Il giardino e la filosofia
Il giardino e la filosofia
di Giuseppe Tumino
Che cosa ha a che fare il giardino con la filosofia? Comunemente quando si pensa al giardino viene in mente la botanica, l’architettura, l’arte, al limite l’ingegneria idraulica, non la filosofia. Eppure il rapporto filosofia-giardino, direttamente o indirettamente, ha attraversato tutta la storia della cultura occidentale ed ha offerto elementi di riflessione su alcune domande radicali.
Per coloro che amano le alte vette, rinvio subito agli scritti di Rosario Assunto e, specialmente, alla sua Ontologia e Teleologia del giardino, che già dal titolo mette soggezione; per quelli, invece, che con me si accontentano, kantianamente, di stare in pianura, stavo per dire terra terra, seguiremo qualche pista su alcuni temi filosofici legati al giardino: prima di tutto la natura, poi la vita, la bellezza, la felicità.
Il giardino è una natura ordinata che non è né foresta né deserto e che si contrappone, pur restandovi in rapporto, a ciò che è artificiale e a ciò che è soprannaturale.
E’ inevitabile partire dall’Eden e dal suo giardino per eccellenza, il Paradéisos della Genesi, prima della caduta dei nostri progenitori, diventato poi promessa di dimora futura per gli eletti. In questo giardino, come nell’età dell’oro descritta da Esiodo, matura continuamente ogni tipo di frutta, “bella da vedere e buona da mangiare”, in un’ eterna primavera dove non esistono né malattie né vecchiaia. Questo giardino perfetto è recintato e inviolabile, ma dentro c’è sempre qualcosa che inquieta e che lo può trasformare da luogo di delizia in luogo di mistero e di pericolo. Il giardino, quindi, è anche un luogo precario, di tentazione e di felicità minacciata.
Nel mondo greco, come non richiamare il giardino di Academo della scuola platonica e il Képos di Epicuro, luoghi di riflessione e contemplazione? Platone nel Simposio colloca in un giardino il concepimento di Eros e la stessa parola greca képos tra i suoi significati pare includa il sesso femminile, che pure Empedocle chiamava “il prato di Afrodite”. Del resto anche nel Cantico dei Cantici l’hortus conclusus dell’amata è luogo di piacere e simbolo del rapporto intimo. Il giardino, quindi, è vita e dà la vita e nella cultura mediterranea, attraverso il culto della madre terra, si accentuerà questo collegamento tra il giardino e il grembo materno, fons vitae. Non a caso, infatti, nell’immaginario collettivo del mito, il giardino, il locus amoenus della poesia cortese e dei romanzi cavallereschi, o meglio la fontana che vi sta al centro, ha la capacità di produrre una ri-nascita e di restituire la giovinezza perduta; il giardino, pertanto, assume un significato esistenziale di luogo vitale, contro la morte.
Il giardino, inoltre, è anche un luogo sacro, come i Campi Elisi descritti nel libro IV dell’Odissea, dove Proteo predice a Menelao il suo destino dopo la morte, o nel libro VI dell’Eneide in cui Anchise descrive al figlio Enea la vita delle anime beate. Ma anche l’Orestea di Eschilo riferisce di un boschetto, simbolo di giustizia e di vendetta, dove le Erinni deliberavano sulle punizioni da infliggere, e nell’Edipo a Colono di Sofocle, s’incontra ancora un boschetto delle Erinni, ormai diventate Eumenidi, rifugio dei perseguitati, luogo di pace e di redenzione, che sarà la tomba dello stesso Edipo. Del resto anche nel Vangelo di Giovanni, oltre all’Orto degli Ulivi, si parla del giardino di Giuseppe d’Arimatea, luogo sacro per eccellenza, dove fu riposto il corpo di Gesù morto e dove, dopo la resurrezione, apparve a Maria Maddalena che lo scambiò proprio per un giardiniere.
