nella sua ombra, nella sua luna, nella sua Diana che è il mondo della natura universale in cui l’uomo in preda a eroici furori  ricerca le tracce del divino.

Sospeso in una posizione mediana tra gli dei (che non cercano la sapienza perché la possiedono) e gli ignoranti (che non la cercano perché presumono di possederla), il vero filosofo dedica la vita alla ricerca della sapienza nella certezza che mai potrà possederla nella sua totalità. La filosofia coincide con un amore incondizionato e smisurato per la sapienza e la vera ricerca filosofica non può avvalersi di verità indiscutibili valide una volta per tutte. Non a caso Bruno insiste nei suoi dialoghi sulla molteplicità dei metodi e delle filosofie, fermo restando che il termine finale della conoscenza umana è l’unione più intima possibile con la natura nella sua sostanziale unità.

Nel mito di Atteone l’ immagine è mirabile. Atteone, a caccia dei “vestigii”, viene divorato dai suoi cani che simboleggiano pensieri di cose divine ed egli diventa selvatico come un cervo che vive nei boschi fino ad ottenere il potere di contemplare Diana ignuda, cioè la bella disposizione del corpo della natura. Uno dei passi più misteriosi è quello in cui Atteone, il cacciatore del divino, scorge un volto di bellezza divina rispecchiato nelle acque della natura. Nella discesa della natura amata è dunque possibile scorgere l’immagine del divino creatore, rispecchiato nelle acque. Nel “vedere”  il mitico cacciatore scopre che ciò che cercava (la sua preda) non era fuori di sé, ma dentro di sé. La potenza intellettiva dell’uomo non s’appaga di una cosa finita e tende alla fonte stessa della sua sostanza, che è l’infinito della natura e di Dio.

Diversamente dalla figura dominante nel Rinascimento, quella del cortigiano al servizio di un principe, Bruno fece della libertà di parola e di pensiero una delle sue ragioni di vita. Per questo, in Francia come in Inghilterra, egli non esitò ad abbandonare privilegi e agi per difendere la sua filosofia, caratterizzata da un pensiero in grado di abbattere le frontiere tra cielo e terra, tra umano e divino, tra scienze umane e scienze della natura. Il suo rogo segnò la fine del pensiero filosofico-teologico che voleva unire fede e ragione, teologia e scienza.  Quando nel 1582 egli pubblicò la commedia intitolata Candelaio, che offre una realistica satira sociale, aveva già in mente, grosso modo, l’itinerario filosofico da seguire fino agli Eroici furori: l’esperienza in volgare si apre con la messa in scena dell’ignoranza (tre personaggi che non conoscono se stessi) e si chiude con la visione di una “divinità” che non è fuori di noi, ma nella natura e all’interno di noi stessi.

La concezione della religione è un punto forte della sua filosofia. Non esistono religioni “vere” o religioni “false”. Esistono religioni “utili” o “dannose”: il loro compito è quello di servire da modello etico di comportamento per le masse escluse dalla ricerca filosofica. Per lui, filosofo, la scelta è decisamente a favore della religione egizia: tutte le sue riflessioni convergono verso il sole, non soltanto il sole visibile, ma il divino intelletto, del quale il primo è immagine. In tal modo, Bruno anelava a conseguire l’esperienza egiziana, cioè quella di divenire, in senso veramente gnostico, l’Aion, che racchiude in sé i poteri divini. Egli parla, infatti, del modo in cui il culto egiziano ascendeva, attraverso la molteplicità delle cose distribuite nel contesto delle relazioni astrologiche, all’Uno che è al di là delle cose.

