Anna Martano e i suoi “Veli di zucchero” tra dolci e badie di Sicilia
Anna Martano e i suoi “Veli di zucchero” tra dolci e badie di Sicilia
Viaggio nella pasticceria conventuale isolana con antropologia, poesia e dolcezze in versi
di Giuseppe Nativo
Di questi tempi non è facile essere “ambasciatori di dolcezza e di bellezza”. Eppure, Anna Martano, siracusana di adozione, messinese per nascita e famiglia, siciliana d’animo (anche, e soprattutto, gastronoma e gastrosofa, scrittrice e giornalista, docente e critica enogastronomica, Prefetto per la Sicilia dell’Accademia Italiana Gastronomia e Gastrosofia), è riuscita ad infondere una dolce sicilianità. Allacciatevi il grembiule perché col suo ennesimo libro, “Veli di zucchero. Dolci e badie di Sicilia” (Ali&no Editrice, Perugia, 2025, pp 138, con prefazione di Francesca Barberini) sarete catapultati verso “parole da gustare”, raccolte in “scrigni di saggezza”, accarezzate da una lirica che sfiora la piacevolezza dei versi in un delicato giro di valzer tra dolci conventuali e saggezza antica del tempo immersa nei “cunti” di cibo e di Sicilia (regione gastronomica d’Europa 2025). Ogni convento, ogni ricetta, ogni aneddoto diventa per l’autrice una porta che si affaccia su un mondo di simboli e di relazioni, dove le mandorle, la cannella, lo zucchero non sono solo ingredienti, ma anche strumenti di comunicazione, di economia, di fede.
“Espressione di spiritualità, certo, ma anche di creatività femminile, di imprenditorialità nascosta, di straordinaria capacità di trasformare la clausura in laboratorio di arte”, come annota la prefatrice, sono gli ingredienti che hanno consentito ad Anna Martano di coniugare mirabilmente il rigore dell’analisi con una scrittura fluida e coinvolgente nel panorama storico e stratificato della pasticceria conventuale. Un caleidoscopico mondo in cui ogni preparazione non prescinde da un retroterra antropologico in cui convergono, senza rotatoria, variegati aspetti di fede, di poesia, dando voce a un mondo femminile apparentemente sottocoperta ma con brillanti possibilità creative. Non sono poche le pagine letterarie in cui è evidenziato “come i dolci delle monache fossero presenza costante nelle famiglie siciliane”, spiega l’autrice.
Vi sono anche le “dolcezze” in versi. La poesia di Giovanni Meli (poeta, scienziato e medico palermitano vissuto tra il 1740 e il 1815) conserva gli odori della pasticceria conventuale palermitana. “Nell’esercizio della professione medica, pur non avendo mai preso i voti, indossava l’abito talare e si faceva chiamare abate. Ciò gli consentì di esercitare la professione anche all’interno dei monasteri femminili e, in tal modo, di conoscerne compiutamente e di assaggiarne le specialità dolciarie”, spiega Martano. I versi, per quanto composti in una lingua siciliana molto diversa dall’attuale, costituiscono una preziosa fonte di notizie storiche non solo dal punto di vista storico-gastronomico ma anche da quello puramente linguistico. Singolare è l’immagine di copertina che riproduce un antico dolce monastico: la “Spina Santa” di Caltanissetta, originariamente preparato dalle monache benedettine del Monastero di Santa Croce in occasione della festività “Esaltazione della Croce”. È un dolce dall’evidente significato evocativo: tutta la composizione richiama la corona di spine del Cristo in croce e, sotto la guida del Maestro Defraia, alcuni pasticcieri nisseni lo propongono oggi in occasione della Settimana Santa.
«La storia del cibo si intreccia spesso con l’aneddotica ma sta anche in questo il fascino della pasticceria conventuale siciliana», scrive Anna Martano. Dopo “Il diamante nel piatto. Storia golosa della Sicilia in 100 ricette e cunti”, finalista al Premio Iolanda 2019 (unico concorso letterario nazionale riservato ai libri gastronomici) e il successivo “La tavola è festa. Cibo, riti e ricette di Sicilia”, l’autrice regala alla Sicilia (e non solo), regione gastronomica d’Europa 2025, un’ulteriore ricerca. Lo fa con perizia, con quella delicatezza e tocco femminile che la contraddistingue: dalla “Cassata a freddo” (specialità delle conventuali di Valverde a Palermo) alla “Frutta Martorana” (Monastero della Martorana Palermo) passando per la “dolcezza in versi” attraverso la poesia del sopra menzionato abate Giovanni Meli (giusto per citare alcune tematiche). «La storia del cibo si intreccia spesso con l’aneddotica ma sta anche in questo il fascino della pasticceria conventuale siciliana», scrive Anna Martano.
Dopo “Il diamante nel piatto. Storia golosa della Sicilia in 100 ricette e cunti”, finalista al Premio Iolanda 2019 (unico concorso letterario nazionale riservato ai libri gastronomici) e il successivo “La tavola è festa. Cibo, riti e ricette di Sicilia”, l’autrice regala alla Sicilia (e non solo), regione gastronomica d’Europa 2025, un’ulteriore ricerca. Lo fa con perizia, con quella delicatezza e tocco femminile che la contraddistingue: dalla “Cassata a freddo” (specialità delle conventuali di Valverde a Palermo) alla “Frutta Martorana” (Monastero della Martorana Palermo) passando per la “dolcezza in versi” attraverso la poesia del sopra menzionato abate Giovanni Meli (giusto per citare alcune tematiche).
Sì, perché Anna Martano si può considerare, come ama definirla la prefatrice, una “cuntastorie di cibo” che, nel corso delle sue ricerche, non si limita a raccogliere fonti e bibliografia ma inizia “a scavare in un giacimento prezioso”, quello della memoria con uno stile narrativo intenso e trascinante, con cui porta alla luce la ricchezza di un patrimonio enogastronomico che appartiene alla Sicilia ma parla al mondo intero.
“Molte delle monache che risiedevano nei monasteri oggetto di chiusura o demolizione – scrive l’autrice – tornarono nelle famiglie di origine continuando la vita claustrale all’interno delle mura domestiche, le cosiddette monache di casa; grazie a loro, quelle ricette custodite, per secoli, nella più totale segretezza e tramandate, quasi esclusivamente, oralmente giunsero dapprima nelle case e, in breve tempo, nelle pasticcerie”. È, il caso, ad esempio, di una nota pasticceria di Palazzolo Acreide (Siracusa) nata come caffetteria nel 1868 che attinge, tuttora, al ricettario dell’antenata di famiglia, Suor Chiara, terziaria francescana.
Del tutto scomparso, se non per la più semplice versione sotto forma di biscotto, è “u facciuni’i Santa Chiara” (faccione di Santa Chiara), un dolce nato nel Monastero del Santissimo Crocifisso di Noto, splendida perla barocca in provincia di Siracusa. Nel corso del voyage narrativo, il testo, fluido e accattivante, scorre con delicatezza e tocco femminile nei diversi temi disquisiti fino ad arrivare alle “Mpanatigghie” (impanatiglie) della pasticceria modicana che tanto somigliano a quelle prodotte nel Monastero dell’Origlione (Palermo). “Oggi sono conosciute soprattutto quelle di Modica ma, originariamente – spiega l’autrice – erano proprie dell’arte dolciaria delle benedettine di quel Monastero.
Quali sono gli ingredienti utilizzati? “Lo scoprirete leggendo il libro”, risponde l’autrice con sorriso sornione!
Giuseppe Nativo
Ragusa, 26 febbraio 2026