Byung-Chul Han: il filosofo dell’angoscia e della speranza
Byun-Chul Han: il filosofo dell’angoscia e della speranza
di Federico Guastella
Coreano del Sud, Byung-Chul Han è nato nel 1959. Scientifica è stata la sua prima formazione: da ingegnere metallurgico ha lavorato con la materia dura, resistente e opaca. Abbandonata la sua professione tecnica, in Germania, negli anni Ottanta, studiò filosofia, letteratura tedesca, teologia. Scrisse la sua tesi di dottorato su Heidegger in una lingua non sua, mostrando di essere un lucido analista.
Dalle sue opere, che hanno uno stile chiaro e accessibile, incisivo e con venature poetiche, si può ricostruire la mappa dei suoi orizzonti sociali e psichici. E accenniamo in primo luogo allo scritto Iperculturalità (2005), dove si ritrova il fondamento della sua concezione. L’iperspazio è senza confini reali; tutto è immediatamente disponibile; tutto è simultaneamente accessibile. Siamo nell’era della connettività totale che ha abolito ogni distanza geografica e culturale. Le culture sono deterritorializzate e l’individuo è un turista-consumatore senza radici. La vita attiva, quella dell’azione e del lavoro produttivo, ha soppresso la dimensione della vita contemplativa, dedicata alla riflessione e alla dolcezza dello sguardo. In sintesi, dalla tranquillità. Egli introduce una distinzione fra la stanchezza del collettivo e la stanchezza del sé. Se la prima valorizza la contemplazione e l’incontro, viceversa, la seconda è connotata dall’esaurimento che isola e annulla la comunicazione senza schermo, facendo vivere in solitudine.
E tutto questo conduce all’Agonia di Eros (2012). La trasparenza totale, che ha eliminato soprattutto la “radicale alterità dell’altro”, conduce alla cultura narcisistica dell’uniformità dove tutto è diventato oggetto di consumo. La persona non è amata, ma consumata, usata, scartata. Nella società di eccessivo narcisismo, l’individuo è incapace di dirigere verso l’esterno il proprio sentimento e negli altri conferma il proprio ego. Invece l’eros è movimento verso l’altro, verso ciò che “non è me”. La causa di queste degenerazioni è individuata in uno specifico sistema di potere che attraverso la libertà esercita l’arte del controllo. Il riferimento va alla Società della trasparenza (2012), in cui tutto è consegnato alla visibilità: l’intimità acquisisce valore quando viene vista e messa in scena pubblicamente. Han afferma: Il mondo non è un teatro […] ma un mercato in cui l’intimità viene mostrata e consumata. Vige dunque il mercato dell’esposizione. “L’esprit de finesse”, a dirla con Pascal, è denudato, non ha alcun velo. Non gli appartengono più i rituali simbolico-culturali e le narrazioni. Tutto è esposto, tutto è immediatamente visibile.
È in Psicopolitica (2014) che Han approfondisce i meccanismi del potere. Si tratta di una forma di dominio esercitata attraverso la seduzione. Il potere non impone, ma seduce: l’odierno “Grande fratello” è oggi amichevole: incoraggia a condividere. Pertanto, non ha bisogno di minacciare.
Il processo guidato dalla positività totalitaria del sistema conduce all’ Espulsione del diverso (2016): “i tempi in cui l’altro esisteva sono finiti”. Il “selfie” produce il sé attraverso l’autoreferenzialità assoluta: non viene fotografato il mondo, ma me stesso. Han propone la gentilezza come accoglienza dell’altro nella sua irriducibile alterità. Il grado di civiltà di una vita comunitaria si misura dall’accoglienza delle differenze.
Eppure stanno scomparendo i rituali. L’attenzione viene ora rivolta all’opera La scomparsa dei rituali, (2019). I rituali, spiega Han sono azioni simboliche che rendono coesa la comunità, le forniscono una stabilità temporale e un significato condiviso. La collettività vi si riconosce. Ma vengono considerati come inutili ostacoli alla produzione, giacché rallentano i processi di produzione. La connessione è solamente virtuale e il mondo ha perduto il suo incantamento. Occorre ricrearlo recuperando azioni rituali sul ciclo della vita ed occorre ri-orientare alla vita contemplativa. Una delle sue opere più importanti è Vita contemplativa. Elogio dell’inazione (2022). Viene sottolineato il bisogno di sottrarsi all’imperativo dell’attività costante per la rivalutazione del silenzio e dell’attenzione sostenuta che rendono possibile una vita diversa. Il tempo contemplativo si oppone all’ “ipertrofia dell’attività”. In questo senso la contemplazione è una forma silenziosa ma radicale di resistenza a un mondo che ha ridotto il tempo a una mera risorsa economica.