Nel Medio Evo il giardino monastico, il chiostro, diventa un riparo in un contesto brutale e inselvatichito, quasi una fortezza che protegge una comunità ristretta dalle insidie del saeculum. Ma al suo interno, chi vi abita deve sostenere un’altra lotta, una pugna spiritualis, lo scontro interiore col peccato. Il chiostro ha una forma rettangolare e non più quella circolare, perfetta, dell’Eden, richiama la Gerusalemme cinta di mura, e al centro di esso ci può essere un pozzo, sorgente dei quattro fiumi principali e figura dell’acqua del battesimo, oppure un albero, figura della vita e di Cristo stesso. Quindi la fontana al centro assume in questo caso un valore ascetico, non più erotico.
Se la scuola filosofica di Chartres nel XII sec. aveva visto il giardino come un luogo d’incontro e di godimento, giacché considerava la natura come madre benefica e razionale, il Cristianesimo, in genere, mantenne una posizione ambigua nei confronti della natura, concepita ora come gloria del suo creatore, ora come regno della concupiscenza, dopo il peccato originale.
Forse per questo motivo, nelle raffigurazioni pittoriche, gli artisti si sono rifugiati nel mondo pagano, come ad esempio Botticelli nella sua celebre Primavera. Anche nei grandi giardini rinascimentali, come i giardini di Boboli e di Villa d’Este, e poi in quelli barocchi, non ci sarà più nessun riferimento religioso cristiano, anzi, addirittura, vi faranno ingresso le figure mostruose, che già si erano viste nel parco di Bomarzo e che, inaspettatamente, si ritroveranno, nell’età dei Lumi, nella villa Palagonia di Bagheria.
Col Seicento francese si cambia impostazione perché l’estetica viene subordinata alla politica dell’Assolutismo e così, ad esempio, i giardini della reggia di Versailles (ma anche le terrazze di Sanssouci a Potsdam), diventano un segno esteriore del potere, un esclusivo paradiso privato; poi, dopo la Rivoluzione Francese, saranno un simbolo dell’identità nazionale e un po’ dappertutto si pianteranno alberi della libertà.
Insomma, il giardino riflette la concezione della natura, se non di tutto il cosmo, a cui ogni società fa riferimento. Esso non è propriamente una contemplazione della natura, anzi richiede tempo e fatica finalizzati a creare una bellezza apparentemente inutile. E’ quindi un contemplare che si consegue attraverso il fare. Contemplatività che oggi si potrebbe intendere, eticamente, come un’alternativa all’utilitarismo, contro la bruttezza del mondo, ma che non è affatto esente dal consumismo in cui siamo immersi, senza considerare che la creazione e la manutenzione di un giardino privato richiede una certa disponibilità economica.
Il giardino è metafora dell’armonia tra uomini, animali e piante e può essere un rifugio dai ritmi convulsivi della frenetica vita odierna. Per quanto concerne, invece, i giardinetti pubblici di quartiere, di uso collettivo, nonostante Borges li abbia definiti “un giorno di festa nella povertà della terra”, mi sembrano piuttosto un anti-giardino: uno spazio non più sicuro e protetto, ma aperto e rischioso, poco coltivato, se non degradato, spesso in preda a vandali o spacciatori, non vero luogo d’incontro, ma di possibili brutti incontri. La riqualificazione di questi ambienti richiede il coinvolgimento di tutta la comunità per garantirne rispetto, manutenzione, sicurezza e gradevolezza, in una diversa concezione politica della finalità dei giardini.
Non si può parlare di giardino se non si parla pure di paesaggio. Nel paesaggio, sia geometrico, sia lussureggiante, si ha un equilibrio tra la natura e la cultura perché si unisce ciò che è dato con ciò che è opera dell’uomo, in una sintesi che lega l’umano e il non umano riconoscendo, come direbbe Aristotele, che l’anima vegetativa appartiene a tutti gli esseri viventi. E se il giardino umanizza la natura, persino Leopardi, in una celebre pagina dello Zibaldone, descrivendo un giardino come un vasto ospedale, permeato dal dolore, finisce indirettamente col presentare una natura non più matrigna, ma creatura anch’essa immersa nella sofferenza.