La glorificazione della religione magica degli Egiziani si trova nell’opera lo Spaccio della bestia trionfante, pubblicata in Inghilterra nel 1584. Gli Egiziani, vi si dice, sono vissuti prima dei Greci e degli Ebrei. Ovviamente prima dei cristiani, ed hanno avuto, rispetto ad essi, religione, magia e leggi migliori. Nell’opera la riforma politico-religiosa viene annunciata in cielo con la purificazione delle immagini celesti da parte degli dei planetari che,
convocati da Giove, riformano se stessi, lo zodiaco e le costellazioni boreali e australi. Via via che vengono discusse le immagini delle varie costellazioni, sono deplorati i vizi e lodate le virtù collegati a ciascuna di esse: i vizi vengono estromessi, espulsi dal cielo e al posto di ciascuno di essi ascende la virtù opposta. Così, alla fine la “Bestia trionfante”, che è il complesso di tutti i vizi opposti alle virtù, è completamente spacciata. La riforma, dunque, incomincia nella mente degli stessi dèi, i quali debbono togliere dal cielo le qualità negative, e sostituirle con quelle positive. E’ la riforma interiore degli stessi Dèi a riflettersi tutt’intorno, sulla volta dei cieli, quando le virtù ascendono ad occupare il posto dei vizi nelle costellazioni. In effetti, quella di Bruno è un’etica integralmente egiziana, nell’ambito della quale la “riforma”, e cioè la “salvezza”, è conseguita nell’ordine cosmologico: la “bestia trionfante”, cioè il complesso dei vizi (gli influssi cattivi delle stelle), è vinta dal complesso delle virtù che, assieme ai poteri divini, prevalgono nella personalità riformata.

Sicché, l’etica propugnata da Bruno si compendia in un regime nel quale “legge” e “ordine” promuovono lo sviluppo delle attività pacifiche e utili, e dal quale è bandita ogni lotta di parte come nella città del sole di Campanella. In sintesi, si può dire che la tolleranza, il rispetto delle culture diverse e la presenza del divino nella natura sono i temi che hanno attirato la sua acuta attenzione e che, del resto, possono ritrovarsi in ogni cammino iniziatico.

Federico Guastella   

Ragusa, 17 febbraio 2022

 

Federico Guastella, abilitato all’insegnamento di Scienze Umane e Scienze umane e storia, è stato Ragusa dirigente scolastico. Apprezzato saggista, ricercatore scrupoloso ed esigente, autore di testi letterari in prosa e in versi, ha al suo attivo anche contributi di pedagogia e didattica, essendo stato impegnato in corsi di aggiornato per docenti della scuola primaria e dell’infanzia. La sua produzione spazia così dalla saggistica alla narrativa alla poesia. Nell’opera Chiaramonte Gulfi – La mia diceria (Ragusa, 2014) ha proposto un itinerario della memoria individuale e collettiva in un serrato dialogo a più voci tra l’attualità e la storia recente, tra le relazioni dei luoghi dell’anima e dei luoghi della natura e del paesaggio. Il libro Colapesce (Ragusa, 2012), scritto in collaborazione, ha valore pedagogico-educativo, oltre che letterario e demologico. Tra le ultime opere pubblicate dall’editore Bonanno di Acireale-Roma, si ricordano: Andrea Camilleri, Guida alla lettura (2015); Fra terra e cielo. Miscellanea di saggi brevi con Gesualdo Bufalino (2016); Serafino Amabile Guastella. La vita e le opere (2017); Il mito e il velo (2017); Viaggio intorno al libro rosso (2018); Ignazio Buttitta e Danilo Dolci, due profili culturali della Sicilia (2019); Luigi Pirandello. I romanzi, i miti (2020). Degno di nota il volume Una rilettura del Gattopardo (Bonanno 2021). Recentemente ha svolto una ricerca sulla Massoneria in provincia di Ragusa che si è conclusa con la pubblicazione del libro Alle radici della Massoneria Iblea (Bonanno, 2021), preceduto dall’opera Pagine esoteriche (Bonanno, 2017). Ha curato la prefazione di più opere; gli sono stati pubblicati articoli in diverse riviste; è stato premiato in più concorsi per la poesia e annualmente si è classificato al primo posto per i saggi anzidetti di cultura siciliana al concorso città di Favara (AG), indetto dal Centro Culturale “R. Guttuso”. E’ in corso di stampa la sua monografia Sguardo su Sciascia. Studioso di storia locale, attualmente è impegnato nella stesura del volume Il miele dolceamaro degli Iblei. Privilegiando la letteratura dei siciliani, sta altresì lavorando su una monografia dal titolo Sicilia letteraria – Luoghi e volti.