È l’etica del ritiro quella proposta da Han e qui la colta scrittura di Han spazia dalla vita contemplativa aristotelica alla spiritualità orientale del Buddhismo Zen e del Taoismo (Filosofia del buddhismo zen, 2016). A un sistema di accelerazioni si oppone la lentezza come rivolta. Alla fede tecnologica fanno da contrasto le zone umbratili che chiedono di germogliare. La luce e l’ombra, la certezza e il dubbio, la fragilità e il coraggio vogliono armoniosamente emergere verso l’autenticità: un viaggio verso la propria complessità, un processo che dall’inconscio va nella zona della consapevolezza e che richiede onestà e verità che non vanno confuse con la visibilità. E’ il tempo della quiete che va riscoperto insieme al sentimento dell’attesa che si oppone all’immediatezza. Per Han l’attesa è il non concedersi subito, il non avere ad ogni costo: è il respiro della quiete che l’attraversa; attendere è la non fretta; richiede tempi di maturazioni fatti di pause, di meditazione, di ascolto della bellezza nel mondo.
Tanti gli interrogativi che sorgono dalle sue opere, a partire dall’efficientismo economico caratterizzato da una “feroce competizione fin dall’infanzia”. La cultura del lavoro spinge all’auto-sfruttamento. In sostanza, il sistema in cui viviamo opera sulla nostra corporeità, sui nostri desideri e sulle nostre relazioni. Siamo nel mondo della mercificazione del sé. Concludiamo il nostro percorso dicendo che un buon libro che sintetizza l’universo di Han è Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (2009): “La vita è diventata più febbrile, più confusa, più disorientata. A causa della sua dispersione, il tempo non esercita più alcuna forza ordinatrice. Per questo nella vita non emergono momenti decisivi o tali da imprimerle una svolta. Il tempo della vita non viene più articolato attraverso tagli, conclusioni, soglie e transizioni, ci si affretta piuttosto da un presente a un altro. Così si invecchia, senza diventare vecchi. E infine si perisce intempestivamente. Proprio per questo, morire è diventato oggi più difficile che mai”. Nella frammentazione del tempo, l’uomo di oggi rischia di precipitare in una folle corsa con la conseguenza che la depressione e il burn-out diventano le diffuse ed emblematiche malattie dell’epoca.
Non a caso il suo ultimo lavoro1 è Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione (2025) che, richiamando alcuni orientamenti esposti nelle opere precedenti, focalizza l’attenzione sulla dimensione della speranza che è stata eclissata dall’angoscia voluta dai detentori del potere. Nel preludio al testo Han scrive: “L’angoscia si aggira come uno spettro. Tutti noi ci troviamo permanentemente faccia a faccia con scenari apocalittici: una pandemia, una guerra mondiale, una catastrofe climatica. La fine del mondo o della civiltà umana viene sempre più spesso evocata come un qualcosa di incombente, imminente”.
L’analisi è tetra, sconfortante: “Al cospetto del volume sempre crescente di problemi da risolvere e di crisi da gestire, la vita si atrofizza. Vivere si trasforma in sopravvivere. L’affannata società della sopravvivenza è simile a un ammalato che con tutti i mezzi cerca di schivare una morte che si fa sempre più vicina”. Angoscia e risentimento spingono le persone tra le braccia delle destre populiste e alimentano l’odio.
La solidarietà, l’amicizia, l’empatia vengono sempre più erose ed ecco allora che entra in gioco la speranza come opportunità di guardare al futuro con occhi diversi: si impone così una nuova partecipazione comune, un pensiero-azione che riconduca nel mondo, generando una nuova nascita: il non-ancora che può realizzarsi lavorando insieme. l’importante è coltivare un pensiero libero e autonomo, dando valore anche al silenzio, al culto segreto, alla discrezionalità della distanza. Sicché, Han non si limita a descrivere i mali della società neoliberista, ma suggerisce anche una possibile alternativa per rientrare in contatto con l’autenticità dell’esistenza. Un’utopia difficile da realizzare?
Federico Guastella
24 febbraio 2026
Nota 1: il libro “Contro la società dell’angoscia” è l’opera più recente di Han. Tuttavia, in Italia è uscita successivamente la traduzione di un suo libro del 2011, “Shanzhai. Pensiero cinese e decreazione”, edizione Nottetempo, 2025 (titolo originale “Shanzhai: Dekonstruktion auf Chinesisch”, 2011).