Kant, che praticava il giardinaggio, lo riteneva un’arte capace di conciliare la necessità naturale e la libertà umana, e nella Critica del Giudizio sostiene che il giardinaggio imita la natura, ma la libera dalla sua rozzezza, rendendola più conforme alla ragione. A queste considerazioni Hegel, nella sua Estetica, aggiunge che il giardino simboleggia pure la storia e l’incontro/scontro tra le culture delle varie epoche, così per lui il giardino inglese riflette lo spirito della storia moderna, caratterizzata dalla libertà e dall’individualismo.
Nel giardino si ha un giusto rapporto con la natura, che va rispettata ma anche governata e in ciò si potrebbe scorgere, da un punto di vista etico, perfino un superamento dell’egoismo umano mediante l’umile esercizio di continuare a seminare, anche se saranno gli altri a raccogliere. E per quanto riguarda la cura di sé, le parole conclusive del Candido di Voltaire, il faut cultiver notre jardin, di solito interpretate come un invito a farsi gli affari propri, possono invece essere intese come un invito a mantenersi civili in tempi di barbarie e come un’esortazione a coltivare il proprio spazio interiore, il giardino dell’anima.
Qualche anno fa Giorgio Agamben ha pubblicato un eccellente volumetto dal titolo Il Regno e il Giardino dove afferma che il giardino è un dispositivo per pensare la condizione umana. L’uomo è sempre manchevole a causa del Giardino perduto, che s’impegna di riconquistare con la realizzazione di un Regno futuro. Agamben, in un non facile contesto teologico riguardante il rapporto fra Natura e Grazia, identifica il giardino con la stessa natura umana e sostiene che essa non è un’essenza fissa e immutabile, ma è come un giardino da curare, dove è possibile creare una nuova forma di vita libera, non ridotta a oggetto di controllo da parte del potere.
Insomma, il giardino è ambiguo: spazio lussuoso, luogo di delizie, ma anche di pericoli, sacro e profano, erotico e ascetico, manifestazione di potere e di resistenza al potere. E’, come diceva Michel Foucault, un’eterotopia, “luogo altro” dalla realtà quotidiana. Può rappresentare l’inconscio o il grembo materno, la vita, la cura, ma anche la morte. Essendo un concetto polisemico è insieme simbolo di gioia, di fertilità, di pace, di conoscenza, di spiritualità, e può essere letto in chiave estetica, etica, politica, religiosa perché riflette la società e rappresenta la cultura, la storia, la tradizione.
I percorsi che abbiamo intravisto sono sentieri non interrotti, già attraversati, ma da percorrere ancora perché il giardino è, in ultima analisi, come direbbe Paul Ricoeur, un simbolo che dà sempre a pensare.
Giuseppe Tumino
Ragusa, 15 marzo 2026
Immagine sopra il titolo: “Il giardino delle delizie” (1480-1490 ca.), trittico di Hieronymus Bosch – Museo del Prado, Madrid.
Chiare e persuasive argomentazioni su una “questio” niente affatto marginale e che anzi implica complessi riferimenti storico- artistico-culturali di notevole suggestione e non facili da decodificare . Puntuali sempre i riferimenti e le annotazioni, a conferma di una sperimentata e apprezzata capacità di investigazione critica di fatti culturali anche di rilevante interesse.
Grazie, caro Preside, della lettura attenta e delle belle parole. Il tuo giudizio benevolo è incoraggiante.
Un piccolo ma intenso excursus su una dimensione dello spirito e del corpo. Uno scritto che ricorda la capacità del giardino di parlare e di parlarci senza la retorica dell’ambientalismo. Un omaggio inconscio al pensiero epicureo del vivere nascosto.
Hai ragione, Francesco. Il giardino su cui mi sono soffermato più che un luogo è un’idea. Grazie di avermi letto.