Contatti: e-mail federico.guastella@tin.it

 

Il Covid-19, la scienza ed il mito della caverna di Platone

di Cosimo Alberto Russo

Mai come in queste settimane di isolamento e apprensione per la pandemia del Covid-19 ha assunto un ruolo preminente l’opinione (più onesto dire “i dettami”) degli scienziati (virologi innanzitutto). Tutti noi, più o meno, ci affanniamo a cercare le spiegazioni e le indicazioni fornite da questa categoria di lavoratori. Poco importa se spesso contradditorie e in contrasto tra le varie scuole di pensiero.

Mi sembra quindi doveroso ricordare che la scienza non è altro che un metodo di conoscenza (il metodo scientifico) e gli scienziati sono coloro che utilizzano questo metodo al fine di aumentare la conoscenza di ciò che ci circonda. 

Per far ciò si utilizza, a vari livelli, un modello di rappresentazione della realtà, in quanto la realtà stessa non è conoscibile, dati i limitati mezzi del genere umano (fondamentalmente i cinque sensi, pur se amplificati dalla tecnologia).

Questo porta e ha portato a elaborare modelli poco accettabili dalla stragrande maggioranza della popolazione umana, pur se ampiamente verificati, come la meccanica quantistica e la relatività einsteniana. E rimane, punto fermo ed essenziale del metodo scientifico, che ogni modello è accettato fino a quando non se ne trova uno migliore.

Questa premessa dovrebbe farci comprendere che anche nella vicenda del Covid-19 nulla si sa e si procede a tentoni elaborando modelli che via via vengono sostituiti da altri più attendibili. Dovremmo quindi avere comprensione per coloro che onestamente si limitano a ipotizzare linee di intervento momentanee e probabilmente errate, mentre dovremmo diffidare di chi “afferma” verità incaute: la verità non è scientifica!

Bisognerebbe anche avere l’umiltà di non ridicolizzare le ipotesi di chi utilizza altri “modelli” di rappresentazione (per esempio lo sciamanesimo, la medicina ayurvedica, l’antroposofia ecc. ecc.); in fin dei conti il metodo scientifico si è affermato solamente negli ultimi tre secoli della civiltà umana, siamo certi che nei precedenti millenni il genere umano fosse in uno stato di preintelligenza? 

A questo proposito mi piace citare il mito della caverna, di Platone. In questo mito il filosofo ateniese immagina che vi siano alcuni uomini incatenati sin dall’infanzia in una caverna senza mai nulla aver visto al di fuori di essa. Nella caverna vi è un fuoco e i carcerieri proiettano, senza farsi vedere, delle ombre sulle pareti, parlando nel frattempo; così gli incatenati credono che le ombre siano la realtà e immaginano che quello sia il mondo. Ad un certo punto se un prigioniero fosse liberato e si avvicinasse all’uscita, rimanendo abbagliato dalla luce del sole fino a soffrirne, preferirebbe tornare alle ombre cui era abituato.  Ma se riuscisse ad abituarsi alla luce del sole e a vedere il mondo esterno, capirebbe che ciò che credeva reale era solo una illusione. 

Resosi conto della situazione, senza dubbio tornerebbe nella caverna per liberare i suoi compagni: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituarsi all’ombra, passerebbe parecchio tempo prima di riuscire a vedere distintamente il fondo della caverna; durante questo periodo il suo tentativo di convincere gli altri della situazione sarebbe vano, in quanto ai loro occhi risulterebbe diventato cieco e, anzi, potrebbe, insistendo, spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso quella luce che, secondo loro, lo ha accecato.

Il mito ha varie interpretazioni, quella che qui mi interessa è l’acquisizione della consapevolezza che ciò che crediamo reale (la “verità”) è solo una illusione e che, forse, la realtà “vera” non è raggiungibile dal genere umano (i prigionieri incatenati).

Per cui, è vero che forse oggi il metodo scientifico (come la democrazia) pur essendo altamente imperfetto è ciò che abbiamo di meglio, ma occorre porre grande attenzione nell’accogliere i pareri “scientifici” come “verità”.

Cosimo Alberto Russo

10 aprile 2020

Filosofia e Fisica: percorsi

Ho il piacere di comunicare, a nome del Gruppo interculturale Mundus di Ragusa, che a partire da venerdì, 17 maggio p.v., avranno inizio gli incontri sul tema “Filosofia e Fisica: percorsi”.

Si tratta di quattro incontri che presenteranno il cammino del pensiero filosofico in relazione alla natura, da Platone ai nostri tempi. L’attività viene promossa in collaborazione con la sezione di Ragusa della Società Filosofica Italiana, l’Associazione culturale “Le Fate” di Ragusa, la Struttura Didattica Speciale di Lingue e Letteratura Straniera dell’Università degli Studi di Catania, sede di Ragusa. Luogo degli incontri sarà l’Auditorium Santa Teresa di Ragusa Ibla.

La partecipazione è libera e gratuita.

Pippo Palazzolo

Ragusa, 12 maggio 2019

IL TERZO MUNTU, di Santo Burgio – Recensione di Giuseppe Tumino

Aimé Césaire, il padre della négritude, sosteneva che per l’uomo africano ci sono due modi di perdersi: segregarsi nel particolare o dissolversi nell’universale.

Anche per l’uomo europeo ci sono due modi estremi, sbagliati, di porsi verso il migrante africano: la chiusura becera o la finta accoglienza per specularci sopra.

Intanto gli africani, che non sono più razziati e deportati e non sono più colonizzati, spontaneamente si presentano per offrirsi a un nuovo sfruttamento.

Tra le finzioni ideologiche dello straniero-minaccia e dello straniero-risorsa, c’è una terza via da percorrere: quella più difficile dell’intelligere, per una mediazione culturale che si sforzi di tenere insieme i fili di molte matasse, tra accettazione e rinuncia, tra identità e alterità.

E “Intelligere” è proprio il nome della collana editoriale che presenta l’ultimo lavoro, uscito lo scorso aprile, per le edizioni Agorà & Co., del prof. Santo Burgio, docente di filosofia comparata nella sede universitaria di Ragusa Ibla.

In questo libro intitolato Il Terzo Muntu. Filosofia e tradizione nel pensiero africano contemporaneo, l’autore presenta una panoramica della filosofia africana dalla sua nascita nel 1945 con l’opera di P. Tempels, La philosophie bantue, fino agli ultimi esiti attuali.

Il terzo muntu è il migrante africano che subentra al colonizzato e al “primitivo” edenico precoloniale.

Parecchi e interessanti gli autori passati in rassegna dopo Tempels: Oruka, Kagame, Senghor, Boulaga.

Oltre l’etnofilosofia e la retorica di una tradizione africana, creata a posteriori, o la négritude, che ha inventato una presunta personalità africana, intuitiva e sensitiva, complementare alla fredda razionalità occidentale, si scopre la finezza argomentativa e l’acume critico di una filosofia africana che rilegge e riusa l’ontologia, la morale e la politica.

Santo Burgio ci guida sapientemente in questo percorso non consentendoci nessuna indifferenza alla questione e, nel frattempo, facendoci luce su un mondo di riflessioni, meritevoli di essere conosciute, che non hanno ancora trovato spazio adeguato nel mondo accademico e nella pubblicistica.

Si tratta di una filosofia interculturale, “una provocazione che tiene insonne il pensare europeo” e cerca di ripensare la modernità in modo alternativo al progetto di dominio della natura e dell’uomo.

Giuseppe Tumino

28 agosto 2018